Anche su Notapolitica e L'Opinione
L'imbroglio è servito. Gli esponenti di governo, i relatori di maggioranza, compresi quelli del Nuovo Centrodestra, provano a vendersi l'abolizione, anche per il futuro, dell'Imu sulla prima casa. Ma il gioco di prestigio è piuttosto scadente e il trucco è presto svelato. In effetti, con la nuova tassazione sugli immobili inserita nella legge di stabilità non si pagherà più l'Imu sulle abitazioni principali. Se è corretto dire che la prima casa è esclusa dall'Imu, è però falso che sia esclusa dalla IUC. Questa la sigla del nuovo tributo, che contiene tre tasse. Due già esistenti - l'Imu, appunto, e la tassa sui rifiuti - e una terza completamente nuova: la Tasi. La chiamano tassa per i servizi indivisibili, o Service Tax, ma di fatto come vedremo si applica con criteri patrimoniali.
Ed è nella Tasi che viene fatta "traslocare" la tassazione sulla prima casa precedentemente inclusa nell'Imu. La Tasi infatti è dovuta su tutti gli immobili, «ivi compresa l'abitazione principale», si legge nel testo. Dunque si tratta, come l'ha definita il deputato di Scelta Civica Enrico Zanetti su Formiche.net, di un vero e proprio "spin off" dell'Imu sulla prima casa. E gli somiglia anche. La base imponibile è la stessa dell'Imu, il che la rende un'imposta patrimoniale. Così come l'aliquota massima applicabile dai Comuni, che non potrà superare quella della vecchia Imu (il 6 per mille). Solo per il 2014, infatti, si prevede un'aliquota massima al 2,5 per mille. L'unica differenza di rilievo è peggiorativa. I fondi stanziati per le detrazioni, infatti, sono molto inferiori a quelli previsti con la vecchia Imu: solo 500 milioni, e solo per il 2014, invece dei circa 3 miliardi che costavano nel 2012 la detrazione base di 200 euro e quella di 50 euro per ogni figlio convivente.
Dunque, la certezza è che rispetto all'anno in corso nel 2014 si tornerà a pagare sulla prima casa, come nel 2012. Quanto? Dipenderà dai Comuni. Nell'ipotesi migliore, se tutti i Comuni dovessero limitarsi all'aliquota base dell'1 per mille - una mera indicazione non vincolante - si pagherà molto meno rispetto al 2012: 1,2 miliardi (1,7 meno 500 milioni di detrazioni) invece di 4. Nella peggiore, se tutti i Comuni dovessero adottare l'aliquota massima del 2,5 per mille - e viste le difficoltà finanziarie in cui versano è facile prevedere che l'aliquota media si avvicinerà alla massima - si pagherà più o meno la stessa somma: 3,8 miliardi invece di 4. Ma il fondo di soli 500 milioni stanziato per le detrazioni produrrà un effetto perverso: milioni di abitazioni esentate dalla vecchia Imu grazie alle ben più generose riduzioni del 2012 si troveranno a pagare la Tasi, mentre molti che non ne usufruivano si vedranno applicare uno sconto, grazie all'aliquota inferiore.
Dal 2015, poi, la legge di stabilità non prevede più nemmeno i 500 milioni per le detrazioni e l'aliquota massima non sarà più del 2,5 per mille, bensì del 6 per mille: quindi la Tasi sulla prima casa costerà ad inquilini e proprietari tra 1,7 e 10 miliardi, rispetto ai 4 della vecchia Imu. Dipenderà dal buon cuore del proprio Comune.
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Tuesday, November 26, 2013
Tuesday, July 30, 2013
La piccola mistificazione del Sole sull'Imu
Anche su Notapolitica e L'Opinione
I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.
Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).
Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.
Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.
Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.
I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.
Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).
Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.
Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.
Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.
Tuesday, May 14, 2013
L'Imu mette ko il mercato immobiliare
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.
Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.
Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.
Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.
Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.
Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.
La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.
Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.
L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.
La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.
Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.
Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.
Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.
Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.
Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.
La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.
Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.
L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.
Thursday, May 09, 2013
Imu, la stangata continua (e raddoppia)
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».
Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.
Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.
Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.
Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.
Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.
Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.
Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».
Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.
Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.
Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.
Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.
Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.
Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.
Wednesday, January 16, 2013
Sullo stato di polizia fiscale nessuno è senza macchia
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Sul grado di oppressione e repressione fiscale a cui sono sottoposti gli italiani non esistono vergini o innocenti. Sul redditometro, l'ultima follia burocratica degna di un romanzo orwelliano o kafkiano (a seconda dei vostri gusti), ci sono ben in evidenza le impronte digitali sia del precedente governo, soprattutto del ministro Tremonti, che dell'attuale. Ogni tentativo di negarlo è senza vergogna, indecente.
Concepito dal governo Berlusconi, con il DL 78 del luglio 2010, articolo 22, lo strumento è stato elaborato e affinato, e infine varato, lungo tutto il 2012, cioè da Monti. E' vero, quindi, che già in quel decreto si prevedeva che la «determinazione sintetica» del reddito da parte dell'Agenzia delle entrate potesse essere fondata non solo sulle spese effettivamente sostenute, ma anche induttivamente, «mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza». In pratica, uno "studio di settore" per famiglie basato su medie statistiche di spesa tratte dell'Istat o altri enti statistici. Risulta evidente come possano essere molti i casi in cui il reddito così presunto non corrisponda al vero, lasciando però al contribuente l'onere della prova a discarico. Una rete a strascico, insomma, con i poveri tonni chiamati a giustificarsi per essere stati pescati.
E' anche vero, però, che quello stesso articolo 22 stabiliva che il «contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva» avrebbe dovuto essere individuato, «con periodicità biennale», con un apposito decreto attuativo. Proprio quello preparato sotto il governo Monti nell'ultimo anno, varato alla vigilia di Natale e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 gennaio 2013, dopo la scenografica presentazione di Befera il 20 novembre scorso. Dunque, che adesso Monti venga a dirci «fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», è francamente di un'ipocrisia rivoltante. Non è passato un anno, non sono passati sei mesi, ma solo dieci giorni. E volendo, essendo ancora presidente del Consiglio, seppure dimissionario, potrebbe ancora sospenderlo. Ha avuto ben 13 mesi per rendersi conto del mostro che stava prendendo forma, e non sono mancate sul tema polemiche pubbliche più o meno garbate. Avrebbe potuto intervenire per modificare il redditometro proprio con lo strumento del decreto attuativo, o addirittura bloccarlo, con una semplice telefonata, o almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera, salvo poi cercare di passare come quello che cade dalle nuvole, che non lo voleva, guarda caso proprio a ridosso delle elezioni. Un insulto all'intelligenza degli italiani e un esempio della peggiore politica che non sa assumersi le proprie responsabilità.
La realtà è che Monti condivide pienamente con Berlusconi e Tremonti la responsabilità politica del redditometro: ci ha messo la faccia quando sembrava popolare mostrare il muso duro contro gli evasori, sta cercando di toglierla ora che i sondaggi mostrano il contrario. E non è, purtroppo, l'unico suo tentativo di fuggire dalle proprie recentissime scelte politiche. Prima ha raddoppiato il gettito dell'Imu prevista dal governo Berlusconi, introducendo la tassa anche sulla prima casa, e lo scorso 23 dicembre ha ammonito che sarebbe "da pazzi" pensare di abolirla, minacciando che dopo un anno andrebbe reintrodotta raddoppiata, salvo poi, in questi giorni di campagna elettorale, promettere anche lui di volerla ridurre.
Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto da luglio, eppure l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. E, a proposito, secondo quanto riferisce il Corriere starebbe lavorando in gran segreto ad un'"agenda 2". Dev'essersi reso conto del clamoroso vuoto programmatico della prima. In serata è previsto un incontro con Befera: chissà se Monti intenderà sfruttarlo per un nuovo goffo tentativo di dissociazione dal redditometro. Intanto, per prima cosa, vorremmo sapere quanto è costato il suo sviluppo e quanto costerà, ogni anno, la sua applicazione. Abbiamo sì bisogno di una nuova offerta politica, ma non di un "altrocolpista" in più, di quelli che è sempre colpa degli altri.
Sul grado di oppressione e repressione fiscale a cui sono sottoposti gli italiani non esistono vergini o innocenti. Sul redditometro, l'ultima follia burocratica degna di un romanzo orwelliano o kafkiano (a seconda dei vostri gusti), ci sono ben in evidenza le impronte digitali sia del precedente governo, soprattutto del ministro Tremonti, che dell'attuale. Ogni tentativo di negarlo è senza vergogna, indecente.
Concepito dal governo Berlusconi, con il DL 78 del luglio 2010, articolo 22, lo strumento è stato elaborato e affinato, e infine varato, lungo tutto il 2012, cioè da Monti. E' vero, quindi, che già in quel decreto si prevedeva che la «determinazione sintetica» del reddito da parte dell'Agenzia delle entrate potesse essere fondata non solo sulle spese effettivamente sostenute, ma anche induttivamente, «mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza». In pratica, uno "studio di settore" per famiglie basato su medie statistiche di spesa tratte dell'Istat o altri enti statistici. Risulta evidente come possano essere molti i casi in cui il reddito così presunto non corrisponda al vero, lasciando però al contribuente l'onere della prova a discarico. Una rete a strascico, insomma, con i poveri tonni chiamati a giustificarsi per essere stati pescati.
E' anche vero, però, che quello stesso articolo 22 stabiliva che il «contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva» avrebbe dovuto essere individuato, «con periodicità biennale», con un apposito decreto attuativo. Proprio quello preparato sotto il governo Monti nell'ultimo anno, varato alla vigilia di Natale e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 gennaio 2013, dopo la scenografica presentazione di Befera il 20 novembre scorso. Dunque, che adesso Monti venga a dirci «fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», è francamente di un'ipocrisia rivoltante. Non è passato un anno, non sono passati sei mesi, ma solo dieci giorni. E volendo, essendo ancora presidente del Consiglio, seppure dimissionario, potrebbe ancora sospenderlo. Ha avuto ben 13 mesi per rendersi conto del mostro che stava prendendo forma, e non sono mancate sul tema polemiche pubbliche più o meno garbate. Avrebbe potuto intervenire per modificare il redditometro proprio con lo strumento del decreto attuativo, o addirittura bloccarlo, con una semplice telefonata, o almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera, salvo poi cercare di passare come quello che cade dalle nuvole, che non lo voleva, guarda caso proprio a ridosso delle elezioni. Un insulto all'intelligenza degli italiani e un esempio della peggiore politica che non sa assumersi le proprie responsabilità.
La realtà è che Monti condivide pienamente con Berlusconi e Tremonti la responsabilità politica del redditometro: ci ha messo la faccia quando sembrava popolare mostrare il muso duro contro gli evasori, sta cercando di toglierla ora che i sondaggi mostrano il contrario. E non è, purtroppo, l'unico suo tentativo di fuggire dalle proprie recentissime scelte politiche. Prima ha raddoppiato il gettito dell'Imu prevista dal governo Berlusconi, introducendo la tassa anche sulla prima casa, e lo scorso 23 dicembre ha ammonito che sarebbe "da pazzi" pensare di abolirla, minacciando che dopo un anno andrebbe reintrodotta raddoppiata, salvo poi, in questi giorni di campagna elettorale, promettere anche lui di volerla ridurre.
Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto da luglio, eppure l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. E, a proposito, secondo quanto riferisce il Corriere starebbe lavorando in gran segreto ad un'"agenda 2". Dev'essersi reso conto del clamoroso vuoto programmatico della prima. In serata è previsto un incontro con Befera: chissà se Monti intenderà sfruttarlo per un nuovo goffo tentativo di dissociazione dal redditometro. Intanto, per prima cosa, vorremmo sapere quanto è costato il suo sviluppo e quanto costerà, ogni anno, la sua applicazione. Abbiamo sì bisogno di una nuova offerta politica, ma non di un "altrocolpista" in più, di quelli che è sempre colpa degli altri.
Tuesday, January 15, 2013
Il pifferaio magico e il grande bluff
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Raramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c'è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz'altro rivelato un «bluff». L'abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore.
Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L'inasprimento fiscale e la lotta all'evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull'economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D'altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell'emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch'esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica.
Ci si aspettava quindi che avrebbe rivoltato l'Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l'introduzione dell'Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient'affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un'intervista al WSJ l'ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa.
Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua "salita" in campo ha avuto finalmente l'occasione di presentare la sua "agenda", senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica.
Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch'io che l'Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd.
Monti, infine, sostiene di non aver accettato l'offerta di Berlusconi di federare i "moderati" «perché all'Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l'offerta politica sull'asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica?
Raramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c'è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz'altro rivelato un «bluff». L'abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore.
Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L'inasprimento fiscale e la lotta all'evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull'economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D'altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell'emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch'esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica.
Ci si aspettava quindi che avrebbe rivoltato l'Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l'introduzione dell'Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient'affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un'intervista al WSJ l'ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa.
Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua "salita" in campo ha avuto finalmente l'occasione di presentare la sua "agenda", senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica.
Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch'io che l'Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd.
Monti, infine, sostiene di non aver accettato l'offerta di Berlusconi di federare i "moderati" «perché all'Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l'offerta politica sull'asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica?
Monday, December 31, 2012
2013: Bentornati nella Prima Repubblica
«Sconforto e solitudine». Questi i sentimenti espressi da Luca Ricolfi in un commento apparso oggi su La Stampa (on line sul sito della Camera, non del quotidiano). Il suo giudizio sull'offerta politica messa in piedi da Mario Monti lo troverete straordinariamente in sintonia con quello che avete letto nei giorni scorsi su questo blog e su Notapolitica, ed è tutto condensato nel titolo: «Verso la prima Repubblica». Termini ricorrenti in entrambi i testi: «piccola Dc», «compromesso storico».
«Cadute tutte le ipotesi più coraggiose e innovative», osserva Ricolfi, la lista Monti «di liberaldemocratico ha quasi nulla e di vecchia politica ha molto, se non quasi tutto». Per chi avesse coltivato illusioni, «è stato un piccolo shock, una doccia fredda». Ci prepariamo ad assistere, dunque, «all'edizione aggiornata del compromesso storico fra comunisti e democristiani». Probabilmente le elezioni del 24 febbraio ci diranno chi tra Bersani e Monti sarà presidente del Consiglio, ma anche Ricolfi è convinto che (come abbiamo ripetuto più volte nelle ultime settimane su questo blog) non sfuggiremo ad un governo di centro-sinistra, frutto di un'alleanza post-elettorale tra il centro "montiano" e il Pd di Bersani (più Vendola, almeno inizialmente). E d'altra parte, a leggere le loro agende, «contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe farci credere, le distanze fra Bersani e Monti sono minime».
Condividiamo quindi l'amara conclusione di Ricolfi:
Come ho già scritto nel post di venerdì scorso, Monti «ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc».
Critiche all'agenda del professore, in particolare sul riferimento ad una nuova tassa patrimoniale, continuano ad arrivare anche dal duo Alesina/Giavazzi:
«Cadute tutte le ipotesi più coraggiose e innovative», osserva Ricolfi, la lista Monti «di liberaldemocratico ha quasi nulla e di vecchia politica ha molto, se non quasi tutto». Per chi avesse coltivato illusioni, «è stato un piccolo shock, una doccia fredda». Ci prepariamo ad assistere, dunque, «all'edizione aggiornata del compromesso storico fra comunisti e democristiani». Probabilmente le elezioni del 24 febbraio ci diranno chi tra Bersani e Monti sarà presidente del Consiglio, ma anche Ricolfi è convinto che (come abbiamo ripetuto più volte nelle ultime settimane su questo blog) non sfuggiremo ad un governo di centro-sinistra, frutto di un'alleanza post-elettorale tra il centro "montiano" e il Pd di Bersani (più Vendola, almeno inizialmente). E d'altra parte, a leggere le loro agende, «contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe farci credere, le distanze fra Bersani e Monti sono minime».
Condividiamo quindi l'amara conclusione di Ricolfi:
«Oggi, chi avrebbe voluto cambiare decisamente rotta, lasciandosi alle spalle la vecchia classe politica, imboccando risolutamente la strada delle riforme liberali - meno spesa, meno tasse, meno Stato - è disperatamente solo. E, quel che più dispiace, è solo non perché siamo in pochi, ma perché siamo in tanti ma senza rappresentanza».Come nella prima Repubblica, gli elettori torneranno a contare poco o nulla, «perché i giochi si faranno dopo, in Parlamento, come ai tempi di Craxi, Forlani e Andreotti». In breve, per chi non crede più in Berlusconi e non intende consegnarsi all'improbabile agenda Grillo, «la scelta è fra Pci e Dc. Anzi non c'è vera scelta, perché Bersani e Monti governeranno insieme».
Come ho già scritto nel post di venerdì scorso, Monti «ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc».
Critiche all'agenda del professore, in particolare sul riferimento ad una nuova tassa patrimoniale, continuano ad arrivare anche dal duo Alesina/Giavazzi:
«La campagna elettorale sembra concentrarsi su quale sia il modo migliore per tassare gli italiani. Invece si dovrebbe discutere di come riformare lo Stato, in modo che esso non pesi per la metà del Pil. (...) l'agenda che Mario Monti propone agli italiani avrebbe dovuto indicare un obiettivo per la riduzione del rapporto fra spesa pubblica e Pil da attuarsi nell'arco della prossima legislatura».
Friday, December 28, 2012
Il più grande bluff dopo la Seconda Repubblica
Anche su Notapolitica
Che Monti - con praticamente tutti i pezzi più importanti del potere vero, in Italia e nel mondo, inginocchiati dinanzi a lui a implorarlo di candidarsi, quindi con carta bianca - abbia partorito questa agenda, così generica, senza un numero, una riforma concreta, porta a concludere che l'immagine del personaggio supera di gran lunga la sua statura reale - umana, intellettuale e politica.
Da uno come lui, con il suo curriculum, che dovrebbe conoscere il bilancio dello Stato come le sue tasche, per averlo "governato" in questi mesi così critici, ci saremmo aspettati proposte concrete, corredate da numeri, ipotesi di fattibilità, effetti. O per lo meno, il coraggio intellettuale di sfidare alcuni tabù, di raccontare agli italiani le scomode verità sul nostro modello sociale ed economico ormai insostenibile.
E invece niente di tutto questo. La cosiddetta "agenda Monti" è vaga, generica, retorica come qualsiasi programma scritto in politichese. Le uniche proposte che emergono con chiarezza sono la patrimoniale e il «reddito minimo di sostentamento». Senza cifre, ovviamente. Si parla di operazioni di «valorizzazione/dismissione» del patrimonio pubblico, ma senza specificare cosa, quanto e come, anzi con il primo termine a sfumare, quasi contraddire il secondo. Si parla di spending review, ma non solo nel senso di «meno spesa», piuttosto di «migliore spesa», che quindi va riqualificata, non necessariamente ridotta per ridurre il peso dello Stato inefficiente. Si parla di ridurre le tasse su lavoro e impresa, ma solo «quando sarà possibile», o quando sarà possibile introdurre una nuova tassa patrimoniale, cioè dopo che saranno stati individuati «meccanismi di misurazione della ricchezza oggettivi e tali da non causare fughe di capitale». Tutto questo è la classica retorica delle finte dismissioni, delle finte liberalizzazioni, della spending review sulle briciole.
Poi, i soliti capitoletti di politica industriale che da qualche anno non mancano in nessun programmino: agenda digitale, economia verde, «strategia energetica nazionale», investimenti in ricerca. Nemmeno una bozza di riforma della giustizia, delle istituzioni, della sanità, della scuola e dell'università (al massimo incentivi economici ai docenti meritevoli, ma a quelli incapaci?). Silenzio totale, nessun riferimento ai mercati finanziari e al settore bancario nostrano, «omissione grave - sottolinea Alberto Bisin - non solo perché vizia l'analisi» di fondo, ma perché «essendosi Monti da sempre occupato del settore bancario, sia accademicamente che come consulente, potrebbe segnalare una sorta di sottomissione ideologica e/o psicologica» sul tema.
Alla questione fiscale, il peso delle tasse che gravano su cittadini e imprese, che dovrebbe essere al centro del programma, vengono dedicate appena 13 righe su 25 pagine, mentre una pagina intera solo alle politiche agricole (su cui spicca l'approccio protezionistico del "liberale" Monti).
L'agenda quindi se la merita tutta la stroncatura di Alesina e Giavazzi sul Corriere:
Tra i tanti micro interventi anche condivisibili, non viene messa a fuoco la questione centrale - il ruolo dello Stato, che deve ritrarsi per rilanciare l'economia - e si scorgono invece pericolosi ammiccamenti a sinistra, come la patrimoniale (per «redistribuire», non ridurre il carico fiscale), e promesse da vera e propria agenda dei sogni: «Ridurre a un anno il tempo medio del passaggio da una occupazione all'altra»; «coniugare il massimo di flessibilità delle strutture produttive con il massimo di sicurezza dei lavoratori». Bellissimo, ma come? E poi il colmo: lo stesso Monti che considera la proposta di abolire l'Imu sulla prima casa (4 miliardi) un'illusione tanto pericolosa da minacciare che un solo anno dopo dovrebbe essere reintrodotta in misura doppia, nella sua agenda propone di introdurre un «reddito minimo di sostentamento», senza tuttavia indicare i miliardi che servirebbero e dove prenderli.
Purtroppo di politico l'agenda Monti ha solo il fatto di preparare il terreno, sul piano dei contenuti, per un'apertura a sinistra dopo il voto. Monti avrebbe potuto rappresentare, e federare, un'alternativa di centrodestra liberale, degasperiano alla sinistra, e invece ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc.
Le cose, mi pare, stanno esattamente nei termini esposti oggi da Angelo Panebianco sul Corriere, e su questo blog diverse volte nelle ultime settimane:
Che Monti - con praticamente tutti i pezzi più importanti del potere vero, in Italia e nel mondo, inginocchiati dinanzi a lui a implorarlo di candidarsi, quindi con carta bianca - abbia partorito questa agenda, così generica, senza un numero, una riforma concreta, porta a concludere che l'immagine del personaggio supera di gran lunga la sua statura reale - umana, intellettuale e politica.
Da uno come lui, con il suo curriculum, che dovrebbe conoscere il bilancio dello Stato come le sue tasche, per averlo "governato" in questi mesi così critici, ci saremmo aspettati proposte concrete, corredate da numeri, ipotesi di fattibilità, effetti. O per lo meno, il coraggio intellettuale di sfidare alcuni tabù, di raccontare agli italiani le scomode verità sul nostro modello sociale ed economico ormai insostenibile.
E invece niente di tutto questo. La cosiddetta "agenda Monti" è vaga, generica, retorica come qualsiasi programma scritto in politichese. Le uniche proposte che emergono con chiarezza sono la patrimoniale e il «reddito minimo di sostentamento». Senza cifre, ovviamente. Si parla di operazioni di «valorizzazione/dismissione» del patrimonio pubblico, ma senza specificare cosa, quanto e come, anzi con il primo termine a sfumare, quasi contraddire il secondo. Si parla di spending review, ma non solo nel senso di «meno spesa», piuttosto di «migliore spesa», che quindi va riqualificata, non necessariamente ridotta per ridurre il peso dello Stato inefficiente. Si parla di ridurre le tasse su lavoro e impresa, ma solo «quando sarà possibile», o quando sarà possibile introdurre una nuova tassa patrimoniale, cioè dopo che saranno stati individuati «meccanismi di misurazione della ricchezza oggettivi e tali da non causare fughe di capitale». Tutto questo è la classica retorica delle finte dismissioni, delle finte liberalizzazioni, della spending review sulle briciole.
Poi, i soliti capitoletti di politica industriale che da qualche anno non mancano in nessun programmino: agenda digitale, economia verde, «strategia energetica nazionale», investimenti in ricerca. Nemmeno una bozza di riforma della giustizia, delle istituzioni, della sanità, della scuola e dell'università (al massimo incentivi economici ai docenti meritevoli, ma a quelli incapaci?). Silenzio totale, nessun riferimento ai mercati finanziari e al settore bancario nostrano, «omissione grave - sottolinea Alberto Bisin - non solo perché vizia l'analisi» di fondo, ma perché «essendosi Monti da sempre occupato del settore bancario, sia accademicamente che come consulente, potrebbe segnalare una sorta di sottomissione ideologica e/o psicologica» sul tema.
Alla questione fiscale, il peso delle tasse che gravano su cittadini e imprese, che dovrebbe essere al centro del programma, vengono dedicate appena 13 righe su 25 pagine, mentre una pagina intera solo alle politiche agricole (su cui spicca l'approccio protezionistico del "liberale" Monti).
L'agenda quindi se la merita tutta la stroncatura di Alesina e Giavazzi sul Corriere:
«Per diminuire in modo significativo la spesa pubblica, e quindi consentire una flessione altrettanto rilevante della pressione fiscale, è necessario ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società, cioè spostare il confine fra attività svolte dallo Stato e dai privati. Limitarsi a razionalizzare la spesa all'interno dei confini oggi tracciati (la cosiddetta spending review) non basta».Il problema non è che di «ridurre lo spazio che occupa lo Stato non si parla abbastanza» nell'agenda Monti, o che «non punti abbastanza al ridimensionamento dell'intervento pubblico»; è che proprio non è individuato come priorità, come questione centrale a cui tutte le politiche dovrebbero essere ispirate. E, d'altra parte, perché aspettarselo, se «finora il governo Monti si è mosso nella direzione opposta»? «Con un debito al 126% del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte al mondo - concludono i due economisti - non si può sfuggire al problema di ridisegnare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente "riqualificare la spesa" con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità del problema». Ancora più lapidario sembra il giudizio di Luigi Zingales, sul Sole:
«Non ci sono né nuove idee, né proposte concrete su come realizzare questi obiettivi... Non sembra un programma di riforme per un rilancio dell'economia, ma un programma per la protezione dei diritti acquisiti e di chi vive di spesa pubblica».Insomma, siamo nel campo della mera manutenzione. Ragionevole quanto si vuole, ma pur sempre manutenzione. Non c'è traccia di quello shock che servirebbe al paese per ripartire e di cui scriveva lo stesso Monti nella sua vita precedente: da editorialista.
Tra i tanti micro interventi anche condivisibili, non viene messa a fuoco la questione centrale - il ruolo dello Stato, che deve ritrarsi per rilanciare l'economia - e si scorgono invece pericolosi ammiccamenti a sinistra, come la patrimoniale (per «redistribuire», non ridurre il carico fiscale), e promesse da vera e propria agenda dei sogni: «Ridurre a un anno il tempo medio del passaggio da una occupazione all'altra»; «coniugare il massimo di flessibilità delle strutture produttive con il massimo di sicurezza dei lavoratori». Bellissimo, ma come? E poi il colmo: lo stesso Monti che considera la proposta di abolire l'Imu sulla prima casa (4 miliardi) un'illusione tanto pericolosa da minacciare che un solo anno dopo dovrebbe essere reintrodotta in misura doppia, nella sua agenda propone di introdurre un «reddito minimo di sostentamento», senza tuttavia indicare i miliardi che servirebbero e dove prenderli.
Purtroppo di politico l'agenda Monti ha solo il fatto di preparare il terreno, sul piano dei contenuti, per un'apertura a sinistra dopo il voto. Monti avrebbe potuto rappresentare, e federare, un'alternativa di centrodestra liberale, degasperiano alla sinistra, e invece ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc.
Le cose, mi pare, stanno esattamente nei termini esposti oggi da Angelo Panebianco sul Corriere, e su questo blog diverse volte nelle ultime settimane:
«Monti aveva, sulla carta, due possibilità. La prima era quella di proporsi, in polemica con un Berlusconi non più credibile in quel ruolo, come il federatore dei liberali, in alternativa alla sinistra. In nome di un bipolarismo meno "selvaggio", più civile, di quello che abbiamo conosciuto. Oppure poteva fare la scelta che ha effettivamente fatto: chiudere a destra lasciando aperta la porta, anche se a certe condizioni, al dialogo con la sinistra. Solo i fatti diranno se si è trattato di una decisione saggia. Al momento, si può solo constatare che con la sua scelta Monti ha fatto obiettivamente un grosso favore a Berlusconi. Perché gli ha lasciato aperta la strada per una rimonta. Cosa potrebbe infatti fare, a questo punto, quell'elettorato di centrodestra che è deluso, e magari anche delusissimo, di Berlusconi ma che mai, in nessun caso, potrebbe andare a braccetto con la sinistra? Quell'elettorato non ha di fronte a sé molte possibilità: o sceglie l'astensione o torna nell'ovile berlusconiano».Dunque, rispetto ad un esito quasi scontato, cioè il dialogo o l'alleanza post-elettorale tra il centro "montiano" e il Pd di Bersani, si tratta di capire chi dalle urne potrà condurre la trattativa da una posizione di forza: se Bersani, nel caso riuscisse a conquistare la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere, o se Monti, nel caso di pareggio al Senato. In ogni caso, il matrimonio tra centro e sinistra si farà e addio bipolarismo, è l'amara conclusione di Panebianco:
«Se Monti perde (cioè non riesce a essere determinante per la formazione del prossimo governo), vuol dire che rimarremo inchiodati al "bipolarismo selvaggio" conosciuto negli ultimi venti anni. Se Monti vince, ossia se potrà trattare con la sinistra, dopo le elezioni, da una posizione di forza, vorrà dire che avremo superato il bipolarismo, e ridato vita a qualcosa di simile a quei governi di centrosinistra, senza alternanza, che caratterizzarono la Prima Repubblica. Il bipolarismo responsabile lo faranno, se mai ci riusciranno, i nostri discendenti».
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Saturday, December 01, 2012
Sinistra irriformabile: perso il "treno" Renzi
Perso l'ennesimo treno verso democrazia e modernità
Con ogni probabilità sarà Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconismo"); e perché regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare l'Apparatchik. Certo, ci si può accontentare della percezione di vitalità trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realtà è che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l'ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernità.
L'amara realtà è che la sinistra in Italia è irriformabile: il popolo "de sinistra" – vertici e gran parte della base elettorale – è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell'epurazione. Preferisce appaltare il compito (alla Margherita prima, forse a Casini oggi) e restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee.
È più forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perché così richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente né alle logiche della democrazia né a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro. Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si può in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, ancora convinto che spetti al governo «dare» lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.
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Con ogni probabilità sarà Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconismo"); e perché regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare l'Apparatchik. Certo, ci si può accontentare della percezione di vitalità trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realtà è che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l'ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernità.
L'amara realtà è che la sinistra in Italia è irriformabile: il popolo "de sinistra" – vertici e gran parte della base elettorale – è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell'epurazione. Preferisce appaltare il compito (alla Margherita prima, forse a Casini oggi) e restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee.
È più forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perché così richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente né alle logiche della democrazia né a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro. Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si può in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, ancora convinto che spetti al governo «dare» lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.
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Wednesday, November 14, 2012
Sulla patrimoniale Monti strizza l'occhio alla coppia Pd-Sel?
Dopo la smentita ufficiale di martedì, anche ieri autorevoli esponenti dell'esecutivo – i sottosegretari Catricalà e Polillo, i ministri Giarda e Fornero – sono tornati a negare che in questo momento il governo stia pensando ad una nuova imposta patrimoniale o ad accrescere quelle esistenti. Imposte sul patrimonio, tra l'altro, il governo le ha già introdotte: sugli immobili, sui beni di lusso e sui conti deposito e titoli. E' assodato, dunque, che al "Financial Times Italy Summit" il presidente del Consiglio non abbia voluto annunciare alcuna nuova patrimoniale. Come interpretare, allora, le sue parole? Giocando un po' tra passato (quello che avrebbe voluto fare ma non ha potuto) e futuro («siamo all'inizio del lavoro») dell'azione di governo, Monti ha spiegato che non ha introdotto una patrimoniale «generalizzata», e non ha intenzione di introdurla ora, non perché sia contrario in linea di principio, ma semplicemente perché non ha gli strumenti tecnici per "scovare" le ricchezze evitando una fuga dei capitali dall'Italia che metterebbe al tappeto la nostra economia. Lascia tuttavia intendere che se li avesse...
La materia è molto delicata.
(...)
E' dunque un irresponsabile, il premier, a parlare così alla leggera di patrimoniale? Ha voluto in qualche modo sdrammatizzare e "deideologizzare" il dibattito sul tema, osservando che imposte patrimoniali esistono in molti paesi «estremamente capitalisti». Vero, ma ciò che ci si dimentica sempre di aggiungere, e nemmeno al professore è tornata in mente, è l'altra metà della verità: in quei paesi «estremamente capitalisti» dove è considerevole la tassazione sul patrimonio, è allo stesso tempo di molto inferiore alla nostra l'imposizione sui redditi personali, sul lavoro e sull'impresa. La logica, insomma, è quella di penalizzare i capitali "immobilizzati" e le rendite come incentivo indiretto ad investirli nelle attività produttive. In Italia, invece, le patrimoniali introdotte negli ultimi due anni, prima dal governo Berlusconi-Tremonti, poi dal governo Monti, sono servite a tappare i buchi dello Stato spendaccione.
Un rapporto della Corte dei Conti attesta che nell'ultimo anno, soprattutto con l'introduzione dell'Imu, nella quota di gettito derivante da tasse patrimoniali siamo passati da una posizione leggermente al di sotto della media europea al secondo posto tra i paesi Ue, preceduti solo dalla Francia, mentre manteniamo saldamente le primissime posizioni nel prelievio su redditi da lavoro e da impresa. Dunque, abbiamo esaurito ogni margine di aumento di imposte anche sul lato patrimoniale. Se vogliamo ridurre la pressione su lavoro e impresa per stimolare la crescita non è ai patrimoni che dobbiamo puntare, perché rischieremmo la fuga dei capitali, ma alla spesa pubblica ancora elefantiaca.
Sarà stata una «discussione teorica» quella di Monti, ma non per questo priva di significati politici. Basta aver visto, su Sky, il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra per sapere che tutti – tranne Renzi – propongono una qualche forma di patrimoniale: dalla versione «dolce» di Tabacci all'«imposta personale sui patrimoni» di Bersani, passando ovviamente per Vendola. A pochi mesi dal voto, con un centrodestra frammentato e i sondaggi che danno in vantaggio l'alleanza Pd-Sel, con il vento in poppa delle primarie, non si può escludere che Monti abbia voluto mandare un messaggio distensivo al centrosinistra possibile vincitore delle elezioni. Sta forse offrendo la patrimoniale «generalizzata» che, confessa oggi, avrebbe sempre voluto introdurre, per ottenere l'appoggio di Pd e Sel ad un suo bis a Palazzo Chigi? Davvero Monti pensa che non faccia alcuna differenza quale coalizione troverà a sostenerlo? E davvero si crede intercambiabile, un premier buono per qualsiasi maggioranza?
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(...)
E' dunque un irresponsabile, il premier, a parlare così alla leggera di patrimoniale? Ha voluto in qualche modo sdrammatizzare e "deideologizzare" il dibattito sul tema, osservando che imposte patrimoniali esistono in molti paesi «estremamente capitalisti». Vero, ma ciò che ci si dimentica sempre di aggiungere, e nemmeno al professore è tornata in mente, è l'altra metà della verità: in quei paesi «estremamente capitalisti» dove è considerevole la tassazione sul patrimonio, è allo stesso tempo di molto inferiore alla nostra l'imposizione sui redditi personali, sul lavoro e sull'impresa. La logica, insomma, è quella di penalizzare i capitali "immobilizzati" e le rendite come incentivo indiretto ad investirli nelle attività produttive. In Italia, invece, le patrimoniali introdotte negli ultimi due anni, prima dal governo Berlusconi-Tremonti, poi dal governo Monti, sono servite a tappare i buchi dello Stato spendaccione.
Un rapporto della Corte dei Conti attesta che nell'ultimo anno, soprattutto con l'introduzione dell'Imu, nella quota di gettito derivante da tasse patrimoniali siamo passati da una posizione leggermente al di sotto della media europea al secondo posto tra i paesi Ue, preceduti solo dalla Francia, mentre manteniamo saldamente le primissime posizioni nel prelievio su redditi da lavoro e da impresa. Dunque, abbiamo esaurito ogni margine di aumento di imposte anche sul lato patrimoniale. Se vogliamo ridurre la pressione su lavoro e impresa per stimolare la crescita non è ai patrimoni che dobbiamo puntare, perché rischieremmo la fuga dei capitali, ma alla spesa pubblica ancora elefantiaca.
Sarà stata una «discussione teorica» quella di Monti, ma non per questo priva di significati politici. Basta aver visto, su Sky, il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra per sapere che tutti – tranne Renzi – propongono una qualche forma di patrimoniale: dalla versione «dolce» di Tabacci all'«imposta personale sui patrimoni» di Bersani, passando ovviamente per Vendola. A pochi mesi dal voto, con un centrodestra frammentato e i sondaggi che danno in vantaggio l'alleanza Pd-Sel, con il vento in poppa delle primarie, non si può escludere che Monti abbia voluto mandare un messaggio distensivo al centrosinistra possibile vincitore delle elezioni. Sta forse offrendo la patrimoniale «generalizzata» che, confessa oggi, avrebbe sempre voluto introdurre, per ottenere l'appoggio di Pd e Sel ad un suo bis a Palazzo Chigi? Davvero Monti pensa che non faccia alcuna differenza quale coalizione troverà a sostenerlo? E davvero si crede intercambiabile, un premier buono per qualsiasi maggioranza?
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Wednesday, November 07, 2012
Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti
A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.
L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Saturday, August 11, 2012
A settembre ultima chiamata per l'Italia
Anche su L'Opinione
Scampata – almeno così sembra al momento, perché con i mercati non si può mai stare tranquilli – la tempesta d'agosto, grazie soprattutto alle rassicuranti prese di posizione del presidente della Bce Mario Draghi, sarà settembre il mese delle decisioni irrevocabili. La Corte costituzionale tedesca dovrà esprimersi sul meccanismo di stabilità europeo (ESM), ma soprattutto l'Italia dovrà decidere se formalizzare una richiesta d'aiuto o se continuare a tentare di farcela da sola. Nel primo caso, almeno nelle intenzioni del governo, non si tratterebbe di chiedere un "salvataggio" vero e proprio, ma un intervento per calmierare lo spread e i tassi d'interesse sui nostri titoli di stato, così da rifiatare in attesa che le riforme introdotte producano i loro benefici.
Sia attraverso il bollettino mensile di agosto della Bce, che nella sua ultima conferenza stampa, Draghi ha raccomandato ai governi in difficoltà (Spagna e Italia) di tenersi pronti ad inoltrare le richieste d'aiuto ai fondi salva-stati. Solo una volta chiamato il soccorso, e firmato il relativo memorandum di impegni, infatti, la Bce può a sua volta attivare il proprio piano di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. Ma oltre alla perdita di sovranità fiscale, il problema è che chiedere aiuto prima ancora di aver perso l'accesso ai mercati, solo per ottenere un intervento calmierante, verrebbe interpretato dagli investitori come un segno di debolezza, rischiando quindi di scatenare il panico e determinare uno shock ulteriore sui tassi. Avendo chiesto "solo" l'attivazione del cosiddetto scudo anti-spread, ci ritroveremmo, di fatto, in pieno "salvataggio", con tutto ciò che ne consegue.
Dunque, la domanda alla quale a settembre dovremo rispondere è: possiamo ancora farcela da soli, senza aiuti? Forse sì, una via – seppure molto stretta – ancora c'è, ma occorre imboccarla di corsa e con la massima determinazione. Il governo Monti, proprio per la sua natura "tecnica" ed "emergenziale", l'avrebbe dovuta intraprendere da subito, appena insediato. E' quella di un corposo abbattimento dello stock di debito pubblico, in tempi rapidi e con modalità trasparenti. Escludendo il ricorso ad una tassa patrimoniale straordinaria – di dubbia efficacia, dall'effetto troppo depressivo sull'economia e discutibile sotto il profilo etico (i cittadini hanno già dato!) – si tratta di impegnare il patrimonio pubblico. Gli strumenti tecnici ci sono e gli esperti ne hanno già indicati alcuni.
Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio bivio politico: o si aggredisce il debito accumulato con una sostanziosa sforbiciata nel breve-medio periodo, o si continua con una politica di rientro graduale, di lungo-lunghissimo periodo, realizzando avanzi primari pluriennali. Quest'ultima è la via tentata in passato, e fallita, perché corrisponde ad una sorta di cappio, o ergastolo fiscale: richiede infatti una crescita sostenuta, continua e per un lungo periodo, che nello stato attuale non è credibile, e che in ogni caso i mercati non sembrano disposti ad aspettare; oppure continue strette fiscali, che innescano, o aggravano, una spirale recessiva, aggiungendo al problema del debito quello della caduta del Pil o dell'assenza di crescita, che non fa che aumentare la sfiducia dei mercati nella nostra capacità sia di mantenere il pareggio di bilancio sia di ripagare il debito.
Abbattere il debito tramite cessioni di patrimonio pubblico, invece, ha molteplici vantaggi: una prospettiva credibile di forte riduzione dello stock in tempi relativamente brevi (cinque anni) riduce di per sé il rischio e incoraggia i mercati ad avere fiducia; si può evitare di ricorrere a nuove emissioni di titoli, o limitarle sensibilmente, in un periodo di tassi troppo penalizzanti; si possono ottenere risparmi rilevanti nella spesa per interessi, liberando risorse per una politica fiscale pro-crescita (ridurre le tasse, non aumentare la spesa!).
Purtroppo il governo Monti ha intrapreso la via degli avanzi primari, aumentando la pressione fiscale e sperando nella ripresa. Ma ultimamente è sembrato più incline a cambiare rotta e a prendere in esame iniziative più incisive per ridurre il debito. Le proposte, da parte di centri studi, singoli economisti, appelli come fermareildeclino, ma anche da parte del Pdl (l'unico partito ad averne avanzata una), non mancano. Settembre quindi si annuncia come il mese decisivo: insieme al terzo round di spending review – il rapporto Giavazzi (dieci miliardi in meno di sussidi alle imprese da tradurre in minori imposte), il rapporto Amato (tagli ai finanziamenti a partiti e sindacati) e il piano Vieri Ceriani (sfoltimento delle agevolazioni fiscali) – il governo dovrebbe cominciare ad attuare il suo piano anti-debito.
Quello del ministro Grilli però è ancora modesto nelle dimensioni (15-20 miliardi l'anno per cinque anni) e discutibile nel metodo, il ricorso alla Cassa depositi e prestiti (al 70% di proprietà del Tesoro ) per i tre fondi in cui dovrebbero confluire gli asset da dismettere (uno per le società municipalizzate, uno per i beni demaniali assegnati agli enti locali con il federalismo e uno per i 350 immobili di pregio già individuati). L'operazione dev'essere più ambiziosa. Ecco il merito della proposta del Pdl, che punta a 400 miliardi in cinque anni: al di là delle tecnicalità, e della "verginità" politica da tempo persa dai promotori, indica la strada giusta – abbattere subito il debito – e obbliga gli altri soggetti politici, nonché il governo Monti, a posizionarsi rispetto a questa fondamentale scelta politica.
Scampata – almeno così sembra al momento, perché con i mercati non si può mai stare tranquilli – la tempesta d'agosto, grazie soprattutto alle rassicuranti prese di posizione del presidente della Bce Mario Draghi, sarà settembre il mese delle decisioni irrevocabili. La Corte costituzionale tedesca dovrà esprimersi sul meccanismo di stabilità europeo (ESM), ma soprattutto l'Italia dovrà decidere se formalizzare una richiesta d'aiuto o se continuare a tentare di farcela da sola. Nel primo caso, almeno nelle intenzioni del governo, non si tratterebbe di chiedere un "salvataggio" vero e proprio, ma un intervento per calmierare lo spread e i tassi d'interesse sui nostri titoli di stato, così da rifiatare in attesa che le riforme introdotte producano i loro benefici.
Sia attraverso il bollettino mensile di agosto della Bce, che nella sua ultima conferenza stampa, Draghi ha raccomandato ai governi in difficoltà (Spagna e Italia) di tenersi pronti ad inoltrare le richieste d'aiuto ai fondi salva-stati. Solo una volta chiamato il soccorso, e firmato il relativo memorandum di impegni, infatti, la Bce può a sua volta attivare il proprio piano di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. Ma oltre alla perdita di sovranità fiscale, il problema è che chiedere aiuto prima ancora di aver perso l'accesso ai mercati, solo per ottenere un intervento calmierante, verrebbe interpretato dagli investitori come un segno di debolezza, rischiando quindi di scatenare il panico e determinare uno shock ulteriore sui tassi. Avendo chiesto "solo" l'attivazione del cosiddetto scudo anti-spread, ci ritroveremmo, di fatto, in pieno "salvataggio", con tutto ciò che ne consegue.
Dunque, la domanda alla quale a settembre dovremo rispondere è: possiamo ancora farcela da soli, senza aiuti? Forse sì, una via – seppure molto stretta – ancora c'è, ma occorre imboccarla di corsa e con la massima determinazione. Il governo Monti, proprio per la sua natura "tecnica" ed "emergenziale", l'avrebbe dovuta intraprendere da subito, appena insediato. E' quella di un corposo abbattimento dello stock di debito pubblico, in tempi rapidi e con modalità trasparenti. Escludendo il ricorso ad una tassa patrimoniale straordinaria – di dubbia efficacia, dall'effetto troppo depressivo sull'economia e discutibile sotto il profilo etico (i cittadini hanno già dato!) – si tratta di impegnare il patrimonio pubblico. Gli strumenti tecnici ci sono e gli esperti ne hanno già indicati alcuni.
Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio bivio politico: o si aggredisce il debito accumulato con una sostanziosa sforbiciata nel breve-medio periodo, o si continua con una politica di rientro graduale, di lungo-lunghissimo periodo, realizzando avanzi primari pluriennali. Quest'ultima è la via tentata in passato, e fallita, perché corrisponde ad una sorta di cappio, o ergastolo fiscale: richiede infatti una crescita sostenuta, continua e per un lungo periodo, che nello stato attuale non è credibile, e che in ogni caso i mercati non sembrano disposti ad aspettare; oppure continue strette fiscali, che innescano, o aggravano, una spirale recessiva, aggiungendo al problema del debito quello della caduta del Pil o dell'assenza di crescita, che non fa che aumentare la sfiducia dei mercati nella nostra capacità sia di mantenere il pareggio di bilancio sia di ripagare il debito.
Abbattere il debito tramite cessioni di patrimonio pubblico, invece, ha molteplici vantaggi: una prospettiva credibile di forte riduzione dello stock in tempi relativamente brevi (cinque anni) riduce di per sé il rischio e incoraggia i mercati ad avere fiducia; si può evitare di ricorrere a nuove emissioni di titoli, o limitarle sensibilmente, in un periodo di tassi troppo penalizzanti; si possono ottenere risparmi rilevanti nella spesa per interessi, liberando risorse per una politica fiscale pro-crescita (ridurre le tasse, non aumentare la spesa!).
Purtroppo il governo Monti ha intrapreso la via degli avanzi primari, aumentando la pressione fiscale e sperando nella ripresa. Ma ultimamente è sembrato più incline a cambiare rotta e a prendere in esame iniziative più incisive per ridurre il debito. Le proposte, da parte di centri studi, singoli economisti, appelli come fermareildeclino, ma anche da parte del Pdl (l'unico partito ad averne avanzata una), non mancano. Settembre quindi si annuncia come il mese decisivo: insieme al terzo round di spending review – il rapporto Giavazzi (dieci miliardi in meno di sussidi alle imprese da tradurre in minori imposte), il rapporto Amato (tagli ai finanziamenti a partiti e sindacati) e il piano Vieri Ceriani (sfoltimento delle agevolazioni fiscali) – il governo dovrebbe cominciare ad attuare il suo piano anti-debito.
Quello del ministro Grilli però è ancora modesto nelle dimensioni (15-20 miliardi l'anno per cinque anni) e discutibile nel metodo, il ricorso alla Cassa depositi e prestiti (al 70% di proprietà del Tesoro ) per i tre fondi in cui dovrebbero confluire gli asset da dismettere (uno per le società municipalizzate, uno per i beni demaniali assegnati agli enti locali con il federalismo e uno per i 350 immobili di pregio già individuati). L'operazione dev'essere più ambiziosa. Ecco il merito della proposta del Pdl, che punta a 400 miliardi in cinque anni: al di là delle tecnicalità, e della "verginità" politica da tempo persa dai promotori, indica la strada giusta – abbattere subito il debito – e obbliga gli altri soggetti politici, nonché il governo Monti, a posizionarsi rispetto a questa fondamentale scelta politica.
Thursday, August 09, 2012
Partiti alle grandi manovre: il Pd rinnega l'agenda Monti, il Pdl vuole integrarla
Mentre il governo si prepara per gli esami di riparazione a settembre, studiando nuovi "compiti a casa" che avrebbe dovuto per lo meno iniziare a svolgere nove mesi fa, i partiti scaldano i motori per la competizione elettorale del 2013 e le loro strade, confluite temporaneamente nel sostegno a Monti, iniziano a divergere con sempre maggiore evidenza. Con la carta d'intenti di alcuni giorni fa, e con le interviste di ieri di Bersani e Fassina, il Pd si allontana sempre di più dalla cosiddetta "agenda Monti", mentre con la proposta per l'abbattimento del debito il Pdl si mostra più intento ad integrarla, forse nel tentativo di "agganciarsi" al professore per riguadagnare la credibilità perduta negli anni di governo. Il sogno di Casini, invece, è dar vita ad una sorta di "lista Monti" e di sostituirsi definitivamente al Pdl nel ruolo di rappresentante dei "moderati".
Al Sole 24 Ore il segretario del Pd ha giurato «lealtà al governo Monti», «lealtà verso il grande obiettivo europeo» e responsabilità sui conti pubblici. Quanto all'"agenda Monti", cioè a quell'insieme di riforme strutturali in parte avviate in parte da avviare, il discorso è ben diverso. Per Bersani la continuità con Monti sta nel fine – l'Europa e l'euro – non nei mezzi, nelle politiche per raggiungerlo. I patti e gli impegni assunti vanno certamente rispettati, «finché non si cambiano e migliorano». Un modo per dire che il Pd si impegnerebbe innanzitutto per ricontrattare i patti esistenti come il fiscal compact.
Mentre il governo Monti sembra deciso ad imboccare, alla ripresa di settembre, la strada dell'abbattimento del debito e di ulteriori tagli alla spesa pubblica, per il Pd si è già tagliato abbastanza e la priorità è la crescita, da rilanciare attraverso due vie: investimenti pubblici, a livello comunitario e nazionale, cioè ulteriore spesa che ammorbidendo i vincoli europei di bilancio non andrebbe conteggiata nel rapporto deficit/Pil; e redistribuzione, una tassa patrimoniale il cui gettito verrebbe "redistribuito", in termini di minori imposte, a imprese e lavoratori. Voglia di retromarcia, invece, almeno parziale, in due dei capitoli già affrontati dal governo Monti: pensioni e lavoro. Il grande pallino di Bersani, poi, è la «politica industriale».
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Al Sole 24 Ore il segretario del Pd ha giurato «lealtà al governo Monti», «lealtà verso il grande obiettivo europeo» e responsabilità sui conti pubblici. Quanto all'"agenda Monti", cioè a quell'insieme di riforme strutturali in parte avviate in parte da avviare, il discorso è ben diverso. Per Bersani la continuità con Monti sta nel fine – l'Europa e l'euro – non nei mezzi, nelle politiche per raggiungerlo. I patti e gli impegni assunti vanno certamente rispettati, «finché non si cambiano e migliorano». Un modo per dire che il Pd si impegnerebbe innanzitutto per ricontrattare i patti esistenti come il fiscal compact.
Mentre il governo Monti sembra deciso ad imboccare, alla ripresa di settembre, la strada dell'abbattimento del debito e di ulteriori tagli alla spesa pubblica, per il Pd si è già tagliato abbastanza e la priorità è la crescita, da rilanciare attraverso due vie: investimenti pubblici, a livello comunitario e nazionale, cioè ulteriore spesa che ammorbidendo i vincoli europei di bilancio non andrebbe conteggiata nel rapporto deficit/Pil; e redistribuzione, una tassa patrimoniale il cui gettito verrebbe "redistribuito", in termini di minori imposte, a imprese e lavoratori. Voglia di retromarcia, invece, almeno parziale, in due dei capitoli già affrontati dal governo Monti: pensioni e lavoro. Il grande pallino di Bersani, poi, è la «politica industriale».
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Thursday, August 02, 2012
La carta degli stenti e il ritorno del Pds
A leggere con attenzione la "Carta d'intenti" del Pd, presentata martedì scorso da Pierluigi Bersani, viene da augurarsi che non si trasformi in una realtà di "stenti" per gli italiani. Di concreto s'intravede solo la patrimoniale («non si esce dalla crisi se chi ha di più non è chiamato a dare di più»), quindi più tasse, sullo sfondo della solita paccottiglia ideologica di paroloni "de sinistra" (uguaglianza, diritti, cittadinanza, partecipazione, pace, cooperazione, accoglienza).
Bisogna riconoscere però che il segretario del Pd si sta muovendo bene sul piano delle alleanze, preparando il suo partito a giocare in una posizione di perno centrale in una coalizione di sinistra-centro. Al netto dei balletti – Vendola scarica Di Pietro, ma anche no; apre all'Udc, ma anche no – la foto di Vasto si conferma l'alleanza elettorale a cui punta il Pd. Bersani ha incassato l'ok di Vendola alla sua carta d’intenti, quello a Di Pietro sembra un ultimo avvertimento (cambi i suoi toni o è fuori) e il veto di Nichi a guardare al centro sembra caduto. No alle politiche liberiste, difesa dell’articolo 18 e riconoscimento delle coppie gay le condizioni poste per un’intesa con Casini. Vendola auspica un "Polo della speranza". Speranza per chi non è chiaro, se per gli italiani, o se la loro di andare a Palazzo Chigi, ma di certo come acronimo è indicativo: Pds.
In particolare alcuni capitoli del "manifesto" sono emblematici dell'arretratezza ideologica a cui la linea Bersani condanna il Pd. La stessa lettura della crisi, colpa di un populismo «alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole», rende bene l'idea di quale sia il distacco dalla realtà degli autori. Si enunciano generici "intenti", come il lavoro «parametro di tutte le politiche», la «dignità del lavoratore da rimettere al centro», il «tasso di occupazione femminile e giovanile il misuratore primo dell’efficacia di tutte le nostre strategie». Per poi passare al concreto: si propone di «alleggerire» il peso fiscale sul lavoro e sull'impresa. Giustissimo, ma le risorse necessarie non si ottengono tagliando la spesa pubblica, riducendo il perimetro dello stato e delle sue articolazioni territoriali, il Pd vuole attingerle «alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari». Viene teorizzato un nuovo conflitto sociale: tra produttori e rendita finanziaria. Si troverebbero tutti dalla stessa parte, tra i produttori, «il lavoratore precario e l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore e l'impiegato pubblico, il giovane professionista e l'insegnante». Ma di tutta evidenza difficilmente queste categorie di lavoratori potrebbero sentirsi tutelate da una stessa, univoca politica economica. Contrastare la precarietà è uno degli obiettivi, da centrare «rovesciando le scelte della destra nell'ultimo decennio». In concreto, quindi, maggiore rigidità del mercato del lavoro, senza superare il dualismo tra outsider e iperprotetti, secondo lo schema Ichino.
Il problema delle diseguaglianze, che pure esistono nella nostra società, va risolto secondo il Pd nell’ottica di una mera «redistribuzione» della ricchezza. Si conferma, dunque, in antitesi con quella che è ormai la visione delle sinistre europee più moderne e liberali, un concetto di uguaglianza sorpassato, ma duro a morire nella sinistra italiana, secondo cui la vera uguaglianza è quella delle posizioni di arrivo, non di partenza: risuona forte la condanna, morale e politica, per «ricchezze e proprietà smodate che si sottraggono a qualunque vincolo di solidarietà». Così come si coltiva ancora l'illusione che si possa «redistribuire» ancor prima di aver creato ricchezza: «La giustizia sociale non è pensabile come derivata della crescita economica, ma ne fonda il presupposto».
Si scrive «sviluppo sostenibile» ma si legge dirigismo... la proposta è «una politica industriale "integralmente ecologica"». Poco più avanti ecco spiegato cosa si intende per «politica industriale»: è il governo che individua «grandi aree d'investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese». Resta da capire come sia conciliabile, dal punto di vista logico prima che politico, ritenere che l’economia abbia bisogno di essere "orientata" e allo stesso tempo che occorre puntare su qualità spiccatamente italiane come «il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività», che hanno invece bisogno del massimo della libertà per esprimersi.
Il capitolo sui cosiddetti «beni comuni» non lascia dubbi: nel Pd il mercato viene ancora vissuto come un intruso molesto. Sanità, istruzione, sicurezza e ambiente sono «beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti». In questi ambiti, pare di capire, non c'è spazio per operatori privati. Maggiore tolleranza per l’iniziativa imprenditoriale in altri settori, ma sempre sotto il rigido e occhiuto controllo statale: «L’energia, l’acqua, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo». E non manca, ovviamente, il richiamo ai «referendum della primavera del 2011» (nucleare e acqua). Per il resto, si parla genericamente di «agganciare la crescita in un quadro di equità», si proclama che «il nostro posto è in Europa». Ma nessun impegno sull'"agenda Monti", che viene brevemente citato per aver avuto «l'autorevolezza di riportarci in Europa».
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Bisogna riconoscere però che il segretario del Pd si sta muovendo bene sul piano delle alleanze, preparando il suo partito a giocare in una posizione di perno centrale in una coalizione di sinistra-centro. Al netto dei balletti – Vendola scarica Di Pietro, ma anche no; apre all'Udc, ma anche no – la foto di Vasto si conferma l'alleanza elettorale a cui punta il Pd. Bersani ha incassato l'ok di Vendola alla sua carta d’intenti, quello a Di Pietro sembra un ultimo avvertimento (cambi i suoi toni o è fuori) e il veto di Nichi a guardare al centro sembra caduto. No alle politiche liberiste, difesa dell’articolo 18 e riconoscimento delle coppie gay le condizioni poste per un’intesa con Casini. Vendola auspica un "Polo della speranza". Speranza per chi non è chiaro, se per gli italiani, o se la loro di andare a Palazzo Chigi, ma di certo come acronimo è indicativo: Pds.
In particolare alcuni capitoli del "manifesto" sono emblematici dell'arretratezza ideologica a cui la linea Bersani condanna il Pd. La stessa lettura della crisi, colpa di un populismo «alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole», rende bene l'idea di quale sia il distacco dalla realtà degli autori. Si enunciano generici "intenti", come il lavoro «parametro di tutte le politiche», la «dignità del lavoratore da rimettere al centro», il «tasso di occupazione femminile e giovanile il misuratore primo dell’efficacia di tutte le nostre strategie». Per poi passare al concreto: si propone di «alleggerire» il peso fiscale sul lavoro e sull'impresa. Giustissimo, ma le risorse necessarie non si ottengono tagliando la spesa pubblica, riducendo il perimetro dello stato e delle sue articolazioni territoriali, il Pd vuole attingerle «alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari». Viene teorizzato un nuovo conflitto sociale: tra produttori e rendita finanziaria. Si troverebbero tutti dalla stessa parte, tra i produttori, «il lavoratore precario e l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore e l'impiegato pubblico, il giovane professionista e l'insegnante». Ma di tutta evidenza difficilmente queste categorie di lavoratori potrebbero sentirsi tutelate da una stessa, univoca politica economica. Contrastare la precarietà è uno degli obiettivi, da centrare «rovesciando le scelte della destra nell'ultimo decennio». In concreto, quindi, maggiore rigidità del mercato del lavoro, senza superare il dualismo tra outsider e iperprotetti, secondo lo schema Ichino.
Il problema delle diseguaglianze, che pure esistono nella nostra società, va risolto secondo il Pd nell’ottica di una mera «redistribuzione» della ricchezza. Si conferma, dunque, in antitesi con quella che è ormai la visione delle sinistre europee più moderne e liberali, un concetto di uguaglianza sorpassato, ma duro a morire nella sinistra italiana, secondo cui la vera uguaglianza è quella delle posizioni di arrivo, non di partenza: risuona forte la condanna, morale e politica, per «ricchezze e proprietà smodate che si sottraggono a qualunque vincolo di solidarietà». Così come si coltiva ancora l'illusione che si possa «redistribuire» ancor prima di aver creato ricchezza: «La giustizia sociale non è pensabile come derivata della crescita economica, ma ne fonda il presupposto».
Si scrive «sviluppo sostenibile» ma si legge dirigismo... la proposta è «una politica industriale "integralmente ecologica"». Poco più avanti ecco spiegato cosa si intende per «politica industriale»: è il governo che individua «grandi aree d'investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese». Resta da capire come sia conciliabile, dal punto di vista logico prima che politico, ritenere che l’economia abbia bisogno di essere "orientata" e allo stesso tempo che occorre puntare su qualità spiccatamente italiane come «il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività», che hanno invece bisogno del massimo della libertà per esprimersi.
Il capitolo sui cosiddetti «beni comuni» non lascia dubbi: nel Pd il mercato viene ancora vissuto come un intruso molesto. Sanità, istruzione, sicurezza e ambiente sono «beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti». In questi ambiti, pare di capire, non c'è spazio per operatori privati. Maggiore tolleranza per l’iniziativa imprenditoriale in altri settori, ma sempre sotto il rigido e occhiuto controllo statale: «L’energia, l’acqua, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo». E non manca, ovviamente, il richiamo ai «referendum della primavera del 2011» (nucleare e acqua). Per il resto, si parla genericamente di «agganciare la crescita in un quadro di equità», si proclama che «il nostro posto è in Europa». Ma nessun impegno sull'"agenda Monti", che viene brevemente citato per aver avuto «l'autorevolezza di riportarci in Europa».
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Thursday, April 19, 2012
Sull'ottimismo di Monti incombe un armageddon immobiliare
Nel presentare il documento economico e finanziario ieri il premier Mario Monti si compiaceva di aver dato la «prima applicazione» al principio del fiscal compact da parte di un Paese membro dell'Ue. Nonostante la crisi, il governo prevede che l'Italia centrerà già nel 2013 il pareggio di bilancio, sia pure nella versione "politica" accordata in sede Ue. Peccato che le stime su cui si basa tale previsione siano ormai le più ottimistiche in circolazione. Se si discostano solo lievemente da quelle di Bruxelles e della Banca d'Italia, appaiono davvero eccessivamente ottimistiche rispetto alle stime del Fmi.
Nel frattempo, Piazza affari viveva un'altra giornata nera (-2,42%), con lo spread stabile a 385, ma soprattutto giungeva da uno degli istituti di ricerca più autorevoli, il Censis, un inquietante allarme: il possibile crollo del valore degli immobili principalmente a causa dell'Imu.
Se c'era una calamità che l'Italia fino ad oggi era riuscita a schivare era l'esplosione della bolla immobiliare. Ebbene, con l'Imu il governo Monti - i più avvertiti lo avevano segnalato già a dicembre - si è assunto il rischio di sfruculiarla. Si materializzerebbe il peggior incubo se una crisi immobiliare dovesse innestarsi in quella finanziaria ed economica già in atto. Il primo a lanciare l'allarme è stato, ieri, il direttore del Censis, Giuseppe Roma, secondo cui nel 2012 il valore delle case potrebbe crollare del 20%, con punte oltre il 50%.
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Nel frattempo, Piazza affari viveva un'altra giornata nera (-2,42%), con lo spread stabile a 385, ma soprattutto giungeva da uno degli istituti di ricerca più autorevoli, il Censis, un inquietante allarme: il possibile crollo del valore degli immobili principalmente a causa dell'Imu.
Se c'era una calamità che l'Italia fino ad oggi era riuscita a schivare era l'esplosione della bolla immobiliare. Ebbene, con l'Imu il governo Monti - i più avvertiti lo avevano segnalato già a dicembre - si è assunto il rischio di sfruculiarla. Si materializzerebbe il peggior incubo se una crisi immobiliare dovesse innestarsi in quella finanziaria ed economica già in atto. Il primo a lanciare l'allarme è stato, ieri, il direttore del Censis, Giuseppe Roma, secondo cui nel 2012 il valore delle case potrebbe crollare del 20%, con punte oltre il 50%.
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Tuesday, April 17, 2012
Delega fiscale, l'ennesimo bluff
Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello (scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio). Ma svanita la luna di miele con la stampa e gli investitori, in molti ormai concordano sul peccato capitale del governo Monti: poco o nulla per la crescita, solo tasse. Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'“Ace” furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm ha varato ieri sera e di cui mentre scriviamo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.
L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.
Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.
Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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Thursday, March 01, 2012
Monti apparecchia per l'abbuffata di domani
Il prelievo fiscale si sposterà gradualmente dalle imposte dirette a quelle indirette e sui redditi finanziari, cioè dalle persone e dalle attività produttive alle cose. I proventi della lotta all'evasione fiscale verranno restituiti ai contribuenti onesti secondo il motto "pagare tutti per pagare meno". Quante volte abbiamo già sentito queste promesse? No, non siamo nel '94. Siamo nel 2012. Non c'è Berlusconi, c'è il professor Mario Monti, il governo è "tecnico" ma le promesse continuano ad essere molto "politiche".
Si parla di spostamento, di «riequilibrio» del sistema fiscale, il che a fronte di un aumento delle imposte sul possesso e sui consumi, dovrebbe significare meno tasse sul lavoro e sull'impresa. E invece, fino ad oggi, non abbiamo visto le tasse spostarsi da una forma all'altra di imposizione, ma aggiungersi le une alle altre, accrescendo la pressione fiscale. Ed è un processo che continua ininterrottamente, con alcuni improvvisi balzi, da oltre trent'anni. E' aumentata di un punto percentuale l'Iva, fino al 21%, e rischia di salire fino al 23% a fine settembre; sono aumentate le accise sui carburanti, tanto da far schizzare il prezzo della benzina verde sui 2 euro; è stata reintrodotta l'Imu sulla prima casa; e l'ultima sorpresa, in ordine di tempo, è arrivata tra le pieghe del decreto furbescamente chiamato di "semplificazione fiscale", dove il governo ha inserito una norma per includere anche i conti deposito nella mini-patrimoniale introdotta con il decreto "Salva-Italia" di dicembre. In pochi se ne sono accorti, l'attento Oscar Giannino tra questi: dal bollo fisso sul conto titoli oltre i 5 mila euro si passa ad un'aliquota dell'1 per mille nel 2012 e dell'1,5 per mille dal 2013, ma non più solo sui prodotti finanziari, anche sui conti deposito bancari e postali, vincolati e non. Quelli più pubblicizzati, con rendimenti vicini al 4%, tipo Conto arancio e Chebanca per intenderci. Quindi la mini-patrimoniale introdotta dal decreto "Salva-Italia", che inizialmente coinvolgeva solo i prodotti finanziari, ora colpisce anche i depositi, la forma di risparmio in questo momento più diffusa tra gli italiani. Nel primo caso, l'imposta sarà calcolata sul valore nominale dei titoli posseduti, nel caso dei depositi sull'ammontare della giacenza (sempre oltre i 5 mila euro).
I 12 miliardi ricavati dalla lotta all'evasione nel 2011 sono già spariti, usati per rattoppare i buchi di bilancio, e il governo con un sussulto di serietà ha evitato di istituire, come invece aveva annunciato, quel fondo che doveva servire alla restituzione ai contribuenti dei proventi 2012-2013, anch'essi probabilmente destinati a coprire nuovi buchi nella finanza pubblica, visto che in questi primi mesi il fabbisogno di spesa delle pubbliche amministrazioni sembra già cresciuto di una ventina di miliardi oltre il previsto.
Nell'atto d'indirizzo in materia fiscale 2012-2014 si parla dunque di «riequilibrio», ma mentre le imposte sul possesso e sui consumi sono già aumentate, nemmeno si accenna ad una prossima riduzione delle tasse sui redditi, né tanto meno ad una riduzione complessiva della pressione fiscale e della spesa pubblica. Quella di Monti si conferma sempre più una gestione della finanza pubblica in totale continuità con i precedenti governi, tecnici o politici. L'onere dell'ambizioso rientro dal debito stabilito nel fiscal compact pesa interamente sui cittadini e sulle loro oneste attività. Non troveremo alcun costituzionalista disposto a seguirci su questa strada, ma è più che fondato il sospetto di incostituzionalità dei livelli di tassazione ormai raggiunti, in una Repubblica che «incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme», «favorisce l'accesso alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese» (art. 47 Cost.), e che si dice persino «fondata sul lavoro» (art. 1 Cost.).
Invece di abbattere lo stock di debito con un serio piano di dismissioni del proprio patrimonio e di tagliare la spesa corrente nell'ordine di 5-6 punti di Pil, lo Stato si accontenta di limare le escrenze più insopportabili agli occhi dell'opinione pubblica mentre continua a succhiare risorse dal Paese, ovunque intraveda qualcosa da spremere: nuove tasse; 70 miliardi di debiti non onorati; e nonostante gli ipocriti auspici della classe politica e dei tecnici sul credito alle imprese e alle famiglie, anche i prestiti a tasso agevolato all'1% che la Bce ha concesso alle banche vengono fatti affluire a sostegno dell'emissione di debito pubblico – per far calare lo spread – anziché degli impieghi produttivi. Lo sforzo di risanamento grava così interamente sulle spalle dei cittadini, ma non da oggi.
Da quando è stata introdotta la riforma tributaria alla metà degli anni '70, la pressione fiscale complessiva in Italia è aumentata più che in qualsiasi altro Paese europeo e dell'area Ocse, e più che in qualsiasi altro periodo della storia unitaria. Dal 1975 ad oggi, è cresciuta in misura più che quadrupla rispetto alla media dei Paesi industrializzati (18 punti di Pil rispetto a poco più di 4 punti); più del doppio che in Francia e sei volte più che in Germania. Anche tra i Paesi Ue l'Italia ha fatto registrare il maggior aumento e il più alto livello di pressione fiscale complessiva. Nell'ultimo quindicennio, e in particolare dall'avvio dell'unione monetaria, siamo l'unico tra i maggiori Paesi dell'area euro in cui la pressione fiscale è aumentata (1,4 punti di Pil).
Ma l'aumento costante e più che trentennale della pressione fiscale, con balzi significativi durante le crisi finanziarie dei primi anni '90 e di oggi, non è servito, se non per brevi parentesi, a realizzare avanzi primari e a ridurre significativamente il debito pubblico. Anzi, negli stessi trent'anni in cui la pressione fiscale è salita di 18 punti di Pil, il debito pubblico è cresciuto da circa il 50% del Pil fino a percentuali stabilmente oltre il 100%, con punte del 120%. L'esperienza insegna che questa politica non funziona, che le tasse che ci si chiede di pagare in misura sempre maggiore non vengono usate per ripianare il nostro debito, ma sprecate in nuove spese; servono a nutrire sempre di più la "bestia" statale, ad ingrossare il banchetto della politica e dei suoi "clientes". Il rischio, purtroppo, è che Monti stia solo apparecchiando la tavola per la prossima abbuffata, quella della classe tecno-politica dei prossimi anni, come Amato e Ciampi la apparecchiarono agli inizi degli anni '90 per i governi che si sono succeduti nell'ultimo ventennio. Non è che Monti punti a durare, è che punta a far passare la tempesta salvando il modello statale esistente con il minimo possibile di cambiamenti, confidando nella propria autorevolezza personale e nell'altro Mario alla guida della Bce.
Si parla di spostamento, di «riequilibrio» del sistema fiscale, il che a fronte di un aumento delle imposte sul possesso e sui consumi, dovrebbe significare meno tasse sul lavoro e sull'impresa. E invece, fino ad oggi, non abbiamo visto le tasse spostarsi da una forma all'altra di imposizione, ma aggiungersi le une alle altre, accrescendo la pressione fiscale. Ed è un processo che continua ininterrottamente, con alcuni improvvisi balzi, da oltre trent'anni. E' aumentata di un punto percentuale l'Iva, fino al 21%, e rischia di salire fino al 23% a fine settembre; sono aumentate le accise sui carburanti, tanto da far schizzare il prezzo della benzina verde sui 2 euro; è stata reintrodotta l'Imu sulla prima casa; e l'ultima sorpresa, in ordine di tempo, è arrivata tra le pieghe del decreto furbescamente chiamato di "semplificazione fiscale", dove il governo ha inserito una norma per includere anche i conti deposito nella mini-patrimoniale introdotta con il decreto "Salva-Italia" di dicembre. In pochi se ne sono accorti, l'attento Oscar Giannino tra questi: dal bollo fisso sul conto titoli oltre i 5 mila euro si passa ad un'aliquota dell'1 per mille nel 2012 e dell'1,5 per mille dal 2013, ma non più solo sui prodotti finanziari, anche sui conti deposito bancari e postali, vincolati e non. Quelli più pubblicizzati, con rendimenti vicini al 4%, tipo Conto arancio e Chebanca per intenderci. Quindi la mini-patrimoniale introdotta dal decreto "Salva-Italia", che inizialmente coinvolgeva solo i prodotti finanziari, ora colpisce anche i depositi, la forma di risparmio in questo momento più diffusa tra gli italiani. Nel primo caso, l'imposta sarà calcolata sul valore nominale dei titoli posseduti, nel caso dei depositi sull'ammontare della giacenza (sempre oltre i 5 mila euro).
I 12 miliardi ricavati dalla lotta all'evasione nel 2011 sono già spariti, usati per rattoppare i buchi di bilancio, e il governo con un sussulto di serietà ha evitato di istituire, come invece aveva annunciato, quel fondo che doveva servire alla restituzione ai contribuenti dei proventi 2012-2013, anch'essi probabilmente destinati a coprire nuovi buchi nella finanza pubblica, visto che in questi primi mesi il fabbisogno di spesa delle pubbliche amministrazioni sembra già cresciuto di una ventina di miliardi oltre il previsto.
Nell'atto d'indirizzo in materia fiscale 2012-2014 si parla dunque di «riequilibrio», ma mentre le imposte sul possesso e sui consumi sono già aumentate, nemmeno si accenna ad una prossima riduzione delle tasse sui redditi, né tanto meno ad una riduzione complessiva della pressione fiscale e della spesa pubblica. Quella di Monti si conferma sempre più una gestione della finanza pubblica in totale continuità con i precedenti governi, tecnici o politici. L'onere dell'ambizioso rientro dal debito stabilito nel fiscal compact pesa interamente sui cittadini e sulle loro oneste attività. Non troveremo alcun costituzionalista disposto a seguirci su questa strada, ma è più che fondato il sospetto di incostituzionalità dei livelli di tassazione ormai raggiunti, in una Repubblica che «incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme», «favorisce l'accesso alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese» (art. 47 Cost.), e che si dice persino «fondata sul lavoro» (art. 1 Cost.).
Invece di abbattere lo stock di debito con un serio piano di dismissioni del proprio patrimonio e di tagliare la spesa corrente nell'ordine di 5-6 punti di Pil, lo Stato si accontenta di limare le escrenze più insopportabili agli occhi dell'opinione pubblica mentre continua a succhiare risorse dal Paese, ovunque intraveda qualcosa da spremere: nuove tasse; 70 miliardi di debiti non onorati; e nonostante gli ipocriti auspici della classe politica e dei tecnici sul credito alle imprese e alle famiglie, anche i prestiti a tasso agevolato all'1% che la Bce ha concesso alle banche vengono fatti affluire a sostegno dell'emissione di debito pubblico – per far calare lo spread – anziché degli impieghi produttivi. Lo sforzo di risanamento grava così interamente sulle spalle dei cittadini, ma non da oggi.
Da quando è stata introdotta la riforma tributaria alla metà degli anni '70, la pressione fiscale complessiva in Italia è aumentata più che in qualsiasi altro Paese europeo e dell'area Ocse, e più che in qualsiasi altro periodo della storia unitaria. Dal 1975 ad oggi, è cresciuta in misura più che quadrupla rispetto alla media dei Paesi industrializzati (18 punti di Pil rispetto a poco più di 4 punti); più del doppio che in Francia e sei volte più che in Germania. Anche tra i Paesi Ue l'Italia ha fatto registrare il maggior aumento e il più alto livello di pressione fiscale complessiva. Nell'ultimo quindicennio, e in particolare dall'avvio dell'unione monetaria, siamo l'unico tra i maggiori Paesi dell'area euro in cui la pressione fiscale è aumentata (1,4 punti di Pil).
Ma l'aumento costante e più che trentennale della pressione fiscale, con balzi significativi durante le crisi finanziarie dei primi anni '90 e di oggi, non è servito, se non per brevi parentesi, a realizzare avanzi primari e a ridurre significativamente il debito pubblico. Anzi, negli stessi trent'anni in cui la pressione fiscale è salita di 18 punti di Pil, il debito pubblico è cresciuto da circa il 50% del Pil fino a percentuali stabilmente oltre il 100%, con punte del 120%. L'esperienza insegna che questa politica non funziona, che le tasse che ci si chiede di pagare in misura sempre maggiore non vengono usate per ripianare il nostro debito, ma sprecate in nuove spese; servono a nutrire sempre di più la "bestia" statale, ad ingrossare il banchetto della politica e dei suoi "clientes". Il rischio, purtroppo, è che Monti stia solo apparecchiando la tavola per la prossima abbuffata, quella della classe tecno-politica dei prossimi anni, come Amato e Ciampi la apparecchiarono agli inizi degli anni '90 per i governi che si sono succeduti nell'ultimo ventennio. Non è che Monti punti a durare, è che punta a far passare la tempesta salvando il modello statale esistente con il minimo possibile di cambiamenti, confidando nella propria autorevolezza personale e nell'altro Mario alla guida della Bce.
Wednesday, December 28, 2011
Una patrimoniale puntata alla tempia
Anche su Notapolitica
A dar credito alle anticipazioni filtrate da fonti governative l'annunciata riforma del catasto sarà «a saldo zero», nel senso che non aumenterà la pressione fiscale complessiva sulla casa. Servirà ad aggiornare le rendite adeguandole ai valori di mercato; ad eliminare imbarazzanti sperequazioni negli estimi tra centro e periferie nelle grandi città; ma gli adeguamenti saranno accompagnati dall'abrogazione dei «moltiplicatori» e dalla riduzione delle aliquote. A parità di gettito però, non potrà che mutare, ovviamente, la posizione fiscale del singolo proprietario. In breve: qualcuno pagherà di più e qualcuno meno.
Ma ammesso e non concesso che il suo impatto immediato sia davvero «a saldo zero» - e c'è da dubitarne fortemente, anche per le difficoltà tecniche - la vera operazione per la quale, neanche troppo surrettiziamente, il governo getta le basi con il nuovo catasto è quella di una patrimoniale ordinaria. E' come se caricasse una pistola e la puntasse alla tempia degli italiani, promettendo di non premere il grilletto. Per ora. E' scritto nero su bianco nel documento elaborato dal ministero dell'Economia circolato in questi giorni, infatti, che uno degli obiettivi della riforma, il primo anzi, è «la costituzione di un sistema catastale che contempli assieme alla rendita (ovvero il reddito medio ordinariamente ritraibile al netto delle spese di manutenzione e gestione del bene), il valore patrimoniale del bene, al fine di assicurare una base imponibile adeguata da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione».
Ciò significa che ci troviamo di fronte ad una rivoluzione copernicana della filosofia stessa del catasto. Fino ad oggi il suo scopo era quello di rappresentare la redditività di un immobile, calcolata sulla base del canone medio, al netto delle spese, al quale lo si potrebbe affittare. Il nuovo catasto dovrebbe affiancare al valore reddituale quello patrimoniale, cioè il prezzo di mercato dell'immobile, «da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione». E' proprio questo il senso del passaggio dai vani al metro quadrato. L'aumento dell'imposta dovuto alla rivalutazione della rendita catastale può essere compensato riducendo «moltiplicatore» o aliquote, ma adeguare le rendite ai valori di oggi non implica necessariamente il passaggio dal concetto di redditività a quello di valore patrimoniale.
Dunque, mentre i giornali si sbizzarriscono in tabelle e simulazioni su chi pagherà di più e chi meno, il bersaglio grosso della riforma non è il mero aggiornamento delle rendite, ma comporre un quadro attendibile del valore degli immobili come primo tassello di qualsiasi imposta patrimoniale. Ricordate come lo stesso Monti ha giustificato in queste settimane la mancata introduzione di una patrimoniale ordinaria, come richiesto dai partiti di sinistra e persino da Confindustria? Non può essere introdotta senza prima possedere le necessarie informazioni sul valore reale dei patrimoni degli italiani. E di quei patrimoni la casa è il "mattone" fondamentale. La riforma del catasto offre una straordinaria occasione per acquisire quelle informazioni propedeutiche. Non sarebbe un'eresia, tutt'altro, pensare di tassare la ricchezza accumulata e immobilizzata piuttosto che quella investita in attività produttive, ma si deve trattare, appunto, di spostare il carico fiscale dall'una all'altra e non semplicemente di aggiungerlo. Ma qui di un taglio drastico alle aliquote sui redditi e sulle imprese non si vede nemmeno l'ombra.
Se i nostri sospetti si dimostrassero fondati, bisognerebbe concludere che il governo Monti si sta impegnando a fondo per far esplodere anche in Italia la bolla immobiliare. Prendiamo come esempio un patrimonio immobiliare di 1 milione di euro. Un'aliquota patrimoniale del 5 per mille significherebbe dover pagare allo Stato 5.000 euro l'anno. Lasciamo per il momento da parte l'effetto sul mercato delle locazioni. Considerando un periodo di 20 anni, 100 mila euro di tasse, ecco che quel patrimonio ha già perso il 10% del suo valore. Prima l'Imu, ora la riforma del catasto, poi la patrimoniale ordinaria. L'effetto combinato di una tassazione punitiva e di dismissioni di patrimonio immobiliare pubblico, pur auspicabili, potrebbe far crollare il valore degli immobili, provocando una pesante svalutazione degli asset dello Stato stesso e delle banche. Un incubo a cui ci auguriamo di non assistere. Lo Stato taglierebbe così il ramo su cui è seduto. Dopo aver reso anti-economiche, nel corso dei decenni, le altre forme di investimento (dalle attività produttive a quelle finanziarie), adesso lo Stato mette nel mirino il mattone pur di non mettersi a dieta. E ovviamente ciò che ottiene è che i capitali sono sempre più in fuga dal nostro Paese - sia illegalmente che legalmente (attività finanziarie detenute all'estero per oltre 13,5 miliardi di euro; beni immobili per oltre 19,4 miliardi di euro).
A dar credito alle anticipazioni filtrate da fonti governative l'annunciata riforma del catasto sarà «a saldo zero», nel senso che non aumenterà la pressione fiscale complessiva sulla casa. Servirà ad aggiornare le rendite adeguandole ai valori di mercato; ad eliminare imbarazzanti sperequazioni negli estimi tra centro e periferie nelle grandi città; ma gli adeguamenti saranno accompagnati dall'abrogazione dei «moltiplicatori» e dalla riduzione delle aliquote. A parità di gettito però, non potrà che mutare, ovviamente, la posizione fiscale del singolo proprietario. In breve: qualcuno pagherà di più e qualcuno meno.
Ma ammesso e non concesso che il suo impatto immediato sia davvero «a saldo zero» - e c'è da dubitarne fortemente, anche per le difficoltà tecniche - la vera operazione per la quale, neanche troppo surrettiziamente, il governo getta le basi con il nuovo catasto è quella di una patrimoniale ordinaria. E' come se caricasse una pistola e la puntasse alla tempia degli italiani, promettendo di non premere il grilletto. Per ora. E' scritto nero su bianco nel documento elaborato dal ministero dell'Economia circolato in questi giorni, infatti, che uno degli obiettivi della riforma, il primo anzi, è «la costituzione di un sistema catastale che contempli assieme alla rendita (ovvero il reddito medio ordinariamente ritraibile al netto delle spese di manutenzione e gestione del bene), il valore patrimoniale del bene, al fine di assicurare una base imponibile adeguata da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione».
Ciò significa che ci troviamo di fronte ad una rivoluzione copernicana della filosofia stessa del catasto. Fino ad oggi il suo scopo era quello di rappresentare la redditività di un immobile, calcolata sulla base del canone medio, al netto delle spese, al quale lo si potrebbe affittare. Il nuovo catasto dovrebbe affiancare al valore reddituale quello patrimoniale, cioè il prezzo di mercato dell'immobile, «da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione». E' proprio questo il senso del passaggio dai vani al metro quadrato. L'aumento dell'imposta dovuto alla rivalutazione della rendita catastale può essere compensato riducendo «moltiplicatore» o aliquote, ma adeguare le rendite ai valori di oggi non implica necessariamente il passaggio dal concetto di redditività a quello di valore patrimoniale.
Dunque, mentre i giornali si sbizzarriscono in tabelle e simulazioni su chi pagherà di più e chi meno, il bersaglio grosso della riforma non è il mero aggiornamento delle rendite, ma comporre un quadro attendibile del valore degli immobili come primo tassello di qualsiasi imposta patrimoniale. Ricordate come lo stesso Monti ha giustificato in queste settimane la mancata introduzione di una patrimoniale ordinaria, come richiesto dai partiti di sinistra e persino da Confindustria? Non può essere introdotta senza prima possedere le necessarie informazioni sul valore reale dei patrimoni degli italiani. E di quei patrimoni la casa è il "mattone" fondamentale. La riforma del catasto offre una straordinaria occasione per acquisire quelle informazioni propedeutiche. Non sarebbe un'eresia, tutt'altro, pensare di tassare la ricchezza accumulata e immobilizzata piuttosto che quella investita in attività produttive, ma si deve trattare, appunto, di spostare il carico fiscale dall'una all'altra e non semplicemente di aggiungerlo. Ma qui di un taglio drastico alle aliquote sui redditi e sulle imprese non si vede nemmeno l'ombra.
Se i nostri sospetti si dimostrassero fondati, bisognerebbe concludere che il governo Monti si sta impegnando a fondo per far esplodere anche in Italia la bolla immobiliare. Prendiamo come esempio un patrimonio immobiliare di 1 milione di euro. Un'aliquota patrimoniale del 5 per mille significherebbe dover pagare allo Stato 5.000 euro l'anno. Lasciamo per il momento da parte l'effetto sul mercato delle locazioni. Considerando un periodo di 20 anni, 100 mila euro di tasse, ecco che quel patrimonio ha già perso il 10% del suo valore. Prima l'Imu, ora la riforma del catasto, poi la patrimoniale ordinaria. L'effetto combinato di una tassazione punitiva e di dismissioni di patrimonio immobiliare pubblico, pur auspicabili, potrebbe far crollare il valore degli immobili, provocando una pesante svalutazione degli asset dello Stato stesso e delle banche. Un incubo a cui ci auguriamo di non assistere. Lo Stato taglierebbe così il ramo su cui è seduto. Dopo aver reso anti-economiche, nel corso dei decenni, le altre forme di investimento (dalle attività produttive a quelle finanziarie), adesso lo Stato mette nel mirino il mattone pur di non mettersi a dieta. E ovviamente ciò che ottiene è che i capitali sono sempre più in fuga dal nostro Paese - sia illegalmente che legalmente (attività finanziarie detenute all'estero per oltre 13,5 miliardi di euro; beni immobili per oltre 19,4 miliardi di euro).
Thursday, December 15, 2011
Non vuole salvare l'Italia, ma il baraccone-Stato
Anche su Notapolitica
Poche storie, nessun alibi. Per questa manovra Monti aveva carta bianca. Quale partito si sarebbe assunto la responsabilità di mandare a casa prima di Natale il governo di salvezza nazionale dopo avergli votato la fiducia neanche un mese prima? Nessuno dunque provi a far passare la comoda balla che quei cattivoni della "casta", i sindacati, le corporazioni o chissà chi altro l'hanno bloccato. In queste prime settimane Monti avrebbe potuto far ingoiare qualsiasi riforma strutturale. Invece, ha consapevolmente scelto di dilapidare il suo "momentum", la finestra di massima disponibilità al sacrificio da parte della politica, delle parti sociali e dell'opinione pubblica, non per le riforme strutturali ma - come egli stesso ha ammesso ieri sera in Commissione Bilancio - per «identificare strutturalmente nuova materia imponibile», l'esatto opposto di ciò che i mercati e l'Ue chiedevano. La patrimoniale sulla casa e la riforma delle pensioni possono aver sedato l'invidia dei tedeschi per quelli che erano ritenuti con qualche ragione privilegi tutti italiani ormai poco sostenibili. Allo scopo di farsi ascoltare a Berlino Monti ha puntato tutto su quelle misure, ma non ci serviranno per crescere e, dunque, per convincere gli investitori a scommettere sul nostro futuro.
L'impostazione della manovra è un fallimento di metodo e di cultura politica attribuibile interamente a Mario Monti. Ma che futuro ha il grande liberalizzatore, quello che ha sanzionato nientemeno che Microsoft per milioni di euro, se poi se la svigna davanti ai tassisti e ai farmacisti, per altro rinnegando i suoi editoriali pro-crescita? Il primo colpo sparato dal governo dei tecnici è andato a vuoto e non è detto che ne avrà altri in canna. Purtroppo Monti è caduto nel solito errore di metodo, quello di una politica dei due tempi: prima aggiustiamo i conti con nuove tasse, poi pensiamo alla crescita. L'esperienza insegna che chi ha provato a intraprendere questa strada si è fermato al primo tempo, deprimendo ancor di più la nostra economia e non riuscendo nemmeno a realizzare gli obiettivi di bilancio.
Come temevamo, dunque, quella in via d'approvazione è ancora una volta la manovra delle tasse subito e delle riforme rinviate. Il fatto che Federfarma abbia rinunciato alla serrata prova che anche davanti ai farmacisti il governo s'è calato le braghe: sarà infatti l'Agenzia del farmaco (Aifa), d'intesa con il Ministero della Salute, a individuare entro quattro mesi dal varo del decreto un elenco, aggiornabile periodicamente, dei farmaci di fascia C comunque esclusi dalla vendita fuori farmacia. Rinviata anche la liberalizzazione dei trasporti: il governo si concede sei mesi di tempo per regolare i diversi settori, ma i taxi non sono nemmeno citati e soprattutto non si vede come possa procedere a liberalizzare il trasporto pubblico locale senza privatizzare le municipalizzate. Salvi gli ordini professionali: è stata infatti depotenziata la scadenza del 13 agosto 2012 come termine ultimo per adattarli alle richieste di liberalizzazione da parte dell'Ue. E in tutto questo sono state stralciate le misure per la rete dei carburanti, è stato rinviato al 2013 lo scioglimento dei consigli provinciali, mentre i parlamentari promettono di ridursi le indennità ai livelli europei entro il mese di gennaio del prossimo anno.
Quelle poche liberalizzazioni previste dal decreto sono state dunque rinviate, per essere concertate con le corporazioni, i classici "tacchini" che dovrebbero anticipare il Natale. A dispetto delle indicazioni Ue la manovra non sposta il carico fiscale alleggerendolo su lavoro e imprese, ma si limita ad aggiungere ulteriore carico, sul patrimonio mobiliare e immobiliare, mettendo in piedi un fisco tutt'altro che «amico», una vera e propria "Stasi" tributaria.
Dal punto di vista della cultura politica che il governo dei tecnici esprime, per il momento in totale continuità con i precedenti, il fatto che l'azzeramento del deficit si realizzi - come certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», nonché in piena recessione, rende di per sé l'idea dell'enormità di nuove tasse da cui la società italiana verrà vessata. Ma c'è da dubitare delle reali intenzioni del medico che continua ad ingozzare il paziente obeso. Nel rapporto debito/Pil tutti concordiamo che è il denominatore la chiave di volta. E se vogliamo davvero fare un discorso di verità, dovremmo riconoscere che l'unica soluzione ai nostri problemi di crescita è abbattere l'intermediazione del bilancio pubblico di 10 punti di Pil, per far calare di altrettanti punti la pressione fiscale. Insomma, la restituzione nelle mani dei cittadini e delle imprese della ricchezza da loro prodotta è l'unico modo per crearne di nuova.
La manovra non sembra concepita nemmeno per avviarsi su questa strada. Non è una polemica sui presunti "poteri forti", la questione è più sottile. Il governo Monti si avvale delle migliori e più responsabili e pragmatiche competenze delle elites del Paese, ma proprio per questo non vuole cambiare l'attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare più o meno la metà della ricchezza prodotta, vuole salvarlo, perpetuarlo, apportando al sistema quegli accorgimenti minimi ineluttabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli "incumbent" politici, economici e sociali di cui è espressione.
Poche storie, nessun alibi. Per questa manovra Monti aveva carta bianca. Quale partito si sarebbe assunto la responsabilità di mandare a casa prima di Natale il governo di salvezza nazionale dopo avergli votato la fiducia neanche un mese prima? Nessuno dunque provi a far passare la comoda balla che quei cattivoni della "casta", i sindacati, le corporazioni o chissà chi altro l'hanno bloccato. In queste prime settimane Monti avrebbe potuto far ingoiare qualsiasi riforma strutturale. Invece, ha consapevolmente scelto di dilapidare il suo "momentum", la finestra di massima disponibilità al sacrificio da parte della politica, delle parti sociali e dell'opinione pubblica, non per le riforme strutturali ma - come egli stesso ha ammesso ieri sera in Commissione Bilancio - per «identificare strutturalmente nuova materia imponibile», l'esatto opposto di ciò che i mercati e l'Ue chiedevano. La patrimoniale sulla casa e la riforma delle pensioni possono aver sedato l'invidia dei tedeschi per quelli che erano ritenuti con qualche ragione privilegi tutti italiani ormai poco sostenibili. Allo scopo di farsi ascoltare a Berlino Monti ha puntato tutto su quelle misure, ma non ci serviranno per crescere e, dunque, per convincere gli investitori a scommettere sul nostro futuro.
L'impostazione della manovra è un fallimento di metodo e di cultura politica attribuibile interamente a Mario Monti. Ma che futuro ha il grande liberalizzatore, quello che ha sanzionato nientemeno che Microsoft per milioni di euro, se poi se la svigna davanti ai tassisti e ai farmacisti, per altro rinnegando i suoi editoriali pro-crescita? Il primo colpo sparato dal governo dei tecnici è andato a vuoto e non è detto che ne avrà altri in canna. Purtroppo Monti è caduto nel solito errore di metodo, quello di una politica dei due tempi: prima aggiustiamo i conti con nuove tasse, poi pensiamo alla crescita. L'esperienza insegna che chi ha provato a intraprendere questa strada si è fermato al primo tempo, deprimendo ancor di più la nostra economia e non riuscendo nemmeno a realizzare gli obiettivi di bilancio.
Come temevamo, dunque, quella in via d'approvazione è ancora una volta la manovra delle tasse subito e delle riforme rinviate. Il fatto che Federfarma abbia rinunciato alla serrata prova che anche davanti ai farmacisti il governo s'è calato le braghe: sarà infatti l'Agenzia del farmaco (Aifa), d'intesa con il Ministero della Salute, a individuare entro quattro mesi dal varo del decreto un elenco, aggiornabile periodicamente, dei farmaci di fascia C comunque esclusi dalla vendita fuori farmacia. Rinviata anche la liberalizzazione dei trasporti: il governo si concede sei mesi di tempo per regolare i diversi settori, ma i taxi non sono nemmeno citati e soprattutto non si vede come possa procedere a liberalizzare il trasporto pubblico locale senza privatizzare le municipalizzate. Salvi gli ordini professionali: è stata infatti depotenziata la scadenza del 13 agosto 2012 come termine ultimo per adattarli alle richieste di liberalizzazione da parte dell'Ue. E in tutto questo sono state stralciate le misure per la rete dei carburanti, è stato rinviato al 2013 lo scioglimento dei consigli provinciali, mentre i parlamentari promettono di ridursi le indennità ai livelli europei entro il mese di gennaio del prossimo anno.
Quelle poche liberalizzazioni previste dal decreto sono state dunque rinviate, per essere concertate con le corporazioni, i classici "tacchini" che dovrebbero anticipare il Natale. A dispetto delle indicazioni Ue la manovra non sposta il carico fiscale alleggerendolo su lavoro e imprese, ma si limita ad aggiungere ulteriore carico, sul patrimonio mobiliare e immobiliare, mettendo in piedi un fisco tutt'altro che «amico», una vera e propria "Stasi" tributaria.
Dal punto di vista della cultura politica che il governo dei tecnici esprime, per il momento in totale continuità con i precedenti, il fatto che l'azzeramento del deficit si realizzi - come certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», nonché in piena recessione, rende di per sé l'idea dell'enormità di nuove tasse da cui la società italiana verrà vessata. Ma c'è da dubitare delle reali intenzioni del medico che continua ad ingozzare il paziente obeso. Nel rapporto debito/Pil tutti concordiamo che è il denominatore la chiave di volta. E se vogliamo davvero fare un discorso di verità, dovremmo riconoscere che l'unica soluzione ai nostri problemi di crescita è abbattere l'intermediazione del bilancio pubblico di 10 punti di Pil, per far calare di altrettanti punti la pressione fiscale. Insomma, la restituzione nelle mani dei cittadini e delle imprese della ricchezza da loro prodotta è l'unico modo per crearne di nuova.
La manovra non sembra concepita nemmeno per avviarsi su questa strada. Non è una polemica sui presunti "poteri forti", la questione è più sottile. Il governo Monti si avvale delle migliori e più responsabili e pragmatiche competenze delle elites del Paese, ma proprio per questo non vuole cambiare l'attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare più o meno la metà della ricchezza prodotta, vuole salvarlo, perpetuarlo, apportando al sistema quegli accorgimenti minimi ineluttabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli "incumbent" politici, economici e sociali di cui è espressione.
Tuesday, December 13, 2011
Curare un obeso ad abbuffate
Anche su Notapolitica
Viviamo in uno strano Paese, dove alla crisi del debito sovrano nella zona euro si risponde non tagliando la spesa e abbattendo il nostro debito con dismissioni di patrimonio pubblico, ma aumentando le tasse. Se il riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014, cioè l'azzeramento del deficit, si realizza - lo certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», cioè «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)», evidentemente l'obiettivo non è far dimagrire lo Stato, ma "salvarlo" così obeso come lo conosciamo. E infatti la bizzarra terapia sembra consistere in ricorrenti abbuffate di tasse.
Ma non deve sorprendere, perché è lo stesso Paese nel quale gli organi di stampa espressione della borghesia e del mondo industriale - come Corriere della Sera, Sole24Ore, Radio24 - da anni, e con più vigore in questi giorni, sono concentrati prioritariamente sulle campagne, per lo più demagogiche, contro la "casta" dei politici e contro l'evasione fiscale. Così Sergio Rizzo, sul Corriere, denuncia che l'evasione si è quintuplicata negli ultimi trent'anni, dimenticandosi però di ricordare che negli stessi trent'anni la pressione fiscale si è decuplicata. Non è strano che in Italia, anziché attaccare l'elevata imposizione fiscale, il "business" metta le sue bocche da fuoco mediatiche a disposizione dello Stato per la caccia all'evasore? Se avessero profuso altrettante energie nel condannare la spesa pubblica e l'insopportabile livello della tassazione, forse oggi sarebbe stata più forte e consapevole la pressione dell'opinione pubblica in tal senso.
Finché permarrà, invece, un approccio moralistico e ideologico ai fenomeni economici e sociali, non sconfiggeremo né l'evasione fiscale né la mafia. Solo chi è troppo accecato dal populismo e imbevuto di cultura statalista, infatti, non riesce a vedere che l'evasione fiscale in Italia è un fenomeno così di massa, così diffuso e capillare, che non può avere una spiegazione soltanto delinquenziale, o peggio antropologica (lo scarso senso civico degli italiani), ma probabilmente è alimentato da un istinto di autodifesa nei confronti di uno Stato-padrone e da ineludibili necessità economiche: a certi costi le attività produttive risultano semplicemente insostenibili. E il paradosso è che unirsi alla caccia all'evasore significa aiutare lo Stato ad intermediare quote sempre maggiori di ricchezza (non rubata, ma fino a prova contraria prodotta lavorando onestamente), in definitiva quindi aiutare proprio la "casta" degli odiati politici ad aumentare il loro potere sui cittadini. Allo stesso modo, bisogna molto laicamente riconoscere che ai livelli attuali di pressione fiscale, sprechi e inefficienze, in alcune aree del Paese le organizzazioni criminali sono più competitive dello Stato, perché meno costose e più efficienti nel controllo del territorio.
Come provano da una parte l'inarrestabile corsa della pressione fiscale negli ultimi trent'anni e dall'altra la vera e propria "Stasi" tributaria che sta prendendo forma, prima con il giustizialismo del "solve et repete" (prima si paga, poi si contesta) e i poteri sempre più invasivi di Equitalia, ora con la definitiva caduta del segreto bancario, la risposta italiana alla crisi è la socialistizzazione a tappe forzate della ricchezza che sempre meno la società è in grado di produrre. Purtroppo il rischio concreto, nel 2012, è che il Paese si trovi stretto in una morsa recessiva letale: la lotta all'evasione che con il suo armamentario di sequestri, ipoteche e pignoramenti potrebbe provocare fallimenti a catena di piccole-medie imprese, con le ricadute che possiamo immaginare sull'occupazione; e la patrimoniale da 53 miliardi sulla casa che potrebbe causare una drastica contrazione dei consumi e/o un netto calo del valore degli immobili, se dovesse innescarsi una crisi dei mutui o un'ondata di vendite da parte dei proprietari pensionati.
Stavolta non mi trovo d'accordo con Luca Ricolfi, per il quale per tagliare la spesa bisogna prima studiare dove e come. A mio modesto avviso l'ordine dei fattori dovrebbe essere invertito: solo i tagli, anche se lineari, obbligano a "studiare". Come dimostra la nostra storia fiscale, se aspettiamo di avere i «piani operativi pronti» non taglieremo mai nulla. E' solo affamando la bestia che le si può imporre di dimagrire.
Viviamo in uno strano Paese, dove alla crisi del debito sovrano nella zona euro si risponde non tagliando la spesa e abbattendo il nostro debito con dismissioni di patrimonio pubblico, ma aumentando le tasse. Se il riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014, cioè l'azzeramento del deficit, si realizza - lo certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», cioè «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)», evidentemente l'obiettivo non è far dimagrire lo Stato, ma "salvarlo" così obeso come lo conosciamo. E infatti la bizzarra terapia sembra consistere in ricorrenti abbuffate di tasse.
Ma non deve sorprendere, perché è lo stesso Paese nel quale gli organi di stampa espressione della borghesia e del mondo industriale - come Corriere della Sera, Sole24Ore, Radio24 - da anni, e con più vigore in questi giorni, sono concentrati prioritariamente sulle campagne, per lo più demagogiche, contro la "casta" dei politici e contro l'evasione fiscale. Così Sergio Rizzo, sul Corriere, denuncia che l'evasione si è quintuplicata negli ultimi trent'anni, dimenticandosi però di ricordare che negli stessi trent'anni la pressione fiscale si è decuplicata. Non è strano che in Italia, anziché attaccare l'elevata imposizione fiscale, il "business" metta le sue bocche da fuoco mediatiche a disposizione dello Stato per la caccia all'evasore? Se avessero profuso altrettante energie nel condannare la spesa pubblica e l'insopportabile livello della tassazione, forse oggi sarebbe stata più forte e consapevole la pressione dell'opinione pubblica in tal senso.
Finché permarrà, invece, un approccio moralistico e ideologico ai fenomeni economici e sociali, non sconfiggeremo né l'evasione fiscale né la mafia. Solo chi è troppo accecato dal populismo e imbevuto di cultura statalista, infatti, non riesce a vedere che l'evasione fiscale in Italia è un fenomeno così di massa, così diffuso e capillare, che non può avere una spiegazione soltanto delinquenziale, o peggio antropologica (lo scarso senso civico degli italiani), ma probabilmente è alimentato da un istinto di autodifesa nei confronti di uno Stato-padrone e da ineludibili necessità economiche: a certi costi le attività produttive risultano semplicemente insostenibili. E il paradosso è che unirsi alla caccia all'evasore significa aiutare lo Stato ad intermediare quote sempre maggiori di ricchezza (non rubata, ma fino a prova contraria prodotta lavorando onestamente), in definitiva quindi aiutare proprio la "casta" degli odiati politici ad aumentare il loro potere sui cittadini. Allo stesso modo, bisogna molto laicamente riconoscere che ai livelli attuali di pressione fiscale, sprechi e inefficienze, in alcune aree del Paese le organizzazioni criminali sono più competitive dello Stato, perché meno costose e più efficienti nel controllo del territorio.
Come provano da una parte l'inarrestabile corsa della pressione fiscale negli ultimi trent'anni e dall'altra la vera e propria "Stasi" tributaria che sta prendendo forma, prima con il giustizialismo del "solve et repete" (prima si paga, poi si contesta) e i poteri sempre più invasivi di Equitalia, ora con la definitiva caduta del segreto bancario, la risposta italiana alla crisi è la socialistizzazione a tappe forzate della ricchezza che sempre meno la società è in grado di produrre. Purtroppo il rischio concreto, nel 2012, è che il Paese si trovi stretto in una morsa recessiva letale: la lotta all'evasione che con il suo armamentario di sequestri, ipoteche e pignoramenti potrebbe provocare fallimenti a catena di piccole-medie imprese, con le ricadute che possiamo immaginare sull'occupazione; e la patrimoniale da 53 miliardi sulla casa che potrebbe causare una drastica contrazione dei consumi e/o un netto calo del valore degli immobili, se dovesse innescarsi una crisi dei mutui o un'ondata di vendite da parte dei proprietari pensionati.
Stavolta non mi trovo d'accordo con Luca Ricolfi, per il quale per tagliare la spesa bisogna prima studiare dove e come. A mio modesto avviso l'ordine dei fattori dovrebbe essere invertito: solo i tagli, anche se lineari, obbligano a "studiare". Come dimostra la nostra storia fiscale, se aspettiamo di avere i «piani operativi pronti» non taglieremo mai nulla. E' solo affamando la bestia che le si può imporre di dimagrire.
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