Pubblicato su formiche
Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".
Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".
Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.
Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.
Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.
Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.
E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.
Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.
La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.
Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).
Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.
Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.
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Monday, May 08, 2017
Monday, April 24, 2017
Le vendette di Hollande dietro il successo di Macron e l'azzardo di aver rimosso l'argine gollista al lepenismo
Pubblicato su formiche
La disfatta è meno amara se
condivisa con i propri avversari
A urne chiuse, ora che tutti i puntini
sono uniti fra di loro, il volto ghignante che si staglia dietro il
"fenomeno Macron" è quello di un redivivo François
Hollande. La sua presidenza è stata catastrofica, ha fatto crollare
ai minimi storici i consensi del Partito socialista e non ha potuto
presentarsi per un secondo mandato talmente a picco era colato il suo
indice di fiducia. Eppure, il sicuro grande sconfitto della vigilia
ha saputo cucinarsi una vendetta servita ancora calda, assicurandosi
con ragionevole certezza l'insediamento del suo ex ministro
dell'economia come suo successore all'Eliseo, ma soprattutto
condividendo la disfatta con i suoi acerrimi avversari, esterni ed
interni. Che abbia o meno un ruolo pubblico in futuro, o preferisca
ritagliarsene uno dietro le quinte, sarà meno amaro per Hollande
lasciare l'Eliseo sapendo che anche la destra gollista è andata
incontro a una cocente disfatta, non riuscendo a portare al
ballottaggio un suo candidato nonostante la crisi dei socialisti, e
che coloro che gli hanno sfilato di mano il partito si ritrovano
intorno nient'altro che macerie.
Questo il duplice esito di una
spregiudicata e brillante operazione politica condotta con l'aiuto
dei magistrati, le cui preferenze politiche anche in Francia non sono
un mistero, dei media "amici" e del 24% degli elettori (in
gran parte di fede socialista). Uno dopo l'altro, gli ostacoli sulla
strada di Macron sono stati brutalmente rimossi e le impronte di
Hollande sono dappertutto. Fallimentare come presidente, si è
confermato un maestro di tattica politica.
Senza nulla togliere alle abilità e
alla freschezza di Emmanuel Macron, che in poche settimane ha messo
su un movimento, una sua "start-up" politica, centrando il
ballottaggio da vincitore del primo turno, ma l'azzoppatura per via
mediatico-giudiziaria del candidato della destra gollista, l'ex
premier François Fillon è stata decisiva. Altrimenti - come
d'altronde indicavano tutti i sondaggi precedenti alle inchieste ad
orologeria che l'hanno colpito (guarda caso solo dopo la vittoria
alle primarie...) - le loro posizioni di arrivo al primo turno si
sarebbero probabilmente invertite. Ed è difficile credere che
l'affermazione di Macron sia stata possibile in così poco tempo
senza la mobilitazione attiva in suo favore di pezzi importanti
dell'elettorato socialista, e quindi il concomitante sabotaggio della
candidatura ufficiale di Hamon. Il Partito socialista ha fatto la
fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati
caricati tutti i debiti politici della presidenza Hollande, mentre
gli elettori socialisti venivano "prestati" per
un'operazione di maquillage giovanilista nel tentativo di salvare lo
status quo (e restituire l'onore a Hollande).
Ma sia Hollande sia l'establishment
(francese ed europeo), che in funzione anti Le Pen hanno preferito un
maquillage giovanilista dei socialisti, facendo fuori per via
mediatico-giudiziaria il collaudato argine gollista, si sono assunti
un grosso rischio. Non gli resta che augurarsi di aver azzeccato il
calcolo... Perché se da una parte la strada di Macron appare ormai
in discesa grazie al ricostituirsi del "fronte repubblicano"
contro il lepenismo, la sua capacità di attrazione di elettori di
sinistra che lo ritengono di destra e di elettori della destra
repubblicana in libera uscita, per la prima volta non rappresentati
al ballottaggio, potrebbe essersi esaurita o quasi nel suo
stupefacente 24%. Insomma, siamo in un territorio ignoto: sarà anche
un'ipotesi remota ma rimosso l'argine gollista Marine Le Pen potrebbe
trovare una prateria a destra, e qualche inaspettato sostegno
dall'estrema sinistra.
Se, come probabile, Macron dovesse
vincere, l'Unione europea si salverebbe da una crisi rapida e al
buio, quindi drammatica, ma non basterà, come molti si illudono, per
invertire la tendenza a un lento declino... Ammesso e non concesso
che trovino sostegno parlamentare, le politiche omeopatiche di
Macron, in totale continuità con quelle di Hollande, non riusciranno
a guarire l'economia e la società francese, e quindi ad alleviarne
le tensioni. Né, quindi, potranno rendere la Francia una parte della
soluzione alla crisi dell'Ue. Il conto con la realtà, al giro
successivo, potrebbe essere salatissimo. In un'intervista al Corriere
lo scrittore francese Michel Houellebecq ha fatto riferimento a una
"nevrosi". I francesi "sono ancora più a destra
rispetto al 2012", Macron "non ha colpe", anche se
"molto migliore di Hollande può portare a una catastrofe"
perché quando "la realtà politica non corrisponde alla
società, è una situazione da nevrosi".
Macron supera l'esame ma Ue e renziani hanno poco da brindare
Macron ha superato l'ostacolo più grande, quello della credibilità, ora la sua strada per l'Eliseo è in discesa. È lui l'eroe del "racconto" elettorale, la sorpresa che si afferma, la storia vincente di cui molti vorranno far parte al secondo turno ("io l'ho votato", "io c'ero")... e difficilmente la Le Pen potrà farci qualcosa. Però deve stare attento all'abbraccio dei vecchi partiti e dell'establishment europeo. Se è così nuovo, giovane, e così "rivoluzionario", perché tutti i "vecchi" si sentono rassicurati da una sua vittoria?
E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".
La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.
Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.
Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...
E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".
La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.
Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.
Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...
Wednesday, November 07, 2012
Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti
A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.
L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Wednesday, September 05, 2012
Si tratta ancora sullo scudo anti-spread: il nodo delle condizioni
L'intervento congiunto Esm-Bce dev'essere sollecitato dagli stati in difficoltà e subordinato all'accettazione di severe condizioni, come delineato nelle scorse settimane da Mario Draghi e come si aspetta la cancelliera Merkel, o deve scattare con un certo automatismo sulla base delle autonome valutazioni dell'istituzione di Francoforte? E le eventuali condizioni verrebbero poste dall'Eurogruppo o dalla Bce? Nella conferenza stampa di ieri al termine del loro incontro a Villa Madama il presidente francese Hollande e il premier Mario Monti sono stati piuttosto vaghi su questo punto, lasciando intendere di voler restare fedeli a quanto deciso al Consiglio europeo del 28-29 giugno, nelle cui conclusioni si parlava di memorandum d'intesa ma non di condizioni aggiuntive rispetto agli impegni di bilancio già assunti dai singoli paesi in sede Ue e rispetto alle riforme/manovre in via di attuazione.
(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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Wednesday, August 01, 2012
Arriva la Bce e Monti torna ottimista, ma lo scudo non risolve la crisi
«La fine del tunnel sta cominciando a illuminarsi». Queste le parole del premier Mario Monti ieri mattina a Radio Anch'io. Speriamo solo che quella luce in fondo al tunnel non sia di un treno che ci viene addosso. Rinfrancato dall'intervento volitivo di Mario Draghi, le cui parole («la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'euro e, credetemi, sarà abbastanza») hanno rassicurato i mercati e allentato le tensioni sui nostri titoli di Stato, il premier è tornato a diffondere ottimismo. E ci risiamo. Anche nel marzo scorso, infatti, Monti aveva parlato con troppa disinvoltura di crisi «quasi finita» e del peggio ormai alle nostre spalle. Allora furono le due operazioni di prestiti della Bce alle banche a far calare indirettamente lo spread, ma si trattò di un'aspirina, tanto che la "febbre" tornò ben presto a salire fino al picco dei 540 punti dei giorni scorsi.
Oggi come allora gli acquisti di bond da parte della Bce, o dei fondi salva-stati Efsf/Esm, servirebbero solo a guadagnare tempo, ma non a risolvere la crisi.
(...)
Mentre anche Monti e Hollande siglano un patto per l'integrità della zona euro e chiedono che siano subito attuate le decisioni dell'ultimo vertice Ue, il problema è che appena cala lo spread, anche di poco, ci rilassiamo e si allenta la determinazione nell'attuare le riforme necessarie. E' capitato persino a Monti, proprio nel marzo scorso, quando in un periodo di relativo "rientro" dello spread ha ceduto ai sindacati e al Pd sulla riforma del mercato del lavoro.
Dunque, se da una parte, come hanno ripetuto Monti e Hollande dopo il loro incontro di ieri, è vero che «diversi paesi dell'Eurozona devono oggi rifinanziarsi a tassi di interesse troppo elevati, malgrado stiano portando avanti le difficili ma necessarie riforme economiche», e quindi meritano in un certo senso la fiducia degli altri partner Ue e il sostegno della Bce, è anche vero tuttavia che proprio quel sostegno rischia di provocare un rilassamento dei governi e delle classi politiche. Un film già visto che non fa che confermare i pregiudizi tedeschi: solo sotto la costante minaccia di spread elevati si può sperare che i paesi eurodeboli, Italia in testa, imbocchino la via del risanamento e delle riforme strutturali. A complicare la situazione ci sono i partiti, impegnati nei loro esasperati tatticismi sulla legge elettorale.
(...)
Insomma, potremmo essere alla vigilia di una tregua della crisi, ma i "compiti a casa" dovremo continuare a farli e spargere ottimismo non aiuta a tenere alta la concentrazione né del governo né dei partiti.
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Oggi come allora gli acquisti di bond da parte della Bce, o dei fondi salva-stati Efsf/Esm, servirebbero solo a guadagnare tempo, ma non a risolvere la crisi.
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Mentre anche Monti e Hollande siglano un patto per l'integrità della zona euro e chiedono che siano subito attuate le decisioni dell'ultimo vertice Ue, il problema è che appena cala lo spread, anche di poco, ci rilassiamo e si allenta la determinazione nell'attuare le riforme necessarie. E' capitato persino a Monti, proprio nel marzo scorso, quando in un periodo di relativo "rientro" dello spread ha ceduto ai sindacati e al Pd sulla riforma del mercato del lavoro.
Dunque, se da una parte, come hanno ripetuto Monti e Hollande dopo il loro incontro di ieri, è vero che «diversi paesi dell'Eurozona devono oggi rifinanziarsi a tassi di interesse troppo elevati, malgrado stiano portando avanti le difficili ma necessarie riforme economiche», e quindi meritano in un certo senso la fiducia degli altri partner Ue e il sostegno della Bce, è anche vero tuttavia che proprio quel sostegno rischia di provocare un rilassamento dei governi e delle classi politiche. Un film già visto che non fa che confermare i pregiudizi tedeschi: solo sotto la costante minaccia di spread elevati si può sperare che i paesi eurodeboli, Italia in testa, imbocchino la via del risanamento e delle riforme strutturali. A complicare la situazione ci sono i partiti, impegnati nei loro esasperati tatticismi sulla legge elettorale.
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Insomma, potremmo essere alla vigilia di una tregua della crisi, ma i "compiti a casa" dovremo continuare a farli e spargere ottimismo non aiuta a tenere alta la concentrazione né del governo né dei partiti.
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Friday, June 15, 2012
Dialogo tra sordi. Perché hanno ragione i tedeschi
Sottovalutazione, errori, miopia, interessi di corto respiro, hanno contraddistinto la prima fallimentare risposta europea alla crisi del debito. E non c'è dubbio che Germania e Francia portino il peso delle responsabilità maggiori: delle risposte inadeguate, non della crisi. Ma adesso le questioni sono più chiaramente sul tavolo. E c'è da sperare - anche se non m'illudo - che dopo l'intervento del presidente della Bundesbank Weidmann, oggi sul Corriere, e gli interventi ormai quotidiani della Merkel, sapremo aprire gli occhi e abbandonare questo demagogico coro anti-tedesco che domina il nostro dibattito sulla crisi. Weidmann indica un bivio:
La Germania ha una visione politica-istituzionale, nel senso di una maggiore integrazione, come soluzione - certo di lungo termine, e ovviamente più difficile e faticosa - della crisi. Mentre altri, come la Francia (e in misura minore anche l'Italia), hanno pronti piani anti-crisi di "paccate" di miliardi, velleitari perché nulla indica che nel frattempo verrebbero risolti i problemi delle economie nazionali. Parlano di Eurobond e Bce come la Fed, ma tacciono quando i tedeschi rispondono - giustamente - che se si vogliono "federalizzare" i debiti e condividere i rischi, allora ci devono essere più controlli, più vincoli economici e politici, insomma una ulteriore cessione di sovranità e una vera unione fiscale, politiche di bilancio comuni. Altrimenti, si sta semplicemente chiedendo ai contribuenti tedeschi di garantire i debiti altrui.
Chiedono gli Eurobond, i "federalisti" del debito, ma sulla cessione di sovranità e l'unione fiscale e politica che dovrebbero accompagnarli, anzi precederli, fanno orecchie da mercanti. I tedeschi vogliono più Europa, gli altri solo più soldi per evitare dolorose riforme. A Berlino bluffano perché sanno che i francesi non cederanno mai altra sovranità? Può darsi, ma chi vuole "mutualizzare" i debiti, se non è in malafede, non può non andare a vedere le carte. Si può essere d'accordo o meno con una maggiore integrazione, con maggiori vincoli - io, per esempio, la temo - ma se si è contro non si possono certo pretendere Eurobond e altre forme di condivisione dei rischi dietro garanzia tedesca.
«... rientrare nel quadro normativo di Maastricht, basato sulla responsabilità individuale di ogni Paese per la politica fiscale nazionale. Oppure compiere un "balzo in avanti" riguardo a una maggiore integrazione. Perché non possiamo dire, da un lato, che ci fondiamo sulle politiche fiscali nazionali, e, dall'altro lato, mettere progressivamente in comune i rischi senza controllo, minando con questo il quadro legale esistente. Alla fine è sempre una questione di equilibrio fra il debito comune e il controllo».Poi un paradosso indicativo: il 58% dei tedeschi si dichiara favorevole ad un'integrazione politica maggiore, mentre più negative sono le opinioni pubbliche di quei Paesi «che richiedono con maggiore forza una mutualizzazione dei rischi e del debito, come Francia, Italia, o Spagna».
«Secondo me bisogna essere realistici riguardo alle soluzioni. E distoglie l'attenzione se si parla soltanto di Eurobond senza parlare anche di un controllo centralizzato. Il governo tedesco sta spingendo per un'unione fiscale, un sistema comune di politiche di bilancio, cercando di trovare una soluzione. E apprezzerei molto se il presidente Hollande aprisse il dibattito e discutesse sia del debito comune, sia di cessioni di sovranità e della via comune verso questa nuova unione politica. Ma chiedere soltanto gli Eurobond non ci porta da nessuna parte».
La Germania ha una visione politica-istituzionale, nel senso di una maggiore integrazione, come soluzione - certo di lungo termine, e ovviamente più difficile e faticosa - della crisi. Mentre altri, come la Francia (e in misura minore anche l'Italia), hanno pronti piani anti-crisi di "paccate" di miliardi, velleitari perché nulla indica che nel frattempo verrebbero risolti i problemi delle economie nazionali. Parlano di Eurobond e Bce come la Fed, ma tacciono quando i tedeschi rispondono - giustamente - che se si vogliono "federalizzare" i debiti e condividere i rischi, allora ci devono essere più controlli, più vincoli economici e politici, insomma una ulteriore cessione di sovranità e una vera unione fiscale, politiche di bilancio comuni. Altrimenti, si sta semplicemente chiedendo ai contribuenti tedeschi di garantire i debiti altrui.
Chiedono gli Eurobond, i "federalisti" del debito, ma sulla cessione di sovranità e l'unione fiscale e politica che dovrebbero accompagnarli, anzi precederli, fanno orecchie da mercanti. I tedeschi vogliono più Europa, gli altri solo più soldi per evitare dolorose riforme. A Berlino bluffano perché sanno che i francesi non cederanno mai altra sovranità? Può darsi, ma chi vuole "mutualizzare" i debiti, se non è in malafede, non può non andare a vedere le carte. Si può essere d'accordo o meno con una maggiore integrazione, con maggiori vincoli - io, per esempio, la temo - ma se si è contro non si possono certo pretendere Eurobond e altre forme di condivisione dei rischi dietro garanzia tedesca.
Tuesday, June 12, 2012
La giornata: ordinaria paura sui mercati, ordinario scaricabarile in Italia
Giorno di ordinaria paura sui mercati. Alla fine perdite in Borsa contenute, ma declassamenti per 18 banche iberiche, minacciate le triple-A d'Europa e spread ai massimi (quello italiano che torna in prossimità dei 500 punti). Con la Bce che rileva il rischio dell'aggravarsi della crisi dei debiti sovrani dell'Eurozona.
Monti risponde per le rime al ministro delle Finanze austriaco che aveva accennato all'eventualità di aiuti anche all'Italia (smentita arrivata dall'Eurogruppo). Per il momento il direttore di Fitch rassicura: «Improbabile», l'Italia non ha gli stessi problemi della Spagna. Però un problema ce l'ha: l'eccessivo debito pubblico, che senza crescita non si ripaga, ed è quindi complicato rifinanziare a questi tassi. In serata il premier ha convocato Alfano, Bersani e Casini per un vertice sulla crisi. Ma non sembrano i partiti il problema, non in questa fase, quanto il governo stesso, incapace di produrre alcun rilevante cambiamento di politica fiscale.
E intanto riparte lo sport nazionale preferito, scaricare sugli altri le colpe della situazione: sugli avidi speculatori (c'è addirittura qualcuno che vede negli articoli di Wall Street Journal e New York Times «le impronte digitali di un delitto in pieno svolgimento»: complotto!); e ovviamente sui tedeschi, colpevoli di non voler accollarsi i debiti contratti per varie ragioni da altri Paesi. Ma non ci hanno ordinato loro di avere spesa pubblica record, pressione fiscale record e record di intrusione normativa nell'attività economica.
Scade nello scaricabarile nazionale e, senza accorgersene, nell'autoparodia persino il Sole24Ore, che titola "Schnell Frau Merkel" (versione tedesca del "Fate presto", tra l'altro non più reiterato nei confronti del governo tecnico). Una sorta di "piove, governo ladro". Insomma, roba che può scalare la classifica degli argomenti "trendy" di twitter, ma non esattamente una fine analisi, non degna del Sole24Ore. Niente, invece, per "Monsieur Hollande", che vuole abbassare l'età di pensionamento.
La cancelliera Merkel però non cede e continua a rilanciare sia sull'unione fiscale (la discussione sugli Eurobond «ci porta assolutamente fuori strada»), sia sull'unione bancaria, e a ritenere «sbagliato rispondere alla crisi con il semplice indebitamento». Magari sull'unione fiscale i tedeschi bluffano, ma chi è in buona fede dovrebbe andare a vedere le carte, mentre chi chiede di condividere il debito senza prima una vera unione fiscale è palesemente in malafede. Certo che abbassare l'età di pensionamento a 60 anni, come si accinge a fare Hollande, è una politica manifestamente incompatibile, opposta all'unione fiscale. Come si fa a pretendere di condividere il debito se poi si procede autonomamente a concedere ai propri cittadini privilegi di spesa sociale che altri nell'Eurozona non hanno mai avuto o hanno di recente abbandonato?
Monti risponde per le rime al ministro delle Finanze austriaco che aveva accennato all'eventualità di aiuti anche all'Italia (smentita arrivata dall'Eurogruppo). Per il momento il direttore di Fitch rassicura: «Improbabile», l'Italia non ha gli stessi problemi della Spagna. Però un problema ce l'ha: l'eccessivo debito pubblico, che senza crescita non si ripaga, ed è quindi complicato rifinanziare a questi tassi. In serata il premier ha convocato Alfano, Bersani e Casini per un vertice sulla crisi. Ma non sembrano i partiti il problema, non in questa fase, quanto il governo stesso, incapace di produrre alcun rilevante cambiamento di politica fiscale.
E intanto riparte lo sport nazionale preferito, scaricare sugli altri le colpe della situazione: sugli avidi speculatori (c'è addirittura qualcuno che vede negli articoli di Wall Street Journal e New York Times «le impronte digitali di un delitto in pieno svolgimento»: complotto!); e ovviamente sui tedeschi, colpevoli di non voler accollarsi i debiti contratti per varie ragioni da altri Paesi. Ma non ci hanno ordinato loro di avere spesa pubblica record, pressione fiscale record e record di intrusione normativa nell'attività economica.
Scade nello scaricabarile nazionale e, senza accorgersene, nell'autoparodia persino il Sole24Ore, che titola "Schnell Frau Merkel" (versione tedesca del "Fate presto", tra l'altro non più reiterato nei confronti del governo tecnico). Una sorta di "piove, governo ladro". Insomma, roba che può scalare la classifica degli argomenti "trendy" di twitter, ma non esattamente una fine analisi, non degna del Sole24Ore. Niente, invece, per "Monsieur Hollande", che vuole abbassare l'età di pensionamento.
La cancelliera Merkel però non cede e continua a rilanciare sia sull'unione fiscale (la discussione sugli Eurobond «ci porta assolutamente fuori strada»), sia sull'unione bancaria, e a ritenere «sbagliato rispondere alla crisi con il semplice indebitamento». Magari sull'unione fiscale i tedeschi bluffano, ma chi è in buona fede dovrebbe andare a vedere le carte, mentre chi chiede di condividere il debito senza prima una vera unione fiscale è palesemente in malafede. Certo che abbassare l'età di pensionamento a 60 anni, come si accinge a fare Hollande, è una politica manifestamente incompatibile, opposta all'unione fiscale. Come si fa a pretendere di condividere il debito se poi si procede autonomamente a concedere ai propri cittadini privilegi di spesa sociale che altri nell'Eurozona non hanno mai avuto o hanno di recente abbandonato?
Thursday, June 07, 2012
La giornata: Monti non ha perso solo i poteri forti e Merkel sfida i federalisti del debito
«Il mio governo e io abbiamo sicuramente perso in questi ultimi tempi l'appoggio, che gli osservatori ci attribuivano, dei poteri forti. Non incontriamo, infatti, favori in questo momento di un grande quotidiano che è espressione autorevole di poteri forti, e presso Confindustria».Riferimenti chiari quelli del premier Monti. Ma se ora si lamenta di non averne l'appoggio, perché quando veniva accusato di esserne addirittura l'espressione ha negato persino l'esistenza dei cosiddetti "poteri forti"? Esistono solo quando fanno comodo come alibi, quando si può dire di averceli contro?
Ha perso l'appoggio dei "poteri forti"? E allora? Dovrebbe proccuparsi più di aver perso la fiducia dei mercati, degli investitori, che degli editoriali di Alesina e Giavazzi sul Corriere.
Dopo l'entusiastica apertura di credito da parte del mondo del business internazionale e dei relativi media, arrivati ad indicarlo come l'uomo che poteva salvare l'Europa, qualcosa è andato storto. Alle enormi - forse troppo - aspettative, non sono seguiti i fatti. Dopo la riforma delle pensioni, il nulla o quasi. Riforme parziali, insufficienti, pasticciate. Su tutte quella del lavoro, a fine marzo. Lì è stato chiaro che Monti subiva i diktat dei sindacati e della sinistra e che la lettera di agosto della Bce era destinata a rimanere per lo più lettera morta.
Ora Monti si lamenta dei "poteri forti", i decreti subiscono continui rinvii (oggi quello per lo sviluppo, non ci sarebbero risorse per le compensazioni Iva e vari bonus), sembra di essere tornati all'immobilismo dell'ultimo anno del governo Berlusconi.
Intanto, la cancelliera Merkel messa alle strette rilancia: a quelli che vogliono federalizzare il debito propone l'unione politica. Perché, c'è qualcuno che pensa forse che si possa condividere il debito senza una politica di bilancio comune, senza unione fiscale e politica? Apparentemente sì: chiedere Eurobond subito, senza prima unione fiscale, vuol dire esattamente pretendere che i tedeschi paghino i debiti altrui, e con assegno in bianco. Ma questo evidentemente non è vero federalismo, è paraculismo. Per fare un esempio, se vogliamo un'Europa che emette Eurobond, non può esserci un Hollande che abbassa l'età di pensionamento dei francesi a 60 anni, perché così non regge.
Il dibattito ovviamente non appassiona Obama, che è interessato unicamente alla sua rielezione e quindi è preoccupato solo che qualcuno (la Germania) ci metta i soldi, perché nella sua ottica è solo così che si può salvare l'euro e stimolare la crescita europea, senza la quale peggiorano anche le prospettive economiche Usa, e con esse quelle della sua rielezione. Insomma, in poche parole Obama pretende che sia l'Europa a finanziare la sua campagna elettorale.
Il governatore della Fed Bernanke oggi al Congresso ha rilanciato le accuse velate di Obama: «La crisi in Europa ha danneggiato l'economia degli Stati Uniti comprimendo le nostre esportazioni, influenzando negativamente la fiducia delle imprese e dei consumatori e mettendo sotto pressione i mercati e le istituzioni finanziarie». Una risposta indiretta a Draghi, che aveva chiamato in causa le responsabilità extra-europee della crisi. A proposito, che ruolo ha l'esponenziale crescita del debito pubblico americano nel disinvestimento dai debiti sovrani di quasi tutti gli stati europei?
Friday, May 25, 2012
Su Eurobond confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia
Prima l'unione fiscale o prima la condivisione del debito? Quello sugli Eurobond è un confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia. Per Hollande la mutualizzazione di una parte del debito è un punto di partenza, perché è attraverso l'indebitamento che si stimola la crescita e se è comune i tassi di interesse sono più ragionevoli. Per la Germania invece è un punto di arrivo («ci sono dieci passi da fare prima di arrivare agli Eurobond», avverte la cancelliera Merkel). Prima occorre l'unione fiscale, cioè un'armonizzazione delle politiche di bilancio, altrimenti alcuni paesi si troverebbero di fatto a pagare per garantire i debiti altrui. Gli Eurobond per i tedeschi non risolverebbero il problema degli eccessivi debiti nazionali e della scarsa competitività, che è all'origine dell'incapacità di crescere di alcuni paesi. Monti sembra situarsi a metà strada. Non adesso, né alla fine del processo di integrazione, ma «quando i tempi saranno maturi, non fra moltissimo», secondo il premier italiano.
Il punto è che da una parte si vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma dall'altra, sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, si è appena cominciato, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. È più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti. Il rischio è che Eurobond e investimenti in infrastrutture servano da specchietti per le allodole per non ridurre il peso dello stato e per aggirare le riforme strutturali necessarie a superare un modello sociale ormai insostenibile.
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Il punto è che da una parte si vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma dall'altra, sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, si è appena cominciato, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. È più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti. Il rischio è che Eurobond e investimenti in infrastrutture servano da specchietti per le allodole per non ridurre il peso dello stato e per aggirare le riforme strutturali necessarie a superare un modello sociale ormai insostenibile.
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Thursday, May 24, 2012
La giornata: chiuse le casse nazionali, parte l'assalto alla cassa comune europea
Monti promette 8 miliardi ai giovani (dai fondi europei ancora inutilizzati), che funzioneranno per la crescita e l'occupazione come le decine di miliardi degli anni scorsi.
Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.
Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.
Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).
Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.
Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.
La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.
Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.
«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).
Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.
Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.
Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).
Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.
Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.
La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.
Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.
«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).
Wednesday, May 23, 2012
L'assedio keynesiano alla Merkel
Com'era prevedibile, al G8 di Camp David ha ufficialmente avuto inizio l'assedio "keynesiano" alla Merkel, che proseguirà al vertice europeo di oggi e poi di giugno. Obama nel ruolo di regista della manovra avvolgente. La crisi europea infatti rischia di frenare la crescita globale, quindi anche quella americana, il che costituirebbe una minaccia alla sua rielezione. Dunque il presidente Usa è un attore molto interessato e per scongiurare il peggio non può che sposare le posizioni che sente più affini ideologicamente: è stata la spesa in deficit la sua ricetta anti-crisi per l'America. Non sorprende, dunque, che spinga per la stessa ricetta anche per l'Europa. A proposito, sarebbe interessante capire che ruolo gioca l'esplosione del debito pubblico americano, che qualcuno dovrà pur finanziare, nel processo di disinvestimento dai debiti pubblici europei. Nonostante le rassicurazioni alla Merkel, quindi, non è certo la disciplina di bilancio che sta a cuore a Obama.
Nella squadra keynesiana Hollande gioca da prima punta e annuncia che al prossimo Consiglio europeo metterà sul tavolo gli Eurobond. Monti si mostra più equilibrato, il suo linguaggio è più cauto, parla di «evoluzione verso gli Eurobond». Ma che posizione di gioco ricoprirà il premier italiano? Con Obama ha uno stretto rapporto, quasi da consulente economico, e tra i leader è quello che al momento può vantare la migliore capacità di dialogo con Berlino.
Non passa giorno senza che i tedeschi ribadiscano il loro fermo no agli Eurobond. Il neo presidente francese non può far vedere di rinunciare in partenza alle richieste sbandierate in campagna elettorale, ma ha anche bisogno di un accordo su un corposo pacchetto crescita per partire con il piede giusto e non con una clamorosa rottura. Al premier italiano - che per coprire i suoi fallimenti in casa (solo tasse, tagli risibili e zero riforme) ha scelto di puntare sulla politica europea per rianimare l'economia italiana - interessa la "golden rule", cioè scorporare dal calcolo del deficit le spese destinate agli investimenti "buoni", quelli produttivi (da individuare in sede Ue). Insomma, la sensazione è che gli Eurobond servano più che altro per mettere pressione alla Germania, per rafforzare la propria posizione negoziale, per indurre la Merkel a concedere di più su altri fronti: project-bond, magari da presentare come l'inizio di un percorso che porterà agli Eurobond; rafforzamento del capitale della Bei; reimpiego dei fondi strutturali non utilizzati; una qualche forma di "golden rule", il che però significherebbe esattamente rivedere il "fiscal compact".
Queste le «piste concrete» cui si riferiva Monti? «Non basta aspettare che le virtuosità derivanti da riforme strutturali e riduzione dei disavanzi generino per spontanea virtù la crescita», ha avvertito l'altro giorno. Anche perché queste riforme in Italia non si sono ancora viste, nonostante l'enfasi su «carte in regola» e «compiti a casa fatti».
Ed è proprio questo il punto: è pieno di sedicenti "federalisti" che vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. E' più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti.
Forme di condivisione anche parziale del debito come gli Eurobond rischiano di far ripartire l'azzardo morale dei Paesi fiscalmente irresponsabili, che d'altronde non hanno saputo approfittare degli anni in cui il loro debito costava come quello tedesco (perché dovrebbero sentirsi "responsabilizzati" ora con gli Eurobond?); di indebolire la già fiacca determinazione nell'attuare costose (a livello politico) riforme strutturali; e inoltre non scongiurerebbero nemmeno il rischio che a quel punto i mercati comincino a far decollare i rendimenti sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.
Per non parlare del rischio di compromettere definitivamente la solidità dell'euro: emettere titoli di debito comuni quando le situazioni dei bilanci sono così diverse, vanno addirittura dalla piena sostenibilità al vero e proprio fallimento, e quando i gap di produttività sono così elevati, potrebbe significare da un giorno all'altro ritrovarsi in tasca, di fatto, lire e non euro. Ammesso e non concesso che possa andare bene a noi, di certo non andrebbe bene agli altri.
Quando sento Obama, Hollande, e i nostri politici - quelli che ci hanno portati a questo punto con più spesa e più tasse - parlare di "crescita", che per loro non ha mai voluto dire altro che spesa pubblica, allora nonostante gli errori, la miopia e gli interessi nazionali, istintivamente mi viene davvero voglia di sperare che la Merkel resista.
Gli Eurobond, la demonizzazione del rigore, l'invocare investimenti in infrastrutture come ricetta anti-crisi, sono tutti specchietti per le allodole che non annulleranno di colpo i profondi squilibri tra i Paesi dell'Eurozona, che negli anni anziché ridursi hanno continuato ad accentuarsi (e certo non per colpa dei tedeschi), e di cui con la crisi greca i mercati hanno ormai assunto definitiva consapevolezza.
Come osservano Alesina e Giavazzi anche oggi sul Corriere della Sera, «dobbiamo cominciare con l'ammettere che il nostro modello sociale non è più sostenibile».
Nella squadra keynesiana Hollande gioca da prima punta e annuncia che al prossimo Consiglio europeo metterà sul tavolo gli Eurobond. Monti si mostra più equilibrato, il suo linguaggio è più cauto, parla di «evoluzione verso gli Eurobond». Ma che posizione di gioco ricoprirà il premier italiano? Con Obama ha uno stretto rapporto, quasi da consulente economico, e tra i leader è quello che al momento può vantare la migliore capacità di dialogo con Berlino.
Non passa giorno senza che i tedeschi ribadiscano il loro fermo no agli Eurobond. Il neo presidente francese non può far vedere di rinunciare in partenza alle richieste sbandierate in campagna elettorale, ma ha anche bisogno di un accordo su un corposo pacchetto crescita per partire con il piede giusto e non con una clamorosa rottura. Al premier italiano - che per coprire i suoi fallimenti in casa (solo tasse, tagli risibili e zero riforme) ha scelto di puntare sulla politica europea per rianimare l'economia italiana - interessa la "golden rule", cioè scorporare dal calcolo del deficit le spese destinate agli investimenti "buoni", quelli produttivi (da individuare in sede Ue). Insomma, la sensazione è che gli Eurobond servano più che altro per mettere pressione alla Germania, per rafforzare la propria posizione negoziale, per indurre la Merkel a concedere di più su altri fronti: project-bond, magari da presentare come l'inizio di un percorso che porterà agli Eurobond; rafforzamento del capitale della Bei; reimpiego dei fondi strutturali non utilizzati; una qualche forma di "golden rule", il che però significherebbe esattamente rivedere il "fiscal compact".
Queste le «piste concrete» cui si riferiva Monti? «Non basta aspettare che le virtuosità derivanti da riforme strutturali e riduzione dei disavanzi generino per spontanea virtù la crescita», ha avvertito l'altro giorno. Anche perché queste riforme in Italia non si sono ancora viste, nonostante l'enfasi su «carte in regola» e «compiti a casa fatti».
Ed è proprio questo il punto: è pieno di sedicenti "federalisti" che vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. E' più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti.
Forme di condivisione anche parziale del debito come gli Eurobond rischiano di far ripartire l'azzardo morale dei Paesi fiscalmente irresponsabili, che d'altronde non hanno saputo approfittare degli anni in cui il loro debito costava come quello tedesco (perché dovrebbero sentirsi "responsabilizzati" ora con gli Eurobond?); di indebolire la già fiacca determinazione nell'attuare costose (a livello politico) riforme strutturali; e inoltre non scongiurerebbero nemmeno il rischio che a quel punto i mercati comincino a far decollare i rendimenti sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.
Per non parlare del rischio di compromettere definitivamente la solidità dell'euro: emettere titoli di debito comuni quando le situazioni dei bilanci sono così diverse, vanno addirittura dalla piena sostenibilità al vero e proprio fallimento, e quando i gap di produttività sono così elevati, potrebbe significare da un giorno all'altro ritrovarsi in tasca, di fatto, lire e non euro. Ammesso e non concesso che possa andare bene a noi, di certo non andrebbe bene agli altri.
Quando sento Obama, Hollande, e i nostri politici - quelli che ci hanno portati a questo punto con più spesa e più tasse - parlare di "crescita", che per loro non ha mai voluto dire altro che spesa pubblica, allora nonostante gli errori, la miopia e gli interessi nazionali, istintivamente mi viene davvero voglia di sperare che la Merkel resista.
Gli Eurobond, la demonizzazione del rigore, l'invocare investimenti in infrastrutture come ricetta anti-crisi, sono tutti specchietti per le allodole che non annulleranno di colpo i profondi squilibri tra i Paesi dell'Eurozona, che negli anni anziché ridursi hanno continuato ad accentuarsi (e certo non per colpa dei tedeschi), e di cui con la crisi greca i mercati hanno ormai assunto definitiva consapevolezza.
Come osservano Alesina e Giavazzi anche oggi sul Corriere della Sera, «dobbiamo cominciare con l'ammettere che il nostro modello sociale non è più sostenibile».
«Non si può crescere con livelli di spesa pubblica (e quindi di tassazione) che superano la metà del reddito nazionale. (...) Non possiamo più permetterci di lavorare in pochi per sostenere i tanti che non partecipano alla forza lavoro. Di fronte a questa realtà di portata epocale, l'idea che per far crescere l'Europa servano più infrastrutture fisiche è sinceramente risibile. La scarsità di strade, treni e aeroporti non è il primo problema dell'Europa. I nostri politici parlano di infrastrutture perché è un modo per non parlare dei veri problemi: il peso dello Stato sull'economia, le difficili riforme del mercato del lavoro e dei servizi. E' venuto il momento che i leader europei si chiedano se davvero vogliono salvare l'euro. Se lo vogliono, è giunta l'ora che facciano qualcosa, ma, per favore, non ferrovie e autostrade».
Wednesday, May 16, 2012
La giornata: Monti promosso a parole, rimandato nei fatti da Fmi
In Grecia sembra partita la corsa agli sportelli, la Spagna teme il contagio, mentre prosegue il pressing Ue per cercare di convincere i greci che il piano di austerità è il male minore possibile. Sembra che i greci, ormai in balìa dei demagoghi, vogliano la botte piena e la moglie ubriaca: non uscire dall'euro ma rinegoziare il piano di salvataggio. Non sono vittime di nessuno, non gli si chiede di eleggere un governo che piace a Bruxelles o a Berlino. Hanno in mano il loro destino, il che non significa però che le libere scelte non abbiano conseguenze anche severe. Ed è dovere dei vertici Ue non minacciare, ma chiarire cos'è in gioco. Democrazia è responsabilità.
Nel duello Merkel-Hollande, alle prime mosse, sembra che si giocherà parecchio sull'ambiguità del termine Eurobond: il presidente francese li evoca, ma quelli che avrebbe posto sul tavolo della cancelliera sono i project-bond, cioè non forme di condivisione del debito ma di finanziamento di opere infrastrutturali, su cui a Berlino sono più disponibili a trattare. Monti intanto si rivolge a Obama per completare l'accerchiamento keynesiano della Merkel che avrà luogo al G8.
In Italia intanto lo stesso presidente del Consiglio che era andato in Asia a dire che la crisi, quella del debito, era ormai «quasi superata», oggi avverte che «siamo ancora nel pieno della fase uno». E ci consola poco sapere che «se la crisi dovesse tracimare, l'Italia ha la coscienza pulita». Che ce ne facciamo della coscienza pulita?
Mentre Monti ed Equitalia sono ancora nel mirino degli anarchici, il premier oggi al Forum della PA ha ringraziato «tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che in questa fase di forti tensioni affrontano particolari criticità e persino rischi per la loro incolumità». Se «certa insofferenza è giustificata», chi è chiamato «a funzioni impopolari» merita «rispetto da parte dei cittadini». Peccato non ci sia stato un altrettanto forte richiamo al rispetto dei cittadini da parte dei funzionari, ma pazienza.
Domani su tutti i giornali le conclusioni della missione del Fmi in Italia verranno annunciate con squilli di tromba, un trionfo per Monti. L'Italia «è sulla strada giusta e ha fatto progressi notevoli negli ultimi sei mesi», addirittura un «modello» nell'Ue, è il giudizio complessivo espresso da Reza Moghadam, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, con Monti al suo fianco. I «semi della crescita» sono stati già piantati, rivendica il professore, e da sole le riforme porteranno 6 punti di Pil nei prossimi 5-7 anni. In realtà, cercando di andare oltre l'incoraggiamento e il supporto cordiale del Fondo al governo Monti, che appare senza alternative, sono più le ombre che le luci.
Nella relazione, oltre a confermare un calo del Pil nel 2012 del 2%, ben più delle previsioni governative, si evidenziano i molti fronti su cui si è avviato qualcosa ma non si è concluso ancora niente, e quelli in cui si è fatto addirittura l'opposto. Tra le altre cose, bocciati i tempi della separazione Snam-Eni, nulla sugli ordini professionali, punto interrogativo sulla riforma del lavoro, ma soprattutto il Fmi ricorda che il consolidamento dei conti va perseguito tagliando la spesa e abbassando le tasse, l'esatto contrario di quanto fatto finora da Monti, e che l'evasione fiscale si combatte tagliando le aliquote: «Più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione, c'è bisogno di un riequilibrio. I tagli delle tasse ridurranno l'evasione fiscale».
Nel duello Merkel-Hollande, alle prime mosse, sembra che si giocherà parecchio sull'ambiguità del termine Eurobond: il presidente francese li evoca, ma quelli che avrebbe posto sul tavolo della cancelliera sono i project-bond, cioè non forme di condivisione del debito ma di finanziamento di opere infrastrutturali, su cui a Berlino sono più disponibili a trattare. Monti intanto si rivolge a Obama per completare l'accerchiamento keynesiano della Merkel che avrà luogo al G8.
In Italia intanto lo stesso presidente del Consiglio che era andato in Asia a dire che la crisi, quella del debito, era ormai «quasi superata», oggi avverte che «siamo ancora nel pieno della fase uno». E ci consola poco sapere che «se la crisi dovesse tracimare, l'Italia ha la coscienza pulita». Che ce ne facciamo della coscienza pulita?
Mentre Monti ed Equitalia sono ancora nel mirino degli anarchici, il premier oggi al Forum della PA ha ringraziato «tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che in questa fase di forti tensioni affrontano particolari criticità e persino rischi per la loro incolumità». Se «certa insofferenza è giustificata», chi è chiamato «a funzioni impopolari» merita «rispetto da parte dei cittadini». Peccato non ci sia stato un altrettanto forte richiamo al rispetto dei cittadini da parte dei funzionari, ma pazienza.
Domani su tutti i giornali le conclusioni della missione del Fmi in Italia verranno annunciate con squilli di tromba, un trionfo per Monti. L'Italia «è sulla strada giusta e ha fatto progressi notevoli negli ultimi sei mesi», addirittura un «modello» nell'Ue, è il giudizio complessivo espresso da Reza Moghadam, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, con Monti al suo fianco. I «semi della crescita» sono stati già piantati, rivendica il professore, e da sole le riforme porteranno 6 punti di Pil nei prossimi 5-7 anni. In realtà, cercando di andare oltre l'incoraggiamento e il supporto cordiale del Fondo al governo Monti, che appare senza alternative, sono più le ombre che le luci.
Nella relazione, oltre a confermare un calo del Pil nel 2012 del 2%, ben più delle previsioni governative, si evidenziano i molti fronti su cui si è avviato qualcosa ma non si è concluso ancora niente, e quelli in cui si è fatto addirittura l'opposto. Tra le altre cose, bocciati i tempi della separazione Snam-Eni, nulla sugli ordini professionali, punto interrogativo sulla riforma del lavoro, ma soprattutto il Fmi ricorda che il consolidamento dei conti va perseguito tagliando la spesa e abbassando le tasse, l'esatto contrario di quanto fatto finora da Monti, e che l'evasione fiscale si combatte tagliando le aliquote: «Più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione, c'è bisogno di un riequilibrio. I tagli delle tasse ridurranno l'evasione fiscale».
Tuesday, May 15, 2012
La giornata: psicodramma Euro, Pd-Pdl più a sinistra di Hollande, Pil smentisce stime del governo
Nuova puntata dello psicodramma europeo. In Grecia è fallito l'estremo tentativo di formare un governo tecnico, quindi si torna al voto (praticamente un referendum sull'euro, dentro/fuori) e l'uscita di Atene dalla moneta unica non è più solo un'ipotesi di scuola, ma a questo punto una prospettiva a cui guardare con realismo (e preoccupazione). La direttrice del Fmi Lagarde auspica che la Grecia non lasci l'Eurozona, «ma - ha avvertito - dobbiamo essere tecnicamente preparati a ogni eventualità». I mercati ovviamente hanno reagito male: spread a 450 (rendimento al 6%), Piazza affari perde il 2,5% (ormai a 13.300 punti), euro sotto 1,28 sul dollaro.
Tutto a causa dell'incertezza greca, come in quella terribile settimana del novembre scorso in cui lo spread, schizzato in alto dopo l'annuncio da Atene di un referendum sulle misure europee, disarcionò il governo Berlusconi. Non manca ovviamente chi parla di «dittatura dello spread», ma stavolta commentatori e politici scoprono ciò che non vollero riconoscere allora, e cioè che "la soluzione della crisi passa per l'Europa". Insomma, se l'Italia non è ancora riuscita a sganciarsi dalla forza gravitazionale del buco nero greco stavolta non è perché il governo non ha fatto tutto quello che doveva. Addirittura Casini se la prende con le agenzie di rating per aver declassato 26 banche italiane, denunciando un «disegno criminale», quando solo pochi mesi fa il problema era la credibilità del governo.
Intanto, fulmini permettendo, il presidente francese Hollande, insediatosi oggi all'Eliseo, incontrerà la cancelliera Merkel. Un primo incontro da cui entrambi cercheranno di uscire millantando un successo. Ci sarà molta retorica sulla «crescita», ma molta ambiguità su come fare per stimolarla. Mentre per Hollande ci vuole più spesa pubblica, per la Merkel ci vogliono le riforme strutturali di cui parla Draghi. E' probabile che il presidente francese non partirà all'attacco con le proposte più esplosive, golden rule ed Eurobond, ma si accontenti di iniziare con il passo giusto la sua presidenza, cioè potendo proclamare una prima vittoria, portando a casa un'intesa generica per un «patto per la crescita» da affiancare al rigore, che più avanti prenderà le forme di investimenti con fondi Ue e al massimo project bond.
Sulle proposte più esplosive (golden rule ed Eurobond, appunto), che nemmeno Hollande oserà chiedere alla Merkel, il Pdl mostra di pensarla come Fassina e contro la maggior parte del Ppe, il che purtroppo spiega una delle anomalie politiche del nostro Paese, fino ad oggi condannato ad essere guidato da due sinistre.
Anche Monti, incapace di realizzare vere riforme in Italia e di tagliare la spesa, ormai punta tutte le sue carte nella politica europea per vedere di strappare un ammorbidimento del fiscal compact, tramite deroghe che permettano di scomputare dal rapporto deficit/Pil le spese per investimenti «produttivi». Se giocando di sponda con Hollande e Barroso saprà superare le resistenze tedesche, sarà comunque un processo lungo, mentre la recessione sta mordendo e sta già mettendo in discussione le ottimistiche previsioni del governo.
A contraddirle, proprio oggi, le stime preliminari dell'Istat sul Pil nel I trimestre 2012, praticamente oscurate dai media: un impietoso -0,8% sul trimestre precedente e -1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. E crescita acquisita per il 2012 pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%). E devono ancora svilupparsi gli effetti recessivi dell'Imu e dell'aumento dell'Iva a ottobre. Evidentemente una stima non in linea con le previsioni del governo, ma con lo scenario del Fmi, che prevede nel 2012 un calo del Pil del 2%. Se così fosse, addio pareggio di bilancio nel 2013.
Tanto è tutta colpa dei "dominatori" tedeschi, del loro cieco rigore, è il coro unanime che si leva dalla politica e dalla stampa nostrane, anche di centrodestra, e guai a far notare che un'austerità così recessiva, solo tasse e niente tagli alla spesa né vere riforme per la crescita, ce la siamo imposti da soli, cioè ce l'hanno imposta non Berlino né la Bce, ma i nostri governi - di sinistra, di destra e "tecnici".
Tutto a causa dell'incertezza greca, come in quella terribile settimana del novembre scorso in cui lo spread, schizzato in alto dopo l'annuncio da Atene di un referendum sulle misure europee, disarcionò il governo Berlusconi. Non manca ovviamente chi parla di «dittatura dello spread», ma stavolta commentatori e politici scoprono ciò che non vollero riconoscere allora, e cioè che "la soluzione della crisi passa per l'Europa". Insomma, se l'Italia non è ancora riuscita a sganciarsi dalla forza gravitazionale del buco nero greco stavolta non è perché il governo non ha fatto tutto quello che doveva. Addirittura Casini se la prende con le agenzie di rating per aver declassato 26 banche italiane, denunciando un «disegno criminale», quando solo pochi mesi fa il problema era la credibilità del governo.
Intanto, fulmini permettendo, il presidente francese Hollande, insediatosi oggi all'Eliseo, incontrerà la cancelliera Merkel. Un primo incontro da cui entrambi cercheranno di uscire millantando un successo. Ci sarà molta retorica sulla «crescita», ma molta ambiguità su come fare per stimolarla. Mentre per Hollande ci vuole più spesa pubblica, per la Merkel ci vogliono le riforme strutturali di cui parla Draghi. E' probabile che il presidente francese non partirà all'attacco con le proposte più esplosive, golden rule ed Eurobond, ma si accontenti di iniziare con il passo giusto la sua presidenza, cioè potendo proclamare una prima vittoria, portando a casa un'intesa generica per un «patto per la crescita» da affiancare al rigore, che più avanti prenderà le forme di investimenti con fondi Ue e al massimo project bond.
Sulle proposte più esplosive (golden rule ed Eurobond, appunto), che nemmeno Hollande oserà chiedere alla Merkel, il Pdl mostra di pensarla come Fassina e contro la maggior parte del Ppe, il che purtroppo spiega una delle anomalie politiche del nostro Paese, fino ad oggi condannato ad essere guidato da due sinistre.
Anche Monti, incapace di realizzare vere riforme in Italia e di tagliare la spesa, ormai punta tutte le sue carte nella politica europea per vedere di strappare un ammorbidimento del fiscal compact, tramite deroghe che permettano di scomputare dal rapporto deficit/Pil le spese per investimenti «produttivi». Se giocando di sponda con Hollande e Barroso saprà superare le resistenze tedesche, sarà comunque un processo lungo, mentre la recessione sta mordendo e sta già mettendo in discussione le ottimistiche previsioni del governo.
A contraddirle, proprio oggi, le stime preliminari dell'Istat sul Pil nel I trimestre 2012, praticamente oscurate dai media: un impietoso -0,8% sul trimestre precedente e -1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. E crescita acquisita per il 2012 pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%). E devono ancora svilupparsi gli effetti recessivi dell'Imu e dell'aumento dell'Iva a ottobre. Evidentemente una stima non in linea con le previsioni del governo, ma con lo scenario del Fmi, che prevede nel 2012 un calo del Pil del 2%. Se così fosse, addio pareggio di bilancio nel 2013.
Tanto è tutta colpa dei "dominatori" tedeschi, del loro cieco rigore, è il coro unanime che si leva dalla politica e dalla stampa nostrane, anche di centrodestra, e guai a far notare che un'austerità così recessiva, solo tasse e niente tagli alla spesa né vere riforme per la crescita, ce la siamo imposti da soli, cioè ce l'hanno imposta non Berlino né la Bce, ma i nostri governi - di sinistra, di destra e "tecnici".
Monday, May 14, 2012
Demagogia e nazionalismo alle vongole degli anti-Merkel nostrani
Scene di giubilo bipartisan in Italia per la sconfitta della CDU nel Nord Reno-Westfalia. Ovvio che esulti il Pd per l'affermazione dei socialisti, e della governatrice Hannelore Kraft, che vede come possibile Hollande tedesca, candidata anti-Merkel per il cancellierato. Ma l'esultanza nel Pdl? Anche i tedeschi (dopo francesi e greci) bocciano l'austerità della Merkel, è la lettura del voto prevalente sui giornali ("Crolla la Merkel, bocciata l'austerity", su la Repubblica), anche di centrodestra e non solo italiani (sì, di abbagli il FT ne ha presi eccome). Ma davvero i cittadini tedeschi del Nord Reno-Westfalia hanno usato il loro voto regionale per dire alla Merkel basta imporre rigore a Grecia, Italia, Spagna eccetera, il conto lo paghiamo noi per tutti?
Quanto meno improbabile. Hanno pesato innanzitutto i leader e i programmi locali. Il voto può certamente avere avuto un significato anche politico più generale, ma difficilmente può essere fatto passare, nel senso indicato dai nostri politicanti e commentatori, per una bocciatura della politica europea del duo Merkel-Schäuble, se addirittura l'80% dei tedeschi, risulta da un recente sondaggio, vorrebbe dire basta non all'austerità ma agli aiuti alla Grecia. L'SPD inoltre è senz'altro portatrice di istanze pro spesa pubblica, ma non sarebbe meno severa e occhiuta della Merkel sui bilanci dei partner Ue, tant'è vero che propone un comitato di controllo dei conti pubblici.
Avvalorare un presunto indebolimento della Merkel, descriverla come ormai accerchiata e sotto assedio, è però funzionale a legittimare e a dare forza alle richieste di revisione del fiscal compact. Fa comodo scaricare sugli altri le colpe della crisi: il debito pubblico è colpa degli evasori fiscali, lo spread degli speculatori, la recessione del rigore imposto da Berlino e dalla Bce, e così via. Ma se l'austerità ha avuto effetti recessivi, questi sono stati certamente aggravati dal ricorso quasi esclusivo ad aumenti di tasse anziché tagli alla spesa, e senza vere riforme. Una scelta squisitamente politica che non ci è stata imposta né da Berlino né dalla Bce, che anzi ci suggeriscono da anni l'opposto.
I tedeschi non sono dei liberisti "selvaggi", hanno uno stato sociale altamente sviluppato, elevati livelli di spesa e di tassazione, ma i conti sono abbastanza in ordine, sicuramente più dei nostri, e il debito non è esploso. Semplicemente non vogliono pagare il conto per le euro-cicale. Hanno sicuramente compiuto degli errori nella gestione della crisi greca, e difeso com'è naturale i loro interessi nazionali, ma non bisogna dimenticare che i primi colpevoli della crisi sono i Paesi che si sono indebitati (addirittura truccando i conti, come la Grecia) e che per dieci anni non hanno saputo approfittare dei bassi tassi di interesse per fare le riforme e ridurre il gap di competitività con la Germania. I Paesi che si indebitano si pongono loro stessi nella condizioni di essere "dominati" dai loro creditori (i mercati o chi poi dovrebbe correre a salvarli), come capiterebbe a chiunque.
Ora questi Paesi, tra cui l'Italia di Berlusconi-Monti, non essendo riusciti a realizzare le riforme per la crescita incolpano l'austerità tedesca perché spendere è l'unico modo in cui credono di poter tornare a crescere e chiedono di essere autorizzati a farlo. Contrapporre la crescita al rigore è la nuova arma retorica dei sostenitori della spesa. Ma la crescita è incompatibile con il rigore solo nella testa di chi è convinto che l'unico modo per crescere sia spendere denaro pubblico. Scaricare le colpe della crisi sul rigore, evocare la proverbiale "cattiveria" germanica, è pura demagogia e non aiuta a indirizzare il dibattito interno sulle scelte chiave in termini di spesa pubblica, tasse e lavoro.
E a quanto pare nemmeno trovarsi in compagnia di Hollande e di Obama (il presidente Usa, che per combattere la crisi ha aumentato il deficit federale, esorta l'Europa a seguire i suoi passi), contro una coalizione cristiano-liberale, risveglia qualcosa nel Pdl e nella stampa di centrodestra. Evidentemente era di stampo keynesiano, e non liberale, la critica prevalente nel partito al rigore tremontiano. Forse non si perdona alla Merkel di aver scaricato Berlusconi, e il tutto è condito con una sorta di nazionalismo alle vongole.
Quanto meno improbabile. Hanno pesato innanzitutto i leader e i programmi locali. Il voto può certamente avere avuto un significato anche politico più generale, ma difficilmente può essere fatto passare, nel senso indicato dai nostri politicanti e commentatori, per una bocciatura della politica europea del duo Merkel-Schäuble, se addirittura l'80% dei tedeschi, risulta da un recente sondaggio, vorrebbe dire basta non all'austerità ma agli aiuti alla Grecia. L'SPD inoltre è senz'altro portatrice di istanze pro spesa pubblica, ma non sarebbe meno severa e occhiuta della Merkel sui bilanci dei partner Ue, tant'è vero che propone un comitato di controllo dei conti pubblici.
Avvalorare un presunto indebolimento della Merkel, descriverla come ormai accerchiata e sotto assedio, è però funzionale a legittimare e a dare forza alle richieste di revisione del fiscal compact. Fa comodo scaricare sugli altri le colpe della crisi: il debito pubblico è colpa degli evasori fiscali, lo spread degli speculatori, la recessione del rigore imposto da Berlino e dalla Bce, e così via. Ma se l'austerità ha avuto effetti recessivi, questi sono stati certamente aggravati dal ricorso quasi esclusivo ad aumenti di tasse anziché tagli alla spesa, e senza vere riforme. Una scelta squisitamente politica che non ci è stata imposta né da Berlino né dalla Bce, che anzi ci suggeriscono da anni l'opposto.
I tedeschi non sono dei liberisti "selvaggi", hanno uno stato sociale altamente sviluppato, elevati livelli di spesa e di tassazione, ma i conti sono abbastanza in ordine, sicuramente più dei nostri, e il debito non è esploso. Semplicemente non vogliono pagare il conto per le euro-cicale. Hanno sicuramente compiuto degli errori nella gestione della crisi greca, e difeso com'è naturale i loro interessi nazionali, ma non bisogna dimenticare che i primi colpevoli della crisi sono i Paesi che si sono indebitati (addirittura truccando i conti, come la Grecia) e che per dieci anni non hanno saputo approfittare dei bassi tassi di interesse per fare le riforme e ridurre il gap di competitività con la Germania. I Paesi che si indebitano si pongono loro stessi nella condizioni di essere "dominati" dai loro creditori (i mercati o chi poi dovrebbe correre a salvarli), come capiterebbe a chiunque.
Ora questi Paesi, tra cui l'Italia di Berlusconi-Monti, non essendo riusciti a realizzare le riforme per la crescita incolpano l'austerità tedesca perché spendere è l'unico modo in cui credono di poter tornare a crescere e chiedono di essere autorizzati a farlo. Contrapporre la crescita al rigore è la nuova arma retorica dei sostenitori della spesa. Ma la crescita è incompatibile con il rigore solo nella testa di chi è convinto che l'unico modo per crescere sia spendere denaro pubblico. Scaricare le colpe della crisi sul rigore, evocare la proverbiale "cattiveria" germanica, è pura demagogia e non aiuta a indirizzare il dibattito interno sulle scelte chiave in termini di spesa pubblica, tasse e lavoro.
E a quanto pare nemmeno trovarsi in compagnia di Hollande e di Obama (il presidente Usa, che per combattere la crisi ha aumentato il deficit federale, esorta l'Europa a seguire i suoi passi), contro una coalizione cristiano-liberale, risveglia qualcosa nel Pdl e nella stampa di centrodestra. Evidentemente era di stampo keynesiano, e non liberale, la critica prevalente nel partito al rigore tremontiano. Forse non si perdona alla Merkel di aver scaricato Berlusconi, e il tutto è condito con una sorta di nazionalismo alle vongole.
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Il Pdl non ha ancora capito
Se per 17 anni hai fatto delle promesse ai tuoi elettori, e una volta al governo hai fatto puntualmente l'opposto, tanto da non riuscire ad evitare al Paese una pesante gragnola di tasse e uno stato di polizia tributaria, puoi anche chiamarti Berlusconi o Padreterno, ma la gente non ti crede più e se ne sta a casa aspettando che si presenti qualcuno più credibile.
Il primo passo, quindi, dovrebbe essere una solenne e sincera operazione verità, di denuncia davanti agli elettori del proprio errore capitale: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994. Facce nuove e atti concreti per rinnegare in toto la politica economica cripto-socialista che i governi di centrodestra hanno sempre perseguito. Sarà un caso che "Italia Futura", l'associazione di Montezemolo, preparandosi a lanciare la sua Opa sull'elettorato di centrodestra smarrito, disgregato, faccia proprie in campo economico e istituzionale le due proposte sdoganate da Forza Italia nel lontano 1994: "meno Stato" e presidenzialismo?
La confusione regna ancora sovrana nel Pdl: incalza il governo sulla spending review e l'abbattimento del debito, sull'Imu e l'Iva, ma si lascia affascinare dalla vittoria di Hollande e dalle ricette di Krugman. È comprensibile opporre un pizzico d'orgoglio patrio rispetto alle richieste di austerity che giungono da Bruxelles e Berlino, e voler tutelare l'interesse nazionale di fronte a impegni troppo gravosi per il nostro Paese, ma un Pdl che ancora "flirta" con approcci socialisti e keynesiani mostra di non aver ancora compreso la fondamentale lezione delle sue sconfitte.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Il primo passo, quindi, dovrebbe essere una solenne e sincera operazione verità, di denuncia davanti agli elettori del proprio errore capitale: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994. Facce nuove e atti concreti per rinnegare in toto la politica economica cripto-socialista che i governi di centrodestra hanno sempre perseguito. Sarà un caso che "Italia Futura", l'associazione di Montezemolo, preparandosi a lanciare la sua Opa sull'elettorato di centrodestra smarrito, disgregato, faccia proprie in campo economico e istituzionale le due proposte sdoganate da Forza Italia nel lontano 1994: "meno Stato" e presidenzialismo?
La confusione regna ancora sovrana nel Pdl: incalza il governo sulla spending review e l'abbattimento del debito, sull'Imu e l'Iva, ma si lascia affascinare dalla vittoria di Hollande e dalle ricette di Krugman. È comprensibile opporre un pizzico d'orgoglio patrio rispetto alle richieste di austerity che giungono da Bruxelles e Berlino, e voler tutelare l'interesse nazionale di fronte a impegni troppo gravosi per il nostro Paese, ma un Pdl che ancora "flirta" con approcci socialisti e keynesiani mostra di non aver ancora compreso la fondamentale lezione delle sue sconfitte.
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Thursday, May 10, 2012
La giornata: Merkel tiene duro e Monti spera in un po' di spesa targata Ue
Nei confronti della Grecia non è dura solo la Germania, ma anche il meno austero presidente della Commissione Ue Barroso (favorevole ai project bond): rispetto per la democrazia greca sì, ma anche per gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma di salvataggio. L'Ue è come un club, «se un membro non rispetta le regole è meglio che se ne vada, vale per qualsiasi organizzazione, istituzione, o progetto».
Intanto chi voleva una Germania dimessa dopo il successo di Hollande (che intanto come primo atto taglia gli stipendi dei membri del governo e dei manager pubblici) farebbe bene a ricredersi in fretta. La cancelliera Merkel continua a fissare i suoi paletti, e a ribadire l'intransigenza tedesca, in vista delle prossime complicate trattative su come rilanciare la crescita nell'Eurozona: «Abbiamo parlato tanto di Eurobond e di leveraging - dice la cancelliera in Parlamento - tutte queste misure compaiono e scompaiono come strumenti miracolosi, mentre è noto che non sono soluzioni sostenibili». La crisi «non sarà sconfitta in un giorno», avverte, e la risolveremo in solo modo, affrontando le sue cause, «che sono i debiti orrendi e la mancanza di competitività di alcuni Paesi». Risanamento, quindi, e crescita, però basata sulle riforme strutturali e non su pacchetti di spesa. Pare invece che i tedeschi siano più disponibili ad accettare un'inflazione interna più elevata, il 3% anziché il 2, attraverso aumenti salariali, a beneficio indiretto dei Paesi in cui la domanda interna è penalizzata dall'austerity.
Se Monti insiste invece per italianissime deroghe al fiscal compact («nuove iniziative per la crescita senza mettere in discussione la disciplina di bilancio»), la Bce sembra allineata alle posizioni di Berlino: per rilanciare la crescita nell'Eurozona, specie nei Paesi che hanno perso produttività e devono stimolarla, non servono pacchetti di stimolo ma «riforme strutturali incisive». Bisogna «rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e servizi e la capacità di aggiustamento salariale e occupazionale delle imprese», scrive la Bce nel bollettino mensile.
Bella faccia tosta ha il ministro Passera a lamentarsi con l'Ue che «non ha fatto la sua parte», quando il suo governo ha fatto pochino, e male, proprio laddove la Bce esorta i governi ad essere «più ambiziosi».
Quella trascorsa è stata tutto sommato una giornata di relativa calma, ma indubbiamente nei prossimi mesi il rapporto tra Monti e i partiti, soprattutto il Pdl, sarà molto tormentato e non lascerà al governo sufficienti spazi di manovra per ulteriori iniziative legislative.
Monti non manca di far trapelare la sua amarezza per gli attacchi continui e sempre più frequenti, ma in un messaggio al capo dello Stato si dice «determinato a realizzare il mandato» e sicuro che «l'Italia ce la farà». Ma fatto pochino in Italia, con le mani ormai legate e sempre più insofferente, Monti si concentra sulla politica europea. E' a Bruxelles e a Berlino che cerca di attivare qualche leva per la crescita, con un po' di spesa per investimenti autorizzata dall'Ue, sperando di placare il fronte interno.
Nel tentativo di raffreddare le tentazioni di "governicidio" oggi il ministro Passera è intervenuto scaricando sull'Europa la colpa per l'assenza di politiche per la crescita, dicendosi certo che Monti saprà essere ascoltato sulla spesa per gli investimenti, e infine diffondendo un po' d'allarmismo («disagio sociale più ampio di quello che le statistiche dicono, è a rischio la tenuta economica e sociale del Paese»).
E in effetti le stime non fanno che peggiorare, confermando che il governo potrebbe aver sottostimato l'impatto recessivo delle sue misure. Oggi è la volta del Centro Studi di Confindustria, il quale avverte che «in Italia la ripresa si allontana: la domanda interna (specie i consumi) cala più del previsto e l'export ha perso slancio rispetto a qualche mese fa, nonostante il commercio mondiale vada meglio». La disoccupazione ormai sfiora la soglia del 10% e si prevede un calo del Pil nel II trimestre 2012 più accentuato del previsto. Sempre più improbabile il -1,2% previsto dal governo nel Def, mentre comincia ad apparire ottimistico persino il -2% del Fmi.
Sul fronte politico la tentazione di staccare la spina al governo e l'ossessione per l'unità dei cosiddetti "moderati" tornano ad animare il dibattito interno al Pdl. Ma nelle analisi della sconfitta elettorale continua a mancare la causa all'origine di tutti i suoi guai: la drammatica perdita di credibilità agli occhi dei propri elettori non tanto per il sostegno a Monti, ma per aver sistematicamente, per 17 anni, tradito le promesse di cambiamento una volta al governo.
E mentre nel Pdl falchi e colombe si dividono sul sostegno a Monti, si spargono veleni sul segretario e si tira per la giacchetta il Cav, e sulla legge elettorale non si va oltre proporzionale o porcellum corretto con preferenze, Italia Futura macina proprio sui contenuti che una volta portavano al successo Forza Italia e il centrodestra: dopo il manifesto liberista per "meno Stato", l'associazione di Montezemolo si schiera anche per il presidenzialismo e il maggioritario.
Il Pdl sarà anche uscito con le ossa rotte dalle urne, ma l'unico effetto concreto del voto amministrativo per ora è la liquidazione del Terzo polo. Con il Pd sempre più a suo agio nella foto di Vasto, e avendo fallito nel raccogliere i cocci del Pdl, Casini è tornato a giocare in proprio e ha scaricato Fini e Rutelli, sull'orlo della disperazione. Sul lato sinistro, a giudicare dalle punturine di Bersani all'indirizzo dell'esecutivo, sugli esodati e sugli incomprensibili «ritardi» nel «far girare un po' di liquidità per le imprese», il risultato delle amministrative non dev'essere stato esaltante nemmeno per il Pd.
Intanto chi voleva una Germania dimessa dopo il successo di Hollande (che intanto come primo atto taglia gli stipendi dei membri del governo e dei manager pubblici) farebbe bene a ricredersi in fretta. La cancelliera Merkel continua a fissare i suoi paletti, e a ribadire l'intransigenza tedesca, in vista delle prossime complicate trattative su come rilanciare la crescita nell'Eurozona: «Abbiamo parlato tanto di Eurobond e di leveraging - dice la cancelliera in Parlamento - tutte queste misure compaiono e scompaiono come strumenti miracolosi, mentre è noto che non sono soluzioni sostenibili». La crisi «non sarà sconfitta in un giorno», avverte, e la risolveremo in solo modo, affrontando le sue cause, «che sono i debiti orrendi e la mancanza di competitività di alcuni Paesi». Risanamento, quindi, e crescita, però basata sulle riforme strutturali e non su pacchetti di spesa. Pare invece che i tedeschi siano più disponibili ad accettare un'inflazione interna più elevata, il 3% anziché il 2, attraverso aumenti salariali, a beneficio indiretto dei Paesi in cui la domanda interna è penalizzata dall'austerity.
Se Monti insiste invece per italianissime deroghe al fiscal compact («nuove iniziative per la crescita senza mettere in discussione la disciplina di bilancio»), la Bce sembra allineata alle posizioni di Berlino: per rilanciare la crescita nell'Eurozona, specie nei Paesi che hanno perso produttività e devono stimolarla, non servono pacchetti di stimolo ma «riforme strutturali incisive». Bisogna «rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e servizi e la capacità di aggiustamento salariale e occupazionale delle imprese», scrive la Bce nel bollettino mensile.
Bella faccia tosta ha il ministro Passera a lamentarsi con l'Ue che «non ha fatto la sua parte», quando il suo governo ha fatto pochino, e male, proprio laddove la Bce esorta i governi ad essere «più ambiziosi».
Quella trascorsa è stata tutto sommato una giornata di relativa calma, ma indubbiamente nei prossimi mesi il rapporto tra Monti e i partiti, soprattutto il Pdl, sarà molto tormentato e non lascerà al governo sufficienti spazi di manovra per ulteriori iniziative legislative.
Monti non manca di far trapelare la sua amarezza per gli attacchi continui e sempre più frequenti, ma in un messaggio al capo dello Stato si dice «determinato a realizzare il mandato» e sicuro che «l'Italia ce la farà». Ma fatto pochino in Italia, con le mani ormai legate e sempre più insofferente, Monti si concentra sulla politica europea. E' a Bruxelles e a Berlino che cerca di attivare qualche leva per la crescita, con un po' di spesa per investimenti autorizzata dall'Ue, sperando di placare il fronte interno.
Nel tentativo di raffreddare le tentazioni di "governicidio" oggi il ministro Passera è intervenuto scaricando sull'Europa la colpa per l'assenza di politiche per la crescita, dicendosi certo che Monti saprà essere ascoltato sulla spesa per gli investimenti, e infine diffondendo un po' d'allarmismo («disagio sociale più ampio di quello che le statistiche dicono, è a rischio la tenuta economica e sociale del Paese»).
E in effetti le stime non fanno che peggiorare, confermando che il governo potrebbe aver sottostimato l'impatto recessivo delle sue misure. Oggi è la volta del Centro Studi di Confindustria, il quale avverte che «in Italia la ripresa si allontana: la domanda interna (specie i consumi) cala più del previsto e l'export ha perso slancio rispetto a qualche mese fa, nonostante il commercio mondiale vada meglio». La disoccupazione ormai sfiora la soglia del 10% e si prevede un calo del Pil nel II trimestre 2012 più accentuato del previsto. Sempre più improbabile il -1,2% previsto dal governo nel Def, mentre comincia ad apparire ottimistico persino il -2% del Fmi.
Sul fronte politico la tentazione di staccare la spina al governo e l'ossessione per l'unità dei cosiddetti "moderati" tornano ad animare il dibattito interno al Pdl. Ma nelle analisi della sconfitta elettorale continua a mancare la causa all'origine di tutti i suoi guai: la drammatica perdita di credibilità agli occhi dei propri elettori non tanto per il sostegno a Monti, ma per aver sistematicamente, per 17 anni, tradito le promesse di cambiamento una volta al governo.
E mentre nel Pdl falchi e colombe si dividono sul sostegno a Monti, si spargono veleni sul segretario e si tira per la giacchetta il Cav, e sulla legge elettorale non si va oltre proporzionale o porcellum corretto con preferenze, Italia Futura macina proprio sui contenuti che una volta portavano al successo Forza Italia e il centrodestra: dopo il manifesto liberista per "meno Stato", l'associazione di Montezemolo si schiera anche per il presidenzialismo e il maggioritario.
Il Pdl sarà anche uscito con le ossa rotte dalle urne, ma l'unico effetto concreto del voto amministrativo per ora è la liquidazione del Terzo polo. Con il Pd sempre più a suo agio nella foto di Vasto, e avendo fallito nel raccogliere i cocci del Pdl, Casini è tornato a giocare in proprio e ha scaricato Fini e Rutelli, sull'orlo della disperazione. Sul lato sinistro, a giudicare dalle punturine di Bersani all'indirizzo dell'esecutivo, sugli esodati e sugli incomprensibili «ritardi» nel «far girare un po' di liquidità per le imprese», il risultato delle amministrative non dev'essere stato esaltante nemmeno per il Pd.
Wednesday, May 09, 2012
La giornata: spread a 400 ma ormai assuefatti e Monti ricorda che siamo il Paese delle millederoghe
Grecia e Spagna allarmano i mercati e spread oltre 400 (ha toccato i 425 punti), ma ormai ci siamo assuefatti, non fa più notizia. Il fiscal compact non è ancora entrato in vigore e Monti in pieno italian style pensa già alle deroghe, mentre i partiti si preoccupano della legge elettorale e di Grillo. E' pacifico per tutti che la finestra delle riforme si è chiusa definitivamente con le amministrative e non rimane che chiedere un po' di soldi in Europa. Certo, per importanti investimenti. Come quelli con cui per mezzo secolo abbiamo cercato di risollevare il Mezzogiorno d'Italia.
Il governo spagnolo starebbe preparando una parziale nazionalizzazione di Bankia, il 45% massimo del capitale, mentre il premier greco incaricato, Tsipras, leader della sinistra comunista, prim'ancora di sapere se ha o no una maggioranza (probabilmente no) ha già fatto danni, spedendo una lettera al presidente dell'Ue Van Rompuy e al governatore della Bce Draghi in cui annuncia che gli «accordi presi dal precedente governo sull'austerity non sono più validi». Al che il ministro delle finanze tedesco Schaeuble non ha potuto che commentare: «Se la Grecia decide di uscire dall'euro, non possiamo costringerla». E se intendesse rinegoziare gli aiuti farebbe precipitare l'Eurozona in una «incertezza catastrofica». Insomma, proprio un bella torta di compleanno per l'Ue.
Intanto, continuano le mosse di posizionamento nel dibattito europeo su crescita e rigore alla luce dell'esito delle elezioni francesi. La cancelliera Merkel un giorno sì e l'altro pure fissa preventivamente i paletti ad Hollande: tutti i Paesi che hanno firmato il fiscal compact devono rispettarlo e «non esiste nessun conflitto tra crescita e misure di austerità». Insomma, non venite a dirmi che per rilanciare la crescita bisogna allentare il rigore.
Monti cerca di rafforzare il suo ruolo di mediatore. Da una parte rassicura la cancelliera tedesca, la quale «sa che non deve temere le proposte italiane» per il rilancio della crescita, perché non passeranno dallo «scardinamento» dei principi della disciplina di bilancio, ma birichino ipotizza che la stessa Merkel «da domenica è ancora più interessata a trovare vie di crescita che non scardinino quei principi». Come dire, concedi qualcosa se no ti toccano le richieste "scardinanti" di Hollande.
Dall'altra, il premier italiano propone alcune deroghe al fiscal compact, cioè di esentare una parte della spesa per gli investimenti dai vincoli di bilancio. Certo, chiedere di esentare tutta la spesa per investimenti sarebbe «troppo audace», ma concordare in sede europea «cosa ammettere come investimento positivo e cosa no», con «criteri di misurazione rigidi» - per esempio si potrebbero scontare dai vincoli «gli investimenti per la broad band e l'agenda digitale per i prossimi tre anni» - non sarebbe «niente di elusivo», l'impatto sarebbe «minimo». L'Italia ne sta parlando «in questi giorni» con i partner europei. «Se un Paese ha un rapporto debito/Pil al 120%, è questa l'unica cosa che conta o conta anche cosa ha fatto quel governo negli anni con i soldi che si è fatto prestare? Io - è il ragionamento del premier - sarei contento di vivere in un Paese che ha usato il debito per finanziare infrastrutture, piuttosto che diperdere quel denaro nel consumo pubblico».Ma Monti scarica sull'Ue anche la questione dei debiti della PA nei confronti delle imprese, chiedendo che anche queste spese vengano scontate dai vincoli di bilancio. Non si tratta in questo caso però di mero «consumo pubblico»?
Una risposta indiretta sia a Hollande che a Monti arriva da Schaeuble, secondo cui «è sbagliato pensare che le politiche per la crescita abbiano bisogno di soldi».
Dopo la meschina battuta di ieri il professore oggi ha cercato di rimediare e dai governi che dovevano «riflettere» sulle «conseguenze umane» della crisi che hanno provocato, si passa ad un fin troppo generoso «il governo precedente e i suoi predecessori hanno fatto significative riforme strutturali e noi le stiamo doverosamente intensificando».
Il governo spagnolo starebbe preparando una parziale nazionalizzazione di Bankia, il 45% massimo del capitale, mentre il premier greco incaricato, Tsipras, leader della sinistra comunista, prim'ancora di sapere se ha o no una maggioranza (probabilmente no) ha già fatto danni, spedendo una lettera al presidente dell'Ue Van Rompuy e al governatore della Bce Draghi in cui annuncia che gli «accordi presi dal precedente governo sull'austerity non sono più validi». Al che il ministro delle finanze tedesco Schaeuble non ha potuto che commentare: «Se la Grecia decide di uscire dall'euro, non possiamo costringerla». E se intendesse rinegoziare gli aiuti farebbe precipitare l'Eurozona in una «incertezza catastrofica». Insomma, proprio un bella torta di compleanno per l'Ue.
Intanto, continuano le mosse di posizionamento nel dibattito europeo su crescita e rigore alla luce dell'esito delle elezioni francesi. La cancelliera Merkel un giorno sì e l'altro pure fissa preventivamente i paletti ad Hollande: tutti i Paesi che hanno firmato il fiscal compact devono rispettarlo e «non esiste nessun conflitto tra crescita e misure di austerità». Insomma, non venite a dirmi che per rilanciare la crescita bisogna allentare il rigore.
Monti cerca di rafforzare il suo ruolo di mediatore. Da una parte rassicura la cancelliera tedesca, la quale «sa che non deve temere le proposte italiane» per il rilancio della crescita, perché non passeranno dallo «scardinamento» dei principi della disciplina di bilancio, ma birichino ipotizza che la stessa Merkel «da domenica è ancora più interessata a trovare vie di crescita che non scardinino quei principi». Come dire, concedi qualcosa se no ti toccano le richieste "scardinanti" di Hollande.
Dall'altra, il premier italiano propone alcune deroghe al fiscal compact, cioè di esentare una parte della spesa per gli investimenti dai vincoli di bilancio. Certo, chiedere di esentare tutta la spesa per investimenti sarebbe «troppo audace», ma concordare in sede europea «cosa ammettere come investimento positivo e cosa no», con «criteri di misurazione rigidi» - per esempio si potrebbero scontare dai vincoli «gli investimenti per la broad band e l'agenda digitale per i prossimi tre anni» - non sarebbe «niente di elusivo», l'impatto sarebbe «minimo». L'Italia ne sta parlando «in questi giorni» con i partner europei. «Se un Paese ha un rapporto debito/Pil al 120%, è questa l'unica cosa che conta o conta anche cosa ha fatto quel governo negli anni con i soldi che si è fatto prestare? Io - è il ragionamento del premier - sarei contento di vivere in un Paese che ha usato il debito per finanziare infrastrutture, piuttosto che diperdere quel denaro nel consumo pubblico».Ma Monti scarica sull'Ue anche la questione dei debiti della PA nei confronti delle imprese, chiedendo che anche queste spese vengano scontate dai vincoli di bilancio. Non si tratta in questo caso però di mero «consumo pubblico»?
Una risposta indiretta sia a Hollande che a Monti arriva da Schaeuble, secondo cui «è sbagliato pensare che le politiche per la crescita abbiano bisogno di soldi».
Dopo la meschina battuta di ieri il professore oggi ha cercato di rimediare e dai governi che dovevano «riflettere» sulle «conseguenze umane» della crisi che hanno provocato, si passa ad un fin troppo generoso «il governo precedente e i suoi predecessori hanno fatto significative riforme strutturali e noi le stiamo doverosamente intensificando».
Tuesday, May 08, 2012
La giornata: le urne scuotono i partiti e Monti perde la testa
Brutta e meschina uscita quella di Monti sui suicidi e analisi sbagliata degli effetti del voto amministrativo sull'agenda del governo.
I suicidi «dovrebbero far riflettere molto più chi ha portato l'economia italiana a questo stadio che non chi cerca di farla uscire». Sostenere che l'attuale governo non si dovrebbe preoccupare dei suicidi solo perché non ci ha portati lui in questa situazione di crisi - ammesso e non concesso che abbia davvero responsabilità così limitate - oltre che di cattivo gusto, offensiva, è palesemente un'assurdità dal punto di vista istituzionale. Un governo che si rispetti, chi rappresenta le istituzioni oggi, deve farsi carico eccome delle emergenze sociali, quali che siano, anche di quelle di cui non è diretto responsabile (ripeto: ammesso e non concesso che non lo sia). E' un suo preciso dovere istituzionale. Invece Monti si lascia andare ad una livorosa polemica politica nei confronti del suo predecessore, senza essere stato provocato, come nemmeno Bersani avrebbe avuto lo stomaco di fare su un tema così drammatico.
Monti parlava non dei suicidi, ma delle «conseguenze umane» della crisi, come si affretta a precisare Palazzo Chigi? Cambia poco: tra le «conseguenze umane» ci sono evidentemente anche i numerosi suicidi e in ogni caso è dovere del governo preoccuparsene.
Ma è una frase doppiamente infelice, quella del premier, perché scaricare le colpe sui governi passati è il primo segno della propria inadeguatezza e perché arriva all'indomani di un risultato elettorale estremamente punitivo per il Pdl. Addossare a Berlusconi e al suo partito la colpa dei suicidi di queste settimane, al di là del merito, rischia di alimentare inutili tensioni. A questo punto o Monti ha perso la testa, lo stress comincia a giocargli brutti scherzi e a fargli perdere la sobrietà, oppure è in cerca di guai, di pretesti per farsi cacciare.
Secondo il premier i risultati elettorali «rendono più agevole» la realizzazione dell'agenda di governo. In realtà è l'esatto contrario, chiudono ufficialmente la breve, e deludente, finestra delle riforme. I prossimi mesi, fino alle politiche, saranno tormentati per il governo: con un Pdl nervoso, che non concederà più nulla al professore, tanto meno se viene insultato un giorno sì e l'altro pure, e un Pd sempre più smanioso di afferrare il momento e non lasciarsi sfuggire Palazzo Chigi, nel timore che possa ripetersi la beffa del '93-'94, con il fronte "moderato" che all'improvviso si ricompatta dietro un uomo della provvidenza e ferma la gioiosa macchina da guerra.
Ha ragione invece Monti quando ricorda che l'attuale governo nei suoi primi giorni aveva un «margine strettissimo», vista l'urgenza di mettere in sicurezza i conti pubblici, e non poteva certo assumere una «posizione assertiva» in sede europea. Invece adesso «l'Italia ha un'agenda per la crescita» e l'elezione di Hollande offre spazi di manovra ancora maggiori con Berlino. Da non confondere però con un'adesione di Monti alle richieste del nuovo presidente francese su fiscal compact, ruolo della Bce ed Eurobond, come molti vorrebbero. Monti chiede all'Ue e a Berlino rafforzamento del mercato unico e un «nuovo atteggiamento» sugli investimenti pubblici, quelli «veri e genuini», non spesa in deficit.
I suicidi «dovrebbero far riflettere molto più chi ha portato l'economia italiana a questo stadio che non chi cerca di farla uscire». Sostenere che l'attuale governo non si dovrebbe preoccupare dei suicidi solo perché non ci ha portati lui in questa situazione di crisi - ammesso e non concesso che abbia davvero responsabilità così limitate - oltre che di cattivo gusto, offensiva, è palesemente un'assurdità dal punto di vista istituzionale. Un governo che si rispetti, chi rappresenta le istituzioni oggi, deve farsi carico eccome delle emergenze sociali, quali che siano, anche di quelle di cui non è diretto responsabile (ripeto: ammesso e non concesso che non lo sia). E' un suo preciso dovere istituzionale. Invece Monti si lascia andare ad una livorosa polemica politica nei confronti del suo predecessore, senza essere stato provocato, come nemmeno Bersani avrebbe avuto lo stomaco di fare su un tema così drammatico.
Monti parlava non dei suicidi, ma delle «conseguenze umane» della crisi, come si affretta a precisare Palazzo Chigi? Cambia poco: tra le «conseguenze umane» ci sono evidentemente anche i numerosi suicidi e in ogni caso è dovere del governo preoccuparsene.
Ma è una frase doppiamente infelice, quella del premier, perché scaricare le colpe sui governi passati è il primo segno della propria inadeguatezza e perché arriva all'indomani di un risultato elettorale estremamente punitivo per il Pdl. Addossare a Berlusconi e al suo partito la colpa dei suicidi di queste settimane, al di là del merito, rischia di alimentare inutili tensioni. A questo punto o Monti ha perso la testa, lo stress comincia a giocargli brutti scherzi e a fargli perdere la sobrietà, oppure è in cerca di guai, di pretesti per farsi cacciare.
Secondo il premier i risultati elettorali «rendono più agevole» la realizzazione dell'agenda di governo. In realtà è l'esatto contrario, chiudono ufficialmente la breve, e deludente, finestra delle riforme. I prossimi mesi, fino alle politiche, saranno tormentati per il governo: con un Pdl nervoso, che non concederà più nulla al professore, tanto meno se viene insultato un giorno sì e l'altro pure, e un Pd sempre più smanioso di afferrare il momento e non lasciarsi sfuggire Palazzo Chigi, nel timore che possa ripetersi la beffa del '93-'94, con il fronte "moderato" che all'improvviso si ricompatta dietro un uomo della provvidenza e ferma la gioiosa macchina da guerra.
Ha ragione invece Monti quando ricorda che l'attuale governo nei suoi primi giorni aveva un «margine strettissimo», vista l'urgenza di mettere in sicurezza i conti pubblici, e non poteva certo assumere una «posizione assertiva» in sede europea. Invece adesso «l'Italia ha un'agenda per la crescita» e l'elezione di Hollande offre spazi di manovra ancora maggiori con Berlino. Da non confondere però con un'adesione di Monti alle richieste del nuovo presidente francese su fiscal compact, ruolo della Bce ed Eurobond, come molti vorrebbero. Monti chiede all'Ue e a Berlino rafforzamento del mercato unico e un «nuovo atteggiamento» sugli investimenti pubblici, quelli «veri e genuini», non spesa in deficit.
Ma Monti non si schiererà con Hollande
Rinnegherà il fiscal compact, portandosi subito in rotta di collisione con Berlino, o si accontenterà, almeno per il momento, di affiancargli un "growth pact", un piano per la crescita? Da questa decisione dipenderà il primo impatto del nuovo presidente francese Hollande sulla politica europea. La cancelliera tedesca Merkel ha fatto sapere di essere pronta ad accoglierlo «a braccia aperte», ma sul fiscal compact, le regole per la disciplina di bilancio, ha già eretto le barricate: il patto «non è rinegoziabile». A difesa del fiscal compact la cancelliera ha al suo fianco il premier italiano Mario Monti, lungi dallo schierarsi con Hollande.
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