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Monday, May 08, 2017

Tre illusioni con le quali evitare di coccolarsi dopo la vittoria di Macron

Pubblicato su formiche

Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".

Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".

Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.

Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.

Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.

Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.

E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.

Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.

La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.

Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).

Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.

Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.

Monday, April 24, 2017

Le vendette di Hollande dietro il successo di Macron e l'azzardo di aver rimosso l'argine gollista al lepenismo

Pubblicato su formiche

La disfatta è meno amara se condivisa con i propri avversari

A urne chiuse, ora che tutti i puntini sono uniti fra di loro, il volto ghignante che si staglia dietro il "fenomeno Macron" è quello di un redivivo François Hollande. La sua presidenza è stata catastrofica, ha fatto crollare ai minimi storici i consensi del Partito socialista e non ha potuto presentarsi per un secondo mandato talmente a picco era colato il suo indice di fiducia. Eppure, il sicuro grande sconfitto della vigilia ha saputo cucinarsi una vendetta servita ancora calda, assicurandosi con ragionevole certezza l'insediamento del suo ex ministro dell'economia come suo successore all'Eliseo, ma soprattutto condividendo la disfatta con i suoi acerrimi avversari, esterni ed interni. Che abbia o meno un ruolo pubblico in futuro, o preferisca ritagliarsene uno dietro le quinte, sarà meno amaro per Hollande lasciare l'Eliseo sapendo che anche la destra gollista è andata incontro a una cocente disfatta, non riuscendo a portare al ballottaggio un suo candidato nonostante la crisi dei socialisti, e che coloro che gli hanno sfilato di mano il partito si ritrovano intorno nient'altro che macerie.

Questo il duplice esito di una spregiudicata e brillante operazione politica condotta con l'aiuto dei magistrati, le cui preferenze politiche anche in Francia non sono un mistero, dei media "amici" e del 24% degli elettori (in gran parte di fede socialista). Uno dopo l'altro, gli ostacoli sulla strada di Macron sono stati brutalmente rimossi e le impronte di Hollande sono dappertutto. Fallimentare come presidente, si è confermato un maestro di tattica politica.

Senza nulla togliere alle abilità e alla freschezza di Emmanuel Macron, che in poche settimane ha messo su un movimento, una sua "start-up" politica, centrando il ballottaggio da vincitore del primo turno, ma l'azzoppatura per via mediatico-giudiziaria del candidato della destra gollista, l'ex premier François Fillon è stata decisiva. Altrimenti - come d'altronde indicavano tutti i sondaggi precedenti alle inchieste ad orologeria che l'hanno colpito (guarda caso solo dopo la vittoria alle primarie...) - le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Ed è difficile credere che l'affermazione di Macron sia stata possibile in così poco tempo senza la mobilitazione attiva in suo favore di pezzi importanti dell'elettorato socialista, e quindi il concomitante sabotaggio della candidatura ufficiale di Hamon. Il Partito socialista ha fatto la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici della presidenza Hollande, mentre gli elettori socialisti venivano "prestati" per un'operazione di maquillage giovanilista nel tentativo di salvare lo status quo (e restituire l'onore a Hollande).

Ma sia Hollande sia l'establishment (francese ed europeo), che in funzione anti Le Pen hanno preferito un maquillage giovanilista dei socialisti, facendo fuori per via mediatico-giudiziaria il collaudato argine gollista, si sono assunti un grosso rischio. Non gli resta che augurarsi di aver azzeccato il calcolo... Perché se da una parte la strada di Macron appare ormai in discesa grazie al ricostituirsi del "fronte repubblicano" contro il lepenismo, la sua capacità di attrazione di elettori di sinistra che lo ritengono di destra e di elettori della destra repubblicana in libera uscita, per la prima volta non rappresentati al ballottaggio, potrebbe essersi esaurita o quasi nel suo stupefacente 24%. Insomma, siamo in un territorio ignoto: sarà anche un'ipotesi remota ma rimosso l'argine gollista Marine Le Pen potrebbe trovare una prateria a destra, e qualche inaspettato sostegno dall'estrema sinistra.

Se, come probabile, Macron dovesse vincere, l'Unione europea si salverebbe da una crisi rapida e al buio, quindi drammatica, ma non basterà, come molti si illudono, per invertire la tendenza a un lento declino... Ammesso e non concesso che trovino sostegno parlamentare, le politiche omeopatiche di Macron, in totale continuità con quelle di Hollande, non riusciranno a guarire l'economia e la società francese, e quindi ad alleviarne le tensioni. Né, quindi, potranno rendere la Francia una parte della soluzione alla crisi dell'Ue. Il conto con la realtà, al giro successivo, potrebbe essere salatissimo. In un'intervista al Corriere lo scrittore francese Michel Houellebecq ha fatto riferimento a una "nevrosi". I francesi "sono ancora più a destra rispetto al 2012", Macron "non ha colpe", anche se "molto migliore di Hollande può portare a una catastrofe" perché quando "la realtà politica non corrisponde alla società, è una situazione da nevrosi".

Macron supera l'esame ma Ue e renziani hanno poco da brindare

Macron ha superato l'ostacolo più grande, quello della credibilità, ora la sua strada per l'Eliseo è in discesa. È lui l'eroe del "racconto" elettorale, la sorpresa che si afferma, la storia vincente di cui molti vorranno far parte al secondo turno ("io l'ho votato", "io c'ero")... e difficilmente la Le Pen potrà farci qualcosa. Però deve stare attento all'abbraccio dei vecchi partiti e dell'establishment europeo. Se è così nuovo, giovane, e così "rivoluzionario", perché tutti i "vecchi" si sentono rassicurati da una sua vittoria?

E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".

La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.

Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.

Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...

Saturday, December 15, 2012

Ppe vs Pse, un terreMonti nel sistema politico italiano

Se l'investitura di Mario Monti da parte dei vertici del Ppe riuniti giovedì scorso a Bruxelles spingesse davvero il premier a rompere gli indugi e a muovere il passo decisivo della sua discesa in campo – la politica non è solo governare, ma anche raccogliere il consenso – il sistema dei partiti della cosiddetta II Repubblica ne verrebbe completamente terremotato. Una sua candidatura a premier alla guida di una coalizione di centrodestra ispirata al popolarismo europeo, non sancirebbe solo la definitiva uscita di scena del Berlusconi leader, come è facile intuire, ma anche il superamento di una certa idea di centrodestra e di centrosinistra.

Porterebbe con sé, in sostanza, una "normalizzazione" in senso europeo – lungo l'asse Ppe-Pse – del nostro sistema politico. A confrontarsi per il governo del paese sarebbero la sezione italiana del Ppe da una parte e quella del Pse dall'altra, le due grandi famiglie politiche che si confrontano in tutti i maggiori paesi europei.
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Un esito inevitabile del fallimento dell'idea berlusconiana di centrodestra, tanto demonizzata dalla sinistra. L'anomalia Berlusconi si è portata con sé un'evoluzione "all'americana" del nostro sistema politico: un centrodestra nelle intenzioni (non nei fatti) "fusionista" e un Pd nelle intenzioni (non nei fatti) non solo socialdemocratico. Il fallimento di Berlusconi oggi si porta con sé anche il fallimento di quell'idea di Pd. Se sia un bene o no, dipende dall'idea di paese che ha in mente ciascuno di noi. Per quanto mi riguarda, dipenderà da due cose: quanto liberale sarà la sezione italiana del Ppe (secondo me molto poco) e quanto conservatrice sarà la sezione italiana del Pse (secondo me molto).

La storia insegna che i tratti distintivi delle culture politiche nazionali sono preminenti rispetto alla famiglia politica europea di appartenenza: in Germania i popolari sono più liberali che in Francia e in Italia e i socialisti più moderni che in Francia e in Italia. Insomma, a meno di sorprese, in Italia avremo la sezione di Ppe più democristiana, statalista e bigotta d'Europa e il Pse più socialista e assistenzialista d'Europa.

Friday, October 30, 2009

Mentre Blair sfuma, ecco la mina D'Alema

Quanto avevamo paventato giorni fa si sta verificando. Mentre diminuiscono le chance di Tony Blair di diventare presidente del Consiglio europeo (come previsto ha contro proprio i socialisti, cosa che dovrebbe far riflettere, e pure alcuni governi popolari), ecco che diventa sempre più probabile vedere un socialista nella veste di Mr. Pesc, il ministro degli Esteri europeo. Ed ecco che Massimo D'Alema è nella lista. La sua non è tra le candidature più forti, ma nella lista compilata dai leader progressisti europei incaricati (Zapatero, Faymann, Rasmussen e Schulz) c'è. E per di più pare che il governo italiano sia disponibile a sostenerlo, almeno stando alle dichiarazioni - per la verità piuttosto confuse - del ministro Frattini: «Valuteremo tutti i nomi, dal primo all'ultimo, senza far questioni di maggioranza e opposizione».

Da quanto si comprende anche dal comunicato di Palazzo Chigi («il governo valuterà con serietà e responsabilità le candidature capaci di assicurare all'Italia un incarico di così alto prestigio»), se D'Alema avesse davvero una possibilità concreta di farcela, il governo dell'odiato Berlusconi lo sosterrebbe come proprio rappresentante in Commissione al posto di Tajani, il candidato ufficiale, con una scelta a mio avviso sciagurata (non per l'assenza di Tajani, ma per la scelta di D'Alema agli Esteri), anche perché pregiudicherebbe del tutto la possibilità di portare Tremonti all'Eurogruppo o Draghi alla Bce. Pur ritenendo di non avere molte possibilità, D'Alema si è detto «onorato» di essere stato inserito nella lista e «grato al governo italiano per avere detto che, nel caso in cui ci sia questa candidatura, da parte italiana ci sarà un sostegno e non una opposizione».

Nonostante le resistenze del premier britannico Brown, la famiglia socialista dovrebbe decidere di chiedere per sé la poltrona di responsabile della politica estera europea e vicepresidente della Commissione, come preannunciato ieri dal primo ministro spagnolo Zapatero. Questa opzione chiuderebbe di fatto la porta in faccia a Blair. Solo che i leader popolari non hanno ancora deciso se puntare alla presidenza, lasciando ai socialisti il Mr. Pesc, o viceversa prendersi proprio la carica degli Esteri, che dura cinque anni, lasciando che il presidente (in carica per due anni) sia un socialista. «Noi abbiamo detto sempre che apprezziamo Tony Blair; la sua leadership è fuori discussione», ha ribadito Frattini, ammettendo però che «anche della famiglia popolare» ci sono «problemi» sul nome di Blair, e il primo presidente del Consiglio europeo non può certo permettersi una «maggioranza risicata».

Speriamo che Sarkozy, la Merkel e Berlusconi giochino bene le loro carte. A nostro avviso l'ipotesi migliore per i leader di centrodestra sarebbe Blair presidente e un popolare al Pesc. Sfumata questa soluzione, non resta che sperare in un'accoppiata Balkenende-Miliband, oppure... in Vaclav Klaus che mandi tutto a monte...

Friday, July 24, 2009

Eppur si muove

Finalmente qualcosa si muove sul piano delle riforme. Poco - non quanto dovrebbe e sarebbe necessario per assicurarci un'uscita di slancio dalla crisi - ma si muove e non era scontato, visto l'immobilismo economico-sociale che contraddistingue la politica nel nostro Paese. «Negli ultimi vent'anni - osservava tempo fa il governatore Draghi - la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte». Quindi, non basterà aspettare con le mani in mano che la tempesta della crisi passi, «una risposta incisiva all'emergenza è possibile solo se accompagnata da comportamenti e da riforme che rialzino la crescita dal basso sentiero degli ultimi decenni».

I sindacati (tutti tranne la Cgil) e l'opinione pubblica (il 59%, almeno stando ad un recente sondaggio del Financial Times) sembrano ormai favorevoli, o per lo meno possibilisti, all'innalzamento graduale dell'età effettiva di pensionamento, e Confindustria l'ha richiesta a gran voce. Il governo deve aver preso una briciola di coraggio - dalla totale chiusura di poche settimane fa di Tremonti e Sacconi (secondo cui in tempo di crisi non si doveva toccare nulla) - e un passo nella direzione giusta l'ha mosso. Non solo l'aumento graduale dell'età di pensionamento per le donne nella pubblica amministrazione a partire dal 2010 - per il quale il governo ha astutamente aspettato la "copertura" politica della condanna da parte della Corte di Giustizia europea - ma a sorpresa anche un percorso che porterà nel 2015 ad agganciare, in modo parziale, le pensioni alle aspettative di vita media.

Certo, il 2015 è lontano e queste riforme differite nel tempo rischiano di essere revocate dai successivi governi, come accadde con la controriforma del Governo Prodi che abolì lo "scalone" Maroni, diminuendo di fatto l'età di pensionamento e soprattutto caricandone i costi sulle spalle dei lavoratori flessibili, i più indifesi. Ma l'agganciamento delle pensioni alla speranza di vita è una «riforma strutturale fondamentale. Ci porta come sistema delle pensioni alle condizioni di maggiore affidabilità e stabilità in Europa», ha rivendicato Tremonti, per il quale solo poche settimane fa quel sistema andava bene così com'era.

I risparmi economici non saranno dispersi nel mare magnum della spesa pubblica, ma «rimarranno nel circuito del welfare», ha assicurato il ministro evocando proprio quel riequilibrio tra le varie categorie della nostra spesa sociale di cui l'Italia ha bisogno per adeguarsi al livello di servizi e ammortizzatori degli altri grandi Paesi europei come Francia, Germania e Gran Bretagna.

L'Italia infatti ha assoluto bisogno che la sua spesa pensionistica pesi di meno in rapporto al PIL. Dagli ultimi dati Eurostat relativi al 2006 sulla composizione della spesa sociale nei 27 Paesi membri dell'Unione europea risulta che mentre gli altri paesi spendono in pensioni mediamente il 46,2% del loro budget sociale (il 11,9% del PIL), in Italia le pensioni assorbono ben il 60,5% dell'intera spesa sociale (e il 15,5% del PIL). Squilibrio ancora maggiore se ci confrontiamo con le nazioni paragonabili all'Italia per dimensioni e strutture economico-sociali e demografiche (Francia, Germania, Gran Bretagna). Ciò permette a queste nazioni di dedicare più risorse dell'Italia ad altre voci di spesa sociale: gli ammortizzatori sociali; l'assistenza sanitaria; i servizi sociali alla famiglia e ai bambini (anche il doppio o il triplo dell'Italia), come gli asili nido (che incentivano il lavoro femminile e aiutano le donne a conciliare carriera e famiglia, con effetti positivi anche sui redditi e sul PIL).

Manca il capitolo tasse. Nel nostro Paese sopportiamo ancora una delle pressioni fiscali più elevate d'Europa - oltre il 43% - ed è un sistema che continua ad essere iniquo ed evaso, e a costituire un freno per l'economia. E' difficile in tempi di crisi, quando il bilancio statale è sottoposto a uno stress inevitabile a causa della recessione, parlare di tagli alle tasse, ma nell'orizzonte di una legislatura è un tema che dovrà essere affrontato.

Sulle pensioni come su altri temi (l'università, la pubblica amministrazione), il governo muove piccoli passi, troppo piccoli, e con piccole dosi di coraggio, ma nelle giuste direzioni. Qual è stata finora la reazione del Pd a questi piccoli passi? Non quella di incoraggiarlo a fare di più, magari offrendosi di condividere la responsabilità politica di scelte più coraggiose, ma tanti "no" pregiudiziali. Sulle pensioni, tranne isolati e lodevoli casi individuali, il Pd è apparso appiattito sulle posizioni immobiliste della Cgil, contestando persino l'adeguamento dell'età pensionabile delle donne a quella degli uomini nella PA, imposto dall'Ue; sulla giustizia insegue l'alleato Di Pietro, dal quale si riesce a distinguere solo quando l'ex pm attacca il capo dello Stato; ha cavalcato la protesta dell'Onda studentesca contro i tentativi della Gelmini di riformare l'università; per non parlare di certi epiteti usati nei confronti del ministro Brunetta.

L'unico fronte su cui il Pd ha incalzato il governo rimproverandogli di non avere coraggio è quello – sbagliato – della spesa pubblica come strategia anti-crisi. Tremonti stavolta ha risposto bene, bisogna dargliene atto: «Se avessimo avuto più coraggio avremmo potuto fare più deficit e debito. Ma avremmo aumentato i rischi e i costi per l'Italia. Non credo sia questo l'interesse del Paese né degli italiani». A parte il deterioramento del bilancio statale, fisiologico per effetto della recessione, l'Italia non sta peggio di altri Paesi che hanno messo in atto enormi piani di spesa pubblica. Non si troverà neanche meglio, ma certamente non peggio. E ciò dovrebbe far riflettere sull'utilità di certi pacchetti di stimolo.

La reazione del Pd spiega perché non possiamo far altro che tenerci stretti i piccoli passi che muove il governo di centrodestra. Se il governo si muove poco ma nella giusta direzione, il Pd andrebbe in senso opposto. Una linea, quella di Tremonti e Sacconi, definita dal Sole 24 Ore «del riformismo nordeuropeo». E' questo uno degli "eccezionalismi" della politica italiana. I socialisti in Italia sono stati per decenni odiati e demonizzati dai comunisti prima e dai post-comunisti poi, egemoni a sinistra. Dopo Tangentopoli, nel corso degli anni, alcuni dalla mentalità più aperta e pragmatica sono passati da sinistra a destra, da dove ora governano la politica economica del Paese con le loro idee (vedi Tremonti, Sacconi, Brunetta e Cazzola).

Abbiamo così in Italia la stranezza di un centrodestra che invece di politiche orientate al libero mercato, ai tagli della spesa e delle tasse, pratica una politica economica e sociale ispirata al riformismo delle socialdemocrazie nordeuropee, moderatamente e responsabilmente statalista (che cerca cioè di far funzionare lo stato, ma non di alleggerirlo); e dall'altra parte un centrosinistra egemonizzato da ex e post-comunisti e da ex Dc di sinistra, che invece di sposare il mercato e il riformismo blairiano è arroccato su una linea immobilista, assistenzialista, tassa & spendi.

Thursday, July 31, 2008

Sacconi difende la strategia del governo con i sindacati

C'è chi parla di «cedimento» e di «braghe calate», come Paragone su Libero, e chi invece, come Il Foglio, di un'iniziativa dell'esecutivo che «salva l'essenziale» dei due discussi emendamenti parlamentari sull'assunzione dei "precari" per via giudiziaria e sul taglio degli assegni sociali. In entrambi i casi il merito, o la colpa, dell'intervento governativo va attribuito al ministro Sacconi.

In entrambi i casi la maggioranza parlamentare aveva combinato dei pasticci. Per colpire il dispendioso malcostume delle pensioni "facili" erogate agli immigrati più furbi si finiva con il tagliare gli assegni sociali in modo indiscriminato, quindi anche a casalinghe e indigenti. Nell'altro caso si è trattato in realtà solo di un mezzo pasticcio. Per non far pagare ai contribuenti gli stipendi di migliaia di postini inutili, l'emendamento stabiliva il diritto all'indennizzo invece che all'assunzione a tempo indeterminato per tutti i lavoratori "precari" che avessero vinto la causa contro la loro azienda. Al Senato la norma è stata circoscritta ai soli contenziosi in corso nel momento di approvazione della legge (circa 44 mila), cioè per lo più quelli che coinvolgono Poste italiane, facendo salva la disciplina ordinaria dei contratti a termine.

Il provvedimento si basava su un principio di fondo - indennizzo al posto di assunzione/reintegro - condivisibile, ma aveva il difetto di limitare questa "riforma" - l'abolizione di fatto dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori - ai soli precari. Soprattutto però, come hanno osservato Oscar Giannino e Il Foglio, si scontrava con la strategia scelta dal governo per portare avanti la sua agenda economico-sociale, che in questa fase prevede il dialogo tra e con le parti sociali, quindi con il sindacato, evitando, o dilazionando il più possibile, occasioni di scontro, e preparando i presupposti perché Cisl e Uil possano rimanere al tavolo quando la Cgil deciderà di strappare. L'obiettivo cui tiene di più Sacconi, per esempio, è la riforma della contrattazione collettiva ed è pronto a fare qualsiasi cosa in questo momento pur favorire, o non ostacolare, l'accordo tra le parti sociali.

Una strategia che non mi pare la più adeguata, perché storicamente non ha prodotto le riforme incisive che all'Italia servirebbero, e della quale in ogni caso i parlamentari della maggioranza andrebbero messi al corrente, perché non si ripetano simili iniziative di "disturbo" che costringano il governo a penosi dietrofront.

Malvino mi chiama in causa per i miei giudizi sul ministro Sacconi, che sarebbero contraddetti dall'intervista al ministro su Il Foglio di ieri. Ammetto di non ricordare bene, ma non credo di aver scritto molto su Sacconi prima di oggi. Di certo per salutare come nota positiva il suo ingresso al governo come ministro del Lavoro, ma poco altro.

Quello di Sacconi è un ministero chiave, strategico per lo sviluppo economico e per la finanza pubblica (pensioni e sanità sono due tra le maggiori voci di spesa). Così come lo sono i settori in cui operano la Gelmini e Brunetta, che hanno iniziato bene. Se il suo «abrogare il '68» significa flessibilità, riforma del diritto del lavoro e della contrattazione collettiva, un nuovo welfare fondato sulla responsabilità individuale, superando l'attuale assistenzialismo, età di pensionamento più alta, allora mi trova d'accordo. Questi gli obiettivi - condivisibili, mi sembra - che si è posto. Vedremo se riuscirà a realizzarli.

L'antropologia e le etichette m'interessano meno. E' un «liberale»? Non saprei. Non so neanche se lui stesso si definisca tale. Parla di «economia sociale di mercato» e più probabilmente ama definirsi riformista. Per quanto mi riguarda, sul governo e su Sacconi valgono le considerazioni affidate a questo post. Ex socialisti, craxiani, guidano i ministeri economici (e non solo) del governo Berlusconi. Tranne Brunetta, forse, non possono dirsi liberali e liberisti. Dunque, Sacconi non è liberale, ma potrebbe realizzare delle riforme liberali. Non è liberale, ma i suoi predecessori forse lo erano? Non è liberale, ma qualcuno avrebbe l'ardire di paragonarlo al controriformista Damiano, rispetto al quale ha certamente una visione più realistica e meno ideologica dei problemi del lavoro e del welfare?

Friday, July 25, 2008

Il governo rema poco, ma il Pd in senso contrario

Oscar Giannino spiega magistralmente, su Libero, come stanno le cose, conti alla mano, mentre l'opposizione ricorre alla sempre più spuntata arma retorica della "macelleria sociale":
«Innanzitutto, mettiamoci d'accordo su che cosa si debba intendere, per "tagli". Un minimo di rispetto per l'aritmetica impone che siano da considerare "tagli" stanziamenti di spesa pubblica nei prossimi esercizi inferiori al dato reale speso nell'anno precedente. Su questa semplice base, la risposta da dare è immediata: la manovra triennale non contempla tagli di sorta. L'opposizione, invece, considera come "tagli" tutto ciò che viene presentato in contenimento della crescita tendenziale della spesa negli esercizi a venire, sulla base dei flussi pluriennali preventivati e promessi dal governo Prodi. Ma questi non sono "tagli", sono invece argini alla crescita inerziale della spesa pubblica... I 35 miliardi di euro di contenimento della spesa pubblica in tre anni disposti da Tremonti, dunque, servono a rallentare una crescita che resta tale - talora - e a stabilizzare - in altri capitoli la spesa pubblica, rispetto ai livelli attuali... non sono "tagli" perché servono solo a ricondurre una crescita della spesa che era fuori controllo. Il centrosinistra questo lo sa benissimo, anche se preferisce non dirlo. Il Pd sa tanto bene quali sarebbero stati gli effetti di maggior deficit della spesa pubblica che aveva "acceso" - malgrado i tre punti di Pil di pressione fiscale aggiuntiva disposti dal governo Prodi - che non a caso, nel suo programma elettorale di aprile scorso, annunciava in caso di vittoria elettorale contenimenti di spesa pari a 15 miliardi di euro ogni anno. In tre anni, dunque, sarebbero stati 45 miliardi di euro, non i 35 di Tremonti».
Giannino prosegue dati alla mano prendendo ad esempio due settori, gli stessi di cui scrivevo qualche post fa, sicurezza e sanità. E conclude: «La conclusione è univoca: i tagli non ci sono. La macchina pubblica deve abituarsi a crescere meno, tutto qui. Dipendesse da noi, dovrebbe dimagrire energicamente, distinguendo meglio chi è virtuoso da chi spreca. Ma siamo ancora a quello, checchè dica l'opposizione».

Ora, da un punto di vista liberista e riformatore il governo ne esce meno bene di quanto appare, ma l'opposizione ancora peggio. Qualcuno mi critica perché insisto a prendermela con l'opposizione e non con il governo, che ora ha la responsabilità di ciò che fa. A parte il fatto che critiche a Tremonti e alla sua politica economica qui non sono state risparmiate, insisto: il Governo rema debolmente e lentamente, ma nella giusta direzione; l'opposizione rema in senso contrario, si oppone per il verso sbagliato. Siccome tagliare la spesa pubblica comporta sempre costi politici immediati, il rischio è che accusato di fare macelleria sociale, con una opposizione simile il governo rallenti la sua vogata. Viceversa, con una opposizione che lo incalzasse, potrebbe essere indotto ad accelerarla.

UPDATE: Guarda un po', anche Luca Ricolfi se la prende con l'opposizione. Gli argomenti sono più o meno gli stessi di Giannino e di questo post.

Vi segnalo inoltre questo bell'articolo di Alessandro Giuli per Il Foglio. L'idea di fondo potrebbe rivelarsi non troppo peregrina negli anni futuri fino ad emergere come analisi fondata dell'attuale esperienza di governo. Un governo che sembra craxiano, decisionista e riformista di impronta socialista. Economia sociale di mercato, appunto.
«In Italia una destra al governo non c'è, non esiste, non rileva. E' sopraggiunta questa legislatura socialnazionale a certificare il rigor mortis di un'astrazione comoda per gli appassionati di toponomastica, ma del tutto disincarnata... Il Cav. è (...) un esemplare della terza casta. Quella dei produttori di beni. Nulla a che vedere con la destra. E il suo Consiglio dei ministri non fa che riflettere questa assenza. Giulio Tremonti è finalmente tornato l'editorialista del Manifesto con ambizioni da leader della sinistra nazionale. La corona dei democristiani come Claudio Scajola alla parola destra mette la mano ai libri di storia antifascista. Paolo Bonaiuti, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta e Franco Frattini sono epifenomeni del socialismo. Sandro Bondi è un amabile prodotto del totalitarismo cattocomunista. Le giovani e i giovani ministri come Mariastella Gelmini e Angelino Alfano sono eredi della borghesia moderata di provincia. Elio Vito un radicale».
Per avere di meglio in Italia avremmo dovuto avere una sinistra che non avesse cacciato, espulso, i liberalsocialisti (che oggi governano con Berlusconi), divenendo territorio esclusivo dei catto-comunisti, ex o post. Così forse avremmo avuto una destra più liberista. Il problema è che qui da noi basta troppo poco per essere visti come più liberali e pragmatici della sinistra in economia.

Thursday, February 14, 2008

Da solo, "ma anche" male accompagnato

Veltroni (qui a sinistra in una vignetta di Angese) sembra essere riuscito nel miracolo di correre sia da solo che male accompagnato. Berlusconi, riconosce oggi Stefano Folli su Il Sole 24 Ore, «è stato fin qui coerente con la premessa: in pochi giorni si è liberato dell'equivalente in voti di quasi 9-10 punti percentuali. Prima la Rosa Bianca... poi Storace, infine l'Udc. Se si sommano tra loro, raggiungono sulla carta una quota ragguardevole. Segno che Berlusconi ha davvero molta fiducia in se stesso, nei suoi sondaggi e nella bontà dell'operazione di sfoltimento... Viceversa, Veltroni ha cessato di correre da solo».

Ma qui non intendiamo impiccarlo a una coerenza che alle volte in politica può rivelarsi solo miopia. E' nella sostanza politica che l'apparentamento con Di Pietro non convince. Una deroga all'imperativo di correre da soli poteva anche essere sostenibile, ma imbarcando Di Pietro Veltroni mostra di aver ceduto per un pugno di voti, che qualche sondaggio gonfiato attribuisce a L'Italia dei Valori, a scapito della tanto decantata «coesione» progrmmatica.

Avranno anche siglato un accordo solido, ma all'interno del Pd i settori che respingono la cultura giustizialista dell'ex pm sono ampi e non ininfluenti. Non sono affatto contenti Arturo Parisi, Rosy Bindi, tanti prodiani, una parte degli ex Ppi, socialisti come Caldarola («è una scelta che nega la nostra cultura politica... mi sembra difficile stare nello stesso partito») e liberal come Polito («proprio non riesco a immaginarmi nello stesso gruppo parlamentare di Di Pietro»), che ieri ha spiegato i suoi tre "no".

Insomma, Veltroni ha privilegiato i voti (presunti: a nostro avviso Di Pietro ne avrebbe presi di più, grazie a girotondini e grillini, correndo da solo) alle culture politiche dei radicali e dei socialisti, che a quel punto sarebbero state eccezioni più coerenti dal punto di vista del profilo riformista del Pd. Apparentandosi a Di Pietro anche l'immagine del Pd cambia e certo chi si aspetta nella prossima legislatura una riforma della giustizia non è da quella parte che può rivolgere le proprie aspettative.

«Tutto questo significa che si è riaperto il processo di costruzione del Pd, che senza dir niente a nessuno si sono rimesse in discussione scelte compiute da regolari congressi, votando solenni documenti in cui si diceva cosa doveva essere il Pd e da quali forze era composto», osserva Polito. Quindi, per giustificare un'alleanza elettorale con Di Pietro si «cambia la natura» del Pd e se ne cambia pure la linea politica, certo non in senso liberale. «Dall'alleanza con Di Pietro desumo che il Pd si schiererà non solo contro la legge sulle intercettazioni annunciata dal centrodestra, ma anche contro la sua stessa riforma, voluta dal suo governo in questa legislatura».

Tuesday, February 12, 2008

Berlusconi e Veltroni resistano alle sirene dei partitini

Resistete, Berlusconi e Veltroni. Resistano ai partitini che reclamano un posto al sole. Rimangano coerenti con la scelta di correre da soli a vele spiegate verso il bipartitismo e verranno premiati dagli elettori.

In appoggio dell'Udc è scesa in campo persino la Cei, attraverso il direttore di Avvenire intervenuto sere fa al Tg1: lo scudo crociato compaia apparentato al PdL. Alcuni tra i più stretti consiglieri di Berlusconi spingono per ammorbidire la posizione del Cav. su Casini, ma ci auguriamo che mantenga la sua posizione di fermezza: dentro o fuori. E pare che stasera, a Porta a Porta, l'abbia ribadita, spiegando che se Casini dovesse far parte della coalizione ma non della lista unitaria, «non ci sarebbe garanzia di coesione e si tornerebbe alla scorsa legislatura, quando di fronte a svolte di modernità, i partiti, spesso il suo, si sono messi di traverso».

Ci sono tutte le condizioni, grazie ai premi di maggioranza alla Camera e al Senato, e alla decisione di Veltroni di far correre da solo il Pd, perché Berlusconi possa vincere le elezioni facendo a meno dei voti dell'Udc, la cui insidiosa utilità marginale verrebbe sapientamente utilizzata, come in passato, come strumento di ricatto. E così vedremo finalmente quanto la forza parlamentare e la visibilità dell'Udc derivi da un effettivo consenso popolare e quanto, invece, Casini abbia tratto beneficio dal collegamento con Berlusconi.

Insomma, gli elettori che fino ad oggi hanno preferito votare l'Udc come dato di distinzione interno alla CdL, la voterebbero comunque sapendo di non sostenere più con il loro voto "Berlusconi presidente"? Ha portato più voti l'Udc alla CdL o l'appartenenza a una coalizione guidata da Berlusconi all'Udc? Lo sapremo presto.

Altrettanto dicasi per Veltroni. Resista alle tentazioni e ai consigli interessati dell'ultima ora. Ambiguo l'atteggiamento dei grandi giornali - su tutti il Corriere - che fino a ieri invocavano coraggio, cambiamento, semplificazione del quadro politico, e ora sembrano indulgere nel difendere le ragioni dei "piccoli" contro la furia dei "cattivoni", Pd e PdL, che vorrebbero farli fuori.

Imbarcando i partitini rimasti senza copione Veltroni non aggiungerebbe nulla, né in termini di voti, né di politiche, né di idee, al Pd. Anzi, smentirebbe nei fatti la scelta di correre «liberi, non da soli», novità politica di queste elezioni. Non si tratta di temere di introdurre ulteriori contraddizioni (che già sono tante) nel Pd, ma perché mai complicarsi la vita garantendo la mera sopravvivenza di alcuni apparati che ormai, se non presso le loro ristrette clientele, non hanno alcun seguito nella società italiana, né più alcun senso della realtà e dei problemi dei cittadini?

I socialisti non solo non hanno una politica "socialista", non hanno uno straccio di politica. I radicali, spiace dirlo, hanno dilapidato in modo scellerato la loro credibilità e la loro radicalità cercando di accreditarsi come efficienti e affidabili funzionari alla corte di Prodi e rinchiudendosi nel ghetto dei diritti civili. Di Pietro in effetti ha un suo spazio elettorale, ma esprime una cultura giustizialista e forcaiola che speriamo non appartenga al Pd.

Non diano peso, Berlusconi e Veltroni, a strani e orientati sondaggi che in questi giorni sparano cifre improbabili, e ne spareranno ancor di più nelle prossime settimane, attribuendo numeri lusinghieri, promettenti, a forze politiche appena nate o a partiti che riscuotono un po' d'attenzione, giusto nel Palazzo e nelle redazioni, per le loro tardive manovre di collocamento. Vi ricordate? Anche nel 2006 accadde con la Rosa nel Pugno, lista cui qualcuno attribuiva un 4-6% che poi si scoprì esistere solo sui giornali, nei salotti e nei nostri sogni.

Per i primi sondaggi attendibili bisognerà attendere quanto meno la definizione di candidature e schieramenti. Nel frattempo, meglio usare la logica. E la mia mi dice che solo La Destra e Di Pietro hanno un effettivo spazio politico che potrebbe consentirgli di superare il 4%. Persino Casini, se come sembra dovesse andare da solo, troverebbe molte difficoltà a superare lo sbarramento, a meno che non gli venga in soccorso qualche deluso della Margherita. Per gli altri, non vedo speranze.

Friday, February 08, 2008

La CdL non c'è più, verso elezioni bipartitiche

Fino all'ultimo non si è fidato di Veltroni. Ha aspettato di vedere che rimanesse davvero coerente con la scelta di far correre il Pd da solo, senza desistenze. E in questi mesi abbiamo constatato quanto fosse attratto dalla prospettiva di correre da solo anche lui. Così Berlusconi ha dato seguito all'"annuncio del predellino", decidendo di presentare il PdL. Chi ci sta, ci sta. Rispetto a qualche mese fa Fini ha cambiato idea e ci sta, Casini no. Ma chi non ci sta, è fuori anche dalla coalizione. Unica eccezione per la Lega, perché è un partito territoriale.

La Lega quindi sarà federata al PdL. E l'Udc? L'Udc sbanda: a caldo Cesa dichiara che l'Udc è pronta ad andare sola. Poi si corregge: «L'Udc intende rimanere nel centrodestra con una sua autonomia. Niente lista unica del PdL, dunque, ma uno schema che prevede il collegamento elettorale e di programma, così come farà la Lega Nord». Infine, è intervenuto Casini: solo se FI e An impediranno una «nuova alleanza», allora «andremo da soli». «Non escludiamo affatto la federazione, è una possibilità concreta a cui siamo disponibili».

A cui però non è disponibile Berlusconi, che in pochi minuti ribatte: «Spero che l'Udc aderisca. Se non aderiscono, noi andiamo avanti ugualmente. Nessuno può negare che siano alleati, ma non nella stessa coalizione. Possono presentarsi da soli e poi in Parlamento potremo naturalmente trovare un accordo per farli entrare in un'alleanza». L'opzione di federarsi al PdL, come la Lega, non esclusa da Casini, è invece Berlusconi a escluderla: «No, per la Lega è diverso, è un partito territoriale...». Mastella e Storace devono ancora decidere, ma per loro vale lo stesso discorso: PdL o fuori.

Certamente la decisione di Veltroni di far correre il Pd da solo ha creato i presupposti di questa evoluzione che di fatto scrive la parola fine sulla CdL così come l'abbiamo conosciuta. In conseguenza di quella scelta, infatti, FI e An, più la Lega, possono contare sul premio di maggioranza nazionale alla Camera e sui premi regionali al Senato: il 55% dei seggi. L'Udc serviva a far scattare i premi fin tanto che dall'altra parte vi era una coalizione come l'Unione, che mettendo insieme Ulivo e sinistra massimalista poteva arrivare a sfiorare il 50% dei voti. Ma di fronte al Pd non è più necessaria e ciò permette più mani libere nelle alleanze.

Si trattava quindi di capire se i parlamentari dell'Udc dovessero rientrare in questo 55%, e quindi diventare determinanti per le sorti del futuro governo Berlusconi, oppure no. E il Cav. ha pensato: se entrano nel nuovo partito, bene, altrimenti fuori. Dopo le elezioni Berlusconi accoglierebbe in un'alleanza di governo l'Udc, perché a quel punto non potrebbe minacciare la sopravvivenza della maggioranza, non facendo parte con i suoi parlamentari di quel 55% di seggi ottenuto dai soli PdL e Lega. Ma presentandosi da sola, al di fuori della coalizione che sostiene "Berlusconi presidente", dubitiamo persino che l'Udc riesca a superare lo sbarramento del 4% ed entrare in Parlamento.

Altro che «maquillage»! Se, come appare probabile, l'Udc non farà parte del PdL per sua scelta, ma neanche della coalizione, per scelta di Berlusconi, allora anche il centrodestra si presenterà agli elettori profondamente ridisegnato, semplificato e in grado di dar vita a un governo meno esposto al ricatto dei partiti minori.

L'impegno a formare un gruppo parlamentare unico, e ad approvare insieme al Pd una riforma dei regolamenti parlamentari che impedisca la proliferazione di gruppi con denominazioni diverse dalle liste presentate alle elezioni, rende l'operazione FI-An ancora più solida per poter resistere all'accusa di «maquillage» prontamente lanciata da Veltroni. Nulla di sorprendente, siamo in campagna elettorale ed è ovvio che Veltroni non voglia lasciarsi sfuggire di mano l'arma polemica di rinfacciare al centrodestra quella disomogeneità di cui il Pd si è liberato correndo da solo.

Una scelta obbligata quella del Pd, perché perdere con la coalizione uscita sconfitta già alle scorse elezioni e bocciata da una disastrosa prova di governo sarebbe stato letale anche per il nuovo partito, mentre perdere lanciando una nuova prospettiva può rivelarsi addirittura salutare. Non avrebbe avuto senso il Pd, se si fosse di nuovo presentato alleato con la sinistra comunista e massimalista perpetuando lo schema fallimentare del prodismo.

Ma una scelta obbligata anche per Berlusconi e Fini, per non ripresentare una CdL decrepita e per contrapporre al Pd, anche dal punto di vista emotivo, una sfida nuova che potesse suscitare un rinnovato interesse negli elettori e negli stessi militanti del centrodestra.

Certo, sarà difficile che in soli due mesi Berlusconi e Fini riescano a dare al Popolo della libertà il volto di un partito nuovo e non di una semplice sommatoria di apparati, di FI e di An: dovranno puntare con coraggio a far emerge donne e uomini nuovi, giovani, e contenuti innovativi. Con la decisione di presentare il PdL - e se il nuovo partito prenderà davvero forma e sostanza all'indomani del voto - queste elezioni potrebbero più o meno produrre l'esito maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.

A questo punto gli schieramenti dovrebbero essere questi: PdL + Lega, con eventuali sigle che dovrebbero essere assorbite nel PdL oppure rimanere fuori; Udc (reintegrando i ribelli della "Rosa bianca"?); Pd (forse + Di Pietro); "Cosa rossa". Più coalizioni ma meno liste e meno partiti. Rimarrebbero fuori socialisti e radicali? Se, come appare probabile, il Ps non fosse accolto con il proprio simbolo e la propria lista dal Pd, allora potrebbe tornare di attualità una Rosa nel Pugno bis con Emma Bonino candidata premier. Il 4% resterebbe comunque un miraggio.

Tuesday, December 18, 2007

Il più bel dono di Natale (e un po' di carbone)

Una notizia buona e una cattiva per i radicali. La buona è che finalmente è stata approvata dall'Assemblea generale dell'Onu la moratoria sulla pena di morte. Una vittoria dell'Italia, che l'ha promossa prima in sede Ue e che poi è stata affiancata da grandi nazioni di tutti i continenti, il cui merito va però ai radicali. Senza la spinta decisiva di Pannella, Bonino e compagni, durata ben 14 anni, sia nei momenti più difficili che in quelli più promettenti, nessun governo avrebbe avuto la forza di volontà necessaria per raggiungere questo obiettivo, che - ricordiamolo - è simbolico. Perché da domani gli Stati in cui vige la pena di morte non saranno obbligati a rendere esecutiva la moratoria, che rimane un auspicio dell'Assemblea generale.

Dispiace, purtroppo, che in pochi vogliano riconoscere i meriti dei radicali. Tra questi non c'è sicuramente D'Alema, cui la parola "radicali" non riesce proprio a sfuggire di bocca. «Gratitudine alla società civile», dichiara genericamente il ministro degli Esteri, citando «organizzazioni non-governative come Nessuno Tocchi Caino e Amnesty International, ma senza neanche nominare quello che è un partito politico, il Partito Radicale, né Marco Pannella, che ci ha rimesso la salute, né la Bonino, che è sua collega.

Il presidente del Consiglio Prodi ringrazia «i ministri D'Alema e Bonino per il loro totale impegno, gli altri membri del governo, le istituzioni, le associazioni e i singoli cittadini che con noi si sono mobilitati per raggiungere questo risultato». Anche qui perché non fare riferimento al contributo decisivo di uno in particolare dei partiti che fanno parte della coalizione di governo. Il presidente della Repubblica Napolitano ringrazia Parlamento, Governo, Ministro degli Affari Esteri, Rappresentanza d'Italia presso le Nazioni Unite, società civile italiana. Nessun nome.

Fanno eccezione finora il presidente del Senato Franco Marini, che ha evidenziato il ruolo «in particolare» dei Radicali e di Marco Pannella, e del ministro Rutelli, che ha sottolineato «il successo sia del Governo che dell'opposizione, perché eravamo uniti. Ma anche dei radicali e del mondo delle associazioni, dalla Comunità di Sant'Egidio ad Amnesty International».

Un successo comunque subito divenuto nazional-popolare, acclamato da tutto l'arco costituzionale. E il titolo di questo post riprende una delle tante dichiarazioni - non diremo di chi - per dare il senso del genere di retorica che unisce il nostro Paese in questi momenti.

Ma il Natale non porta con sé solo doni, arriva pure un po' di carbone. E' la cattiva notizia: proprio oggi, infatti, è ufficiale che il gruppo della Rosa nel Pugno alla Camera ha finalmente cambiato denominazione, a seguito della semplice «constatazione» del fallimento dell'«esperimento politico» Rosa nel Pugno. I 21 deputati che ne fanno parte hanno all'unanimità scelto di chiamarsi "Socialisti e Radicali-Rnp".

E' prevalsa la ragione identitaria sui due aggettivi, "laici e liberali", che d'altra parte hanno fatto parte della politica della Rosa nel Pugno forse solo in un primissimo momento. Ma in questo anno e mezzo alla Camera, e soprattutto al governo, non si può certo dire che quei deputati e il ministro radicale abbiano espresso una politica liberale - semmai flebilmente riformista - né laica. Certo, hanno sposato la nuova agenda dei diritti civili, ma senza dare prova di laicità nel metodo, rispetto agli altri temi, ai rapporti con il governo e persino al loro interno.

Wednesday, November 14, 2007

Turco eletto col trucco. Gruppo senza Rosa

Maurizio Turco è il nuovo presidente della Commissione Attività produttive della Camera. Il parlamentare radicale della Rosa nel Pugno prende il posto del dimissionario Daniele Capezzone. Turco è stato eletto alla prima votazione con 27 voti. Due schede nulle, quattro bianche, mentre Luigi Lazzari (FI) ha ottenuto 17 voti e Ruggero Ruggeri (Pd) uno.

Intervenendo in aula, Antonio Leone (FI) ha spiegato che fino a ieri sera i componenti della Commissione Attività produttive della Camera risultavano essere 48. A Turco occorrevano quindi 25 voti per essere eletto al primo turno. Stranamente, però, oggi poco prima delle votazioni il numero dei membri è salito a 51 e Turco è stato eletto con 27 voti. Alcuni deputati afferenti alla Commissione sono stati sostituiti e tre nuovi sono stati aggiunti da gruppi della maggioranza (Idv, Udeur e Sd), evidentemente, secondo il deputato Leone, perché dei 48 membri della Commissione fino a ieri, ben meno di 25 (quorum richiesto) erano disponibili a votare Turco.

La presidenza resta così alla componente radicale della... Rosa nel Pugno?

«Martedì sera tutti i socialisti si riuniranno (quelli dello Sdi, Turci, Grillini, Spini, Baratella, assieme a me) per aderire al nuovo gruppo Socialisti-Radicali della Camera». Così Mauro Del Bue, motivando le sue dimissioni dall'ufficio di presidenza della Camera.

Monday, March 05, 2007

La Rifondazione di Bertinoro

Pare che avremo due rifondazioni: dopo quella comunista, che di danni ne fa già parecchi, sembra arrivata l'ora di quella socialista, le cui premesse sono state poste al convegno di Bertinoro, dove si sono riuniti i "reduci". Gli ex Psi Enrico Boselli, Bobo Craxi, Gianni De Michelis, Rino Formica, Valdo Spini e Saverio Zavettieri; gli ex Pci Lanfranco Turci, Salvatore Buglio, Peppino Caldarola, Emanuele Macaluso.

Tra i tanti paradossi, l'attività di un'associazione che si chiama «per la Rosa nel Pugno» ma organizza un incontro «Verso la costituzione di una moderna forza laica liberalsocialista».

Alternativi i due progetti politici. Da una parte, la Rosa nel Pugno, nata con l'intenzione di essere 100% laica, 100% socialista, 100% liberale e 100% radicale. Si richiamava alle esperienze di Blair, Fortuna e Zapatero e si era data 31 punti programmatici.

La nuova forza che dovrebbe prendere forma da Bertinoro si basa invece su una identità ibrida, quella liberalsocialista (che è diverso dal dire liberale e socialista). Non ho avuto modo di ascoltare tutto l'incontro, ma non mi sono perso gli interventi dei "bug" (ops, volevo dire "big"). Stupefacente come il tempo veniva consumato in un continuo rimbalzo tra etichette e contenitori, vecchi o a venire: destra/sinistra, Partito democratico, postcomunisti, sinistra Ds, socialisti, lombardiani, craxiani, berlusconiani, e così via... Un gioco di specchi in cui perdersi e, forse, abbandonarsi un attimo prima di divenire preda dell'horror vacui di idee.

Non una sola proposta, un obiettivo, una policy come ragione fondante di quel nuovo stare assieme. Surreale, inoltre, parlare di socialismo e delle sue ragioni, della sinistra nel XXI secolo, senza citare nemmeno una volta l'esempio di maggior successo e modernità in Europa: Blair (o almeno Zapatero).

E i radicali? I radicali non c'erano. Chiusi in un angolo, mentre lo Sdi gioca su due tavoli. Quel poco che c'è di Rosa nel Pugno è in mano a Villetti, che guida il gruppo parlamentare alla Camera come se fosse una propaggine dello Sdi. Nel contempo Boselli svolazza qua e là e, dopo aver fatto appassire la Rosa, si posa anche sulla «moderna forza laica liberalsocialista».