Invece di dar vita ad una pretestuosa e stucchevole guerriglia quotidiana sulla pelle di provvedimenti importanti per il Paese, che nulla ha a che fare per altro con il loro merito (l'emendamento approvato ieri è di natura solo lessicale), sarebbe più onesto e dignitoso da parte dei finiani aspettare serenamente il 14 dicembre e votare compatti la sfiducia. Tuttavia, sembra che l'ultima tentazione di Fli, Udc e Pd - dal momento che hanno capito di non farcela a fare il ribaltone al Senato - sia fare in modo che il governo ottenga una striminzita fiducia anche alla Camera. In questo modo, sarebbe più complicato per il capo dello Stato accogliere la richiesta di scioglimento delle Camere che quasi sicuramente, non avendo comunque numeri sufficienti a garantire la piena governabilità, avanzerebbero Pdl e Lega; Berlusconi, dopo essersi dimesso, riceverebbe un nuovo mandato e i finiani (insieme all'Udc?) potrebbero continuare a logorarlo per qualche altro mese, cercando così di evitare le temute elezioni nel 2011. Tanto ormai si è capito che della governabilità e delle riforme non gl'importa nulla, ciò che conta, al solito, è far fuori Berlusconi.
Così stando le cose, mi chiedo se al governo non convenga giocarsi il tutto per tutto sulla riforma universitaria, ponendo la fiducia su un testo che rigetti in blocco tutti gli emendamenti di Fli. Se dovesse cadere, sarebbe una morte onorevole e costringerebbe ad uscire allo scoperto quanti sono disposti a sacrificare una buona riforma pur di abbattere Berlusconi. Insomma, la strategia dovrebbe essere, su qualsiasi provvedimento, considerare gli emendamenti di Fli emendamenti di opposizione, e quindi non trattare ma respingerli e porre la fiducia sul testo originario, costringendo ogni volta i finiani ad un aut aut. La legge di stabilità è un falso problema: si può approvare anche in ordinaria amministrazione, è già impostata e nessun gruppo si azzarderebbe a metterne in discussione i saldi.
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Friday, November 26, 2010
Friday, November 12, 2010
Il partito della spesa (e del proporzionale) dietro la crisi
Non c'è analisi più lucida della situazione, e delle motivazioni della crisi, di quella di Oscar Giannino ieri sera a Porta a Porta. Qui il video, guardatelo tutto, ma vale la pena di riportare i passaggi cruciali:
«Per me quella tra Fini e Berlusconi oramai è una storia di incompatibilità personale... l'incompatibilità personale e il sottile calcolo che sia la giustizia a eliminare Berlusconi entro pochi mesi mi spiega quello che succede».Già, la certezza è che lo pagheremo tutto noi, e caro, il conto di questa crisi. Grazie Gianfranco: futuro in libertà per te; futuro indebitato per noi.
(...)
«Ma se l'effetto di tutto questo... è una situazione di caos che fa ripartire sui titoli del debito pubblico italiano, com'è assolutamente probabile, pressocché certo con quello che succede sui mercati... se si riaccende il sospetto sui titoli del debito pubblico italiano, qualunque soluzione politica, qualunque confusione, per cui nessuno è in grado di sapere che cosa succede, di sicuro porta a più oneri di interessi sul debito pubblico, più deficit pubblico, e questo significa, per quanto pesa la spesa pubblica in Italia, più disoccupati, meno crescita, meno roba per le imprese...»
(...)
«Quello che vedo io è che la voglia di far ripartire la spesa pubblica è la vera benzina di qualunque ipotesi che c'è oggi sul campo. Lo vediamo sulla legge di stabilità, sulle esercitazioni di voto in Parlamento per far capire al governo che deve andare a casa, lo vediamo nelle critiche a Giulio Tremonti... lo vedo persino nella nota del capo dello Stato, le cui parole "è ingiusto tagliare di tutto, bisogna fare delle scelte", da una parte è vero, potrebbero essere lette come "tagliamo di più da una parte e allochiamo meglio le risorse", ma dall'altra, con l'aria che c'è in politica, nel Parlamento, nella protesta da parte di tutte le opposizioni, significano più spesa pubblica».
(...)
«Noi eravamo impegnati in uno sforzo - che [rivolto ai finiani, ndr] vi ha visti condividere questo sforzo nel centrodestra - di fermare il deficit. Abbiamo avuto il deficit più basso insieme ai tedeschi. E' stato il merito, ciò che ha impedito all'Italia di essere sospettata sui mercati nella grande crisi. Adesso si dice "più spesa", "Tremonti sbaglia tutto", "a casa Tremonti", "a casa Berlusconi", ma l'effetto di tutto questo è buttare a mare quello che invece ha fatto, per la prima volta in decenni, fare una figura decorosa al nostro Paese, ma soprattutto [ha fatto] pagare di meno ai contribuenti e ai disoccupati».
(...)
«Se la politica dimentica che i mercati sono spietati e che in molti hanno interesse a che l'Italia riprenda a fare deficit e a pagare più debito pubblico, commette un errore grave, perché ciascun italiano se lo ricorderà quando presto o tardi si va a votare... E questo riguarda sia chi nel centrodestra dice "nessuna formula che ci ha visto accomunati di fronte agli elettori vale più" e sia chi, rispetto alla posizione che aveva di alleanze nel centrosinistra eccetera torna a dire "mani libere", perché poi quello che si vede è... "facciamo saltare il premio di maggioranza", perché tutti dicono "mani libere". Vogliamo tornare a un'Italia iperproporzionale? Più spesa pubblica, più deficit, più debito? Poveri contribuenti italiani».
Se il più confuso di tutti è lui
Nella confusione che denuncia il più confuso di tutti, come spesso gli capita, sembra lui: Napolitano. Prima richiama tutte le forze politiche al senso di responsabilità nell'approvazione della legge di stabilità, come se fosse qualcosa di meramente tecnico e non, invece, un atto tra i più squisitamente politici di un governo. Poi, dopo ore più che giorni, in un nuovo sconfinamento di campo, impallina proprio l'aspetto più importante della finanziaria, il rigore, ravvisando «confusione» nelle scelte di politica economica e associandosi ai critici dei cosiddetti "tagli lineari". «Non si può tagliare tutto», avverte il capo dello Stato, come gli altri senza indicare precisamente dove si può e si deve tagliare, così suona come un non si può tagliare niente.
Le dichiarazioni politiche e le analisi sui giornali sono piene di indicazioni su dove non si dovrebbe tagliare e dove si dovrebbe addirittura investire. Su questo sono tutti bravissimi e pieni di idee. Quando si tratta, però, di individuare precisamente dove indirizzare i tagli, silenzio, vuoto totale. Se si mettono insieme i discorsi che Napolitano recita nei suoi innumerevoli e più svariati convegni e incontri, tutti i settori sarebbero meritevoli non solo di non subire tagli, ma di maggiori risorse. Persino la cooperazione. Avvalorando così l'adagio secondo cui l'importanza di un capitolo, di un ministero, di una politica, la fa la spesa e non la capacità di "governo" e di "ri-forma". Così come nei due più importanti recenti discorsi di Fini, a Mirabello e a Perugia, come nell'intervento di ieri sul Sole 24 Ore, la lista dei settori dove non si dovrebbe tagliare, bensì investire altro denaro pubblico, è lunghissima; vuota quella dei tagli.
Si taglia nella sanità e nell'istruzione? Non se ne parla neanche.
Sull'università? Macché!
La giustizia e le forze dell'ordine? Ma scherziamo?
Tagli alla cultura? Pompei docet.
Almeno tagliamo i sussidi agli spettacoli... Allarmi, vogliono il popolo bue!
Tagliamo un po' dall'ambiente? E il dissesto idreogeologico?
Allora, tagliamo almeno i sussidi alla "green economy". No, è il futuro, volano di sviluppo.
Regioni ed enti locali? No, così si tolgono i servizi ai cittadini.
Considerando che le infrastrutture vengono da tutti considerate vitali, che le pensioni guai a toccarle ancora, tirate voi le somme...
Ecco qui completato il quadro, quasi ministero per ministero. Per ognuno c'è almeno un buon motivo per non tagliare. Val la pena di ricordare che Cameron, in Gran Bretagna, preso ad esempio per non aver proceduto con i cosiddetti "tagli lineari", però ha tagliato su tutto, senza risparmiare alcun settore. Qualcuno più, qualche altro meno, ma i tagli si sono abbattuti su tutti i capitoli della spesa pubblica, nessuno escluso. Invece da noi, con il debito pubblico che ci ritroviamo, si pretende non solo di risparmiare al dunque quasi tutti i settori dai tagli, ma addirittura di spendere di più in alcuni, che per altro hanno già dimostrato la loro inefficienza e incapacità di spesa. Per questo diffido del multiforme partito della spesa, che ormai sa nascondersi anche dietro le più ragionevoli prese di posizione.
Le dichiarazioni politiche e le analisi sui giornali sono piene di indicazioni su dove non si dovrebbe tagliare e dove si dovrebbe addirittura investire. Su questo sono tutti bravissimi e pieni di idee. Quando si tratta, però, di individuare precisamente dove indirizzare i tagli, silenzio, vuoto totale. Se si mettono insieme i discorsi che Napolitano recita nei suoi innumerevoli e più svariati convegni e incontri, tutti i settori sarebbero meritevoli non solo di non subire tagli, ma di maggiori risorse. Persino la cooperazione. Avvalorando così l'adagio secondo cui l'importanza di un capitolo, di un ministero, di una politica, la fa la spesa e non la capacità di "governo" e di "ri-forma". Così come nei due più importanti recenti discorsi di Fini, a Mirabello e a Perugia, come nell'intervento di ieri sul Sole 24 Ore, la lista dei settori dove non si dovrebbe tagliare, bensì investire altro denaro pubblico, è lunghissima; vuota quella dei tagli.
Si taglia nella sanità e nell'istruzione? Non se ne parla neanche.
Sull'università? Macché!
La giustizia e le forze dell'ordine? Ma scherziamo?
Tagli alla cultura? Pompei docet.
Almeno tagliamo i sussidi agli spettacoli... Allarmi, vogliono il popolo bue!
Tagliamo un po' dall'ambiente? E il dissesto idreogeologico?
Allora, tagliamo almeno i sussidi alla "green economy". No, è il futuro, volano di sviluppo.
Regioni ed enti locali? No, così si tolgono i servizi ai cittadini.
Considerando che le infrastrutture vengono da tutti considerate vitali, che le pensioni guai a toccarle ancora, tirate voi le somme...
Ecco qui completato il quadro, quasi ministero per ministero. Per ognuno c'è almeno un buon motivo per non tagliare. Val la pena di ricordare che Cameron, in Gran Bretagna, preso ad esempio per non aver proceduto con i cosiddetti "tagli lineari", però ha tagliato su tutto, senza risparmiare alcun settore. Qualcuno più, qualche altro meno, ma i tagli si sono abbattuti su tutti i capitoli della spesa pubblica, nessuno escluso. Invece da noi, con il debito pubblico che ci ritroviamo, si pretende non solo di risparmiare al dunque quasi tutti i settori dai tagli, ma addirittura di spendere di più in alcuni, che per altro hanno già dimostrato la loro inefficienza e incapacità di spesa. Per questo diffido del multiforme partito della spesa, che ormai sa nascondersi anche dietro le più ragionevoli prese di posizione.
Friday, July 25, 2008
Il governo rema poco, ma il Pd in senso contrario
Oscar Giannino spiega magistralmente, su Libero, come stanno le cose, conti alla mano, mentre l'opposizione ricorre alla sempre più spuntata arma retorica della "macelleria sociale":
Ora, da un punto di vista liberista e riformatore il governo ne esce meno bene di quanto appare, ma l'opposizione ancora peggio. Qualcuno mi critica perché insisto a prendermela con l'opposizione e non con il governo, che ora ha la responsabilità di ciò che fa. A parte il fatto che critiche a Tremonti e alla sua politica economica qui non sono state risparmiate, insisto: il Governo rema debolmente e lentamente, ma nella giusta direzione; l'opposizione rema in senso contrario, si oppone per il verso sbagliato. Siccome tagliare la spesa pubblica comporta sempre costi politici immediati, il rischio è che accusato di fare macelleria sociale, con una opposizione simile il governo rallenti la sua vogata. Viceversa, con una opposizione che lo incalzasse, potrebbe essere indotto ad accelerarla.
UPDATE: Guarda un po', anche Luca Ricolfi se la prende con l'opposizione. Gli argomenti sono più o meno gli stessi di Giannino e di questo post.
Vi segnalo inoltre questo bell'articolo di Alessandro Giuli per Il Foglio. L'idea di fondo potrebbe rivelarsi non troppo peregrina negli anni futuri fino ad emergere come analisi fondata dell'attuale esperienza di governo. Un governo che sembra craxiano, decisionista e riformista di impronta socialista. Economia sociale di mercato, appunto.
«Innanzitutto, mettiamoci d'accordo su che cosa si debba intendere, per "tagli". Un minimo di rispetto per l'aritmetica impone che siano da considerare "tagli" stanziamenti di spesa pubblica nei prossimi esercizi inferiori al dato reale speso nell'anno precedente. Su questa semplice base, la risposta da dare è immediata: la manovra triennale non contempla tagli di sorta. L'opposizione, invece, considera come "tagli" tutto ciò che viene presentato in contenimento della crescita tendenziale della spesa negli esercizi a venire, sulla base dei flussi pluriennali preventivati e promessi dal governo Prodi. Ma questi non sono "tagli", sono invece argini alla crescita inerziale della spesa pubblica... I 35 miliardi di euro di contenimento della spesa pubblica in tre anni disposti da Tremonti, dunque, servono a rallentare una crescita che resta tale - talora - e a stabilizzare - in altri capitoli la spesa pubblica, rispetto ai livelli attuali... non sono "tagli" perché servono solo a ricondurre una crescita della spesa che era fuori controllo. Il centrosinistra questo lo sa benissimo, anche se preferisce non dirlo. Il Pd sa tanto bene quali sarebbero stati gli effetti di maggior deficit della spesa pubblica che aveva "acceso" - malgrado i tre punti di Pil di pressione fiscale aggiuntiva disposti dal governo Prodi - che non a caso, nel suo programma elettorale di aprile scorso, annunciava in caso di vittoria elettorale contenimenti di spesa pari a 15 miliardi di euro ogni anno. In tre anni, dunque, sarebbero stati 45 miliardi di euro, non i 35 di Tremonti».Giannino prosegue dati alla mano prendendo ad esempio due settori, gli stessi di cui scrivevo qualche post fa, sicurezza e sanità. E conclude: «La conclusione è univoca: i tagli non ci sono. La macchina pubblica deve abituarsi a crescere meno, tutto qui. Dipendesse da noi, dovrebbe dimagrire energicamente, distinguendo meglio chi è virtuoso da chi spreca. Ma siamo ancora a quello, checchè dica l'opposizione».
Ora, da un punto di vista liberista e riformatore il governo ne esce meno bene di quanto appare, ma l'opposizione ancora peggio. Qualcuno mi critica perché insisto a prendermela con l'opposizione e non con il governo, che ora ha la responsabilità di ciò che fa. A parte il fatto che critiche a Tremonti e alla sua politica economica qui non sono state risparmiate, insisto: il Governo rema debolmente e lentamente, ma nella giusta direzione; l'opposizione rema in senso contrario, si oppone per il verso sbagliato. Siccome tagliare la spesa pubblica comporta sempre costi politici immediati, il rischio è che accusato di fare macelleria sociale, con una opposizione simile il governo rallenti la sua vogata. Viceversa, con una opposizione che lo incalzasse, potrebbe essere indotto ad accelerarla.
UPDATE: Guarda un po', anche Luca Ricolfi se la prende con l'opposizione. Gli argomenti sono più o meno gli stessi di Giannino e di questo post.
Vi segnalo inoltre questo bell'articolo di Alessandro Giuli per Il Foglio. L'idea di fondo potrebbe rivelarsi non troppo peregrina negli anni futuri fino ad emergere come analisi fondata dell'attuale esperienza di governo. Un governo che sembra craxiano, decisionista e riformista di impronta socialista. Economia sociale di mercato, appunto.
«In Italia una destra al governo non c'è, non esiste, non rileva. E' sopraggiunta questa legislatura socialnazionale a certificare il rigor mortis di un'astrazione comoda per gli appassionati di toponomastica, ma del tutto disincarnata... Il Cav. è (...) un esemplare della terza casta. Quella dei produttori di beni. Nulla a che vedere con la destra. E il suo Consiglio dei ministri non fa che riflettere questa assenza. Giulio Tremonti è finalmente tornato l'editorialista del Manifesto con ambizioni da leader della sinistra nazionale. La corona dei democristiani come Claudio Scajola alla parola destra mette la mano ai libri di storia antifascista. Paolo Bonaiuti, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta e Franco Frattini sono epifenomeni del socialismo. Sandro Bondi è un amabile prodotto del totalitarismo cattocomunista. Le giovani e i giovani ministri come Mariastella Gelmini e Angelino Alfano sono eredi della borghesia moderata di provincia. Elio Vito un radicale».Per avere di meglio in Italia avremmo dovuto avere una sinistra che non avesse cacciato, espulso, i liberalsocialisti (che oggi governano con Berlusconi), divenendo territorio esclusivo dei catto-comunisti, ex o post. Così forse avremmo avuto una destra più liberista. Il problema è che qui da noi basta troppo poco per essere visti come più liberali e pragmatici della sinistra in economia.
Thursday, July 24, 2008
Sui tagli il Pd getta la maschera
E' così che l'opposizione perderà la faccia. In autunno, pare. Di fronte a una manovra finanziaria che per la prima volta aggredisce la spesa pubblica (meno di quanto ci sarebbe bisogno), il Pd minaccia di ricorrere alla piazza «accarezzando la protesta di tutti gli scontenti, anche quelli più ingiustificati». Perché è così, l'avevo scritto in un post di qualche giorno fa, che vanno le cose qui in Italia.
Tutti «responsabili», tutti a riempirsi la bocca della necessità di tagliare la spesa, denunciando sprechi e privilegi. Poi, quando da qualche parte si comincia, l'opposizione di turno si straccia la vesti ed è pronta a fiancheggiare qualsiasi categoria. Gli operatori del settore protestano e i leader dell'opposizione, Veltroni in testa, irresponsabilmente si accodano.
Oggi, nel suo editoriale su Il Sole24 Ore, è Guido Gentili a denunciare l'ipocrisia del Partito democratico, ricordando che «il Governo sta nel complesso tagliando meno di quello che in campagna elettorale aveva promesso il leader del Pd Veltroni, e cioè 15 miliardi l'anno». Sì, ma dove si taglia è il problema, si potrebbe obiettare.
E' il solito trucco retorico. Presi uno per uno, tutti i settori sono vitali e strategici. In realtà, in tutti i settori sprechi e inefficienze proliferano. Per 80 miliardi l'anno, calcolava Luca Ricolfi. Sulla sanità e sulla sicurezza, per esempio, hanno torto sia Formigoni che i sindacati di polizia. Ma chi l'ha detto che per migliorare un servizio servono più soldi? Che non si possa persino migliorare diminuendo i costi? E che ai tagli alle voci di spesa debbano per forza corrispondere meno servizi per i cittadini?
Il problema è che non esiste più (se in Italia è mai esistita) la concezione del ministro che semplicemente amministra, mentre oggi i nostri ministri passano il tempo a chiedere soldi e a proporre riforme sulla carta. Il loro compito è invece di far funzionare la macchina con il minimo della spesa, di utilizzare in modo più efficiente le risorse che hanno.
La novità è che oggi per la prima volta si comincia a tagliare, riconosce Guido Gentili:
Ma ovviamente, «in attesa dei frutti futuri, tagliare costa sul piano politico immediato», perché il bilancio dello Stato è usato come ammortizzatore sociale e fondo speciale clientele. Quindi, «quasi sempre le contrapposizioni sono dettate da un riflesso condizionato politico, per il quale l'opposizione di turno s'affianca alle proteste delle categorie interessate ai tagli».
Tutti «responsabili», tutti a riempirsi la bocca della necessità di tagliare la spesa, denunciando sprechi e privilegi. Poi, quando da qualche parte si comincia, l'opposizione di turno si straccia la vesti ed è pronta a fiancheggiare qualsiasi categoria. Gli operatori del settore protestano e i leader dell'opposizione, Veltroni in testa, irresponsabilmente si accodano.
Oggi, nel suo editoriale su Il Sole24 Ore, è Guido Gentili a denunciare l'ipocrisia del Partito democratico, ricordando che «il Governo sta nel complesso tagliando meno di quello che in campagna elettorale aveva promesso il leader del Pd Veltroni, e cioè 15 miliardi l'anno». Sì, ma dove si taglia è il problema, si potrebbe obiettare.
E' il solito trucco retorico. Presi uno per uno, tutti i settori sono vitali e strategici. In realtà, in tutti i settori sprechi e inefficienze proliferano. Per 80 miliardi l'anno, calcolava Luca Ricolfi. Sulla sanità e sulla sicurezza, per esempio, hanno torto sia Formigoni che i sindacati di polizia. Ma chi l'ha detto che per migliorare un servizio servono più soldi? Che non si possa persino migliorare diminuendo i costi? E che ai tagli alle voci di spesa debbano per forza corrispondere meno servizi per i cittadini?
Il problema è che non esiste più (se in Italia è mai esistita) la concezione del ministro che semplicemente amministra, mentre oggi i nostri ministri passano il tempo a chiedere soldi e a proporre riforme sulla carta. Il loro compito è invece di far funzionare la macchina con il minimo della spesa, di utilizzare in modo più efficiente le risorse che hanno.
La novità è che oggi per la prima volta si comincia a tagliare, riconosce Guido Gentili:
«Può piacere o non piacere, ma questa volta è scongiurato l'errore in cui incorse il Governo Prodi al suo esordio nel 2006: un Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) rigoroso sul piano dei principi che faceva però solo da elegante sfondo a una "stretta" fiscale punitiva nei confronti di professionisti, piccoli e medi imprenditori e lavoratori autonomi».La manovra triennale «comincia a mordere per decreto, da subito, nei settori-chiave della spesa pubblica come la sanità, l'università, la scuola, la giustizia, il pubblico impiego, l'amministrazione della sicurezza». Gli stessi settori, osserva Gentili, nei quali sia il programma del Pd, sia il Libro Verde di Padoa-Schioppa, individuavano sprechi e inefficienze.
Ma ovviamente, «in attesa dei frutti futuri, tagliare costa sul piano politico immediato», perché il bilancio dello Stato è usato come ammortizzatore sociale e fondo speciale clientele. Quindi, «quasi sempre le contrapposizioni sono dettate da un riflesso condizionato politico, per il quale l'opposizione di turno s'affianca alle proteste delle categorie interessate ai tagli».
Thursday, January 10, 2008
Ma di che cosa stanno parlando?
Prodi è intento a trovare un accordo, a far vedere che è in corso un dialogo promettente, con Sindacati e Confindustria, per intervenire sui salari e poter così restituire ai lavoratori un po' di potere d'acquisto. E' un'operazione di mera facciata, volta unicamente a tirare avanti altri mesi, ricattando le forze politiche della sua maggioranza: sarebbe da irresponsabili, soprattutto per i partitini di sinistra, far cadere un governo che ha in tasca un'intesa con le parti sociali a vantaggio dei lavoratori.
Ma è lo stesso ministro dell'Economia Padoa-Schioppa a farci capire che si sta parlando del nulla. «Le risorse non le abbiamo ancora, dobbiamo procurarcele con la lotta all'evasione fiscale e con il contenimento della spesa», ha detto il ministro al vertice di maggioranza che si è tenuto questo pomeriggio. Insomma, l'extra-gettito 2008 è ancora tutto da valutare, sempre che ci sia e sia consistente come quello sperperato nell'anno precedente.
In ogni caso, i tempi sono lunghi, mentre Prodi lascia credere all'opinione pubblica che si stanno discutendo importanti provvedimenti, addirittura di "svolta", nell'immediato. «La trimestrale di cassa è il momento in cui conosceremo le cifre - ha spiegato Padoa-Schioppa - ma per agire bisognerà aspettare il bilancio di assestamento a giugno-luglio. Gli interventi più significativi arriveranno, invece, con la prossima Finanziaria 2009». E' lo stesso Padoa-Schioppa a delineare il calendario da cui si evince che Prodi sta spacciando per un "nuovo inizio" nel 2008 interventi che forse, se i conti lo permetteranno, farà con la Finanziaria 2009.
Non solo. Trattandosi di un extra-gettito, dovranno essere misure una tantum, che non confluiscano nella spesa corrente. Non si capisce quindi, a parte l'annunciata "armonizzazione" delle rendite finanziarie, cioè l'aumento delle tasse sui risparmi, come il governo pensi di ridurre la pressione fiscale, seppure solo ai lavoratori dipendenti dallo stipendio medio-basso. Sarà solo una mancia per il 2009?
Siamo all'ennesimo, puro illusionismo prodiano.
Ma è lo stesso ministro dell'Economia Padoa-Schioppa a farci capire che si sta parlando del nulla. «Le risorse non le abbiamo ancora, dobbiamo procurarcele con la lotta all'evasione fiscale e con il contenimento della spesa», ha detto il ministro al vertice di maggioranza che si è tenuto questo pomeriggio. Insomma, l'extra-gettito 2008 è ancora tutto da valutare, sempre che ci sia e sia consistente come quello sperperato nell'anno precedente.
In ogni caso, i tempi sono lunghi, mentre Prodi lascia credere all'opinione pubblica che si stanno discutendo importanti provvedimenti, addirittura di "svolta", nell'immediato. «La trimestrale di cassa è il momento in cui conosceremo le cifre - ha spiegato Padoa-Schioppa - ma per agire bisognerà aspettare il bilancio di assestamento a giugno-luglio. Gli interventi più significativi arriveranno, invece, con la prossima Finanziaria 2009». E' lo stesso Padoa-Schioppa a delineare il calendario da cui si evince che Prodi sta spacciando per un "nuovo inizio" nel 2008 interventi che forse, se i conti lo permetteranno, farà con la Finanziaria 2009.
Non solo. Trattandosi di un extra-gettito, dovranno essere misure una tantum, che non confluiscano nella spesa corrente. Non si capisce quindi, a parte l'annunciata "armonizzazione" delle rendite finanziarie, cioè l'aumento delle tasse sui risparmi, come il governo pensi di ridurre la pressione fiscale, seppure solo ai lavoratori dipendenti dallo stipendio medio-basso. Sarà solo una mancia per il 2009?
Siamo all'ennesimo, puro illusionismo prodiano.
Monday, December 17, 2007
Le tre paure e la rassegnazione
Anche Luca Ricolfi ritiene abbastanza "verista" il quadro dipinto dal New York Times della nostra infelicità, del malessere e della sfiducia nelle istituzioni.
Basta guardare agli ultimi giorni: scioperi selvaggi e agitazioni attuati o minacciati; le disastrose Finanziarie del 2007 e del 2008, che hanno frenato la crescita e peggiorato i conti pubblici; i due schiaffoni al ministro Padoa-Schioppa, punito per le sue "epurazioni" (caso Petroni e caso Speciale). Tutto questo sotto lo sguardo assente e trasognato della "casta" politica.
A fronte di tutto questo e molto altro, «non c'è speranza né rabbia, non c'è voglia di cambiare né impegno. Solo una grande rassegnazione, e un cocktail pericoloso di scetticismo e di paura», osserva Ricolfi. Innanzitutto, «generica paura del futuro», per l'incertezza normativa e politica, per l'evidenza che «da anni non siamo governati». Paura «per la situazione economica delle famiglie»: finalmente qualcuno si accorge che «la realtà, molto probabilmente, è che le statistiche non sono state in grado di registrare lo "scalino" dell'euro (fra il 2002 e il 2003), e ora sottovalutano le difficoltà delle famiglie a far quadrare i bilanci... appesantiti dall'aumento del costo del denaro e dalla stangata fiscale della prima finanziaria del governo Prodi». Infine, «la paura della criminalità e dell'immigrazione».
«Ci vorranno anni - conclude Ricolfi - per liberarci da questa classe dirigente, anni per tornare a recuperare il potere di acquisto perduto, anni per tornare a vivere in città più sicure. Molti italiani ormai l'hanno capito, altri se ne stanno rendendo conto dopo le illusioni e le ubriacature dell'ultimo decennio. Forse è anche questo che ci rende un po' tristi, come ci dipinge il New York Times».
Basta guardare agli ultimi giorni: scioperi selvaggi e agitazioni attuati o minacciati; le disastrose Finanziarie del 2007 e del 2008, che hanno frenato la crescita e peggiorato i conti pubblici; i due schiaffoni al ministro Padoa-Schioppa, punito per le sue "epurazioni" (caso Petroni e caso Speciale). Tutto questo sotto lo sguardo assente e trasognato della "casta" politica.
A fronte di tutto questo e molto altro, «non c'è speranza né rabbia, non c'è voglia di cambiare né impegno. Solo una grande rassegnazione, e un cocktail pericoloso di scetticismo e di paura», osserva Ricolfi. Innanzitutto, «generica paura del futuro», per l'incertezza normativa e politica, per l'evidenza che «da anni non siamo governati». Paura «per la situazione economica delle famiglie»: finalmente qualcuno si accorge che «la realtà, molto probabilmente, è che le statistiche non sono state in grado di registrare lo "scalino" dell'euro (fra il 2002 e il 2003), e ora sottovalutano le difficoltà delle famiglie a far quadrare i bilanci... appesantiti dall'aumento del costo del denaro e dalla stangata fiscale della prima finanziaria del governo Prodi». Infine, «la paura della criminalità e dell'immigrazione».
«Ci vorranno anni - conclude Ricolfi - per liberarci da questa classe dirigente, anni per tornare a recuperare il potere di acquisto perduto, anni per tornare a vivere in città più sicure. Molti italiani ormai l'hanno capito, altri se ne stanno rendendo conto dopo le illusioni e le ubriacature dell'ultimo decennio. Forse è anche questo che ci rende un po' tristi, come ci dipinge il New York Times».
Sunday, November 18, 2007
I danni della class action "all'italiana"
Tra le pieghe di questa Finanziaria di ulteriore spesa pubblica c'è una norma a prima vista opportuna e utile, che avrebbe meritato ben altra occasione di discussione e approvazione: l'introduzione della class action. Non solo si tratta di un imbroglio, ma di uno strumento che così come concepito produce solo danni. Si "sindacalizza" infatti, anche la difesa di consumatori e utenti dalle frodi delle corporation.
Prevedere che le cause possano essere intentate solo dalle associazioni dei consumatori riconosciute dal Ministero significa non solo espropriare i cittadini di un diritto che dovrebbe essere esercitato individualmente, ma anche creare un sistema in cui alla fine - esattamente come accade per i contratti collettivi di lavoro tra Sindacato e Confindustria - le industrie trattano e si accordano con le associazioni consumatori sulla testa dei ricorrenti. Concedendo ad esse in monopolio la risorsa class action, l'avvio di questo tipo di azioni legali verrà subordinato a forme di pagamento da parte dei consumatori e utilizzato come arma di ricatto nei confronti delle industrie.
Perché la class action funzioni nel nostro paese dovrebbe funzionare innanzitutto la giustizia civile, di cui ormai in pochi si fidano, tanto siamo scoraggiati dai tempi di giudizio e dall'incertezza del diritto, e gli avvocati dovrebbero essere pagati in percentuale e in caso di successo.
In questo modo, invece, la class action diventa una "marchetta" per altri aspiranti sindacalisti e professionisti della concertazione: le associazioni dei consumatori.
Prevedere che le cause possano essere intentate solo dalle associazioni dei consumatori riconosciute dal Ministero significa non solo espropriare i cittadini di un diritto che dovrebbe essere esercitato individualmente, ma anche creare un sistema in cui alla fine - esattamente come accade per i contratti collettivi di lavoro tra Sindacato e Confindustria - le industrie trattano e si accordano con le associazioni consumatori sulla testa dei ricorrenti. Concedendo ad esse in monopolio la risorsa class action, l'avvio di questo tipo di azioni legali verrà subordinato a forme di pagamento da parte dei consumatori e utilizzato come arma di ricatto nei confronti delle industrie.
Perché la class action funzioni nel nostro paese dovrebbe funzionare innanzitutto la giustizia civile, di cui ormai in pochi si fidano, tanto siamo scoraggiati dai tempi di giudizio e dall'incertezza del diritto, e gli avvocati dovrebbero essere pagati in percentuale e in caso di successo.
In questo modo, invece, la class action diventa una "marchetta" per altri aspiranti sindacalisti e professionisti della concertazione: le associazioni dei consumatori.
Friday, November 16, 2007
Ecco come la situazione è bloccata
Nella lettura del voto sulla Finanziaria al Senato i commentatori commettono a mio avviso un evidente errore nel dare un peso eccessivo alla sconfitta di Berlusconi. L'ho già detto, la sua leadership - per motivi anagrafici, alleati "affamati" e mancanza di idee - è in via di deterioramento, come la coalizione, ed è un processo inarrestabile. Ma cosa volete che importi agli elettori se al Senato è stato "spallato"? Credete che qualche potenziale elettore di centrodestra, o qualche arrabbiato deluso da Prodi, davanti alla scheda si ricorderà che Berlusconi non è riuscito a far cadere Prodi il 15 novembre 2007, oppure che è stato quello che più ci ha provato? Dopo tutto, nonostante le intemperanze, le "(s)pallate", la sua voglia di rivincita solo personale, il vuoto di idee, Berlusconi è sempre il leader che più di tutti sa essere anche "fuori" dal Palazzo. Stato mentale in cui, nonostante tutti i libri sulla "casta", i giornalisti di questo paese non si ritrovano proprio. Quella di giovedì scorso di Berlusconi è una sconfitta dentro il Palazzo, non fuori.Può davvero esserci una «nuova stagione» finché Prodi rimane avvinghiato al governo? Veltroni sembra l'unico a crederlo, ma neanche lui, in fondo, lo crede possibile. Anche lui ha fretta di chiudere con Prodi e tornare al voto, perché sa che non può sottrarsi dal sostenere il Governo Prodi, ma ogni giorno che passa paga un prezzo salato in termini di logoramento della sua immagine di "nuovo".
Hanno vinto di un soffio; hanno occupato tutte le cariche istituzionali; hanno rifiutato il dialogo pur conoscendo l'inconsistenza della maggioranza al Senato. Ne è venuto fuori un governo nel migliore dei casi paralizzato, nel peggiore disastroso. Inoltre, non è che il voto di ieri abbia definitivamente scongiurato l'ipotesi di una caduta traumatica, che è nelle mani di Dini e dei suoi personalissimi calcoli, nei prossimi delicatissimi passaggi parlamentari, come quelli sul protocollo welfare che abolisce lo scalone e, di nuovo, sulla Finanziaria. «Da qui alla fine dell'anno vedremo i provvedimenti che arriveranno e non avremo esitazione a votare contro, qualora li ritenessimo inadeguati». E, in particolare, sul protocollo welfare: «Se viene annacquato, noi votiamo contro e siamo pronti a far cadere il governo». E' pur vero che, per quanto la sinistra comunista e massimalista possa tirare la corda sul protocollo welfare, è difficile che la tiri a tal punto da costringere Dini allo strappo, perché a quel punto, se il governo cade, dovrebbe rendere conto ai propri elettori del mancato raggiungimento dell'obiettivo centrale, l'abolizione dello scalone Maroni, sacrificato per rincorre dei dettagli. Poco credibile.
Tuttavia, alla luce di tutti questi fatti (dall'aprile 2006 ad oggi), obiettivamente, come si può chiedere all'opposizione di dialogare sulla legge elettorale e sulle riforme istituzionali, con Prodi ancora a Palazzo Chigi? In condizioni normali nessuno dei partiti del centrodestra si sarebbe dimostrato disponibile, ma oggi un qualche interesse, per un verso An e Udc (il logoramento della leadership berlusconiana), per un altro la Lega (una legge elettorale proporzionale che ne metta in risalto la forza) lo hanno. E gareggiano a chi è più disponibile.
Casini ha ragione: Berlusconi, alla fine, si siederà a parlare con Veltroni. Ma solo una volta caduto Prodi. E, vedrete, non potrà che essere così. A Fini e Casini fa comunque gioco la fuga in avanti, ma il dialogo vero potrà partire solo dopo Prodi, con il coinvolgimento di Berlusconi, che a quel punto potrà dialogare senza sentirsi responsabile agli occhi degli elettori di essere complice della sopravvivenza di una tale esperienza di governo. E' Veltroni che si dovrebbe prendere la responsabilità di dichiarare conclusa una fase politica, quella dell'Unione. A quel punto, anche Berlusconi, che grida "elezioni subito", potrebbe vedere conveniente trovare un'intesa sulle riforme.
Caduta di Prodi ed elezioni nel 2008 sono due richieste nient'affatto irricevibili da parte di Veltroni, visto l'operato del governo e l'inconsistenza della maggioranza, se vuole seriamente aprire un dialogo vero sulla legge elettorale e le riforme. Se poi, con questi numeri al Senato, Veltroni intendesse anche riforme che rendano necessario cambiare la Costituzione, sarebbe evidente il tentativo meramente dilatorio.
D'altra parte, è verosimile anche quanto afferma Fini: «Il governo cadrà un secondo dopo che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito alle urne con l'attuale legge elettorale». E' ragionevole supporre che sia questo il retropensiero di Veltroni e della maggioranza. E allora una nuova legge elettorale sarebbe la via più veloce che può percorrere l'opposizione per mandare a casa Prodi.
Tuttavia, la situazione appare bloccata da una reciproca e anch'essa fondata diffidenza: è evidente che Veltroni preferisca elezioni nel 2009, ma a mio avviso con una nuova legge elettorale non disdegnerebbe di votare anche nel 2008, proprio come vuole Berlusconi. Se non altro perché si risparmierebbe il logorio di un altro anno di Governo Prodi da sostenere. Il problema è che Berlusconi non si fida - e fa bene - perché teme che il dialogo sia strumentale alla sopravvivenza di Prodi; d'altra parte, neanche Veltroni può fidarsi: non è detto, infatti, che sacrificando Prodi per ottenere la disponibilità di Berlusconi, a quel punto il Cav. non determini le condizioni per un fallimento del dialogo per tornare subito alle urne.
Ecco come la situazione mi sembra bloccata.
Guardate, a scanso di equivoci. Io penso che ormai Berlusconi sia una palla al piede per il centrodestra e per il paese, come Prodi. Entrambi lo erano nel 2006 e lo sono ancor di più oggi, elementi di blocco verso qualsiasi evoluzione. Senza Berlusconi, può darsi che la destra divenga peggiore di com'è oggi, certo, ma c'è anche una piccola possibilità che diventi migliore. Sicuramente, con Berlusconi, non potrà essere nulla di più e di altro di ciò che è oggi: divisa, senza idee, inconcludente, seppure probabilmente sempre meglio di Prodi. Rimango sempre più convinto che sia necessario liberarsi di entrambi: di Prodi e di Berlusconi. Ma, viste le circostanze attuali, prima di Prodi.
Thursday, November 15, 2007
La Finanziaria passa, Prodi no
Il "sì" alla Finanziaria, per «senso di responsabilità», per scongiurare l'ipotesi dell'«esercizio provvisorio», poi Dini staccherà la spina al malato terminale, il Governo Prodi. E questa mattina alcuni segnali confermano le voci riportate oggi sui giornali dai retroscenisti.
«Noi ci riserviamo un giudizio complessivo quando tutti gli emendamenti saranno stati visti, approvati o respinti dall'aula, e a quel punto decideremo. D'altro canto, naturalmente è sotto gli occhi di tutti che il governo ha perso consensi, con questa finanziaria non li può recuperare, e quindi c'è un quadro politico che non può non essere messo in discussione». E' quanto ha spiegato Dini al Gr3. «Parlerò in aula con la dichiarazione di voto». Nella dichiarazione di voto Dini e i suoi annunceranno il "sì" alla Finanziaria ma anche di considerare conclusa questa fase politica.
Più diretto il senatore Bordon: «Voto sì... altrimenti ci esporremmo all'esercizio provvissorio e nello stesso tempo, almeno al Senato, da tempo non c'è più una vera e propria maggioranza politica. Credo che occorra dirlo, affermarlo, prenderne atto, e cercare di aprire un progetto politico che superi una situazione che ci porta ad avere qualche volta la maggioranza artmetica e, come si è visto, troppo spesso andare sotto».
Manzione e Scalera, forse Pallaro, seguiranno. Intanto, Cossiga ha già scritto a Prodi: voterà no, a causa dell'ipotesi di una Commissione d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova.
Se Prodi non prenderà atto di non avere più una maggioranza al Senato, ci sarà sempre il protocollo sul welfare, con l'abolizione dello "scalone" Maroni, come occasione per farlo cadere. Ma la caduta di Prodi non è detto che porti a elezioni subito, perché di fronte a un nuovo scenario quasi tutti gli attori politici rivedranno le proprie strtategie, Berlusconi compreso.
«Noi ci riserviamo un giudizio complessivo quando tutti gli emendamenti saranno stati visti, approvati o respinti dall'aula, e a quel punto decideremo. D'altro canto, naturalmente è sotto gli occhi di tutti che il governo ha perso consensi, con questa finanziaria non li può recuperare, e quindi c'è un quadro politico che non può non essere messo in discussione». E' quanto ha spiegato Dini al Gr3. «Parlerò in aula con la dichiarazione di voto». Nella dichiarazione di voto Dini e i suoi annunceranno il "sì" alla Finanziaria ma anche di considerare conclusa questa fase politica.
Più diretto il senatore Bordon: «Voto sì... altrimenti ci esporremmo all'esercizio provvissorio e nello stesso tempo, almeno al Senato, da tempo non c'è più una vera e propria maggioranza politica. Credo che occorra dirlo, affermarlo, prenderne atto, e cercare di aprire un progetto politico che superi una situazione che ci porta ad avere qualche volta la maggioranza artmetica e, come si è visto, troppo spesso andare sotto».
Manzione e Scalera, forse Pallaro, seguiranno. Intanto, Cossiga ha già scritto a Prodi: voterà no, a causa dell'ipotesi di una Commissione d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova.
Se Prodi non prenderà atto di non avere più una maggioranza al Senato, ci sarà sempre il protocollo sul welfare, con l'abolizione dello "scalone" Maroni, come occasione per farlo cadere. Ma la caduta di Prodi non è detto che porti a elezioni subito, perché di fronte a un nuovo scenario quasi tutti gli attori politici rivedranno le proprie strtategie, Berlusconi compreso.
Wednesday, November 14, 2007
Il primo governo delle controriforme
Oggi dovrebbe essere il D-Day, il giorno in cui dovrebbe verificarsi la spallata, o l'implosione, che dovrebbe far cadere il Governo Prodi sulla Finanziaria. Tutti gli occhi sono puntati su Dini e i suoi, che ieri hanno mandato un segnale.
Nessuno sa come andrà a finire, ma che a Berlusconi riesca o meno il colpo con tanti squilli di tromba annunciato, il processo di logoramento della sua leadership è ormai in atto e può essere rallentato o accelerato, ma è nell'ordine naturale delle cose. Se infatti Berlusconi gode ancora di un grande consenso popolare, che lo rende indispensabile come leader del centrodestra, appare sempre meno in grado, sicuramente meno di quanto lo fosse nei suoi ultimi e caotici anni di governo, di frenare la legittima aspirazione alla visibilità e alla leadership di Fini e Casini, quindi di garantire la compattezza della coalizione e la stabilità, l'efficacia, di un suo eventuale nuovo governo.
Anche se dall'opposizione sono meno evidenti, il centrodestra ha grandi problemi di sfarinamento e disgregazione, appare informe, nel vuoto di idee, i nuovi equilibri ancora tutti da ritrovare, il rischio è che neanche Berlusconi, se tornasse a Palazzo Chigi, riuscirebbe a durare più di due anni.
E qualsiasi sia l'esito delle votazioni di oggi al Senato non cambierà il bilancio di questo governo, osservava ieri, su La Stampa, Luca Ricolfi, sempre lucido, impeccabile e implacabile nella sua critica. A Scalfari ha risposto ironicamente che sì, «si può approvare o criticare l'operato di questo governo, ma non si può certo dire che se ne sia stato con le mani in mano». Dopo due leggi finanziarie e una serie di decreti e disegni di legge si può affermare che questo governo ha chiuso la stagione di quelle riforme ritenute urgenti dal 1992.
Dal 1992 al 1997 «molto fu fatto per scongelare un Paese ingessato, e l'opera di scongelamento - sorprendentemente - andò avanti chiunque fosse al governo». Dal 1998, dalla caduta del primo Governo Prodi, «il ritmo delle riforme si è fatto sempre più lento e contraddittorio». Dal 1998 al 2005 «i conti pubblici sono sempre peggiorati, mentre le grandi riforme economico-sociali sono sì andate avanti, ma con un ritmo via via più lento». Infine, con l'attuale Governo Prodi «il processo riformistico non si è semplicemente interrotto, ma ha subito una vera e propria inversione di tendenza... ha dato avvio a una stagione controriformistica». È vero, «il governo si limita a galleggiare, ma questo non significa che non faccia nulla: fa quel che ritiene necessario per sopravvivere, e purtroppo questo necessario per sopravvivere consiste in un progressivo, lento ma tenace, smantellamento dei risultati della stagione precedente».
Tre evidenze: la controriforma delle pensioni, «siamo il Paese europeo con la spesa sociale più squilibrata a favore della previdenza (e a scapito degli ammortizzatori sociali), e ci permettiamo - unici in Europa - di varare una legge che abbassa l'età pensionabile (da 60 a 58 anni)»; «l'ennesima ondata di stabilizzazioni dei precari, che chiude ogni opportunità a quanti - soprattutto donne e giovani - sono semplicemente capaci e meritevoli, ma privi di precedenti lavorativi nella pubblica amministrazione». Terzo, questo è «il primo governo che vara manovre che anziché correggere i nostri squilibri li aggravano, e inoltre lo fanno intenzionalmente, ossia non per sbaglio ma programmaticamente».
Nel caso dell'Italia, sottolinea però Ricolfi, «il rompicapo sta nel fatto che i suoi problemi strutturali stanno diventando sempre più complicati, mentre le coalizioni che dovrebbero affrontarli stanno diventando sempre più deboli» e questo riguarda tanto il centrosinistra quanto il centrodestra.
Nessuno sa come andrà a finire, ma che a Berlusconi riesca o meno il colpo con tanti squilli di tromba annunciato, il processo di logoramento della sua leadership è ormai in atto e può essere rallentato o accelerato, ma è nell'ordine naturale delle cose. Se infatti Berlusconi gode ancora di un grande consenso popolare, che lo rende indispensabile come leader del centrodestra, appare sempre meno in grado, sicuramente meno di quanto lo fosse nei suoi ultimi e caotici anni di governo, di frenare la legittima aspirazione alla visibilità e alla leadership di Fini e Casini, quindi di garantire la compattezza della coalizione e la stabilità, l'efficacia, di un suo eventuale nuovo governo.
Anche se dall'opposizione sono meno evidenti, il centrodestra ha grandi problemi di sfarinamento e disgregazione, appare informe, nel vuoto di idee, i nuovi equilibri ancora tutti da ritrovare, il rischio è che neanche Berlusconi, se tornasse a Palazzo Chigi, riuscirebbe a durare più di due anni.
E qualsiasi sia l'esito delle votazioni di oggi al Senato non cambierà il bilancio di questo governo, osservava ieri, su La Stampa, Luca Ricolfi, sempre lucido, impeccabile e implacabile nella sua critica. A Scalfari ha risposto ironicamente che sì, «si può approvare o criticare l'operato di questo governo, ma non si può certo dire che se ne sia stato con le mani in mano». Dopo due leggi finanziarie e una serie di decreti e disegni di legge si può affermare che questo governo ha chiuso la stagione di quelle riforme ritenute urgenti dal 1992.
Dal 1992 al 1997 «molto fu fatto per scongelare un Paese ingessato, e l'opera di scongelamento - sorprendentemente - andò avanti chiunque fosse al governo». Dal 1998, dalla caduta del primo Governo Prodi, «il ritmo delle riforme si è fatto sempre più lento e contraddittorio». Dal 1998 al 2005 «i conti pubblici sono sempre peggiorati, mentre le grandi riforme economico-sociali sono sì andate avanti, ma con un ritmo via via più lento». Infine, con l'attuale Governo Prodi «il processo riformistico non si è semplicemente interrotto, ma ha subito una vera e propria inversione di tendenza... ha dato avvio a una stagione controriformistica». È vero, «il governo si limita a galleggiare, ma questo non significa che non faccia nulla: fa quel che ritiene necessario per sopravvivere, e purtroppo questo necessario per sopravvivere consiste in un progressivo, lento ma tenace, smantellamento dei risultati della stagione precedente».
Tre evidenze: la controriforma delle pensioni, «siamo il Paese europeo con la spesa sociale più squilibrata a favore della previdenza (e a scapito degli ammortizzatori sociali), e ci permettiamo - unici in Europa - di varare una legge che abbassa l'età pensionabile (da 60 a 58 anni)»; «l'ennesima ondata di stabilizzazioni dei precari, che chiude ogni opportunità a quanti - soprattutto donne e giovani - sono semplicemente capaci e meritevoli, ma privi di precedenti lavorativi nella pubblica amministrazione». Terzo, questo è «il primo governo che vara manovre che anziché correggere i nostri squilibri li aggravano, e inoltre lo fanno intenzionalmente, ossia non per sbaglio ma programmaticamente».
Nel caso dell'Italia, sottolinea però Ricolfi, «il rompicapo sta nel fatto che i suoi problemi strutturali stanno diventando sempre più complicati, mentre le coalizioni che dovrebbero affrontarli stanno diventando sempre più deboli» e questo riguarda tanto il centrosinistra quanto il centrodestra.
Sunday, November 04, 2007
Contribuenti e consumatori derubati di nuovo
L'intervista di Padoa-Schioppa, stasera al Tg1, non ci tranquillizza neanche un po'. Se Berlusconi si sta comprando i senatori di tasca sua, Prodi sta comprando il sostegno al suo governo di tasca nostra. Come documentato cifre e voti alla mano da Oscar Giannino, su Libero, la Finanziaria costa ogni giorno quasi un miliardo di euro in più, a causa della miriade di microspese cui il governo si dovrà piegare per mantenere compatta la maggioranza al Senato.
Boeri e Garibaldi denunciano che dell'extragettito 2007, superiore a 16 miliardi di euro, dovuto a nuove entrate tributarie per oltre 13 miliardi, 11 miliardi sono andati a finanziare nuove spese correnti già nel corso dell'anno e solo 5 per ridurre l'indebitamento. Cifre che «dimostrano chiaramente il meccanismo del tax push: quando le entrate tributarie aumentano, si finisce sempre per trovare un modo di spendere queste risorse aggiuntive anziché utilizzarle per tagliare il debito». Dunque, «per risanare i conti pubblici bisogna ridurre la spesa pubblica che invece viaggia come un treno in corsa: continua a aumentare, quale che sia il colore politico del governo in carica, del 2% in termini reali ogni anno».
Nel frattempo, dalla Finanziaria è sparita l'introduzione in Italia della class action. Secondo Mario Monti, l'ennesimo tentativo abortito di dotare i consumatori italiani di «uno strumento vitale per una democrazia economica», la class action, è «un altro esempio di come l'attuale incarnazione del bipolarismo permetta alle lobby di dormire tra due guanciali».
Negli Usa, chiarisce l'ex commissario Ue, sono noti «alcuni eccessi spettacolari, che l'Europa e l'Italia faranno bene a evitare e che non è difficile evitare», ma «la funzione svolta dalla class action nel mantenere una disciplina nel mercato è importante».
Derubati ancora una volta contribuenti e consumatori, categorie cui appartiene la generalità dei cittadini e che qualsiasi governo, in una democrazia post-ideologica e non classista, dovrebbe tutelare.
Boeri e Garibaldi denunciano che dell'extragettito 2007, superiore a 16 miliardi di euro, dovuto a nuove entrate tributarie per oltre 13 miliardi, 11 miliardi sono andati a finanziare nuove spese correnti già nel corso dell'anno e solo 5 per ridurre l'indebitamento. Cifre che «dimostrano chiaramente il meccanismo del tax push: quando le entrate tributarie aumentano, si finisce sempre per trovare un modo di spendere queste risorse aggiuntive anziché utilizzarle per tagliare il debito». Dunque, «per risanare i conti pubblici bisogna ridurre la spesa pubblica che invece viaggia come un treno in corsa: continua a aumentare, quale che sia il colore politico del governo in carica, del 2% in termini reali ogni anno».
Nel frattempo, dalla Finanziaria è sparita l'introduzione in Italia della class action. Secondo Mario Monti, l'ennesimo tentativo abortito di dotare i consumatori italiani di «uno strumento vitale per una democrazia economica», la class action, è «un altro esempio di come l'attuale incarnazione del bipolarismo permetta alle lobby di dormire tra due guanciali».
Negli Usa, chiarisce l'ex commissario Ue, sono noti «alcuni eccessi spettacolari, che l'Europa e l'Italia faranno bene a evitare e che non è difficile evitare», ma «la funzione svolta dalla class action nel mantenere una disciplina nel mercato è importante».
Derubati ancora una volta contribuenti e consumatori, categorie cui appartiene la generalità dei cittadini e che qualsiasi governo, in una democrazia post-ideologica e non classista, dovrebbe tutelare.
Thursday, October 11, 2007
Prove tecniche di veltronomics
Esiste davvero, o sta almeno prendendo forma, una veltronomics? Veltroni, come già Rutelli, prospetta alleanze di «nuovo conio» per il Pd, parla della necessità di tagliare le tasse, di un «nuovo patto fiscale» tra Stato e cittadini, e di abbattere una volta per tutte il debito pubblico. Evocazioni, per ora, nessuna cifra.
Eppure, nonostante il distacco nei sondaggi, il centrodestra farebbe bene a preoccuparsi, anche perché di là non si vede alcun fermento di idee, ma solo l'attesa di una rivincita da tratti personalistici. Berlusconi continua a strillare contro le tasse, ma è dal 2001 che non tira fuori una proposta concreta, dopo che con un'ampia maggioranza di governo non ha saputo mantenere la promessa che fu decisiva per riportarlo al governo: le due aliquote al 22 e 33%.
Sembra che Veltroni voglia caratterizzare il Pd imprimendo una discontinuità con l'esperienza di governo attuale proprio a partire dalla politica economica. E se le sue parole sono ancora vaghe, bisogna però prestare attenzione agli uomini che sono a lavoro per elaborare le sue proposte (per esempio Morando, Nicola Rossi, Ichino, Boeri e i professore di lavoce.info) e ai suoi punti di riferimento, fra tutti Montezemolo e il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi.
Proprio ieri già nei primi minuti della sua audizione dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato ha stroncato la Finanziaria di Prodi e Padoa-Schioppa, che «mantiene le principali poste del bilancio pubblico sui livelli previsti per l'anno in corso, non sfrutta il favorevole andamento delle entrate per accelerare la riduzione del debito e non restituisce ai contribuenti una quota significativa degli aumenti di gettito». Anzi, le tasse di fatto aumentano: «La struttura dell'Irpef si caratterizza per un elevato grado di progressività che, per effetto dell'inflazione, determina ogni anno un aumento del prelievo sulle famiglie superiore a quello della capacità contributiva», ha spiegato Draghi, che è poi tornato anche sulla necessità di alzare l'età pensionabile. «La sfida cruciale della finanza pubblica italiana consiste nel realizzare congiuntamente l'abbattimento del peso del debito e la riduzione del carico fiscale che grava sui contribuenti onesti».
Più di una sintonia, hanno registrato gli osservatori, tra gli appunti del governatore e il discorso di Veltroni di sole 48 ore prima, sulla «cura shock» che servirebbe al nostro paese: aggredire il debito pubblico, ridurre le imposte.
Sicuramente Draghi è più vicino a Veltroni di quanto non lo sia a Padoa-Schioppa, ma anche a Tremonti e a Berlusconi. Su un punto, tuttavia, ha notato Giavazzi (e noi con lui) Draghi e Veltroni divergono. Sulle dismissioni del patrimonio demaniale come ricetta per ridurre il debito. Pur essendo certamente favorevoli alle privatizzazioni, tuttavia non crediamo che sia il colpo risolutivo per abbattere il debito.
Lo spiega bene Franco Debenedetti, sul Sole di oggi. Le dismissioni, seppure benvenute, mancherebbero l'obiettivo, perché è «l'incapacità di contenere la crescita (assoluta) delle spese per la pubblica amministrazione che ha prodotto il debito. Quindi, se non si blocca quel meccanismo, il debito si riformerà; e a quel punto veramente avremmo solo più il Colosseo e Piero della Francesca da vendere...».
Invece, sottolinea Debenedetti, «bisogna cambiare paradigma. Finora abbiamo venduto pezzi del patrimonio, e certo l'operazione va continuata e portata a termine. Attendono di essere dismesse le quote di Terna, Enel, Eni, innumerevoli società comunali e un immenso patrimonio immobiliare. Attendono Poste, Rai, forse anche rami delle Ferrovie. Ma questo è sempre il vecchio paradigma. Quello nuovo è ridurre il perimetro della Pubblica amministrazione, dismettere intere funzioni svolte dallo Stato, con i relativi beni strumentali e personale addetti». Il nuovo paradigma significa «estendere la facoltà di "scegliere il fornitore" anche a servizi finora ritenuti di riserva pubblica. Scegliere quindi anche tra scuole diverse, tra università in concorrenza, soprattutto tra diversi livelli di protezione che i singoli cittadini vogliono avere, da lavoratore e da pensionato, da sano e da malato».
E sul tagliare la spesa pubblica insiste molto anche Francesco Giavazzi, il quale si aspetta che proprio questo nuovo paradigma entri a far parte della «cultura economica» del Pd.
«Non si tratta, come propone Walter Veltroni, di costruire "un fisco più giusto". Il problema è ridurre la spesa perché questa spesa aiuta soprattutto coloro che sono abbastanza furbi, o abbastanza potenti, ad avvantaggiarsene. Cancellare la concertazione come metodo di lavoro del governo è il primo passo, altrimenti la spesa continuerà a fluire verso chi è rappresentato al tavolo della concertazione, e non sono certo i poveri, i giovani, le donne sole con figli. E poi occorre il coraggio di abbandonare l'illusione illuminista che questa spesa possa essere "riqualificata", resa meno ingiusta, più efficiente. La spesa migliorerà solo quando il cittadino si accorgerà che talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un'amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori. Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi. Ma questo è un guado che la sinistra fa ancora fatica ad attraversare».
Insomma, prima di poter parlare davvero di una veltronomics, occorre che questo guado Veltroni e il Pd lo attraversino.
Eppure, nonostante il distacco nei sondaggi, il centrodestra farebbe bene a preoccuparsi, anche perché di là non si vede alcun fermento di idee, ma solo l'attesa di una rivincita da tratti personalistici. Berlusconi continua a strillare contro le tasse, ma è dal 2001 che non tira fuori una proposta concreta, dopo che con un'ampia maggioranza di governo non ha saputo mantenere la promessa che fu decisiva per riportarlo al governo: le due aliquote al 22 e 33%.
Sembra che Veltroni voglia caratterizzare il Pd imprimendo una discontinuità con l'esperienza di governo attuale proprio a partire dalla politica economica. E se le sue parole sono ancora vaghe, bisogna però prestare attenzione agli uomini che sono a lavoro per elaborare le sue proposte (per esempio Morando, Nicola Rossi, Ichino, Boeri e i professore di lavoce.info) e ai suoi punti di riferimento, fra tutti Montezemolo e il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi.
Proprio ieri già nei primi minuti della sua audizione dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato ha stroncato la Finanziaria di Prodi e Padoa-Schioppa, che «mantiene le principali poste del bilancio pubblico sui livelli previsti per l'anno in corso, non sfrutta il favorevole andamento delle entrate per accelerare la riduzione del debito e non restituisce ai contribuenti una quota significativa degli aumenti di gettito». Anzi, le tasse di fatto aumentano: «La struttura dell'Irpef si caratterizza per un elevato grado di progressività che, per effetto dell'inflazione, determina ogni anno un aumento del prelievo sulle famiglie superiore a quello della capacità contributiva», ha spiegato Draghi, che è poi tornato anche sulla necessità di alzare l'età pensionabile. «La sfida cruciale della finanza pubblica italiana consiste nel realizzare congiuntamente l'abbattimento del peso del debito e la riduzione del carico fiscale che grava sui contribuenti onesti».
Più di una sintonia, hanno registrato gli osservatori, tra gli appunti del governatore e il discorso di Veltroni di sole 48 ore prima, sulla «cura shock» che servirebbe al nostro paese: aggredire il debito pubblico, ridurre le imposte.
Sicuramente Draghi è più vicino a Veltroni di quanto non lo sia a Padoa-Schioppa, ma anche a Tremonti e a Berlusconi. Su un punto, tuttavia, ha notato Giavazzi (e noi con lui) Draghi e Veltroni divergono. Sulle dismissioni del patrimonio demaniale come ricetta per ridurre il debito. Pur essendo certamente favorevoli alle privatizzazioni, tuttavia non crediamo che sia il colpo risolutivo per abbattere il debito.
Lo spiega bene Franco Debenedetti, sul Sole di oggi. Le dismissioni, seppure benvenute, mancherebbero l'obiettivo, perché è «l'incapacità di contenere la crescita (assoluta) delle spese per la pubblica amministrazione che ha prodotto il debito. Quindi, se non si blocca quel meccanismo, il debito si riformerà; e a quel punto veramente avremmo solo più il Colosseo e Piero della Francesca da vendere...».
Invece, sottolinea Debenedetti, «bisogna cambiare paradigma. Finora abbiamo venduto pezzi del patrimonio, e certo l'operazione va continuata e portata a termine. Attendono di essere dismesse le quote di Terna, Enel, Eni, innumerevoli società comunali e un immenso patrimonio immobiliare. Attendono Poste, Rai, forse anche rami delle Ferrovie. Ma questo è sempre il vecchio paradigma. Quello nuovo è ridurre il perimetro della Pubblica amministrazione, dismettere intere funzioni svolte dallo Stato, con i relativi beni strumentali e personale addetti». Il nuovo paradigma significa «estendere la facoltà di "scegliere il fornitore" anche a servizi finora ritenuti di riserva pubblica. Scegliere quindi anche tra scuole diverse, tra università in concorrenza, soprattutto tra diversi livelli di protezione che i singoli cittadini vogliono avere, da lavoratore e da pensionato, da sano e da malato».
E sul tagliare la spesa pubblica insiste molto anche Francesco Giavazzi, il quale si aspetta che proprio questo nuovo paradigma entri a far parte della «cultura economica» del Pd.
«Non si tratta, come propone Walter Veltroni, di costruire "un fisco più giusto". Il problema è ridurre la spesa perché questa spesa aiuta soprattutto coloro che sono abbastanza furbi, o abbastanza potenti, ad avvantaggiarsene. Cancellare la concertazione come metodo di lavoro del governo è il primo passo, altrimenti la spesa continuerà a fluire verso chi è rappresentato al tavolo della concertazione, e non sono certo i poveri, i giovani, le donne sole con figli. E poi occorre il coraggio di abbandonare l'illusione illuminista che questa spesa possa essere "riqualificata", resa meno ingiusta, più efficiente. La spesa migliorerà solo quando il cittadino si accorgerà che talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un'amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori. Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi. Ma questo è un guado che la sinistra fa ancora fatica ad attraversare».
Insomma, prima di poter parlare davvero di una veltronomics, occorre che questo guado Veltroni e il Pd lo attraversino.
Monday, October 01, 2007
Finanziaria da rassegnazione
Impietosa bocciatura della Legge Finanziaria varata dal Governo Prodi da parte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi (lavoce.info): «Il complesso della manovra di bilancio per il 2007 e 2008 peggiorerà i conti pubblici, rispetto a quanto avverrebbe in sua assenza. Si tratta di mezzo punto di Pil di deficit in più. Dal punto di vista dell'equilibrio di bilancio e degli impegni europei sarebbe meglio fare a meno di decreto fiscale e Legge Finanziaria. Una fetta consistente del peggioramento dei saldi è dovuta a maggiori spese e non a riduzioni di tasse. Quindi non si può neanche sostenere che si tratta della restituzione agli italiani dell'extragettito. E' invece una rinuncia a investire nel futuro».
Da notare che Boeri e Garibaldi sono due tra gli studiosi di cui si starebbe circondando Veltroni per elaborare il suo programma economico.
Da notare che Boeri e Garibaldi sono due tra gli studiosi di cui si starebbe circondando Veltroni per elaborare il suo programma economico.
Monday, March 12, 2007
La parola ai fatti
Luca Ricolfi ne presenta ben otto poco rassicuranti per la nostra economia, mentre i ministri famelici già pensano a come spartirsi il «tesoretto» delle maggiori entrate:
Fatto 7: «Nel periodo che va da Visco a Visco passando per Tremonti, ossia dal 2000 al 2007, la portante della politica economica è sempre stata la medesima, chiunque fosse al governo: aumentare l'intermediazione della Pubblica amministrazione, ora attraverso aumenti di spesa, ora attraverso inasprimenti fiscali, ora in entrambi i modi. La conseguenza è stata un crescente soffocamento dell'economia, in una spirale che pare non aver fine».
E adesso - fatto numero 8 - si dispiegheranno nel corso dell'anno gli effetti della Finanziaria 2007 «spremi & spreca». Sembra esserci «trippa per gatti. Ma è trippa sottratta all'economia: se ne rendono conto i nostri simpatici gatti?» Diremmo di no.
Fatto 7: «Nel periodo che va da Visco a Visco passando per Tremonti, ossia dal 2000 al 2007, la portante della politica economica è sempre stata la medesima, chiunque fosse al governo: aumentare l'intermediazione della Pubblica amministrazione, ora attraverso aumenti di spesa, ora attraverso inasprimenti fiscali, ora in entrambi i modi. La conseguenza è stata un crescente soffocamento dell'economia, in una spirale che pare non aver fine».
E adesso - fatto numero 8 - si dispiegheranno nel corso dell'anno gli effetti della Finanziaria 2007 «spremi & spreca». Sembra esserci «trippa per gatti. Ma è trippa sottratta all'economia: se ne rendono conto i nostri simpatici gatti?» Diremmo di no.
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