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Wednesday, January 25, 2017

Corte scostituzionale...

Complimenti alla Consulta, che ammettendo ricorsi diretti (di incostituzionale c'è solo questo) è finalmente riuscita ad usurpare il potere di scrivere anche le leggi elettorali e di pronunciarsi su di esse preventivamente alla loro applicazione. Con le sue sentenze, non da oggi ma da decenni, ha dato il suo contributo alla confusione politico-istituzionale del nostro Paese e al suo (nostro) dissesto economico-finanziario. Siamo alle comiche, speriamo finali... Perché ciò che esce da questa sentenza non è che un "Porcellum" (già ritenuto incostituzionale dalla stessa Corte) con l'aggravante di non assicurare maggioranze. Perché in realtà, l'anima del "Porcellum" era il premio di maggioranza alla coalizione più votata senza quorum, che per quanto discutibile innestato su un sistema proporzionale, tuttavia garantiva una maggioranza ad una coalizione che quanto meno si era presentata al giudizio degli elettori, *PRIMA* del voto. Con questo "Consultellum", invece, avremo al 99% una coalizione di governo che nascerà *DOPO* il voto, quindi di fatto non votata da nessuno degli elettori ma frutto delle alchimie dei partiti. E non vi illudete che questa legge rappresenti un argine di sicurezza nei confronti del M5S...

Tuesday, January 21, 2014

Ma l'anima nera del porcellum sopravvive

L'anima nera del porcellum non è mai stata, al contrario di quanto credono i più, nel premio di maggioranza troppo generoso o nelle liste bloccate. Certo, anche questi aspetti, appena dichiarati incostituzionali dalla Consulta, erano all'origine di pesanti disfunzioni: il rischio che una coalizione si ritrovasse con una forza parlamentare più che doppia rispetto ai voti presi; o il rischio di pareggio e, quindi, di ingovernabilità; e le liste dei "nominati", incomprensibili per gli elettori, che lungi dal determinare totale obbedienza degli eletti ai capi partito, non sono state nemmeno in grado di impedire clamorosi "ribaltoni" e trasformismi. Per non parlare, poi, delle candidature plurime.

Ma l'anima nera, quella che ha arrecato i danni più gravi alla governabilità e alla nostra democrazia, rendendo incapaci di decidere e di governare anche maggioranze molto ampie, è l'incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica.

Un'anima nera che ritroviamo purtoppo anche nel nuovo sistema elettorale frutto dell'intesa tra Renzi e Berlusconi. Certo, è stata alzata l'asticella delle soglie di sbarramento anche per i partiti coalizzati, ma gli incentivi che in questi anni hanno alimentato il potere di ricatto/veto dei partitini e la frammentazione, a dispetto delle intenzioni proclamate da Renzi e Berlusconi, permangono, rischiando di trasformare questo accordo, pur così rilevante politicamente, nell'ennesima occasione perduta.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. E in questo caso il dettaglio diabolico, il cavallo di troia che rischia di riprodurre le stesse dinamiche che hanno afflitto il nostro sistema partitico in questi vent'anni, è quello della ripartizione dei seggi su base nazionale anziché circoscrizionale. Come spiega Sofia Ventura in questo articolo per Strade, infatti, «quando le circoscrizioni esprimono un numero di seggi basso e i seggi medesimi vengono tutti assegnati a livello di circoscrizione (come in Spagna), il sistema, pur proporzionale, diventa fortemente disrappresentativo, premiando i partiti grandi e penalizzando fortemente quelli piccoli, a meno che questi ultimi non siano territorialmente concentrati». In pratica, in questo caso l'effetto del sistema proporzionale sul sistema partitico si avvicina molto a quello proprio dei sistemi maggioritari basati su collegi uninominali. «Se il calcolo, invece, viene fatto a livello nazionale, allora l'effetto sarà molto proporzionale e favorevole alle piccole formazioni». Nel primo caso, infatti, in una circoscrizione da 4-5-6 seggi la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto più alta del 5 o 8% fissato a livello nazionale dalla proposta Renzi-Berlusconi.

Presentando l'accordo ieri Renzi ha confermato che la ripartizione dei seggi su base nazionale è una "concessione" ad Alfano (e a Letta). Per non rischiare di provocare una rottura nella maggioranza di governo. Ma se Forza Italia e Pd hanno i numeri per approvare la legge elettorale, li dovrebbero avere anche per sottrarsi all'eventuale ricatto di Alfano (e Letta). Nel caso, in realtà piuttosto inverosimile, in cui fossero proprio questi ultimi a provocare una crisi contro il "sistema spagnolo", Renzi e Berlusconi potrebbero sempre proporre al capo dello Stato un governo di scopo di poche settimane (per l'approvazione della nuova legge elettorale, appunto).

Ma almeno sia chiaro che chi ha voluto la ripartizione su base nazionale, e chi si batte per abbassare le soglie di sbarramento e introdurre le preferenze, pone la propria sopravvivenza al di sopra dell'interesse del Paese ad avere una legge elettorale che renda la nostra democrazia funzionante al pari delle grandi democrazie occidentali. La responsabilità, ovviamente, ricade anche su Renzi e Berlusconi che non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il primo, per non rischiare di provocare una crisi di governo e spaccare il suo partito. Il secondo, perché nonostante gli infiniti lutti (le dolorose rotture con Casini, Fini e Alfano), e i fallimenti delle sue coalizioni di governo, sembra ancora persuaso che il modo migliore di vincere sia la sommatoria dei partitini (il che presuppone quindi il ritorno a corte del figliol prodigo Alfano).

Berlusconi ricorrerebbe come sempre all'appello al "voto utile", cioè per i grandi partiti, ma con la soglia minima per il premio fissata al 35% e una di sbarramento al 5% per i partiti coalizzati (8% per quelli che corrono da soli), sarebbe il sistema elettorale stesso, incentivando grandi e piccoli a coalizzarsi, a rendere "utile" il voto per i partitini. A destra per la Lega, Ncd e la rifondata An. E a sinistra per Vendola e i profughi di Scelta civica. E saremmo al punto di partenza: un altro giro della solita giostra. Se poi, dietro la ripartizione nazionale, per accontentare Alfano e quindi salvaguardare la vita del governo, ci fosse il Quirinale, avremmo un altro presidente (dopo Ciampi con il porcellum) che ha contribuito attivamente a rovinare una legge elettorale.

Dunque, anche questo nuovo sistema rischia di incentivare da un lato la formazione di coalizioni troppo eterogenee, al fine di assicurarsi il premio di maggioranza anche a scapito della futura coesione di governo, e dall'altro la frammentazione del sistema partitico. Dopo il voto, infatti, i piccoli partiti o le correnti minoritarie nei partiti maggiori, persino piccolissimi gruppetti di parlamentari, avranno sempre la convenienza a distinguersi e a staccarsi, ben sapendo di poter tornare "utili" e coalizzabili con i loro nuovi simboli alle elezioni successive. Una dinamica che negli ultimi anni ha penalizzato soprattutto il centrodestra, spolpandolo: abbiamo assistito ad una sorta di "politica del carciofo", cioè una serie potenzialmente infinita di "foglie" che si staccano dal corpo centrale per lucrare una rendita di posizione. Fini e Casini ieri, Alfano oggi, domani chissà.

Thursday, December 05, 2013

La controriforma elettorale della Corte

Anche su Notapolitica

La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.

Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.

Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.

La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.

Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.

Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.

Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.

Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.

Tuesday, May 21, 2013

La trappola neocentrista

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si sta facendo strada, dopo il cauto pressing del capo dello Stato e quello incauto e "inammissibile" della Corte di Cassazione, l'idea di un intervento soltanto "manutentivo" e "transitorio" sulla legge elettorale. Consapevole che aprire ora un confronto tra le forze politiche su un nuovo sistema di voto avrebbe effetti destabilizzanti sul governo di "larghe intese", il presidente Napolitano si è fatto sponsor di un intervento minimalista, finalizzato a mettere in sicurezza la legge rispetto ai profili di incostituzionalità già espressi dalla Corte costituzionale e di nuovo sollevati, in modo alquanto inappropriato, dalla Corte di Cassazione.

Non bastavano le Procure che intentano processi politici, che convocano grandi "convegnoni" come quello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia (176 testimoni)? Non bastavano magistrati che si candidano alle elezioni, perdono e tornano ad indossare la toga come se niente fosse? Non bastava un Csm che "boccia", come fosse una terza Camera, qualsiasi scelta in materia di giustizia da parte del legislatore? Ora abbiamo anche i giudici che vogliono riscrivere le leggi elettorali? E' molto dubbia l'ammissibilità della questione di costituzionalità relativa al "porcellum" sollevata dalla Cassazione. Nel nostro sistema, infatti, i cittadini non possono chiamare direttamente la Corte costituzionale a giudicare la costituzionalità di una legge. Possono farlo i giudici, ma solo in via incidentale, mentre nel procedimento in questione la legge della cui legittimità costituzionale si dubita è l'oggetto stesso del giudizio intentato dai cittadini.

Inoltre, nelle sue argomentazioni la Cassazione mostra di puntare esplicitamente ad un risultato politico: l'eliminazione del premio di maggioranza e il ripristino delle preferenze, cioè il ritorno al sistema elettorale della Prima Repubblica. Sollecita, infatti, «un'opera di mera "cosmesi normativa" e di ripulitura del testo, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei poteri che ha a disposizione, o dal legislatore in attuazione dei principi enunciati dalla stessa corte».

In pratica, chiede ai giudici della Consulta di riscrivere la legge elettorale. E se sul premio di maggioranza senza soglia minima erano già stati espressi dubbi dalla Consulta, l'illegittimità delle liste bloccate, che avrebbe come conseguenza necessaria l'introduzione delle preferenze, sembra assai meno fondata. Innanzitutto, le preferenze non sono mai state adottate per l'elezione dei senatori, nemmeno durante la Prima Repubblica. Sono uscite chiaramente bocciate dal referendum elettorale del 1991. E non esistono nella maggior parte dei paesi europei che adottano sistemi di voto proporzionali, che prevedono proprio le liste bloccate (come Germania e Spagna).

Il ministro per le riforme, Gaetano Quagliariello, si è espresso a favore di un «intervento di manutenzione per rendere costituzionale» il "porcellum", ma solo come «legge transitoria» in vista di una «vera riforma», da fare «insieme alla riforma dello Stato, del governo e del bicameralismo». Una soglia minima da cui far scattare il premio di maggioranza (40-45%, percentuali dalle quali sono al momento lontani sia il centrodestra che il centrosinistra), o la sua eliminazione tout court, sono i ritocchi di cui si parla. Significherebbe di fatto il ritorno ad un sistema proporzionale puro.

Oltre a contraddire i voti referendari del 1991 e del 1993, non verrebbe comunque sciolto il nodo della scelta dell'eletto da parte degli elettori, né risolto il problema della governabilità. Se si tornasse a votare con un tale sistema, infatti, l'esito sarebbe del tutto simile alla situazione odierna, anzi con l'aggravante che nemmeno alla Camera ci sarebbe un partito di maggioranza. Dunque, perché ritoccare la legge elettorale in un modo che già sappiamo essere peggiorativo? Sarebbe comunque da irresponsabili tornare al voto con una legge simile, a meno che non si abbia in mente un sistema che favorisca il consolidarsi delle "larghe intese", l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il definitivo superamento del bipolarismo.

Se si intende intraprendere seriamente la via delle riforme costituzionali, allora non c'è motivo per cui la nuova legge elettorale non debba arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Il modello dovrà essere scelto, e il testo congeniato con attenzione, alla luce della nuova forma di governo che si vorrà adottare. Viceversa, l'idea di «mettere in sicurezza» prima di tutto, come viene detto, l'attuale legge, nasconde la riserva mentale di non portarlo a conclusione il processo di riforme costituzionali e di restaurare semplicemente il proporzionale puro.

Friday, October 12, 2012

Con le preferenze l'inganno raddoppia: c'è ma non si vede

Anche su L'Opinione

Sembra un successo politico per il Pdl l'adozione della sua proposta di riforma elettorale come testo base in Commissione Affari costituzionali al Senato, per di più con la risurrezione, per l'occasione, della vecchia alleanza, CdL (con Casini e Fini) più Lega, e l'apparente isolamento di Pd e Idv. E' invece l'ennesimo atto di autolesionismo di un partito prossimo al suicidio per la sua stupidità politica, prim'ancora che per gli scandali. Tempo per rimediare ce ne sarebbe, l'iter parlamentare è appena all'inizio, a patto di accorgersi dell'errore.

A ben vedere, infatti, senza votare il testo base il Pd incassa il premio di maggioranza alla coalizione (preferito rispetto al partito), seppure ridotto al 12,5%. D'ora in avanti, quindi, potrà sia continuare a trattare per un premio più consistente e i collegi, sia lucrare politicamente sul ritorno alle preferenze, che nell'arco di pochi mesi, dopo i casi Fiorito nel Lazio e Zambetti in Lombardia, sono passate da un'estrema popolarità, come antidoto all'odiato porcellum, all'impopolarità in quanto strumento criminale della 'ndrangheta e del clientelismo.

Oltre alla follia di farsi alfiere delle preferenze proprio nel momento in cui le cronache ricordano all'opinione pubblica tutto il marcio che sono capaci di tirar fuori, con questo testo (il modello greco!) il Pdl cancella la novità sistemica rappresentata dall'ingresso in politica di Berlusconi, il governo scelto dagli elettori, e contraddice lo spirito costitutivo di un partito unitario del centrodestra. Casini, infatti, fa bingo, conquistando con il 5-6% dei voti la golden share di qualsiasi governo e nel Pdl gli unici a poter festeggiare sono coloro che possono contare su una propria corrente, quindi soprattutto gli ex An. Se, dunque, le preferenze oggi servono ad evitare la scissione del partito, sono anche la migliore garanzia della sua ulteriore, rapida balcanizzazione immediatamente dopo il voto. E semmai il Pdl dovesse ripensarci, il Pd se ne intesterebbecomunque il merito. Un capolavoro, non c'è che dire.

Il fenomeno del Parlamento dei nominati va superato, non c'è dubbio, ma per non ricaderci sotto una forma ancor più subdola, occorre capire per quale motivo i vertici dei partiti vogliono mantenere il totale controllo sugli eletti: il guaio è che lo strumento della fiducia lega la sopravvivenza dei governi ai giochi e agli umori del Parlamento, nonostante da quasi vent'anni ormai i cittadini siano convinti di decidere nelle urne chi li dovrà governare. In poche parole, non c'è una piena separazione tra esecutivo e legislativo e ciò finisce per ledere l'indipendenza e il corretto funzionamento sia dell'uno che dell'altro potere. Controllando gli eletti, i partiti di maggioranza si sforzano di blindare la volontà degli elettori, quelli all'opposizione di ribaltarla.

Beninteso che nessun sistema è perfetto, alcuni mettono un freno al malcostume politico, altri lo alimentano esponenzialmente. Se il binomio collegio uninominale-primarie è l'unico modo per restituire davvero ai cittadini il potere di scegliersi i propri rappresentanti, le preferenze sono una truffa persino peggiore delle liste bloccate del vituperato porcellum. Soprattutto se corte, queste ultime consentono all'elettore di sapere in anticipo nomi e cognomi di chi contribuisce ad eleggere con il proprio voto. Esprimendo le sue preferenze, invece, si illude di scegliere, ma nel migliore dei casi gli eletti vengono decisi dai giochi tra le correnti, di cui è all'oscuro, nel peggiore il voto è inquinato dal clientelismo e dalla malavita. Poiché l'elettore non conosce i cavalli che il partito ha deciso di far correre per davvero nella sua circoscrizione, le preferenze "d'opinione" (che di media in pochissimi esprimono) si disperdono, e per garantirsi il seggio è sufficiente controllare/comprare qualche migliaio di voti, che non basterebbero, invece, in un collegio uninominale.

Friday, October 05, 2012

L'America e noi, bizantini da tardo impero

Ogni quattro anni assistiamo ammirati allo spettacolo della democrazia in azione, quando i contendenti alla Casa Bianca si sfidano in un lungo e faticosissimo processo elettorale, che inizia circa un anno prima, con le primarie, ed entra nel vivo con i duelli televisivi. Ieri notte Romney ha stracciato Obama nel primo dei tre dibattiti presidenziali, togliendo ai media prevalentemente pro-Obama un boccone che pregustavano da mesi: celebrare il colpo del ko del presidente uscente allo sfidante. A molti potranno apparire superficiali (cosa si potrà mai dire in due minuti di risposta che non suoni come uno slogan?), invece i dibattiti sono l'essenza della politica, dove non basta avere le idee migliori, bisogna anche saperle comunicare e dimostrarsi credibili. Non è uno show televisivo, ma una durissima prova di sopravvivenza durante la quale i leader si forgiano nel contraddittorio davanti ad un pubblico di milioni di cittadini. E le regole sono chiare: dentro o fuori, senza reti di protezione, senza ripescaggi, scorpori, quote, listini o preferenze, senza i nostri bizantinismi da tardo impero. Romney ha saputo mettere in atto al meglio la sua strategia: ha attaccato Obama in modo intelligente, pragmatico, non ideologico. Il che ha spiazzato il presidente, che su quel piano avrebbe avuto gioco facile a rispondere colpo su colpo. Entrambi avrebbero "eccitato" la loro base, ma non sarebbe servito a Romney, che se vuole vincere deve fare di più, convincere gli elettori indecisi, indipendenti, e dunque impermeabili alla propaganda.

E ogni volta, noi che guardiamo dal di qua dell'Atlantico non riusciamo a non farci prendere dalla depressione per lo stupefacente contrasto tra come funziona la democrazia negli Stati Uniti – sebbene con le inevitabili imperfezioni delle cose umane – e come è ridotta in Italia. Anche noi siamo in campagna elettorale, ma non sappiamo ancora con quale legge elettorale si voterà, perché ogni cinque anni cambia a seconda degli equilibri che le forze politiche in Parlamento intendono favorire; il premier uscente non si candida ma è in pole per un secondo mandato; da una parte non fanno le primarie in attesa che l'anziano leader decida il da farsi, mentre dall'altra le fanno, ma col trucco per tagliare fuori l'outsider. E come se non bastasse, potrebbero non avere alcun senso in caso di ritorno al proporzionale. Senza offesa per nessuno, ciascuno con le proprie ragioni, alibi, attenuanti, ma sembra una gabbia di matti.
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Friday, September 21, 2012

Le vere lezioni della "sprecopoli" laziale

Anche su L'Opinione

Se non riusciamo a guardare tra le pieghe dello scandalo Lazio, oltre lo squallore delle scene che ci propinano per colpire il nostro immaginario e suscitare il nostro sdegno, continuerà a sfuggirci il vero bandolo della matassa, e dovremo assistere a nuove scene di questo tipo. Se è furba, la Polverini dovrebbe dimettersi, per cercare di passare da vittima e non complice del "sistema". Una furbata che gli permetterebbe di gettare fumo negli occhi di tanti cittadini, ma non di tutti: con una sanità in dissesto e le addizionali Irpef più alte d'Italia, è una colpa imperdonabile anche solo non essersi accorta, in due anni e mezzo, di quel che accadeva.

Lo sperpero del gruppo Pdl in Regione Lazio, così sensazionale e pacchiano, vero e proprio schiaffo non solo alla miseria ma anche alla classe media che suda per portare i soldi a casa, non deve però far dimenticare che sperperi di egual misura, sebbene meno appariscenti, avvengono con poche eccezioni in tutte le regioni: stipendi stellari, governatori che guadagnano il doppio del presidente Obama, vitalizi generosi, fondi ai gruppi. E poco importa, ai fini della contabilità generale, se questi soldi vengono scialacquati in ostriche e champagne, oppure in consulenze, corsi, e in noiosi convegni su improbabili argomenti, il cui scopo è comunque saziare le proprie clientele locali: l'hotel da cui si affitta la sala, l'azienda che fornisce il catering, quella che manda le hostess, gli autorevoli oratori. La vera vergogna non è come i soldi vengono spesi, ma il fatto stesso che vengano spesi, regalati ai partiti sostanzialmente per alimentare le proprie clientele. Inorridiamo pure, ma ricordiamocene al prossimo piagnisteo dei presidenti di regione per i tagli ai trasferimenti. Se ancora non hanno abolito vitalizi e spese varie, vuol dire che grasso da tagliare ancora ce n'è. Si può obiettare che preferiscono sacrificare i servizi piuttosto che i loro privilegi, ma se qualcosa si muove anche da quel punto di vista, e se quanto meno nessuno è più disposto a chiudere un occhio, è perché abbiamo appena cominciato ad affamare la bestia. Bisogna continuare.

Nel tritacarne mediatico è finito anche De Romanis per il suo «toga-party alla vaccinara». Una festa trash, ma tutto sommato innocente (non un "festino", termine che indica ben altre e più ristrette situazioni), e fino a prova contraria pagata coi suoi soldi, non con i fondi del gruppo Pdl, come si insinua tra le righe. Ma rappresenta comunque lo specchio del sistema: si celebra un'elezione in consiglio regionale come una mega-vincita al superenalotto, eppure non dovrebbe permettere a nessuno di sentirsi "sistemato" per la vita.

Può darsi, come sostiene Serra su Repubblica, che «Fiorito siamo noi», che sia un «normotipo popolare italiano». Ogni popolo ha i rappresentanti che si merita, c'è del vero. Dunque, Fiorito «prodotto della democrazia»? Forse sì, se ci riferiamo a quel particolare e sghembo tipo di democrazia rappresentativa (la «democrazia diretta» non c'entra davvero nulla) che abbiamo in Italia. A ben vedere però Fiorito è il prodotto non della democrazia, ma delle preferenze, che non garantiscono ai cittadini alcun potere di scelta, bensì ai candidati con le clientele più numerose di essere eletti, così come i listini servono a promuovere portaborse e funzionari di partito che nessuno conosce. Fiorito è uguale a quelli che hanno espresso la preferenza per lui, cioè ai suoi "clientes", una estrema minoranza degli elettori.

Wednesday, November 09, 2011

Scongiurare le due "P"

Il botto di oggi sui mercati ha dato forza al partito delle larghe intese e nel Pdl il dissenso rispetto alla strada maestra del voto anticipato rischia di trasformarsi in una valanga. Che sia dettato dall'attaccamento dei singoli parlamentari ai propri scranni, o dal timore di alcuni big di non poter contrastare la leadership di Alfano in una corsa precipitosa alle urne, il partito potrebbe ritrovarsi nel giro di pochi giorni al punto di disgregazione. Contro l'ipotesi che la valanga si trasformi in un ribaltone gioca innanzitutto l'indisponibilità del capo dello Stato ma anche, pare di capire, quella del Pd ad un governo con eventuali scissionisti del Pdl. Comprensibile che non vogliano essere l'unico grande partito ad assumersi la titolarità di scelte impopolari. E' evidente però che nel Pdl non si tratta di qualche scontento, ma di una vera e propria spaccatura del gruppo dirigente sul da farsi, e nel momento in cui con l'annuncio delle dimissioni Berlusconi è ancora più debole come fattore aggregante può degenerare in una sorta di "si salvi chi può".

A mio modo di vedere il premier dimissionario e il Pdl hanno ancora margini per assumere l'iniziativa piuttosto che subire gli eventi. Tra un governo del presidente a guida Amato-Monti, o Amato-BiniSmaghi, e il ritorno alla maggioranza del 2008 che favoleggia Scajola, va ricordato che fu Berlusconi a designare Mario Monti (e non Napolitano) come commissario Ue; ed è il Pdl a rivendicare di voler attuare la lettera della Bce e onorare gli impegni con l'Ue. Quindi non ci sarebbe nulla di scandaloso se proprio il Pdl, facendo leva sul panico che sembra essersi finalmente scatenato nel mondo politico, si facesse promotore di una verifica delle pur scarsissime chance di un governo tecnico ma serio. Che non sia, cioè, il governo delle due "P" (patrimoniale e proporzionale), come lo chiama Il Foglio.

Solo a determinate condizioni non sarebbe l'ennesimo pasticcio politicista. E le condizioni sono che il Pd deve accettare fino all'ultima le misure della lettera della Bce; che il mandato di questo governo dovrebbe essere circoscritto esclusivamente all'attuazione integrale di quelle misure; e che le forze politiche dovrebbero convenire di non ritoccare la legge elettorale, lasciando agli elettori la possibilità di decidere con il referendum. Ritoccarla, infatti, significherebbe avvantaggiare questo o quel partito e contraddire la natura "tecnica" e puramente emergenziale di quest'ultima parte di legislatura.

Quasi sicuramente Pd e Udc non rinuncerebbero alle due "P", patrimoniale e proporzionale, assolutamente da scongiurare e anzi cartina di tornasole del papocchio, ma le carte verrebbero scoperte, i dissidenti del Pdl avrebbero meno alibi e il Pdl avrebbe responsabilmente tentato di evitare il ritorno alle urne.

Thursday, September 22, 2011

Una missione per Alfano: blindare il bipolarismo

... invece di inseguire l'Udc

Anche su notapolitica.it

Lo zig-zag sulle primarie; l'incerto e inadeguato procedere dell'azione di governo nella crisi del debito; il tema della successione a Berlusconi. Sono i fronti su cui abbiamo visto impegnato Angelino Alfano nei suoi primi passi da segretario del Pdl. Ma se sul piano dei contenuti l'ex Guardasigilli dovrebbe avviare nel partito una profonda riflessione su quale debba essere la visione economica di fondo, dopo che la "rivoluzione liberale", e lo spirito del '94, in cui tanti elettori hanno creduto, sono stati traditi per la seconda legislatura, c'è un altro ambito in cui dovrebbe giocare una partita altrettanto decisiva per la sopravvivenza del Pdl all'imminente uscita di scena del suo fondatore.

La partita da giocare è quella per la difesa del bipolarismo, e con esso del principio che il governo sia scelto dagli elettori nelle urne, che rappresentano al momento l'unica eredità positiva, l'unica riforma politica del berlusconismo. Uno dei pochi osservatori con sguardo sereno, non pregiudizialmente ostile a Berlusconi e al centrodestra, Angelo Panebianco, ha scritto per ben due volte negli ultimi mesi, sul Corriere della Sera, che la sopravvivenza del Pdl passa per la «messa in sicurezza» del bipolarismo, che solo una legge elettorale maggioritaria può garantire. Ci sentiamo di condividere.

Al di là del giudizio che ciascuno può aver elaborato sull'attuale legge, sembra chiaro che sia arrivata al capolinea. Complice un diffuso clima di antipolitica, è ormai invisa all'opinione pubblica, che la associa ai privilegi e all'intoccabilità della "casta". Che decida di puntare su un sistema uninominale puro (l'opzione più lineare e preferibile), o sul ritorno al Mattarellum, o su un sistema proporzionale "alla spagnola", dagli effetti fortemente maggioritari, l'unica cosa che il Pdl non può permettersi di fare è non assumere l'iniziativa, in Parlamento e fuori, sia per anticipare pur remote possibilità che sul tema si costituiscano maggioranze diverse, sia per non rimanere spiazzato in caso di referendum. Favorita come nel '92-'93 da un diffuso sentimento di biasimo nei confronti dei partiti, e sullo slogan "scegli il tuo parlamentare", la campagna referendaria per il ritorno al Mattarellum sembra avere buone possibilità di riuscita. Al momento per il quesito si è mobilitata soltanto la sinistra, o una parte di essa. L'assenza di iniziativa da parte del Pdl lo farebbe apparire come il difensore del sistema dei "nominati" e il referendum diventerebbe facilmente una clava "anti-casta" e "anti-Pdl".

Purtroppo, Alfano sta dilapidando il piccolo capitale politico rappresentato dalla novità della sua nomina infognandosi, esattamente come i vertici del Pd in questi anni, nel gioco delle alleanze. Corteggiare l'Udc sembra la sua priorità, ma è una scelta doppiamente miope, soprattutto da una posizione di debolezza. Innanzitutto, perché una forza di governo, il partito che ambisce a rappresentare la maggioranza relativa nel Paese, deve conquistare gli elettori di "centro" - comunque si vogliano definire, "moderati" o "indipendenti" - nelle urne, con la forza e la credibilità dei propri programmi e dei propri leader, e non credendo di poter appaltare a un partitino il compito di intercettarli, secondo i logori schemi della vecchia politica, che tra l'altro raramente hanno successo. Altro che novità politica, inseguire Casini è una minestra riscaldata. Se poi sul piatto dell'accordo i centristi chiedessero e ottenessero il ritorno al proporzionale, senza premi di maggioranza e magari pure con le preferenze, allora per il Pdl il suicidio sarebbe servito.

Aprire un confronto serio sulla legge elettorale con Lega e Pd, i partiti più interessati alla tenuta del bipolarismo, dovrebbe quindi diventare una priorità per la segreteria Alfano, senza escludere a priori il ritorno al Mattarellum, per via parlamentare o referendaria. Il Pd avrebbe tutti i motivi per collaborare, visto il suo sostanziale sostegno al referendum su cui si stanno raccogliendo le firme. E va ricordato che con il Mattarellum sia il centrodestra che il centrosinistra sono riusciti a vincere le elezioni e a governare cinque anni. E' vero: non garantisce appieno la governabilità, come d'altra parte nemmeno il sistema attuale, ma gli svantaggi della quota proporzionale possono essere per lo meno limitati con soglie di sbarramento e modifiche ai regolamenti parlamentari.

Nonostante la grave crisi di consenso in cui versano le forze della maggioranza, il Mattarellum renderebbe il centrodestra competitivo alle prossime elezioni, e in caso di sconfitta garantirebbe almeno un vantaggio: sarebbe l'unica opposizione in Parlamento, la più consistente, con margini minimi per terzi poli. Con l'attuale legge Pdl e Lega soffrirebbero probabilmente un più forte ridimensionamento in termini di seggi, offrendo lo spazio per un Terzo polo ago della bilancia nel post-elezioni. O ancora peggio, il ritorno al proporzionale puro: oltre a non convenire al Pdl, che andrebbe incontro a sicura disgregazione (è questo, in fondo, l'obiettivo ultimo di Casini), di tutta evidenza non conviene al nostro Paese, che sprofonderebbe di nuovo nelle sabbie mobili della Prima Repubblica.

Friday, November 12, 2010

Il partito della spesa (e del proporzionale) dietro la crisi

Non c'è analisi più lucida della situazione, e delle motivazioni della crisi, di quella di Oscar Giannino ieri sera a Porta a Porta. Qui il video, guardatelo tutto, ma vale la pena di riportare i passaggi cruciali:
«Per me quella tra Fini e Berlusconi oramai è una storia di incompatibilità personale... l'incompatibilità personale e il sottile calcolo che sia la giustizia a eliminare Berlusconi entro pochi mesi mi spiega quello che succede».
(...)
«Ma se l'effetto di tutto questo... è una situazione di caos che fa ripartire sui titoli del debito pubblico italiano, com'è assolutamente probabile, pressocché certo con quello che succede sui mercati... se si riaccende il sospetto sui titoli del debito pubblico italiano, qualunque soluzione politica, qualunque confusione, per cui nessuno è in grado di sapere che cosa succede, di sicuro porta a più oneri di interessi sul debito pubblico, più deficit pubblico, e questo significa, per quanto pesa la spesa pubblica in Italia, più disoccupati, meno crescita, meno roba per le imprese...»
(...)
«Quello che vedo io è che la voglia di far ripartire la spesa pubblica è la vera benzina di qualunque ipotesi che c'è oggi sul campo. Lo vediamo sulla legge di stabilità, sulle esercitazioni di voto in Parlamento per far capire al governo che deve andare a casa, lo vediamo nelle critiche a Giulio Tremonti... lo vedo persino nella nota del capo dello Stato, le cui parole "è ingiusto tagliare di tutto, bisogna fare delle scelte", da una parte è vero, potrebbero essere lette come "tagliamo di più da una parte e allochiamo meglio le risorse", ma dall'altra, con l'aria che c'è in politica, nel Parlamento, nella protesta da parte di tutte le opposizioni, significano più spesa pubblica».
(...)
«Noi eravamo impegnati in uno sforzo - che [rivolto ai finiani, ndr] vi ha visti condividere questo sforzo nel centrodestra - di fermare il deficit. Abbiamo avuto il deficit più basso insieme ai tedeschi. E' stato il merito, ciò che ha impedito all'Italia di essere sospettata sui mercati nella grande crisi. Adesso si dice "più spesa", "Tremonti sbaglia tutto", "a casa Tremonti", "a casa Berlusconi", ma l'effetto di tutto questo è buttare a mare quello che invece ha fatto, per la prima volta in decenni, fare una figura decorosa al nostro Paese, ma soprattutto [ha fatto] pagare di meno ai contribuenti e ai disoccupati».
(...)
«Se la politica dimentica che i mercati sono spietati e che in molti hanno interesse a che l'Italia riprenda a fare deficit e a pagare più debito pubblico, commette un errore grave, perché ciascun italiano se lo ricorderà quando presto o tardi si va a votare... E questo riguarda sia chi nel centrodestra dice "nessuna formula che ci ha visto accomunati di fronte agli elettori vale più" e sia chi, rispetto alla posizione che aveva di alleanze nel centrosinistra eccetera torna a dire "mani libere", perché poi quello che si vede è... "facciamo saltare il premio di maggioranza", perché tutti dicono "mani libere". Vogliamo tornare a un'Italia iperproporzionale? Più spesa pubblica, più deficit, più debito? Poveri contribuenti italiani».
Già, la certezza è che lo pagheremo tutto noi, e caro, il conto di questa crisi. Grazie Gianfranco: futuro in libertà per te; futuro indebitato per noi.

Monday, August 30, 2010

Uninominale sì, ma senza fare il gioco di ribaltonisti e proporzionalisti

Il dibattito sulla legge elettorale riprende, ma è del tutto ozioso e strumentale, perché non solo in Parlamento non c'è una maggioranza trasversale in grado di sostenere una riforma condivisa, ma come al solito neanche il Pd riesce a esprimere una posizione univoca. Tutto questo parlare della necessità di cambiare la legge elettorale, per quanto questa necessità sia fondata nel merito, serve solo a porre le basi "programmatiche" per un governo ribaltone in caso di crisi. Se ci fosse un minimo di serietà in tutto questo dibattito, infatti, il Pd non dovrebbe discutere di una legge elettorale da approvare senza la maggioranza - presupponendo quindi l'esistenza, o la ricerca, in Parlamento dei numeri per un ribaltone - ma essendo in minoranza dovrebbe proporre alla maggioranza scelta dai cittadini di discutere insieme (non contro di essa), senza pregiudizi né veti, di una riforma complessiva delle istituzioni, di cui a quel punto potrebbe far parte anche una nuova legge elettorale.

Se invece si chiude ogni prospettiva di dialogo sulle riforme, si lanciano sante alleanze per «liberarci» di Berlusconi e del berlusconismo, evidentemente si pensa di poter arrivare a una nuova legge elettorale a prescindere e contro l'attuale maggioranza, tramite un nuovo governo che sia frutto di un ribaltone. O forse il disegno è ancor meno ambizioso: si sa benissimo che non si troverebbe alcun accordo per una nuova legge condivisa tra gli attuali gruppi di minoranza, ma la sola necessità di cambiarla sarebbe il collante tra di essi, il pretesto da presentare al capo dello Stato per non andare subito alle urne in caso di crisi e quindi tirare a campare per qualche mese, forse anche un anno.

Qui non da oggi siamo a favore - e lo saremo sempre - dell'uninominale (associato però ad una forma di premierato o presidenzialismo). Ben venga quindi il nuovo appello bipartisan pubblicato sabato sul Corriere, ma gli uninominalisti dovrebbero prendere atto - e Angelo Panebianco nel suo editoriale di oggi ne sembra consapevole - che al momento parlare di legge elettorale, al di fuori di un discorso serio su una riforma complessiva delle istituzioni, rischia di essere un grimaldello che aprirebbe le porte ad un ritorno all'assetto della Prima Repubblica, con le coalizioni di governo che si formano in Parlamento dopo le elezioni. Non importa con quale sistema, ma dare agli elettori almeno la certezza di sapere in anticipo per quali alternative di governo vanno a votare, mi sembra ormai il minimo. E' comprensibile che D'Alema e Bersani preferiscano invece un sistema in cui Pd, sinistra e centro facciano il pieno di voti sulle rispettive "identità", per poi decidere solo dopo averli presi per quale progetto di governo impiegarli. Se loro auspicano che sia il Pd il perno di tali coalizioni di centrosinistra, Casini invece pensa che il suo "centro" sarebbe arbitro del sistema, potendo allearsi di volta in volta con la destra o con la sinistra, ma per entrambi è essenziale decidere dopo, e quindi un sistema elettorale che lo permetta.

Si può quindi interpretare il nuovo appello uninominalista nello spirito indicato da Panebianco, e cioè con lo scopo di «tenere viva un'idea di democrazia (maggioritaria, bipolare, tendenzialmente bipartitica) che pare tuttora più allettante dei disegni concorrenti» e «per ricordare a tutti che quando, fra qualche mese o qualche anno, verrà messa mano alla legge elettorale, con quella prospettiva si dovrà comunque fare i conti».

Wednesday, May 12, 2010

Quanto durerà? E chi ci rimetterà?

David Cameron è il primo conservatore a rientrare a Downing Street dopo 13 anni di Labour. Obiettivo raggiunto, dunque? Quasi. Non si può certo dire che si sia aperto un nuovo ciclo, almeno per i Tories. Eppure, l'aspettativa alimentata da Cameron era proprio quella: sarebbe stato per i Tories ciò che Blair è stato per il Labour. Diciamo che ha ancora buone carte da giocare, ma che per il momento l'inizio del nuovo ciclo è rimandato da un incidente di percorso. Sono sempre stato convinto che Cameron, in quanto vincitore delle elezioni, non poteva sottrarsi alla sfida del governo, sia pure in coalizione, e quindi ben venga l'accordo con i lib-dem, ma a che prezzo... (qui i punti-chiave)

Adesso le domande sono: quanto durerà? E chi ci rimetterà? Innanzitutto, c'è da chiedersi come mai ieri, dopo le dimissioni di Brown, sembrava essersi riaperta la prospettiva di un accordo Lib-Lab? E come mai si è così velocemente richiusa? Non è da escludere neanche un intervento indiretto della Regina, che potrebbe aver fatto trapelare la propria impazienza e la propria contrarietà rispetto ad una coalizione degli sconfitti. Ma forse è una speculazione troppo italian-style. Più probabile che da una parte Clegg non abbia potuto fare a meno di mostrare ai suoi di averci provato anche con i laburisti, anche solo per strappare qualche strapuntino in più ai Tories; e che dall'altra, tolto di mezzo Brown, nessun leader emergente tra i laburisti avrebbe avuto interesse a "bruciarsi" in una impopolare e numericamente fragile coalizione di sconfitti.

Quanto durerà, dunque, e chi ci rimetterà? Ovvio che Cameron e Clegg mostrino ottimismo, garantendo addirittura cinque anni di governo «forte e stabile», mosso dai principi di «libertà, equità e responsabilità». C'è stata una breve esperienza di governo di coalizione dopo il secondo Dopoguerra in Gran Bretagna. Un accordo Lib-Lab che ha retto solo un anno, dal 1977 al 1978, ricorda Philip Johnston sul Telegraph, che si è concluso con una profonda spaccatura all'interno dei Liberal. Da una parte, i lib-dem se vogliono dimostrare di essere un partito credibile, maturo, "di governo", e quindi se vogliono "vendere" ai cittadini una riforma elettorale proporzionale, devono dimostrare nei fatti che un governo di coalizione non produce instabilità. Almeno per questo dovrebbero essere motivati.

Con un sistema proporzionale, osserva Johnston, il «mercato delle vacche che abbiamo visto (o non visto perché nascosto) nei giorni scorsi diventerà la regola dopo ogni elezione. Invece di un chiaro risultato, seguito da un governo che realizza il programma per il quale è stato eletto, gli accordi saranno fatti dietro le quinte; politiche amate verranno accantonate e quelle denunciate durante la campagna elettorale adottate». E il governo «potrebbe divenire meno dominante perché le decisioni chiave tenderebbero ad essere prese in incontri ristretti tra i leader di partito».

Convincere gli elettori che i governi di coalizione non portino a tutto questo sarà dura, ma molto dipenderà da questa esperienza di governo. Se fallisce, i Tories portanno comunque presentarsi agli elettori chiedendo la maggioranza assoluta e scaricando sui lib-dem la responsabilità di scelte sbagliate o impopolari, e delle promesse non mantenute; i lib-dem (nonostante in questa fase Clegg si sia dimostrato forse più abile di Cameron, strappando il massimo delle concessioni) si saranno sporcati le mani, scontentando parecchi loro elettori "di sinistra", non riuscendo nemmeno a dimostrare la fattibilità e la stabilità dei governi di coalizione.

Se, quindi, per i Tories l'esperienza dovesse farsi troppo costosa, ecco che potrebbero chiamare nuove elezioni. Forse nel frattempo il Labour sarà resuscitato, guidato da un nuovo leader giovane e fresco, e potrà sfruttare a proprio vantaggio i fallimenti del governo Lib-Con, ma di certo sarebbero i lib-dem a pagare il prezzo più alto, come prevede Simon Heffer, anche lui sul Telegraph, che ricorda come i liberali si siano già spaccati nel 1886 sull'Irlanda, nel 1918 e anche sul finire degli anni '80, quando diventarono liberal-democratici. «Ora sono per lo più di sinistra» e quando si tornerà al voto verranno «sanzionati» duramente dal loro elettorato, a vantaggio di laburisti e verdi, secondo Heffer: «E la riforma elettorale? Ci crederemo quando la vedremo». D'altra parte, non è certo avvertita come priorità nell'opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi, e sarebbe costoso per i lib-dem rompere su di essa.

Oltre al referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale, un'altra minaccia alla tenuta del premierato britannico contenuta nel programma di governo Lib-Con è la durata fissa della legislatura, per cui il premier non potrebbe più chiedere alla Regina di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni generali, ma l'eventuale scioglimento anticipato dovrebbe essere votato dal 55% dei deputati. «Se avessimo già approvato» una riforma del genere, osserva Heffer, «cosa accadrebbe se nessuno avesse la fiducia dei Comuni e non si potessero convocare nuove elezioni per risolvere il problema?».

Tuesday, May 11, 2010

Cameron caduto nel doppiogioco di Clegg

18:19 - Cameron verso Downing Street. L'accordo con Nick Clegg sarebbe praticamente cosa fatta e in serata dalle riunioni dei gruppi parlamentari dei due partiti dovrebbe arrivare la definitiva "luce verde". Ma a che prezzo... I Tories infatti avrebbero offerto ai lib-dem un referendum sul sistema di voto. E i lib-dem si sarebbero convinti che con i laburisti non avrebbero avuto i numeri in Parlamento e la forza politica nel Paese per far passare il progetto di riforma elettorale proporzionale, mentre una coalizione con i Tories garantirebbe quanto meno di arrivare effettivamente al referendum sull'Alternative Vote neozelandese. Cameron rischia di passare alla storia come il conservatore che per diventare premier ha affossato il sistema politico-istituzionale più antico (ed efficiente) d'Europa...

12:32 - Cresce il sospetto che l'apertura di Clegg a Cameron poco dopo l'esito del voto fosse strumentale a "svegliare" il Labour. Dopo aver ottenuto la testa di Brown, e aver astutamente temporeggiato con Cameron, infatti, il leader dei lib-dem è pronto a rivolgersi ai reggenti del Labour. Aumentano quindi le quotazioni di un accordo "lib-lab" e, purtroppo, di una riforma elettorale in senso proporzionale che decreterebbe la fine del bipartitismo britannico.

Cameron si è dimostrato ingenuo, ha sbagliato ad aspettare troppo, ad intavolare un dialogo alla pari con il perdente Clegg, a farsi intrappolare nei negoziati fino al ritiro di Brown, che ha rimesso in gioco gli avversari sconfitti, mentre avrebbe dovuto porre il leader lib-dem di fronte ad un aut-aut: prendere o lasciare. Va però ricordato che la Regina già prima delle elezioni aveva fatto capire che non avrebbe avallato un governo di minoranza, che avrebbe conferito l'incarico a chi le avesse assicurato di poter contare su una maggioranza ai Comuni. Dunque, probabilmente Cameron aveva pochi spazi di manovra per tentare (o minacciare) un atto di forza.

Adesso tenta di correre ai ripari (è «l'ora delle decisioni» per i lib-dem, ha intimato stamattina), nel frattempo aprendo ad un referendum sul sistema di voto alternativo (quello neozelandese), che sembra una mossa della disperazione, di sicuro un'ammissione di impotenza. Cameron deve capire in fretta gli errori commessi in campagna elettorale e in questa fase post-elettorale - in due parole, è stato naif e debole - e cambiare registro.

Oggi rischia di non entrare a Downing Street, ma poco male. Non è detto che una "coalizione degli sconfitti" al governo - comunque numericamente fragile in Parlamento e certo non "ratificata" dagli elettori nelle urne - premi laburisti e lib-dem e non aiuti piuttosto a ingrossare i consensi dei Tories. La mia impressione è che a quel punto solo il proporzionale potrebbe salvarli dalla disfatta quando, più prima che poi, si ritornerà alle urne. Anche perché in questi giorni, senza ancora alcuna modifica al sistema elettorale, i cittadini del Regno Unito hanno avuto un assaggio di cosa significano "proporzionale" e "governi di coalizione": al popolo viene di fatto revocato il diritto di scegliere chi li governa, diritto che passa nelle mani dei leader dei partiti, anche se politicamente sconfitti alle elezioni. Ma Cameron rischia anche di non entrarci più, se non muta al più presto atteggiamento, di passare per quello che ha fallito il calcio di rigore decisivo, per un impotente e non per uno "scippato".

Saturday, May 08, 2010

In buona compagnia

Era lecito aspettarsi che dopo l'esito delle elezioni generali britanniche, che hanno dato luogo ad un Hung Parliament e ad una situazione di instabilità politica, si scatenassero sulla stampa e nel mondo politico gli avversari dell'uninominale e del bipartitismo per suonare le campane a morto. Ciascuno desideroso di piegare gli eventi in casa d'altri a sostegno del disegno politico coltivato a casa nostra. In particolare, chi nella maggioranza prende la palla al balzo per convincerci che l'attuale nostro sistema elettorale è il migliore possibile e chi - il commento di Polito oggi ne è un fulgido esempio - suggerisce ai britannici il sistema tedesco, che è nei piani del propri referenti politici: cioè, Massimo D'Alema e Pier Casini.

Su questo blog avete letto un'analisi diversa: il bipartitismo britannico è - almeno per ora - salvo, e vivo e vegeto nei comportamenti dell'elettorato. Il punto infatti non è l'eventuale formazione di un insolito governo di coalizione, esperienza che potrebbe comunque concludersi in breve tempo, né un periodo di instabilità politica, possibile con qualsiasi sistema. Il punto è capire se i lib-dem hanno una forza politica tale da ottenere una riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Secondo me, al momento no.

I laburisti, gli unici disponibili a ragionare su una tale ipotesi, sono usciti troppo sconfitti da queste elezioni. E i lib-dem hanno deluso. Neanche una "coalizione degli sconfitti" (258 seggi più 57, 52% del voto popolare), infatti, raggiungerebbe la maggioranza assoluta dei seggi (326). Decisivo, rispetto alle possibilità di riforma in senso proporzionale, è il flop-Clegg: se infatti avessimo avuto, per esempio, i laburisti al 28% e i lib-dem al 27, quindi anche senza sorpasso, probabilmente ci sarebbero stati i numeri per un governo di coalizione tra i due, legittimato dalla cospicua avanzata dei "gialli". Ma così non è stato. Tra l'altro, come fa notare oggi il ministro della Difesa ombra Liam Fox, sarebbe «strano» se un accordo fosse fatto naufragare sul sistema di voto, che non è certo al centro dell'interesse degli elettori. Sarebbe quindi politicamente costoso per i lib-dem rifiutare l'offerta di Cameron impuntandosi sul proporzionale.

Tornando a noi, fa piacere, andando controcorrente, almeno trovarsi in buona compagnia. Identica, infatti, è l'analisi di Angelo Panebianco, oggi sul Corriere della Sera:
«L'aspettativa di un Parlamento in cui nessun partito avrebbe conquistato la maggioranza assoluta dei seggi si era fatta forte a causa del successo mediatico (che però non si è tradotto in successo elettorale) del "terzo partito", i Lib Dem di Nick Clegg. Diversi politici italiani, e anche qualche commentatore, avevano creduto di trarne la "lezione" secondo cui il bipartitismo britannico sarebbe agonizzante. E' l'abitudine italiana di usare le vicende altrui per sostenere le proprie tesi preferite sulla politica di casa nostra. Adesso che l'aspettativa si è realizzata, che, effettivamente, nessun partito detiene la maggioranza assoluta, è probabile che molti continueranno a sostenere quella tesi. Si sbagliano. È già accaduto altre volte. L'ultima fu nel 1974, quando si formò un gabinetto laburista di minoranza. Pochi mesi dopo la Gran Bretagna tornò alle elezioni, i laburisti conquistarono la maggioranza assoluta dei seggi e si ricostituì la normale dialettica bipartitica. Nulla lascia pensare che le cose non andranno così anche questa volta. Un forte successo di Clegg, forse, avrebbe innescato cambiamenti ma il successo non c'è stato... ha contato soprattutto una ragione tecnica: il sistema elettorale maggioritario rende la vita difficile ai "terzi partiti" che non dispongano di un consenso territorialmente concentrato. Gli elettori sono chiamati a dare un "voto strategico", a orientare il proprio voto al fine di impedire che si assicuri il seggio il candidato del partito da essi più avversato. Il non brillante risultato liberale, a sua volta, salvo sorprese, rende poco credibile la possibilità di una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale (una riforma, quella sì, che decreterebbe la fine del bipartitismo)... Presto o tardi, con nuove elezioni, anche l'attuale incidente di percorso verrà riassorbito...».
Nessun sistema mette al 100% al riparo da crisi e momenti di instabilità, perché essi fanno parte della vita umana, individuale e collettiva, e non sono eliminabili. Ma se l'uninominale e il bipartitismo li riducono al minimo, il proporzionale e il multipartitismo rischiano di produrre due esiti che sono la regola, non l'eccezione: o il consociativismo, o l'ingovernabilità patologica. E stiamo sperimentando in Italia come l'aver adottato un sistema proporzionale con correzione maggioritaria ci abbia solo illusi di aver rafforzato il bipolarismo. Nei due partiti maggiori infatti si agitano ancora spezzoni che ambiscono a recuperare una rendita di posizione.

Così come i lib-dem nel Regno Unito si illudono che passando al proporzionale verrebbe formalizzato un sistema tri-partitico che li vedrebbe sempre al governo, o con i Tories o con il Labour, e unici arbitri del quadro post-voto. In realtà, la stessa complessa entità statuale del Regno Unito dovrebbe suggerire che senza una semplificazione del sistema partitico, passando al proporzionale si andrebbe non verso il sistema tedesco, ma verso una frammentazione estrema, con probabilmente oltre 10 partiti. Gli stessi lib-dem finirebbero ben presto per perdere il loro ruolo di ago della bilancia, funzione che si scomporrebbe a favore di tante altre entità che cercano di far valere la loro rendita di posizione anche minima.

E' falso, inoltre, che l'uninominale «sovrarappresenti» i partiti di maggioranza relativa, come se ciò fosse il prodotto di un intervento artificiale rispetto alla volontà degli elettori. Si può parlare in questo senso di «sovrarappresentazione» in un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, com'è il nostro, per cui una quota di rappresentanti viene praticamente eletta dal nulla. L'uninominale è semplicemente la messa in pratica di un'idea diversa della rappresentanza rispetto a quella sottesa al proporzionale.

L'idea alla base di quest'ultimo è che ad eleggere i propri rappresentanti sia il popolo nella sua totalità, inteso come entità monolitica e omogenea (non dal punto di vista delle opinioni politiche, ma come soggetto legittimato ad essere rappresentato), quindi in un certo senso astratta. Viceversa, il collegio uninominale presuppone l'idea che non esiste tale entità umana, ma che esistono in concreto, su un dato territorio nazionale in un preciso momento storico, diverse comunità di persone, di diverse o simili dimensioni, ciascuna delle quali ha diritto ad esprimere un suo rappresentante. Parlare di «sovrarappresentazione» con l'uninominale non ha senso, perché in realtà ha poco senso, in quel sistema, guardare al dato percentuale sul voto popolare, che diventa un'astrazione.