Era nell'aria, i segnali si accumulavano da tempo. E la manovra che contraddice la promessa aurea di non mettere le mani nelle tasche degli italiani è stata, forse, lo spartiacque. Berlusconi annuncia che non si ricandiderà alle politiche del 2013 e affida il suo annuncio al giornale del suo arci nemico De Benedetti: la Repubblica. Quasi ad invocare magnanimità almeno nell'ora del passaggio del testimone, e in qualche modo a riconoscere al suo acerrimo nemico di averlo combattuto in modo anche scorretto e violento, ma a viso aperto, alla luce del sole, al contrario della faziosità infida, perché dissimulata, di altri giornali cosiddetti della "borghesia".
I segnali, dicevamo, si erano accumulati. Forse, sul fronte giudiziario, il caso Ruby ha definitivamente fiaccato la volontà del Cavaliere. Da mesi comunque il suo ruolo in seno all'Esecutivo è sempre più quello del mediatore, del primus inter pares, piuttosto che del leader e del trascinatore; dopo lo scontro con Fini, l'iniziativa politica è andata via via scemando e si è ridotta ad una lunga e sfiancante campagna acquisti in Parlamento - che non è stata a mio avviso secondaria nel determinare la sconfitta alle amministrative. Nel frattempo, un altro sintomo della progressiva perdita di iniziativa e centralità politica di Berlusconi, è l'accrescersi del protagonismo di Napolitano (persino in aperto sostegno alle scelte economiche di Tremonti), fino ad arrivare al paradosso, di questi ultimi due giorni, di un premier che rinnega apertamente un'importante scelta di politica estera come la partecipazione alla campagna libica e che non nasconde la propria irritazione per una politica economica che sente lontanissima dai suoi principi. Insomma, è come se Berlusconi si fosse già dimesso, tanto che ieri pomeriggio, su Facebook, lanciavo la provocazione di un governo ormai, de facto, Napolitano-Tremonti.
Una scelta per quanto mi riguarda saggia quella di passare la mano alle prossime elezioni, resa inevitabile innanzitutto per motivi anagrafici: sia perché l'operatività che si richiede ad un premier è troppa anche per un tipo energico come Berlusconi, che nel 2013 avrebbe 77 anni; sia perché, a prescindere dai meriti che si possano o meno rivendicare dinanzi all'opinione pubblica, arriva prima o poi il momento in una democrazia in cui la gente chiede volti nuovi a prescindere. Ed è giusto, auspicabile che sia così. Anche se, ovviamente, l'orizzonte è tutt'altro che roseo e abbiamo la certezza che la fine della premiership di Berlusconi non coinciderà con l'incamminarsi del Paese verso la risoluzione dei suoi problemi. Anzi, c'è da temere il contrario. Sia per l'assenza di un'alternativa responsabile a sinistra, sia per il rischio concreto che la tutela che la magistratura politicizzata vuole imporre sulla nostra democrazia non trovi più alcun argine, non scorgendo all'orizzonte leader altrettanto forti, sia politicamente che patrimonialmente, come Berlusconi.
Ma è stato opportuno da parte del premier annunciare pubblicamente la sua prossima uscita di scena? E' vero che era nell'aria, nelle conversazioni private Berlusconi già vi accennava, e che la sua autorità appariva già da mesi erosa all'interno della stessa compagine governativa. Eppure, il parlarne in privato e l'annuncio pubblico rischiano di non attenuare la conflittualità interna ed esterna al governo, bensì di aumentare i tentativi e i fattori di destabilizzazione. Insomma, se da questo annuncio Berlusconi spera di ricavare vantaggi in termini di una ritrovata serenità all'interno del Pdl, e della maggioranza, e di una minore aggressività nei suoi confronti, e nei confronti del governo, da parte delle opposizioni - politiche, giudiziarie e mediatiche - e così di risparmiarsi un "Piazzale Loreto", temo che dovrà presto ricredersi.
Nella sua autobiografia Tony Blair dedica uno spazio molto rilevante al tormentato periodo del suo passaggio di consegne. Ed è qui che ammette esplicitamente di aver commesso degli errori. L'aver parlato privatamente al suo ministro del Tesoro, Gordon Brown, della sua intenzione di ritirarsi prima della fine del mandato, averglielo persino promesso di fronte alle insistenze di quest'ultimo perché lo annunciasse pubblicamente, e l'essersi infine arreso ad annunciarlo in pubblico, ha aumentato, non placato, le incomprensioni, le diffidenze e gli scontri fra i due, così come non si è placata l'aggressività dei media nei suoi confronti, arrivati quasi al linciaggio quotidiano. Ma soprattutto, si era illuso che tutto ciò avrebbe favorito un clima di serenità nel governo, e in particolare nei rapporti con il Tesoro, permettendogli così di completare l'ambizioso processo di riforme a cui teneva più di ogni altra cosa. Non è andata così: si è ritrovato a scontrarsi con un Gordon Brown che, sempre più ansioso di avere lui il totale controllo sulle decisioni di politica economica, così da preparare il terreno alla sua elezione, non faceva altro che mettergli i bastoni tra le ruote (già, messa giù così pare proprio di rivedere Tremonti). Blair quindi riconosce nel suo libro che il suo annuncio è coinciso con la perdita di fatto, in quello stesso istante, della residua autorità e autorevolezza da premier. Non annunciate la data del vostro ritiro se intendete fare ancora delle cose al governo, suggerisce.
Pur con tutte le dovute differenze, questo per dire che l'annuncio di Berlusconi rischia non solo di non attenuare le divisioni interne e l'aggressività delle opposizioni, ma di scatenarle definitivamente. Il rischio è che prevalga l'istinto animalesco all'odore del sangue dell'avversario politico e non il senso di responsabilità. Dopo oggi le elezioni nel 2012 anziché nel 2013 sono più probabili.
Adesso si aprirà anche la stagione dei bilanci. Al di là del merito - avremo molte occasioni per tornarci - credo che sia importante il metodo. Inutile aspettarsi dalla sinistra - politica e giornalistica - un contributo obiettivo ed «equanime», invocato non molto tempo fa da Giuliano Ferrara su Il Foglio. Più probabile una nuova "Piazzale Loreto", o un "Hotel Rafael". Piuttosto, a mio avviso riveste un'importanza decisiva che un giudizio equanime su Berlusconi sappia elaborarlo il centrodestra, e il Pdl in particolare. Il che non è affatto scontato. Che sappiano evitare una squallida corsa a smarcarsi dal berlusconismo, ma che sappiano anche individuare limiti ed errori di Berlusconi, e di chi in questi anni - e sono in molti - gli è stato o gli è passato al fianco, e trarre lezione sia da essi che dalle attenuanti e dagli alibi, non tutti infondati, che il Cavaliere può addurre.
Showing posts with label brown. Show all posts
Showing posts with label brown. Show all posts
Friday, July 08, 2011
Monday, September 27, 2010
Il New Labour va in soffitta
Con la vittoria di Ed Miliband nella contesa tutta in famiglia con il fratello, "blairiano", David per la leadership del partito laburista viene sancito il ritorno all'"Old Labour". Un Labour Party dal volto giovane di Ed, ma che torna all'antica per i segmenti sociali a cui intende rivolgersi con le sue proposte. E che svolta a sinistra, tornando a illudersi di poter vincere ignorando esigenze e ambizioni del centro dell'elettorato. Naturalmente Ed direbbe che non è così, e si sforzerà per far credere il contrario. Vedremo cosa ne penseranno gli elettori.
Era prevedibile, Tony Blair ci ha provato, ma non ce l'ha fatta ad ancorare il suo partito ai principi New Labour, affinché potesse replicare lunghe stagioni al governo come la sua anziché tornare ad essere il partito di opposizione con qualche breve parentesi di governo che è sempre stato. Una preoccupazione costante dei suoi ultimi anni al potere, che emerge con forza dal suo libro di Memorie. Ma sulla direzione che avrebbe intrapreso il Labour dopo la sua uscita da Downing Street lo stesso Blair non coltivava molte illusioni. Prevedeva che se Gordon si fosse allontanato di un solo millimetro dai principi e dalla piattaforma New Labour, sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta. E così è stato.
Ora, con l'affermazione di Ed Miliband, si compie l'allontanamento del partito da quei principi. Ed proverà a coniugare vecchio e nuovo, a portare con sé ciò che ritiene utile dell'eredità di Blair, ma l'anima sarà "Old" e, come dice l'ex premier, basta discostarsi di un millimetro per perdere la fiducia degli elettori "New". Anche se in Italia non si percepiva, la guerra in Iraq è sempre stata solo la punta dell'iceberg dell'insofferenza che covava nella sinistra britannica per Blair e il suo New Labour, il pretesto per attaccarlo a viso aperto. Ma in realtà, il suo approccio innovativo in settori come i servizi pubblici, la scuola, la sicurezza, non andava giù e non è mai stato digerito dalla "pancia" del partito.
Il New Labour, dunque, va in soffitta e ci resterà per qualche tempo, ma non esce spazzato via - come pure qualcuno ipotizzava - dalla votazione che ha incoronato Ed, il quale pur con il sostegno dei sindacati e della sinistra, e sull'onda della volontà del partito di "purificarsi" dal blairismo, ha prevalso solo con il 50,6% dei voti contro 49,4. La sensazione, insomma, è che non trascorreranno molti anni finché qualcuno decida di raccogliere il testimone di Blair.
Era prevedibile, Tony Blair ci ha provato, ma non ce l'ha fatta ad ancorare il suo partito ai principi New Labour, affinché potesse replicare lunghe stagioni al governo come la sua anziché tornare ad essere il partito di opposizione con qualche breve parentesi di governo che è sempre stato. Una preoccupazione costante dei suoi ultimi anni al potere, che emerge con forza dal suo libro di Memorie. Ma sulla direzione che avrebbe intrapreso il Labour dopo la sua uscita da Downing Street lo stesso Blair non coltivava molte illusioni. Prevedeva che se Gordon si fosse allontanato di un solo millimetro dai principi e dalla piattaforma New Labour, sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta. E così è stato.
Ora, con l'affermazione di Ed Miliband, si compie l'allontanamento del partito da quei principi. Ed proverà a coniugare vecchio e nuovo, a portare con sé ciò che ritiene utile dell'eredità di Blair, ma l'anima sarà "Old" e, come dice l'ex premier, basta discostarsi di un millimetro per perdere la fiducia degli elettori "New". Anche se in Italia non si percepiva, la guerra in Iraq è sempre stata solo la punta dell'iceberg dell'insofferenza che covava nella sinistra britannica per Blair e il suo New Labour, il pretesto per attaccarlo a viso aperto. Ma in realtà, il suo approccio innovativo in settori come i servizi pubblici, la scuola, la sicurezza, non andava giù e non è mai stato digerito dalla "pancia" del partito.
Il New Labour, dunque, va in soffitta e ci resterà per qualche tempo, ma non esce spazzato via - come pure qualcuno ipotizzava - dalla votazione che ha incoronato Ed, il quale pur con il sostegno dei sindacati e della sinistra, e sull'onda della volontà del partito di "purificarsi" dal blairismo, ha prevalso solo con il 50,6% dei voti contro 49,4. La sensazione, insomma, è che non trascorreranno molti anni finché qualcuno decida di raccogliere il testimone di Blair.
Friday, September 10, 2010
Per la sinistra non c'è alternativa alla lezione di Blair
In due interviste di oggi (Corriere e (Sole 24 Ore), Tony Blair torna a ribadire la sua stima e il suo apprezzamento per Berlusconi («non ha assolutamente niente del politico convenzionale. È unico. La conseguenza è che chi non si capisce finisce per non piacere. Io vado d'accordo con lui perché è diretto e leale alla parola data. L'ho sempre detto, a tutti. Ed è il motivo per cui ci intendiamo»), confermando i giudizi contenuti nel suo libro di Memorie ("A Journey"), ma soprattutto impartisce una lezione che le sinistre europee (e quella italiana in particolare) dovrebbero imparare a memoria. Di più, assimilare. L'ex inquilino del numero 10 di Downing Street, infatti, ha le idee molto chiare sulla malattia che affligge le sinistre europee - italiana e britannica comprese - impedendo loro di vincere e governare:
«La sinistra vincerà quando deciderà di voler vincere. Deve fare una sola cosa: analizzare il mondo come il mondo è oggi, non com'era, o come vorrebbe che fosse, o come avrebbe voluto che fosse stato. Valuta il mondo com'è e troverai le risposte giuste. È ricetta buona per tutti: i partiti progressisti vincono quando sono all'avanguardia nel capire il futuro, sono sconfitti quando diventano una brutta copia dei conservatori. Quelli con la "c" minuscola».Nel nuovo secolo «si tratta di giudicare in termini di giusto o sbagliato, non destra o sinistra». «Nessuna impostazione ideologica», dunque, e se la sinistra arretra in Europa è «perché di fronte alle incertezze del presente difende l'immobilismo. Il dovere della sinistra - sottolinea - è quello di sostenere i mutamenti, non rifiutarli e resistere». Un esempio concreto di quanto sta sostenendo Blair lo ravvisa nella reazione della sinistra alla crisi economica, dopo la quale tutti pensavano che potesse tornare ad avanzare in Europa.
«Quando la crisi finanziaria ha colpito a sinistra c'è stato un sentimento forte contro le logiche di mercato e molti si sono anche fatti scappare un "finalmente". Ma l'opinione pubblica no. Il problema di Gordon e di molti altri è stato credere che lo stato fosse tornato di moda, che le politiche sarebbero andate nella direzione pubblica e l'elettorato automaticamente a sinistra. Non poteva succedere perché i cambiamenti sociali avvenuti prima della crisi sono sopravvissuti alla crisi. Gli elettori sanno che parte del mercato ha fallito, si arrabbiano, ma non credono che la risposta sia lo Stato».La grande intuizione di Blair, che tutti a sinistra, anche i più riformisti, rigettano, è che «se alla gente tu presenti la scelta fra uno Stato burocratico invasivo e uno Stato agile minimo, la gente opta per lo Stato minimo». A questo punto, ad una sinistra che voglia ottenere il consenso dei cittadini per governare, non rimane che «una terza via: quella di uno Stato attento alla giustizia sociale, regolatore e riformatore. Ed è quella per cui mi batto».
Tuesday, May 11, 2010
Cameron caduto nel doppiogioco di Clegg
18:19 - Cameron verso Downing Street. L'accordo con Nick Clegg sarebbe praticamente cosa fatta e in serata dalle riunioni dei gruppi parlamentari dei due partiti dovrebbe arrivare la definitiva "luce verde". Ma a che prezzo... I Tories infatti avrebbero offerto ai lib-dem un referendum sul sistema di voto. E i lib-dem si sarebbero convinti che con i laburisti non avrebbero avuto i numeri in Parlamento e la forza politica nel Paese per far passare il progetto di riforma elettorale proporzionale, mentre una coalizione con i Tories garantirebbe quanto meno di arrivare effettivamente al referendum sull'Alternative Vote neozelandese. Cameron rischia di passare alla storia come il conservatore che per diventare premier ha affossato il sistema politico-istituzionale più antico (ed efficiente) d'Europa...
12:32 - Cresce il sospetto che l'apertura di Clegg a Cameron poco dopo l'esito del voto fosse strumentale a "svegliare" il Labour. Dopo aver ottenuto la testa di Brown, e aver astutamente temporeggiato con Cameron, infatti, il leader dei lib-dem è pronto a rivolgersi ai reggenti del Labour. Aumentano quindi le quotazioni di un accordo "lib-lab" e, purtroppo, di una riforma elettorale in senso proporzionale che decreterebbe la fine del bipartitismo britannico.
Cameron si è dimostrato ingenuo, ha sbagliato ad aspettare troppo, ad intavolare un dialogo alla pari con il perdente Clegg, a farsi intrappolare nei negoziati fino al ritiro di Brown, che ha rimesso in gioco gli avversari sconfitti, mentre avrebbe dovuto porre il leader lib-dem di fronte ad un aut-aut: prendere o lasciare. Va però ricordato che la Regina già prima delle elezioni aveva fatto capire che non avrebbe avallato un governo di minoranza, che avrebbe conferito l'incarico a chi le avesse assicurato di poter contare su una maggioranza ai Comuni. Dunque, probabilmente Cameron aveva pochi spazi di manovra per tentare (o minacciare) un atto di forza.
Adesso tenta di correre ai ripari (è «l'ora delle decisioni» per i lib-dem, ha intimato stamattina), nel frattempo aprendo ad un referendum sul sistema di voto alternativo (quello neozelandese), che sembra una mossa della disperazione, di sicuro un'ammissione di impotenza. Cameron deve capire in fretta gli errori commessi in campagna elettorale e in questa fase post-elettorale - in due parole, è stato naif e debole - e cambiare registro.
Oggi rischia di non entrare a Downing Street, ma poco male. Non è detto che una "coalizione degli sconfitti" al governo - comunque numericamente fragile in Parlamento e certo non "ratificata" dagli elettori nelle urne - premi laburisti e lib-dem e non aiuti piuttosto a ingrossare i consensi dei Tories. La mia impressione è che a quel punto solo il proporzionale potrebbe salvarli dalla disfatta quando, più prima che poi, si ritornerà alle urne. Anche perché in questi giorni, senza ancora alcuna modifica al sistema elettorale, i cittadini del Regno Unito hanno avuto un assaggio di cosa significano "proporzionale" e "governi di coalizione": al popolo viene di fatto revocato il diritto di scegliere chi li governa, diritto che passa nelle mani dei leader dei partiti, anche se politicamente sconfitti alle elezioni. Ma Cameron rischia anche di non entrarci più, se non muta al più presto atteggiamento, di passare per quello che ha fallito il calcio di rigore decisivo, per un impotente e non per uno "scippato".
12:32 - Cresce il sospetto che l'apertura di Clegg a Cameron poco dopo l'esito del voto fosse strumentale a "svegliare" il Labour. Dopo aver ottenuto la testa di Brown, e aver astutamente temporeggiato con Cameron, infatti, il leader dei lib-dem è pronto a rivolgersi ai reggenti del Labour. Aumentano quindi le quotazioni di un accordo "lib-lab" e, purtroppo, di una riforma elettorale in senso proporzionale che decreterebbe la fine del bipartitismo britannico.
Cameron si è dimostrato ingenuo, ha sbagliato ad aspettare troppo, ad intavolare un dialogo alla pari con il perdente Clegg, a farsi intrappolare nei negoziati fino al ritiro di Brown, che ha rimesso in gioco gli avversari sconfitti, mentre avrebbe dovuto porre il leader lib-dem di fronte ad un aut-aut: prendere o lasciare. Va però ricordato che la Regina già prima delle elezioni aveva fatto capire che non avrebbe avallato un governo di minoranza, che avrebbe conferito l'incarico a chi le avesse assicurato di poter contare su una maggioranza ai Comuni. Dunque, probabilmente Cameron aveva pochi spazi di manovra per tentare (o minacciare) un atto di forza.
Adesso tenta di correre ai ripari (è «l'ora delle decisioni» per i lib-dem, ha intimato stamattina), nel frattempo aprendo ad un referendum sul sistema di voto alternativo (quello neozelandese), che sembra una mossa della disperazione, di sicuro un'ammissione di impotenza. Cameron deve capire in fretta gli errori commessi in campagna elettorale e in questa fase post-elettorale - in due parole, è stato naif e debole - e cambiare registro.
Oggi rischia di non entrare a Downing Street, ma poco male. Non è detto che una "coalizione degli sconfitti" al governo - comunque numericamente fragile in Parlamento e certo non "ratificata" dagli elettori nelle urne - premi laburisti e lib-dem e non aiuti piuttosto a ingrossare i consensi dei Tories. La mia impressione è che a quel punto solo il proporzionale potrebbe salvarli dalla disfatta quando, più prima che poi, si ritornerà alle urne. Anche perché in questi giorni, senza ancora alcuna modifica al sistema elettorale, i cittadini del Regno Unito hanno avuto un assaggio di cosa significano "proporzionale" e "governi di coalizione": al popolo viene di fatto revocato il diritto di scegliere chi li governa, diritto che passa nelle mani dei leader dei partiti, anche se politicamente sconfitti alle elezioni. Ma Cameron rischia anche di non entrarci più, se non muta al più presto atteggiamento, di passare per quello che ha fallito il calcio di rigore decisivo, per un impotente e non per uno "scippato".
Friday, May 07, 2010
Flop-Clegg, Tories avanti ma delusione Cameron
Hung Parliament, ma il bipartitismo è salvo: "terzisti" bastonati. Brown bocciato, prove di dialogo tra Clegg e Cameron, probabile nuovo premier
17:51 - Arrivano i risultati definitivi: i Tories conquistano 307 seggi (+97), i Laburisti 258 (-91) e i Lib-dem 57 (-5). In percentuale sul voto popolare, i Tories salgono al 36,1% (+3,8), i Laburisti scendono al 29% (-6,2) e i Lib-dem rimangono praticamente stabili al 23% (+1). Nessuno dei tre partiti ha la maggioranza assoluta in Parlamento (326 seggi), quindi sono importanti anche i risultati dei partiti minori: 8 seggi ai democratici unionisti nordirlandesi (-1), 6 seggi lo Scottish National Party, 5 lo Sinn Fein, 3 il Plaid Cymru (+1), 3 i socialdemocratici, 1 i Verdi (+1) e 1 l'Alliance Party (+1). Nessun seggio ai partiti di estrema destra, che però complessivamente ottengono il 5% del voto popolare, UK Independence Party 3,1% (+0,9) e British National Party 1,9% (+1,2). Non solo nessun partito ottiene la maggioranza assoluta, ma sarà difficile anche costituire eventuali coalizioni di governo. Ci proveranno conservatori e lib-dem per primi, ma bisognerà vedere se Clegg accetterà i paletti posti da Cameron in modo sorprendentemente esplicito, soprattutto sul no ad una riforma elettorale in senso proporzionale. In caso di fallimento, Cameron proverà la fattibilità di un governo di minoranza con l'appoggio dei partiti minori. Ma sommando i 307 seggi dei Tories, gli 8 degli unionisti, i 6 dello Scottish National Party e i 3 dei gallesi del Plaid Cymru, si arriverebbe al massimo a 324 (sotto di 2). Ai laburisti non basterebbe un'alleanza con i lib-dem, quindi dovrebbero anch'essi tentare di coinvolgere i partiti minori in una coalizione raffazzonata, politicamente fragilissima e senza il sostegno popolare. L'ipotesi di nuove elezioni entro l'anno, o nella prossima primavera, rimane quindi probabile.
15:48 - Cameron apre al governo con i lib-dem anticipando di voler proporre loro «una grande, aperta e complessiva offerta», per affrontare insieme i problemi del Paese e assicurare un governo «forte e stabile»; ammette le differenze, ma sottolinea anche le aree di possibile intesa. Ma fa capire che i lib-dem non otterranno mai dai conservatori ciò che desiderano più di ogni altra cosa, e cioè una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale: «Abbiamo idee diverse - ha ammesso Cameron - ma un punto d'accordo potrebbe essere raggiunto assegnando ad ogni collegio lo stesso numero di elettori nell'ambito dell'attuale sistema first past the post». Ma messa così è una riforma che serve più che altro ai conservatori, per non trovarsi più in futuro in una situazione del genere, mentre i lib-dem sono interessati al proporzionale. Clegg si accontenterà? Il cerino comincia a consumarsi.
15:00 - Brown concede a Cameron e a Clegg una chance per accordarsi, ma in caso di insuccesso è pronto a subentrare e a cercare un'intesa con i lib-dem, offrendo subito in dote un referendum sul sistema elettorale. Più che aprire a Cameron mi sa che Clegg gli ha voluto passare un pericoloso cerino acceso.
11:51 - Saggiamente Clegg si sottrae all'abbraccio degli sconfitti e responsabilmente osserva che deve essere il partito che ha preso più voti e seggi - cioè i Tories - ad avere il diritto di provare a formare un governo, da solo o con altri partiti. Downing Street è più vicina per Cameron, che a questo punto dovrebbe ricevere l'incarico dalla Regina, nonostante i laburisti avessero tentato di richiamare la prassi (che in caso di Parlamento "hung" vorrebbe il premier uscente almeno tentare di proseguire) e coinvolgere subito i lib-dem in un'alleanza. I lib-dem, invece, astutamente si propongono a Cameron. Ma nel campo Tories non mancano resistenze. In ogni caso, difficilmente con il risultato deludente che hanno ottenuto i lib-dem riusciranno a imporre un cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale, escluso dai conservatori.
10:32 - Attualmente, stando agli exit poll (che al momento sembrano avvalorati dall'andamento dell'assegnazione dei seggi), non solo nessuno dei tre partiti ha la maggioranza assoluta in Parlamento (326 seggi), ma non vedo coalizioni possibili. Ai laburisti non basterebbe un'alleanza con i lib-dem, tenteranno quindi una raffazzonata e politicamente fragilissima coalizione, in stile prodiano, cercando l'appoggio della minutaglia di eletti dei partiti minori. Ai conservatori basterebbero i lib-dem, ma è un'alleanza complicata, improbabile, e se si fermano davvero a 306-307 seggi non gli basterebbe l'appoggio degli unionisti nordirlandesi. Non rimane che sperare che con i seggi ancora da assegnare i Tories riescano a superare in modo consistente la quota che gli attribuiscono gli exit poll: 315 seggi per sperare. It's complicated.
Clegg non nasconde la sua «delusione», Cameron, che in poche settimane ha gettato al vento il solido vantaggio (circa 10 punti) del gennaio scorso, si limita a dire che «il governo laburista ha perso il suo mandato a governare». E Brown? Esce sconfitto, ma grazie alla tenuta in Scozia, scongiura gli scenari da incubo della vigilia e non si sbilancia sul futuro governo, anche se lui personalmente sa di essere fuori dai giochi e già si dice «orgoglioso» per le cose fatte in questi 13 anni. Nonostante la sconfitta, i lib-dem cercheranno di fare da ago della bilancia, ma senza troppe pretese.
Uno dei dati sicuramente più sorprendenti di queste elezioni è proprio il flop di Clegg e dei lib-dem. Se grande era e rimane l'incertezza sulle prospettive di Hung Parliament, di una cosa tutti eravamo certi: dell'affermazione lib-dem. Forse non sarebbero riusciti a superare i laburisti, ma comunque si sarebbero avvicinati, raggiungendo il 26-27% e conquistando decine di seggi. Sono invece fermi al 23%, come alle scorse elezioni, e perdono una decina di seggi. Completo fallimento di sondaggisti e media britannici, che ci hanno inculcato il fenomeno Clegg dopo i dibattiti tv. Anch'io ci sono cascato nelle mie previsioni. Ho puntato sul sorpasso 27 a 26, ma almeno, al contrario di altri, avevo capito che insieme i due partiti di sinistra non avrebbero superato di molto il 50% (dovrebbero ottenere insieme il 52% del voto popolare). Ci sono andato molto vicino, invece, per quanto riguarda i conservatori, che dovrebbero attestarsi al 36%, non lontano dal mio 37, ma lontano per la maggioranza assoluta.
Probabilmente, nel creare dal nulla il fenomeno Clegg ha pesato un pregiudizio negativo di sondaggisti e media sia nei confronti dei Tories che del New Labour. Il flop Clegg dimostra ancora una volta che gli elettori non si fanno influenzare in modo banale e superficiale da ciò che sentono in tv o leggono sui giornali. Clegg ha pagato le sue posizioni euro-entusiaste, proprio nel momento del crollo della Grecia, e sull'immigrazione. Adesso sentiremo forse dire che i laburisti hanno tenuto rispetto ai lib-dem grazie all'intervento negli ultimi giorni di Tony Blair, che ha invitato a votare laburista sempre e comunque, al contrario dei molti appelli al voto tattico per i lib-dem in funzione anti-tories.
Sicuramente non ha avuto effetti negativi, ma a mio avviso la sconfitta di Clegg - a prescindere dal ruolo da ago della bilancia che giocheranno i "gialli" - rappresenta una tenuta del bipartitismo e una bocciatura dei lib-dem come possibile forza di governo: agli occhi degli inglesi non sono ancora sufficientemente credibili. Gli stessi elettori laburisti delusi preferiscono votare Labour per le posizioni più "realiste" e concrete rispetto ai lib-dem su Europa, immigrazione e politica estera. E' vero che il Parlamento che uscirà da queste elezioni sarà probabilmente "appeso", ma a vedersela sono sempre i due principali partiti, i lib-dem non avanzano nel voto popolare e arretrano nei seggi, segno che al dunque, nei seggi contendibili, i britannici si sono espressi in senso bipartitico: o Tories, o Labour. Non conosco nel dettaglio le serie storiche del voto, ma la mia impressione è che l'ascesa dei lib-dem nel voto popolare dagli anni '80-'90 si sia arrestata proprio nel momento in cui c'erano tutte le condizioni per una loro affermazione che avrebbe letteralmente smontato il sistema bipartitico britannico.
17:51 - Arrivano i risultati definitivi: i Tories conquistano 307 seggi (+97), i Laburisti 258 (-91) e i Lib-dem 57 (-5). In percentuale sul voto popolare, i Tories salgono al 36,1% (+3,8), i Laburisti scendono al 29% (-6,2) e i Lib-dem rimangono praticamente stabili al 23% (+1). Nessuno dei tre partiti ha la maggioranza assoluta in Parlamento (326 seggi), quindi sono importanti anche i risultati dei partiti minori: 8 seggi ai democratici unionisti nordirlandesi (-1), 6 seggi lo Scottish National Party, 5 lo Sinn Fein, 3 il Plaid Cymru (+1), 3 i socialdemocratici, 1 i Verdi (+1) e 1 l'Alliance Party (+1). Nessun seggio ai partiti di estrema destra, che però complessivamente ottengono il 5% del voto popolare, UK Independence Party 3,1% (+0,9) e British National Party 1,9% (+1,2). Non solo nessun partito ottiene la maggioranza assoluta, ma sarà difficile anche costituire eventuali coalizioni di governo. Ci proveranno conservatori e lib-dem per primi, ma bisognerà vedere se Clegg accetterà i paletti posti da Cameron in modo sorprendentemente esplicito, soprattutto sul no ad una riforma elettorale in senso proporzionale. In caso di fallimento, Cameron proverà la fattibilità di un governo di minoranza con l'appoggio dei partiti minori. Ma sommando i 307 seggi dei Tories, gli 8 degli unionisti, i 6 dello Scottish National Party e i 3 dei gallesi del Plaid Cymru, si arriverebbe al massimo a 324 (sotto di 2). Ai laburisti non basterebbe un'alleanza con i lib-dem, quindi dovrebbero anch'essi tentare di coinvolgere i partiti minori in una coalizione raffazzonata, politicamente fragilissima e senza il sostegno popolare. L'ipotesi di nuove elezioni entro l'anno, o nella prossima primavera, rimane quindi probabile.
15:48 - Cameron apre al governo con i lib-dem anticipando di voler proporre loro «una grande, aperta e complessiva offerta», per affrontare insieme i problemi del Paese e assicurare un governo «forte e stabile»; ammette le differenze, ma sottolinea anche le aree di possibile intesa. Ma fa capire che i lib-dem non otterranno mai dai conservatori ciò che desiderano più di ogni altra cosa, e cioè una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale: «Abbiamo idee diverse - ha ammesso Cameron - ma un punto d'accordo potrebbe essere raggiunto assegnando ad ogni collegio lo stesso numero di elettori nell'ambito dell'attuale sistema first past the post». Ma messa così è una riforma che serve più che altro ai conservatori, per non trovarsi più in futuro in una situazione del genere, mentre i lib-dem sono interessati al proporzionale. Clegg si accontenterà? Il cerino comincia a consumarsi.
15:00 - Brown concede a Cameron e a Clegg una chance per accordarsi, ma in caso di insuccesso è pronto a subentrare e a cercare un'intesa con i lib-dem, offrendo subito in dote un referendum sul sistema elettorale. Più che aprire a Cameron mi sa che Clegg gli ha voluto passare un pericoloso cerino acceso.
11:51 - Saggiamente Clegg si sottrae all'abbraccio degli sconfitti e responsabilmente osserva che deve essere il partito che ha preso più voti e seggi - cioè i Tories - ad avere il diritto di provare a formare un governo, da solo o con altri partiti. Downing Street è più vicina per Cameron, che a questo punto dovrebbe ricevere l'incarico dalla Regina, nonostante i laburisti avessero tentato di richiamare la prassi (che in caso di Parlamento "hung" vorrebbe il premier uscente almeno tentare di proseguire) e coinvolgere subito i lib-dem in un'alleanza. I lib-dem, invece, astutamente si propongono a Cameron. Ma nel campo Tories non mancano resistenze. In ogni caso, difficilmente con il risultato deludente che hanno ottenuto i lib-dem riusciranno a imporre un cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale, escluso dai conservatori.
10:32 - Attualmente, stando agli exit poll (che al momento sembrano avvalorati dall'andamento dell'assegnazione dei seggi), non solo nessuno dei tre partiti ha la maggioranza assoluta in Parlamento (326 seggi), ma non vedo coalizioni possibili. Ai laburisti non basterebbe un'alleanza con i lib-dem, tenteranno quindi una raffazzonata e politicamente fragilissima coalizione, in stile prodiano, cercando l'appoggio della minutaglia di eletti dei partiti minori. Ai conservatori basterebbero i lib-dem, ma è un'alleanza complicata, improbabile, e se si fermano davvero a 306-307 seggi non gli basterebbe l'appoggio degli unionisti nordirlandesi. Non rimane che sperare che con i seggi ancora da assegnare i Tories riescano a superare in modo consistente la quota che gli attribuiscono gli exit poll: 315 seggi per sperare. It's complicated.
Clegg non nasconde la sua «delusione», Cameron, che in poche settimane ha gettato al vento il solido vantaggio (circa 10 punti) del gennaio scorso, si limita a dire che «il governo laburista ha perso il suo mandato a governare». E Brown? Esce sconfitto, ma grazie alla tenuta in Scozia, scongiura gli scenari da incubo della vigilia e non si sbilancia sul futuro governo, anche se lui personalmente sa di essere fuori dai giochi e già si dice «orgoglioso» per le cose fatte in questi 13 anni. Nonostante la sconfitta, i lib-dem cercheranno di fare da ago della bilancia, ma senza troppe pretese.
Uno dei dati sicuramente più sorprendenti di queste elezioni è proprio il flop di Clegg e dei lib-dem. Se grande era e rimane l'incertezza sulle prospettive di Hung Parliament, di una cosa tutti eravamo certi: dell'affermazione lib-dem. Forse non sarebbero riusciti a superare i laburisti, ma comunque si sarebbero avvicinati, raggiungendo il 26-27% e conquistando decine di seggi. Sono invece fermi al 23%, come alle scorse elezioni, e perdono una decina di seggi. Completo fallimento di sondaggisti e media britannici, che ci hanno inculcato il fenomeno Clegg dopo i dibattiti tv. Anch'io ci sono cascato nelle mie previsioni. Ho puntato sul sorpasso 27 a 26, ma almeno, al contrario di altri, avevo capito che insieme i due partiti di sinistra non avrebbero superato di molto il 50% (dovrebbero ottenere insieme il 52% del voto popolare). Ci sono andato molto vicino, invece, per quanto riguarda i conservatori, che dovrebbero attestarsi al 36%, non lontano dal mio 37, ma lontano per la maggioranza assoluta.
Probabilmente, nel creare dal nulla il fenomeno Clegg ha pesato un pregiudizio negativo di sondaggisti e media sia nei confronti dei Tories che del New Labour. Il flop Clegg dimostra ancora una volta che gli elettori non si fanno influenzare in modo banale e superficiale da ciò che sentono in tv o leggono sui giornali. Clegg ha pagato le sue posizioni euro-entusiaste, proprio nel momento del crollo della Grecia, e sull'immigrazione. Adesso sentiremo forse dire che i laburisti hanno tenuto rispetto ai lib-dem grazie all'intervento negli ultimi giorni di Tony Blair, che ha invitato a votare laburista sempre e comunque, al contrario dei molti appelli al voto tattico per i lib-dem in funzione anti-tories.
Sicuramente non ha avuto effetti negativi, ma a mio avviso la sconfitta di Clegg - a prescindere dal ruolo da ago della bilancia che giocheranno i "gialli" - rappresenta una tenuta del bipartitismo e una bocciatura dei lib-dem come possibile forza di governo: agli occhi degli inglesi non sono ancora sufficientemente credibili. Gli stessi elettori laburisti delusi preferiscono votare Labour per le posizioni più "realiste" e concrete rispetto ai lib-dem su Europa, immigrazione e politica estera. E' vero che il Parlamento che uscirà da queste elezioni sarà probabilmente "appeso", ma a vedersela sono sempre i due principali partiti, i lib-dem non avanzano nel voto popolare e arretrano nei seggi, segno che al dunque, nei seggi contendibili, i britannici si sono espressi in senso bipartitico: o Tories, o Labour. Non conosco nel dettaglio le serie storiche del voto, ma la mia impressione è che l'ascesa dei lib-dem nel voto popolare dagli anni '80-'90 si sia arrestata proprio nel momento in cui c'erano tutte le condizioni per una loro affermazione che avrebbe letteralmente smontato il sistema bipartitico britannico.
Monday, May 03, 2010
Cameron tenta l'impresa (quasi) impossible
David Cameron e Nick Clegg non hanno ancora compiuto i loro rispettivi "miracoli" - attesi come fossero in qualche modo palingenetici - che già in Italia c'è chi li assume a proprio modello. Se la 'finiana' Generazione Italia guarda a Cameron, Rutelli guarda a Clegg, soprattutto per le sue chance di scardinare il secolare bipartitismo britannico. A maggior ragione - s'illude l'ex sindaco di Roma - riuscirò a scomporre il fragilissimo bipolarismo italiano. Al di là di tutte le enormi differenze politiche e culturali, balza agli occhi come gli "stagionati" Fini e Rutelli non reggano sul piano personale il confronto con i due candidati premier britannici: mentre i primi, se non del tutto "cotti", sembrano ormai aver superato l'apice della loro trentennale carriera politica e avviarsi tristemente (e rancorosamente) verso un inarrestabile declino, i secondi sono davvero delle novità - non una minestra riscaldata - nella scena politica britannica.
La mia impressone è che i britannici vogliano a tutti i costi liberarsi di Brown, ma non sappiano come fare. Clegg offre a molti elettori di sinistra delusi un'alternativa prima di cedere all'astensione o di buttarsi a destra. Se, quindi, Cameron non riesce a mobilitare l'elettorato conservatore, e a fermare la dispersione di voti a favore dello "UK Independent", ecco che la prospettiva di un Hung Parliament diventa molto concreta. Nel primo dibattito ha brillato Clegg, entusiasmando (forse anche troppo) sondaggisti e stampa, e ha deluso Cameron, infilzato un paio di volte persino dal "bollito" Brown; nel secondo Cameron si è ritirato su, Clegg si è confermato, Brown malissimo; nell'ultimo dibattito - guarda caso quello in cui è andato meglio - finalmente Cameron ha interpretato il Tory classico, meno naif, aiutato dalla crisi greca, mentre Clegg è andato maluccio e Brown di nuovo malissimo.
Certo è che se dai dibattiti ci si aspettava che Cameron si imponesse definitivamente come astro nascente della politica britannica e che prendesse il via la sua incontrastata volata verso Downing Street, allora dobbiamo concludere che sta fallendo. A Clegg potrebbe riuscire ciò in cui sperano Casini e Rutelli in Italia, scardinare un sistema maggoritario per altro molto più consolidato del nostro, blindato da una legge elettorale uninominale a un turno, entrando di diritto negli studi politologici dei prossimi dieci-vent'anni. Non rimane che sperare nella innata saggezza dei sudditi di Sua Maestà, perché se i Lib-dem, per entrare al governo, dovessero ottenere la riforma elettorale, sarebbe una catastrofe per il Regno Unito. Andrebbe probabilmente verso un'estrema frammentazione partitica, considerando i partiti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, il Green Party, il British National Party e l'antieuropeo UK Independence Party. Rissosi governi di coalizione diventeranno attori permanenti della politica britannica, con sviluppi imprevedibili, nel lungo periodo, sull'unità stessa del Paese.
Preoccupante che sulla disponibilità eventuale dei Tories a discutere di riforma elettorale in cambio dell'appoggio dei Lib-dem, Cameron sia stato ambiguo, sollevando un certo malumore nel suo partito. Ma negli ultimi giorni lo è stato meno, ha spinto sui tasti giusti - no ad un governo di coalizione con i Lib-dem, no ad una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale - e si è mostrato convinto di potercela fare a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, dicendosi comunque pronto alla sfida di un governo di minoranza. Una iniezione di fiducia che ci voleva e, al di là dei punti percentuali, tutti i sondaggi registrano un'ascesa di Cameron, mentre Clegg sembra sgonfiarsi e Brown ormai avviato ad una debàcle. Se continua così, da Tory più classico, può ancora farcela.
In generale, il problema di Cameron - per cui non è ancora riuscito a convincere la maggioranza dei britannici nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown - è squisitamente politico (e strutturale). Banalizzando forse oltre il lecito, è troppo "di sinistra" per impersonare un'alternativa per cui mobilitarsi. Non puoi fare l'Obama di destra in Gran Bretagna, soprattutto in un momento di crisi. E' vero che contro Brown che vuole mantenere gli attuali livelli di spesa, se non aumentarli, promette un taglio di 6 miliardi di sterline al bilancio e meno sprechi (riduzione dei costi della politica del 10%), per avere (ma in futuro) anche meno tasse. Ma allo stesso tempo mostra un'assai elevata - e inconsueta per i Tories - fiducia nei servizi pubblici, un'idea ingenua e un po' naif di società civile, una sorta di "cittadinanzattiva" per cui laddove c'è un servizio inefficiente dello Stato, intervengono i singoli cittadini, o in gruppo, a dare una mano. Una sorta di ecumenismo buonista.
Un progetto dove più società civile non fa rima con meno Stato è l'idea trainante dello slogan "Big Society". Al posto di "meno Stato", c'è l'invito a join governement, per cui ciascuno dovrebbe impegnarsi in prima persona, nel proprio tempo libero evidentemente (!), a far funzionare meglio servizi pubblici come scuole e ospedali. Una collettiva assunzione di responsabilità che sfiora la filantropia, ma che è anche concettualmente difficile da afferrare per la concretezza al limite del cinismo dei conservatori britannici. Un esempio: se sono un genitore che lavora - operaio o analista della City importa poco - non posso essere contemporaneamente anche una sorta di insegnante o manager scolastico. Mi limito a pagare e a pretendere un'istruzione di livello per mio figlio. La divisione dei compiti è la base delle società moderne. Non è che se voglio comprare del pane, vado dal fornaio e lo aiuto ad impastare.
La Big Society cameroniana è certamente preferibile al Big Governement laburista, ma se "società" suona senz'altro meglio di "governo", è l'aggettivo "Big" nell'uno e nell'altro slogan ad inquietare. E a non scaldare soprattutto l'elettorato Tory. Con il volto un po' snob da studentello idealista Cameron si affida alla parolina change invece che a freedom supportata dal polveroso liberalismo classico. Ma nell'ultimo dibattito - l'unico da cui è uscito nettamente vincitore - ha abbandonato un po' delle sue suggestioni a favore di un'impostazione più concreta e classica. Forse è troppo tardi, forse no. La mia previsione? E' che può ancora farcela. La butto là: 37-27(lib-dem)-26 e maggioranza dei seggi sul filo.
La mia impressone è che i britannici vogliano a tutti i costi liberarsi di Brown, ma non sappiano come fare. Clegg offre a molti elettori di sinistra delusi un'alternativa prima di cedere all'astensione o di buttarsi a destra. Se, quindi, Cameron non riesce a mobilitare l'elettorato conservatore, e a fermare la dispersione di voti a favore dello "UK Independent", ecco che la prospettiva di un Hung Parliament diventa molto concreta. Nel primo dibattito ha brillato Clegg, entusiasmando (forse anche troppo) sondaggisti e stampa, e ha deluso Cameron, infilzato un paio di volte persino dal "bollito" Brown; nel secondo Cameron si è ritirato su, Clegg si è confermato, Brown malissimo; nell'ultimo dibattito - guarda caso quello in cui è andato meglio - finalmente Cameron ha interpretato il Tory classico, meno naif, aiutato dalla crisi greca, mentre Clegg è andato maluccio e Brown di nuovo malissimo.
Certo è che se dai dibattiti ci si aspettava che Cameron si imponesse definitivamente come astro nascente della politica britannica e che prendesse il via la sua incontrastata volata verso Downing Street, allora dobbiamo concludere che sta fallendo. A Clegg potrebbe riuscire ciò in cui sperano Casini e Rutelli in Italia, scardinare un sistema maggoritario per altro molto più consolidato del nostro, blindato da una legge elettorale uninominale a un turno, entrando di diritto negli studi politologici dei prossimi dieci-vent'anni. Non rimane che sperare nella innata saggezza dei sudditi di Sua Maestà, perché se i Lib-dem, per entrare al governo, dovessero ottenere la riforma elettorale, sarebbe una catastrofe per il Regno Unito. Andrebbe probabilmente verso un'estrema frammentazione partitica, considerando i partiti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, il Green Party, il British National Party e l'antieuropeo UK Independence Party. Rissosi governi di coalizione diventeranno attori permanenti della politica britannica, con sviluppi imprevedibili, nel lungo periodo, sull'unità stessa del Paese.
Preoccupante che sulla disponibilità eventuale dei Tories a discutere di riforma elettorale in cambio dell'appoggio dei Lib-dem, Cameron sia stato ambiguo, sollevando un certo malumore nel suo partito. Ma negli ultimi giorni lo è stato meno, ha spinto sui tasti giusti - no ad un governo di coalizione con i Lib-dem, no ad una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale - e si è mostrato convinto di potercela fare a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, dicendosi comunque pronto alla sfida di un governo di minoranza. Una iniezione di fiducia che ci voleva e, al di là dei punti percentuali, tutti i sondaggi registrano un'ascesa di Cameron, mentre Clegg sembra sgonfiarsi e Brown ormai avviato ad una debàcle. Se continua così, da Tory più classico, può ancora farcela.
In generale, il problema di Cameron - per cui non è ancora riuscito a convincere la maggioranza dei britannici nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown - è squisitamente politico (e strutturale). Banalizzando forse oltre il lecito, è troppo "di sinistra" per impersonare un'alternativa per cui mobilitarsi. Non puoi fare l'Obama di destra in Gran Bretagna, soprattutto in un momento di crisi. E' vero che contro Brown che vuole mantenere gli attuali livelli di spesa, se non aumentarli, promette un taglio di 6 miliardi di sterline al bilancio e meno sprechi (riduzione dei costi della politica del 10%), per avere (ma in futuro) anche meno tasse. Ma allo stesso tempo mostra un'assai elevata - e inconsueta per i Tories - fiducia nei servizi pubblici, un'idea ingenua e un po' naif di società civile, una sorta di "cittadinanzattiva" per cui laddove c'è un servizio inefficiente dello Stato, intervengono i singoli cittadini, o in gruppo, a dare una mano. Una sorta di ecumenismo buonista.
Un progetto dove più società civile non fa rima con meno Stato è l'idea trainante dello slogan "Big Society". Al posto di "meno Stato", c'è l'invito a join governement, per cui ciascuno dovrebbe impegnarsi in prima persona, nel proprio tempo libero evidentemente (!), a far funzionare meglio servizi pubblici come scuole e ospedali. Una collettiva assunzione di responsabilità che sfiora la filantropia, ma che è anche concettualmente difficile da afferrare per la concretezza al limite del cinismo dei conservatori britannici. Un esempio: se sono un genitore che lavora - operaio o analista della City importa poco - non posso essere contemporaneamente anche una sorta di insegnante o manager scolastico. Mi limito a pagare e a pretendere un'istruzione di livello per mio figlio. La divisione dei compiti è la base delle società moderne. Non è che se voglio comprare del pane, vado dal fornaio e lo aiuto ad impastare.
La Big Society cameroniana è certamente preferibile al Big Governement laburista, ma se "società" suona senz'altro meglio di "governo", è l'aggettivo "Big" nell'uno e nell'altro slogan ad inquietare. E a non scaldare soprattutto l'elettorato Tory. Con il volto un po' snob da studentello idealista Cameron si affida alla parolina change invece che a freedom supportata dal polveroso liberalismo classico. Ma nell'ultimo dibattito - l'unico da cui è uscito nettamente vincitore - ha abbandonato un po' delle sue suggestioni a favore di un'impostazione più concreta e classica. Forse è troppo tardi, forse no. La mia previsione? E' che può ancora farcela. La butto là: 37-27(lib-dem)-26 e maggioranza dei seggi sul filo.
Friday, April 23, 2010
Appunti da oltremanica
Dal secondo dibattito tra i candidati premier in Gran Bretagna che si è tenuto ieri sera i nostri politici dovrebbero solo che prendere appunti. E riflettere silenziosamente. Interessante, infatti, l'approccio, condiviso e pragmatico, sulla base del quale si è svolta la discussione in particolare su due temi. Sull'immigrazione (caro Fini...) l'impianto da cui le posizioni dei tre non si discostano di molto sembra una variante spinta del leghismo nostrano. Il premier uscente laburista Gordon Brown si vanta di aver ridotto il numero degli ingressi e boccia senz'appello la proposta del liberal-democratico Nick Clegg di regolarizzare i clandestini: «Avviare un'amnistia per gli immigrati irregolari sarebbe un errore perché incoraggerebbe la gente a venire in questo Paese pensando che a un certo punto ne legalizzeremmo la presenza. Non costituirebbe un deterrente e farebbe sì che sempre più gente venga illegalmente nel nostro Paese».
Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».
Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.
E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.
Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.
Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».
Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.
E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.
Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.
Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Despite illegal immigrants’ rights to health care, these services are infrequently used. The problem lies in two clauses of the German immigration law which makes it mandatory for public institutions such as hospitals to pass on information about illegal immigrants to social affairs offices and in turn to the Ministry of the Interior (i.e. § 87 AufenthG, chapter 3.2.2; Article 76 of the AuslG). Therefore, doctors who help undocumented people access basic health services may be penalized for not reporting them.Qualcuno ieri intervenendo alla direzione del Pdl ha detto che queste cose sono «incompatibili con il Ppe».
Tuesday, November 10, 2009
Perché sperare ancora contro Max
Ieri, nel primo pomeriggio, una vecchia conoscenza, il "capò" Martin Schulz, piazzava una mossa furba, dichiarando alle agenzie di stampa che ormai il gruppo dei Socialisti e dei Democratici considerava «definitiva» l'indisponibilità di David Miliband, facendo così decollare le quotazioni di Massimo D'Alema per il posto di ministro degli Esteri Ue. Non era così, nel senso che il gruppo può pensarla come crede, ma Miliband non si era affatto ritirato dalla corsa. Forse non ci è ancora mai entrato, ma è tutt'altra cosa. In tarda serata arrivava infatti la doccia fredda. Il primo ministro britannico, Gordon Brown, durante la cena dei leader europei riuniti a Berlino per le celebrazioni del ventennale della caduta del Muro, fa il nome del suo ministro degli Esteri. Lo stesso Miliband, contraddicendo quanto diffuso poche ore prima da Schulz, avrebbe spiegato di non essersi mai ritirato ma di considerarsi in «stand-by».
In realtà, i nomi di Blair per la presidenza o, in alternativa, di Miliband per gli Esteri, rimangono ancora sul tavolo. Brown punta ancora su Tony Blair («il premier sostiene ancora al 100 per cento la candidatura di Blair», ha ribadito il suo portavoce), sostenendo, di fronte all'opposizione dei socialisti europei, che la scelta spetta ai governi e non ai partiti. La candidatura dell'ex premier britannico alla presidenza quindi non è ancora tramontata del tutto, ecco perché Miliband rimane al coperto. Berlusconi durante la cena ha sì sostenuto la candidatura di D'Alema, ma in seconda battuta, se tornasse l'ipotesi Blair per la presidenza, agli Esteri sarebbe pronto ad avanzare quella di Franco Frattini (in quota Ppe).
La mia sensazione/speranza - che appunto mi fa sperare ancora di non vedere D'Alema rappresentare la politica estera e di sicurezza dell'Ue - è che per una serie di ragioni uno tra presidente e ministro degli Esteri Ue debba essere un inglese. Non perché è Londra a pretenderlo, ma perché è l'Ue che non può permettersi un doppio schiaffo alla Gran Bretagna. A maggior ragione considerando scontata la vittoria dei conservatori alle elezioni della primavera prossima, ancor più euroscettici dei laburisti, a Bruxelles c'è bisogno di qualcuno che sappia trattare con Londra, che riesca a tenere dentro il sistema la Gran Bretagna.
In realtà, i nomi di Blair per la presidenza o, in alternativa, di Miliband per gli Esteri, rimangono ancora sul tavolo. Brown punta ancora su Tony Blair («il premier sostiene ancora al 100 per cento la candidatura di Blair», ha ribadito il suo portavoce), sostenendo, di fronte all'opposizione dei socialisti europei, che la scelta spetta ai governi e non ai partiti. La candidatura dell'ex premier britannico alla presidenza quindi non è ancora tramontata del tutto, ecco perché Miliband rimane al coperto. Berlusconi durante la cena ha sì sostenuto la candidatura di D'Alema, ma in seconda battuta, se tornasse l'ipotesi Blair per la presidenza, agli Esteri sarebbe pronto ad avanzare quella di Franco Frattini (in quota Ppe).
La mia sensazione/speranza - che appunto mi fa sperare ancora di non vedere D'Alema rappresentare la politica estera e di sicurezza dell'Ue - è che per una serie di ragioni uno tra presidente e ministro degli Esteri Ue debba essere un inglese. Non perché è Londra a pretenderlo, ma perché è l'Ue che non può permettersi un doppio schiaffo alla Gran Bretagna. A maggior ragione considerando scontata la vittoria dei conservatori alle elezioni della primavera prossima, ancor più euroscettici dei laburisti, a Bruxelles c'è bisogno di qualcuno che sappia trattare con Londra, che riesca a tenere dentro il sistema la Gran Bretagna.
Friday, September 25, 2009
Sarkozy il più duro con l'Iran
Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno presentato alle autorità internazionali le prove che l'Iran ha nascosto per anni la costruzione di un sito per l'arricchimento dell'uranio a scopi militari nei pressi della località di Qum, vicino la capitale. Da anni in realtà i servizi di intelligence americani, inglesi e francesi, l'avevano scoperto. L'impianto nucleare segreto iraniano avrebbe dimensioni per uso militare e potrebbe entrare in funzione nel giro di pochi mesi, con una capacità produttiva di uno o due ordigni l'anno, fa sapere un funzionario della Casa Bianca. Teheran ha preferito ammetterne l'esistenza con una lettera all'Aiea, ma solo quando ha scoperto, nelle ultime settimane, che non si trattava più di un segreto per l'Occidente.
La reazione di Obama è stata ferma, ma piuttosto cauta politicamente e tiepida. Dal G20 di Pittsburgh il presidente americano ha accusato l'Iran di «continuare a non rispettare i suoi obblighi internazionali» e ha chiesto all'Aiea di avviare immediatamente un'indagine sull'impianto costruito segretamente. L'Iran ha diritto a perseguire il nucleare civile, ha ribadito Obama, ma la costruzione segreta di questi impianti costituisce una «violazione delle norme internazionali». Obama ha dunque intimato al governo iraniano di consentire immediate ispezioni: «Per l'Iran è arrivato il momento di agire, la notizia di oggi sottolinea la continua mancanza di volontà di mantenere i propri impegni. Ha diritto ad avere un programma nucleare pacifico, ma il programma attuale eccede tali esigenze».
Gli Stati Uniti rimangono disponibili e aperti al dialogo con l'Iran, ha assicurato il presidente Usa, ma «ora il governo iraniano deve dimostrare le sue intenzioni pacifiche con i fatti, o sarà tenuto a rispondere agli standard e alla legge internazionali». E' questa la frase più minacciosa che è riuscito a pronunciare Obama.
Molto più duro è stato il presidente francese Sarkozy, che ha dato all'Iran tempo «fino a dicembre» per conformarsi alle richieste. Altrimenti, dovranno essere assunte nuove e più dure sanzioni contro Teheran. «Non dobbiamo permettere all'Iran di prendere tempo», ha aggiunto il capo dell'Eliseo. «Il livello di inganno del governo iraniano irriterà l'intera comunità internazionale e rafforzerà la nostra determinazione», ha detto il premier britannico Brown - anche lui più duro di Obama, ma meno del presidente francese - aggiungendo che è arrivato il momento di «tracciare una linea sulla sabbia». Nessuno dei leader ha menzionato la possibilità dell'uso della forza, ma Sarkozy ci è andato molto vicino, quando ha detto che «tutto... tutto, dev'essere messo sul tavolo ora».
Secondo fonti militari, la conferma dell'esistenza del secondo impianto per l'arricchimento dell'uranio manda all'aria tutte le attuali stime delle intelligence occidentali e israeliana sulle quantità di uranio arricchito ad uso militare che l'Iran può aver accumulato per dotarsi di una bomba atomica. La stima secondo cui l'Iran potrebbe avere sufficiente combustibile per due bombe a partire dalla fine dell'anno potrebbe essere raddoppiata o addirittura triplicata.
La reazione di Obama è stata ferma, ma piuttosto cauta politicamente e tiepida. Dal G20 di Pittsburgh il presidente americano ha accusato l'Iran di «continuare a non rispettare i suoi obblighi internazionali» e ha chiesto all'Aiea di avviare immediatamente un'indagine sull'impianto costruito segretamente. L'Iran ha diritto a perseguire il nucleare civile, ha ribadito Obama, ma la costruzione segreta di questi impianti costituisce una «violazione delle norme internazionali». Obama ha dunque intimato al governo iraniano di consentire immediate ispezioni: «Per l'Iran è arrivato il momento di agire, la notizia di oggi sottolinea la continua mancanza di volontà di mantenere i propri impegni. Ha diritto ad avere un programma nucleare pacifico, ma il programma attuale eccede tali esigenze».
Gli Stati Uniti rimangono disponibili e aperti al dialogo con l'Iran, ha assicurato il presidente Usa, ma «ora il governo iraniano deve dimostrare le sue intenzioni pacifiche con i fatti, o sarà tenuto a rispondere agli standard e alla legge internazionali». E' questa la frase più minacciosa che è riuscito a pronunciare Obama.
Molto più duro è stato il presidente francese Sarkozy, che ha dato all'Iran tempo «fino a dicembre» per conformarsi alle richieste. Altrimenti, dovranno essere assunte nuove e più dure sanzioni contro Teheran. «Non dobbiamo permettere all'Iran di prendere tempo», ha aggiunto il capo dell'Eliseo. «Il livello di inganno del governo iraniano irriterà l'intera comunità internazionale e rafforzerà la nostra determinazione», ha detto il premier britannico Brown - anche lui più duro di Obama, ma meno del presidente francese - aggiungendo che è arrivato il momento di «tracciare una linea sulla sabbia». Nessuno dei leader ha menzionato la possibilità dell'uso della forza, ma Sarkozy ci è andato molto vicino, quando ha detto che «tutto... tutto, dev'essere messo sul tavolo ora».
Secondo fonti militari, la conferma dell'esistenza del secondo impianto per l'arricchimento dell'uranio manda all'aria tutte le attuali stime delle intelligence occidentali e israeliana sulle quantità di uranio arricchito ad uso militare che l'Iran può aver accumulato per dotarsi di una bomba atomica. La stima secondo cui l'Iran potrebbe avere sufficiente combustibile per due bombe a partire dalla fine dell'anno potrebbe essere raddoppiata o addirittura triplicata.
Mentre Obama si fa propaganda all'Onu, l'Iran...
Obama sta diventando sfiancante. La risoluzione sul disarmo nucleare che ha fatto passare ieri al Consiglio di Sicurezza dell'Onu è pura propaganda personale. Che sia davvero così naif come lo accusano di essere, o cosa ha in mente di farsene di quella risoluzione? Mica crederà che possa servire da cornice diplomatica per agire nei confronti di Teheran...
Intanto, l'Iran sfida la comunità internazionale ufficializzando l'esistenza di un secondo impianto per l'arricchimento dell'uranio, incurante ormai di ammettere pubblicamente le sue continue violazioni delle risoluzioni Onu e non temendo affatto di subire sanzioni più severe. Il New York Times stamattina anticipava che il presidente Obama, il premier britannico Brown e il presidente francese Sarkozy, dal G20 di Pittsburgh avrebbero accusato l'Iran di aver costruito un impianto sotterraneo segreto per la produzione di combustibile nucleare, tenendolo nascosto per anni agli ispettori internazionali. Obama, Sarkozy e Brown, sono effettivamente intervenuti, chiedendo a Teheran di aprire immediatamente l'impianto di cui è stata ufficializzata l'esistenza agli ispettori dell'Aiea.
Da anni i servizi di intelligence Usa stavano cercando di localizzare l'impianto sotterraneo segreto, che dovrebbe trovarsi a 150 chilometri dalla capitale, e il presidente Obama ha deciso di denunciarne pubblicamente l'esistenza ora, dopo che Teheran si sarebbe accorta, nelle ultime settimane, che non si trattava più di un segreto. La lettera di Teheran all'Aiea potrebbe quindi essere in qualche modo legata alla decisione di Obama. Gli iraniani potrebbero aver voluto anticipare le accuse Usa e, sebbene sostengano che sia a scopi civili, l'impianto di cui hanno ammesso l'esistenza potrebbe in realtà è essere lo stesso scoperto dalle intelligence occidentali. L'impianto avrebbe dimensioni per uso militare e potrebbe entrare in funzione nel giro di pochi mesi, con una capacità produttiva di uno o due ordigni l'anno, fa sapere un funzionario della Casa Bianca.
Nel frattempo, la seconda apertura del presidente Medvedev, l'altro ieri, alla possibilità di nuove sanzioni contro Teheran avvalora l'ipotesi di scambio con la rinuncia americana allo scudo di Bush. Nell'incontro di mercoledì pomeriggio a New York tra Obama e Medvedev sarebbe infatti emersa una maggiore disponibilità russa a discutere di nuove sanzioni nel caso in cui l'incontro previsto per il primo di ottobre con gli iraniani dia un esito non soddisfacente. Il presidente Medvedev avrebbe nuovamente osservato, come alcuni giorni prima, che «le sanzioni raramente portano a risultati produttivi», ma che «in alcuni casi sono inevitabili». Per Michael McFaul, funzionario della delegazione Usa, un «importante mutamento di posizione».
La Russia, ha poi spiegato una fonte anonima della delegazione russa, «non esclude di partecipare alla messa a punto di nuove decisioni del Consiglio di sicurezza sulla questione delle sanzioni. Se ci sono basi sufficienti per farlo, non lo escludiamo. Non deve esserci alcun dubbio in merito al nostro approccio aperto e dettagliato».
Intanto, l'Iran sfida la comunità internazionale ufficializzando l'esistenza di un secondo impianto per l'arricchimento dell'uranio, incurante ormai di ammettere pubblicamente le sue continue violazioni delle risoluzioni Onu e non temendo affatto di subire sanzioni più severe. Il New York Times stamattina anticipava che il presidente Obama, il premier britannico Brown e il presidente francese Sarkozy, dal G20 di Pittsburgh avrebbero accusato l'Iran di aver costruito un impianto sotterraneo segreto per la produzione di combustibile nucleare, tenendolo nascosto per anni agli ispettori internazionali. Obama, Sarkozy e Brown, sono effettivamente intervenuti, chiedendo a Teheran di aprire immediatamente l'impianto di cui è stata ufficializzata l'esistenza agli ispettori dell'Aiea.
Da anni i servizi di intelligence Usa stavano cercando di localizzare l'impianto sotterraneo segreto, che dovrebbe trovarsi a 150 chilometri dalla capitale, e il presidente Obama ha deciso di denunciarne pubblicamente l'esistenza ora, dopo che Teheran si sarebbe accorta, nelle ultime settimane, che non si trattava più di un segreto. La lettera di Teheran all'Aiea potrebbe quindi essere in qualche modo legata alla decisione di Obama. Gli iraniani potrebbero aver voluto anticipare le accuse Usa e, sebbene sostengano che sia a scopi civili, l'impianto di cui hanno ammesso l'esistenza potrebbe in realtà è essere lo stesso scoperto dalle intelligence occidentali. L'impianto avrebbe dimensioni per uso militare e potrebbe entrare in funzione nel giro di pochi mesi, con una capacità produttiva di uno o due ordigni l'anno, fa sapere un funzionario della Casa Bianca.
Nel frattempo, la seconda apertura del presidente Medvedev, l'altro ieri, alla possibilità di nuove sanzioni contro Teheran avvalora l'ipotesi di scambio con la rinuncia americana allo scudo di Bush. Nell'incontro di mercoledì pomeriggio a New York tra Obama e Medvedev sarebbe infatti emersa una maggiore disponibilità russa a discutere di nuove sanzioni nel caso in cui l'incontro previsto per il primo di ottobre con gli iraniani dia un esito non soddisfacente. Il presidente Medvedev avrebbe nuovamente osservato, come alcuni giorni prima, che «le sanzioni raramente portano a risultati produttivi», ma che «in alcuni casi sono inevitabili». Per Michael McFaul, funzionario della delegazione Usa, un «importante mutamento di posizione».
La Russia, ha poi spiegato una fonte anonima della delegazione russa, «non esclude di partecipare alla messa a punto di nuove decisioni del Consiglio di sicurezza sulla questione delle sanzioni. Se ci sono basi sufficienti per farlo, non lo escludiamo. Non deve esserci alcun dubbio in merito al nostro approccio aperto e dettagliato».
Monday, July 21, 2008
Gli Usa si siedono al tavolo, ma l'Iran non decide
Sabato scorso, a Ginevra, il rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri, Javier Solana, ha incontrato il capo dei negoziatori iraniani Saeed Jalili. Ci si aspettava una risposta sull'ultimo pacchetto di incentivi offerti dai 5+1 per convincere Teheran a sospendere il programma di arricchimento dell'uranio. E invece un bel niente. Un incontro privo di risultati e di nessun interesse, se non per la partecipazione del numero tre del Dipartimento di Stato Usa, William Burns. Per la prima volta dopo 29 anni un esponente così di primo piano della diplomazia americana sedeva allo stesso tavolo con un rappresentante iraniano.Un evidente segnale da parte di Washington, volto a far capire che sono pronti a percorrere sul serio la via del negoziato, come ha confermato oggi Condoleezza Rice riferendosi proprio alla presenza di Burns a quel tavolo: «Penso che noi abbiamo fatto abbastanza per dimostrare che gli Stati Uniti sono seri, per assicurare ai nostri partner che siamo seri».
Tuttavia, Teheran è rimasta indifferente al messaggio. «Ci aspettavamo di avere una risposta dagli iraniani. Ma, come è già accaduto molte volte con gli iraniani, non è uscito nulla di serio». Anzi, il negoziatore iraniano Jalili si è messo a recitare uno «sconclusionato» monologo pieno di «chiacchiere sulla cultura», si è lamentata la Rice, evidentemente informata da Burns. «E' tempo che gli iraniani diano una risposta seria. Non possono bloccare tutto e disquisire di cultura, devono prendere una decisione. La gente è stanca delle loro tattiche per prendere tempo. Siamo nella posizione più forte possibile per dimostrare che se l'Iran non agisce, allora riprenderemo la via delle sanzioni».
Sanzioni che questa volta potrebbero riguardare le raffinerie e gli impianti di gas naturale iraniani, andando ad incidere negativamente sulla produzione della prima fonte di ricchezza del regime.
Netta anche la posizione del premier britannico Brown, che ha parlato alla Knesset: «L'Iran deve fare una scelta chiara. Sospendere il suo programma nucleare e accettare la nostra offerta di negoziati, o affrontare il crescente isolamento. Non da parte di una sola nazione ma da parte di tutto il mondo».
La presenza del numero tre del Dipartimento di Stato all'incontro di Ginevra tra Solana e Jalili ha sollevato molte polemiche oltreoceano. Agli occhi di Michael Rubin, dell'American Enterprise Institute, è apparsa un cedimento. La Rice, ricorda oggi sul Wall Street Journal, nel 2006 aveva assicurato che gli Stati Uniti si sarebbero seduti al tavolo dei negoziati al fianco dei partner europei solo se Teheran avesse sospeso completamente e in modo verificabile le attività di arricchimento dell'uranio. Una «linea rossa» che sabato scorso il Dipartimento di Stato ha invece oltrepassato senza alcun impegno da parte iraniana.
Eppure, il pacchetto di incentivi è già particolarmente ricco. Non si nega affatto all'Iran il diritto all'energia nucleare. Anzi, l'offerta comprende infrastrutture e nuove tecnologie e l'amministrazione Bush si impegna persino ad aiutare Teheran nella costruzione di un reattore ad acqua leggera.
«La diplomazia non è sbagliata - osserva Rubin - ma l'inversione del presidente Bush è cattiva diplomazia, al livello di Carter, che sta dando respiro a un regime fallimentare». In questo modo, conclude, «invece di rafforzare la diplomazia, la Casa Bianca rivela che le sue linee rosse sono illusorie» e offre ad Ahmadinejad un successo diplomatico - aver riportato gli Usa al tavolo del negoziato senza precondizioni - da giocarsi sul fronte interno per la sua rielezione. Il regime degli ayatollah punta infatti al confronto diretto con Washington.
La presenza di Burns all'incontro di sabato scorso rappresenta davvero un cambiamento di rotta nell'approccio dell'amministrazione Usa nei confronti dell'Iran? In America si dibatte molto di questo e già alla vigilia di quel tavolo, in una intervista alla Cnn, Condoleezza Rice cercava di chiarire il significato di quella presenza all'insistente intervistatore, Wolf Blitzer.
«Fammi essere molto chiara sul fatto che gli Stati Uniti chiedono come precondizione per l'avvio di negoziati la sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Ciò che Bill Burns andrà a fare è dimostrare l'unità del gruppo 5+1... che siamo uniti. Andrà ad affermare che gli Stati Uniti appoggiano pienamente il pacchetto... Ma renderà molto chiaro il fatto che non ci saranno negoziati in cui gli Stati Uniti saranno coinvolti finché non ci sarà una sospensione verificabile dell'arricchimento».E si limiterà ad «ascoltare la risposta degli iraniani», aggiungeva la Rice. «Se l'Iran è pronto a sospendere, gli Stati Uniti ci saranno. Ma è molto importante riconoscere che questo rinforza una posizione che noi abbiamo mantenuto dal 2006». Nessuna inversione di rotta, dunque, secondo la Rice. Ma non è la stessa cosa - la incalzava l'intervistatore - che partecipare ai negoziati? «Riconosco - rispondeva la Rice - che ciò che abbiamo fatto è un passo che pensiamo dimostri a tutti la nostra serietà in questo processo. Ma ciò che non è cambiato è che gli Stati Uniti sono determinati a negoziare solo quando l'Iran avrà sospeso l'arricchimento».
Ma sedendosi a quel tavolo, pur limitandosi ad ascoltare e a ripetere questo messaggio, il sottosegretario Burns non ha di fatto preso parte a un negoziato? All'ennesima obiezione la Rice spiegava:
«Molto spesso noi sentiamo dire, Wolf, "Noi non siamo sicuri che gli Stati Uniti siano davero dietro questo". Così io ho firmato la lettera di accompagnamento. Ora Bill andrà a ricevere la risposta... Ho trasmesso la proposta. Lui riceverà la risposta. Ciò dovrebbe dare agli iraniani ogni indicazione su quanto fortemente gli Stati Uniti sostengano questo pacchetto... Il punto è che stiamo mandando agli iraniani un forte messaggio sulla politica americana e l'unità con i nostri alleati. Questa è stata la nostra politica dal 2006».Insomma, il problema sarebbe quello di non offrire alibi agli iraniani, che in passato non hanno creduto, o hanno finto di non credere, al fatto che sui pacchetti di incentivi proposti dal 5+1 si impegnassero anche gli Stati Uniti.
I segnali, dunque, rimangono contrastanti. Da una parte continuano le speculazioni su possibili attacchi militari contro le installazioni iraniane, da parte degli Stati Uniti o più probabilmente di Israele. Dall'altra, circola l'indiscrezione, riportata in modo dettagliato dal quotidiano britannico Guardian, secondo cui gli Stati Uniti sarebbero addirittura pronti a riaprire una loro "sezione d'interessi" a Teheran, abbandonata il 20 gennaio 1981 dopo il sequestro dei diplomatici americani tenuti in ostaggio dai pasdaran all'interno dell'ambasciata per 444 giorni.
Il Dipartimento di Stato per ora non ha smentito l'ipotesi e la presenza di Burns a Ginevra potrebbe preludere a una mossa di questo genere. Anche queste voci sono state argomento dell'intervista rilasciata dalla Rice alla Cnn. Ecco come ha risposto sulla questione:
«Non entrerò nelle nostre decisioni interne. Noi cerchiamo sempre modi per raggiungere il popolo iraniano. Noi crediamo fortemente che il popolo iraniano non nutra ostilità nei confronti degli Stati Uniti, e noi certo non nutriamo ostilità verso di esso. Noi vorremmo trovare modi per raggiungere gli iraniani e per rendere più facile per loro venire negli Stati Uniti. Siamo sempre alla ricerca di modi per fare questo».L'apertura di una "sezione d'interessi" potrebbe preparare il campo alla proposta cui Teheran starebbe da tempo mirando, secondo i teorici del "Grande Accordo", e che finalmente a Washington si sarebbero decisi ad avanzare: la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra le due nazioni e il riconoscimento del ruolo di primo piano dell'Iran nel Grande Medio Oriente, in cambio della rinuncia da parte iraniana non all'energia nucleare ma all'acquisizione delle armi e della fine dell'appoggio a gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas. Insomma, status in cambio di stabilità.
Ma dalle parole della Rice nell'intervista alla Cnn non si può del tutto escludere che l'iniziativa di aprire una "sezione d'interessi" a Teheran prenda tutt'altra direzione, quella di una centrale operativa per organizzare e sostenere la dissidenza iraniana e provocare così il "regime change" dall'interno.
Wednesday, May 14, 2008
La tragedia birmana ennesima vergogna dell'Onu
La giunta militare al potere in Birmania continua ad ostacolare l'arrivo degli aiuti internazionali destinati alle vittime del ciclone Nargis. Migliaia di persone potrebbero ancora essere salvate prima che sopraggiungano fame ed epidemie. Ma anche oggi le autorità hanno ribadito il loro no all'ingresso di operatori umanitari, esperti e giornalisti nel Paese. Solo dopo estenuanti trattative gli aerei carichi di aiuti riescono ad atterrare, ma i militari continuano a impossessarsi del materiale. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, non è neanche riuscito a parlare al telefono con il leader della giunta, il generale Than Shwe, e sta riflettendo se recarsi lui stesso sul posto.
Il premier britannico Brown ha chiesto a Ban Ki-moon di convocare un vertice d'emergenza sulla situazione. Francia, Gran Bretagna e Germania ipotizzano di imporre gli aiuti aprendo un corridoio umanitario nelle zone più colpite e isolate, quelle del delta del fiume Irrawaddy, contro la volontà del regime. La Cina si conferma tra i peggiori complici della giunta birmana. Pechino e Jakarta hanno infatti bloccato giorni fa al Consiglio di sicurezza dell'Onu la proposta francese di entrare in Myanmar con squadre di aiuto anche senza il consenso del governo locale, in nome della «responsabilità di proteggere».
Il rifiuto della giunta di far entrare il personale umanitario nella regione devastata non ha precedenti nella storia dei soccorsi internazionali, per stessa ammissione dell'Onu. O per lo meno non così plateali. Quel che è certo è che proprio nell'anno del suo sessantesimo anniversario, la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo rischia di apparire ancor di più carta straccia per la stessa istituzione internazionale nata per diffonderne i principi e farli vivere. Quello di oggi in Birmania è solo l'ultimo, ma forse il più clamoroso e ridicolo, della lunga serie dei suoi fallimenti.
«E' tempo di cacciare la Birmania dalle Nazioni Unite», è la dura presa di posizione del Wall Street Journal, in un editoriale di qualche giorno fa: «Se l'Onu non mette in moto un processo per sospendere la membership della Birmania, allora chiaramente nulla è proibito». Il WSJ anticipa le facili obiezioni:
Il premier britannico Brown ha chiesto a Ban Ki-moon di convocare un vertice d'emergenza sulla situazione. Francia, Gran Bretagna e Germania ipotizzano di imporre gli aiuti aprendo un corridoio umanitario nelle zone più colpite e isolate, quelle del delta del fiume Irrawaddy, contro la volontà del regime. La Cina si conferma tra i peggiori complici della giunta birmana. Pechino e Jakarta hanno infatti bloccato giorni fa al Consiglio di sicurezza dell'Onu la proposta francese di entrare in Myanmar con squadre di aiuto anche senza il consenso del governo locale, in nome della «responsabilità di proteggere».
Il rifiuto della giunta di far entrare il personale umanitario nella regione devastata non ha precedenti nella storia dei soccorsi internazionali, per stessa ammissione dell'Onu. O per lo meno non così plateali. Quel che è certo è che proprio nell'anno del suo sessantesimo anniversario, la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo rischia di apparire ancor di più carta straccia per la stessa istituzione internazionale nata per diffonderne i principi e farli vivere. Quello di oggi in Birmania è solo l'ultimo, ma forse il più clamoroso e ridicolo, della lunga serie dei suoi fallimenti.
«E' tempo di cacciare la Birmania dalle Nazioni Unite», è la dura presa di posizione del Wall Street Journal, in un editoriale di qualche giorno fa: «Se l'Onu non mette in moto un processo per sospendere la membership della Birmania, allora chiaramente nulla è proibito». Il WSJ anticipa le facili obiezioni:
«Qualcuno dirà che la Cina, amica della giunta, quasi sicuramente porrà il veto su qualsiasi mozione di questo tipo. Allora lasciatela fare, alla vigilia dei suoi Giochi Olimpici con la torcia sotto assedio. Qualcuno dira, perché la Birmania, perché non il Sudan? Buona domanda. Cacciare la Birmania dall'Onu sarebbe simbolico. Ma l'intero mondo che sta a guardare mentre i generali birmani lasciano morire la loro gente di fame e di malattie è simbolo di qualcosa di peggiore. Se l'Onu non può fare nulla sulla Birmania, dovrebbe almeno fare qualcosa per il rispetto di sé».Ancora una volta, oltre a milioni di vite, in gioco c'è la credibilità delle Nazioni Unite, ma non conviene scommetterci un centesimo.
Thursday, March 27, 2008
Le lacrime dei monaci e le prime defezioni politiche dai Giochi
Ieri e oggi ha avuto luogo nella capitale tibetana, Lhasa, la breve visita sotto strettissima sorveglianza concessa dal regime cinese ai giornalisti di alcune testate internazionali ben selezionate. Una farsa che si è ritorta contro i suoi organizzatori quando, nonostante le restrizioni, un gruppo di circa 30 monaci tibetani è riuscito ad avvicinare i giornalisti stranieri al tempio di Jokhang (qui il video, da Corriere.it).In lacrime hanno urlato al mondo «il Tibet non è libero!», «Vogliamo un Tibet libero!». Le autorità mentono, «il Dalai Lama non è responsabile delle violenze», hanno denunciato i monaci, rinchiusi nel tempio dal 10 marzo scorso, quando tutti i monasteri più importanti furono circondati dall'esercito cinese in seguito alle manifestazioni. L'apparente normalità della vita nel tempio, fino a pochi minuti prima dell'arrivo dei giornalisti assediato dai militari, è solo una messa in scena, hanno rivelato davanti a microfoni e telecamere. «Sappiamo che probabilmente verremo arrestati per questo, ma dobbiamo continuare a lottare», ha detto uno dei monaci, poco più che ventenni.
Lhasa è una città «segnata e spaventata», sempre più divisa tra tibetani e cinesi di etnia han, scrive Shai Oster per il Wall Street Journal. «Vi prego, aiutateci», è quanto ha sussurrato una tibetana ai giornalisti, tra cui Geoff Dyer per il Financial Times.
Sul fronte diplomatico potremmo, per la prima volta da anni, assistere a un atteggiamento più fermo nei confronti di Pechino da parte dell'Europa piuttosto che da parte di Washington.
Il presidente americano Bush ha avuto un colloquio telefonico con il presidente cinese Hu Jintao, al quale ha espresso la sua «preoccupazione», esortandolo ad «avviare un dialogo concreto con i rappresentanti del Dalai Lama» e a consentire «accesso a giornalisti e diplomatici» in Tibet, ma ha confermato la sua presenza alla cerimonia inaugurale dei Giochi, attirandosi non poche critiche. «Bush non ha altra scelta che quella di cancellare il suo viaggio a Pechino», ha scritto il conservatore Washington Times, concludendo che «Bush non può stare sul suolo cinese senza trasformare in una barzelletta la sua agenda per la libertà».
Lo speaker del Parlamento tibetano in esilio è stato ascoltato ieri dalla Commissione Esteri del Parlamento europeo e durante il dibattito in plenaria sulla situazione in Tibet il Dalai Lama è stato formalmente invitato dal presidente Poettering. Mentre da Londra, oggi, il premier britannico Gordon Brown assicura che anche «la Gran Bretagna parteciperà alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici», giungono gli annunci delle prime defezioni europee: il primo ministro polacco Donald Tusk e il presidente ceco Vaclav Klaus a Pechino non andranno. Il presidente francese Sarkozy si è detto «scioccato» per il Tibet e si «riserva il diritto di decidere se partecipare alla cerimonia d'apertura», precisando che si consulterà comunque con gli alleati europei prima di prendere una decisione.
E' l'ora di incalzare, perché Pechino mostra di temere i boicottaggi politici. «Spetta ai comitati olimpici nazionali invitare i rispettivi capi di Stato e di governo alla cerimonia inaugurale. Se accettano o meno, dipende da loro», mettono le mani avanti i cinesi.
«Tutte le opzioni rimangono aperte», aveva dichiarato giorni fa il presidente francese, riferendosi non al boicottaggio delle Olimpiadi ma all'ipotesi di una sua eventuale assenza alla cerimonia inaugurale, che cadrà in agosto, proprio quando sarà presidente di turno dell'Ue. «Mi appello allo spirito di responsabilità dei leader cinesi», aggiungeva ribadendo la sua richiesta: che si «avvii il dialogo tra il governo cinese ed il Dalai Lama. Regolerò la mia risposta alla risposta delle autorità cinesi». Una posizione che veniva ribadita ieri dal ministro degli Esteri Kouchner: la Francia è contraria al boicottaggio delle Olimpiadi, ma «per la cerimonia d'apertura dei Giochi vedremo secondo l'evoluzione della situazione. Ne parleremo venerdì alla riunione dei ministri degli affari esteri dell'Unione europea».
Intanto, l'Onu continua a dare il peggio di sé. Nel corso di una riunione del Consiglio per i Diritti umani a Ginevra la discussione sulla situazione in Tibet è stata bloccata in seguito alle reiterate proteste cinesi, denuncia Amnesty International. La rappresentanza di Pechino ha chiesto inoltre l'annullamento di un briefing del Partito Radicale, nel quale era previsto l'intervento dello speaker del Parlamento tibetano in esilio.
Friday, March 21, 2008
Pechino spera di mettere il Dalai Lama fuori gioco
Altri 19 tibetani uccisi nella provincia di Gansu, stando a quanto riferisce il governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India, per il quale il numero delle vittime della repressione sarebbe salito a 99 accertate. Ancora proteste anche nelle province di Sichuan e Qinghai, mentre continuano a giungere ulteriori conferme della militarizzazione del Tibet. Nella capitale sono arrivati almeno duecento camion e seimila soldati. Ma altre migliaia si stanno dirigendo verso la regione attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. Il governo di Pechino è pronto ad effettuare ulteriori rastrellamenti nelle aree della rivolta.Qualche capitale europea comincia ad alzare la voce. All'indomani dell'espulsione dal Tibet degli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti, i tedeschi Georg Blume e Kristin Kupfe, la Germania ha chiesto a Pechino di riaprire le porte della regione ai giornalisti occidentali: «Il governo tedesco dice chiaramente ai cinesi: restate aperti, vogliamo sapere esattamente cosa sta accadendo in Tibet», ha affermato il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier. Tanto, ha spiegato al settimanale Bild, un gran numero di giornalisti arriveranno per i Giochi e «sotto il tappeto non si può nascondere nulla».
Stessa richiesta, «riaprire senza indugio il Tibet agli stranieri» e in particolare ai giornalisti, è stata avanzata dalla Francia: «Ciò che ci preoccupa è sapere cosa sta accadendo in Tibet», ha dichiarato un portavoce del Ministero degli Esteri francese, che non si è espresso, invece, sull'ipotesi di un'inchiesta indipendente internazionale, invocata dal Dalai Lama e appoggiata dalla democratica americana Nancy Pelosi. Boicottaggio no, inchiesta sì, è la posizione della speaker della Camera dei Rappresentanti Usa: «Se non abbiamo il coraggio di denunciare quanto facendo la Cina, allora non avremmo più l'autorità morale di denunciare altre violazioni di diritti umani nel resto del mondo».
Sta cambiando anche l'atteggiamento dell'India. E' ripresa, infatti, nonostante sconsigliata dallo stesso Dalai Lama, la marcia nonviolenta degli esuli tibetani che da Dharamsala erano intenzionati a varcare il confine con la Cina per penetrare in Tibet. Sarà perché ispirata alle marce di Gandhi, o perché gli occhi del mondo sono puntati anche su questa marcia, ma nel Punjab le autorità indiane non si sono opposte come nei primi giorni e i dimostranti ricevono la solidarietà della popolazione.
Pechino ha reagito bruscamente sia alle pur caute parole di Papa Benedetto XVI («Nessuna tolleranza coi criminali che devono essere puniti severamente»), sia allo stesso Brown, riguardo l'annunciata intenzione di incontrare il Dalai Lama: la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione». Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.
Ma ormai è chiaro che il premier cinese Wen Jiabao, nel colloquio telefonico di qualche giorno fa con il premier britannico Gordon Brown, non ha fatto altro che ripetere le condizioni che la Cina ha sempre posto al Dalai Lama. Il punto è che secondo i cinesi il Dalai Lama non soddisfa ancora quelle condizioni, mentre è noto che le ha accettate pubblicamente da anni, e lo ripete ad ogni occasione utile, senza che Pechino mantenga mai fede alla parola data. Infatti, a chi gli faceva notare che la massima autorità spirituale tibetana ha ribadito più volte il suo doppio no – alla violenza e all'indipendenza – il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha replicato: «Le sue azioni dimostrano che non è sincero».
Da anni la Cina finge di non credergli, perché in realtà non alcuna intenzione di dialogare con il Dalai Lama, legittimandolo, mentre il tempo gioca a suo sfavore: alla sua morte nessun successore potrà godere dello stesso prestigio, sempre che Pechino non riesca a sostituirlo con un monaco di sua fiducia o che il popolo tibetano nel frattempo non sia già quasi scomparso dal punto di vista demografico e culturale. Al momento non c'è alcuna possibilità che venga annunciato un incontro tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, contro cui Pechino ha invece avviato una vera e propria campagna di demonizzazione. A maggior ragione adesso, perché il regime apparirebbe debole agli occhi dei tibetani, dimostrando che le rivolte violente della scorsa settimana hanno avuto effetto.
La Cina non farà mai questo "regalo" al Dalai Lama, proprio adesso che è in crisi la sua immagine di leader, non solo spirituale ma anche politico: è attaccabile da Pechino per le aggressioni dei ribelli tibetani contro i cinesi han; e contestato sul fronte interno, dove soprattutto tra i giovani si diffonde lo scetticismo per il suo approccio moderato e l'obiettivo di una semplice autonomia.
Tra le cose che il Dalai Lama chiede non c'è solo di non boicottare le Olimpiadi e di non isolare la Cina, ma anche di essere ricevuto dai governi occidentali. Il nostro non l'ha fatto e i ministri che oggi pendono dalle sue labbra non mossero un dito. Ma in questo momento il Dalai Lama ha disperato bisogno di una vittoria politica, anche minima, per dimostrare alla sua gente che la sua politica è ancora in grado di produrre qualche risultato. I governi occidentali dovrebbero sostenerlo, altrimenti per la Cina sarebbe facile metterlo fuori gioco.
Thursday, March 20, 2008
Pechino spegne l'ottimismo del Corriere
Si infrange impietosamente l'ottimismo del Corriere della Sera e del suo corrispondente, Fabio Cavalera, unici oggi tra giornali e inviati a vedere un'apertura nello scambio telefonico tra il premier britannico Brown e quello cinese Jiabao. «La Cina avverte: "Colloqui a due condizioni"», è il titolo al pezzo, in cui si legge del colloquio telefonico effettivamente avvenuto tra Wen Jiabao d Gordon, riferito ai Comuni nel question time di ieri e nel quale il premier cinese si sarebbe dichiarato «pronto ad avviare colloqui con il Dalai Lama a due condizioni: che dica no alla violenza in Tibet e no all'indipendenza».
Può darsi che Wen abbia pronunciato queste parole al telefono con Brown, e questi le abbia riportate per cercare di impegnare il suo interlocutore a dargli seguito, ma se non confermate anche in pubblico sono parole il cui valore è prossimo allo zero.
E infatti questa mattina dal Ministero degli Esteri cinese arriva la precisazione: «Alcune notizie non sono molto precise». Jiabao ha solo ribadito la «disponibilità al dialogo» alle «condizioni da sempre poste dalla Cina» al Dalai Lama (che in teoria da anni sono state da lui accettate senza che iniziassero mai dei colloqui). Riguardo l'annunciata intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama, la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione».
Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.
Intanto, sono stati cacciati anche gli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti in Tibet, i corrispondenti tedeschi Blume e Kupfer. E, mentre a Lhasa la situazione sembra ormai normalizzata (non in altre province, dove piccole ma singnificative rivolte proseguono - come questa in cui è stata issata la bandiera tibetana su un edificio pubblico), la morsa militare si stringe intorno al Tibet: il governo cinese ha inviato centinaia di camion e migliaia di soldati in assetto di guerra, secondo quanti riferiscono fonti locali, media e ong dei diritti umani.
Un reporter della Bbc ha riferito di convogli di oltre 100 veicoli che si stanno dirigendo verso il Tibet attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. «Negli ultimi due giorni ho visto un numero crescente di militari diretti verso il confine tibetano, ma stavolta si tratta di un dispiegamento ancora più consistente. Sembra proprio che la Cina abbia deciso di aumentare sensibilmente la sua presenza militare in Tibet». Facile immaginare che vi rimarranno fino ad agosto e la nostra impressione è che l'esercito cinese stia formando un vero e proprio cordone sanitario intorno al Tibet.
Dopo la prima ondata di repressione, per porre fine alle rivolte a Lhasa e nelle altre province, seguirà insomma una seconda ondata, più lunga - forse mesi - lenta e intensa, più meticolosa e sistematica ma molto meno vistosa, mentre la regione è sigillata, off limits per gli stranieri, turisti o giornalisti.
Può darsi che Wen abbia pronunciato queste parole al telefono con Brown, e questi le abbia riportate per cercare di impegnare il suo interlocutore a dargli seguito, ma se non confermate anche in pubblico sono parole il cui valore è prossimo allo zero.
E infatti questa mattina dal Ministero degli Esteri cinese arriva la precisazione: «Alcune notizie non sono molto precise». Jiabao ha solo ribadito la «disponibilità al dialogo» alle «condizioni da sempre poste dalla Cina» al Dalai Lama (che in teoria da anni sono state da lui accettate senza che iniziassero mai dei colloqui). Riguardo l'annunciata intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama, la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione».
Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.
Intanto, sono stati cacciati anche gli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti in Tibet, i corrispondenti tedeschi Blume e Kupfer. E, mentre a Lhasa la situazione sembra ormai normalizzata (non in altre province, dove piccole ma singnificative rivolte proseguono - come questa in cui è stata issata la bandiera tibetana su un edificio pubblico), la morsa militare si stringe intorno al Tibet: il governo cinese ha inviato centinaia di camion e migliaia di soldati in assetto di guerra, secondo quanti riferiscono fonti locali, media e ong dei diritti umani.
Un reporter della Bbc ha riferito di convogli di oltre 100 veicoli che si stanno dirigendo verso il Tibet attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. «Negli ultimi due giorni ho visto un numero crescente di militari diretti verso il confine tibetano, ma stavolta si tratta di un dispiegamento ancora più consistente. Sembra proprio che la Cina abbia deciso di aumentare sensibilmente la sua presenza militare in Tibet». Facile immaginare che vi rimarranno fino ad agosto e la nostra impressione è che l'esercito cinese stia formando un vero e proprio cordone sanitario intorno al Tibet.
Dopo la prima ondata di repressione, per porre fine alle rivolte a Lhasa e nelle altre province, seguirà insomma una seconda ondata, più lunga - forse mesi - lenta e intensa, più meticolosa e sistematica ma molto meno vistosa, mentre la regione è sigillata, off limits per gli stranieri, turisti o giornalisti.
Monday, July 02, 2007
Battesimo del fuoco per Gordon Brown
Per Scotland Yard, i tre attacchi facevano parte di un unico disegno, ma erano diverse i piani degli esecutori: le bombe di Londra dovevano essere innescate dallo squillo di telefonini nelle auto, mentre i terroristi di Glasgow erano disposti a morire.
Tra gli arrestati, nei giorni scorsi – sette in tutto, di origine mediorientale – anche un chirurgo palestinese con passaporto giordano, Mohammed Jamil Abdelkader Asha, laureato ad Amman e dipendente presso un ospedale di Glasgow. Sarebbe lui "Mr. Big", la mente del gruppo. Un altro medico arrestato, iracheno, sarebbe il secondo attentatore del fallito attacco all'aeroporto di Glasgow, ma prosegue la caccia ad altri terroristi.
Le reazioni contraddittorie dell'anti-terrorismo britannico dimostrano che il paese non è del tutto preparato ad affrontare la minaccia, osserva la rivista conservatrice americana Frontpage. Dagli attacchi di due anni fa le autorità sembrano ancora non aver individuato con precisione il nemico. La classe politica preferisce evitare di stabilire qualsiasi riferimento alle motivazioni ideologiche e religiose dei terroristi, per non esacerbare le tensioni con le comunità islamiche. I falliti attentati rappresentano quindi una prova del fuoco anche per Brown, la cui prima reazione è stata di fermezza: «L'Inghilterra non cederà al male». Nel paese permane lo stato di massima allerta. Tuttavia, il nuovo premier laburista dovrà dimostrare personalità e doti di leadership all'altezza del suo predecessore per confermare che cultura della sicurezza, della difesa, e dell'uso della forza sono ormai assimilate nella sinistra di governo britannica e non solo caratteri effimeri.
Il fatto che due medici siano coinvolti negli attentati fa tornare la paura per i "terroristi della porta accanto": difficile individuarli, ma anche meno preparati militarmente e quindi spesso approssimativi nelle loro azioni. Una nuova conferma alle conclusioni degli studi più dettagliati, che indicano tra i sostenitori e gli appartenenti alla rete di al-Qaeda una maggioranza di musulmani all'apparenza perfettamente integrati, di istruzione universitaria occidentale e status socio-economico medio-alto. Altro che scuole coraniche e madrasse, che solo successivamente diventano mete di indottrinamento. Smentito ancora una volta, quindi, il pregiudizio secondo cui il terrorismo islamista troverebbe nei diseredati e negli emarginati del pianeta la propria manovalanza.
Dai primi identikit dei terroristi arrestati traspare l'immagine di quell'integrazione fiore all'occhiello della british way of life. Il multiculturalismo britannico, ma non solo, rischia di finire di nuovo sotto processo.
L'idea che avremmo dovuto aspirare a un'identità comune e a una serie di valori condivisa è stata erosa in nome di una visione ideologica del multiculturalismo. Un problema di cittadinanza, non strettamente di integrazione. Una cittadinanza britannica, ma ciò vale anche per altri paesi europei, della quale non sembrano far parte, non vengono percepiti, accettati, assimilati, i valori politici su cui essa si fonda.
Questo fraintendimento sul significato dell'integrazione fra culture e comunità religiose diverse viene aggravato dallo spirito "concordatario" che anima i nostri Stati. Anziché integrare individui, cerchiamo di integrare comunità; invece di assicurare l'esercizio di libertà e diritti a quei singoli individui, all'interno delle nostre città concediamo autonomie etnico-confessionali, se non veri e propri rapporti privilegiati con lo Stato, a etnie e gruppi religiosi in quanto comunità. Esse, e non il singolo individuo, divengono così i naturali soggetti di diritto, portatrici di istanze meritevoli di attenzione e destinatarie dei benefici.
Occorre recuperare la dimensione dell'individuo come soggetto di diritti, dando minore spazio a politiche pubbliche incentrate sul riconoscimento identitario di questo o quel gruppo. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società apparentemente integrate ma tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica.
Subscribe to:
Posts (Atom)


