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Tuesday, November 23, 2010

I frutti avvelenati dell'appeasement

Myanmar, Corea del Nord, Iran. Tre regimi sanguinari e disumani per i popoli che opprimono, pericolosi per gli altri; tre insuccessi dell'Occidente e in particolare della strategia obamiana della "mano tesa" (o, piuttosto, del "porgere l'altra guancia"), ma anche di una certa realpolitik convinta che si possa escludere dall'analisi il fattore natura del regime.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.

Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.

Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.

L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.

MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.

Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.

IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.

E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.

Monday, November 08, 2010

Di farsa in farsa

E' una farsa anche la presidenza Obama, che solo oggi - dopo averle chieste e legittimate per due anni - si accorge che le elezioni in Birmania non potevano essere nient'altro che questo: una farsa. Il regime ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma la comunità internazionale - Stati Uniti e Ue in testa - le ha richieste a gran voce, ha insistito illudendosi di poter avviare un processo democratico nel Paese. Evidentemente così non è stato. I generali, come prevedibile, hanno mostrato buon viso a cattivo gioco: elezioni sì, ma a modo nostro. E chissà cos'hanno ottenuto in cambio dall'Occidente. Adesso ci ritroviamo con un Parlamento che gode comunque di una legittimità, sia pure solo formale, maggiore di prima (visto che erano vent'anni che non si votava); Aung San Suu Kyi ancora in catene; e le opposizioni democratiche divise. Un altro capolavoro di Obama e del buonismo internazionale.

Friday, October 09, 2009

Un Nobel alle buone intenzioni

Se bastassero le buone intenzioni...

Dopo lo schiaffo della bocciatura di Chicago come sede dei Giochi olimpici 2016, il presidente Obama ha un buon motivo per consolarsi: nove mesi di presidenza sono bastati per vedersi attribuire il Premio Nobel per la Pace. A Gandhi non bastarono cinque nomination. La notizia ha colto tutti di sorpresa. Al di là del consenso e delle grandi aspettative suscitati, anche ai più benevoli e ottimisti la decisione del Comitato per il Nobel è apparsa prematura, se non «ridicola». In Rete le battute si sprecano: «Santo subito!», il primo Nobel «preventivo», «di incoraggiamento», «sulla fiducia» o «sulla parola». Scetticismo anche tra i commentatori: un Nobel «alla speranza», al «grande comunicatore». «Più che un premio, un augurio», una «cambiale in bianco».

L'impressione è che con questa scelta il Comitato abbia toccato la vetta della demagogia a cui pure ci aveva già abituati da tempo. Dopo il terrorista Arafat e l'ambientalista Al Gore, l'ennesimo colpo di teatro, grottesco e patetico, frutto del pregiudizio ideologico. Obama non ha ancora fatto nulla, non foss'altro perché è in carica da nove mesi scarsi. Non ha chiuso Guantanamo; non ha ritirato un sol uomo dall'Iraq; ha raddoppiato il contingente Usa in Afghanistan e sta considerando l'invio di altri 40 mila soldati; nel frattempo, ha intensificato i bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan. Sta muovendo i primi passi di un dialogo con l'Iran dall'esito del tutto incerto. Magari i nordcoreani rinunceranno all'atomica e i generali birmani libereranno Aung San Suu Kyi, chi vivrà vedrà. Il processo di pace tra israeliani e palestinesi è ancora impantanato.

Obama non è il primo presidente americano ad essere insignito del Nobel per la Pace, ma è il primo a vincerlo senza aver fatto ancora nulla. Il presidente Theodore Roosevelt ricevette il premio nel 1906, dopo cinque anni di mandato, e aver contribuito alla pace tra Russia e Giappone. Nel 1919, Woodrow Wilson, da sei anni in carica, per la pace e la nuova architettura mondiale uscita dalla Conferenza di Versailles, dopo la I Guerra Mondiale. Più controverso il Nobel all'ex presidente Jimmy Carter, nel 2002, che però era pur sempre stato l'artefice degli accordi di Camp David che portarono alla pace tra Israele ed Egitto. Obama è stato premiato solo per aver «catturato l'attenzione del mondo e dato alla sua gente la speranza per un futuro migliore» – qualcosa che potrebbe rivendicare anche Ahmadinejad – e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli». E' vero che non sempre il premio è arrivato come riconoscimento di un risultato conseguito. Ma quando si sono voluti premiare gli «sforzi», si è trattato di personalità che da anni, se non per tutta una vita, si erano battuti per la causa della pace e dei diritti umani.

Tra i 205 candidati non mancava chi avesse le carte in regola: il medico congolese Denis Mukwege, fondatore dell'ospedale Panzi, che durante 12 anni di guerra ha salvato oltre 20mila donne dalle violenze delle milizie; la dottoressa Sima Samar, che difende i diritti umani in Afghanistan; il dissidente cinese Hu Jia; il primo ministro dello Zimbabwe Morgan Tsvangirai; il monaco e dissidente vietnamita Tchich Quang Do; l'avvocatessa cecena Lidia Iussupova. Per statuto il Nobel non può essere concesso a persone decedute, il che esclude purtroppo Anna Politkovskaja. Le candidature, inoltre, devono essere presentate entro febbraio, quindi niente da fare per l'Onda verde dei manifestanti di Teheran, né per la presidente del Congresso mondiale degli uiguri, Rebiya Kadeer, che da una vita, come il Dalai Lama, cerca di instaurare il dialogo con Pechino. Speriamo che a Oslo se ne ricordino per il prossimo anno, anche se per il 2009 si sono scordati dei monaci buddisti che lo scorso anno manifestarono pacificamente in Birmania, venendo brutalmente repressi, o dei promotori di Charta '08, il manifesto per la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Cina.

Tra qualche anno, o mese, quando il presidente Usa (e il mondo) sarà di nuovo assalito dalla realtà, il Nobel si potrebbe ritorcere contro lo stesso Obama, suscitando delusione e ironie per scelte che potrebbero contraddire le attese. Forse avrebbe fatto miglior figura declinando e chiedendo di essere riconsiderato fra tre o quattro anni.

UPDATE: anche stampa e commentatori Usa di sinistra "stupiti"

Una decisione «assurda», e «motivo di imbarazzo per il presidente stesso», avverte il britannico The Times nella pagina dei commenti. E infatti è lo stesso presidente Obama a reagire con evidente imbarazzo alla notizia. Si dice «onorato», anche se, confessa, «ad essere onesto non sono sicuro di meritarlo». E dichiara di accettare il premio «come invito all'azione», «non per i risultati ma per gli ideali». «Non è il primo di aprile, vero?», si lascia scappare un membro dello staff della Casa Bianca. L'annuncio, scrive anche il New York Times, ha «stupito», tutti dalla Norvegia alla Casa Bianca. Anche tra i commentatori di sinistra e tra i simpatizzanti di Obama c'è incredulità e non manca chi ritiene la decisione di insignire il presidente Usa del Nobel per la Pace prematura, se non «ridicola».

Come Ruth Marcus, editorialista del Washington Post: «Ridicolo, persino imbarazzante», scrive. «Ammiro il presidente Obama, mi piace, l'ho votato. Ma non è mancanza di rispetto far notare che non ha ancora fatto molto. Certamente non abbastanza da giustificare il premio». Così David Ignatius, anch'egli autorevole editorialista del WP, che definisce la decisione «goffa»: «Anche se sei un fan di Obama, devi ammettere che non ha fatto molto come peacemaker». «Ha vinto, ma per che cosa?», si chiede Jennifer Loven, capo corrispondente dell'AP alla Casa Bianca. Anche su The Huffington Post, uno dei blog di sinistra più celebri e seguiti, c'è chi, come Michael Russnow, reagisce con incredulità e disappunto. «Mi piace Obama, ma questa è una farsa. Non ha fatto nulla per meritarsi il premio», riconosce Peter Beinart, editorialista di The New Republic e studioso del Council on Foreign Relations. Per Mickey Kaus, su Slate, Obama dovrebbe «cortesemente declinare» e spiegare che «è onorato ma che non ha avuto ancora il tempo di realizzare ciò che vorrebbe». Per il blogger di sinistra Glenn Greenwald, su Salon, il Nobel a Obama è «incredibilmente e di tutta evidenza ridicolo».

Prevale il sarcasmo invece tra i commentatori conservatori, che da tempo hanno smesso di prendere sul serio questo tipo di premi. «Il nuovo re del pop accetta il premio Nobel», scrive Greg Hengler. Hugh Hewitt si congratula con il presidente, ma «adesso - gli chiede - usi il momento per salvare il popolo afghano dai talebani e il mondo dai fanatici iraniani». Bill Kristol, direttore del Weekly Standards, si chiede se Obama non sia il «Gorbachev del Liberalismo»: «Non intendo comparare Obama a Gorbachev, che fu, nonostante i suoi fallimenti, una figura davvero storica e coraggiosa». Ma poniamo, ipotizza Kristol, che «tra un anno i Democratici subiscano una dura sconfitta elettorale, e che il Nuovo Liberalismo prenda la via del riformismo comunista. E che, all'inizio del 2013, Obama si ritrovi molto tempo a disposizione per intrattenersi con Gorbachev nel circuito delle celebrità internazionali».

Friday, September 25, 2009

Aung San Suu Kyi, giallo sulla sua posizione riguardo le sanzioni

Su il Velino

La leader democratica birmana, Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari dopo la condanna subita lo scorso agosto, sarebbe pronta a collaborare con i leader della Giunta militare birmana perché siano alleggerite le sanzioni economiche contro il Paese. A sostenerlo è il suo portavoce e avvocato, Nyan Win, citato dalla Cnn. Ma sulla reale posizione del Premio Nobel per la Pace riguardo le sanzioni contro il regime sta montando un giallo. In precedenza, infatti, Suu Kyi si era fermamente opposta a qualsiasi alleggerimento delle sanzioni. E d'altra parte, anche il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, per ora ha negato di voler revocare le sanzioni, nonostante il nuovo approccio di apertura al dialogo con il regime.

Adesso, invece, in una lettera indirizzata al generale Than Shwe, Suu Kyi sosterrebbe di essere pronta a cooperare in questo senso, secondo quanto afferma oggi il suo portavoce e avvocato, rivelando di aver lavorato con lei alla stesura della lettera, anche se sarà inviata alla giunta solo tra qualche giorno. La leader dell'opposizione birmana vorrebbe prima informarsi su quante e quali sanzioni gravano sul Paese e su quali stanno avendo un impatto negativo sulla popolazione. Aung San Suu Kyi non ha mai parlato di «alleggerimento» delle sanzioni contro la giunta militare birmana, perché «non è nella posizione per decidere» in materia, affermava solo una settimana fa lo stesso Nyan Win, avvocato della Nobel per la pace ed esponente di primo piano del suo partito, rettificando a The Irrawaddy quanto rivelato il giorno prima dal senatore Usa Jim Webb.
LEGGI TUTTO

UPDATE (28 settembre): E' proprio così. Aung San Suu Kyi ha ceduto alle pressioni e ha inviato una lettera al capo della Giunta militare, il generale Than Shwe, chiedendo il permesso di incontrare gli ambasciatori occidentali in Birmania per discutere la possibilità della fine delle sanzioni occidentali contro il regime. Nella lettera spiega di voler cooperare con la Giunta birmana per ottenere la revoca delle sanzioni da parte degli Usa e delle altri Paesi occidentali e di voler a questo scopo ascoltare i pareri degli ambasciatori di queste nazioni in Birmania.

Friday, August 14, 2009

Birmania, se il "gioco" nucleare nordcoreano fa scuola

Su il Velino

Non ci sarebbe di che meravigliarsi se i casi della Corea del Nord e dell'Iran avessero fatto scuola e se anche la giunta militare al potere nell'ex Birmania avesse avviato un proprio programma nucleare con l'aiuto dei nordcoreani. Negli anni, a fronte di accordi mai rispettati, test missilistici e continue provocazioni, la comunità internazionale, con in testa gli Stati Uniti, ha garantito al regime di Pyongyang attenzioni, dialogo, legittimazione politica, persino aiuti. Alcune settimane fa, sul Washington Post, l'ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger ha avvertito che è giunto il momento di fare sul serio, di porre come obiettivo degli sforzi diplomatici la definitiva eliminazione dell'arsenale e del programma nucleare nordcoreano, perché altrimenti, proseguendo con un processo negoziale ormai sul punto di legittimare il "fatto compiuto", la politica di non-proliferazione perderebbe ogni credibilità.

Il rischio è che solo avviare - o far credere di aver avviato - un programma nucleare militare possa rappresentare un capitale politico da spendere sulla scena internazionale, come da anni sta facendo la Corea del Nord, e che agli occhi dei dittatori possa quindi apparire come il modo migliore per garantirsi la permanenza al potere. Inseguendo l'atomica, regimi altrimenti isolati come il Myanmar potrebbero pensare di catturare l'attenzione delle grandi potenze, e in particolare degli Usa (in prima linea negli sforzi per la non-proliferazione), portandole prima o poi ad aprire canali di dialogo più o meno diretti, che in ogni caso e alla lunga sortiscono un effetto legittimante.

Proprio il Myanmar (l'ex Birmania) è al centro dell'attenzione degli analisti in questi giorni, ma non solo per la nuova condanna agli arresti domiciliari inflitta alla leader dell'opposizione democratica e Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Sospetti sulle ambizioni nucleari della giunta militare birmana esistono da tempo, ma recentemente si sono rafforzati. Alcuni segnali delle ultime settimane fanno temere che la Corea del Nord stia effettivamente aiutando il Myanmar a dotarsi dell'atomica.
CONTINUA

Diplomazia senza politica

Tutto qui? Se davvero le nuove sanzioni minacciate ai danni della giunta militare birmana per la condanna del Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi si riducono, come sembra, a colpire i quattro giudici responsabili del verdetto, aggiunti nella lista delle persone indesiderate, e i loro beni congelati, l'Unione europea si copre di ridicolo. Tanto tuonò che non piovve. Né ha avuto gran forza la reazione americana, ma vedremo quali risultati porterà a casa il senatore Usa Jim Webb, stretto collaboratore del presidente Obama - almeno così pare - in visita in Birmania per incontrarsi con la giunta. Per non parlare del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, organo ormai del tutto ininfluente che non fa che esprimere "preoccupazioni".

Tutto questo circo diplomatico viene preso di mira da Claudia Rosett, che coglie il lato tragi-comico di una diplomazia ormai fine a se stessa, che accompagna una non-politica, con le sue parole vuote, rituali, senza alcun seguito, come i vari "concerned", disappointed", "unacceptable":
«There's a comic side to this, as over-use and misuse combine to empty this already vacuous jargon of any real meaning».
Qui non s'intende contestare le espressioni diplomatiche in sé, a volte la loro inevitabile inafferrabilità, ma il fatto che dietro di esse si nasconda molto spesso un vuoto politico.

Tuesday, August 11, 2009

Tutto come previsto, ancora 18 mesi

Il verdetto di condanna non è mai stato in dubbio e dopo numerosi rinvii "tattici" del regime, nella speranza di far scemare l'attenzione internazionale sul caso, stamane è arrivato. Aung San Suu Kyi è stata ritenuta colpevole di aver violato gli arresti domiciliari e condannata a tre anni di carcere. La Corte ha concesso ai giornalisti di assistere alla lettura della sentenza, ma solo perché era in programma l'ennesima sceneggiata. Dopo qualche minuto di pausa, infatti, il colpo di teatro. Ha fatto il suo ingresso in aula il ministro degli Interni birmano, il quale ha letto un ordine speciale di Than Shwe, leader della giunta militare al potere, che commutava la pena a "18 mesi di arresti domiciliari". Giusto il tempo per togliere dalla circolazione la leader dell'opposizione birmana per tutto il 2010, anno in cui si terranno le elezioni-farsa.

Fin dall'inizio il caso che ha portato al nuovo processo nei confronti di Suu Kyi è sembrato una montatura creata ad arte dal regime. Il 14 maggio scorso il nuovo arresto, quando neanche due settimane dopo, il 27 maggio, sarebbero scaduti i termini degli arresti domiciliari che duravano da sei anni, prorogati più volte di anno in anno dal 2003. Ma proprio a pochi giorni dalla scadenza, ecco quello strano individuo che riusciva a introdursi nella villa - controllatissima - della dissidente e a rimanerci due notti approfittando della sua ospitalità. Un caso preso subito a pretesto dal regime, o addirittura pianificato - come si direbbe alla luce di una tempistica a dir poco sospetta - per mantenere Aung San Suu Kyi ancora agli arresti.

Adesso vedremo come la comunità internazionale, ma soprattutto Europa e Stati Uniti, reagiranno. Se si limiteranno alle sdegnate dichiarazioni di queste ore, o se adotteranno misure concrete nei confronti della giunta militare birmana.

Tuesday, July 28, 2009

L'unica "policy" è la convivenza

Il solito puntuale ed informato Enzo Reale sulla tristissima situazione birmana (da Mizzima.com):
Il tentativo di comprare la libertà di Aung San Suu Kyi con la promessa di nuovi investimenti dimostra una dose di improvvisazione e ingenuità che dovrebbe preoccupare gli attivisti per la democrazia dentro e fuori la Birmania e, in generale tutti coloro che hanno sempre guardato agli Stati Uniti come a una forza di cambiamento democratico nei paesi autoritari. Invece di lavorare per liberare la Birmania e i suoi cittadini, Hillary Clinton sceglie di concentrare gli sforzi americani verso un obiettivo simbolico, popolare e limitato, la liberazione del Premio Nobel per la Pace.
(...)
Le parole del Segretario di Stato sono inopportune per diverse ragioni. Innanzitutto sembrano suggerire che la realtà di miseria e di oppressione di 55 milioni di persone possa essere ridotta al destino di una singola, per quanto importante, icona democratica. Se potesse parlare, sono sicuro che Aung San Suu Kyi rifiuterebbe questo scambio: lei considera la sua libertà uno strumento per la liberazione del popolo birmano e non viceversa.
(...)
la proposta sottolinea tutta la debolezza (se non la inesistenza) di una strategia americana sulla Birmania. Dopo le dichiarazioni di Clinton, i generali sono più che mai consapevoli che il governo americano non ha idea di come trattare con loro. Non c'è nessun piano, solo un gioco di corteggiamento e rifiuto, di carota e bastone, che probabilmente li sta facendo divertire. In realtà, sembra che l'unica "policy" tangibile sotto Obama sia la convivenza con i regimi autoritari, in Asia e altrove: "normalizzazione" è la parola chiave.
(...)
democrazia e sviluppo sono intimamente collegati ed è impossibile promuovere uno sviluppo reale se continuerà il ladrocinio nazionale gestito da un governo spietato ed illegittimo. L'unica cura per la malattia della Birmania è la fine della dittatura, non più soldi (soldi occidentali, di nuovo?) nelle tasche dei generali. Signora Clinton, liberi la Birmania e libererà anche Aung San Suu Kyi.
Parole sagge, ma in questo periodo, anche alla luce della gaffe sull'Iran (l'offerta dell'«ombrello militare» ai Paesi minacciati dall'atomica iraniana), Hillary non mi pare nel massimo della forma ed è sicuramente "azzoppata" dalla mancanza di una totale identità di vedute con la Casa Bianca.

Tuesday, May 26, 2009

Birmania, le sanzioni Ue non funzionano

Anche su Il Foglio.it

L'Italia è stata «favorevole» a «confermare le sanzioni» dell'Ue contro il regime birmano, le quali «potranno essere incrementate o ridotte a seconda del comportamento della giunta militare». Parole pronunciate del ministro degli Esteri Frattini, in una conferenza stampa tenuta questo pomeriggio insieme al segretario della Cisl Bonanni. Peccato, però, che l'Europa abbia deciso di non allargare le proprie sanzioni al settore energetico e che le sanzioni in vigore non stiano funzionando, come ha riferito oggi al nostro Parlamento un rappresentante dei dissidenti birmani in esilio. Sarebbe comunque «un segnale positivo», ha aggiunto Frattini, se «alcune compagnie, incluse quelle petrolifere», si ritirassero volontariamente. «Le imprese italiane, ma anche quelle degli altri paesi europei, dalla Francia alla Gran Bretagna», devono capire che «ci sono dei limiti alla moralità del profitto. Quando una presenza imprenditoriale importante dà alla giunta uno strumento in più per sopravvivere, è chiaro che questo limite viene superato», ha spiegato il ministro.

La Cisl, ha dichiarato il segretario generale Bonanni, chiede all'Unione europea di impedire la concessione di polizze assicurative sui progetti del governo birmano e di «congelare» gli asset dei dirigenti birmani all'estero, come hanno fatto gli Stati Uniti. Il sindacato chiede inoltre che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu deferisca la giunta militare birmana davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità, perché fa ricorso, come accertato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, alla manodopera forzata.

Oggi è intervenuto anche Piero Fassino, inviato speciale dell'Ue per il Myanmar, per chiarire che le sanzioni sono «uno degli strumenti, ma non possono essere lo strumento unico e decisivo». «Le sanzioni – ha avvertito – hanno un valore politico e morale, sono uno strumento di pressione», ma bisogna sapere che «naturalmente, essendo state adottate soltanto dall'Europa e dagli Stati Uniti, e non dai paesi asiatici, hanno un'efficacia limitata».

E' di diverso avviso Maung Maung, segretario generale del sindacato birmano (FTUB) in esilio, ascoltato oggi alla Commissione Affari esteri della Camera. Il signor Maung spiega in altro modo «l'efficacia limitata» delle sanzioni contro il regime birmano. Sono le sanzioni adottate dall'Unione europea che non stanno funzionando. Al contrario delle sanzioni americane, ha spiegato ai commissari, quelle europee non funzionano perché «mancano forme di monitoraggio e di controllo» del loro rispetto. Di fatto sono sanzioni «approvate ma non applicate» alla dogana. Il rappresentante dei lavoratori birmani ha inoltre invitato l'Ue a includere nelle sanzioni i settori del gas, del petrolio e dei servizi finanziari. Ha fatto presente infatti che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti sui servizi finanziari stanno effettivamente creando qualche difficoltà al regime.

Maung ha inoltre denunciato le continue violazioni dei diritti dei lavoratori da parte del regime, citando in particolare il ricorso alla manodopera forzata e le restrizioni alla libertà di associazione. Si è detto convinto che il regime non permetterà che le elezioni previste per il 2010 siano libere e multipartitiche e che anzi sta cercando in tutti i modi di tenere la principale leader dell'opposizione democratica, la signora Aung San Suu Kyi, fuori dalla politica. Maung ha quindi chiesto ai paesi occidentali di esercitare pressioni, tramite l'Onu, per una revisione del processo elettorale e per una riforma della stessa Costituzione birmana. Ha poi spiegato che Russia e Cina «bloccano» il Consiglio di Sicurezza dell'Onu e che il sindacato in esilio che rappresenta chiede che la giunta militare non sia più ammessa a sedere nell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a causa delle violazioni dei diritti umani fondamentali.

Riguardo alle dinamiche interne alla giunta militare, al potere in Birmania dal 1962, il signor Maung ha spiegato che «alcuni generali, a livello di comandanti di divisione, stanno cercando un contatto e un'apertura» con la società civile e i movimenti democratici, ma che «si dovrebbe mostrare ai militari che la comunità internazionale può avere un impatto» reale sul regime.

Thursday, May 21, 2009

Aung San Suu Kyi, verdetto già scritto

Ieri qualcuno ci era caduto, qualche agenzia di stampa e qualche sito avevano abboccato all'ennesima bugia della giunta militare birmana, annunciando l'apertura al pubblico del processo ad Aung San Suu Kyi. Ovviamente tutto è rientrato stamattina, quando è apparso evidente che né i giornalisti né i diplomatici avrebbero avuto accesso all'aula.

Ieri, per circa tre quarti d'ora, dieci giornalisti e trenta diplomatici sono stati ammessi a seguire il procedimento. Ma solo a tre diplomatici - gli ambasciatori della Russia (in quanto paese presidente di turno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu), della Thailandia (in quanto presidente di turno dell'Asean) e di Singapore - è stato permesso di scambiare qualche parola con la leader dell'opposizione democratica birmana, che stando a quanto trapelato da questi brevi colloqui avrebbe rilanciato l'appello alla «riconciliazione nazionale».

«Potrebbero esserci molte opportunità di riconciliazione nazionale se tutte le parti lo volessero», sarebbero state le parole di Suu Kyi, secondo un comunicato diffuso dal Ministero degli Esteri di Singapore, il cui ambasciatore è stato ammesso ai colloqui. Il problema, come sempre, è capire se i militari al potere sono disponibili. E per ora la risposta è chiara: no. Per l'ambasciatore britannico Mark Canning, infatti, il verdetto di colpevolezza è già scritto. Suu Kyi rischia una condanna a 5 anni, ma anche solo un anno sarebbe sufficiente per toglierla di mezzo dalle elezioni-farsa previste per il 2010.

Il Premio Nobel per la pace, ha raccontato l'ambasciatore britannico a The Irrawaddy, «considerato quello che ha passato, sembrava in un ragionevole stato d'animo e di salute. Era calma, dritta, vigile e dignitosa, e stava chiaramente guidando il suo team legale. Era interessante vedere gli ufficiali della sicurezza guardarla come si guarda qualcuno ancora considerato una figura chiave».

Il breve accesso all'aula dove si svolge il processo, sia pure positivo, «non cambia il problema fondamentale, cioè l'illegalità della sua detenzione», spiega Canning. «Non avrebbe dovuto trovarsi agli arresti domiciliari», come d'altronde neanche gli altri 2 mila prigionieri politici. «Le elezioni del 2010 non avranno alcuna credibilità senza il rilascio di Aung San Suu Kyi e degli altri prigionieri politici, e senza l'inizio di un dialogo effettivo tra il governo e l'opposizione», ha concluso il diplomatico.

Su Mizzima.com è stato pubblicato un commento di Enzo Reale, che suggerisce ai rappresentanti della National League for Democracy di elaborare e diffondere una Charta '09 per la democrazia in Birmania, sull'esempio cinese di Charta '08 e ispirata alla celebre Charta '77 dei dissidenti cecoslovacchi durante il regime comunista.
A text that, instead of repeating partial demands doomed to fall on deaf ears, raised the level of challenge against the regime with a political program based on the ideals and values of classical liberalism and historical declarations of rights. An anti-totalitarian Charter 09, inspired by Eastern Europe's Velvet Revolutions or other similar experiences and, at the same time, a model reply to the farcical constitution by which the generals will pretend to legitimate their grip on power. What purpose would such a document serve? Of course it would not produce a regime change tomorrow morning, nor stimulate an answer by a government far more repressive and paranoid than the Chinese regime. But certainly it could have some important consequences from other points of view. First of all it would demonstrate that the NLD and democratic activism in Burma are able to innovate themselves despite the persecutions of the regime and produce an ideal alternative beyond the mere concept of non-violence, an ideologically obsolete platform and now more similar to resignation than civil resistance. It would also provide a reference point for the birth of a civic movement involving a growing number of people, an embryonic civil society whose absence is today one of the main obstacles towards Burma's liberation and, at the same time, the best guarantee of survival for the military caste. Finally, a Charter 09 would compel the international community to recognize the new democratic Burmese movement as a living reality, worthy of material and moral support.

Wednesday, May 20, 2009

Processo ad Aung San Suu Kyi

Per rimanere aggiornati sul processo del regime birmano ad Aung San Suu Kyi, per saperne di più sui fatti «rilevanti» o «irrilevanti» intorno ad esso, non c'è miglior modo che seguire i post di 1972. La giunta militare si accontenterà di una proroga di un altro anno degli arresti domiciliari, oppure approfitterà della situazione favorevole a livello internazionale per saldare i conti con la leader dell'opposizione democratica infliggendole una condanna a più anni di carcere?

L'unica certezza, per ora, è la nostra totale e colpevole impotenza. Al di là di appelli e dichiarazioni che spuntano come funghi ma che non fanno certo una politica. Cominciano a risultare indigesti per l'alto tasso di ipocrisia che contengono.

Thursday, May 14, 2009

Aung San Suu Kyi e lo strano "ospite" americano

E' stata prelevata dalla polizia questa mattina alle 7 ora locale Aung San Suu Kyi, e rinchiusa nel carcere di Insein, a nord di Yangon. Premio Nobel per la pace nel 1991, la leader democratica che si batte contro la dittatura militare al potere in Birmania dal 1962 ha trascorso 13 degli ultimi 19 anni agli arresti domiciliari nella sua casa-prigione al numero 54 di University Avenue, a Yangon. I capi d'accusa nei suoi confronti si basano sulla sezione 22/109 del codice penale, la legge sulla sicurezza nazionale. Sarà processata il 18 maggio prossimo e se giudicata colpevole rischia dai 3 ai 5 anni di reclusione.

Il nuovo arresto è legato a una vicenda ancora molto oscura, su cui è già intervenuto 1972. In breve, è accusata di aver violato i domiciliari per aver ospitato nella sua abitazione, per due giorni, un 53enne americano, John William Yettaw. Ma l'uomo si era introdotto nella casa di nascosto, attraversando a nuoto il lago Inya, sulla cui riva si affaccia la villa dove è rinchiusa la dissidente, ed è stato arrestato la mattina del 6 maggio mentre cercava di allontanarsene, sempre a nuoto.

La strana coincidenza è che il 27 maggio sarebbero ufficialmente scaduti i termini degli arresti domiciliari, già prorogati arbitrariamente dai militari lo scorso anno. Quindi, c'è chi pensa che il regime abbia cercato, e infine trovato, il pretesto per mantenere la leader dell'opposizione birmana agli arresti anche per i prossimi anni. Nei giorni scorsi alcune fonti in Myanmar avevano riferito all'agenzia Asianews di «accuse montate ad arte» dal regime per «mantenere agli arresti domiciliari la "Cara signora"». Il governo stava cercando «ogni pretesto o espediente per giustificare una proroga del provvedimento», incurante delle condizioni di salute della donna, che «non sono buone: è molto debole e fatica a mangiare». Soffre di disidratazione e pressione molto bassa. Avrebbe persino bisogno di flebo per nutrirsi.

Secondo Kyi Win, il suo avvocato, il cittadino americano che si è introdotto nella sua abitazione sarebbe un «avventuriero» che avrebbe agito «di sua iniziativa». L'ambasciata americana ha più volte avanzato la richiesta di incontrare l'uomo, sempre respinta però dai vertici militari. Quindi gli interrogativi sulla vicenda si moltiplicano. Chi è John William Yettaw? Quali i motivi della sua azione? Com'è riuscito a violare uno dei luoghi più controllati del paese? Conosceva già Aung San Suu Kyi?

Gli esponenti della Lega nazionale per la democrazia sospettano una trappola organizzata dalla giunta stessa per incastrare la loro leader. Ma è più probabile, come ipotizza la rivista on line Irrawaddy, che Yettaw sia solo un mitomane ignaro delle conseguenze del suo gesto. In ogni caso, il regime ha preso la palla al balzo e ha prontamente utilizzato l'accaduto come prova della pericolosità della dissidente e dei suoi rapporti con potenze straniere. In questo modo la giunta militare cerca di fornire una cornice legale al prolungamento della detenzione di Aung San Suu Kyi: per la legge birmana, infatti, qualsiasi presenza notturna in un domicilio privato estranea al nucleo famigliare deve essere comunicata in anticipo alle autorità. Tre anni di detenzione la pena prevista per la mancanza di preavviso.

Unanime la condanna da parte di Stati Uniti e Paesi europei. L'ambasciatore birmano a Roma è stato convocato dal Ministero degli Esteri per una protesta ufficiale dell'Italia. Dov'erano però i governi occidentali in tutti questi mesi? Cosa hanno fatto per indurre la giunta militare birmana a liberare Aung San Suu Kyi e gli altri detenuti politici? La realtà è che Stati Uniti e Ue sanno indignarsi velocemente ma non sanno far seguire alle parole i fatti. Si sono ben presto dimenticati della Birmania, sia dopo la brutale repressione della rivolta dei monaci buddisti nel 2007, sia dopo il trattamento disumano riservato dalle autorità birmane alle proprie popolazioni colpite dal ciclone Nargis giusto un anno fa. La solita inutile missione dell'Onu è intervenuta a posteriori a sancire di fatto la "normalizzazione" del regime (spalleggiato dalla Cina).

Thursday, August 07, 2008

Bush e Sarkozy "politicizzano", in Italia prevale l'ipocrisia

Sì, il presidente americano Bush ha deciso di recarsi all'inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, ma ha approfittato dell'occasione, come promesso ai dissidenti che ha recentemente incontrato, per mettere al centro della sua visita i diritti umani e la libertà religiosa.

In un discorso a Bangkok, in Thailandia, anticipato ieri ma pronunciato oggi, ha espresso «profonda preoccupazione» per lo stato dei diritti umani in Cina. Gli Stati uniti «ritengono che il popolo cinese meriti le libertà fondamentali che rappresentano il diritto naturale di ogni essere umano», ha detto. Per questo, «si oppongono fermamente alla detenzione in Cina di dissidenti politici, sostenitori dei diritti umani e attivisti religiosi. Parliamo a favore di una stampa libera, libertà di riunione e diritti del lavoro non per opporci alla leadership cinese ma perché concedere maggiori libertà al popolo è l'unica strada per lo sviluppo del pieno potenziale della Cina... Quando premiamo per una maggiore apertura e giustizia non vogliamo imporre le nostre convinzioni, ma permettere ai cinesi di esprimere le loro. I giovani che crescono con la libertà di scambiare beni, alla fine chiederanno anche di scambiare le idee, specialmente su un internet senza restrizioni».

Un concetto forte quello della «ferma opposizione» alle violazioni dei diritti umani, che ha subito incontrato la dura replica di Pechino. «Nessuno dovrebbe interferire con le questioni interne di un'altra nazione», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese, sottolineando che Cina e Stati Uniti hanno idee divergenti sui diritti umani e i temi religiosi: «Ci opponiamo fermamente a parole e atti che utilizzano questi argomenti per interferire negli affari interni di un altro Paese».

Il presidente Bush si è detto comunque «ottimista sul futuro della Cina» e ha riconosciuto a Pechino il «ruolo critico di leadership» esercitato nei negoziati con Pyongyang e il «rapporto costruttivo» con Washington riguardo la questione di Taiwan. Ma come «leader economico globale», la Cina ha il dovere «di agire in maniera responsabile in questioni come l'energia, l'ambiente e lo sviluppo in Africa. In definitiva, solo la Cina potrà decidere quale strada seguire... il cambiamento in Cina arriverà con i suoi tempi, secondo la sua storia e le sue tradizioni».

Un altro messaggio forte lanciato da Bush dalla Thailandia è diretto al popolo birmano e ai dissidenti: «Insieme cerchiamo una fine alla tirannia in Birmania. Questa nobile causa ha molti campioni, e io sono sposato a una di loro», ha detto riferendosi alla moglie Laura.

Anche il presidente francese Sarkozy ha voluto caratterizzare la sua visita-lampo in Cina per l'inaugurazione dei Giochi, come presidente di turno dell'Ue, per i diritti umani. Ha infatti trasmesso a Pechino, a nome dell'Ue, una lista di detenuti politici cinesi e di attivisti per i diritti umani, annunciando inoltre che incontrerà il Dalai Lama entro la fine del 2008.

Dalle nostre parti, invece, assistiamo a comportamenti dilettanteschi e un po' patetici. Mentre Frattini ripete ogni giorno che i Giochi non devono essere «politicizzati» perché «lo sport è sport», Bush e Sarkozy hanno proprio voluto politicizzare la loro presenza a Pechino per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi.

Nel suo editoriale di oggi Ernesto Galli Della Loggia scrive ciò che mi sono sforzato di dire nelle ultime settimane e mesi su questo blog: «Chi oggi proclama la necessaria separazione tra lo sport e la politica avrebbe forse fatto bene a dire qualcosa anche di fronte al prolungato, massiccio tentativo, fattosi sempre più asfissiante negli ultimi mesi, da parte del regime di Pechino, di usare propagandisticamente le Olimpiadi. Non era, non è politica pure questa? Mai come stavolta i Giochi servono anche ad uno scopo politico». Alla causa dei tibetani e dei diritti umani? No, servono alla causa del regime. Non il boicottaggio, ma almeno un cenno simbolico sarebbe servito a prendere le distanze da questa operazione propagandistica.

Visto che invece il governo italiano ha scelto di prendere parte alla cerimonia inaugurale, e che l'Italia sarà rappresentata dal suo ministro degli Esteri, suona ipocrita che ora qualche esponente di quel governo e della sua maggioranza tenti di lavarsi la coscienza chiedendo agli atleti quei gesti morali e politici che la politica non ha saputo né voluto compiere e che a questo punto dovrebbero evidentemente restare alla libera coscienza del singolo.

Ma nemmeno si può dire, come afferma il presidente del Coni Petrucci, che gli atleti italiani hanno il «dovere» di sfilare. Questa imposizione ha il sapore un po' fascista dell'adunata a Piazza Venezia. Ogni singolo atleta è libero e responsabile delle sue scelte. Tuttavia, gli atleti preoccupati che si chieda allo sport di "sostituire" la politica dovrebbero rendersi conto di far parte loro malgrado di un'operazione sommamente politica, di essere strumenti della politica del governo cinese.

Piccoli gesti preziosi da parte degli atleti (forse non dagli italiani) ci saranno, ne siamo certi. Già se ne vedono. In 127, di cui 40 olimpionici, hanno inviato una lettera al presidente cinese Hu Jintao nella quale chiedono di trovare una soluzione pacifica alla questione tibetana e di garantire i diritti umani. Gli Stati Uniti hanno scelto il figlio di un rifugiato sudanese per la cerimonia apertura. La tedesca Imke Duplitzer vuole gareggiare ma non parteciperà alla festa d'inaugurazione.

Monday, June 02, 2008

Ipocrisia Usa

«Il governo di Naypyidaw è sordo e muto e ha provocato decine di migliaia di morti». Da questa consapevolezza il segretario alla Difesa Usa Robert Gates non ha tratto le ovvie conseguenze, ma solo l'ennesima ipocrisia e l'ennesimo cedimento al principio "sovranista", troppo spesso l'alibi di dittatori massacratori dei loro popoli: «Ma noi non entriamo, rispettiamo la sovranità del Myanmar». Le navi militari americane, britanniche e francesi al largo delle coste birmane, pronte a fornire aiuto alle popolazioni colpite ormai un mese fa dal ciclone, stanno per allontanarsi, visto il rifiuto della giunta militare birmana di autorizzare il loro intervento.

Wednesday, May 14, 2008

La tragedia birmana ennesima vergogna dell'Onu

La giunta militare al potere in Birmania continua ad ostacolare l'arrivo degli aiuti internazionali destinati alle vittime del ciclone Nargis. Migliaia di persone potrebbero ancora essere salvate prima che sopraggiungano fame ed epidemie. Ma anche oggi le autorità hanno ribadito il loro no all'ingresso di operatori umanitari, esperti e giornalisti nel Paese. Solo dopo estenuanti trattative gli aerei carichi di aiuti riescono ad atterrare, ma i militari continuano a impossessarsi del materiale. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, non è neanche riuscito a parlare al telefono con il leader della giunta, il generale Than Shwe, e sta riflettendo se recarsi lui stesso sul posto.

Il premier britannico Brown ha chiesto a Ban Ki-moon di convocare un vertice d'emergenza sulla situazione. Francia, Gran Bretagna e Germania ipotizzano di imporre gli aiuti aprendo un corridoio umanitario nelle zone più colpite e isolate, quelle del delta del fiume Irrawaddy, contro la volontà del regime. La Cina si conferma tra i peggiori complici della giunta birmana. Pechino e Jakarta hanno infatti bloccato giorni fa al Consiglio di sicurezza dell'Onu la proposta francese di entrare in Myanmar con squadre di aiuto anche senza il consenso del governo locale, in nome della «responsabilità di proteggere».

Il rifiuto della giunta di far entrare il personale umanitario nella regione devastata non ha precedenti nella storia dei soccorsi internazionali, per stessa ammissione dell'Onu. O per lo meno non così plateali. Quel che è certo è che proprio nell'anno del suo sessantesimo anniversario, la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo rischia di apparire ancor di più carta straccia per la stessa istituzione internazionale nata per diffonderne i principi e farli vivere. Quello di oggi in Birmania è solo l'ultimo, ma forse il più clamoroso e ridicolo, della lunga serie dei suoi fallimenti.

«E' tempo di cacciare la Birmania dalle Nazioni Unite», è la dura presa di posizione del Wall Street Journal, in un editoriale di qualche giorno fa: «Se l'Onu non mette in moto un processo per sospendere la membership della Birmania, allora chiaramente nulla è proibito». Il WSJ anticipa le facili obiezioni:
«Qualcuno dirà che la Cina, amica della giunta, quasi sicuramente porrà il veto su qualsiasi mozione di questo tipo. Allora lasciatela fare, alla vigilia dei suoi Giochi Olimpici con la torcia sotto assedio. Qualcuno dira, perché la Birmania, perché non il Sudan? Buona domanda. Cacciare la Birmania dall'Onu sarebbe simbolico. Ma l'intero mondo che sta a guardare mentre i generali birmani lasciano morire la loro gente di fame e di malattie è simbolo di qualcosa di peggiore. Se l'Onu non può fare nulla sulla Birmania, dovrebbe almeno fare qualcosa per il rispetto di sé».
Ancora una volta, oltre a milioni di vite, in gioco c'è la credibilità delle Nazioni Unite, ma non conviene scommetterci un centesimo.

Friday, May 09, 2008

La giunta militare vuole lucrare sul disastro

La giunta militare birmana dimostra ancora una volta di non avere scrupoli. Come temevamo, sta cercando di lucrare sugli aiuti. Non concede l'ingresso dei cooperanti stranieri e delle squadre di soccorso. Vuole distribuire da sé gli aiuti, i carichi di cibo e medicine inviati dalla comunità internazionale.

Un aereo cargo è stato addirittura respinto perché vi erano esperti di valutazione dei disastri e un gruppo di giornalisti senza visto. «Il Myanmar non è in grado di ricevere gruppi di giornalisti o di cooperanti di paesi stranieri. Al momento il Myanmar dà la priorità a ricevere e a distrubuire con le proprie risorse gli aiuti alle regioni colpite dal ciclone», si legge nel comunicato dei generali. Posizione che a maggior ragione vale per gli Stati Uniti: benvenuti gli aiuti umanitari, ma i soccorritori stranieri non possono entrare. Lo ha ribadito il viceministro degli Esteri all'incaricato d'affari americano, il quale sottolinea come i militari «non siano pronti» a cambiare linea di comportamento.

Un carico di 38 tonnellate di aiuti è stato persino confiscato dal regime. Fatto che ha indotto il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) a sospendere nel pomeriggio i voli umanitari diretti in Myamnar: «Abbiamo avviato discussioni con il governo del Myanmar e auspichiamo di arrivare a presto a una soluzione», ha dichiarato una portavoce. Successivamente, il Pam ha poi confermato altri due voli per domani, ma proseguono le discussioni con il regime sulla gestione degli aiuti.

Wednesday, May 07, 2008

Birmania, la dittatura ha ucciso più del ciclone

«Le autorità birmane si sono fatte cogliere impreparate». Traiettoria e potenza distruttiva del ciclone Nargis erano annunciati con estrema precisione. L'India aveva avvertito con 48 ore di anticipo. «Con un minimo di organizzazione, si sarebbero potute salvare molte vite umane», accusa un turista italiano appena rientrato dalla Birmania, dopo aver attraversato il Paese in pullman assistendo a scene «sconvolgenti».

Una catastrofe dalle proporzioni immani, forse persino maggiori di quelle dello tsunami del 2004. Ma non del tutto opera di una "natura matrigna". Su questo disastro è ben visibile la mano assassina di una dittatura disumana, che condanna il popolo birmano alla miseria, all'arretratezza, all'isolamento; che non solo non ha lanciato l'allarme e organizzato soccorsi, ma pone persino ostacoli all'ingresso nel Paese delle squadre di soccorso internazionali. Un regime senza pietà, animato dal totale disprezzo per la vita umana. E il sospetto è che si prepari a lucrare sugli aiuti. Un caso esemplare in cui andrebbe fatto valere il principio di ingerenza. Se la giunta fosse stata deposta mesi fa, si sarebbero potute salvare migliaia di vite.

In teoria, a Naypyidaw non avrebbero alcun interesse a esagerare il conteggio delle vittime: la pressione internazionale aumenterebbe e dovrebbero far entrare più stranieri nel Paese. Ciò da una parte fa temere un bilancio ancor più drammatico, dall'altra che la giunta sia disposta ad accettare solo aiuti materiali, soldi, che – è lecito sospettare – andrebbero a rimpinguare i conti bancari dei membri della casta al potere.

Si contano 23 mila morti, 41 mila dispersi e più di un milione di senza tetto. Oltre 5 mila km quadrati del delta del fiume Irrawaddy sono ancora sott'acqua, alta fino a sei metri. L'ex capitale Rangoon è senza acqua, luce e cibo. La produzione di riso azzerata. La Croce rossa internazionale ha lanciato un appello per 4 milioni di euro di forniture d'emergenza. L'Onu ha cominciato a distribuire i primi aiuti alla popolazione, ma l'isolamento di alcune zone completamente inondate rende complicati i soccorsi e secondo la Associated Press, che cita fonti Onu, la giunta militare starebbe ostacolando la concessione dei visti agli operatori umanitari delle diverse agenzie internazionali. «I visti sono ancora un problema. Non è chiaro quando si risolverà», si sarebbero lamentati alcuni funzionari Onu durante una riunione di coordinamento a Bangkok, in Thailandia.

Voci confermate dal fatto che il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ha chiesto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che imponga alla giunta di far entrare nel Paese gli aiuti e le squadre di soccorso. La Cina, principale sponsor del regime, acconsentirà? Il segretario generale Ban Ki Moon «cercherà di organizzare un incontro ad alto livello» per risolvere la questione.

Il presidente americano Bush ha rivolto un appello esplicito alle autorità birmane: «Lasciate che gli Stati Uniti vengano ad aiutarvi. I nostri cuori sono rivolti al popolo birmano. Vogliamo aiutarlo ad affrontare questo terribile disastro. Siamo pronti a far intervenire i mezzi navali nella zona per cercare morti e dispersi, per stabilizzare la situazione. Ma per fare ciò, la giunta birmana deve permettere alle nostre squadre di soccorso di entrare nel Paese». Un appello al quale si è unita anche la first lady, Laura Bush. Ma il regime tace, e la gente muore.

Friday, November 02, 2007

Nascita di una dittatura

Distratti dal chiacchiericcio del nostro backyard, già ci sono passati di mente i monaci buddisti birmani, che l'altro ieri sono tornati a manifestare, per la liberazione della leader democratica Aung San Suu Kyi, e neanche ci siamo accorti delle decine di migliaia di venezuelani scesi in piazza a Caracas per protestare contro la nuova costituzione voluta da Chavez, che prevede, tra le altre cose, la possibilità di rielezione indefinita del presidente.

Ecco come nasce una dittatura, nell'indifferenza generale. Ricordatevene, quando tra qualche anno sentirete parlare del Venezuela come se fosse da sempre una dittatura. Oggi c'è qualcuno che sta rischiando la vita per impedirla e che, prima o poi, un domani, dovremo sostenere. Non sarebbe stato meglio farlo prima?

Friday, October 26, 2007

Birmania. Tra la farsa e una mattanza in stile Pol Pot

Da una parte la messa in scena del dialogo, dall'altra la realtà di un paese brutalizzato da una Giunta militare al potere da 45 anni. Quando, prima o poi, il regime crollerà, verranno fuori le prove di una mattanza simile a quella compiuta da Pol Pot e dai suoi khmer rossi in Cambogia, e allora non potremo far altro che vergognarci per non aver mosso un dito.

«Vergogna della giunta, che proprio oggi diffonde alle telecamere di tutto il mondo il suo goffo tentativo di "riconciliarsi" con i monaci buddisti, costringendoli ad accettare doni. Ma siccome le autorità dei monasteri hanno proibito ai loro bonzi di farlo, i militari hanno inscenato una farsa, con falsi monaci, per una falsa riconciliazione. La giunta cerca di far "comprendere" alle autorità buddiste la "necessità" della repressione. Ma queste foto accusano ogni buona intenzione ed esigono domanda di perdono e un cambiamento radicale nel Paese.

Vergogna per noi, che al di là di qualche sussulto di scandalo verso le violenze dei militari, abbiamo pensato che in fondo si tratta solo della soppressione di alcune manifestazioni, quando invece si tratta di un sistema che uccide, ammazza, schiavizza una popolazione di quasi 50 milioni di persone.

Vergogna per l'Onu e la comunità internazionale, che non trova strumenti efficaci per garantire la democrazia a un popolo che l'ha scelta da tempo».


Così, Asianews, che diffonde le terribili foto (1 - 2) di un monaco buddista assassinato dalla dittatura militare birmana, inviate dagli esuli.

Thursday, October 25, 2007

In Birmania la farsa del dialogo: i carcerieri convocano la detenuta

Finché la leader democratica birmana non sarà formalmente rimessa in libertà e in grado di parlare liberamente, non si può dire Aung San Suu Kyi "incontra" la Giunta militare, né tanto meno che "tratta", come purtroppo abbiamo sentito in tv e letto sui giornali. Piuttosto, bisognerà dire è stata "prelevata", "trasferita", "condotta" dinanzi a un rappresentante del regime delegato dai generali ai rapporti con la National League for Democracy. Non può esserci dialogo alla pari tra una detenuta e il suo carceriere.

Le strade militarizzate, i monasteri blindati, le comunicazioni bloccate, la leader dell'opposizione mossa come una pedina, senza che le sia permesso rilasciare dichiarazioni ufficiali ai media, tutto lascia intendere che si tratti solo di un'operazione di immagine del regime, una messa in scena, una "photo-opportunity": far circolare la foto di Aung San Suu Kyi compostamente seduta accanto a un esponente del regime per dare a bere alla comunità e alle opinioni pubbliche internazionali che la situazione è ormai normalizzata e il dialogo procede. L'unico atto, concreto, che invece bisognerebbe esigere dalla dittatura militare birmana è restituire alla leader democratica, e agli altri dissidenti imprigionati, piena di libertà di movimento, parola e azione politica. Ma abbiamo la forza di esigerlo?