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Tuesday, November 23, 2010

I frutti avvelenati dell'appeasement

Myanmar, Corea del Nord, Iran. Tre regimi sanguinari e disumani per i popoli che opprimono, pericolosi per gli altri; tre insuccessi dell'Occidente e in particolare della strategia obamiana della "mano tesa" (o, piuttosto, del "porgere l'altra guancia"), ma anche di una certa realpolitik convinta che si possa escludere dall'analisi il fattore natura del regime.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.

Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.

Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.

L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.

MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.

Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.

IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.

E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.

Monday, November 08, 2010

Di farsa in farsa

E' una farsa anche la presidenza Obama, che solo oggi - dopo averle chieste e legittimate per due anni - si accorge che le elezioni in Birmania non potevano essere nient'altro che questo: una farsa. Il regime ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma la comunità internazionale - Stati Uniti e Ue in testa - le ha richieste a gran voce, ha insistito illudendosi di poter avviare un processo democratico nel Paese. Evidentemente così non è stato. I generali, come prevedibile, hanno mostrato buon viso a cattivo gioco: elezioni sì, ma a modo nostro. E chissà cos'hanno ottenuto in cambio dall'Occidente. Adesso ci ritroviamo con un Parlamento che gode comunque di una legittimità, sia pure solo formale, maggiore di prima (visto che erano vent'anni che non si votava); Aung San Suu Kyi ancora in catene; e le opposizioni democratiche divise. Un altro capolavoro di Obama e del buonismo internazionale.

Friday, October 09, 2009

Un Nobel alle buone intenzioni

Se bastassero le buone intenzioni...

Dopo lo schiaffo della bocciatura di Chicago come sede dei Giochi olimpici 2016, il presidente Obama ha un buon motivo per consolarsi: nove mesi di presidenza sono bastati per vedersi attribuire il Premio Nobel per la Pace. A Gandhi non bastarono cinque nomination. La notizia ha colto tutti di sorpresa. Al di là del consenso e delle grandi aspettative suscitati, anche ai più benevoli e ottimisti la decisione del Comitato per il Nobel è apparsa prematura, se non «ridicola». In Rete le battute si sprecano: «Santo subito!», il primo Nobel «preventivo», «di incoraggiamento», «sulla fiducia» o «sulla parola». Scetticismo anche tra i commentatori: un Nobel «alla speranza», al «grande comunicatore». «Più che un premio, un augurio», una «cambiale in bianco».

L'impressione è che con questa scelta il Comitato abbia toccato la vetta della demagogia a cui pure ci aveva già abituati da tempo. Dopo il terrorista Arafat e l'ambientalista Al Gore, l'ennesimo colpo di teatro, grottesco e patetico, frutto del pregiudizio ideologico. Obama non ha ancora fatto nulla, non foss'altro perché è in carica da nove mesi scarsi. Non ha chiuso Guantanamo; non ha ritirato un sol uomo dall'Iraq; ha raddoppiato il contingente Usa in Afghanistan e sta considerando l'invio di altri 40 mila soldati; nel frattempo, ha intensificato i bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan. Sta muovendo i primi passi di un dialogo con l'Iran dall'esito del tutto incerto. Magari i nordcoreani rinunceranno all'atomica e i generali birmani libereranno Aung San Suu Kyi, chi vivrà vedrà. Il processo di pace tra israeliani e palestinesi è ancora impantanato.

Obama non è il primo presidente americano ad essere insignito del Nobel per la Pace, ma è il primo a vincerlo senza aver fatto ancora nulla. Il presidente Theodore Roosevelt ricevette il premio nel 1906, dopo cinque anni di mandato, e aver contribuito alla pace tra Russia e Giappone. Nel 1919, Woodrow Wilson, da sei anni in carica, per la pace e la nuova architettura mondiale uscita dalla Conferenza di Versailles, dopo la I Guerra Mondiale. Più controverso il Nobel all'ex presidente Jimmy Carter, nel 2002, che però era pur sempre stato l'artefice degli accordi di Camp David che portarono alla pace tra Israele ed Egitto. Obama è stato premiato solo per aver «catturato l'attenzione del mondo e dato alla sua gente la speranza per un futuro migliore» – qualcosa che potrebbe rivendicare anche Ahmadinejad – e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli». E' vero che non sempre il premio è arrivato come riconoscimento di un risultato conseguito. Ma quando si sono voluti premiare gli «sforzi», si è trattato di personalità che da anni, se non per tutta una vita, si erano battuti per la causa della pace e dei diritti umani.

Tra i 205 candidati non mancava chi avesse le carte in regola: il medico congolese Denis Mukwege, fondatore dell'ospedale Panzi, che durante 12 anni di guerra ha salvato oltre 20mila donne dalle violenze delle milizie; la dottoressa Sima Samar, che difende i diritti umani in Afghanistan; il dissidente cinese Hu Jia; il primo ministro dello Zimbabwe Morgan Tsvangirai; il monaco e dissidente vietnamita Tchich Quang Do; l'avvocatessa cecena Lidia Iussupova. Per statuto il Nobel non può essere concesso a persone decedute, il che esclude purtroppo Anna Politkovskaja. Le candidature, inoltre, devono essere presentate entro febbraio, quindi niente da fare per l'Onda verde dei manifestanti di Teheran, né per la presidente del Congresso mondiale degli uiguri, Rebiya Kadeer, che da una vita, come il Dalai Lama, cerca di instaurare il dialogo con Pechino. Speriamo che a Oslo se ne ricordino per il prossimo anno, anche se per il 2009 si sono scordati dei monaci buddisti che lo scorso anno manifestarono pacificamente in Birmania, venendo brutalmente repressi, o dei promotori di Charta '08, il manifesto per la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Cina.

Tra qualche anno, o mese, quando il presidente Usa (e il mondo) sarà di nuovo assalito dalla realtà, il Nobel si potrebbe ritorcere contro lo stesso Obama, suscitando delusione e ironie per scelte che potrebbero contraddire le attese. Forse avrebbe fatto miglior figura declinando e chiedendo di essere riconsiderato fra tre o quattro anni.

UPDATE: anche stampa e commentatori Usa di sinistra "stupiti"

Una decisione «assurda», e «motivo di imbarazzo per il presidente stesso», avverte il britannico The Times nella pagina dei commenti. E infatti è lo stesso presidente Obama a reagire con evidente imbarazzo alla notizia. Si dice «onorato», anche se, confessa, «ad essere onesto non sono sicuro di meritarlo». E dichiara di accettare il premio «come invito all'azione», «non per i risultati ma per gli ideali». «Non è il primo di aprile, vero?», si lascia scappare un membro dello staff della Casa Bianca. L'annuncio, scrive anche il New York Times, ha «stupito», tutti dalla Norvegia alla Casa Bianca. Anche tra i commentatori di sinistra e tra i simpatizzanti di Obama c'è incredulità e non manca chi ritiene la decisione di insignire il presidente Usa del Nobel per la Pace prematura, se non «ridicola».

Come Ruth Marcus, editorialista del Washington Post: «Ridicolo, persino imbarazzante», scrive. «Ammiro il presidente Obama, mi piace, l'ho votato. Ma non è mancanza di rispetto far notare che non ha ancora fatto molto. Certamente non abbastanza da giustificare il premio». Così David Ignatius, anch'egli autorevole editorialista del WP, che definisce la decisione «goffa»: «Anche se sei un fan di Obama, devi ammettere che non ha fatto molto come peacemaker». «Ha vinto, ma per che cosa?», si chiede Jennifer Loven, capo corrispondente dell'AP alla Casa Bianca. Anche su The Huffington Post, uno dei blog di sinistra più celebri e seguiti, c'è chi, come Michael Russnow, reagisce con incredulità e disappunto. «Mi piace Obama, ma questa è una farsa. Non ha fatto nulla per meritarsi il premio», riconosce Peter Beinart, editorialista di The New Republic e studioso del Council on Foreign Relations. Per Mickey Kaus, su Slate, Obama dovrebbe «cortesemente declinare» e spiegare che «è onorato ma che non ha avuto ancora il tempo di realizzare ciò che vorrebbe». Per il blogger di sinistra Glenn Greenwald, su Salon, il Nobel a Obama è «incredibilmente e di tutta evidenza ridicolo».

Prevale il sarcasmo invece tra i commentatori conservatori, che da tempo hanno smesso di prendere sul serio questo tipo di premi. «Il nuovo re del pop accetta il premio Nobel», scrive Greg Hengler. Hugh Hewitt si congratula con il presidente, ma «adesso - gli chiede - usi il momento per salvare il popolo afghano dai talebani e il mondo dai fanatici iraniani». Bill Kristol, direttore del Weekly Standards, si chiede se Obama non sia il «Gorbachev del Liberalismo»: «Non intendo comparare Obama a Gorbachev, che fu, nonostante i suoi fallimenti, una figura davvero storica e coraggiosa». Ma poniamo, ipotizza Kristol, che «tra un anno i Democratici subiscano una dura sconfitta elettorale, e che il Nuovo Liberalismo prenda la via del riformismo comunista. E che, all'inizio del 2013, Obama si ritrovi molto tempo a disposizione per intrattenersi con Gorbachev nel circuito delle celebrità internazionali».

Friday, September 25, 2009

Aung San Suu Kyi, giallo sulla sua posizione riguardo le sanzioni

Su il Velino

La leader democratica birmana, Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari dopo la condanna subita lo scorso agosto, sarebbe pronta a collaborare con i leader della Giunta militare birmana perché siano alleggerite le sanzioni economiche contro il Paese. A sostenerlo è il suo portavoce e avvocato, Nyan Win, citato dalla Cnn. Ma sulla reale posizione del Premio Nobel per la Pace riguardo le sanzioni contro il regime sta montando un giallo. In precedenza, infatti, Suu Kyi si era fermamente opposta a qualsiasi alleggerimento delle sanzioni. E d'altra parte, anche il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, per ora ha negato di voler revocare le sanzioni, nonostante il nuovo approccio di apertura al dialogo con il regime.

Adesso, invece, in una lettera indirizzata al generale Than Shwe, Suu Kyi sosterrebbe di essere pronta a cooperare in questo senso, secondo quanto afferma oggi il suo portavoce e avvocato, rivelando di aver lavorato con lei alla stesura della lettera, anche se sarà inviata alla giunta solo tra qualche giorno. La leader dell'opposizione birmana vorrebbe prima informarsi su quante e quali sanzioni gravano sul Paese e su quali stanno avendo un impatto negativo sulla popolazione. Aung San Suu Kyi non ha mai parlato di «alleggerimento» delle sanzioni contro la giunta militare birmana, perché «non è nella posizione per decidere» in materia, affermava solo una settimana fa lo stesso Nyan Win, avvocato della Nobel per la pace ed esponente di primo piano del suo partito, rettificando a The Irrawaddy quanto rivelato il giorno prima dal senatore Usa Jim Webb.
LEGGI TUTTO

UPDATE (28 settembre): E' proprio così. Aung San Suu Kyi ha ceduto alle pressioni e ha inviato una lettera al capo della Giunta militare, il generale Than Shwe, chiedendo il permesso di incontrare gli ambasciatori occidentali in Birmania per discutere la possibilità della fine delle sanzioni occidentali contro il regime. Nella lettera spiega di voler cooperare con la Giunta birmana per ottenere la revoca delle sanzioni da parte degli Usa e delle altri Paesi occidentali e di voler a questo scopo ascoltare i pareri degli ambasciatori di queste nazioni in Birmania.

Friday, August 14, 2009

Diplomazia senza politica

Tutto qui? Se davvero le nuove sanzioni minacciate ai danni della giunta militare birmana per la condanna del Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi si riducono, come sembra, a colpire i quattro giudici responsabili del verdetto, aggiunti nella lista delle persone indesiderate, e i loro beni congelati, l'Unione europea si copre di ridicolo. Tanto tuonò che non piovve. Né ha avuto gran forza la reazione americana, ma vedremo quali risultati porterà a casa il senatore Usa Jim Webb, stretto collaboratore del presidente Obama - almeno così pare - in visita in Birmania per incontrarsi con la giunta. Per non parlare del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, organo ormai del tutto ininfluente che non fa che esprimere "preoccupazioni".

Tutto questo circo diplomatico viene preso di mira da Claudia Rosett, che coglie il lato tragi-comico di una diplomazia ormai fine a se stessa, che accompagna una non-politica, con le sue parole vuote, rituali, senza alcun seguito, come i vari "concerned", disappointed", "unacceptable":
«There's a comic side to this, as over-use and misuse combine to empty this already vacuous jargon of any real meaning».
Qui non s'intende contestare le espressioni diplomatiche in sé, a volte la loro inevitabile inafferrabilità, ma il fatto che dietro di esse si nasconda molto spesso un vuoto politico.

Tuesday, August 11, 2009

Tutto come previsto, ancora 18 mesi

Il verdetto di condanna non è mai stato in dubbio e dopo numerosi rinvii "tattici" del regime, nella speranza di far scemare l'attenzione internazionale sul caso, stamane è arrivato. Aung San Suu Kyi è stata ritenuta colpevole di aver violato gli arresti domiciliari e condannata a tre anni di carcere. La Corte ha concesso ai giornalisti di assistere alla lettura della sentenza, ma solo perché era in programma l'ennesima sceneggiata. Dopo qualche minuto di pausa, infatti, il colpo di teatro. Ha fatto il suo ingresso in aula il ministro degli Interni birmano, il quale ha letto un ordine speciale di Than Shwe, leader della giunta militare al potere, che commutava la pena a "18 mesi di arresti domiciliari". Giusto il tempo per togliere dalla circolazione la leader dell'opposizione birmana per tutto il 2010, anno in cui si terranno le elezioni-farsa.

Fin dall'inizio il caso che ha portato al nuovo processo nei confronti di Suu Kyi è sembrato una montatura creata ad arte dal regime. Il 14 maggio scorso il nuovo arresto, quando neanche due settimane dopo, il 27 maggio, sarebbero scaduti i termini degli arresti domiciliari che duravano da sei anni, prorogati più volte di anno in anno dal 2003. Ma proprio a pochi giorni dalla scadenza, ecco quello strano individuo che riusciva a introdursi nella villa - controllatissima - della dissidente e a rimanerci due notti approfittando della sua ospitalità. Un caso preso subito a pretesto dal regime, o addirittura pianificato - come si direbbe alla luce di una tempistica a dir poco sospetta - per mantenere Aung San Suu Kyi ancora agli arresti.

Adesso vedremo come la comunità internazionale, ma soprattutto Europa e Stati Uniti, reagiranno. Se si limiteranno alle sdegnate dichiarazioni di queste ore, o se adotteranno misure concrete nei confronti della giunta militare birmana.

Tuesday, July 28, 2009

L'unica "policy" è la convivenza

Il solito puntuale ed informato Enzo Reale sulla tristissima situazione birmana (da Mizzima.com):
Il tentativo di comprare la libertà di Aung San Suu Kyi con la promessa di nuovi investimenti dimostra una dose di improvvisazione e ingenuità che dovrebbe preoccupare gli attivisti per la democrazia dentro e fuori la Birmania e, in generale tutti coloro che hanno sempre guardato agli Stati Uniti come a una forza di cambiamento democratico nei paesi autoritari. Invece di lavorare per liberare la Birmania e i suoi cittadini, Hillary Clinton sceglie di concentrare gli sforzi americani verso un obiettivo simbolico, popolare e limitato, la liberazione del Premio Nobel per la Pace.
(...)
Le parole del Segretario di Stato sono inopportune per diverse ragioni. Innanzitutto sembrano suggerire che la realtà di miseria e di oppressione di 55 milioni di persone possa essere ridotta al destino di una singola, per quanto importante, icona democratica. Se potesse parlare, sono sicuro che Aung San Suu Kyi rifiuterebbe questo scambio: lei considera la sua libertà uno strumento per la liberazione del popolo birmano e non viceversa.
(...)
la proposta sottolinea tutta la debolezza (se non la inesistenza) di una strategia americana sulla Birmania. Dopo le dichiarazioni di Clinton, i generali sono più che mai consapevoli che il governo americano non ha idea di come trattare con loro. Non c'è nessun piano, solo un gioco di corteggiamento e rifiuto, di carota e bastone, che probabilmente li sta facendo divertire. In realtà, sembra che l'unica "policy" tangibile sotto Obama sia la convivenza con i regimi autoritari, in Asia e altrove: "normalizzazione" è la parola chiave.
(...)
democrazia e sviluppo sono intimamente collegati ed è impossibile promuovere uno sviluppo reale se continuerà il ladrocinio nazionale gestito da un governo spietato ed illegittimo. L'unica cura per la malattia della Birmania è la fine della dittatura, non più soldi (soldi occidentali, di nuovo?) nelle tasche dei generali. Signora Clinton, liberi la Birmania e libererà anche Aung San Suu Kyi.
Parole sagge, ma in questo periodo, anche alla luce della gaffe sull'Iran (l'offerta dell'«ombrello militare» ai Paesi minacciati dall'atomica iraniana), Hillary non mi pare nel massimo della forma ed è sicuramente "azzoppata" dalla mancanza di una totale identità di vedute con la Casa Bianca.

Tuesday, May 26, 2009

Birmania, le sanzioni Ue non funzionano

Anche su Il Foglio.it

L'Italia è stata «favorevole» a «confermare le sanzioni» dell'Ue contro il regime birmano, le quali «potranno essere incrementate o ridotte a seconda del comportamento della giunta militare». Parole pronunciate del ministro degli Esteri Frattini, in una conferenza stampa tenuta questo pomeriggio insieme al segretario della Cisl Bonanni. Peccato, però, che l'Europa abbia deciso di non allargare le proprie sanzioni al settore energetico e che le sanzioni in vigore non stiano funzionando, come ha riferito oggi al nostro Parlamento un rappresentante dei dissidenti birmani in esilio. Sarebbe comunque «un segnale positivo», ha aggiunto Frattini, se «alcune compagnie, incluse quelle petrolifere», si ritirassero volontariamente. «Le imprese italiane, ma anche quelle degli altri paesi europei, dalla Francia alla Gran Bretagna», devono capire che «ci sono dei limiti alla moralità del profitto. Quando una presenza imprenditoriale importante dà alla giunta uno strumento in più per sopravvivere, è chiaro che questo limite viene superato», ha spiegato il ministro.

La Cisl, ha dichiarato il segretario generale Bonanni, chiede all'Unione europea di impedire la concessione di polizze assicurative sui progetti del governo birmano e di «congelare» gli asset dei dirigenti birmani all'estero, come hanno fatto gli Stati Uniti. Il sindacato chiede inoltre che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu deferisca la giunta militare birmana davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità, perché fa ricorso, come accertato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, alla manodopera forzata.

Oggi è intervenuto anche Piero Fassino, inviato speciale dell'Ue per il Myanmar, per chiarire che le sanzioni sono «uno degli strumenti, ma non possono essere lo strumento unico e decisivo». «Le sanzioni – ha avvertito – hanno un valore politico e morale, sono uno strumento di pressione», ma bisogna sapere che «naturalmente, essendo state adottate soltanto dall'Europa e dagli Stati Uniti, e non dai paesi asiatici, hanno un'efficacia limitata».

E' di diverso avviso Maung Maung, segretario generale del sindacato birmano (FTUB) in esilio, ascoltato oggi alla Commissione Affari esteri della Camera. Il signor Maung spiega in altro modo «l'efficacia limitata» delle sanzioni contro il regime birmano. Sono le sanzioni adottate dall'Unione europea che non stanno funzionando. Al contrario delle sanzioni americane, ha spiegato ai commissari, quelle europee non funzionano perché «mancano forme di monitoraggio e di controllo» del loro rispetto. Di fatto sono sanzioni «approvate ma non applicate» alla dogana. Il rappresentante dei lavoratori birmani ha inoltre invitato l'Ue a includere nelle sanzioni i settori del gas, del petrolio e dei servizi finanziari. Ha fatto presente infatti che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti sui servizi finanziari stanno effettivamente creando qualche difficoltà al regime.

Maung ha inoltre denunciato le continue violazioni dei diritti dei lavoratori da parte del regime, citando in particolare il ricorso alla manodopera forzata e le restrizioni alla libertà di associazione. Si è detto convinto che il regime non permetterà che le elezioni previste per il 2010 siano libere e multipartitiche e che anzi sta cercando in tutti i modi di tenere la principale leader dell'opposizione democratica, la signora Aung San Suu Kyi, fuori dalla politica. Maung ha quindi chiesto ai paesi occidentali di esercitare pressioni, tramite l'Onu, per una revisione del processo elettorale e per una riforma della stessa Costituzione birmana. Ha poi spiegato che Russia e Cina «bloccano» il Consiglio di Sicurezza dell'Onu e che il sindacato in esilio che rappresenta chiede che la giunta militare non sia più ammessa a sedere nell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a causa delle violazioni dei diritti umani fondamentali.

Riguardo alle dinamiche interne alla giunta militare, al potere in Birmania dal 1962, il signor Maung ha spiegato che «alcuni generali, a livello di comandanti di divisione, stanno cercando un contatto e un'apertura» con la società civile e i movimenti democratici, ma che «si dovrebbe mostrare ai militari che la comunità internazionale può avere un impatto» reale sul regime.

Thursday, May 21, 2009

Aung San Suu Kyi, verdetto già scritto

Ieri qualcuno ci era caduto, qualche agenzia di stampa e qualche sito avevano abboccato all'ennesima bugia della giunta militare birmana, annunciando l'apertura al pubblico del processo ad Aung San Suu Kyi. Ovviamente tutto è rientrato stamattina, quando è apparso evidente che né i giornalisti né i diplomatici avrebbero avuto accesso all'aula.

Ieri, per circa tre quarti d'ora, dieci giornalisti e trenta diplomatici sono stati ammessi a seguire il procedimento. Ma solo a tre diplomatici - gli ambasciatori della Russia (in quanto paese presidente di turno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu), della Thailandia (in quanto presidente di turno dell'Asean) e di Singapore - è stato permesso di scambiare qualche parola con la leader dell'opposizione democratica birmana, che stando a quanto trapelato da questi brevi colloqui avrebbe rilanciato l'appello alla «riconciliazione nazionale».

«Potrebbero esserci molte opportunità di riconciliazione nazionale se tutte le parti lo volessero», sarebbero state le parole di Suu Kyi, secondo un comunicato diffuso dal Ministero degli Esteri di Singapore, il cui ambasciatore è stato ammesso ai colloqui. Il problema, come sempre, è capire se i militari al potere sono disponibili. E per ora la risposta è chiara: no. Per l'ambasciatore britannico Mark Canning, infatti, il verdetto di colpevolezza è già scritto. Suu Kyi rischia una condanna a 5 anni, ma anche solo un anno sarebbe sufficiente per toglierla di mezzo dalle elezioni-farsa previste per il 2010.

Il Premio Nobel per la pace, ha raccontato l'ambasciatore britannico a The Irrawaddy, «considerato quello che ha passato, sembrava in un ragionevole stato d'animo e di salute. Era calma, dritta, vigile e dignitosa, e stava chiaramente guidando il suo team legale. Era interessante vedere gli ufficiali della sicurezza guardarla come si guarda qualcuno ancora considerato una figura chiave».

Il breve accesso all'aula dove si svolge il processo, sia pure positivo, «non cambia il problema fondamentale, cioè l'illegalità della sua detenzione», spiega Canning. «Non avrebbe dovuto trovarsi agli arresti domiciliari», come d'altronde neanche gli altri 2 mila prigionieri politici. «Le elezioni del 2010 non avranno alcuna credibilità senza il rilascio di Aung San Suu Kyi e degli altri prigionieri politici, e senza l'inizio di un dialogo effettivo tra il governo e l'opposizione», ha concluso il diplomatico.

Su Mizzima.com è stato pubblicato un commento di Enzo Reale, che suggerisce ai rappresentanti della National League for Democracy di elaborare e diffondere una Charta '09 per la democrazia in Birmania, sull'esempio cinese di Charta '08 e ispirata alla celebre Charta '77 dei dissidenti cecoslovacchi durante il regime comunista.
A text that, instead of repeating partial demands doomed to fall on deaf ears, raised the level of challenge against the regime with a political program based on the ideals and values of classical liberalism and historical declarations of rights. An anti-totalitarian Charter 09, inspired by Eastern Europe's Velvet Revolutions or other similar experiences and, at the same time, a model reply to the farcical constitution by which the generals will pretend to legitimate their grip on power. What purpose would such a document serve? Of course it would not produce a regime change tomorrow morning, nor stimulate an answer by a government far more repressive and paranoid than the Chinese regime. But certainly it could have some important consequences from other points of view. First of all it would demonstrate that the NLD and democratic activism in Burma are able to innovate themselves despite the persecutions of the regime and produce an ideal alternative beyond the mere concept of non-violence, an ideologically obsolete platform and now more similar to resignation than civil resistance. It would also provide a reference point for the birth of a civic movement involving a growing number of people, an embryonic civil society whose absence is today one of the main obstacles towards Burma's liberation and, at the same time, the best guarantee of survival for the military caste. Finally, a Charter 09 would compel the international community to recognize the new democratic Burmese movement as a living reality, worthy of material and moral support.

Wednesday, May 20, 2009

Processo ad Aung San Suu Kyi

Per rimanere aggiornati sul processo del regime birmano ad Aung San Suu Kyi, per saperne di più sui fatti «rilevanti» o «irrilevanti» intorno ad esso, non c'è miglior modo che seguire i post di 1972. La giunta militare si accontenterà di una proroga di un altro anno degli arresti domiciliari, oppure approfitterà della situazione favorevole a livello internazionale per saldare i conti con la leader dell'opposizione democratica infliggendole una condanna a più anni di carcere?

L'unica certezza, per ora, è la nostra totale e colpevole impotenza. Al di là di appelli e dichiarazioni che spuntano come funghi ma che non fanno certo una politica. Cominciano a risultare indigesti per l'alto tasso di ipocrisia che contengono.

Thursday, May 14, 2009

Aung San Suu Kyi e lo strano "ospite" americano

E' stata prelevata dalla polizia questa mattina alle 7 ora locale Aung San Suu Kyi, e rinchiusa nel carcere di Insein, a nord di Yangon. Premio Nobel per la pace nel 1991, la leader democratica che si batte contro la dittatura militare al potere in Birmania dal 1962 ha trascorso 13 degli ultimi 19 anni agli arresti domiciliari nella sua casa-prigione al numero 54 di University Avenue, a Yangon. I capi d'accusa nei suoi confronti si basano sulla sezione 22/109 del codice penale, la legge sulla sicurezza nazionale. Sarà processata il 18 maggio prossimo e se giudicata colpevole rischia dai 3 ai 5 anni di reclusione.

Il nuovo arresto è legato a una vicenda ancora molto oscura, su cui è già intervenuto 1972. In breve, è accusata di aver violato i domiciliari per aver ospitato nella sua abitazione, per due giorni, un 53enne americano, John William Yettaw. Ma l'uomo si era introdotto nella casa di nascosto, attraversando a nuoto il lago Inya, sulla cui riva si affaccia la villa dove è rinchiusa la dissidente, ed è stato arrestato la mattina del 6 maggio mentre cercava di allontanarsene, sempre a nuoto.

La strana coincidenza è che il 27 maggio sarebbero ufficialmente scaduti i termini degli arresti domiciliari, già prorogati arbitrariamente dai militari lo scorso anno. Quindi, c'è chi pensa che il regime abbia cercato, e infine trovato, il pretesto per mantenere la leader dell'opposizione birmana agli arresti anche per i prossimi anni. Nei giorni scorsi alcune fonti in Myanmar avevano riferito all'agenzia Asianews di «accuse montate ad arte» dal regime per «mantenere agli arresti domiciliari la "Cara signora"». Il governo stava cercando «ogni pretesto o espediente per giustificare una proroga del provvedimento», incurante delle condizioni di salute della donna, che «non sono buone: è molto debole e fatica a mangiare». Soffre di disidratazione e pressione molto bassa. Avrebbe persino bisogno di flebo per nutrirsi.

Secondo Kyi Win, il suo avvocato, il cittadino americano che si è introdotto nella sua abitazione sarebbe un «avventuriero» che avrebbe agito «di sua iniziativa». L'ambasciata americana ha più volte avanzato la richiesta di incontrare l'uomo, sempre respinta però dai vertici militari. Quindi gli interrogativi sulla vicenda si moltiplicano. Chi è John William Yettaw? Quali i motivi della sua azione? Com'è riuscito a violare uno dei luoghi più controllati del paese? Conosceva già Aung San Suu Kyi?

Gli esponenti della Lega nazionale per la democrazia sospettano una trappola organizzata dalla giunta stessa per incastrare la loro leader. Ma è più probabile, come ipotizza la rivista on line Irrawaddy, che Yettaw sia solo un mitomane ignaro delle conseguenze del suo gesto. In ogni caso, il regime ha preso la palla al balzo e ha prontamente utilizzato l'accaduto come prova della pericolosità della dissidente e dei suoi rapporti con potenze straniere. In questo modo la giunta militare cerca di fornire una cornice legale al prolungamento della detenzione di Aung San Suu Kyi: per la legge birmana, infatti, qualsiasi presenza notturna in un domicilio privato estranea al nucleo famigliare deve essere comunicata in anticipo alle autorità. Tre anni di detenzione la pena prevista per la mancanza di preavviso.

Unanime la condanna da parte di Stati Uniti e Paesi europei. L'ambasciatore birmano a Roma è stato convocato dal Ministero degli Esteri per una protesta ufficiale dell'Italia. Dov'erano però i governi occidentali in tutti questi mesi? Cosa hanno fatto per indurre la giunta militare birmana a liberare Aung San Suu Kyi e gli altri detenuti politici? La realtà è che Stati Uniti e Ue sanno indignarsi velocemente ma non sanno far seguire alle parole i fatti. Si sono ben presto dimenticati della Birmania, sia dopo la brutale repressione della rivolta dei monaci buddisti nel 2007, sia dopo il trattamento disumano riservato dalle autorità birmane alle proprie popolazioni colpite dal ciclone Nargis giusto un anno fa. La solita inutile missione dell'Onu è intervenuta a posteriori a sancire di fatto la "normalizzazione" del regime (spalleggiato dalla Cina).

Thursday, October 25, 2007

In Birmania la farsa del dialogo: i carcerieri convocano la detenuta

Finché la leader democratica birmana non sarà formalmente rimessa in libertà e in grado di parlare liberamente, non si può dire Aung San Suu Kyi "incontra" la Giunta militare, né tanto meno che "tratta", come purtroppo abbiamo sentito in tv e letto sui giornali. Piuttosto, bisognerà dire è stata "prelevata", "trasferita", "condotta" dinanzi a un rappresentante del regime delegato dai generali ai rapporti con la National League for Democracy. Non può esserci dialogo alla pari tra una detenuta e il suo carceriere.

Le strade militarizzate, i monasteri blindati, le comunicazioni bloccate, la leader dell'opposizione mossa come una pedina, senza che le sia permesso rilasciare dichiarazioni ufficiali ai media, tutto lascia intendere che si tratti solo di un'operazione di immagine del regime, una messa in scena, una "photo-opportunity": far circolare la foto di Aung San Suu Kyi compostamente seduta accanto a un esponente del regime per dare a bere alla comunità e alle opinioni pubbliche internazionali che la situazione è ormai normalizzata e il dialogo procede. L'unico atto, concreto, che invece bisognerebbe esigere dalla dittatura militare birmana è restituire alla leader democratica, e agli altri dissidenti imprigionati, piena di libertà di movimento, parola e azione politica. Ma abbiamo la forza di esigerlo?

Monday, March 05, 2007

Grido di dolore dalla Birmania

La dissidente Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, offre un quadro inquietante del suo paese, governato da una giunta militare. E certe condizioni, soprattutto l'inefficienza della giustizia, ricordano terribilmente gli standard italiani.