Pagine

Showing posts with label frattini. Show all posts
Showing posts with label frattini. Show all posts

Thursday, May 12, 2011

Assad non è Gheddafi. E' peggio

Anche su taccuinopolitico.it

Perché non si può agire con Damasco come con Tripoli ma non per questo bisogna rinunciare a sostenere apertamente il regime change

La domanda sorge spontanea, come avrebbe detto Lubrano: che differenza c'è tra la repressione scatenata da Gheddafi in Libia, che ha provocato l'intervento militare della Nato, e quella scatenata da Assad in Siria, che invece ha avuto come reazione solo le timide sanzioni da parte dell'Ue e degli Usa? Se lo chiedono in molti, e sempre di più, in questi giorni.

Per Frattini la differenza è che «diciamolo francamente, Assad non è Gheddafi» e «la comunità internazionale ritiene che ci sia ancora un piccolissimo margine per aprire ad un programma di riforme». Quando parla il ministro degli Esteri o è una gaffe, oppure, per tenersi "coperto", copia letteralmente le frasi del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che però a sua volta non è infallibile. Meglio la seconda ed è questo il caso. Dopo aver definito Mubarak «uno di famiglia» e il suo regime «solido» durante le prime manifestazioni del Cairo, fino ad una settimana fa la Clinton spiegava che «la Siria può ancora varare riforme, nessuno invece credeva che Gheddafi lo avrebbe fatto», e che c'è quindi «un percorso ancora possibile con la Siria, per questo continuiamo insieme ai nostri alleati a fare pressioni». Né il presidente Obama ha mai intimato ad Assad di andarsene, come ha fatto con Mubarak e Gheddafi.

Il presunto "riformismo" degli Assad è un marchio di fabbrica dei Democratici Usa rispetto alla chiusura totale dell'amministrazione Bush nei confronti di Damasco, inserita a suo tempo nell'Asse del Male. Nonostante gli eventi degli ultimi mesi e giorni sembrino dar ragione all'ex presidente, pare che alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato sulla Siria non intendano proprio voler cambiare idea, nell'illusione che battendo sul tasto di un ipotetico "riformismo" siriano si possa alla fine incrinare l'asse tra Damasco e Teheran. Nulla di più improbabile.

Assad non è Gheddafi, su questo Frattini ha ragione, ma non nel senso che intendeva. Assad infatti è molto peggio di Gheddafi, sia per la durezza della repressione, sia per l'influenza geopolitica negativa della Siria sull'intera regione rispetto alla Libia del Colonnello.

La repressione è altrettanto brutale, ma più metodica. Meno ostentata, ma più efficace perché i metodi sono quelli iraniani, sperimentati con successo nel soffocare le manifestazioni del 2009. Anche Assad si avvale di carri armati e cecchini, bombarda le città degli insorti, rastrella casa per casa, tortura i feriti per ottenere le liste degli oppositori. Dall'nizio delle rivolte si calcola che siano stati uccisi dal regime 7-800 siriani, in migliaia imprigionati, di cui di alcune centinaia non si hanno notizie.

Qualcuno penserà al petrolio, ma oltre all'efficacia della repressione è piuttosto il contesto geopolitico ad essere del tutto differente. La Siria è legata all'Iran da un patto d'acciaio e anche se gli Assad volessero (ma non vogliono) aprire alle riforme, al loro popolo, Teheran non lo permetterebbe. Tra i due Paesi esistono strettissimi legami economici e militari, tanto che agenti iraniani stanno aiutando il regime di Damasco nella repressione.

La Siria degli Assad è infatti per l'Iran una pedina fondamentale per portare avanti la sua agenda, la sua scommessa egemonica, in Medio Oriente. A Damasco risiedono il cervello e le casse di tutti i più pericolosi gruppi terroristici anti-israeliani appoggiati da Teheran; è la base operativa da cui i pasdaran iraniani conducono le loro azioni clandestine all'estero; attraverso la Siria passano le armi per Hamas e Hezbollah; ed è grazie a Damasco che gli iraniani riescono ad aggirare le sanzioni dell'Onu sul programma nucleare.

Dunque, agire nei confronti di Damasco come si sta facendo con Tripoli non è possibile, perché significherebbe dover affrontare direttamente o indirettamente l'Iran. La prima conseguenza sarebbe l'ulteriore destabilizzazione del Libano, poi una nuova guerra di Hezbollah (e Hamas) contro Israele, fino a possibili attacchi contro le truppe americane in Iraq. Persino gli israeliani, preoccupati per una possibile deriva islamista in Egitto, guardano con timore ad un simile scenario e si limitano a sperare nella fine degli Assad senza interventi esterni.

Ciò non significa però che bisogna continuare ad illudersi sul "riformismo" degli Assad e che sia opportuno non sostenere apertamente il regime change in Siria, colpendo il regime con sanzioni più dure e sostenendo moralmente e materialmente le opposizioni.

Friday, April 29, 2011

L'errore commesso all'inizio

Si poteva evitare l'ennesima crisetta della maggioranza sulla Libia. Ma l'errore è stato commesso a monte più che a valle. A valle, d'accordo, soprattutto mancando di consultare l'alleato sulla «svolta»: «Con Umberto ho sbagliato, ho commesso un errore, avrei dovuto avvertirlo prima...», avrebbe ammesso Berlusconi. Le spiegazioni postume al fatto compiuto risultano sempre molto meno convincenti. Ma la «svolta», appunto, non avrebbe dovuto essere tale. Perché come qui si è scritto fin dall'inizio della crisi libica, era (ed è) interesse dell'Italia esserci, partecipare alla missione senza ambiguità, nel pieno dell'operatività. E come volevasi dimostrare... Questo interesse era tanto pressante da essersi alla fine imposto su tutto, superando la ritrosia di Berlusconi e della Lega, nonché il nostro orgoglio ferito da Sarkozy.

Raramente è stato (ed è) in gioco il nostro interesse nazionale in modo così lampante, direi eclatante. Il che rendeva inevitabile, obbligatoria, la nostra piena partecipazione, in prima linea, alla missione militare, per quanto appaia la più sconclusionata e mal preparata che si ricordi, almeno in tempi recenti. L'errore è stato metterci così tanto tempo per capirlo. Decidere subito di essere in prima linea in Libia avrebbe probabilmente risparmiato al governo le tribolazioni interne di questi giorni e certamente le piccole angherie dei francesi. Probabilmente Berlusconi e Frattini non hanno avuto un grande aiuto dai nostri servizi segreti e dal mondo imprenditoriale presente in Libia, che nonostante quanto stesse accandendo a Tunisi e al Cairo hanno continuato a illudersi della solidità di Gheddafi, ma il ritardo "impolitico" con il quale ci siamo adeguati alla realtà delle cose è stato l'errore causa di tutti i successivi mali.

Al vertice con la Francia Berlusconi non si è "calato le braghe", ma certo la difficoltà della nostra posizione era più che evidente. Se ci siamo dovuti sorbire le lezioncine di Sarkozy in queste settimane è sempre per quel dannato errore di valutazione iniziale. E né la Lega, né i giornali vicini al centrodestra (tranne Il Tempo) possono lamentarsi e dare lezioni, visto che se fosse stato per loro ce ne staremmo ancora ai margini, mentre le altre potenze europee fanno e disfano nel nostro cortile di casa. Colpa anche loro, infatti, se per giorni si è discusso della crisi libica solo in chiave immigrazione e non alla luce dei nostri ingenti interessi in Libia - quelli stringenti di ordine economico ed energetico, e quello più di lungo termine per una vera "stabilità" nel vicinissimo Oriente, se possibile appena un pizzico "democratica". Eppure, dovrebbe essere persino ovvio che non è la missione Nato a provocare o ad alimentare i flussi migratori, bensì il profondo rivolgimento in atto nei regimi nordafricani. Esserci, partecipare, semmai, ci metterà nelle condizioni migliori un domani per governarli.

Va poi considerato che per la stragrande maggioranza i 25 mila immigrati giunti fino ad oggi sulle nostre coste sono tunisini e - temo - molti galeotti fuoriusciti dalle carceri nei giorni della caduta di Ben Alì. Non si tratta di profughi della guerra civile libica, né di africani dall'"Africa nera", quindi non c'entrano nulla i raid sulla Libia, è una vera e propria ca...ta che «se butti bombe e missili gli immigrati aumentano». L'aver trasformato la crisi libica in una gigantesca emergenza immigrazione, ben oltre la realtà dei fatti, è stato un altro errore. Si sapeva dell'ondata, certo eccezionale ma non un esodo biblico, ma ci si è fatti lo stesso trovare impreparati. Le immagini di Lampedusa invasa non sono state un bel manifesto di efficienza, né sono servite a "commuovere" l'Unione europea, mentre l'accordo con le Regioni per la distribuzione degli immigrati poteva essere raggiunto in anticipo per evitare l'impatto mediatico degli accampamenti.

Anche sulla vicenda clandestini, è tutto vero: l'Europa è assente e ipocrita, i francesi arroganti, ma Parigi sta applicando ciò che fino a ieri noi stessi rivendicavamo di poter fare: espellere, secondo le norme di Schengen, quanti nonostante muniti di documenti in regola (se un permesso di soggiorno "emergianziale" è da considerarsi tale) non abbiano risorse per l'autosostentamento, un lavoro o denaro a sufficienza. La non belligeranza della Germania, poi, dimostra solo la miopia di chi la chiama in causa per sostenere che potevamo comportarci diversamente e restarne fuori, essendo fin troppo evidente che al contrario di noi italiani i tedeschi non hanno interessi neanche per un granello di sabbia in Libia.

Quanto al vertice con la Francia, il sostegno di Parigi (e ora anche tedesco, pare) a Draghi per la Bce era nell'aria. Ma l'annuncio di Sarkozy è stato senz'altro un punto a favore. Il maggiore impegno in Libia è un sì all'America e alla Nato, piuttosto che a Parigi. E il via libera all'Opa di Lactalis su Parmalat un utile esercizio di pragmatismo. I nostri industriali e le nostre banche non sembrano avere la volontà, né probabilmente i soldi, ma nulla vieta loro di rilanciare se tengono tanto a che resti italiana. Se c'è una cordata si faccia avanti, ma senza usare i soldi dei contribuenti per favore, neanche si trattasse di un settore delicato come la sicurezza e la difesa. Sullo shopping francese in Italia e altrove, e sul perché i nostri non abbiano il "grano" sufficiente, si potrebbe aprire una lunga parentesi. Come mai, per esempio, nonostante la nostra tradizione e cultura alimentare, riconosciuta in tutti gli angoli del pianeta, fino all'Antartide e alla Polinesia, è una grande catena di distribuzione francese, la Carrefour, a dominare i mercati - persino il nostro - imponendo ovviamente i prodotti francesi? Qualcuno - primi fra tutti i nostri imprenditori - dovrebbe farsi un esame di coscienza. Ma è un altro discorso ed ha a che fare, a mio modestissimo parere, anche con la difficoltà enorme che c'è in Italia di formare il capitale, e quindi di far crescere le dimensioni delle nostre imprese, per cui quelli che possono permettersi certe operazioni sono sempre gli stessi - per lo più banche - e non sempre sono interessati.

Insomma, paradossalmente la padanissima Lega sa essere anche la più "nazionalista", ma di un nazionalismo miope e rancoroso, mentre proprio per uno spirito di "sano nazionalismo" dovremmo recitare un ruolo da protagonisti nel palcoscenico del Mediterraneo.

Tuesday, April 05, 2011

Speriamo non sia troppo tardi

Alla fine, come ampiamente previsto, anche l'Italia ha dovuto riconoscere il Consiglio nazionale di transizione «come l'unico interlocutore politico legittimo per rappresentare la Libia», sebbene ancora non sia stato compiuto quel passo fino a ieri ritenuto necessario, cioè un accordo tra i 27 Paesi dell'Ue (ma allora, perché non farlo prima?). Arriviamo quasi un mese dopo i francesi, che l'hanno riconosciuto il 10 marzo. Forse sarebbe stato saggio farlo già una settimana dopo, contestualmente all'annuncio della nostra partecipazione ai raid contro le forze di Gheddafi. Non solo il riconoscimento, dall'incontro con Frattini il rappresentante del Cnt libico si porta a casa un altro importante risultato. C'è voluta quasi una settimana per cambiare atteggiamento anche riguardo l'ipotesi di armare i ribelli. Resta, certo, l'«estrema ratio» per la Farnesina, ma i toni sono mutati: dal «non è detto che sia la cosa giusta» al «non può essere esclusa».

Cambiamenti significativi anche riguardo la necessità di un «cessate-il-fuoco», che non è più la richiesta ambigua ad «entrambe le parti» come condizione per avviare una «riconciliazione nazionale» tra vittime e carnefice, ma un qualcosa - adesso lo si dice apertamente, com'è logico che sia - che va «imposto» a Gheddafi. Insomma, dopo un mese di tentennamenti la posizione italiana diventa più limpida e, inevitabilmente, si avvicina a quella di Francia e Gran Bretagna, rendendo a posteriori evidente che la soluzione politica concertata in asse con Berlino e l'ipotesi esilio di Gheddafi di cui si vaneggiava non erano che bluff diplomatici per reagire al protagonismo di Parigi e coprire i nostri colpevoli ritardi nel comprendere la nuova situazione. Speriamo solo che non sia troppo tardi.

Intanto, dopo aver avviato tardi e male l'intervento, Obama si defila. Il clamoroso disimpegno americano, che sembra compiersi guarda caso proprio mentre Obama annuncia la sua ricandidatura per il 2012, pone in serio pericolo la riuscita della missione e rischia di determinare uno stallo che vedrebbe la Libia di fatto spaccata in due. Una mossa che conferma quanto sia un presidente estremamente cinico e calcolatore quando si tratta della sua ambizione politica. Mi rendo conto che non abbiamo alcuna chance di poter convincere Obama a cambiare idea, ma una cosa che Frattini dovrebbe andare a dire a Hillary domani è "finite il lavoro".

Delle operazioni militari quindi si occuperebbero principalmente Francia e Gran Bretagna, mentre gli Usa resteranno più che altro con «funzioni di appoggio». Ma va tenuto presente che i mezzi impiegati da francesi e inglesi messi insieme non arrivano a quelli degli Usa: «Il 76 per cento delle operazioni belliche - calcola Il Foglio - sono state fatte dagli americani». Senza la potenza di fuoco Usa, dunque, le capacità della Nato in Libia rischiano di crollare vertiginosamente, mettendo a rischio anche il semplice rispetto della no-fly zone.

Thursday, March 31, 2011

Circo Italia

Il "presidio democratico" incoraggiato dal Pd, cui si sono uniti i forcaioli dell'Idv e del partito del presidente della Camera, si trasforma in un'aggressione squadrista proprio all'istituzione presieduta da Fini e ai suoi membri, in quel "popolo delle monetine" che quasi vent'anni fa rappresentò la pagina più brutta, incivile e insieme inquietante - perché non del tutto spontanea - del pur giustificato disgusto popolare per la corruzione imperante nella Prima Repubblica. E sono gli stessi: ex Pci, ma anche forcaioli di destra, dell'ex An, oggi divisi tra Idv e futuristi.

Nei Paesi seri il ministro della Difesa quasi non si sente e non si vede. Già le escandescenze televisive di La Russa risultano poco compatibili con il suo incarico, figuriamoci il "vaffa" di ieri all'indirizzo del presidente della Camera. Anche se interpreta l'umore di molti, non è certo un comportamento da ministro, né da coordinatore del primo partito italiano. Così come Fini che tenta di impedire a La Russa di denunciare in aula ciò che sta avvenendo a un metro dall'ingresso di Montecitorio (ancora una volta la rete di protezione di uno dei rami del Parlamento ha fatto cilecca), e che dà del «cocainomane» al ministro della Difesa, dimostra che non può essere presidente della Camera uno che nei confronti di Berlusconi e del Pdl ha gli stessi occhi iniettati di sangue dei manifestanti là fuori.

Che dire poi del Pd, che agita la piazza senza neanche rendersi conto di esserne in realtà prigioniero? Guardare sotto la voce "nullità". Ciò che è in gioco, oggetto dello scontro, come sintetizza efficacemente un titolo su Il Foglio di questa mattina, è il «diritto dei giudici ad abbattere Berlusconi». Un diritto che va negato con una riforma della giustizia rigorosa e senza compromessi che riporti la magistratura sotto controllo. Sì, sotto controllo, come ogni altro potere e ordine dello Stato. Sempre Il Foglio fa notare come la Repubblica inganni i suoi lettori. Nei suoi retroscena attribuisce al presidente Napolitano pensieri e interventi che sembrano delegittimare l'azione del governo e della maggioranza, ma si tratta spesso di pure invenzioni. Peccato che il quotidiano non abbia neanche l'onestà professionale di pubblicare le forti smentite del Quirinale.

Tutto questo mentre la crisi libica, con tutto ciò che comporta per il nostro Paese - interessi, ruolo in Europa e nel mondo, emergenza immigrazione - dovrebbe richiamare la nostra classe politica a ben altre priorità e sfide che non ad una rissa continua e sterile.

Già, la Libia. La defezione del ministro degli Esteri di Gheddafi, ed ex capo dell'intelligence del regime, Koussa è un'ottima notizia per Obama, Sarkozy e Cameron, un risultato delle loro pressioni politiche e militari, ma un po' meno per Roma. L'uomo che avrebbe dovuto tessere la trama negoziale per l'esilio del raìs pensa alla propria pelle e fugge. D'altra parte, tuttavia, l'ipotesi di armare i ribelli, che si sta facendo sempre più strada a Washington, a Parigi, così come a Londra, dimostra l'insufficienza della "strategia" adottata finora ed è la conferma che al di là delle ipocrisie l'obiettivo discriminante per il successo o meno della missione non è solo la protezione dei civili, ma la cacciata di Gheddafi. Se oggi di fatto si va verso un'escalation, è perché sì è agito con colpevole ritardo, in ossequio al ruolo dell'Onu (per ottenere una risoluzione ambigua esattamente come quella che portò alla guerra in Iraq) e al multilateralismo (se così si può chiamare una coalizione di 15 Paesi, mentre sarebbe "unilateralismo" quella di 40 per l'Iraq, ironizza Rumsfeld).

Il ritardo, infatti, ha reso insufficiente la formula della no-fly zone e dei raid aerei. E' probabile che le armi stiano già affluendo ai ribelli da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, magari via Egitto, sicuramente non dalla Nato, e non si possono escludere anche operazioni di appoggio (Obama avrebbe autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in Libia). Come al solito la nostra diplomazia non capisce al volo e si attarda in uno controcanto sterile («non è la soluzione migliore», o «è l'estrema ratio»), dal momento che sarà costretta ad accodarsi alle decisioni altrui tra pochi giorni.

Ma le difficoltà della missione voluta da Usa, Francia e Gran Bretagna, e l'escalation delle armi ai ribelli che sono costretti a valutare, non dovrebbero essere motivi di rivalsa a Roma. Confermano infatti che lo stallo militare sul terreno, con la Tripolitania saldamente nelle mani di Gheddafi e la Cirenaica ai ribelli, è una vittoria per il Colonnello, che può sperare così di sabotare i cingoli della missione internazionale e resistere indefinitamente, e una sciagura innanzitutto per l'Italia. Alla Farnesina continuano a non capire che uno stallo esclude che Gheddafi si rassegni a trattare il suo esilio, anzi sarà lui a chiedere a Obama, Sarkozy e a Berlusconi di andarsene. Non so se armare i ribelli sia l'opzione migliore (è ancora fresco il ricordo dei famosi stinger che gli Usa hanno dovuto ricomprare uno ad uno dai mujaheddin afghani), ma di certo se vuole avere un ruolo con questa carta velleitaria dell'esilio l'Italia deve augurarsi che l'intervento armato riesca a mettere Gheddafi con le spalle al muro, quindi non ha senso non bombardare oppure ostacolare soluzioni per aumentare l'efficacia dell'intervento alleato.

Wednesday, March 30, 2011

Condannati a rincorrere

Mentre Obama dichiara di non escludere di armare i ribelli, le parole nemmeno del ministro, ma di un portavoce della Farnesina che evidentemente non ha letto la rassegna stampa («non è la soluzione ideale... sarebbe una misura controversa, estrema e certamente dividerebbe la comunità internazionale») suonano esattamente come quel controcanto, quell'ambiguità che giustificano una certa freddezza nei confronti dell'Italia da parte del Consiglio nazionale di transizione libico, sempre più riconosciuto nel ruolo di guida del processo che porterà ad una nuova Libia. Freddezza emersa anche ieri al summit di Londra.

Più passano i giorni e più sembra evidente che Parigi riconoscendo il Cnt ha solo fatto prima degli altri, assicurandosi tutti i vantaggi che in prospettiva comporta, ciò che prima o poi anche gli altri Paesi saranno indotti dagli eventi a fare. E mentre un ambasciatore francese è già a Bengasi, e gli Stati Uniti inviano un loro rappresentante, Frattini ieri è solo riuscito ad ammettere che be', sì, la credibilità del Cnt si rafforza. Nel frattempo però, mentre apriamo lentamente gli occhi, l'Italia si vede scavalcata anche da Ankara. L'esercito turco già assicura il funzionamento del porto e dell'aeroporto di Bengasi; anche Erdogan tratta con Gheddafi per raggiungere un cessate-il-fuoco, mentre il suo ministro degli Esteri parla direttamente con Jibril, il capo del Cnt. Mi chiedo quanto ci vorrà perché alla Farnesina capiscano che è ora di riconoscere anche noi il Cnt ed instaurare rapporti formali.

Solo chiacchiere al summit di ieri a Londra, come si legge sui giornali? Da una parte sì: tutti hanno ripetuto che Gheddafi se ne deve andare, senza avere le idee chiare sul come. Nessuna decisione, dunque, anche se una piccola indicazione sulla piega che sta per prendere l'intervento alleato in realtà c'è: l'ipotesi di armare gli insorti sembra farsi strada. Detto questo, politicamente qualcosa è senz'altro accaduto. Esce rafforzata la credibilità del Cnt, e insieme ad essa il ruolo di chi li ha riconosciuti per primo. Essendo ancora in alto mare ogni ipotesi di esilio, su cui l'Italia sta puntando tutte le sue forze per recuperare un ruolo di primo piano nella crisi libica, esce accentuato anche il protagonismo di Londra e Parigi. Tra l'altro, siccome l'idea di un «esilio dorato macchiato di sangue» non piace molto ai ribelli, Frattini ha dovuto anche specificare che esilio non significa impunità, un altro macigno che grava sulla fattibilità della soluzione. Chi riuscirà ad aiutare il popolo libico a liberarsi di Gheddafi? Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna a forza di bombe, e forse fornendo armi agli insorti, o l'Italia con l'esilio? Se le ambiguità e i limiti imposti alla missione militare non rendono scontato il successo dei primi, ancor più improbabile che riesca la soluzione all'italiana. Soprattutto perché quante più difficoltà incontra la soluzione militare, tanto più diminuiscono le chance che Gheddafi si senta alle corde.

E' comunque questo - chi farà di più per cacciare Gheddafi -, comprensibilmente, uno dei metri di giudizio per le future relazioni che instaurerà con i Paesi occidentali la nuova leadership libica che sta prendendo forma in queste settimane. A Londra erano tre i rappresentanti del Cnt: Mahmoud Jibril, Guma El-Gamaty e Mahmoud Shammam. Hanno parlato con tutti, ma non c'era bisogno di essere presenti per capire che i rapporti privilegiati sono con Parigi («Sarkozy a Bengasi è ormai un eroe»), Washington e Londra. Le parole di Shammam sull'Italia, riportate dal Corriere della Sera, sono emblematiche e confermano le mie previsioni: «Distinguiamo fra italiani e governo italiano. Gli italiani sappiamo che ci appoggiano e saranno i benvenuti. Quanto al governo di Roma devo ammettere che c'è un grosso problema». Perché? «Il vostro premier ha avuto rapporti personali troppo stretti con Gheddafi e la sua famiglia, indubbiamente questo è un ostacolo al ruolo che l'Italia potrà svolgere». E Sarkozy no? «Ma adesso ci ha difeso». Chiedete che anche l'Italia vi riconosca? «No, il nostro obiettivo non è il riconoscimento, è semmai quello di cacciare subito Gheddafi e di avviare il processo politico per la ricostruzione della Libia. Poi decideremo e valuteremo le relazioni mediterranee». Più chiaro di così... Esattamente come scrissi giorni fa, fin dall'inizio della crisi, non sarà il passato a contare nelle relazioni con la nuova Libia - chi ha fatto più o meno affari con Gheddafi, chi era più o meno "amico" - ma il presente, chi cioè si impegna di più a cacciarlo. Ed è comprensibile che sia così. Quindi c'era tutto lo spazio per una conversione immediata a 180 gradi, esattamente come quella di Obama con Mubarak e di Sarkozy proprio con Gheddafi, e non ci saremmo trovati a rincorrere gli altri sventolando un piano "pannelliano" per Gheddafi.

Alla luce delle mosse che sta compiendo il governo italiano, il rischio non dico di essere tagliati fuori, ma di restare in secondo piano nel processo che porterà alla nuova Libia, Paese nel quale abbiamo rilevantissimi interessi strategici e commerciali, stanno aumentando o diminuendo? Scampato il pericolo iniziale di un isolamento totale, a me pare che restiamo nelle seconde file, se non in balconata, costretti a rincorrere le mosse altrui senza mai anticiparle.

Tuesday, March 29, 2011

Qual è il piano? Un colpo di fortuna

C'è da sperare che il presidente degli Stati Uniti sia un ipocrita e non un incapace. Nel suo discorso al Paese sulla Libia ha ribadito che favorire l'avanzata degli insorti non rientra nel mandato Onu che ha autorizzato l'intervento e che «ampliare la missione in modo da includere il regime change sarebbe un errore», ma ha spiegato che la caduta di Gheddafi è un obiettivo, solo che va perseguito «con mezzi non militari». Pressioni e isolamento.

E' evidente anche ad un bambino che questa strategia, se fosse applicata alla lettera, non porterebbe mai alla caduta di Gheddafi, il quale ha il vantaggio di poter considerare una vittoria anche solo una situazione di stallo dal punto di vista militare che lo veda controllare la Tripolitania. A parole la strategia di Obama è più vicina alla posizione italiana che a quella francese, ma nei fatti - fortunatamente - dai bersagli centrati, dalle armi e dai mezzi aerei (come gli AC-130 e gli A-10) impiegati dagli Usa, le cose sembrerebbero stare molto diversamente. A parole Obama assicura di non voler dare appoggio aereo ai ribelli né di perseguire militarmente la caduta di Gheddafi, ma nei fatti è esattamente ciò che le sue forze aero-navali stanno cercando di fare - pur senza dare troppo nell'occhio, quindi a scapito dell'efficacia dell'azione. A Washington d'altra parte sanno bene che le chance di successo delle pressioni non militari tanto care a Obama sono direttamente proporzionali al grado di minaccia bellica.

Tuttavia, l'ambiguità su un obiettivo militare che non si può dichiarare apertamente, e dunque sembra venire perseguito troppo debolmente, resta, ed è ciò che anche il Washington Post rimprovera al presidente, in sostanza di non avere «una strategia che non faccia affidamento su un colpo di fortuna - un golpe improvviso, una inaspettata avanzata ribelle, o un improbabile accordo con Gheddafi per il suo esilio... Il rischio - conclude il quotidiano della capitale Usa - è che l'ansia del presidente nel circoscrivere il coinvolgimento americano alla fine ostacoli il cambiamento che a parole sostiene». Se secondo voi "prova a farlo col minimo sforzo e senza dirlo" rappresenta una «dottrina» politica...

Un piano sostanzialmente affidato al colpo di fortuna - addirittura tre, cioè che Gheddafi accetti di fermare le armi, di dialogare con gli insorti e, infine, di andarsene - è anche quello elaborato alla Farnesina per ritagliare finalmente all'Italia un ruolo da protagonista: cessate-il-fuoco; dialogo di riconciliazione nazionale; iniziativa dell'Unione africana per convincere Gheddafi all'esilio. Tutto bello e buono, ma perché dovrebbe funzionare? Per di più in Italia, diversamente dagli americani, sembriamo ignorare la centralità del fattore militare. Ci illudiamo anzi che da uno stallo sul terreno possano scaturire le condizioni per una «fase di mediazione», mentre è vero il contrario, perché uno stallo è una vittoria di Gheddafi e il raìs non tratterà mai quando ai suoi occhi è convinto di poter vincere.

Ecco perché l'Italia dovrebbe continuare pure a elaborare quanti piani vuole ma intanto partecipare ai bombardamenti. Per fugare gli ultimi residui dubbi sulla sua amicizia (ex?) con la famiglia Gheddafi, e perché solo i successi militari possono accelerare la caduta del raìs con mezzi non militari. Per mediare c'è sempre tempo, ma prima bisogna mettere il dittatore dinanzi alla prospettiva di una sconfitta e/o morte praticamente certa. Il che con i dittatori non è mai facile, perché il loro fanatismo li induce a sopravvalutare leggermente le loro forze. Ma posta una pistola alla tempia di Gheddafi, il più sarebbe fatto e parlare di esilio non avrebbe senso se non per salvargli la vita.

Smascherati e umiliati

L'Italia smarrita alla ricerca di un copione

Ieri, con un uno-due che solo l'arroganza francese avrebbe potuto concepire, Sarkozy ha smascherato il bluff diplomatico italiano sulla Libia. Prima la dichiarazione congiunta Parigi-Londra a prefigurare per il vertice di oggi una «soluzione politica» della crisi libica fondata su un dialogo nazionale e un processo democratico di cui il Consiglio nazionale di transizione - già riconosciuto da Parigi - dovrebbe essere il motore. Niente di concreto, tutti auspici più che ovvii e condivisibili, ma nelle stesse ore da Roma e Berlino non usciva alcun comunicato, il che evidenziava come la sponda tedesca vantata da Frattini in questi giorni in contrapposizione all'asse anglofrancese fosse solo un gioco di specchi; poi, la videoconferenza pre-vertice convocata da Sarkozy con Cameron, Obama e la Merkel, ad evocare una guida politica "a quattro" della crisi libica che incredibilmente includeva la Germania, astenuta sulla risoluzione dell'Onu e del tutto assente dalle operazioni, ed escludeva l'Italia, che con le sue basi e il comando dell'embargo navale Nato svolge comunque un ruolo di primo livello. Uno schiaffo tremendo, che oltretutto certificava come non esistesse alcun asse diplomatico Roma-Berlino.

Un'umiliazione che andrà restituita a Parigi con gli interessi alla prima occasione utile, ma che non è decisiva, come spiega Vittorio Emanuele Parsi su La Stampa, e, anzi, è anche lo specchio delle «debolezze» francesi e tedesche:
«La partita vera si gioca oggi a Londra. E per quel che riguarda il ruolo dell'Italia, il comando delle forze impegnate nel blocco navale, l'inclusione nel Gruppo di contatto e la partecipazione attiva a una coalizione sotto la guida della Nato pesano molto di più che l'esclusione, pur immeritata e sgarbata, da una teleconferenza organizzata all'ultimo momento per lenire l'orgoglio ferito di Sarkozy».
In questi casi, quindi, sdrammatizzare sul momento è d'obbligo, per non accentuare ulteriormente l'accaduto. Epperò, alla luce dell'appuntamento di oggi a Londra, e anche considerando l'ondata di clandestini che sta approdando sulle nostre coste nell'indifferenza dell'Ue, faremmo comunque bene a cogliere quest'occasione per fare un po' di sana autocritica sui limiti, direi l'inconsistenza della posizione dell'Italia, che dalle operazioni in Libia resta con un piede dentro e uno fuori aspettando un Godot che le restituisca magicamente il "posto al sole" perduto.

All'inizio Gheddafi non andava «disturbato»; seguono giorni di imbarazzato silenzio, poi sì all'intervento, ci siamo anche noi ma anche no, «i nostri aerei non spareranno»; l'idea di aspettare che maturino le condizioni per una «fase di mediazione» viene abbandonata per una «soluzione politica» basata sul dialogo nazionale fra le tribù; intanto, Berlusconi che si dice «addolorato» per il raìs; adesso si farebbe di nuovo strada l'ipotesi dell'esilio. Tutto e il contrario di tutto, insomma, fuor ché l'unica scelta che ci avrebbe fatto recuperare il terreno perduto: partecipare ai raid sulle forze del regime.

Puntare sull'esilio di Gheddafi per ritagliarsi un ruolo è più che velleitario, è come sperare che ti entri una scala reale con una carta sola ancora da scoprire. Può capitare un colpo di fortuna, certo, ma non è saggio impostarci il tuo gioco. In questo momento dovremmo puntare sulle bombe come gli altri (cioè a far cadere Gheddafi prima possibile), e intanto approfondire i contatti con il Cnt, semi-riconoscerlo anche, poi si vedrà. Tanto il ruolo di mediatori, nel caso di ripensamenti da parte del raìs, non ce lo toglie nessuno.

Un errore di valutazione madornale invece, che probabilmente si commette in queste ore alla Farnesina e che si legge sui giornali, è dare per scontato che una situazione di stallo militare possa favorire le condizioni per quella fase di mediazione per cui ci stiamo preparando, mentre è vero piuttosto il contrario, chiuderebbe ogni chance: Gheddafi non accetterà mai l'idea di lasciare, ma tanto più se sarà riuscito a resistere ai raid e all'avanzata dei ribelli. Lo stallo per lui è come una vittoria. Basta che resista in Tripolitania, tanto da evocare lo spettro di una Libia divisa in due. A quel punto spera di costringere la comunità internazionale a trattare con lui o a dividersi sul da farsi. Se c'è una minima possibilità che accetti l'esilio, è messo di fronte ad una situazione disperata, ma a quel punto potrebbe essere troppo tardi, sarebbero i ribelli a non volerlo concedere.

Piuttosto, uno scenario leggermente più probabile che dovremmo prepararci fin d'ora ad affrontare è che di fronte ad uno stallo la Francia decida di inviare truppe di terra. Questa volta sarebbe il caso di riflettere in anticipo su come comportarci.

Monday, March 28, 2011

Panorama deprimente

E' stato un weekend di pura follia quello che si è appena concluso. Con Frattini che se ne esce con l'idea malsana di un bonus in denaro per convincere i clandestini a rimpatriare, che di tutta evidenza non farebbe altro che alimentare il commercio di essere umani su cui prosperano le organizzazioni criminali; il centrodestra al governo e i giornali ad esso vicini (con l'eccezione del Tempo di Mario Sechi) che continuano a trattare la crisi libica come un'emergenza immigrazione e poco più (quando a tutt'oggi i grandi esodi paventati non si sono visti) e, ancor più patetico, ad esercitarsi in complottismi e vittimismi, quando è evidente che Parigi e Londra, ciniche quanto si vuole, stanno solo perseguendo il loro interesse nazionale; e in ultimo le opposizioni, che immancabilmente si dimostrano capaci solo di strumentalizzazioni sull'orizzonte ristrettissimo della politica interna.

Con rarissime eccezioni, insomma, un panorama politico e giornalistico davvero deprimente, mentre Gheddafi sta per cadere (i ribelli starebbero marciando verso Sirte, sua città natale), e Francia e Gran Bretagna giocano all'attacco la loro partita per l'influenza nel Mediterraneo, per riempire cioè quel nuovo promettente spazio geopolitico apertosi con le rivoluzioni del Nord Africa. Dovremmo chiederci perché noi non solo non riusciamo ad agire con la stessa determinazione ed efficacia, sembriamo ancora intontiti dalla tempesta che ha spazzato via il nostro comodo "posto al sole" in Libia, ma neanche discutiamo di come riprendercelo, quasi ce ne vergognassimo. Eppure, basterebbe partecipare attivamente, quanto francesi e inglesi, alle operazioni militari (abbiamo le forze e le capacità operative per farlo) e sfruttare al meglio qualcosa che loro invece non hanno: i nostri contatti, la nostra conoscenza sul campo, la nostra buona immagine.

Invece, stiamo lì a rimuginare, a piangerci addosso, ad aspettare un'improbabile «fase di mediazione» che dovrebbe farci tornare protagonisti, sottolineando in questo modo noi stessi il ruolo di secondo piano dell'Italia. Se chiedere «l'immediato cessate il fuoco» quando Gheddafi sembrava stesse per sferrare l'attacco finale su Bengasi aveva un qualche senso, è ridicolo farlo oggi, quando può essere scambiato per un modo di correre in aiuto del Colonnello stretto in una morsa (ribelli e raid) che sembra inesorabile, anche se lenta. Il nostro governo vaneggia di «mediazioni», «dialogo», «riconciliazione nazionale», mentre il raìs sta ancora combattendo ed è chiaro a tutti che venderà cara la pelle, altro che esilio... Certo, prima o poi occorrerà avviare un dialogo fra le tribù, un lavoro di riconciliazione, ma solo dopo che sarà caduto Gheddafi. Affannarsi tanto ora ricopre di un alone di ambiguità le nostre intenzioni, si potrebbe pensare che pretendiamo o che crediamo possibile «riconciliare» i ribelli con il tiranno e viceversa.

Siamo riusciti, è vero, a togliere a Sarkozy il monopolio del palcoscenico, ma ormai gli effetti che l'intervento alleato doveva determinare sul campo si sono verificati. Insomma, la Nato sembra intervenire se non a cose fatte, di certo molto ben avviate, e i ribelli sanno bene chi è intervenuto per primo e in modo decisivo in loro soccorso, nell'ora più drammatica. Pensare che ci lasceranno condurre le danze del dopo-Gheddafi, dopo che siamo rimasti in secondo piano negli sforzi per cacciarlo, è pura utopia consolatoria. Tant'è che alla nostra vera o presunta «soluzione diplomatica» avanzata da Frattini (di sponda, pare, con Germania, Russia e Turchia) già se ne contrappone un'altra, vera o presunta anche questa, elaborata da Parigi e Londra (almeno così dice il ministro degli Esteri francese Juppé). Sarà dura recuperare sulla nuova Libia l'influenza che avevamo, ma quand'è che iniziamo a giocare da duri?

Monday, March 21, 2011

Partiti, ma che confusione!

Come si fa a non rimpiangere Bush e Blair?

Delle ragioni che rendono per l'Italia obbligatorio partecipare attivamente all'intervento militare in Libia, e che anzi avrebbero suggerito sin dall'inizio un ruolo da protagonista del nostro governo in quel senso, ho già scritto in questo post. Ma quel che stupisce in queste ore, persino da parte statunitense, è la confusione su aspetti cruciali della missione, che potrebbe seriamente compromettere la sua riuscita.

Il rischio di insuccesso c'è innanzitutto perché è tardiva, a causa delle incertezze occidentali (e in primis americane) più che per il veto russo, di fatto superato due sabati fa con il via libera della Lega araba. All'inizio, durante l'avanzata dei ribelli, una no-fly zone e alcuni raid mirati avrebbero potuto assestare l'ultima spallata a Gheddafi. Oggi è tutto molto più problematico: salvare gli insorti e i civili dalla controffensiva del raìs non significa automaticamente farlo cadere, quindi si rischia uno stallo della situazione.

Registriamo nel frattempo la relativa facilità con cui sembra stabilita già in queste ore la no-fly zone sulla Libia. Le forze della coalizione hanno ampiamente «neutralizzato» le difese aeree libiche ed evitato «in extremis» un massacro a Bengasi», ha riferito il primo ministro britannico Cameron alla Camera dei Comuni; «abbiamo dedicato le prime 24 ore alle operazioni per stabilire la no-fly zone e stiamo passando adesso alla fase di pattugliamento del cielo libico», ha reso noto poco fa un portavoce del Pentagono. Solo 24 ore? Ma non era lo stesso Pentagono ad avvertire che predisporre una no-fly zone sarebbe stata un'operazione complessa e pericolosa che richiedeva studi e contro-studi, riflessioni su riflessioni?

Ma soprattutto, ciò che allarma - anche il Wall Street Journal, favorevole all'intervento - è la confusione che a tre giorni dal via alle operazioni ancora si registra riguardo la leadership politica, il comando operativo, le limitazioni e gli obiettivi finali della missione.

Obama ha spiegato che gli Usa «partecipano» a una coalizione «che non guidano». Sarebbe una situazione inedita e il WSJ ha rammentato ad Obama che la Costituzione Usa pone il presidente americano al comando delle forze armate, né Sarkozy né l'emiro del Qatar. Gli americani non la prenderebbero bene se venisse fuori che c'è qualcun altro al comando delle loro forze aero-navali che operano in Libia. Ma quindi chi guida la missione? Per ora nessuno, pare di capire. In queste prime fasi la coalizione ha agito in ordine sparso, con un coordinamento random. E' sbalorditivo come gli Stati Uniti non abbiano preventivamente ottenuto da Parigi l'impegno ad accettare un comando Nato una volta concesso loro di sparare il primo colpo. Pare che qualcosa si stia muovendo adesso. Il ministro degli Esteri francese ha aperto ad un «sostegno» Nato; Cameron ha espresso la volontà che «col tempo il comando e il controllo dell'operazione passi alla Nato»; la Norvegia ha sospeso la sua partecipazione finché non sarà chiarita la questione del comando; e finalmente, dopo essere entrati a pieno titolo nella coalizione, anche dall'Italia arriva un colpo d'ala per arginare il protagonismo francese: se la missione non passerà sotto comando Nato, avverte Frattini, l'Italia riconsidererà la sua posizione sull'uso delle basi. I francesi replicano e rischia di finire a pesci in faccia tra Roma e Parigi.

Speriamo che qualcuno a Washington sia in ascolto, ma pare che anche lì qualcosa nella catena di comando non funzioni. Veniamo infatti alla leadership politica e agli obiettivi finali della missione. Nella risoluzione dell'Onu che autorizza gli attacchi non c'è scritto che l'obiettivo è la caduta di Gheddafi. Eppure, tutti sanno che è proprio quello l'obiettivo ultimo e non potrebbe essere altrimenti. Venerdì scorso il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, non ha nascosto che oltre a fermare le violenze del Colonnello sui civili il secondo esito che si vuole provocare, sia pure indirettamente, è la fine del suo regime. Eppure, la Clinton è stata corretta venerdì stesso, poi sabato, poi ancora oggi, da Obama, il quale ha chiarito e fatto ribadire dai suoi portavoce che «l'azione non mira a mutamenti di regime» in Libia (non sia mai che qualcuno dovesse confonderlo con Bush...). Ora, o il presidente americano ci crede stupidi, o si è bevuto il cervello. Perché una missione del genere che non si ponesse come obiettivo ultimo la caduta di Gheddafi sarebbe da irresponsabili. Un autentico salto nel buio.

Intanto, anche al Cremlino si registra qualche scossone negli equilibri del potere. Medvedev smentisce Putin. L'ex presidente aveva bollato la risoluzione 1973 dell'Onu come un «appello alle crociate». «Inaccettabile» per Medvedev, che ha invece definito «non sbagliata» la risoluzione.

Tuesday, March 08, 2011

Obama e il fantasma di Bush

Su taccuinopolitico.it

Dalle politiche anti-terrorismo alla crisi libica, Obama rischia di seguire la strada di Bush
Il "change", almeno in politica estera, è costretto a rimangiarselo a favore di un "dietrofront". Con il discorso del Cairo, poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Obama aveva voluto dimostrare al mondo che l'America stava cambiando rotta: niente più regime change; basta ingerenze negli affari interni dei Paesi arabi; come interlocutori i regimi al potere e non i movimenti democratici (a quelli egiziani e iraniani furono decurtati gli aiuti). Dai leader arabi "moderati" il nuovo presidente Usa si aspettava in cambio un contributo concreto al rilancio dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi (per tutte le sinistre occidentali l'unica politica mediorientale degna di essere perseguita); dagli iraniani, che non sentendo più minacciato il loro potere si convincessero a fermare il programma nucleare.

Ha ricevuto invece uno schiaffo dietro l'altro. Il processo di pace non ha compiuto passi avanti (e come avrebbe potuto? Non essendo - almeno non più - il conflitto israelo-palestinese all'origine delle tensioni della regione, ma queste ultime ad impedirne la soluzione); Teheran ha rispedito al mittente le più generose offerte occidentali; e per di più, adesso, coloro i quali erano stati snobbati da Obama - le vere "piazze arabe" - calcano la scena da protagonisti, imponendosi come attori, o almeno fattori politici non più trascurabili in Medio Oriente, nemmeno dagli autocrati che li governano. Starebbe quindi emergendo tra gli analisti della Casa Bianca la consapevolezza che le rivolte che nessuno aveva previsto possano diventare «l'evento che segnerà l'amministrazione Obama».

Obama non vuole mancare all'appuntamento, ha capito dove spira il vento della storia e che lo status quo è inaccettabile, ma allo stesso tempo teme di dire e fare le stesse cose di George W. Bush, di venire trascinato dall'impetuosa corrente della realtà nelle stesse identiche situazioni che si trovò ad affrontare il presidente dell'11 settembre e che tanta impopolarità gli addussero. Nel caso, si tratterà di trovare i giusti espedienti retorici e comunicativi per liberarsi dall'ombra del suo predecessore, ma sarà molto, molto difficile non ammettere che per due anni ha sbagliato politica estera e che la Freedom Agenda, pur declinata con pragmatismo, è oggi la più sensata da perseguire.

L'altro ieri Obama ha firmato un decreto presidenziale per far ripartire i processi militari a Guantanamo, dopo due anni di riflessione e apportandovi modifiche solo cosmetiche, stabilendo inoltre che alcuni detenuti resteranno nel carcere a tempo indeterminato e senza processo. E' la conferma che per quanto imperfetto, l'impianto giuridico elaborato dall'amministrazione Bush resta il più ragionevole considerando che ci si trova di fronte ad un fenomeno giuridicamente inedito. «Nessuno - ha scritto beffardamente il Wall Street Journal - ha fatto di più per rinverdire la reputazione delle politiche anti-terrorismo dell'era Bush dell'amministrazione Obama». Avrete notato come sia sparita dai giornali e dai dibattiti televisivi qualsiasi preoccupazione su Guantanamo - che Obama non ha chiuso - e sullo status giuridico dei detenuti - che nella sostanza viene confermato.

In queste ore, con la crisi libica, Obama rischia di ripercorrere gli stessi passi di Bush anche sull'uso dell'hard power americano, anche se non sentirete nessuno rimproverarglielo. Ad un presidente di colore, alto, giovane e soprattutto progressista questo ed altro è concesso. Le analogie si moltiplicano con il passare dei giorni: anche oggi come allora lo status quo è inaccettabile. Gheddafi come Saddam è uno sterminatore del suo popolo e un pericolo per gli altri; i costi umanitari, economici e strategici dello stallo rendono urgente un intervento. Anche se certamente va ben ponderato e calibrato, con un occhio più che vigile a quanto accade nel frattempo nello strategico Bahrein e, quindi, ai riflessi sulla stabilità dell'Arabia saudita. Per la Libia, la Nato sta studiando «una vasta gamma di opzioni, tra cui eventuali opzioni militari». Francia e Regno Unito, con l'appoggio Usa, si preparano a chiedere alle Nazioni Unite una risoluzione che autorizzi l'istituzione di una no-fly zone, o comunque un qualche intervento militare in grado di rompere l'equilibrio di forze a favore dei ribelli. Obama rischia di entrare, dunque, in un nuovo calvario al Palazzo di vetro come ogni presidente americano che si rispetti. Anche oggi come allora si cerca una «seconda risoluzione» che autorizzi l'uso della forza. Anche oggi come allora qualcuno a Washington ritiene che già la prima risoluzione - la 1970, votata all'unanimità - sia sufficiente, sulla base del riferimento al capitolo VII che prevede l'adozione di misure per «restaurare pace e sicurezza».

Certo, Obama potrebbe essere più bravo e fortunato di Bush. Incontrerà le resistenze di russi e cinesi, ma almeno l'Europa è compatta (anche se bisognerà verificarne la tenuta se l'intervento non dovesse ottenere il via libera dell'Onu) e questa volta sarebbe sostenuto dalla Lega araba e dall'Unione africana. All'Eliseo non c'è più Chirac e a Berlino non c'è Schroeder, e soprattutto Francia e Germania hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq; Saddam era (o sembrava) saldamente al potere, mentre Gheddafi sta combattendo un'incerta guerra civile. Insomma, in questo contesto non è da escludere che anche Russia e Cina si convincano.

In questo caso, Obama avrà salvato capra e cavoli: libertà da una parte e multilateralismo dall'altra, che non sempre - anzi quasi mai - vanno a braccetto. Ma se, come probabile, Russia e Cina si opporranno, e quindi un mandato dell'Onu non ci sarà, allora Obama dovrà scegliere tra il multilateralismo e l'intervento e si vedrà se è davvero cambiata la sua politica estera, o se si è fermato alle buone intenzioni. Se dovesse optare per il primo, avrà concesso a Russia e Cina, e potenzialmente anche all'Europa, un potere di veto su ciò che Washington ritiene giusto e opportuno fare, e avrà mandato un segnale di debolezza ai nemici dell'America. Se deciderà per l'intervento, "Anakin Obama" si sarà trasformato in "Darth Vader". Sarebbe infatti di nuovo una «coalizione di volenterosi». Forse più ampia di quella che riuscì a mettere in piedi Bush jr. contro Saddam, ma pur sempre "illegale" e odiosamente "unilaterale" secondo i parametri infausti dei fautori dell'Onu. Il fatto è che il "multilateralismo", lungi dall'essere un metodo per risolvere le crisi - il più possibile consensualmente ma risolverle - è diventato l'alibi dietro cui potenze al tramonto, o emergenti, con i loro "niet" cercano di accrescere il proprio status sulla scena internazionale a spese soprattutto degli Stati Uniti.

E l'Italia? C'è da sperare che il governo stia studiando e ponderando attentamente il da farsi, ma certo le parole del ministro Frattini destano preoccupazione. L’alibi secondo cui il nostro passato coloniale ci sconsiglierebbe di partecipare ad operazioni militari in Libia, è una clamorosa e infondata banalità da contrastare. Il ministro esclude che gli aerei italiani possano prendere parte all'istituzione di una no-fly zone o ad eventuali altre operazioni. L'Italia, spiega, offrirà «basi e supporto logistico», ma solo in presenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che ci imporrebbe quel «rispetto della legalità internazionale» cui fa riferimento l'articolo 4 del Trattato di amicizia italo-libico, e che ci esonererebbe dal divieto previsto nello stesso comma, cioè di usare o far usare contro la Libia basi esistenti sul nostro territorio. Ma se, come probabile, non ci sarà alcun mandato Onu, e gli alleati decideranno di agire comunque, e se nel frattempo non avremo revocato ufficialmente il trattato firmato con Gheddafi, accontentandoci di tenerlo in sospeso, non potremo offrire neanche le basi aeree per la no-fly zone. Certo non una bella figura.

P.S. Ieri Veltroni, intervistato dal Sole 24 Ore, si chiedeva dove siano finiti i pacifisti: sparito Bush, spariti anche loro. E noi ci chiediamo dove fosse lui durante la prima e la seconda guerra del Golfo, che ha liberato gli iracheni da un massacratore ancor più efferato: Saddam Hussein. Il passato è passato, non importa più che grandi Paesi europei ci abbiano fatto affari, che Stati Uniti e Gran Bretagna l'abbiano sdoganato, in politica se non si è in grado di avere una visione lungimirante, bisogna almeno - almeno - essere dotati della lucidità e della prontezza d'animo necessari ad adattarsi al nuovo corso degli eventi. Per questo, ha ragione Veltroni quando si chiede: «A questo punto, che interesse ha l'occidente a essere così timido e impacciato?»

Friday, February 25, 2011

Libia, l'ora di agire

Da taccuinopolitico.it

Nonostante la tragedia del popolo libico e il rischio caos, le opportunità che rischiamo di non vedere
La Libia rischia di diventare nelle prossime ore e nei prossimi giorni una nuova Bosnia, alle porte – questa volta meridionali – dell’Europa: per la crudeltà e l’efferatezza con cui la dittatura si accanisce contro la sua stessa popolazione; per la guerra civile e la frantumazione del proprio territorio cui rischia di andare incontro; e per la nostra ignavia di occidentali. Nonostante tutti i nostri apparati di sicurezza e di intelligence, e le nostre elefantiache burocrazie, ci facciamo trovare sempre un passo, se non due passi, indietro agli eventi. E così, mentre massacro dopo massacro in Libia si avvicina la fine del regime, e quindi dovrebbe essere per noi l’ora delle decisioni e dell’azione, prendendo almeno in considerazione l’uso della forza, invece a Washington e a Bruxelles si esprimono altisonanti condanne e si minacciano inutili sanzioni. Parole e sanzioni non basteranno a salvare vite umane dalla carneficina di Gheddafi.

Nonostante gli orrori, e il fondato timore di un’ondata migratoria epocale e di derive islamiste, proprio alla luce degli enormi interessi in gioco dovremmo intravedere in questo critico momento di instabilità anche straordinarie opportunità: quella di coniugare stabilità e democrazia nella regione; e in particolare per noi italiani in Libia la prospettiva, attesa invano per oltre 40 anni, di trattare i nostri affari e i nostri interessi energetici con interlocutori più affidabili e rispettabili di Gheddafi. Sembra mancare, invece, la consapevolezza delle possibilità che si sono aperte e, di conseguenza, la determinazione necessaria per cercare di concretizzarle. Ed è un deficit di comprensione che non riguarda solo l’Italia, ma anche l’Europa e l’amministrazione Obama. Il sostegno occidentale alle dittature arabe “moderate” ha alimentato quei sentimenti antiamericani e antieuropei che con quel nostro sostegno ci illudevamo di contenere. E così oggi non solo continuiamo ad essere malvisti dagli integralisti islamici, ma gli egiziani rimproverano all’America l’amicizia con Mubarak, i tunisini ai francesi quella con Ben Alì e i libici a noi italiani quella con Gheddafi. Molti avevano previsto diversi anni fa che la fine dei regimi dittatoriali del Medio Oriente – e non la questione israelo-palestinese – era la chiave di volta della regione. Ma anche per i ritardatari quanto avvenuto prima in Tunisia poi in Egitto dovrebbe far suonare la sveglia.

Ci sono volute ore, se non giorni, per comprendere ciò che alla maggior parte degli osservatori, ma a ben vedere a chiunque fosse minimamente informato e dotato di buon senso, direi in contatto con la realtà, appariva ormai chiaro, e cioè che la sorte di Gheddafi era ormai segnata ma che, conoscendolo, non avrebbe esitato a versare tutto il sangue necessario per restare aggrappato al suo potere. Ci si poteva chiedere “se” il virus delle rivolte che in queste settimane si è diffuso in tutto il mondo arabo avrebbe contagiato o meno anche la Libia. Ma una volta contagiata, chi poteva davvero illudersi che Gheddafi avrebbe retto all’urto laddove persino l’autocrate più solido della regione, e anche il più “moderato”, Hosni Mubarak, aveva dovuto abbandonare?

E invece abbiamo parlato di «non ingerenza» e di «riconciliazione», mentre la repressione già si manifestava in tutta la sua disumanità, e troppo tardi abbiamo condannato le violenze ed espresso «vicinanza al popolo libico». Il governo italiano ha dato l’impressione di credere che Gheddafi avesse, o potesse comunque riprendere, il controllo della situazione, e sottovalutato la possibilità che reagisse con una brutalità tale da rendere insostenibile qualsiasi velleità non-interventista. Un doppio errore di valutazione che solleva interrogativi inquietanti sull’operatività dei nostri servizi segreti e sulle comunicazioni tra questi e chi deve prendere le decisioni, cioè il governo. Eppure, non sono così tanti i Paesi in cui abbiamo interessi economici e strategici di tale portata. Possibile che nessuno abbia informato il ministro Frattini e il presidente Berlusconi che la situazione in Libia (soprattutto alla luce di quanto già avvenuto in Tunisia e in Egitto) era sul punto di esplodere? Che nessuno fosse consapevole delle numerose e autorevoli defezioni che ci sarebbero state nell’esercito e tra i ministri di Gheddafi – il presupposto per la riuscita di qualsiasi rivoluzione? E possibile che nessuno avesse saputo dell’intenzione del raìs di non badare al sangue versato? Un deficit di lettura degli eventi e intuito politico da rimproverare non solo al governo, ma a tutta la politica nazionale. Si continua a polemizzare sui baciamani, su chi si è fatto fotografare con chi, ma nessun contributo concreto, di analisi e sul “che fare”, né tanto meno alcuno spirito bipartisan, è giunto dalle opposizioni.

Per l’Italia un’occasione sciupata sotto molteplici aspetti: avremmo potuto contribuire attivamente (anche solo proteggendo la vita dei civili dalle rappresaglie aeree del regime) alla caduta di Gheddafi, dimostrando così al popolo libico che all’Italia interessa “la Libia”, a prescindere da chi è al potere; e giocare un ruolo di leadership in Europa come mai forse nella storia recente. Invece di farci paralizzare dalle paure, avremmo potuto essere noi italiani a dire agli altri, Stati Uniti compresi, cosa fare per gestire la crisi. L’Italia avrebbe potuto, e dovuto, porsi alla testa dei Paesi occidentali nel chiedere un intervento rapido e concreto. Una no-fly zone poteva essere decisa lunedì sera ed è essere già operativa oggi. Far alzare in volo i nostri caccia per impedire a quelli del Colonnello di bombardare la popolazione; colpire obiettivi strategici per assestare l’ultima spallata al regime; né sarebbe assurdo prepararci ad un intervento di terra, che vada dall’aiuto umanitario e dalla protezione delle risorse energetiche al peace-enforcing. Non sarebbero affatto visti dai libici come atti di neocolonialismo. Potremmo invece scrollarci di dosso la nostra cattiva reputazione di “amici” del loro aguzzino.

Pur essendo fondata la preoccupazione per l’integrità della Libia, così come il timore per possibili derive islamiste e un esodo epocale verso le nostre coste, non agire, consentire a Gheddafi di fare “tabula rasa”, accrescerebbe tali rischi. Bisogna capire con urgenza che a questo punto il Colonnello va fatto cadere. E non solo per sintonizzarci al più presto con la nuova realtà che sta emergendo in Libia, ma per scongiurare concretamente la pur minima possibilità che resti al potere. E’ improbabile che vi riesca, ma se così fosse correremmo il rischio di danni permanenti al flusso di petrolio e gas dalla Libia, sia da parte del regime come forma di ricatto, sia da parte dei rivoltosi come atti di sabotaggio. Non abbiamo compreso subito cosa stava accadendo, per anni siamo rimasti schierati dalla “parte sbagliata della Storia”, ma siamo ancora in tempo per saltare sul carro dei vincitori – se non altro per “opportunismo”. Bisogna agire in fretta. Purtroppo, però, adesso che se ne comincia appena a parlare, e che a Washington, a Parigi e a Londra pare non si escluda nemmeno un intervento militare, l’Italia rischia di restare ai margini nel proprio “cortile di casa”.

Tuesday, February 22, 2011

Troppo tardi, troppo poco

Spiace dirlo, ma il ministro Frattini somiglia sempre più al ministro delle comunicazioni di Saddam. Quando non ha un copione scritto da recitare, quando per esempio non copia - letteralmente - le parole dell'amministrazione Usa, e invece nell'urgenza è chiamato ad esprimere una posizione di sua iniziativa, risulta sempre imbarazzante. Il più delle volte, quando infine, con colpevole ritardo, si interessa alla questione, Berlusconi è costretto a correggere il tiro. È andata così anche sulla Libia. Ma troppo tardi e troppo poco. Troppo tardi e troppo poco parlare, solo nella serata di ieri, di «uso inaccettabile della violenza», ed esprimere stamattina «vicinanza al popolo libico». Che oggi Palazzo Chigi abbia dovuto smentire qualsiasi "manina" italiana nella repressione la dice lunga.

Certe situazioni o si comprendono al volo, o bisogna cambiare mestiere. A prescindere da interessi, affari e vere o presunte amicizie, già da ieri appariva ovvio a chiunque minimamente informato e dotato di buon senso, direi in contatto con la realtà, che il regime di Gheddafi è agli sgoccioli. E non si può certo sostenere che la rivolta libica ci abbia colti di sorpresa. Come si poteva immaginare infatti che i moti arabi risparmiassero il moribondo e corrotto regime di Gheddafi? E' stato politicamente criminale che il governo italiano, ma anche l'Europa, si siano fatte trovare sprovviste di un piano sia per favorire l'uscita di scena del raìs, sia per fronteggiare la probabile marea umana che si riverserà da noi.

Prim'ancora che un errore politico, parlare di «non ingerenza» e di «riconciliazione», proprio mentre sta andando in scena una delle più sanguinarie repressioni (insieme a quella iraniana) di questo '48 mediorientale, è sintomo di stupidità. Stupidità imperdonabile, definitiva. Pur essendo comprensibili la preoccupazione per l'integrità della Libia e il timore per possibili derive islamiste e un probabile esodo epocale verso le nostre coste, consentire a Gheddafi di fare "tabula rasa" aumenta questi rischi. I nostri interessi in Libia ormai si tutelano scaricando Gheddafi al proprio destino. Se l'Europa, e l'Italia in particolare, fossero dotate di un minimo di personalità politica, e di reale capacità di tutelare i propri interessi, avrebbero fatto alzare in volo i nostri caccia per impedire a quelli libici di bombardare la popolazione. Quale straordinaria occasione per sconfessare la nostra cattiva reputazione di "amici" di Gheddafi... Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu dovrebbe intervenire per imporre subito una no-fly zone che noi europei (e italiani soprattutto) potremmo far rispettare.

Bisogna capire con urgenza che a questo punto il dittatore va fatto cadere. Non solo per sintonizzarsi al più presto con la nuova realtà, ma bisogna concretamente scongiurare del tutto la pur minima possibilità che resti al potere. E' improbabile che riesca a resistere, ma così se fosse ci farebbe pagare a caro prezzo il mancato aiuto. Quindi, tanto vale aiutare i ribelli ad abbatterlo. E di fronte al rischio di interruzione dei flussi di petrolio e gas, sia da parte del regime come forma di pressione, sia da parte dei rivoltosi, vista la vicinanza geografica non sarebbe stato assurdo preparare dei piani di invasione.

Che dire dei soliti indignati di professione? Che sono sempre pronti a lagnarsi a latte versato, e soprattutto se ci sono l'America, Israele o Berlusconi da biasimare. Ma quando c'è la possibilità concreta di far cadere un dittatore, si schierano puntualmente al suo fianco contro gli "imperialisti". Negli anni '80 erano tutti amici di Gheddafi contro Reagan e nel 2003 di Saddam contro Bush.

Thursday, April 15, 2010

Innanzitutto nostri connazionali. Ma Emergency non è neutrale

E' verosimile che si tratti solo di una montatura, così come è verosimile che qualcuno possa essersi fatto prendere la mano dalla sua "simpatia" per la causa di quanti combattono le autorità afghane e gli "occupanti". Nella confusa vicenda dell'arresto dei tre operatori di Emergency in Afghanistan c'è però almeno un punto fermo: si tratta di tre nostri connazionali. Il governo ha dunque dei doveri nei loro confronti. Soprattutto in un Paese che non risplende certo per stato di diritto e trasparenza, deve garantire prima di tutto che siano trattati umanamente e dignitosamente; secondo, che possano difendersi efficacemente dalle accuse loro imputate; terzo, dovrebbe accertarsi oltre ogni ragionevole dubbio, celermente e con fonti proprie (visto che siamo presenti nel Paese non dovrebbe essere troppo difficile), che non si tratti di un complotto.

La storia del ritrovamento di armi e della complicità nel presunto complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand puzza e non è escluso che possa aver pesato in questa vicenda l'oscuro ruolo giocato da Emergency nella liberazione degli ostaggi italiani Mastrogiacomo e Torsello. Sembra verosimile l'accusa secondo cui abbia aiutato i talebani se non a sequestrare i due, quanto meno a ottenere dal loro rilascio lauti riscatti, non collaborando invece con l'intelligence e le autorità militari della coalizione e afghane. Il ministro degli Esteri Frattini ancora una volta non ha certo brillato per tempestività e lucidità. Al minimo sentore che possa trattarsi di una montatura, il governo dovrebbe intimare a Karzai di liberare i nostri connazionali. E' giusto che tutte queste valutazioni vengano fatte nella maggiore riservatezza possibile, ma spero davvero che sia ciò che si sta facendo.

Queste dovrebbero essere le prime preoccupazioni non solo del governo, ma anche di tutti noi, al di là del giudizio di ciascuno sulla guerra, sulla missione in Afghanistan e sul lavoro di Emergency - anche se non fu così nel caso di Quattrocchi e dei suoi sfortunati compagni. Detto questo, non si può tacere un altro aspetto di questa vicenda. Di tutta evidenza Emergency non è un'organizzazione neutrale come pretende di essere considerata. Non ho elementi per non credere a Strada quando dice che nelle loro strutture vengono curati i feriti di tutte le parti in conflitto. Ma il problema non è certo che vengono curati anche i talebani, quanto piuttosto l'atteggiamento innegabilmente ostile di Emergency nei confronti delle forze della coalizione e del governo afghano.

Un atteggiamento che oggettivamente mette in pericolo tutti gli operatori. Non perché giustifichi rappresaglie da parte del governo di Kabul, ma perché può dar luogo a infiltrazioni talebane e a collateralismi che vanno al di là delle intenzioni e delle capacità di controllo di Emergency. La sua posizione ideologica contro la presenza delle truppe straniere e contro il governo instaurato in Afghanistan dopo la guerra del 2002 si presta a strumentalizzazioni di ogni segno. E Gino Strada con la sua arroganza, anche in queste ore, non fa che peggiorare la situazione.

Tuesday, February 09, 2010

Le attenzioni dei Basiji ci onorano

Finalmente l'Italia sul regime iraniano ha una posizione chiara ed ecco che riceviamo lo stesso trattamento riservato agli altri grandi Paesi europei. Oggi infatti, anche la nostra ambasciata a Teheran, come quella francese, la tedesca e l'olandese, ma spesso anche quella britannica, ha subito l'avvertimento mafioso del regime. Al grido «morte all'Italia, morte a Berlusconi», come ha riferito questo pomeriggio alle commissioni esteri il ministro Frattini, le milizie Basiji hanno tentato di assalire la nostra ambasciata a Teheran a colpi di pietre. A disperdere i miliziani, travestiti da civili, è stata la polizia iraniana. Ma è sempre il regime, che con una mano aggredisce e con l'altra fa vedere di voler mantenere una parvenza di legalità, che decide se e quando fermare i miliziani. Oggi ci ha mafiosamente ricordato di poter aggredire quando vuole la nostra ambasciata, facendoci capire di non aver voluto affondare il colpo.

Che siano state le parole nette pronunciate da Berlusconi durante la sua visita in Israele, o la nota congiunta Usa-Ue di ieri sulle violazioni dei diritti umani in Iran, o la tensione crescente sul programma nucleare a innescare la reazione delle squadracce del regime contro la nostra ambasciata, poco importa. C'è da salutare con orgoglio, come una novità e persino un salto di qualità della nostra politica estera, il fatto che finalmente non ci vengono risparmiate le violenze di un regime terrorista come quello iraniano solo in ragione della nostra ben nota ambiguità, come accadeva con i palestinesi e fino ad oggi anche con l'Iran.

Tuesday, January 12, 2010

La fine del flip-flopping italiano sull'Iran?

Prediche dall'Egitto su diritti umani, tolleranza religiosa e condizioni di detenzione proprio non sono tollerabili. Evidente il tentativo del Cairo di strumentalizzare gli scontri di Rosarno per accreditare la versione distorta e di comodo di un Occidente razzista nei confronti dei musulmani. Non ci avrei scommesso, ma per fortuna pare che cuor di leone Frattini abbia replicato per le rime. Ha spiegato che l'Egitto con gli incidenti a Rosarno non c'entra nulla, ma soprattutto ha avvertito che «nessuno può accusarci di razzismo», aggiungendo anzi che considera «dovere» dell'Italia e suo personale «chiedere che i cristiani nel mondo siano protetti e che abbiano il diritto non solo a non essere perseguitati, ma a professare la loro religione».

Sempre oggi, in un intervento su Il Foglio, il ministro degli Esteri ha aggiustato il tiro delle sue recenti dichiarazioni sull'Iran. Ha premesso che «un Iran nucleare è per noi un'ipotesi inaccettabile». Ha ammesso che finora l'Iran non ha risposto all'apertura di Obama come auspicato, ma che «la politica della mano tesa» ha prodotto «almeno due risultati». Effettivamente sì, si nota un'apparente maggiore coesione della comunità internazionale (soprattutto perché la Russia sembra più possibilista riguardo l'ipotesi di nuove sanzioni), mentre ciò che accade in queste settimane nelle strade e nelle piazze iraniane e ciò che si muove nella società civile non è certo imputabile all'apertura di Obama e alla disponibilità al dialogo dell'Occidente, come pretende il ministro.

Frattini però ha ribadito che «tutte le opzioni sono possibili e restano sul tavolo, a partire dalle sanzioni economiche». Riguardo l'opzione militare, dice che «non si tratta di escluderla a priori – non ho mai detto questo – ma di riconoscerne razionalmente gli ovvi pericoli e le controindicazioni». Eppure, in una recente intervista al Corriere della Sera aveva affermato «potremmo accettare ogni cosa meno un'azione armata contro l'Iran», il che suona come un'esclusione a priori. Comunque, il ministro ha chiarito che «nel caso di impossibilità a raggiungere un accordo in Consiglio di sicurezza dell'Onu», il governo italiano sarebbe «pronto a considerare l'ipotesi di sanzioni adottate da un gruppo più ristretto di paesi, i cosiddetti "like-minded", di cui l'Italia è parte».

Una disponibilità nient'affatto scontata, considerando la politica oscillante dell'Italia nei confronti dell'Iran. L'Italia è tra i principali partner economici, ma Frattini ha assicurato che «la sicurezza fisica e la responsabilità di fronte ai nostri alleati e al mondo intero vengono prima di ogni altra considerazione». L'Iran, ha concluso, «potrà affermare il ruolo regionale a cui legittimamente aspira soltanto guadagnandosi il rispetto dei propri vicini, della comunità internazionale e dei propri cittadini». Vedremo se questo intervento di Frattini su Il Foglio segnerà la fine al flip-flopping in cui, più o meno intenzionalmente, l'Italia ha ecceduto in questi mesi sull'Iran.

Tuesday, November 10, 2009

Perché sperare ancora contro Max

Ieri, nel primo pomeriggio, una vecchia conoscenza, il "capò" Martin Schulz, piazzava una mossa furba, dichiarando alle agenzie di stampa che ormai il gruppo dei Socialisti e dei Democratici considerava «definitiva» l'indisponibilità di David Miliband, facendo così decollare le quotazioni di Massimo D'Alema per il posto di ministro degli Esteri Ue. Non era così, nel senso che il gruppo può pensarla come crede, ma Miliband non si era affatto ritirato dalla corsa. Forse non ci è ancora mai entrato, ma è tutt'altra cosa. In tarda serata arrivava infatti la doccia fredda. Il primo ministro britannico, Gordon Brown, durante la cena dei leader europei riuniti a Berlino per le celebrazioni del ventennale della caduta del Muro, fa il nome del suo ministro degli Esteri. Lo stesso Miliband, contraddicendo quanto diffuso poche ore prima da Schulz, avrebbe spiegato di non essersi mai ritirato ma di considerarsi in «stand-by».

In realtà, i nomi di Blair per la presidenza o, in alternativa, di Miliband per gli Esteri, rimangono ancora sul tavolo. Brown punta ancora su Tony Blair («il premier sostiene ancora al 100 per cento la candidatura di Blair», ha ribadito il suo portavoce), sostenendo, di fronte all'opposizione dei socialisti europei, che la scelta spetta ai governi e non ai partiti. La candidatura dell'ex premier britannico alla presidenza quindi non è ancora tramontata del tutto, ecco perché Miliband rimane al coperto. Berlusconi durante la cena ha sì sostenuto la candidatura di D'Alema, ma in seconda battuta, se tornasse l'ipotesi Blair per la presidenza, agli Esteri sarebbe pronto ad avanzare quella di Franco Frattini (in quota Ppe).

La mia sensazione/speranza - che appunto mi fa sperare ancora di non vedere D'Alema rappresentare la politica estera e di sicurezza dell'Ue - è che per una serie di ragioni uno tra presidente e ministro degli Esteri Ue debba essere un inglese. Non perché è Londra a pretenderlo, ma perché è l'Ue che non può permettersi un doppio schiaffo alla Gran Bretagna. A maggior ragione considerando scontata la vittoria dei conservatori alle elezioni della primavera prossima, ancor più euroscettici dei laburisti, a Bruxelles c'è bisogno di qualcuno che sappia trattare con Londra, che riesca a tenere dentro il sistema la Gran Bretagna.

Friday, October 30, 2009

Mentre Blair sfuma, ecco la mina D'Alema

Quanto avevamo paventato giorni fa si sta verificando. Mentre diminuiscono le chance di Tony Blair di diventare presidente del Consiglio europeo (come previsto ha contro proprio i socialisti, cosa che dovrebbe far riflettere, e pure alcuni governi popolari), ecco che diventa sempre più probabile vedere un socialista nella veste di Mr. Pesc, il ministro degli Esteri europeo. Ed ecco che Massimo D'Alema è nella lista. La sua non è tra le candidature più forti, ma nella lista compilata dai leader progressisti europei incaricati (Zapatero, Faymann, Rasmussen e Schulz) c'è. E per di più pare che il governo italiano sia disponibile a sostenerlo, almeno stando alle dichiarazioni - per la verità piuttosto confuse - del ministro Frattini: «Valuteremo tutti i nomi, dal primo all'ultimo, senza far questioni di maggioranza e opposizione».

Da quanto si comprende anche dal comunicato di Palazzo Chigi («il governo valuterà con serietà e responsabilità le candidature capaci di assicurare all'Italia un incarico di così alto prestigio»), se D'Alema avesse davvero una possibilità concreta di farcela, il governo dell'odiato Berlusconi lo sosterrebbe come proprio rappresentante in Commissione al posto di Tajani, il candidato ufficiale, con una scelta a mio avviso sciagurata (non per l'assenza di Tajani, ma per la scelta di D'Alema agli Esteri), anche perché pregiudicherebbe del tutto la possibilità di portare Tremonti all'Eurogruppo o Draghi alla Bce. Pur ritenendo di non avere molte possibilità, D'Alema si è detto «onorato» di essere stato inserito nella lista e «grato al governo italiano per avere detto che, nel caso in cui ci sia questa candidatura, da parte italiana ci sarà un sostegno e non una opposizione».

Nonostante le resistenze del premier britannico Brown, la famiglia socialista dovrebbe decidere di chiedere per sé la poltrona di responsabile della politica estera europea e vicepresidente della Commissione, come preannunciato ieri dal primo ministro spagnolo Zapatero. Questa opzione chiuderebbe di fatto la porta in faccia a Blair. Solo che i leader popolari non hanno ancora deciso se puntare alla presidenza, lasciando ai socialisti il Mr. Pesc, o viceversa prendersi proprio la carica degli Esteri, che dura cinque anni, lasciando che il presidente (in carica per due anni) sia un socialista. «Noi abbiamo detto sempre che apprezziamo Tony Blair; la sua leadership è fuori discussione», ha ribadito Frattini, ammettendo però che «anche della famiglia popolare» ci sono «problemi» sul nome di Blair, e il primo presidente del Consiglio europeo non può certo permettersi una «maggioranza risicata».

Speriamo che Sarkozy, la Merkel e Berlusconi giochino bene le loro carte. A nostro avviso l'ipotesi migliore per i leader di centrodestra sarebbe Blair presidente e un popolare al Pesc. Sfumata questa soluzione, non resta che sperare in un'accoppiata Balkenende-Miliband, oppure... in Vaclav Klaus che mandi tutto a monte...

Wednesday, September 23, 2009

Per Hosni un pasticcio diplomatico

Alla fine l'egiziano Farouk Hosni non ce l'ha fatta. Il direttore generale dell'Unesco è la bulgara Irina Bokova, ex ministro degli Esteri e attuale ambasciatrice. Se già strideva che alla guida dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, potesse andare un censuratore di professione, per di più antisemita, che da ministro della Cultura manifestò l'intenzione di voler «bruciare personalmente i libri israeliani e sionisti», ad aggravare la posizione del candidato egiziano, nelle ore precedenti l'ultima votazione, si è aggiunta una rivelazione fornita dal diretto interessato riguardo il suo ruolo nella fuga dall’Italia di tre terroristi palestinesi coinvolti nel sequestro dell'Achille Lauro.

Nell'ottobre del 1985 Hosni era direttore dell'Accademia d'Egitto a Roma e accettò di partecipare a una manovra diversiva dei servizi segreti egiziani. L'aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano tre dei dirottatori, tra cui il leader Abu Abbas, fu intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare. «I servizi segreti – racconta Hosni – mi dissero di voler ospitare i passeggeri in Accademia e io detti ordine di preparare 17 stanze, ma giunsero solo 14 persone. Mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore italiano, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti dei passeggeri non egiziani». Facendo credere alle autorità italiane che i terroristi fossero ancora all'interno dell'Accademia, «l'aereo ridecollò indisturbato» dall'aeroporto di Roma. Solo allora «consegnai i passaporti al procuratore, che però non trovò nulla». Negli anni '70, inoltre, Hosni era all'ambasciata egiziana in Francia dove, per sua ammissione, collaborò con i servizi del Cairo per «spiare e denunciare» gli studenti egiziani che «deviavano».

Ma neanche queste ultime rivelazioni (possibile non ne fossimo a conoscenza?) hanno convinto la Farnesina a cambiare idea. Pochi minuti prima del voto il ministro degli Esteri Frattini dichiarava alle agenzie che l'Italia avrebbe mantenuto la promessa fatta due anni fa «personalmente da Berlusconi al presidente egiziano Mubarak». Valuteremo fino all'ultimo, ma «quando si è preso un impegno, va rispettato». Il testa-a-testa (29 voti a 29) tra i due candidati si è risolto solo alla quinta e ultima votazione in favore della Bokova (31 a 27), ma sembra che l'Italia abbia mantenuto il suo impegno. Fonti della Farnesina interpellate dall'agenzia il Velino hanno smentito che l'Italia sia stata tra i Paesi che hanno fatto mancare l'appoggio promesso a Hosni, come ipotizzato invece dal New York Times, cui una fonte anonima vicina alle operazioni di voto ha confidato che sarebbero state Spagna e Italia a cambiare idea all'ultimo momento, come pure sarebbe stato comprensibile alla luce delle ultime rivelazioni su Hosni che riguardano il nostro Paese. Subito dopo la votazione Frattini si è comunque complimentato con la Bokova, dicendosi convinto che «sarà un ottimo direttore dell'Unesco».

Anche la Francia avrebbe sostenuto Hosni, e persino gli Stati Uniti di Obama (almeno pubblicamente), come gesto di apertura nei confronti del mondo arabo, ma non sappiamo se fino all'ultimo abbiano votato in suo favore. Resta il fatto deprecabile che il governo italiano ha sostenuto alla guida dell'organizzazione per la tutela della cultura di tutte le nazioni del mondo un uomo che nella vita non ha fatto altro che disprezzare la cultura altrui. Non solo da ministro e da agente dei servizi segreti ha censurato e represso studenti e intellettuali nel suo Paese, ma approfittando della sua immunità diplomatica ha intralciato le autorità italiane per favorire dei terroristi. Il governo non ha voluto sentire neanche la voce di molti parlamentari del Pdl, da Fiamma Nirenstein a Benedetto Della Vedova, da Edmondo Cirielli a Luigi Compagna.

E alla già pessima figura si è aggiunta la beffa: Hosni non è stato eletto. Sostenere un candidato poco presentabile in nome della realpolitik e dei buoni rapporti con i nostri vicini egiziani può anche avere un senso, ma affondare insieme alla sua candidatura, quando diventa evidente che non riscuote il consenso necessario, somiglia troppo a un pasticcio diplomatico. Qualcuno avverta Fini: forse anche la politica estera dovrebbe rientrare tra i temi di cui discutere all'interno del partito.

Thursday, July 02, 2009

Altro che sanzioni, ancora voglia di engagement

«La valutazione del ministro Frattini è corretta: gli Stati Uniti non sembrano avere alcun "appetito" per nuove sanzioni contro l'Iran». Emanuele Ottolenghi, direttore del Transatlantic Institute, condivide questa valutazione, fatta dal ministro degli Esteri riferendo sull'Iran in Parlamento, e la necessità di coinvolgere la Russia sul dossier nucleare iraniano. Mosca, secondo Ottolenghi, «a differenza dei Paesi occidentali crede che l'Iran sia lontano dalla realizzazione di armi nucleare. La Russia gioca un ruolo ambiguo, fornendo a Teheran la tecnologia della quale ha bisogno», ma facendolo in sostanza «al rallentatore».

Del resto della relazione di Frattini, invece, non condivide nulla. D'altra parte tutti i paesi europei stanno aderendo - sia pure con toni diversi - alla voglia americana di engagement con l'Iran, nonostante tutto. «Gli americani sono convinti che ci sia ancora spazio per continuare sulla strada del dialogo con l'Iran», ha spiegato Ottolenghi a Il Velino. Una posizione «pragmatica», che persiste nonostante la consapevolezza, in America come in Italia, che alla luce di quanto è successo dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad «un negoziato con gli ayatollah sul nucleare è oggi più difficile di ieri», come dicevamo su questo blog qualche giorno fa.

Quindi, dal G8 dell'Aquila uscirà solo una dichiarazione sul modello di quella già adottata dai ministri degli Esteri a Trieste. Con Francia, Gran Bretagna, Germania, Canada e Giappone duri con Teheran, Mosca sul fronte opposto e in mezzo Italia e Stati Uniti, più concilianti, a mediare. «Ma non si adotteranno, credo, meccanismi punitivi o operativi contro l’Iran». Anch'io come Ottolenghi credo che «la politica dell'engagement oggi non ha più ragione d'essere». Per i seguenti motivi: «In Iran è in corso uno scontro di potere: inutile quindi aspettarsi un aggiustamento diplomatico sul nucleare finché lo scontro non sarà concluso; «se vince il fronte di Ahmadinejad – come è probabile succeda sempre che il governo non perda l'appoggio delle Forze armate e delle milizie "rivoluzionarie" – sarà molto difficile che l'esecutivo scelga poi una linea compromissoria. Al contrario un governo debole che si regge sulla repressione violenta del proprio popolo vedrà complotti stranieri ovunque».

Friday, June 12, 2009

Gheddafi complica l'esame di Berlusconi a Washington

Nonostante le smentite di Palazzo Chigi, quanto sia stata imprudente, avventata e costosa per la nostra immagine internazionale la passerella di tre giorni con tutti gli onori concessa a Gheddafi lo prova non solo la corrispondenza di un serio e attendibile cronista come Maurizio Molinari, su La Stampa, ma anche la logica. A pochi giorni dalla visita di Berlusconi a Washington, dove per la prima volta incontrerà il presidente Obama, le dichiarazioni anti-americane pronunciate dal leader libico a Roma rischiano di aggiungersi ai motivi di frizione già esistenti in questa fase tra Italia e Stati Uniti (i rapporti con Mosca e Teheran, il trasferimento dei detenuti di Guantanamo).

Nelle comunicazioni intercorse fra Via Veneto e Foggy Bottom i termini adoperati sono stati «pazzesco» e «incredibile», soprattutto per il fatto che l'Italia si è trasformata nel palcoscenico europeo di Gheddafi «grazie ad una visita che poteva essere più breve». Più breve, meno onori, meno visibilità, sarebbe stato più prudente oltre che più dignitoso per il nostro governo. Ed era proprio necessaria questa tempistica? Non si poteva almeno spostare a dopo il 15 giugno la visita di Gheddafi, soprattutto sapendo quanto la sua presenza sarebbe stata appariscente? L'incontro al vertice di lunedì rischia di trasformarsi in un poco simpatico esame di affidabilità per Berlusconi.