E' verosimile che si tratti solo di una montatura, così come è verosimile che qualcuno possa essersi fatto prendere la mano dalla sua "simpatia" per la causa di quanti combattono le autorità afghane e gli "occupanti". Nella confusa vicenda dell'arresto dei tre operatori di Emergency in Afghanistan c'è però almeno un punto fermo: si tratta di tre nostri connazionali. Il governo ha dunque dei doveri nei loro confronti. Soprattutto in un Paese che non risplende certo per stato di diritto e trasparenza, deve garantire prima di tutto che siano trattati umanamente e dignitosamente; secondo, che possano difendersi efficacemente dalle accuse loro imputate; terzo, dovrebbe accertarsi oltre ogni ragionevole dubbio, celermente e con fonti proprie (visto che siamo presenti nel Paese non dovrebbe essere troppo difficile), che non si tratti di un complotto.
La storia del ritrovamento di armi e della complicità nel presunto complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand puzza e non è escluso che possa aver pesato in questa vicenda l'oscuro ruolo giocato da Emergency nella liberazione degli ostaggi italiani Mastrogiacomo e Torsello. Sembra verosimile l'accusa secondo cui abbia aiutato i talebani se non a sequestrare i due, quanto meno a ottenere dal loro rilascio lauti riscatti, non collaborando invece con l'intelligence e le autorità militari della coalizione e afghane. Il ministro degli Esteri Frattini ancora una volta non ha certo brillato per tempestività e lucidità. Al minimo sentore che possa trattarsi di una montatura, il governo dovrebbe intimare a Karzai di liberare i nostri connazionali. E' giusto che tutte queste valutazioni vengano fatte nella maggiore riservatezza possibile, ma spero davvero che sia ciò che si sta facendo.
Queste dovrebbero essere le prime preoccupazioni non solo del governo, ma anche di tutti noi, al di là del giudizio di ciascuno sulla guerra, sulla missione in Afghanistan e sul lavoro di Emergency - anche se non fu così nel caso di Quattrocchi e dei suoi sfortunati compagni. Detto questo, non si può tacere un altro aspetto di questa vicenda. Di tutta evidenza Emergency non è un'organizzazione neutrale come pretende di essere considerata. Non ho elementi per non credere a Strada quando dice che nelle loro strutture vengono curati i feriti di tutte le parti in conflitto. Ma il problema non è certo che vengono curati anche i talebani, quanto piuttosto l'atteggiamento innegabilmente ostile di Emergency nei confronti delle forze della coalizione e del governo afghano.
Un atteggiamento che oggettivamente mette in pericolo tutti gli operatori. Non perché giustifichi rappresaglie da parte del governo di Kabul, ma perché può dar luogo a infiltrazioni talebane e a collateralismi che vanno al di là delle intenzioni e delle capacità di controllo di Emergency. La sua posizione ideologica contro la presenza delle truppe straniere e contro il governo instaurato in Afghanistan dopo la guerra del 2002 si presta a strumentalizzazioni di ogni segno. E Gino Strada con la sua arroganza, anche in queste ore, non fa che peggiorare la situazione.
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Thursday, April 15, 2010
Friday, August 21, 2009
Afghanistan e Iraq, le indecisioni strategiche si pagano
La democrazia dovrà vedersela ancora una volta a mani - anzi, dita - nude contro le bombe. Le forze Nato schierate contro la guerriglia talebana in Afghanistan restano naturalmente indispensabili, ma in definitiva sarà la voglia di normalità degli afghani a fare da ago della bilancia. Se verrà meno, non basteranno gli eserciti a far uscire il paese dal caos e a salvarlo dai talebani. Epperò, anche i successi contro i talebani possono dare speranze alla popolazione.
L'esito della giornata elettorale di ieri è confortante anche se non entusiasmante. Insomma, poteva andar peggio. Sembra infatti che nonostante i kamikaze, i razzi, e le intimidazioni che ci sono stati anche ieri (oltre 70 attacchi e una trentina di morti in 15 province su 34), un numero di seggi maggiore delle attese sia stato aperto e l'affluenza al voto sia stata buona, addirittura il 50%, anche se non paragonabile a quella delle presidenziali del 2004, quando votò il 70% degli aventi diritto. Un ottimismo, quello espresso dalla Nato e dall'Onu sul voto in Afghanistan, motivato più che altro dalle basse aspettative della vigilia. I talebani infatti da alcune settimane hanno ripreso l'iniziativa e in pochi giorni hanno dimostrato alla popolazione quanto scarsi ed effimeri siano i progressi compiuti in quattro anni dalle nuove istituzioni afghane.
L'affluenza in calo indica comunque che la sfiducia degli afghani nelle nuove istituzioni aumenta e se dovesse scendere sotto una certa soglia, non ci sarebbe aiuto internazionale in grado di fare argine: tornerebbero i talebani. La colpa di questa situazione è certamente di Karzai, la cui rielezione non è scontata e che non gode neanche più del favore degli Usa, pronti ad accogliere positivamente un'affermazione di Abdullah. Ma sulla situazione afghana continua a pesare anche un'ambiguità strategica che né il presidente americano Obama, né tanto meno gli altri paesi della Nato impegnati hanno ancora risolto. Non è ancora chiaro se l'obiettivo sia sconfiggere definitivamente i talebani, o solo contenerli, accontentandosi di impedirgli di lanciare nuovi attacchi terroristici contro gli Usa e che il governo legittimo controlli la maggior parte, anche se non tutto, il territorio. Finché un giorno, inevitabilmente, non verrà deciso il ritiro dei contingenti. E allora saranno dolori.
Attualmente gli uomini impiegati in Afghanistan sono circa 100 mila, in un paese in cui per controllare il territorio garantendo un minimo di sicurezza alla popolazione civile ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanti. Figuriamoci poi se c'è anche da combattere per respingere le offensive talebane o per bonificare intere aree dalla loro presenza. Un'altra ambiguità che indebolisce la forza multinazionale è che non tutti i paesi condividono le stesse responsabilità. La maggior parte dei contingenti, e tra questi quello italiano e quello tedesco, possono difendersi se attaccati, ma non sono autorizzati a partecipare a operazioni di combattimento al di fuori della loro area. Dei 100 mila uomini, 62 mila sono americani - solo la metà all'incirca truppe combattenti - e al loro fianco combattono attivamente solo i contingenti inglese, canadese e olandese.
Anche l'Iraq da alcune settimane a questa parte sembra essere ripiombato nel terrore. I terroristi hanno portato il loro attacco fino al cuore delle nuove istituzioni irachene come probabilmente non erano mai riusciti in questi anni. I camion-bomba contro il Ministero degli Esteri, il Ministero delle Finanze e il palazzo del governo provinciale di Baghdad, hanno causato circa un centinaio di morti e oltre 600 feriti. Una delle esplosioni ha persino fatto venir giù un pezzo di viadotto, uccidendo gli ignari automobilisti che lo stavano attraversando. Poi i colpi di mortaio che hanno raggiunto la blindatissima "zona verde" e altre bombe contro obiettivi minori, un mercato in una zona sciita e due posti di blocco.
Per trovare un attentato di simili proporzioni a Baghdad bisogna risalire al primo febbraio del 2008, quando morirono 99 persone. Ma allora furono delle donne kamikaze a fare strage in diversi mercati, mentre questa volta sono state colpite al cuore le istituzioni civili, per dimostrarne la vulnerabilità. Considerando la potenza di fuoco, la capacità organizzativa e l'importanza strategica degli obiettivi, dietro c'è senz'altro la mano di al Qaeda, forse con l'aiuto - ma solo marginalmente - di qualche frangia ex baathista non ancora rassegnata, mentre la Siria continua a offrire ospitalità e supporto logistico ai terroristi per dimostrare, contribuendo a destabilizzare l'Iraq, di essere ancora un attore influente nella regione con il quale scendere a patti. La pazienza americana nei confronti di Damasco resta davvero un mistero.
Dopo il calo delle vittime di violenze negli ultimi due anni, grazie ai successi della nuova strategia americana voluta da Bush e praticata sul campo dal generale Petraeus, l'intensificarsi degli attacchi dalla primavera di quest'anno non può non essere messo in relazione con il ritiro, prima annunciato e poi avvenuto, il 30 giugno scorso, delle truppe americane dalle città e la consegna della responsabilità della sicurezza alle autorità irachene. Il 23 aprile 84 morti a Baquba in tre attentati suicidi in un giorno. Il 20 maggio 40 morti per un'autobomba a Baghdad. Il 20 giugno 72 morti per un camion-bomba a sud di Kirkuk, nel nord del paese. Il 24 giugno 62 morti nel quartiere sciita di Baghdad. Il 30 giugno le truppe americane lasciano le aree urbane e si ritirano nelle basi lontane dai centri abitati. Il 28 luglio 8 morti e 13 feriti per una moto-bomba a Baghdad. Il 31 luglio alcune esplosioni fuori da una moschea sciita fanno 31 morti. Sempre a Baghdad. Il 7 agosto un'autobomba uccide 38 persone appena escono da una moschera sciita fuori Mosul, nel nord, e sei pellegrini sciiti muoiono in una serie di esplosioni a Baghdad. E' un crescendo. Il 10 agosto due camion-bomba uccidono 30 persone e ne feriscono 155 in un villaggio sciita a est di Mosul. E di nuovo a Baghdad, un'autobomba uccide 7 lavoratori in un'area a maggioranza sciita. Il 16 agosto, sempre in un'area sciita di Baghdad, 8 morti e 21 feriti.
E pensare che appena tre settimane fa, ricorda il New York Times, il premier iracheno al Maliki aveva dato ordine di rimuovere le barriere anti-bomba in cemento armato dalle vie di Baghdad, convinto da un alto ufficiale dell'esercito a lui vicino che ormai la sicurezza non fosse più un "problema". A dargli una lezione ci ha pensato al Qaeda. Ma è una ulteriore sfida anche per il presidente Obama, cui molti ora chiedono di rallentare il piano di ritiro delle truppe Usa dall'Iraq. Ci sono diverse possibilità di un'«inversione di tendenza» in Iraq rispetto ai recenti progressi, avverte l'esperto Stephen Biddle, del Council on Foreign Relations, che individua ben quattro scenari nei quali il paese potrebbe «allontanarsi da una prospettiva di pace e stabilità a breve e medio termine». Una «vigorosa strategia preventiva, nella forma di un rallentamento del ritiro Usa dall'Iraq, sarebbe meno costosa, sia politicamente che militarmente, nel lungo termine».
L'esito della giornata elettorale di ieri è confortante anche se non entusiasmante. Insomma, poteva andar peggio. Sembra infatti che nonostante i kamikaze, i razzi, e le intimidazioni che ci sono stati anche ieri (oltre 70 attacchi e una trentina di morti in 15 province su 34), un numero di seggi maggiore delle attese sia stato aperto e l'affluenza al voto sia stata buona, addirittura il 50%, anche se non paragonabile a quella delle presidenziali del 2004, quando votò il 70% degli aventi diritto. Un ottimismo, quello espresso dalla Nato e dall'Onu sul voto in Afghanistan, motivato più che altro dalle basse aspettative della vigilia. I talebani infatti da alcune settimane hanno ripreso l'iniziativa e in pochi giorni hanno dimostrato alla popolazione quanto scarsi ed effimeri siano i progressi compiuti in quattro anni dalle nuove istituzioni afghane.
L'affluenza in calo indica comunque che la sfiducia degli afghani nelle nuove istituzioni aumenta e se dovesse scendere sotto una certa soglia, non ci sarebbe aiuto internazionale in grado di fare argine: tornerebbero i talebani. La colpa di questa situazione è certamente di Karzai, la cui rielezione non è scontata e che non gode neanche più del favore degli Usa, pronti ad accogliere positivamente un'affermazione di Abdullah. Ma sulla situazione afghana continua a pesare anche un'ambiguità strategica che né il presidente americano Obama, né tanto meno gli altri paesi della Nato impegnati hanno ancora risolto. Non è ancora chiaro se l'obiettivo sia sconfiggere definitivamente i talebani, o solo contenerli, accontentandosi di impedirgli di lanciare nuovi attacchi terroristici contro gli Usa e che il governo legittimo controlli la maggior parte, anche se non tutto, il territorio. Finché un giorno, inevitabilmente, non verrà deciso il ritiro dei contingenti. E allora saranno dolori.
Attualmente gli uomini impiegati in Afghanistan sono circa 100 mila, in un paese in cui per controllare il territorio garantendo un minimo di sicurezza alla popolazione civile ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanti. Figuriamoci poi se c'è anche da combattere per respingere le offensive talebane o per bonificare intere aree dalla loro presenza. Un'altra ambiguità che indebolisce la forza multinazionale è che non tutti i paesi condividono le stesse responsabilità. La maggior parte dei contingenti, e tra questi quello italiano e quello tedesco, possono difendersi se attaccati, ma non sono autorizzati a partecipare a operazioni di combattimento al di fuori della loro area. Dei 100 mila uomini, 62 mila sono americani - solo la metà all'incirca truppe combattenti - e al loro fianco combattono attivamente solo i contingenti inglese, canadese e olandese.
Anche l'Iraq da alcune settimane a questa parte sembra essere ripiombato nel terrore. I terroristi hanno portato il loro attacco fino al cuore delle nuove istituzioni irachene come probabilmente non erano mai riusciti in questi anni. I camion-bomba contro il Ministero degli Esteri, il Ministero delle Finanze e il palazzo del governo provinciale di Baghdad, hanno causato circa un centinaio di morti e oltre 600 feriti. Una delle esplosioni ha persino fatto venir giù un pezzo di viadotto, uccidendo gli ignari automobilisti che lo stavano attraversando. Poi i colpi di mortaio che hanno raggiunto la blindatissima "zona verde" e altre bombe contro obiettivi minori, un mercato in una zona sciita e due posti di blocco.
Per trovare un attentato di simili proporzioni a Baghdad bisogna risalire al primo febbraio del 2008, quando morirono 99 persone. Ma allora furono delle donne kamikaze a fare strage in diversi mercati, mentre questa volta sono state colpite al cuore le istituzioni civili, per dimostrarne la vulnerabilità. Considerando la potenza di fuoco, la capacità organizzativa e l'importanza strategica degli obiettivi, dietro c'è senz'altro la mano di al Qaeda, forse con l'aiuto - ma solo marginalmente - di qualche frangia ex baathista non ancora rassegnata, mentre la Siria continua a offrire ospitalità e supporto logistico ai terroristi per dimostrare, contribuendo a destabilizzare l'Iraq, di essere ancora un attore influente nella regione con il quale scendere a patti. La pazienza americana nei confronti di Damasco resta davvero un mistero.
Dopo il calo delle vittime di violenze negli ultimi due anni, grazie ai successi della nuova strategia americana voluta da Bush e praticata sul campo dal generale Petraeus, l'intensificarsi degli attacchi dalla primavera di quest'anno non può non essere messo in relazione con il ritiro, prima annunciato e poi avvenuto, il 30 giugno scorso, delle truppe americane dalle città e la consegna della responsabilità della sicurezza alle autorità irachene. Il 23 aprile 84 morti a Baquba in tre attentati suicidi in un giorno. Il 20 maggio 40 morti per un'autobomba a Baghdad. Il 20 giugno 72 morti per un camion-bomba a sud di Kirkuk, nel nord del paese. Il 24 giugno 62 morti nel quartiere sciita di Baghdad. Il 30 giugno le truppe americane lasciano le aree urbane e si ritirano nelle basi lontane dai centri abitati. Il 28 luglio 8 morti e 13 feriti per una moto-bomba a Baghdad. Il 31 luglio alcune esplosioni fuori da una moschea sciita fanno 31 morti. Sempre a Baghdad. Il 7 agosto un'autobomba uccide 38 persone appena escono da una moschera sciita fuori Mosul, nel nord, e sei pellegrini sciiti muoiono in una serie di esplosioni a Baghdad. E' un crescendo. Il 10 agosto due camion-bomba uccidono 30 persone e ne feriscono 155 in un villaggio sciita a est di Mosul. E di nuovo a Baghdad, un'autobomba uccide 7 lavoratori in un'area a maggioranza sciita. Il 16 agosto, sempre in un'area sciita di Baghdad, 8 morti e 21 feriti.
E pensare che appena tre settimane fa, ricorda il New York Times, il premier iracheno al Maliki aveva dato ordine di rimuovere le barriere anti-bomba in cemento armato dalle vie di Baghdad, convinto da un alto ufficiale dell'esercito a lui vicino che ormai la sicurezza non fosse più un "problema". A dargli una lezione ci ha pensato al Qaeda. Ma è una ulteriore sfida anche per il presidente Obama, cui molti ora chiedono di rallentare il piano di ritiro delle truppe Usa dall'Iraq. Ci sono diverse possibilità di un'«inversione di tendenza» in Iraq rispetto ai recenti progressi, avverte l'esperto Stephen Biddle, del Council on Foreign Relations, che individua ben quattro scenari nei quali il paese potrebbe «allontanarsi da una prospettiva di pace e stabilità a breve e medio termine». Una «vigorosa strategia preventiva, nella forma di un rallentamento del ritiro Usa dall'Iraq, sarebbe meno costosa, sia politicamente che militarmente, nel lungo termine».
Saturday, April 07, 2007
Il Governo Prodi ha ricattato Karzai
«Non potevo fare altro. L'Italia ci ha chiesto aiuto. Il premier Romano Prodi ha telefonato con insistenza più volte per domandarmi di cooperare. Mi ha spiegato che il suo governo era in difficoltà. Rischiava di cadere sul voto di fiducia per la missione italiana in Afghanistan. Era in forse la presenza di 1.800 soldati italiani nel nostro paese. E non potevo dimenticare gli aiuti economici che arrivano da Roma...»
E poi la tradizionale amicizia... E' stato «un fatto assolutamente eccezionale, speciale, unico. Non si ripeterà mai più». Il presidente afghano Karzai si giustifica così davanti alla stampa locale per il rilascio di 5 talebani in cambio della liberazione di Mastrogiacomo, «ben consapevole che il prezzo pagato per la vita del giornalista italiano ci sarebbe costato salatissimo... ci sarebbero stati nuovi rapimenti». E infatti, in Italia non se ne sa niente, ma dalla liberazione di Mastrogiacomo i talebani hanno rapito due francesi e tre afghani e trattengono ancora l'interprete di Mastrogiacomo, la cui vita, incredibilmente - oggi lo sappiamo - non era oggetto dell'accordo concluso tra talebani, governo italiano e governo afghano ai massimi livelli, poi eseguito da Emergency.
Indirettamente, il sottosegretario Vernetti conferma. Karzai dice di conoscerlo «bene», va rispettato lui e il suo governo: «In quei giorni difficili, Karzai andò incontro a una mezza crisi di governo. Il suo ministro degli Esteri, Rajid Spanta, lo ha criticato ferocemente... Karzai decise in effetti di fare concessioni in segno di riconoscimento». «Fuor di gergo politico-diplomatico», gli fa l'intervistatore, ma è vero che a Karzai è stato fatto capire che in Italia la situazione politica stava per precipitare? «Ricordiamoci in che situazione eravamo. C'era un delicatissimo passaggio parlamentare; il Senato doveva votare il decreto di rifinanziamento alle missioni militari. E c'era una fortissima attenzione dell'opinione pubblica. Sì, un eventuale omicidio avrebbe dato il via a reazioni incontrollabili. E' stato giusto fare di tutto per salvare quella vita. E ora, anche grazie alla liberazione di Mastrogiacomo, e al voto positivo al Senato, cui si è associato l'Udc, il governo ha rafforzato le sue scelte».
La ricostruzione di Karzai ci dice innanzitutto che D'Alema ha mentito quando in televisione, a Porta a Porta, ha negato che il nostro governo avesse esercitato pressioni su Karzai per il rilascio dei 5 talebani. Prodi ha invece ricattato il governo di Kabul, facendo intendere che se Mastrogiacomo fosse morto sarebbe caduto il governo, non sarebbe stata rifinanziata la missione, e sarebbero stati negati gli aiuti.
Tutte bugie, perché sul voto del Senato l'unico che rischiava era il Governo Prodi. Sul decreto non era stata posta la fiducia, l'Udc l'avrebbe comunque votato e sarebbe passato. E in ogni caso l'avrebbe comunque potuto ripresentare un nuovo governo, tecnico, istituzionale, o di «larghe intese» che fosse. Il rischio da cui voleva mettersi al riparo Prodi era quello di andare molto al di sotto della quota dei 158 senatori della maggioranza assicurata al Capo dello Stato. In questo caso, l'Udc sarebbe stato determinante e Prodi avrebbe dovuto dimettersi.
Ecco spiegato il motivo di tanta fretta, il perché sia stato accettato un prezzo così alto, cedendo ai ricattatori quasi senza trattare. Prodi ha imposto quel prezzo altissimo agli afghani e ai nostri alleati per salvare la sua pelle, non quella di Mastrogiacomo.
E poi la tradizionale amicizia... E' stato «un fatto assolutamente eccezionale, speciale, unico. Non si ripeterà mai più». Il presidente afghano Karzai si giustifica così davanti alla stampa locale per il rilascio di 5 talebani in cambio della liberazione di Mastrogiacomo, «ben consapevole che il prezzo pagato per la vita del giornalista italiano ci sarebbe costato salatissimo... ci sarebbero stati nuovi rapimenti». E infatti, in Italia non se ne sa niente, ma dalla liberazione di Mastrogiacomo i talebani hanno rapito due francesi e tre afghani e trattengono ancora l'interprete di Mastrogiacomo, la cui vita, incredibilmente - oggi lo sappiamo - non era oggetto dell'accordo concluso tra talebani, governo italiano e governo afghano ai massimi livelli, poi eseguito da Emergency.
Indirettamente, il sottosegretario Vernetti conferma. Karzai dice di conoscerlo «bene», va rispettato lui e il suo governo: «In quei giorni difficili, Karzai andò incontro a una mezza crisi di governo. Il suo ministro degli Esteri, Rajid Spanta, lo ha criticato ferocemente... Karzai decise in effetti di fare concessioni in segno di riconoscimento». «Fuor di gergo politico-diplomatico», gli fa l'intervistatore, ma è vero che a Karzai è stato fatto capire che in Italia la situazione politica stava per precipitare? «Ricordiamoci in che situazione eravamo. C'era un delicatissimo passaggio parlamentare; il Senato doveva votare il decreto di rifinanziamento alle missioni militari. E c'era una fortissima attenzione dell'opinione pubblica. Sì, un eventuale omicidio avrebbe dato il via a reazioni incontrollabili. E' stato giusto fare di tutto per salvare quella vita. E ora, anche grazie alla liberazione di Mastrogiacomo, e al voto positivo al Senato, cui si è associato l'Udc, il governo ha rafforzato le sue scelte».
La ricostruzione di Karzai ci dice innanzitutto che D'Alema ha mentito quando in televisione, a Porta a Porta, ha negato che il nostro governo avesse esercitato pressioni su Karzai per il rilascio dei 5 talebani. Prodi ha invece ricattato il governo di Kabul, facendo intendere che se Mastrogiacomo fosse morto sarebbe caduto il governo, non sarebbe stata rifinanziata la missione, e sarebbero stati negati gli aiuti.
Tutte bugie, perché sul voto del Senato l'unico che rischiava era il Governo Prodi. Sul decreto non era stata posta la fiducia, l'Udc l'avrebbe comunque votato e sarebbe passato. E in ogni caso l'avrebbe comunque potuto ripresentare un nuovo governo, tecnico, istituzionale, o di «larghe intese» che fosse. Il rischio da cui voleva mettersi al riparo Prodi era quello di andare molto al di sotto della quota dei 158 senatori della maggioranza assicurata al Capo dello Stato. In questo caso, l'Udc sarebbe stato determinante e Prodi avrebbe dovuto dimettersi.
Ecco spiegato il motivo di tanta fretta, il perché sia stato accettato un prezzo così alto, cedendo ai ricattatori quasi senza trattare. Prodi ha imposto quel prezzo altissimo agli afghani e ai nostri alleati per salvare la sua pelle, non quella di Mastrogiacomo.
Friday, March 23, 2007
D'Alema scaricabarile
Adesso è chiara l'operazione che D'Alema sta facendo a Porta a Porta dopo il cazziatone della Rice. Stando a quanto dice, lo stesso accordo per il quale dalla Farnesina nei giorni scorsi si sbandierava ai quattro venti, su tutti i media, "abbiamo soddisfatto tutte le condizioni", oggi non ha più padri. I talebani li ha liberati di sua spontanea volontà Karzai e le trattative con i talebani le ha condotte Emergency. Ma chi crede di prendere ancora per il culo, Mr. D'Alemah, con il suo penoso scaricabarile? Ci tocca difendere Emergency, che ha agito ovviamente perché investita di questo ruolo proprio dal Ministero degli Esteri, in contrasto con quello della Difesa. E Karzai? Oltre al danno, la beffa. La fretta che ha avuto ad avvertire che si è trattato della prima e l'ultima volta la racconta lunga su quanto gli italiani devono avergli frantumato le palle.
Qui invece ci siamo convinti che il guaio l'abbia in gran parte causato lui.
Qui invece ci siamo convinti che il guaio l'abbia in gran parte causato lui.
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