«Il settimanale simbolo della cultura liberal americana, che dal 2003 si è opposto con tutte le sue forze all'intervento armato contro Saddam Hussein riconosce che alla fine aveva ragione George W. Bush. Ha vinto il presidente repubblicano con il suo piano di esportazione della democrazia in Iraq - ma Newsweek sceglie di uscire con questa copertina celebratoria soltanto ora, molto oltre la fine del suo doppio mandato. "Mission accomplished", missione compiuta, era lo slogan prematuro che campeggiava sulla portaerei alle spalle di Bush durante il discorso di ringraziamento alle truppe nel maggio 2003 e che gli è stato rinfacciato fino alla fine della sua amministrazione. Ma oggi in copertina finisce quello e non l'altro, quello che spiccava alla testa delle marce pacifiste: "No blood for oil", che nessuno cita più semplicemente perché si trattava di una bufala: gli Stati Uniti non hanno cavato una goccia di petrolio in più dalla guerra in Iraq... Newsweek concede la vittoria americana in Iraq ora perché domenica si elegge il nuovo Parlamento di Baghdad: "Ci saranno 6.100 candidati appartenenti a tutte le grandi tradizioni religiose del paese e a molti partiti differenti. I candidati hanno interessi e ambizioni che contrastano selvaggiamente tra loro. Ma negli ultimi due anni questi politici hanno cominciato a considerarsi come parte dello stesso club, dove la politica dura ha rimpiazzato la guerra civile e le leggi sono forgiate anche se con lentezza e difficoltà attraverso compromessi - non per decreto dittatoriale o, per quel che può contare, per ingiunzione degli occupanti americani. Anche se protetta, incoraggiata e talvolta consigliata da Washington, la classe politica irachena sta dando forma al proprio sistema politico"».
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Tuesday, March 02, 2010
Passato Bush si può dire: "Mission accomplished"
Su Il Foglio, in prima pagina, la copertina dell'ultimo numero di Newsweek uscito ieri negli Stati Uniti:
Friday, August 21, 2009
Afghanistan e Iraq, le indecisioni strategiche si pagano
La democrazia dovrà vedersela ancora una volta a mani - anzi, dita - nude contro le bombe. Le forze Nato schierate contro la guerriglia talebana in Afghanistan restano naturalmente indispensabili, ma in definitiva sarà la voglia di normalità degli afghani a fare da ago della bilancia. Se verrà meno, non basteranno gli eserciti a far uscire il paese dal caos e a salvarlo dai talebani. Epperò, anche i successi contro i talebani possono dare speranze alla popolazione.
L'esito della giornata elettorale di ieri è confortante anche se non entusiasmante. Insomma, poteva andar peggio. Sembra infatti che nonostante i kamikaze, i razzi, e le intimidazioni che ci sono stati anche ieri (oltre 70 attacchi e una trentina di morti in 15 province su 34), un numero di seggi maggiore delle attese sia stato aperto e l'affluenza al voto sia stata buona, addirittura il 50%, anche se non paragonabile a quella delle presidenziali del 2004, quando votò il 70% degli aventi diritto. Un ottimismo, quello espresso dalla Nato e dall'Onu sul voto in Afghanistan, motivato più che altro dalle basse aspettative della vigilia. I talebani infatti da alcune settimane hanno ripreso l'iniziativa e in pochi giorni hanno dimostrato alla popolazione quanto scarsi ed effimeri siano i progressi compiuti in quattro anni dalle nuove istituzioni afghane.
L'affluenza in calo indica comunque che la sfiducia degli afghani nelle nuove istituzioni aumenta e se dovesse scendere sotto una certa soglia, non ci sarebbe aiuto internazionale in grado di fare argine: tornerebbero i talebani. La colpa di questa situazione è certamente di Karzai, la cui rielezione non è scontata e che non gode neanche più del favore degli Usa, pronti ad accogliere positivamente un'affermazione di Abdullah. Ma sulla situazione afghana continua a pesare anche un'ambiguità strategica che né il presidente americano Obama, né tanto meno gli altri paesi della Nato impegnati hanno ancora risolto. Non è ancora chiaro se l'obiettivo sia sconfiggere definitivamente i talebani, o solo contenerli, accontentandosi di impedirgli di lanciare nuovi attacchi terroristici contro gli Usa e che il governo legittimo controlli la maggior parte, anche se non tutto, il territorio. Finché un giorno, inevitabilmente, non verrà deciso il ritiro dei contingenti. E allora saranno dolori.
Attualmente gli uomini impiegati in Afghanistan sono circa 100 mila, in un paese in cui per controllare il territorio garantendo un minimo di sicurezza alla popolazione civile ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanti. Figuriamoci poi se c'è anche da combattere per respingere le offensive talebane o per bonificare intere aree dalla loro presenza. Un'altra ambiguità che indebolisce la forza multinazionale è che non tutti i paesi condividono le stesse responsabilità. La maggior parte dei contingenti, e tra questi quello italiano e quello tedesco, possono difendersi se attaccati, ma non sono autorizzati a partecipare a operazioni di combattimento al di fuori della loro area. Dei 100 mila uomini, 62 mila sono americani - solo la metà all'incirca truppe combattenti - e al loro fianco combattono attivamente solo i contingenti inglese, canadese e olandese.
Anche l'Iraq da alcune settimane a questa parte sembra essere ripiombato nel terrore. I terroristi hanno portato il loro attacco fino al cuore delle nuove istituzioni irachene come probabilmente non erano mai riusciti in questi anni. I camion-bomba contro il Ministero degli Esteri, il Ministero delle Finanze e il palazzo del governo provinciale di Baghdad, hanno causato circa un centinaio di morti e oltre 600 feriti. Una delle esplosioni ha persino fatto venir giù un pezzo di viadotto, uccidendo gli ignari automobilisti che lo stavano attraversando. Poi i colpi di mortaio che hanno raggiunto la blindatissima "zona verde" e altre bombe contro obiettivi minori, un mercato in una zona sciita e due posti di blocco.
Per trovare un attentato di simili proporzioni a Baghdad bisogna risalire al primo febbraio del 2008, quando morirono 99 persone. Ma allora furono delle donne kamikaze a fare strage in diversi mercati, mentre questa volta sono state colpite al cuore le istituzioni civili, per dimostrarne la vulnerabilità. Considerando la potenza di fuoco, la capacità organizzativa e l'importanza strategica degli obiettivi, dietro c'è senz'altro la mano di al Qaeda, forse con l'aiuto - ma solo marginalmente - di qualche frangia ex baathista non ancora rassegnata, mentre la Siria continua a offrire ospitalità e supporto logistico ai terroristi per dimostrare, contribuendo a destabilizzare l'Iraq, di essere ancora un attore influente nella regione con il quale scendere a patti. La pazienza americana nei confronti di Damasco resta davvero un mistero.
Dopo il calo delle vittime di violenze negli ultimi due anni, grazie ai successi della nuova strategia americana voluta da Bush e praticata sul campo dal generale Petraeus, l'intensificarsi degli attacchi dalla primavera di quest'anno non può non essere messo in relazione con il ritiro, prima annunciato e poi avvenuto, il 30 giugno scorso, delle truppe americane dalle città e la consegna della responsabilità della sicurezza alle autorità irachene. Il 23 aprile 84 morti a Baquba in tre attentati suicidi in un giorno. Il 20 maggio 40 morti per un'autobomba a Baghdad. Il 20 giugno 72 morti per un camion-bomba a sud di Kirkuk, nel nord del paese. Il 24 giugno 62 morti nel quartiere sciita di Baghdad. Il 30 giugno le truppe americane lasciano le aree urbane e si ritirano nelle basi lontane dai centri abitati. Il 28 luglio 8 morti e 13 feriti per una moto-bomba a Baghdad. Il 31 luglio alcune esplosioni fuori da una moschea sciita fanno 31 morti. Sempre a Baghdad. Il 7 agosto un'autobomba uccide 38 persone appena escono da una moschera sciita fuori Mosul, nel nord, e sei pellegrini sciiti muoiono in una serie di esplosioni a Baghdad. E' un crescendo. Il 10 agosto due camion-bomba uccidono 30 persone e ne feriscono 155 in un villaggio sciita a est di Mosul. E di nuovo a Baghdad, un'autobomba uccide 7 lavoratori in un'area a maggioranza sciita. Il 16 agosto, sempre in un'area sciita di Baghdad, 8 morti e 21 feriti.
E pensare che appena tre settimane fa, ricorda il New York Times, il premier iracheno al Maliki aveva dato ordine di rimuovere le barriere anti-bomba in cemento armato dalle vie di Baghdad, convinto da un alto ufficiale dell'esercito a lui vicino che ormai la sicurezza non fosse più un "problema". A dargli una lezione ci ha pensato al Qaeda. Ma è una ulteriore sfida anche per il presidente Obama, cui molti ora chiedono di rallentare il piano di ritiro delle truppe Usa dall'Iraq. Ci sono diverse possibilità di un'«inversione di tendenza» in Iraq rispetto ai recenti progressi, avverte l'esperto Stephen Biddle, del Council on Foreign Relations, che individua ben quattro scenari nei quali il paese potrebbe «allontanarsi da una prospettiva di pace e stabilità a breve e medio termine». Una «vigorosa strategia preventiva, nella forma di un rallentamento del ritiro Usa dall'Iraq, sarebbe meno costosa, sia politicamente che militarmente, nel lungo termine».
L'esito della giornata elettorale di ieri è confortante anche se non entusiasmante. Insomma, poteva andar peggio. Sembra infatti che nonostante i kamikaze, i razzi, e le intimidazioni che ci sono stati anche ieri (oltre 70 attacchi e una trentina di morti in 15 province su 34), un numero di seggi maggiore delle attese sia stato aperto e l'affluenza al voto sia stata buona, addirittura il 50%, anche se non paragonabile a quella delle presidenziali del 2004, quando votò il 70% degli aventi diritto. Un ottimismo, quello espresso dalla Nato e dall'Onu sul voto in Afghanistan, motivato più che altro dalle basse aspettative della vigilia. I talebani infatti da alcune settimane hanno ripreso l'iniziativa e in pochi giorni hanno dimostrato alla popolazione quanto scarsi ed effimeri siano i progressi compiuti in quattro anni dalle nuove istituzioni afghane.
L'affluenza in calo indica comunque che la sfiducia degli afghani nelle nuove istituzioni aumenta e se dovesse scendere sotto una certa soglia, non ci sarebbe aiuto internazionale in grado di fare argine: tornerebbero i talebani. La colpa di questa situazione è certamente di Karzai, la cui rielezione non è scontata e che non gode neanche più del favore degli Usa, pronti ad accogliere positivamente un'affermazione di Abdullah. Ma sulla situazione afghana continua a pesare anche un'ambiguità strategica che né il presidente americano Obama, né tanto meno gli altri paesi della Nato impegnati hanno ancora risolto. Non è ancora chiaro se l'obiettivo sia sconfiggere definitivamente i talebani, o solo contenerli, accontentandosi di impedirgli di lanciare nuovi attacchi terroristici contro gli Usa e che il governo legittimo controlli la maggior parte, anche se non tutto, il territorio. Finché un giorno, inevitabilmente, non verrà deciso il ritiro dei contingenti. E allora saranno dolori.
Attualmente gli uomini impiegati in Afghanistan sono circa 100 mila, in un paese in cui per controllare il territorio garantendo un minimo di sicurezza alla popolazione civile ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanti. Figuriamoci poi se c'è anche da combattere per respingere le offensive talebane o per bonificare intere aree dalla loro presenza. Un'altra ambiguità che indebolisce la forza multinazionale è che non tutti i paesi condividono le stesse responsabilità. La maggior parte dei contingenti, e tra questi quello italiano e quello tedesco, possono difendersi se attaccati, ma non sono autorizzati a partecipare a operazioni di combattimento al di fuori della loro area. Dei 100 mila uomini, 62 mila sono americani - solo la metà all'incirca truppe combattenti - e al loro fianco combattono attivamente solo i contingenti inglese, canadese e olandese.
Anche l'Iraq da alcune settimane a questa parte sembra essere ripiombato nel terrore. I terroristi hanno portato il loro attacco fino al cuore delle nuove istituzioni irachene come probabilmente non erano mai riusciti in questi anni. I camion-bomba contro il Ministero degli Esteri, il Ministero delle Finanze e il palazzo del governo provinciale di Baghdad, hanno causato circa un centinaio di morti e oltre 600 feriti. Una delle esplosioni ha persino fatto venir giù un pezzo di viadotto, uccidendo gli ignari automobilisti che lo stavano attraversando. Poi i colpi di mortaio che hanno raggiunto la blindatissima "zona verde" e altre bombe contro obiettivi minori, un mercato in una zona sciita e due posti di blocco.
Per trovare un attentato di simili proporzioni a Baghdad bisogna risalire al primo febbraio del 2008, quando morirono 99 persone. Ma allora furono delle donne kamikaze a fare strage in diversi mercati, mentre questa volta sono state colpite al cuore le istituzioni civili, per dimostrarne la vulnerabilità. Considerando la potenza di fuoco, la capacità organizzativa e l'importanza strategica degli obiettivi, dietro c'è senz'altro la mano di al Qaeda, forse con l'aiuto - ma solo marginalmente - di qualche frangia ex baathista non ancora rassegnata, mentre la Siria continua a offrire ospitalità e supporto logistico ai terroristi per dimostrare, contribuendo a destabilizzare l'Iraq, di essere ancora un attore influente nella regione con il quale scendere a patti. La pazienza americana nei confronti di Damasco resta davvero un mistero.
Dopo il calo delle vittime di violenze negli ultimi due anni, grazie ai successi della nuova strategia americana voluta da Bush e praticata sul campo dal generale Petraeus, l'intensificarsi degli attacchi dalla primavera di quest'anno non può non essere messo in relazione con il ritiro, prima annunciato e poi avvenuto, il 30 giugno scorso, delle truppe americane dalle città e la consegna della responsabilità della sicurezza alle autorità irachene. Il 23 aprile 84 morti a Baquba in tre attentati suicidi in un giorno. Il 20 maggio 40 morti per un'autobomba a Baghdad. Il 20 giugno 72 morti per un camion-bomba a sud di Kirkuk, nel nord del paese. Il 24 giugno 62 morti nel quartiere sciita di Baghdad. Il 30 giugno le truppe americane lasciano le aree urbane e si ritirano nelle basi lontane dai centri abitati. Il 28 luglio 8 morti e 13 feriti per una moto-bomba a Baghdad. Il 31 luglio alcune esplosioni fuori da una moschea sciita fanno 31 morti. Sempre a Baghdad. Il 7 agosto un'autobomba uccide 38 persone appena escono da una moschera sciita fuori Mosul, nel nord, e sei pellegrini sciiti muoiono in una serie di esplosioni a Baghdad. E' un crescendo. Il 10 agosto due camion-bomba uccidono 30 persone e ne feriscono 155 in un villaggio sciita a est di Mosul. E di nuovo a Baghdad, un'autobomba uccide 7 lavoratori in un'area a maggioranza sciita. Il 16 agosto, sempre in un'area sciita di Baghdad, 8 morti e 21 feriti.
E pensare che appena tre settimane fa, ricorda il New York Times, il premier iracheno al Maliki aveva dato ordine di rimuovere le barriere anti-bomba in cemento armato dalle vie di Baghdad, convinto da un alto ufficiale dell'esercito a lui vicino che ormai la sicurezza non fosse più un "problema". A dargli una lezione ci ha pensato al Qaeda. Ma è una ulteriore sfida anche per il presidente Obama, cui molti ora chiedono di rallentare il piano di ritiro delle truppe Usa dall'Iraq. Ci sono diverse possibilità di un'«inversione di tendenza» in Iraq rispetto ai recenti progressi, avverte l'esperto Stephen Biddle, del Council on Foreign Relations, che individua ben quattro scenari nei quali il paese potrebbe «allontanarsi da una prospettiva di pace e stabilità a breve e medio termine». Una «vigorosa strategia preventiva, nella forma di un rallentamento del ritiro Usa dall'Iraq, sarebbe meno costosa, sia politicamente che militarmente, nel lungo termine».
Wednesday, December 10, 2008
A lezione da Petraeus
Ieri il mitico generale Petraeus era a Roma. Oltre a incontrare Berlusconi, Frattini e La Russa - probabilmente per sondare la disponibilità dell'Italia a mandare altri soldati in Afghanistan, oppure a modificare in modo estensivo le regole di ingaggio cui si attiene oggi il contingente italiano - è passato al Centro studi americani, a Roma, in Via Caetani, dove ha rivelato i "segreti" della sua strategia vincente in Iraq.
David H. Petraeus è infatti il generale che ha attuato sul campo il "surge" deciso dall'amministrazione Bush in Iraq. Speriamo che i presenti - Giuliano Amato, Massimo D'Alema, Francesco Rutelli e Piero Fassino - abbiano preso appunti. Il "surge" è consistito nell'applicazione di una serie di «concetti», non solo nell'aumento del numero dei soldati. Sono state intraprese azioni militari, civili ed economiche finalizzate ad un unico obiettivo, quello di «dare sicurezza alla popolazione, far sentire che il nostro lavoro è a suo beneficio».
Con l'"operazione Anaconda", ha spiegato il generale, sono stati rimossi tutti gli elementi necessari alla guerriglia per sopravvivere e alimentarsi: denaro, sostegno popolare, armi, zone sicure, guerriglieri stranieri, ideologia e leadership di al Qaeda. Un aspetto cruciale è stato quello della «riconciliazione». E' la parte più pragmatica della strategia: parlare con il nemico, per «separare i riconciliabili dagli irriconciliabili». Ma attenzione a non fraintendere. Non si tratta, come avrete letto su qualche giornale, di arrendersi al fatto che occorre negoziare anche con i terroristi, ma partendo da una posizione di forza sul campo di capire chi sono i «riconciliabili», accertandosi prima di tutto delle loro reali intenzioni, e portarli dalla propria parte, per avere più facilmente la meglio sugli irriducibili.
Le tribu sunnite sono state reintegrate nel sistema politico, privando così al Qaeda di gran parte del sostegno di cui godeva. Infine, una politica per dare lavoro e servizi, guadagnando così alle forze della coalizione un sostegno senza precedenti da parte degli iracheni.
Alla base di questa strategia, però, non bisogna dimenticarlo, come elemento non sufficiente ma necessario, c'è l'aumento delle truppe. E non è un caso che Petraeus ha detto esplicitamente di sostenere la richiesta del generale David McKiernan di inviare altri 20 mila soldati americani in Afghanistan, che sarebbero utilizzati per compiere solo azioni razionali, definite «clear and hold». Un aumento di truppe che è anche nei piani del presidente-eletto Obama.
In Iraq, ha spiegato, «abbiamo cominciato a liberare solo le aree che eravamo in grado di mantenere. Così la popolazione capiva che eravamo lì per restare e ha cominciato a indicarci dove erano nascoste le armi». Questo approccio ha quindi consentito di effettuare operazioni mirate contro le zone controllate dai terroristi, ha osservato Petraeus, prima ad Anbar, poi a Ramadi e a Baquba, e infine contro gli estremisti sciiti a Bassora. Solo due anni fa ben 7 milioni di iracheni erano sotto il controllo di al Qaeda, che ora in Iraq può dirsi sconfitta, mentre le statistiche mostrano che le vittime di violenze tra le diverse etnie sono crollate quasi a zero, così come si è ridotto al minimo dall'estate 2003 il numero dei civili uccisi in attentati.
David H. Petraeus è infatti il generale che ha attuato sul campo il "surge" deciso dall'amministrazione Bush in Iraq. Speriamo che i presenti - Giuliano Amato, Massimo D'Alema, Francesco Rutelli e Piero Fassino - abbiano preso appunti. Il "surge" è consistito nell'applicazione di una serie di «concetti», non solo nell'aumento del numero dei soldati. Sono state intraprese azioni militari, civili ed economiche finalizzate ad un unico obiettivo, quello di «dare sicurezza alla popolazione, far sentire che il nostro lavoro è a suo beneficio».
Con l'"operazione Anaconda", ha spiegato il generale, sono stati rimossi tutti gli elementi necessari alla guerriglia per sopravvivere e alimentarsi: denaro, sostegno popolare, armi, zone sicure, guerriglieri stranieri, ideologia e leadership di al Qaeda. Un aspetto cruciale è stato quello della «riconciliazione». E' la parte più pragmatica della strategia: parlare con il nemico, per «separare i riconciliabili dagli irriconciliabili». Ma attenzione a non fraintendere. Non si tratta, come avrete letto su qualche giornale, di arrendersi al fatto che occorre negoziare anche con i terroristi, ma partendo da una posizione di forza sul campo di capire chi sono i «riconciliabili», accertandosi prima di tutto delle loro reali intenzioni, e portarli dalla propria parte, per avere più facilmente la meglio sugli irriducibili.
Le tribu sunnite sono state reintegrate nel sistema politico, privando così al Qaeda di gran parte del sostegno di cui godeva. Infine, una politica per dare lavoro e servizi, guadagnando così alle forze della coalizione un sostegno senza precedenti da parte degli iracheni.
Alla base di questa strategia, però, non bisogna dimenticarlo, come elemento non sufficiente ma necessario, c'è l'aumento delle truppe. E non è un caso che Petraeus ha detto esplicitamente di sostenere la richiesta del generale David McKiernan di inviare altri 20 mila soldati americani in Afghanistan, che sarebbero utilizzati per compiere solo azioni razionali, definite «clear and hold». Un aumento di truppe che è anche nei piani del presidente-eletto Obama.
In Iraq, ha spiegato, «abbiamo cominciato a liberare solo le aree che eravamo in grado di mantenere. Così la popolazione capiva che eravamo lì per restare e ha cominciato a indicarci dove erano nascoste le armi». Questo approccio ha quindi consentito di effettuare operazioni mirate contro le zone controllate dai terroristi, ha osservato Petraeus, prima ad Anbar, poi a Ramadi e a Baquba, e infine contro gli estremisti sciiti a Bassora. Solo due anni fa ben 7 milioni di iracheni erano sotto il controllo di al Qaeda, che ora in Iraq può dirsi sconfitta, mentre le statistiche mostrano che le vittime di violenze tra le diverse etnie sono crollate quasi a zero, così come si è ridotto al minimo dall'estate 2003 il numero dei civili uccisi in attentati.
Thursday, November 22, 2007
Rapporti dal fronte
Dell'intervista del generale Petraeus al Wall Street Journal, e del resoconto di un altro generale, Robert Scales, da cui si evincono la nuova strategia adottata e i progressi in Iraq, dova la vita tende lentamente alla normalità, si occupa un completo articolo su Il Foglio di oggi.«Ora i sunniti in Iraq guardano ad al Qaida per quello che è, un movimento ultraestremista in stile talebano e gli hanno voltato le spalle», dice Petraeus, che però invita alla cautela: «Il progresso si accumula con il tempo. Non c'è un interruttore della luce. La situazione irachena non scatta da cattiva a buona. Passa da cattiva a meno cattiva». Occorre lasciare «accumulare» progressi finché il corso delle cose non divenga irreversibile.
Una «breccia nel muro del pessimismo», definisce le "good news" Thomas Friedman, sul New York Times, editorialista pentito di aver sostenuto la guerra nel 2003.
Thursday, November 15, 2007
"Good news", nuovo Iraq, Democratici in tilt
Oggi su Il Foglio, nell'inserto I, campeggia la foto del generale David Petraeus mentre mangia sereno in un mercato di Baghad. Daniele Raineri racconta di un «nuovo Iraq», un paese «capovolto», in cui «sunniti e sciiti stanno dimostrando di saper collaborare su questioni cruciali», in cui Moqtada al Sadr avrebbe per ora deciso «di combattere soltanto sul fronte politico», in cui si assiste a una «diminuzione vistosa della violenza» nella capitale e nella provincia di al Anbar, la guerriglia sunnita è spaccata, con «i resti disorganizzati» degli ex baathisti di Saddam che si scagliano contro i «binladenisti iracheni», al Qaeda «in fuga», «geograficamente messa all'angolo» del paese. Ma il lavoro continua senza soste.Le "good news" che giungono dall'Iraq, ottenute grazie alla nuova strategia voluta da Bush e attuata sul campo dal generale Petraeus, stanno spiazzando i democratici, che al Congresso avevano scommesso tutto sulla sconfitta e sulla richiesta di ritiro immediato, «spiegando che la guerra era già persa e che altre truppe non sarebbero mai state capaci di cambiare l'inerzia della missione», non manca di riferire Christian Rocca, che segnala come il Washington Post abbia preso «a fare le pulci al "pinocchismo" dei candidati presidenziali del Partito democratico, i quali nei comizi dicono di voler porre fine alla guerra, malgrado poi i loro piani prevedano che le truppe resteranno in Iraq almeno fino al 2013».
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