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Thursday, January 05, 2012

Parassita o patriota?

Anche su Notapolitica

Dai controversi spot dell'Agenzia delle Entrate alle martellanti campagne dei media mainstream – tra cui purtroppo giornali e radio di Confindustria – contro l'evasione fiscale si tende a dare troppo per scontato un assunto: che le tasse sottratte al Fisco siano sic et simpliciter risorse sottratte al Paese. Le interviste al direttore Attilio Befera sono un condensato delle tipiche illusioni di onnipotenza statalista, dalle quali deriva un sistema che prima stabilisce regole criminogene, cioè che costringono tutti o quasi a ricorrere, o a inciampare, in piccole grandi illegalità, e che poi pretende di perseguirle tutte. Nell'articolo di Gramellini di ieri, su La Stampa, si riconosce che gli italiani istintivamente avvertono lo Stato per quello che è: un «vampiro arrogante» e una burocrazia incapace di trasformare le tasse in servizi efficienti. Nel manuale di educazione civica di Gramellini però, che per fortuna gli italiani tengono impolverato sullo scaffale più alto, c'è l'errore, anzi l'inganno concettuale che è all'origine di tutti i mali nel difficile rapporto fra i cittadini e lo Stato: «I cittadini sono lo Stato».

Si insinua continuamente – fin dall'infanzia attraverso l'educazione scolastica e in età adulta nel dibattito pubblico – questa equivalenza tra il Fisco, cioè lo Stato, e il cosiddetto “Paese”, anzi addirittura «i cittadini» secondo la versione Gramellini. Quando l'ho letto mi è venuta in mente la copertina del Leviatano di Hobbes, dove lo Stato è raffigurato come un gigante il cui corpo è costituito da tanti piccoli omuncoli, i cittadini appunto. Emblematico che le loro fattezze si perdano completamente nella visione d'insieme dello Stato. Espressioni come “togliendo al Fisco si toglie al Paese”, “i cittadini sono lo Stato”, “lo Stato siamo noi”, ci portano dritti allo Stato etico nel senso hegeliano del termine. Laddove lo Stato non è cosa buona e giusta perché pensa al bene comune dei suoi cittadini, ma è buono semplicemente perché è, è razionale perché reale. Anzi, è il razionale nella sua forma assoluta. Insomma, siamo all'anticamera del totalitarismo.

In una visione liberale c'è differenza tra lo Stato, inteso come la pluralità delle pubbliche amministrazioni, e il “Paese”. Lo Stato non siamo “noi”. Lo Stato è un gruppo identificabile di persone, più o meno rispettabili, chiamate – in democrazia legittimamente – ad amministrare la cosa pubblica. Un gruppo di persone che può e deve essere messo sul banco degli imputati dal momento in cui si mangia la metà e oltre della ricchezza del Paese, non rispetta il contratto con i cittadini e strangola le attività economiche. Vedendo le cose da questa prospettiva, le tasse sono ricchezza sottratta al Paese più di quanto lo sia l'evasione. Un pensiero che deriva da importanti teorie politiche ed economiche e condiviso da illustri studiosi.

In un'intervista al Corriere della Sera nel 1994 il Nobel per l'economia Milton Friedman spiegava come l'Italia avesse “retto” fino ad allora grazie alla ricchezza sottratta alla voracità e all'inefficienza dello Stato:
«Guardi che l'Italia è molto più libera di quel che voi credete, grazie al mercato nero e all'evasione fiscale. Il mercato nero e l'evasione fiscale hanno salvato il vostro Paese, sottraendo ingenti capitali al controllo delle burocrazie statali. E per questo io ho più fiducia nell'Italia di quel che si possa avere dalle statistiche, che sono pessimiste. Il vostro mercato nero è un modello di efficienza. Il governo un modello di inefficienza. In certe situazioni un evasore è un patriota».
Mettiamoci d'accordo, dunque. La situazione italiana è tale per cui un evasore oggi è più un parassita o più un patriota? Nonostante l'enorme ricchezza sottratta al Paese lo Stato offre servizi insoddisfacenti, anzi spesso dannosi, e rischia di trascinarci nella sua bancarotta. Questo dovrebbe essere il tema dibattuto fino alla noia in queste settimane. Purtroppo invece le martellanti campagne anti-casta e anti-evasione dei principali quotidiani italiani stanno funzionando come armi di distrazione di massa. Ci accapigliamo su chi deve pagare più tasse, su quali nuovi balzelli inventarci, l'opinione pubblica sfoga la propria frustrazione e le proprie paure nella caccia all'evasore (guarda caso sempre il vicino di casa), perdendo di vista il vero problema, che è lo Stato. I suicidi degli imprenditori sono una tragedia umana ma anche una denuncia politica non violenta, eppure vengono commentati come se fossero dei fatti di cronaca. In Italia di tasse e di fisco – non di crisi economica – si muore.

Cielo plumbeo su di noi

Dieci, cento, mille Luca Ricolfi ci vorrebbero. Il suo articolo di oggi, su La Stampa, è uno squarcio di libertà nel velo statalista che le burocrazie della riscossione, i grandi giornali e l'informazione televisiva e radiofonica hanno alzato sugli occhi degli italiani. Diventa sempre più evidente, infatti, che le veementi campagne anti-casta e anti-evasione fiscale sono l'oppio che i media mainstream stanno vendendo da alcuni anni al popolo italiano. Gli offrono i capri espiatori contro cui sfogare le proprie paure e frustrazioni, ma lo distraggono dal bersaglio grosso, dai veri costi della politica e dalle reali ragioni della crisi del nostro modello economico e sociale: il troppo Stato. La premessa da cui parte Ricolfi è proprio la denuncia di un clima pesante, «una plumbea nuvola di cecità e di conformismo», per cui «ci sono cose che oggi non si possono dire». Ma lui le dice: abbiamo bisogno di «capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo». E in questo clima deresponsabilizzante sfugge nel dibattito pubblico il dato cruciale: il problema di competitività della nostra economia è quasi esclusivamente legato all'eccesso del peso statale.
«La pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%)... Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi».
Per cui, prosegue Ricolfi, «oggi in Italia un sentimento di paura verso l'amministrazione pubblica è ampiamente giustificato anche quando non si sia commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni accentuando il suo volto rapace e intimidatorio». Visto che non può più spendere in deficit, invece di tagliare la spesa si accanisce sui contribuenti. Per non parlare della «strabica selettività della repressione dell'evasione». Il fatto è che «se volesse intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari». E qui veniamo alla citazione di Milton Friedman sul mercato nero e l'evasione come resistenza naturale, dal basso, contro la voracità e l'inefficienza statale. Il fatto è, conclude Ricolfi, che «lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione»: salari e profitti sono troppo tassati; vincoli troppo rigidi; poca concorrenza. E allora o ci si difende come si può, anche travalicando i confini della legalità fiscale, o si chiude bottega (magari per riaprirla all'estero, chi può).
«Fatti 100 i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), i costi dell'Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il gasolio, 250 per l'energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti... Se poi a tutto questo aggiungiamo la tassazione più pesante del mondo sviluppato, la rigidità del nostro mercato del lavoro regolare, l'enorme prelievo sul reddito e sulla ricchezza operato con le ultime manovre, il quadro si capovolge: la domanda non è più perché l'Italia non cresce, ma perché i produttori non hanno ancora gettato la spugna».
Il problema della produttività e della competitività del sistema sta dunque essenzialmente nel peso dello Stato. Ben vengano le liberalizzazioni. Consapevoli però che non saranno certo gli orari di apertura dei negozi, i farmaci di fascia C o qualche centinaia di taxi in più il motore della ripresa. Ben più pesanti sarebbero le liberalizzazioni del mercato del lavoro, dei trasporti, dell'energia, dei servizi pubblici locali e dei servizi educativi, in cui si annidano i veri, sistemici costi della politica, e la cancellazione degli ordini professionali e di alcuni esami di Stato inutili. Ma il punto decisivo resta il troppo Stato, le troppe tasse che gravano sui ceti produttivi.

Monday, October 10, 2011

Steve Jobs, genio del capitalismo o criminale?


Tra le molte cose che si sono scritte e dette in questi giorni di Steve Jobs, in particolare mi hanno colpito due riflessioni, non sulla sua morte quanto piuttosto sulle reazioni alla sua morte. Una di Alessandro Campi, «Perché Steve Jobs non mi ha cambiato la vita», su Il Foglio; l'altra di Enzo Reale, «La parabola del buon capitalista», sul suo blog 1972. Pur non avendo posseduto nessuno degli oggetti di culto creati da Jobs, e appartenendo al "partito" del Blackberry, faccio parte dei tanti che riconoscono serenamente la grandezza di Jobs nell'averci «cambiato la vita». Probabilmente il giudizio di Campi è condizionato troppo dalle ultime creazioni del "mago" californiano: l'iPod, l'iPhone, l'iPad. Pur essendo questi ultimi gli oggetti che hanno trasformato Apple da ristretta setta di esperti di grafica a «religione pop o light» di livello mondiale, e il suo fondatore in una sorta di guru, tuttavia a mio modesto avviso il maggior impatto sulle nostre vite quotidiane l'hanno avuto i suoi primi prodotti, i primi personal computer e lo sviluppo dell'interfaccia a icone. L'estrema intuitività con cui oggi comandiamo i nostri pc si deve principalmente a lui e senza questo sviluppo non avrebbero avuto la diffusione che hanno avuto tra le mura domestiche e sui posti di lavoro.

C'è un fondo di verità, dunque, nella riflessione del prof. Campi, quando dice che negli ultimi tre prodotti c'è più estetica, più marketing, che una reale «rivoluzione» nelle nostre vite e quando riconosce in Jobs il «capitano d'industria», geniale anche per aver inventato «un sistema di organizzazione aziendale, una tecnica di vendita e una forma di relazione con i consumatori». Se questo in qualche modo sminuisce la figura di Jobs agli occhi dell'intellettuale conservatore, che con un malcelato pizzico di moralismo denuncia il vuoto e la solitudine del consumismo e sembra liquidarlo come «un inventore con un grande senso per gli affari», è proprio l'aspetto industriale e capitalistico che Enzo Reale ci ammonisce a non nascondere sotto il politically correct. Se, e nella misura in cui Jobs ci ha «cambiato la vita», lo dobbiamo al puro spirito del capitalismo, mentre i giudizi sul guru della Apple sono così favorevoli perché delle sue innovazioni apprezziamo e enfatizziamo il «carattere sociale, ai limiti del filantropismo», quasi vergognandoci del fatto che dovremmo innanzitutto ringraziare il «grande capitalista» Jobs, «il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più».

La storia di Jobs, ma di tanti altri "geni" ancora in vita, è la dimostrazione più lampante che è la ricerca del profitto, «l'avidità», per dirla alla Milton Friedman, a far progredire il mondo, e quindi a cambiare in meglio non solo le vite di chi si arricchisce, ma anche quelle di milioni di persone, spesso dell'intera umanità. «Quella di migliorare e modernizzare la realtà - conclude Reale - è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare».

Senza l'etica capitalista, senza la prospettiva di straripanti ricchezze, non avremmo avuto né Steve Jobs né i suoi prodotti. Dovremmo ricordarcene quando ascoltiamo parole come quelle del regista Ermanno Olmi, in questi giorni nelle sale con il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone», un sermone pauperista e catto-comunista. Secondo il regista, «essere stra-ricchi, sopra un certo livello, è un crimine, perché si sottrae ricchezza a molti». Dunque, Jobs, o Bill Gates o Mark Zuckerberg, sarebbero dei «criminali»? Chiediamoci: hanno sottratto, o piuttosto creato ricchezza, se non altro per i milioni di posti di lavoro che hanno creato, e non solo nelle loro aziende? La risposta è sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dall'invidia sociale o da ideologie oscurantiste e illiberali. Mi ha lasciato francamente l'amaro in bocca che tesi così strampalate dal punto di vista economico - perché i sistemi di libero mercato non sono affatto giochi "a somma zero" - e così "disumane" - sì, disumane per quanto rappresentano la negazione del più genuino spirito dell'uomo - imperversino in questi giorni persino sulla radio di Confindustria.

Wednesday, February 23, 2011

Un '48 arabo, tra insidie e opportunità/2

Il merito di questa analisi di George Friedman, direttore dell'istituto Stratfor, è di porre nei termini più sensati ed equilibrati la questione del pericolo islamista nell'ondata di rivolte che sta colpendo il Medio Oriente e di precisare quelle che nella scienza politica si chiamano condizioni rivoluzionarie. L'aspetto che accomuna le sollevazioni in Paesi così diversi è la collera nei confronti di regimi retti per moltissimo tempo da gruppi ristretti di individui e famiglie che gestiscono il potere arricchendo se stessi e privando il popolo di diritti politici e di prospettive economiche, e che come se non bastasse progettano di tramandare ai propri figli questo potere.

Ma la questione di maggiore importanza è capire chi trarrà vantaggio da queste "rivoluzioni", se di rivoluzioni si tratta. Dietro di esse Friedman non vede un complotto, una trama organica da parte degli islamisti, tale quindi da offrire all'Occidente un comodo alibi per preferire soluzioni autoritarie ai possibili sviluppi democratici, ma non nega che possano essere proprio loro ad avvantaggiarsi della situazione.
«Non vediamo in queste rivoluzioni una vasta cospirazione di islamisti per prendere il controllo della regione. Una cospirazione così estesa viene facilmente individuata, e i servizi di sicurezza dei singoli Paesi l'avrebbero velocemente distrutta».
Tuttavia, avverte, «non c'è dubbio che gli islamisti tenteranno di avvantaggiarsene e di assumerne il controllo. Se saranno in grado o meno, è una questione più complessa e importante, ma che lo vogliano e che ci stiano provando è ovvio...».
«Così come gli Stati Uniti e i Paesi occidentali stanno tentando di influenzare la direzione delle sollevazioni. Per entrambe le parti è una partita difficile da giocare, ma soprattutto per gli Stati Uniti rispetto agli islamisti, che conoscono i loro Paesi... Ma se non c'è dubbio che gli islamisti vorrebbero assumere il controllo della rivoluzione, ciò non significa che ci riusciranno, né che queste rivoluzioni avranno successo nel soppiantare i regimi esistenti».
Friedman quindi suggerisce di guardare all'«evento chiave» di una rivoluzione, senza il quale non si è in presenza di una fase rivoluzionaria, ma solo di manifestazioni dallo scarso significato rispetto alla tenuta del regime. I rivoluzionari, infatti, non possono nulla contro le armi. Ma se chi detiene la forza - polizia ed esercito - passa con loro, in tutto o in una parte significativa, allora «la vittoria è possibile». Se la spaccatura nelle forze armate crea una prevalenza di forze anti-regime, allora la rivoluzione può avere successo. Per questo non bisogna tanto guardare ai giovani che scendono in piazza, ma occorre valutare caso per caso il comportamento delle forze armate.

Dunque, tornando al ruolo degli islamisti, «l'aspetto più importante non è la loro presenza nella folla dei manifestanti, ma la loro penetrazione nell'esercito e nella polizia». Friedman ricorda dai precedenti del passato che «le persone che iniziano una rivoluzione raramente sono le stesse che la portano a termine»:
«Spesso non c'è nessuno tra i rivoluzionari attrezzato a prendere il potere. Il pericolo quindi non è l'Islam radicale in sé, ma il caos, seguito o da una guerra civile, o dall'esercito che assume il controllo semplicemente per stabilizzare la situazione, o dall'emergere di un partito radicale islamico che prende il potere solo perché gli islamisti sono gli unici nella calca con un piano e un'organizzazione. E' così che le minoranze assumono il controllo delle rivoluzioni».
Fra le tre tipologie rivoluzionarie prese come termini di paragone (i moti rivoluzionari del 1848 in Europa, che fallirono per mancanza di organizzazione e coerenza, ma la cui influenza si sarebbe fatta sentire per decenni; il '68, che non ha causato la caduta di alcun regime, neanche temporaneamente, e che ha lasciato «residui culturali» di scarsa rilevanza storica; e le rivoluzioni del 1989, che hanno sovvertito l'ordine di un'intera regione, persino mondiale, creandone uno nuovo), Friedman ipotizza che quelle cui stiamo assistendo in Medio Oriente possano essere simili ai moti del 1848:
«Come nel 1848, queste rivoluzioni non riusciranno a trasformare il mondo musulmano o anche solo il mondo arabo. Ma getteranno semi che germineranno nei decenni a venire. Penso che questi semi saranno democratici, ma non necessariamente liberali. In altre parole, le democrazie che eventualmente sorgeranno produrranno regimi che baseranno i loro comportamenti sulla propria cultura, cioè l'Islam. L'Occidente celebra la democrazia. Dovrebbe fare attenzione a ciò che auspica: potrebbe ottenerlo».

Tuesday, March 09, 2010

La storia comincia a vendicare Bush

La notizia è che la democrazia, o almeno qualcosa che ci si avvicina il più possibile dato il contesto di quel Paese, è stata "esportata". Ed usiamo consapevolmente in modo provocatorio questo termine anche se non è il più appropriato. Già alle scorse elezioni in realtà gli iracheni avevano dimostrato di saper mettere la sordina alle esplosioni degli attentati terroristici con i loro voti, di non esserne intimiditi. Nel 2005, in piena era Bush e quando il Paese sembrava allo sbando, in preda agli insorti e ad al Qaeda, alle prime elezioni dopo la caduta della dittatura votò il 13 per cento in più degli iracheni rispetto al 62,4 per cento di questa volta, che è comunque oltre il 10 per cento in più delle provinciali dell'anno scorso.

Insomma, anche se i mainstream media sembrano essersene accorti solo ora, è dalla fine di Saddam che gli iracheni rispondono alle bombe a suon di voti. Solo che prima c'era Bush, non Obama, e non bisognava trasmettere all'opinione pubblica la speranza - almeno quella - di un Iraq democratico, ma l'immagine di un Paese sprofondato a causa dell'intervento americano in un girone infernale di violenza senza fine e senza voglia di riscatto. Ma alle elezioni di domenica scorsa è accaduto qualcosa in più, hanno votato per la prima volta in massa gli iracheni delle province sunnite, segno che la riconciliazione è davvero partita e il Paese si sta abituando al compromesso politico come prassi.

Anche se a Obama va dato il merito di non aver assunto decisioni irresponsabili sull'Iraq, nonostante la sua contrarietà alla guerra, oggi un discorso intellettualmente onesto non può prescindere dal riconoscere i meriti di George W. Bush, senz'altro superiori agli errori commessi (e poi rimediati con il coraggioso "surge"), e di quanti hanno sempre sostenuto la politica del regime change, anche per via militare, come possibilità di espansione - certo non automatica e irreversibile - della lbertà e della democrazia anche nel mondo arabo.

Oggi non manca nel campo dei realisti doc chi, come Richard Haass del Council on Foreign Relations, in ragione del fallimento della politica di engagement nei confronti di Teheran, comincia a prendere in considerazione il regime change anche per l'Iran, seppure ovviamente da perseguire dall'interno. Né manca chi, come Fareed Zakaria di Newsweek, comincia davvero a credere che l'esempio iracheno possa ridisegnare il Medio Oriente.

E oggi, sentito dal Corriere della Sera, l'editorialista del più famoso quotidiano liberal, Thomas Friedman, ricorda che l'Iraq è «riuscito a tenere due libere elezioni in cinque anni, sicuramente macchiate da violenze, ma sempre libere elezioni», e ammonisce che «non dobbiamo mai e poi mai sottovalutare l'importanza di questo fatto, nel contesto della storia del Paese e della regione. È un fatto enorme, fisicamente e simbolicamente». E inoltre, aggiunge, «non ci dobbiamo illudere neppure per un secondo che ciò che sta accadendo in Iraq non sia importante» per l'Iran. «Gli sciiti persiani dell'Iran guardano con senso di superiorità» ai loro vicini, ma ora «vedono gli sciiti iracheni tenere libere elezioni, mentre loro hanno dovuto scegliere da una lista predigerita di candidati. È un esempio dall'impatto potenziale immenso. Che siamo stati pro o contro la guerra in Iraq, credo sia tempo di concentrarsi su ciò che conta».

Le elezioni democratiche in Iraq si svolgono mentre Hollywood premia con sei oscar un film, come The Hurt Locker, che come ha scritto giustamente Maurizio Molinari, su La Stampa, «riconcilia l'America con gli eroi delle guerre del nuovo secolo». E premia «la volontà di informare sulla guerra rispetto al giudizio sulla guerra stessa». Una riconciliazione paragonabile, seppure in scala minore, a quella sul Vietnam con i film Il Cacciatore, di Michael Cimino, e Vittime di Guerra, di Brian De Palma. «Loro sono lì per noi. E noi siamo qui per loro», sono state le parole rivolte nella sua dedica dalla regista Kathryn Bigelow ai soldati in Iraq e Afghanistan, mostrando di essere consapevole di quanto vale il fronte interno («noi siamo qui per loro»). Una vittoria - e parole - impensabili qualche anno fa sul palcoscenico degli Oscar.

E con la sconfitta di Avatar, inoltre, osserva Il Foglio, a perdere sono anche un ecologismo e un pacifismo tanto ingenui al punto di apparire disumani, con il loro pregiudizio secondo cui a scatenare le guerre sono sempre gli americani – o gli occidentali – per sottrarre le ricchezze a popoli pacifici che vorrebbero solo vivere in armonia con la natura. Più umana la guerra rappresentata dalla Bigelow: un affare sporco e confuso, a volte necessaria e persino eroica.

Wednesday, June 03, 2009

Possiamo aspettarci che Obama riprenda la "Freedom Agenda"?

Qualche indicazione sul discorso che domani Obama terrà al Cairo, all'università di al Azhar, l'abbiamo avuta dall'intervista che il presidente Usa ha rilasciato ieri alla Bbc. Niente "scuse" al mondo musulmano, mentre dovrebbe rispuntare la "Freedom Agenda".
«Il messaggio che spero di far arrivare è che democrazia, stato di diritto, libertà d'espressione e di religione non sono semplicemente principi dell'Occidente, ma sono principi universali, che loro possono abbracciare, che possono essere difesi ovunque, affermati ovunque come parte di ogni identità nazionale».
Un concetto caro, quello dell'universalità di principi come democrazia e libertà, anche al predecessore di Obama. Però, avverte il nuovo presidente, l'America non deve «imporre» o «dare lezioni», ma «incoraggiare e promuovere», piuttosto essere di esempio.

Al giornalista che gli fa notare come il governo israeliano non abbia alcuna intenzione di fermare gli insediamenti in Cisgiordania, come richiesto invece da Washington, Obama non risponde puntando il dito su Netanyahu ma sottolineando gli inadempimenti della road map da parte palestinese e araba:
«Penso che non abbiamo ancora visto gesti da parte di altri stati arabi e dei palestinesi che possano venire incontro ad alcune delle preoccupazioni israeliane».
Riguardo il nucleare iraniano, Obama ha ribadito la sua posizione:
«Sebbene non vogliamo fissare delle scadenze artificiali sul processo negoziale, vogliamo essere certi alla fine di quest'anno di vedere davvero progredire un processo serio. E penso che potremo valutare se gli iraniani sono seri o non lo sono».
Il presidente ha confermato anche la sua "linea rossa": legittimo l'interesse di Teheran per l'energia nucleare civile; legittime le sue aspirazioni nella regione. Ma «la comunità internazionale ha un interesse molto concreto» a impedire la proliferazione delle armi atomiche nella regione.

Possiamo davvero aspettarci che domani Obama riprenda la "Freedom Agenda" di Bush? Secondo Paul Wolfowitz, «una delle tante aspettative che si spera Obama disattenderà è proprio quella secondo cui abbandonerà» la "Freedom Agenda" del suo predecessore. «Sarebbe un grande errore, per gli Stati Uniti e per il mondo musulmano». Al contrario, dice Wolfowitz, «deve contrastare i miti e le menzogne sugli Stati Uniti in cui si crede comunemente in molte parti del mondo musulmano e far presente al suo uditorio alcune scomode verità. Ma ha anche l'opportunità, che gli deriva in una parte non piccola dalla sua notevole carriera, di sostenere che i principi e i valori politici a volte erroneamente etichettati come "occidentali" sono invece adatti anche al mondo musulmano». Dovrebbe inoltre «chiarire che la sua decisione di parlare al Cairo non significa che è indifferente a come il governo egiziano tratta il suo stesso popolo, nonostante l'importanza dell'Egitto nel processo di pace arabo-israeliano e come alleato nel confronto con l'Iran».

Il presidente, insiste Wolfowitz, dovrà essere «onesto» con il mondo musulmano, soffermandosi sulle «vere cause della povertà e della tirannia» nella regione, che nulla hanno a che fare con l'America e l'Occidente; dovrà «contrastare la credenza secondo cui gli Stati Uniti sarebbero indifferenti alla sorte dei musulmani o, peggio, secondo cui demonizzerebbero l'Islam», ricordando le molte occasioni negli ultimi 20 anni in cui l'America «ha rischiato le vite dei suoi uomini e delle sue donne - in Kuwait, in Somalia, in Bosnia e nel Kosovo, per non citare Afghanistan e Iraq - per aiutare i musulmani afflitti dalla tirannia o dalla fame». Dovrebbe dir loro del «profondo rispetto che gli americani hanno della fede in generale e dell'islam in particolare come una delle più grandi religioni del mondo», ribadendo di essere consapevole che «le azioni degli estremisti non rappresentano la maggioranza dei musulmani, come Bush ha ripetutamente sottolineato».

Obama dovrebbe poi «chiarire che gli Stati Uniti non credono che la democrazia debba essere imposta con la forza, né far pensare che la stabilità non sia importante... ma anche sottolineare che la vera stabilità richiede di dare ai democratici liberali del paese che sono perseguitati lo spazio per cominciare a far crescere istituzioni libere, piuttosto che lasciare il campo interamente agli estremisti che sanno organizzarsi efficacemente in segreto». Uno di questi egiziani liberali, Ayman Nour, si è chiesto di recente se Obama "confermerà il suo impegno per la democrazia, o se sceglierà l'appeasement con dittatori e aggressori". Un singolo discorso non può rispondere in modo definitivo a questa domanda - conclude Wolfowitz - ma si spera che domani, al Cairo, Ayman Nour sarà soddisfatto delle parole di Obama».

Sul Wall Street Journal di ieri un altro attivista democratico egiziano, Saad Eddin Ibrahim, ha rivolto a Obama il suo appello per la democrazia nel suo paese:
«Gli egiziani sia in Egitto che nel mondo stanno invocando il cambiamento... quindi un presidente americano eletto su una piattaforma di cambiamento è musica per le orecchie degli egiziani».
Una «cosa notevole» che Obama «può fare per l'Egitto e il mondo musulmano è offrire l'aiuto americano per rendere migliori i governi». Dovrebbe «promuovere» lo stato di diritto, elezioni democratiche, e limiti ai mandati di presidenti eletti democraticamente. «Probabilmente - si rende conto Ibrahim - i consiglieri di Obama suggeriranno al presidente di evitare di offendere» Mubarak. Ma «con una mossa simile conquisterebbe i cuori e le menti di un miliardo e mezzo di musulmani per sempre». Con la sua abilità comunicativa, Obama «dovrebbe trovare un modo per lanciare l'idea e offrire un piano Marshall di incentivi finanziari, e poi invitare gli egiziani e gli altri musulmani a fare il resto».

Obama sa quello che sta per fare in Egitto, si dice sicuro Thomas Friedman, che ha di recente avuto una conversazione telefonica con il presidente: «Tutti vogliono la pace, ma nessuno vuole pagarne il prezzo». Un «passaggio chiave» del suo discorso al Cairo sarà rivolto a costoro:
«Basta dire una cosa in privato e sostenerne un'altra in pubblico. Molti paesi arabi sono più preoccupati dell'Iran che si sta per dotare di armi nucleari che di Israele, ma non vogliono ammetterlo. Molti israeliani riconoscono che la loro attuale strada è insostenibile, e che devono prendere decisioni difficili sugli insediamenti per una soluzione "a due stati" — che è nel loro stesso interesse di lungo termine — ma non vogliono riconoscerlo pubblicamente. Molti palestinesi riconoscono che l'incitamento permanente e la retorica negativa contro Israele non ha portato alcun beneficio per il loro popolo, ma non vogliono dirlo a voce alta».
Il presidente, assicura Friedman, non si illude che un discorso possa far miracoli. «Ciò che credo - ha detto Obama all'editorialista del NYT - è che se ci impegnamo a parlare direttamente alle piazze arabe, e se si convincono che stiamo agendo in modo sincero, allora sia esse che i loro leader saranno più inclini a lavorare con noi». Parte della «battaglia dell'America contro i terroristi consiste nel cambiare i cuori e le menti della gente che reclutano». Per avere qualche speranza di riuscita, però, Obama deve riprendere la "Freedom Agenda" di Bush e portarla avanti con maggiore coerenza. Vorrà, e/o saprà, farlo?

Thursday, November 22, 2007

Rapporti dal fronte

Dell'intervista del generale Petraeus al Wall Street Journal, e del resoconto di un altro generale, Robert Scales, da cui si evincono la nuova strategia adottata e i progressi in Iraq, dova la vita tende lentamente alla normalità, si occupa un completo articolo su Il Foglio di oggi.

«Ora i sunniti in Iraq guardano ad al Qaida per quello che è, un movimento ultraestremista in stile talebano e gli hanno voltato le spalle», dice Petraeus, che però invita alla cautela: «Il progresso si accumula con il tempo. Non c'è un interruttore della luce. La situazione irachena non scatta da cattiva a buona. Passa da cattiva a meno cattiva». Occorre lasciare «accumulare» progressi finché il corso delle cose non divenga irreversibile.

Una «breccia nel muro del pessimismo», definisce le "good news" Thomas Friedman, sul New York Times, editorialista pentito di aver sostenuto la guerra nel 2003.