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Monday, May 29, 2017

Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"

Pubblicato su formiche

La leadership americana è tornata ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?

Terminato il primo viaggio all'estero del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno della leadership americana. Una leadership che però, diversamente dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.

Un altro tema, collegato al primo, è il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati, si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".

Terzo tema, anch'esso collegato agli altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato, dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa, di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica, per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.

Quarto tema: si è ormai affermata a questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine della storia", che era stato edificato a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta, anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di far deragliare anche le istituzioni democratiche.

Quinto e ultimo tema: era già in crisi da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale, Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il ritorno in Occidente della "questione tedesca", un nazionalismo ben travestito da europeismo.

Nelle varie tappe del viaggio del presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina) sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente. Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe. Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e quelle acque.

Ma come è emerso dall'ultima tappa del viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta, lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito: "Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".

Toni molto diversi anche nel riferire la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio", e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in Europa?

L'impressione infatti è che durante il vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di approccio alla distribuzione della ricchezza globale".

Invece che uscire ridimensionato Trump, da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po' isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo, questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà transatlantica può andare in frantumi per una divergenza sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?

Sempre domenica la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo. Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.

La realtà è che di strappo in strappo il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora (altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi dell'Eurozona nel 2010.

La riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue, all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue (senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato.

"Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".

A questo punto bisogna rispondere ad alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania, con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".

Friday, November 30, 2012

Perché il voto di ieri all'Onu non è per la pace, ma solo anti-israeliano

Parlamento e Farnesina esautorati: nelle mani di chi è finita la politica mediorientale italiana?

Dunque, come ampiamente previsto l'Assemblea generale ha approvato la risoluzione che sancisce per la "Palestina" all'Onu lo status di «Stato osservatore non membro». Hillary Clinton ha bollato il voto come «controproducente» per il processo di pace. Ancor più duramente ha reagito Israele: «Andando all'Onu i palestinesi hanno violato gli accordi (di Oslo, ndr), agiremo di conseguenza». «Grande delusione» è stata trasmessa dall'ambasciata israeliana a Roma per la scelta dell'Italia. Dalle ricostruzioni di stampa di questa mattina emerge che:
1) più che dalla presunzione di rilanciare il processo di pace, la scelta del governo italiano di votare "sì" è stata dovuta alla preoccupazione di non restare indietro rispetto agli altri Paesi europei del Mediterraneo nei «buoni rapporti» con i Paesi arabi. Altro che pace e questione palestinese, una scelta d'amicizia!
1a) ha giocato un ruolo anche l'idea di indebolire il premier israeliano Netanyahu in vista delle prossime elezioni politiche. Ma la mia sensazione è che, invece, alla lunga questo voto lo rafforzerà e radicalizzerà le posizioni dell'opinione pubblica israeliana. E' comunque scandaloso che Netanyahu venga equiparato ad Hamas come ostacolo alla pace.
2) gli Stati Uniti avevano chiesto all'Italia di votare "no", ma Obama non si è speso personalmente per convincere gli alleati europei. E per il fatto che non ci sono stati «contatti ai massimi livelli», il nostro sì «non si è trasformato in una questione di vita o di morte». Un altro successone di Obama, insomma.
3) il governo italiano, come conferma anche stamattina il ministro Terzi, ha concesso il suo sì all'Anp a tre condizioni: accettare che il riconoscimento dello Stato palestinese può arrivare «solo ed esclusivamente» attraverso il negoziato e l'intesa diretta tra le parti; non sfruttare il nuovo status per adire la Corte penale internazionale; impegnarsi a riaprire «immediatamente» il negoziato con Israele «senza pre-condizioni». Le stesse condizioni erano state poste da altri paesi europei, come la Gran Bretagna, che però si è astenuta, perché l'Anp non ha accolto, almeno ufficialmente, nessuna di queste tre condizioni. E anzi, è evidente anche ai più sprovveduti osservatori che l'insistenza dei palestinesi per ottenere il nuovo status all'Onu è dovuta precisamente all'obiettivo di usarlo per esercitare ulteriore pressione giuridica e politica su Israele, anche ricorrendo alla Corte penale internazionale.
4) ed emergono, infine, inquietanti risvolti dal punto di vista istituzionale: se è vero che Napolitano ha avuto un peso determinante sulla decisione del governo, allora siamo fuori - per l'ennesima volta - dal dettato costituzionale: o l'attuale e i futuri presidenti della Repubblica rientrano nel ruolo previsto dalla Costituzione, oppure diventa urgente cambiare la loro legittimazione prevedendo l'elezione diretta e popolare del capo dello Stato. Ed è accettabile che il governo abbia ribaltato la politica mediorientale senza il pronunciamento del Parlamento che l'aveva espressa, non 10 anni fa ma in questa legislatura? Sarebbe interessante, inoltre, capire se c'è anche il ministro Riccardi dietro questa scelta: la Farnesina è stata esautorata dal Vaticano e dal Ministero degli esteri di Trastevere, la Comunità di Sant'Egidio, da sempre filo-araba e filo-islamica?

Ma veniamo ai principali argomenti a sostegno del sì alla risoluzione:
1) la soluzione dei "due stati per due popoli" alla base della posizione favorevole di molti degli stati europei non è stata nemmeno citata da Abbas nel suo discorso all'Onu.
2) si concede questo riconoscimento ad Abbas perché "moderato", ma nel frattempo Israele resta oggetto del lancio dei missili da Gaza? E' pensabile far compiere passi avanti ad un processo di pace in questo modo? Servirebbe l'impegno di tutte le fazioni palestinesi - Hamas compresa - non solo quello (solo presunto) dell'Anp. Come ho cercato di spiegare nel post di ieri, al di là delle migliori (o peggiori) intezioni, l'effetto di questo voto non è sganciare la causa palestinese da quella di Hamas. L'unica cosa che si sgancia è la questione - su cui non sono affatto contrario in linea di principio - della statualità, di uno Stato palestinese, dalla questione sicurezza ed esistenza di Israele. Se la prima viene affrontata, muove passi avanti, al di fuori della bilateralità, e "gratis", senza che tutte le fazioni palestinesi si impegnino ad assicurare a Israele sicurezza e diritto all'esistenza, si priva Israele dell'unica arma negoziale al di fuori della sua forza militare. A me sembra chiaro e lapalissiano, ma mi sento sempre più un pazzo nel deserto.

Thursday, November 29, 2012

Una ignobile marchetta al mondo arabo

Un'altra brutta, ignobile pagina di politica estera (dopo l'incredibile vicenda dei due marò, da ben 288 giorni prigionieri e sotto processo in India, con il nostro governo incapace di muovere un dito!) è quella che ci regalano il presidente Napolitano, il premier Monti, e il ministro degli esteri Terzi schierando l'Italia a favore della risoluzione che riconosce alla Palestina, o meglio all'Anp, lo status di «stato non membro osservatore permanente» all'Onu.

Una posizione che lungi dal favorire il processo di pace, lo indebolisce, aumentando le tensioni diplomatiche e ponendo le premesse per ulteriori rivendicazioni che alimenteranno gli estremismi. Questo voto, infatti, rappresenta - e così lo presenteranno i palestinesi e i paesi arabi - una "validazione" de facto da parte della comunità internazionale dei confini pre-1967. Riconoscendo all'Anp lo status di "Stato", seppure non membro, l'Onu ne riconosce implicitamente il territorio, quindi i confini, su iniziativa unilaterale dei palestinesi. Il che rende praticamente carta straccia gli accordi di Oslo (quelli che Hamas disconosce e che il nuovo Egitto dei Fratelli musulmani non vede l'ora di poter disconoscere), secondo cui uno Stato di Palestina sarebbe dovuto nascere a seguito di negoziati bilaterali.

Attenzione, questo è un punto fondamentale: perché il territorio, i confini, la statualità, sono le uniche merci di scambio che Israele può offrire in cambio di pace, della fine delle minacce alla sua esistenza. Se la questione dello Stato palestinese e del suo territorio viene risolta prima, o quanto meno "pregiudicata", al di fuori di un negoziato bilaterale, si toglie a Israele l'unica arma negoziale per ottenere la pace. Ecco perché si tratta di un voto profondamente anti-israeliano e chi ai vertici delle nostre istituzioni non lo capisce è o incompetente o in malafede.

Inoltre, un governo che volesse rilanciare il processo di pace non premierebbe con un tale riconoscimento i palestinesi, che per quattro anni si sono rifiutati di riaprire i negoziati con Israele. Per non parlare, poi, delle iniziative che potrebbe avviare l'Anp presso l'Onu grazie al nuovo status, tanto che lo stesso governo Monti ha chiesto ad Abbas di «astenersi dall'utilizzare l'odierno voto dell'Assemblea generale per ottenere l'accesso ad altre agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo». Raccomandazione indicativa di come i palestinesi tenteranno di strumentalizzare il voto di oggi.

«Siamo molto delusi dalla decisione dell'Italia», è stata la reazione dell'ambasciata israeliana a Roma. Nel comunicato del governo naturalmente si spiega la decisione con la volontà di «rilanciare il processo di pace», la soluzione "due stati per due popoli", ma la geografia del voto rivela le motivazioni reali. L'Italia ha votato sì insieme agli altri paesi europei del Mediterraneo, mentre contro si sono schierati Usa, Canada, Gran Bretagna e Germania. E' evidente, quindi, che il vero scopo è accattivarsi le simpatie dei paesi arabi, vicini dell'altra sponda del Mediterraneo, contro il diritto di Israele all'autodifesa, contro la pace, la giustizia e i diritti umani degli stessi palestinesi e degli altri cittadini del mondo arabo.

Non meno grave, dal punto di vista istituzionale, che un governo tecnico, nato per far fronte ad un'emergenza finanziaria, ribalti la politica mediorientale italiana senza il pronunciamento del Parlamento che l'ha espressa non dieci anni fa, ma in questa stessa legislatura.

Thursday, September 20, 2012

La nostra linea rossa

Dopo il "film" (c'è ancora chi lo chiama così, ma il sospetto che si tratti di una montatura aumenta), riecco le vignette. Il settimanale francese Charlie Hebdo è certamente alla ricerca di pubblicità a buon mercato, ma la sensazione è che siamo arrivati ad un punto, nei rapporti con i settori più estremisti del mondo musulmano, in cui la battaglia per la libertà d'espressione va combattuta fino in fondo. Il presidente egiziano Morsi (Fratelli musulmani) la scorsa settimana ha aspettato di essere fuori dal territorio del suo paese per condannare le violenze contro le ambasciate americane, il che ha irritato parecchio anche bambi Obama, ed è ripartito dall'Europa con un miliardo di aiuti ma impartendoci una lezione: Maometto è «la nostra linea rossa», facendoci intendere che oltrepassata quella, dobbiamo aspettarci qualsiasi reazione, da una querela allo sgozzamento.

Ecco, credo sia giunto il momento di tracciare la nostra linea rossa. Se nei paesi musulmani non sono pensabili libertà d'espressione e libertà di culto, che continuino ad esserlo almeno nei nostri paesi civilizzati. E tracciare una linea rossa è ciò che tenta di fare Charlie Hebdo con due vignette che ritraggono Maometto pubblicate nelle sue pagine interne e in quarta di copertina. Stavolta niente di offensivo, scabroso o sconcio. Pura satira sottile. Ma sappiamo che per i musulmani integralisti il solo ritrarre il profeta è blasfemia. E la blasfemia nei loro paesi è punita da qualche anno di carcere fino alla morte. Come la mettiamo?

Subito la comunità islamica francese ha protestato e sono arrivare le minacce. Il governo francese per precauzione, temendo reazioni violente, ha disposto per il venerdì di "preghiera" la chiusura di ambasciate e scuole in una ventina di paesi a maggioranza musulmana. «Siamo in un paese in cui è garantita la libertà d'espressione, anche la libertà di caricatura», ha ricordato il premier Jean-Marc Ayrault. Per le offese... be' per quelle ci sono sempre i tribunali: «Ognuno deve esercitare questa libertà nel rispetto, ma se davvero qualcuno si sente offeso e pensa che ci sia stata una violazione di legge, siamo in uno stato di diritto e può rivolgersi ai tribunali». Perfetto.

Peccato che l'Occidente continui a mostrare pericolosi segnali di cedimento nella difesa dei suoi principi fondanti (dell'amministrazione americana abbiamo parlato qualche giorno fa) e dal mondo arabo continuino ad arrivare messaggi per nulla concilianti: «Queste cose devono finire», ha intimato il segretario della Lega araba. Subito ha trovato un ministro degli esteri pronto ad assecondarlo. Quello francese, Fabius, si è detto pronto a sostenere all'Onu la proposta di far diventare la blasfemia un crimine a livello internazionale. A quel punto ci saremmo consegnati mani e piedi ai nostri nemici, ai nemici della libertà, e che la disponibilità di Fabius sia stata solo un gesto di cortesia senza seguito non consola più di tanto.

Anche il ministro degli esteri italiano Terzi ci ha messo del suo, definendo le vignette «irresponsabili sensazionalismi». Nessuno si deve permettere non solo di offendere, ma nemmeno di «scherzare» sui sentimenti religiosi. Sì, proprio così, nemmeno «scherzare» si può. Terzi non dovrebbe permettersi di rilasciare dichiarazioni su alcunché prima di aver riportato i nostri marò a casa, ma di questo parliamo un'altra volta. Persino l'Osservatore romano bolla le vignette come «benzina sul fuoco» e il portavoce della Casa Bianca contesta l'opportunità della loro pubblicazione, ora che «possono infiammare la protesta».

E' questo il grande alibi dietro cui si nascondono politici e diplomatici: non offrire pretesti. Sono giustamente preoccupati di difendere la popolazione e il personale all'estero da possibili attacchi, quindi giustificano le loro dichiarazioni concilianti e di condanna delle "provocazioni" con la prudenza e il senso di responsabilità. Non si accorgono che così facendo però accettiamo un ricatto potenzialmente illimitato. Dovremo cedere su qualsiasi cosa i musulmani più integralisti si mostrino suscettibili, altrimenti dovremo subire le loro violenze? Questa non è diplomazia, questo è svendere i nostri principi. E la libertà d'espressione non è qualcosa di negoziabile in cambio di "sicurezza". Ci imbavagliamo per non essere aggrediti. Per qualcun altro, invece, mostrare di comprendere la suscettibilità altrui, per quanto assurda, fa molto persone perbene, fa molto tolleranti, saggi, ma il risultato finale è lo stesso e si chiama codardia.

Pubblicare vignette satiriche senza doverci sentire minacciati è una libertà a cui non possiamo rinunciare, per cui i nostri eroi hanno sacrificato la vita, è qualcosa che identifica la nostra civiltà e che vale la pena difendere con la spada se necessario. E' la nostra linea rossa, cordardi!

Thursday, September 13, 2012

Basta scuse, su la testa

L'amministrazione Obama sta davvero scadendo nel grottesco. Il segretario di Stato Hillary Clinton continua a dissociarsi da un video amatoriale che nessuno ha visto, nessuno è davvero in grado di dire chi lo abbia prodotto e di che nazionalità sia (il mistero è fitto), né se la traduzione in arabo nel trailer è corretta. Insomma, c'è puzza di montatura lontano un miglio, tanto che il video sarebbe comparso su internet a luglio ma guarda caso solo alla vigilia dell'11 settembre qualcuno s'è preso la briga di tagliare un trailer e tradurlo in arabo.

Ebbene, la Clinton continua a condannare questo ridicolo video amatoriale, quando ormai è appurato che l'attacco al consolato di Bengasi non c'entra nulla (si è trattato di un assalto militare pianificato da tempo come rappresaglia alle operazioni Usa contro gli estremisti in Libia), mentre dovrebbe rivendicare la piena libertà d'espressione garantita in America (si brucia la bandiera nazionale, non si può girare un video su Maometto?) e piuttosto chiedere conto dei cristiani quotidianamente trucidati e perseguitati nei Paesi musulmani.

A leggere l'analisi di Maurizio Molinari sulla «pista che porta ad al Qaeda», su La Stampa, e la ricostruzione di Daniele Raineri, su Il Foglio, sembra emergere una grave sottovalutazione da parte delle autorità americane della possibilità di attacchi, soprattutto in Libia. Da maggio-giugno i droni americani stanno bombardando gli estremisti islamici nell'area di Bengasi. Da uno di questi attacchi, nel giugno scorso, è stato ucciso Abu Yahia al Libi, influente capo di al Qaeda. Sempre a giugno un primo attacco al consolato americano e un attentato con lanciarazzi all'ambasciatore britannico. Insomma, i rischi di ritorsione, di rappresaglia, erano elevatissimi (in particolare in concomitanza con l'anniversario dell'11 settembre), eppure uno degli obiettivi più sensibili era praticamente indifeso. Per tentare di salvare i funzionari del consolato sono dovuti partire in aereo da Tripoli, dopo l'attacco, 8 militari, i quali senza l'aiuto dei poliziotti libici avrebbero potuto ben poco e i morti ora sarebbero 25.

Liz Cheney, oggi sul Wall Street Journal, indica con precisione chirurgica il problema di fondo: con la politica estera di Obama in troppe parti del mondo gli Stati Uniti non sono più sufficientemente affidabili per gli alleati, né sufficientemente temibili per i nemici. Ed elenca tutti i messaggi sbagliati partiti dalla Casa Bianca e gli atti che hanno indebolito l'America:
«Apologizing for America, appeasing our enemies, abandoning our allies and slashing our military are the hallmarks of Mr. Obama's foreign policy».
Certo, tra un mese e mezzo ci sono le presidenziali, ora un colpo Obama è costretto a spararlo per non mostrarsi debole. Ma dove? Verso chi?

E questo film ridicolo, che potrebbe anche essere tutta una montatura, lo continuiamo ad offrire come pretesto agli integralisti islamici, in una rincorsa folle e senza fine alle loro paranoie e alla loro malafede. Non solo l'America, tutto l'Occidente ha un grosso problema di mancanza di autostima, roba da psicoanalisi di massa.

Wednesday, December 01, 2010

A chi giovano i Wikileaks

Elliott Abrams spiega sul Wall Street Journal perché i cables pubblicati da Wikileaks rischiano di causare molti danni soprattutto «agli alleati più deboli e non-democratici degli Usa», quindi alle politiche mediorientali dell'amministrazione americana. I governi autoritari della regione - per esempio del Bahrain, dello Yemen, dell'Arabia saudita o dell'Egitto - parlano liberamente e collaborano con gli Usa sui nemici comuni (l'Iran e i gruppi terroristici islamici), ma hanno bisogno di mantenere segreto questo dialogo e questa collaborazione, sia per non esporsi alle loro ritorsioni, sia per mantenere il controllo di popolazioni in gran parte indottrinate all'islamismo e all'antiamericanismo.
Dictators and authoritarians don't tell their people the truths they tell us; their public speeches are meant to manipulate, not to inform. Instead of educating their citizens, as one might have to do in a democracy, they posture and preen on state-owned television stations and in state-controlled newspapers. Their approach is striking: Tell the truth to foreigners but not to your own population.
Ed ecco perché l'operazione Wikileaks è un regalo enorme e inaspettato ai peggiori e ai più pericolosi nemici non solo dell'Occidente, ma dell'intero genere umano. Possiamo anche deplorare la mancanza di democrazia e dibattito pubblico in quei Paesi, ma se consideriamo chi sono i nemici comuni...
We can easily denounce the gap between private and public discourse in such countries, and the lack of real public debate on key security issues. But when we consider the identities of some of the people they fear - the ayatollahs in Tehran, terrorists in Hamas and Hezbollah, al Qaeda itself - we see that the WikiLeaks disclosures are less likely to promote more open government than to give aid and comfort to the enemy.

Tuesday, March 09, 2010

La storia comincia a vendicare Bush

La notizia è che la democrazia, o almeno qualcosa che ci si avvicina il più possibile dato il contesto di quel Paese, è stata "esportata". Ed usiamo consapevolmente in modo provocatorio questo termine anche se non è il più appropriato. Già alle scorse elezioni in realtà gli iracheni avevano dimostrato di saper mettere la sordina alle esplosioni degli attentati terroristici con i loro voti, di non esserne intimiditi. Nel 2005, in piena era Bush e quando il Paese sembrava allo sbando, in preda agli insorti e ad al Qaeda, alle prime elezioni dopo la caduta della dittatura votò il 13 per cento in più degli iracheni rispetto al 62,4 per cento di questa volta, che è comunque oltre il 10 per cento in più delle provinciali dell'anno scorso.

Insomma, anche se i mainstream media sembrano essersene accorti solo ora, è dalla fine di Saddam che gli iracheni rispondono alle bombe a suon di voti. Solo che prima c'era Bush, non Obama, e non bisognava trasmettere all'opinione pubblica la speranza - almeno quella - di un Iraq democratico, ma l'immagine di un Paese sprofondato a causa dell'intervento americano in un girone infernale di violenza senza fine e senza voglia di riscatto. Ma alle elezioni di domenica scorsa è accaduto qualcosa in più, hanno votato per la prima volta in massa gli iracheni delle province sunnite, segno che la riconciliazione è davvero partita e il Paese si sta abituando al compromesso politico come prassi.

Anche se a Obama va dato il merito di non aver assunto decisioni irresponsabili sull'Iraq, nonostante la sua contrarietà alla guerra, oggi un discorso intellettualmente onesto non può prescindere dal riconoscere i meriti di George W. Bush, senz'altro superiori agli errori commessi (e poi rimediati con il coraggioso "surge"), e di quanti hanno sempre sostenuto la politica del regime change, anche per via militare, come possibilità di espansione - certo non automatica e irreversibile - della lbertà e della democrazia anche nel mondo arabo.

Oggi non manca nel campo dei realisti doc chi, come Richard Haass del Council on Foreign Relations, in ragione del fallimento della politica di engagement nei confronti di Teheran, comincia a prendere in considerazione il regime change anche per l'Iran, seppure ovviamente da perseguire dall'interno. Né manca chi, come Fareed Zakaria di Newsweek, comincia davvero a credere che l'esempio iracheno possa ridisegnare il Medio Oriente.

E oggi, sentito dal Corriere della Sera, l'editorialista del più famoso quotidiano liberal, Thomas Friedman, ricorda che l'Iraq è «riuscito a tenere due libere elezioni in cinque anni, sicuramente macchiate da violenze, ma sempre libere elezioni», e ammonisce che «non dobbiamo mai e poi mai sottovalutare l'importanza di questo fatto, nel contesto della storia del Paese e della regione. È un fatto enorme, fisicamente e simbolicamente». E inoltre, aggiunge, «non ci dobbiamo illudere neppure per un secondo che ciò che sta accadendo in Iraq non sia importante» per l'Iran. «Gli sciiti persiani dell'Iran guardano con senso di superiorità» ai loro vicini, ma ora «vedono gli sciiti iracheni tenere libere elezioni, mentre loro hanno dovuto scegliere da una lista predigerita di candidati. È un esempio dall'impatto potenziale immenso. Che siamo stati pro o contro la guerra in Iraq, credo sia tempo di concentrarsi su ciò che conta».

Le elezioni democratiche in Iraq si svolgono mentre Hollywood premia con sei oscar un film, come The Hurt Locker, che come ha scritto giustamente Maurizio Molinari, su La Stampa, «riconcilia l'America con gli eroi delle guerre del nuovo secolo». E premia «la volontà di informare sulla guerra rispetto al giudizio sulla guerra stessa». Una riconciliazione paragonabile, seppure in scala minore, a quella sul Vietnam con i film Il Cacciatore, di Michael Cimino, e Vittime di Guerra, di Brian De Palma. «Loro sono lì per noi. E noi siamo qui per loro», sono state le parole rivolte nella sua dedica dalla regista Kathryn Bigelow ai soldati in Iraq e Afghanistan, mostrando di essere consapevole di quanto vale il fronte interno («noi siamo qui per loro»). Una vittoria - e parole - impensabili qualche anno fa sul palcoscenico degli Oscar.

E con la sconfitta di Avatar, inoltre, osserva Il Foglio, a perdere sono anche un ecologismo e un pacifismo tanto ingenui al punto di apparire disumani, con il loro pregiudizio secondo cui a scatenare le guerre sono sempre gli americani – o gli occidentali – per sottrarre le ricchezze a popoli pacifici che vorrebbero solo vivere in armonia con la natura. Più umana la guerra rappresentata dalla Bigelow: un affare sporco e confuso, a volte necessaria e persino eroica.

Monday, February 15, 2010

Tutti a scuola... di residui ideologici

Ecco la paccottiglia ideologica che finisce nelle mani degli studenti nelle nostre scuole pubbliche, mentre continua l'inganno del «pluralismo educativo».

Su il Velino:

Il testo di studio per le scuole superiori "Geografia dei continenti extraeuropei", a cura di Gianni e Francesca Sofri, è farcito di errori e omissioni tali da lasciare sbigottiti. Questo libro edito da Zanichelli, che annovera tra le sue firme anche autori come Lucia Annunziata ed Enrico Deaglio, in ossequio all'interdisciplinarità degli studi non si occupa solo di geografia, ma è corredato da ampie dissertazioni storiche sui Paesi di cui si occupa. Purtroppo, proprio in questa parte storica si trovano gravissimi errori, oltre a omissioni e inesattezze tali da porre il dubbio che talvolta intenda indirizzare gli studenti a favore di un certo credo ideologico. Ad esempio...
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Friday, September 18, 2009

Grande baratto o scellerato appeasement?

C'è davvero solo da sperare, come scrive Max Boot, «che Obama abbia ricevuto qualche segreta concessione dai russi sul programma nucleare iraniano o su qualche altra pressante questione», perché se invece «spera semplicemente di suscitare la buona volontà nel Cremlino», allora siamo al «culmine dell'ingenuità». Quella dello scambio rinuncia allo scudo-sì russo alle sanzioni contro Teheran è un'ipotesi che neanche il Wall Street Journal, molto critico con la decisione di Obama, esclude del tutto.

Il nuovo piano, hanno spiegato Obama e il segretario alla Difesa Gates, è volto a contrastare le capacità militari iraniane in modo più immediato e più vicino geograficamente. Non c'era necessità di dispiegare uno scudo per missili balistici a lunga gittata, se su questo fronte, secondo quanto risulta all'intelligence, Teheran sta progredendo più lentamente di quanto si temeva. La priorità, in questo momento, è affrontare una minaccia più imminente: quella dei missili a corto e medio raggio che l'Iran sta sviluppando molto più velocemente. Come il missile Shahab III, che può raggiungere Israele e parte del Sud Europa e che nelle speranze iraniane potrebbe essere armato con testate nucleari.

Ma il WSJ e diversi commentatori non credono a questo argomento e ironizzano sul fatto che guarda caso le ultime informazioni di intelligence sui progressi del programma iraniano si prestano perfettamente alle intenzioni già manifestate mesi fa dall'amministrazione di accantonare il progetto di scudo dell'ex presidente Bush jr. Il «motivo più probabile», invece, scrive il WSJ è che l'amministrazione «spera di ottenere il sì della Russia in Consiglio di Sicurezza dell'Onu per sanzioni più dure nei confronti dell'Iran. Forse - ipotizza il quotidiano Usa - i russi hanno segretamente accordato questo 'do ut des', sebbene l'abbiano subito negato». La Russia, fa notare il WSJ, è solita scambiare «un pizzico di aiuto diplomatico alle Nazioni Unite per concessioni materiali da parte dell'Occidente». Questa volta la concessione è stata lo scudo antimissile, «ma la prossima volta - avverte il quotidiano - l'Occidente potrebbe essere indotto a barattare i governi filo-occidentali in Georgia e Ucraina».

E' la stessa preoccupazione del senatore repubblicano John McCain, ex avversario di Obama nella corsa alla Casa Bianca, che osserva come l'abbandono dello scudo veicoli un messaggio sbagliato, «proprio in un momento in cui le nazioni dell'Europa dell'Est temono sempre più il rinnovato avventurismo russo». D'altra parte, è sempre stato il «tragico fato dei Paesi dell'Europa centrale e orientale essere trattati come monete di scambio con la Russia», ricorda il WSJ. «Di questi tempi - conclude - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che sta lavorando duramente per creare avversari laddove in precedenza aveva amici». Il quotidiano cita una lunga lista di esempi. A fronte delle aperture nei confronti dell'Iran, della Birmania, della Corea del Nord, della Russia e anche del Venezuela, registra i dissidi con Canada e Messico, Colombia e Corea del Sud, Israele, Giappone e Honduras.

Ma alcuni analisti pensano che invece di dare via libera alle sanzioni contro Teheran, Mosca potrebbe divenire ancora più intransigente, sostenendo che Washington stessa non ritiene più l'Iran una minaccia così grave, e che cinicamente potrebbe avere interesse a spingere Israele ad attaccare, così da mandare i prezzi del petrolio alle stelle e riempire in questo modo le casse del Cremlino svuotate a causa della crisi economica.

Per il New York Times, invece, il significato politico del nuovo sistema antimissile è un altro: «Piuttosto che concentrarsi in primo luogo nel proteggere gli Stati Uniti continentali, il nuovo piano sposta lo sforzo immediato sulla difesa dell'Europa e del Medio Oriente». Dai tempi delle "guerre stellari" di Reagan, ricorda il quotidiano Usa nell'analisi pubblicata oggi, la difesa antimissile è sempre stata una questione «più di politica estera che di tecnologia militare». Oggi, secondo il NYT, nelle intenzioni dell'amministrazione Obama ha una «nuova missione» politica: «convincere Israele e il mondo arabo che Washington si sta muovendo rapidamente per contrastare l'influenza dell'Iran, anche mentre apre a negoziati diretti con Teheran per la prima volta in trent'anni». Obama ora «può sostenere che lo scudo antimissile americano difenderà sia Israele che gli stati arabi, in particolare l'Arabia Saudita e l'Egitto».

Il segretario Gates ha spiegato che oltre agli incrociatori Aegis, per il nuovo scudo verranno dispiegati intercettori SM-3 con i relativi radar in Israele e nel Caucaso, senza però precisare esattamente dove. Secondo fonti militari israeliane, le sedi individuate sarebbero una base militare russa in Azerbaijan e una israeliana nel Negev. Proprio oggi, infatti, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha evocato la possibilità di un unico sistema di difesa tra Stati Uniti, Nato e Russia, mentre il premier russo Putin ha accolto la decisione di Obama definendola «giusta e coraggiosa».

Ma al di là delle ragioni tecniche e militari, che possono anche essere fondate, concede Max Boot, il danno più grave provocato dalla decisione di Obama è politico. Aver dimostrato a Putin che l'intransigenza paga, poiché Stati Uniti ed Europa non hanno la pazienza e la determinazione per affrontare Mosca. «L'amministrazione ha indubbiamente ragione quando dice che la minaccia immediata posta dall'Iran riguarda più i missili a corto raggio, e che ci vorrà tempo prima che abbia missili capaci di colpire l'Europa». Quindi, «ha senso concentrarsi su una difesa antimissile a corto raggio, e anche per quelli a lungo raggio, non necessariamente per la massima efficacia le basi devono essere collocate in Europa orientale». «Tutto questo è vero - ammette Boot - ma anche irrilevante». Ciò che conta è il significato politico che la questione dello scudo aveva assunto per i russi.

Il motivo reale della loro contrarietà è che «pensano di avere un diritto divino a minacciare l'Europa» con le loro capacità nucleari e ritengono «destabilizzante» qualsiasi cosa interferisca. Lo scudo, spiega Boot, «non costituiva alcuna minaccia per il vasto arsenale russo e Putin lo sapeva bene». La sua insistenza sul tema era dettata dall'esigenza di convincere i russi dell'esistenza di una minaccia della Nato da cui solo un «uomo forte» poteva difenderli. La decisione di Obama manda «un pericoloso segnale di irrisolutezza e debolezza, simile a quello mandato da un altro giovane presidente Usa quando incontrò i leader sovietici a Vienna nel 1961». Allora Nikita Khrushchev, ricorda Boot, uscì da quell'incontro con Kennedy convinto che fosse «molto inesperto e persino immaturo». Il risultato fu la crisi dei missili a Cuba. «C'è il rischio che Obama stia mandando un simile segnale di debolezza».

Critico anche David J. Kramer, sul Washington Post, secondo il quale l'appeasement con la Russia «non funzionerà»:
Winning Russian help in dealing with Iran as a quid pro quo is also very unlikely. Yet Obama's efforts to placate the Russians come at the expense of U.S. relations with Eastern and Central European governments that are already uneasy about the U.S. commitment to their region. Worse, rewarding bad Russian behavior is likely only to produce more Russian demands on this and other issues.
Per Thomas Donnelly, direttore del Center for Defense Studies dell'American Enterprise Institute, è «un brutto giorno per la libertà», perché la decisione di Obama non riguarda «l'utilità di una difesa antimissile, né le relazioni con la Russia o l'Iran», ma prim'ancora «il ruolo degli Stati Uniti come garanti della sicurezza internazionale»:
The Obama Administration is proving to be not a collection of foxy tacticians, but a collective hedgehog that knows one big thing: political capital spent exercising American power abroad is capital lost in reshaping American society at home. But the United States cannot preserve the liberal international order if it adopts an economy-of-force approach. Nor will that order - or the general peace, prosperity and growth of liberty that are its distinguishing features - long survive.
(...)
To be sure, we have a larger and more immediate agenda with Moscow. But each item has become a measure of our weakness and weariness: the response to the invasion of Georgia, fear of further NATO expansion, access to Afghanistan, reneging on missile defenses and desperation to sign a new nuclear arms control treaty. As Russia declines, we’re trying to console it for its losses; China wonders how to feast on the remains. This is not good news for free states, or for the larger cause of freedom and independence.

Friday, June 12, 2009

Una nuova gattopardesca "operazione Khatami"?

Ogni volta che si avvicinano le "elezioni" presidenziali in Iran si spendono fiumi di parole per illudersi che il regime degli ayatollah, che la rivoluzione islamica più radicale mai riuscita, possa essere riformabile dall'interno. Usando un po' di logica, e riconoscendo che queste illusioni derivano dalla nostra recondita speranza che siano gli ayatollah a toglierci dall'imbarazzo di decisioni difficili, capiremo che non ha senso aspettarsi dalle elezioni iraniane un leader davvero "riformista". Non lo fu Khatami. Non lo sarà, se dovesse vincere, Mousavi.

Non credo sia l'esito più probabile, ma non mi meraviglierei affatto se Khamenei ripetesse l'"operazione Khatami", se cioè avesse deciso di dare il ben servito ad Ahmadinejad. E' solo un'ipotesi tra le tante, ma la Guida suprema potrebbe aver deciso di servirsi gattopardescamente del volto apparentemente "nuovo" di Mousavi per dare sfogo a una popolazione esasperata da Ahmadinejad sul lato interno, e per illudere gli Stati Uniti e l'Occidente di una svolta moderata e riformista. L'elezione di Mousavi sarebbe interpretata a Washington e in Europa come un sì al dialogo offerto da Obama. Il tavolo sul nucleare in effetti conviene all'Iran qualsiasi siano le sue intenzioni ed è possibile che finirà per accettarlo. Un dialogo comunque utile a prendere tempo mentre il programma nucleare continua a fare progressi e Teheran ad avvicinarsi alla bomba. Quindi, il problema è come sempre capire se l'atomica è negoziabile o meno per Khamenei.

Ahmadinejad è ormai una figura del tutto screditata e odiata, sia all'interno che in Occidente, e difficilmente potrebbe essere lui il volto dialogante di cui in questa fase Khamenei potrebbe aver deciso di aver bisogno per attenuare le diffidenze e i sospetti dei suoi interlocutori. Anche il Guardian non nasconde le insidie di questa eventualità:
«La presunzione che sarà più facile per l'America negoziare con l'Iran sotto una presidenza moderata non è dimostrata. Potrebbe essere vero il contrario: una voce tranquillizzante potrebbe essere più efficace di una irrazionale nel coprire un programma atomico nascosto, se il potere reale in Iran risiede altrove».
Chi invece mostra ottimismo sulla figura di Mousavi è Michael Ledeen. Mir Hossein Mousavi fu «l'architerro degli aspetti più oppressivi della Repubblica islamica» quando fu premier mentre il paese era sotto la guida dell'ayatollah Khomeini, ma poi «è stato assente dalla vita pubblica per vent'anni». Un elemento che per Ledeen è la prova della sua conversione riformista, ma che nella nostra ipotesi potrebbe fare al caso giusto per Khamenei: chi meglio di un personaggio fedele dalla prima ora alla rivoluzione ma rimasto nell'ombra per così tanti anni potrebbe incarnare le speranze riformiste e il volto moderato e dialogante del regime, dissimulando le vere intenzioni della Guida Suprema?

Ledeen è come sempre molto attento alle manifestazioni popolari e osserva come in questi giorni, come documentato dal Times e dal Wall Street Journal, se ne siano svolte di imponenti contro il regime. E' «certamente significativo» e i reporter che definiscono tali dimostrazioni come «rivoluzionarie», o per lo meno «insurrezionali», «hanno ragione». Da tempo infatti Ledeen sostiene che «il popolo iraniano disprezza il regime, non vuole una Repubblica islamica, vuole essere parte del mondo occidentale e non di un regime fanatico».

Mousavi «può essere visto in modo simile al "riformista mancato" Khatami, che fu inaspettatamente eletto presidente nel 1997», concede Ledeen, il quale ricorda di aver scritto su Khatami che è stato «un vaso vuoto nel quale il popolo iraniano ha riversato il suo appassionato desiderio di libertà, ma che «non ha riformato quasi nulla», e finì per essere considerato un «sotterfugio per i duri e puri del regime».

Ma Ledeen è convinto che Mousavi sia «diverso» da Khatami. E che «la grande differenza» sia sua moglie e il ruolo di grande rilevanza e visibilità che ha stranamente potuto assumere in questa campagna elettorale. E' divenuta «una figura politica nazionale», niente di simile era mai accaduto nella storia della Repubblica islamica. «Il solo fatto del suo ruolo politico è esplosivo - spiega Ledeen - minaccia alle fondamenta il sistema, perché se viene garantita l'uguaglianza tra donne e uomini (e questo è un messaggio molto chiaro nella campagna di Mousavi, dimostrato dalla sua presenza al suo fianco, dalle parole che usa, e dall'entusiasmo che suscita), l'intera struttura del regime khomeinista può essere messa in dubbio».

Ma qualcosa non torna, sembrano troppe a Ledeen le stranezze di questa campagna. «Il vero mistero è perché le sia stato permesso di fare ciò. Per dirla chiaramente, il leader supremo Khamenei poteva fermare tutto ciò fin dall'inizio della campagna, ma non lo ha fatto. Perché?», si chiede Ledeen. Un'altra stranezza è che «di solito i dimostranti che gridano "Morte al regime delle bugie" verrebbero bastonati e picchiati immediatamente, ma in questi giorni non è accaduto». Potrebbe essere un «segnale della preferenza di Khamenei per Mousavi».

In effetti, le fonti iraniane di Ledeen confermano: Khamenei avrebbe «incoraggiato Mousavi a candidarsi, proprio perché la Guida suprema è intenzionata a concedere una più ampia libertà al popolo iraniano e a normalizzare le relazioni con l'Occidente», rendendosi conto dell'«impossibilità di continuare a governare con la repressione e che Ahmadinejhad, con la sua aggressiva politica estera e interna, costituisce una minaccia per tutto ciò che è stato costruito in questi trent'anni». C'è davvero da augurarsi che le fonti iraniane di Ledeen non si illudano.

In ogni caso, Ledeen si chiede cosa succederà all'indomani del voto: «Quelli che oggi gridano "Morte al dittatore" se ne andranno tranquillamente a casa se Mousavi uscirà sconfitto? E quelli che hanno investito le loro vite e le loro convinzioni religiose nell'odio verso l'Occidente, se ne andranno tranquillamente a casa se Mousavi sarà eletto? O l'Iran è destinato a un conflitto interno, chiunque dovesse vincere? E in tal caso, cosa dovrebbe fare l'Occidente?», si chiede Ledeen, ricordando che l'Iran ha una lunga «tradizione rivoluzionaria» e che «oggi è certamente in una condizione rivoluzionaria».

Emanuele Ottolenghi fa parte invece di coloro che nonostante la grande mobilitazione popolare di queste ore continuano a pensare che chiunque verrà eletto «le ambizioni nucleari iraniane erano precedenti ad Ahmadinejad e quindi indubbiamente continueranno anche con i suoi successori». Il problema secondo Ottolenghi è capire se «l'Iran insegue capacità nucleari solo come strumento di dissuasione nei confronti di quelli che vede come nemici potenti e minacciosi» o se invece considera la bomba come strumento per «soddisfare le sue ambizioni egemoniche in Medio Oriente». E in questo caso, «l'Iran sarebbe sensibile alla strategia della deterrenza, come lo fu l'Unione sovietica?»

Data la natura e il fanatismo dell'ideologia degli ayatollah, Ottolenghi è convinto che il regime iraniano voglia esportare la rivoluzione islamica in tutta la regione, e restituire agli sciiti la leadership sul mondo musulmano a danni dei sunniti. La bomba «permetterebbe a Teheran di raggiungere i suoi obiettivi senza usarla», solo grazie alla sua «proiezione di potenza» e all'effetto di deterrenza. Possedere la bomba è un «moltiplicatore di forza». Certo, «l'arsenale occidentale e un'esplicita minaccia di utilizzarlo può dissuadere l'Iran da un attacco nucleare». Tuttavia, avverte Ottolenghi, durante la Guerra Fredda il prezzo dell'equilibrio nucleare - mai definitivo, sempre fragile - fu il riconoscimento di sfere di influenza».

«Se l'Iran diventa una potenza nucleare - conclude Ottolneghi - il mondo occidentale dovrà negoziare una Yalta del Medio Oriente con Teheran» e «alla fine, potremmo persino non evitare un conflitto».

Infine, Jeffrey Goldberg, su The Atlantic, suggerisce che dalla minaccia iraniana potrebbe scaturire uno sviluppo positivo, di cui in alcuni post in passato avevo già parlato. «Con l'Iran sciita che diventa più forte, ebrei e arabi sunniti hanno improvvisamente solide basi per un'amicizia. Fare leva sulle paure dei sunniti per l'emergente potenza sciita potrebbe finalmente portare ad una soluzione del problema israelo-palesinese», attraverso una normalizzazione, se non una vera e propria «alleanza», tra Israele e stati arabi, con gli Stati Uniti come garante.

Thursday, June 11, 2009

Mi vergogno anche della politica estera degli anni '80

Fortunatamente, in extremis, è stata risparmiata al nostro Senato una pesante umiliazione. E Schifani almeno ha auspicato il «pieno rispetto dei diritti umani riconosciuti dalla Comunità internazionale». Ma abbiamo comunque offerto a Gheddafi una tribuna per la sua retorica anti-americana, cosa di cui a Washington non saranno contenti.

Torno sulla visita di Gheddafi anche per segnalare un commento, quello di Roberto Perotti, sul Sole 24 Ore di oggi, che mi pare condivisibilissimo per quanti, come me, non ritengono scandalosi il trattato di amicizia e gli accordi con la Libia ma hanno trovato francamente eccessivi e stomachevoli gli onori tributati in queste ore al leader libico. Aggiungo però che uno scandalo ancora maggiore avrebbero dovuto suscitarlo, e dovrebbero suscitarlo tuttora, le politiche andreottiane e craxiane nei confronti della Libia negli anni '80 - quando addirittura abbassavamo la testa di fronte a un Gheddafi aggressivo e minaccioso - e nei confronti del mondo arabo in generale e persino delle organizzazioni terroristiche. Della politica estera italiana di allora nessuno si vergogna?

Perotti osserva che a non parlare con i dittatori, «alla fine, a rimetterci sono i paesi più piccoli, contro i quali si fa una bella figura a ergersi a paladini dei diritti umani, senza però subire troppe conseguenze sul piano economico... così come sarebbe ipocrita rifiutarsi di fare affari con il colonnello». Se da una parte c'è questa ipocrisia, è anche vero che «quanto avviene in questi giorni va però ben al di là del necessario», che sono il trattato, gli accordi, i rapporti commerciali.

Perotti ben individua i motivi di questa calorosa accoglienza: nel suo piccolo, il fondo sovrano libico ci torna utile per ricapitalizzare banche e aziende (è ovvio che l'etica di impresa di cui straparlando ministri e industriali va a farsi fottere); il secondo motivo è che «vorremmo rifilargli un po' d'immigrati illegali». Vanno bene i respingimenti, meno bene disinteressarci di come a pochi chilometri dalle nostre coste vengono trattati gli immigrati ma anche gli stessi cittadini libici. Poi Perotti spiega perfettamente le cause della debolezza e dell'irrilevanza della nostra politica estera:
«Una conseguenza inevitabile del susseguirsi incessante di governi improvvisati, e di tante piccole furberie che a noi sembravano sottili equilibrismi di statisti consumati ma che all'estero apparivano solo come frutto di politici inesperti e inaffidabili. Per rifarsi una patina di rispettabilità internazionale, il punto di partenza più naturale è il teatro dietro casa, il Mediterraneo. Purtroppo per noi, a tutti gli altri una tale politica appare terribilmente provinciale. Queste aspirazioni si saldano con il terzomondismo dormiente in molti ambienti italiani, secondo cui Gheddafi, con tutti i suoi problemi, è un interlocuotre accettabile perché proviene pur sempre dalla parte "politicamente corretta" del mondo. E' questa una motivazione che ha svolto un ruolo fondamentale negli anni '80 e '90, quando diversi governi di centro-sinistra hanno corteggiato Gheddafi per fare uno sgarbo all'alleato americano e mettersi a posto la vecchia coscienza militante, e che forse spiega il coinvolgimento anche di certi ambienti della sinistra (come la Fondazione Italianieuropei) nello spettacolo di questi giorni».
Si riferisce al nostro al-Dalemah. Infine, il «degrado» dell'università italiana. Perotti osserva come l'intervento del dittatore libico a La Sapienza e la laurea honoris causa a Sassari non abbiano sollevato indignazione e proteste paragonabili a quelle contro la visita di Papa Benedetto XVI.

Friday, June 05, 2009

Obama rischia di restare prigioniero del suo personaggio

Quanti "nuovi inizi" dovrà offrire e auspicare Obama prima che il mondo cambi davvero? Forse dovremmo lasciare queste speranze a cantanti e poeti. Dal suo discorso all'università coranica di al Azhar, al Cairo, si direbbe proprio che Obama conosca la difficile arte del dare consigli spiegata nell'Hagakure, secondo cui va usato un approccio che aumenti le probabilità che i consigli vengano seguiti, non accontentandosi di enunciarli per stare in pace con la propria coscienza. E per fare questo occorre suscitare empatia in chi si vuole consigliare a fare la cosa giusta.

Forse nessuno come Obama è capace di blandire il suo uditorio. Ha cercato di convincere i musulmani che la sua è un'America sinceramente impegnata nella partnership e nella cooperazione, piuttosto che nel «dettare» le soluzioni, disposta ad ascoltare e persino ad imparare. Ma in definitiva - tolte alcune discutibili citazioni storiche ed equivalenze morali, alcuni giri di parole, per indorare la pillola e ammorbidire i toni - alcune unconvenient truths agli arabi Obama le ha rifilate, pur immerse nel suo "buonismo" e nelle lodi alla civiltà islamica: che oltre agli stereotipi negativi sull'Islam, non è disposto ad accettare quelli sull'America, «una delle più grandiose fonti di progresso che il mondo abbia mai conosciuto»; che gli Usa combatteranno «senza tregua gli estremisti» e che in Afghanistan «l'impegno americano non si indebolirà»; che i «forti legami» tra Israele e l'America sono «indissolubili»; che «negare l'Olocausto è senza fondamento, ignorante e odioso» e «minacciare Israele di distruzione – o ripetere vili stereotipi sugli ebrei – è profondamente sbagliato» e ostacola la pace; che i palestinesi «devono abbandonare la violenza»; che Hamas anche «deve mettere fine alla violenza, riconoscere gli accordi passati e riconoscere il diritto di Israele a esistere»; che l'Arab Peace Initiative è «un inizio importante», ma gli stati arabi devono fare di più, e che «il conflitto arabo-israeliano non può più essere usato per distrarre le nazioni arabe da altri problemi».

Tuttavia, Obama ha solo girato intorno alla unconvenient truth più importante da dire ai popoli musulmani e che Bush aveva saputo spiegare benissimo: la vostra condizione, di cui vi lamentate e di cui incolpate l'America, l'Occidente, Israele, la modernità e la globalizzazione, deriva in realtà dalla mancanza di libertà e di democrazia.

Detto questo, mi lascia comunque perplesso (il perché lo capirete più avanti), l'editoriale del Wall Street Journal, secondo cui ciò che Obama ha «offerto» al mondo musulmano è «per lo più la Freedom Agenda di Bush, sia pure in una «versione astutamente rivestita» e «per mezzo di un rebranding autobiografico». Ne è così convinto il WSJ da aver intitolato il suo editoriale "Barack Hussein Bush". Laddove infatti Obama ha spiegato che la «libertà di vivere secondo le proprie scelte», e «la possibilità di esprimere il proprio pensiero e di poter dire la propria su come si è governati», «non sono solo idee americane, ma diritti umani»; laddove ha detto che «la libertà di religione è fondamentale per la possibilità della gente di vivere insieme»; e che le donne possono anche ricoprire ruoli tradizionali nella società, ma che «dovrebbe essere una loro scelta«. In tutti questi passaggi Obama non avrebbe fatto altro che ripresentare concetti espressi ripetutamente nei suoi otto anni dal presidente Bush.

Per il quotidiano Usa ciò dev'essere inteso come un «complimento»: tanto di guadagnato, infatti, «se ciò porterà ad una maggiore condivisione tra i musulmani dei principi della Freedom Agenda di Bush, anche se non sotto il nome del suo autore». Al presidente rimprovera invece di non aver ricordato al suo uditorio che «nessun paese ha fatto più dell'America per liberare i musulmani dall'oppressione» e di aver ceduto a «facili, ma false, equivalenze morali». Tuttavia, conclude il WSJ, il «vero test» per Obama sarà l'Iran.

"Just Like Bush" («Proprio come Bush»), anche secondo Michael Crowley, che su The New Republic osserva come «la maggior parte dei principali argomenti di Obama siano stati usati in precedenza - e non da Obama stesso, ma dal suo predecessore». «Oggi vorrei parlare direttamente ai popoli del Medio Oriente», esordiva l'ex presidente alle Nazioni Unite il 16 settembre del 2006. «Come Obama - ricorda Crowley - Bush ha spiegato che "gli Stati Uniti non sono in guerra con l'Islam". Come Obama, Anche Bush ha detto che "l'America rispetta la storia e le tradizioni del mondo musulmano". Come Obama, Bush ha condannato gli attacchi dell'11 settembre ma ha giurato di voler combattere solo la "piccola minoranza di estremisti islamici". Anche Bush rassicurava il suo uditorio che "la libertà, per sua stessa natura, non può essere imposta, ma dev'essere una scelta". Anche Bush lamentava la "quotidiana umiliazione dell'occupazione" sofferta dai palestinesi; e sempre Bush assicurava l'Iran di non essere contrario al loro uso del nucleare civile».

Tuttavia, osserva Crowley, il bel discorso di Bush del 2006 «fu immediatamente dimenticato - un non-evento senza impatto per l'immagine dell'America nel mondo, mentre quello di Obama sembra rendere possibile che milioni di musulmani rivedano la loro opinione sull'America». Il fatto è che «anche se Obama sta dicendo molte cose che Bush ha già detto prima - conclude Crowley - decisamente Obama non è Bush. E' per questo che il mondo sta ascoltando. E non è un risultato da poco».

Ma se concetti e posizioni sono nella sostanza gli stessi dell'amministrazione Bush, se i termini di delicate questioni come il conflitto arabo-israeliano e il nucleare iraniano non sono cambiati, è possibile, come sembra suggerire Crowley, che tutto dipenda da Mr. Barack Hussein Obama, che solo con la forza del suo personaggio e della sua biografia riesca davvero a creare le condizioni politiche per una soluzione pacifica a tutti i problemi del Medio Oriente? In effetti - complice una copertura mediatica unanimemente favorevole a Obama, trattato come una sorta di presidente mondiale - si respira indubitabilmente un clima nuovo, sembra tornata la speranza di una maggiore comprensione tra Strati Uniti e mondo musulmano.

Il rischio è che si riveli un'effimera luna di miele. Alcuni attori saranno sinceramente attratti dalla nuova disponibilità al dialogo dell'America di Obama, ma la maggior parte tenteranno di approfittare strumentalmente di questo momento di debolezza - così lo interpretano - degli Usa (penso a Iran, Hezbollah, Hamas).

Per l'editorialista del New York Times David Brooks, il discorso di Obama è stato un mix di «idealismo e astuzia». Da una parte, è stato «uno sforzo ispirato per creare un nuovo dialogo» in Medio Oriente, una «nuova narrazione» in cui tutte le parti in conflitto potessero vedere riconosciute e legittimate le loro aspirazioni. Ma per costruire questa «nuova narrazione», Obama ha mescolato «qualche dura verità, distorsioni storiche, eloquenti appelli e discutibili equiparazioni morali». Questa parte «idealista» del discorso, forse la più importante considerato l'uditorio, è stata «efficace», secondo Brooks.

Al contrario di quanto sostenuto dal WSJ, la «grande ritirata verso il realismo» ha riguardato invece la Freedom Agenda di Bush. E' vero, «una parte del discorso era dedicata alla promozione della democrazia, e considerando le discussioni su di essa nell'amministrazione, forse dovremmo essere contenti che ci sia stata. Ma era pomposa e astratta - il tipo di prosa che uno adotta dopo una discussione interna rimasta irrisolta». Il presidente non ha veramente difeso le istituzioni democratiche. Ha detto qualcosa di più sfumato, che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati. Il che, conclude Brooks, riporta all'ambiguità della politica estera di Obama: «Il presidente vuol essere un leader che ispira e entusiasma le masse, ma anche un realista che fa gli accordi nei palazzi».

In effetti, Obama non è sceso nel dettaglio delle istituzioni che servono per garantire e tutelare i diritti e i principi che pure ha richiamato. Affermare genericamente che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati, e aggiungere che comunque «ogni nazione dà vita a questi principi a suo modo, a seconda delle tradizioni del proprio popolo», è un modo per dare a tutti i regimi autocratici una scappatoia.

E poi in particolare una frase di Obama, che nessuno mi pare abbia notato, mi ha lasciato perplesso: «E' importante - ha detto - per i paesi occidentali non impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione nel modo che ritengono più adeguato - per esempio, dettando quali vestiti una donna musulmana debba indossare. Non possiamo camuffare l'ostilità verso la religione dietro il pretesto del liberalismo».

Comprensibile quindi la delusione di alcuni dei più noti liberali e democratici mediorientali. «Delusa» si dice Azar Nafisi, per la «vaghezza» e le «omissioni» di Obama: «Un vero dialogo implica il diritto di criticare, anche se civilmente, l'interlocutore. Obama non l'ha fatto». Paradossale che abbia difeso il diritto delle donne a portare il velo, che nessun paese islamico tranne la Turchia minaccia. «E' stato meglio di quanto ci aspettavamo, ma non buono quanto speravamo. La sua posizione sulla democrazia era molto generica, un po' debole, speravamo più nel dettaglio», è stato il commento dell'egiziano Ayman Nour, che non si era illuso.

«Non male» invece il discorso, per Max Boot. «Poteva essere meglio. Ma anche molto peggio», scrive su Commentary. Anche Boot ha notato i tentativi di Obama di creare «false equiparazioni» storiche e morali tra l'Occidente e il mondo musulmano. In America, obietta Boot riguardo alcuni di quei passaggi, le donne che si battono per pari diritti non sono esattamente nelle condizioni delle donne nei paesi islamici; Israele non nega il diritto dei palestinesi a vivere in pace e in sicurezza allo stesso modo in cui gli estremisti islamici negano a Israele il diritto di esistere. E il trattato firmato dal presidente americano John Adams a Tripoli a fine settecento, citato da Obama come esempio di cooperazione e comprensione tra Stati Uniti e mondo islamico, nella sostanza fu una conferma dell'inaffidabilità araba.

Ma tutto ciò, ammette Boot, è servito a Obama per mostrare il «volto migliore» mentre «con tatto criticava i paesi musulmani e difendeva gli Stati Uniti», inserendo anche il tema della democrazia in modo simile a Bush. «Riconosco - conclude Max Boot - che il discorso di Obama non soddisferà quelli (come me) che una volta si emozionavano per la retorica pro-democrazia senza concessioni di Bush, ma nonostante tutte le sue destrezze retoriche e le sue omissioni, penso che Obama abbia fatto un buon lavoro nel sostenere la causa dell'America di fronte al mondo musulmano. Non c'è dubbio: è un venditore più efficace del suo predecessore. Ciò non significa che il suo uditorio acquisterà il messaggio».

E' esattamente questo il problema. Con la sola forza evocativa del suo personaggio e della sua biografia, Obama sembra raccogliere consensi, e persino suscitare entusiasmi e speranze, delle cosiddette Arab Streets e dei media internazionali, ma l'impressione è che i "cattivi" (Iran, Siria, Hezbollah, Hamas e integralisti vari, per limitarci al Medio Oriente) interpretino le sue aperture come segni di debolezza dell'America e che alla prima prova di forza cui sarà costretto finirà la sua luna di miele con le opinioni pubbliche e i media, cadrà la patina di buonismo sotto la quale saranno di nuovo evidenti i problemi di sempre. E c'è da augurarsi che in quel momento, se arriverà, Obama non rimanga prigioniero del suo personaggio, che sappia prendere atto del fallimento delle sue aperture al dialogo e non si sottragga alle necessarie prove di forza, anche se ciò dovesse significare andare incontro al destino del suo odiato predecessore.