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Thursday, November 29, 2012

Una ignobile marchetta al mondo arabo

Un'altra brutta, ignobile pagina di politica estera (dopo l'incredibile vicenda dei due marò, da ben 288 giorni prigionieri e sotto processo in India, con il nostro governo incapace di muovere un dito!) è quella che ci regalano il presidente Napolitano, il premier Monti, e il ministro degli esteri Terzi schierando l'Italia a favore della risoluzione che riconosce alla Palestina, o meglio all'Anp, lo status di «stato non membro osservatore permanente» all'Onu.

Una posizione che lungi dal favorire il processo di pace, lo indebolisce, aumentando le tensioni diplomatiche e ponendo le premesse per ulteriori rivendicazioni che alimenteranno gli estremismi. Questo voto, infatti, rappresenta - e così lo presenteranno i palestinesi e i paesi arabi - una "validazione" de facto da parte della comunità internazionale dei confini pre-1967. Riconoscendo all'Anp lo status di "Stato", seppure non membro, l'Onu ne riconosce implicitamente il territorio, quindi i confini, su iniziativa unilaterale dei palestinesi. Il che rende praticamente carta straccia gli accordi di Oslo (quelli che Hamas disconosce e che il nuovo Egitto dei Fratelli musulmani non vede l'ora di poter disconoscere), secondo cui uno Stato di Palestina sarebbe dovuto nascere a seguito di negoziati bilaterali.

Attenzione, questo è un punto fondamentale: perché il territorio, i confini, la statualità, sono le uniche merci di scambio che Israele può offrire in cambio di pace, della fine delle minacce alla sua esistenza. Se la questione dello Stato palestinese e del suo territorio viene risolta prima, o quanto meno "pregiudicata", al di fuori di un negoziato bilaterale, si toglie a Israele l'unica arma negoziale per ottenere la pace. Ecco perché si tratta di un voto profondamente anti-israeliano e chi ai vertici delle nostre istituzioni non lo capisce è o incompetente o in malafede.

Inoltre, un governo che volesse rilanciare il processo di pace non premierebbe con un tale riconoscimento i palestinesi, che per quattro anni si sono rifiutati di riaprire i negoziati con Israele. Per non parlare, poi, delle iniziative che potrebbe avviare l'Anp presso l'Onu grazie al nuovo status, tanto che lo stesso governo Monti ha chiesto ad Abbas di «astenersi dall'utilizzare l'odierno voto dell'Assemblea generale per ottenere l'accesso ad altre agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo». Raccomandazione indicativa di come i palestinesi tenteranno di strumentalizzare il voto di oggi.

«Siamo molto delusi dalla decisione dell'Italia», è stata la reazione dell'ambasciata israeliana a Roma. Nel comunicato del governo naturalmente si spiega la decisione con la volontà di «rilanciare il processo di pace», la soluzione "due stati per due popoli", ma la geografia del voto rivela le motivazioni reali. L'Italia ha votato sì insieme agli altri paesi europei del Mediterraneo, mentre contro si sono schierati Usa, Canada, Gran Bretagna e Germania. E' evidente, quindi, che il vero scopo è accattivarsi le simpatie dei paesi arabi, vicini dell'altra sponda del Mediterraneo, contro il diritto di Israele all'autodifesa, contro la pace, la giustizia e i diritti umani degli stessi palestinesi e degli altri cittadini del mondo arabo.

Non meno grave, dal punto di vista istituzionale, che un governo tecnico, nato per far fronte ad un'emergenza finanziaria, ribalti la politica mediorientale italiana senza il pronunciamento del Parlamento che l'ha espressa non dieci anni fa, ma in questa stessa legislatura.

Friday, April 29, 2011

L'errore commesso all'inizio

Si poteva evitare l'ennesima crisetta della maggioranza sulla Libia. Ma l'errore è stato commesso a monte più che a valle. A valle, d'accordo, soprattutto mancando di consultare l'alleato sulla «svolta»: «Con Umberto ho sbagliato, ho commesso un errore, avrei dovuto avvertirlo prima...», avrebbe ammesso Berlusconi. Le spiegazioni postume al fatto compiuto risultano sempre molto meno convincenti. Ma la «svolta», appunto, non avrebbe dovuto essere tale. Perché come qui si è scritto fin dall'inizio della crisi libica, era (ed è) interesse dell'Italia esserci, partecipare alla missione senza ambiguità, nel pieno dell'operatività. E come volevasi dimostrare... Questo interesse era tanto pressante da essersi alla fine imposto su tutto, superando la ritrosia di Berlusconi e della Lega, nonché il nostro orgoglio ferito da Sarkozy.

Raramente è stato (ed è) in gioco il nostro interesse nazionale in modo così lampante, direi eclatante. Il che rendeva inevitabile, obbligatoria, la nostra piena partecipazione, in prima linea, alla missione militare, per quanto appaia la più sconclusionata e mal preparata che si ricordi, almeno in tempi recenti. L'errore è stato metterci così tanto tempo per capirlo. Decidere subito di essere in prima linea in Libia avrebbe probabilmente risparmiato al governo le tribolazioni interne di questi giorni e certamente le piccole angherie dei francesi. Probabilmente Berlusconi e Frattini non hanno avuto un grande aiuto dai nostri servizi segreti e dal mondo imprenditoriale presente in Libia, che nonostante quanto stesse accandendo a Tunisi e al Cairo hanno continuato a illudersi della solidità di Gheddafi, ma il ritardo "impolitico" con il quale ci siamo adeguati alla realtà delle cose è stato l'errore causa di tutti i successivi mali.

Al vertice con la Francia Berlusconi non si è "calato le braghe", ma certo la difficoltà della nostra posizione era più che evidente. Se ci siamo dovuti sorbire le lezioncine di Sarkozy in queste settimane è sempre per quel dannato errore di valutazione iniziale. E né la Lega, né i giornali vicini al centrodestra (tranne Il Tempo) possono lamentarsi e dare lezioni, visto che se fosse stato per loro ce ne staremmo ancora ai margini, mentre le altre potenze europee fanno e disfano nel nostro cortile di casa. Colpa anche loro, infatti, se per giorni si è discusso della crisi libica solo in chiave immigrazione e non alla luce dei nostri ingenti interessi in Libia - quelli stringenti di ordine economico ed energetico, e quello più di lungo termine per una vera "stabilità" nel vicinissimo Oriente, se possibile appena un pizzico "democratica". Eppure, dovrebbe essere persino ovvio che non è la missione Nato a provocare o ad alimentare i flussi migratori, bensì il profondo rivolgimento in atto nei regimi nordafricani. Esserci, partecipare, semmai, ci metterà nelle condizioni migliori un domani per governarli.

Va poi considerato che per la stragrande maggioranza i 25 mila immigrati giunti fino ad oggi sulle nostre coste sono tunisini e - temo - molti galeotti fuoriusciti dalle carceri nei giorni della caduta di Ben Alì. Non si tratta di profughi della guerra civile libica, né di africani dall'"Africa nera", quindi non c'entrano nulla i raid sulla Libia, è una vera e propria ca...ta che «se butti bombe e missili gli immigrati aumentano». L'aver trasformato la crisi libica in una gigantesca emergenza immigrazione, ben oltre la realtà dei fatti, è stato un altro errore. Si sapeva dell'ondata, certo eccezionale ma non un esodo biblico, ma ci si è fatti lo stesso trovare impreparati. Le immagini di Lampedusa invasa non sono state un bel manifesto di efficienza, né sono servite a "commuovere" l'Unione europea, mentre l'accordo con le Regioni per la distribuzione degli immigrati poteva essere raggiunto in anticipo per evitare l'impatto mediatico degli accampamenti.

Anche sulla vicenda clandestini, è tutto vero: l'Europa è assente e ipocrita, i francesi arroganti, ma Parigi sta applicando ciò che fino a ieri noi stessi rivendicavamo di poter fare: espellere, secondo le norme di Schengen, quanti nonostante muniti di documenti in regola (se un permesso di soggiorno "emergianziale" è da considerarsi tale) non abbiano risorse per l'autosostentamento, un lavoro o denaro a sufficienza. La non belligeranza della Germania, poi, dimostra solo la miopia di chi la chiama in causa per sostenere che potevamo comportarci diversamente e restarne fuori, essendo fin troppo evidente che al contrario di noi italiani i tedeschi non hanno interessi neanche per un granello di sabbia in Libia.

Quanto al vertice con la Francia, il sostegno di Parigi (e ora anche tedesco, pare) a Draghi per la Bce era nell'aria. Ma l'annuncio di Sarkozy è stato senz'altro un punto a favore. Il maggiore impegno in Libia è un sì all'America e alla Nato, piuttosto che a Parigi. E il via libera all'Opa di Lactalis su Parmalat un utile esercizio di pragmatismo. I nostri industriali e le nostre banche non sembrano avere la volontà, né probabilmente i soldi, ma nulla vieta loro di rilanciare se tengono tanto a che resti italiana. Se c'è una cordata si faccia avanti, ma senza usare i soldi dei contribuenti per favore, neanche si trattasse di un settore delicato come la sicurezza e la difesa. Sullo shopping francese in Italia e altrove, e sul perché i nostri non abbiano il "grano" sufficiente, si potrebbe aprire una lunga parentesi. Come mai, per esempio, nonostante la nostra tradizione e cultura alimentare, riconosciuta in tutti gli angoli del pianeta, fino all'Antartide e alla Polinesia, è una grande catena di distribuzione francese, la Carrefour, a dominare i mercati - persino il nostro - imponendo ovviamente i prodotti francesi? Qualcuno - primi fra tutti i nostri imprenditori - dovrebbe farsi un esame di coscienza. Ma è un altro discorso ed ha a che fare, a mio modestissimo parere, anche con la difficoltà enorme che c'è in Italia di formare il capitale, e quindi di far crescere le dimensioni delle nostre imprese, per cui quelli che possono permettersi certe operazioni sono sempre gli stessi - per lo più banche - e non sempre sono interessati.

Insomma, paradossalmente la padanissima Lega sa essere anche la più "nazionalista", ma di un nazionalismo miope e rancoroso, mentre proprio per uno spirito di "sano nazionalismo" dovremmo recitare un ruolo da protagonisti nel palcoscenico del Mediterraneo.

Tuesday, March 22, 2011

Arginiamo Parigi, ma cacciamo Gheddafi

Sono le misere gelosie tra i Paesi europei a stagliarsi sulle ceneri della leadership americana. L'Italia ha ragione nel pretendere un comando Nato della missione, ha torto nel porre limiti alle operazioni, ma in questo sembra in linea con le ambiguità del presidente americano Obama.

Se si tratta di arginare il protagonismo francese - che ha tutta l'aria di essere dettato non da un afflato umanitario, ma dalla volontà di sostituire la propria influenza a quella italiana in Libia e dall'ambizione personale di Sarkozy, che cerca di rianimare la sua immagine nell'imminente corsa alla rielezione - ok; se è un modo per tornare su una posizione "neutralista" e prolungare surrettiziamente il regime di Gheddafi, decisamente no, perché ciò non risponde più ai nostri stessi interessi e prima ce ne convinciamo, meglio è. Invece, nel centrodestra stanno confondendo la legittima reazione al protagonismo francese con le sorti del raìs. E' certamente vero che siamo di fronte ad un intervento per lo più di carattere "neocoloniale" da parte di francesi e inglesi, che mirano a sostituire la loro influenza alla nostra in Libia, ma la soluzione non è piangerci addosso e addolorarci per Gheddafi. Il punto è un altro: che il Colonnello cada, e il prima possibile, è ormai anche nel nostro interesse, dal momento che il ritorno a qualcosa che somigli anche lontanamente allo status quo ante è impensabile e quindi il nostro comodo "posto al sole" in Libia è perduto. Dobbiamo riconquistarlo non prolungando l'agonia di Gheddafi, bensì non lasciando il comando delle operazioni - belliche e politiche - ai francesi. Questa è la sfida, rispetto alla quale l'alternativa è ritrarsi, rinunciando però in partenza a riguadagnare le preziose posizioni perdute in Libia.

Ad aver lasciato campo libero ai francesi purtroppo siamo stati noi stessi, paralizzati - a quanto pare ancora oggi - dall'imbarazzo per la nostra (ex?) amicizia con Gheddafi. Guardiamo agli Stati Uniti di Obama, a quanto velocemente hanno scaricato il loro miglior "amico" in Medio Oriente, Mubarak, quando si sono accorti che lo scenario era cambiato per sempre. Dobbiamo riconoscere, come fa non da oggi Mario Sechi su Il Tempo, che Sarkozy «è stato svelto nello scavalcarci perché ha capito qual era lo scenario»: in breve, che le rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia stavano aprendo lo «spazio geopolitico» del Mediterraneo a chi fosse stato più rapido nel riempire quel vuoto; e che gli Stati Uniti sarebbero stati refrattari a svolgere un ruolo da protagonisti nella crisi libica. In questo spazio avremmo dovuto infilarci noi, invece Sarkozy ci ha preceduti. Ora non possiamo far altro che rincorrere, non negare la situazione.

Di fronte a quanto stava accadendo, e alla Francia che puntava chiaramente a sostituire l'Italia nei rapporti con la nuova Libia, due erano le possibilità per il nostro governo: o sostenere dichiaratamente il Colonnello, con tutto quello che avrebbe comportato, e senza nasconderci che comunque il suo destino sarebbe stato segnato nel medio termine; oppure, contendere ai francesi il dopo-Gheddafi, ma puntando decisamente a favorire il "dopo". Tertium non datur. Per questo è giusto sollevare un problema di comando, ma sarebbe sbagliato restare nell'ambiguità sull'obiettivo ultimo: cacciare Gheddafi prima possibile.

Questa guerra è cominciata tardi e male essenzialmente per responsabilità americane, per la debolezza della leadership di Obama. La confusione sull'obiettivo ultimo della missione infatti è innanzitutto la sua. Da una parte ripete ogni giorno che nessuna risoluzione dell'Onu autorizza a cacciare il raìs, quindi che l'obiettivo della missione non è rovesciare il regime, dall'altra aggiunge che il dittatore «se ne deve andare», non si capisce bene come. Indica una sottilissima «distinzione» fra l'intervento militare autorizzato dall'Onu e la politica del suo governo. La risoluzione 1973 richiede la protezione dei civili dalle violenze di Gheddafi, dunque l'obiettivo della coalizione non è il «cambio di regime», ma ciò non toglie che la Casa Bianca ritenga che «Gheddafi deve abbandonare il potere». Eh sì, sono lontani i tempi della chiarezza cristallina di George W. Bush. Solo con le lenti dell'ipocrisia si può fingere di non vedere che laddove la risoluzione autorizza «ogni mezzo necessario» a proteggere la popolazione civile, de facto autorizza - se necessario - anche la rimozione di Gheddafi dal potere. Ma secondo Obama l'intervento armato si dovrebbe limitare a proteggere i civili, mentre le sanzioni dovrebbero bastare a far cadere il regime. Questo per lasciare almeno all'apparenza nelle mani dei libici il loro destino, come in Egitto nel caso di Mubarak, evitando di impegnare gli Usa in un vero e proprio "regime change", che ricorderebbe troppo Bush. Se è lecito dubitare che una no-fly zone possa provocare da sola la caduta di Gheddafi, figuriamoci le sanzioni. O si tratta di ipocrisia liberal allo stato puro - e a questo punto c'è da augurarselo - oppure c'è da dubitare delle doti politiche del presidente Usa.

Stupiscono infine certe obiezioni sollevate nel campo del centrodestra, che somigliano in modo sospetto a quelle sollevate dalla sinistra ad ogni guerra americana: perché in Libia sì e in altre parti del mondo no? Il fatto che di dittature anche più minacciose e di genocidi sia pieno, purtroppo, il mondo non significa che bisogna rimanere con le mani in mano anche quando c'è la possibilità di intervenire. E' il solito trucco dialettico: siccome si dovrebbe intervenire ovunque, o comunque "ben altre" sarebbero le situazioni che richiederebbero un intervento, allora non si interviene mai.

Monday, March 21, 2011

Se siamo costretti a inseguire la colpa è solo nostra

La spiacevole sensazione di trovarci trascinati obtorto collo in un conflitto che la nostra diplomazia aveva scommesso non ci sarebbe stato, e che avremmo volentieri evitato, è comprensibile, ma della nostra condizione dobbiamo incolpare solo noi stessi. Se oggi, come si legge sul Corriere della Sera, il premier si trova «nell'indesiderata e paradossale posizione di dover sperare nel successo pieno, sino alla destituzione di Gheddafi, di un'operazione che vive anche nel ruolo di vittima», è comodo ma miope prendersela con il cinico Sarkozy. Piuttosto, Berlusconi se la prenda con le "distrazioni" giudiziarie di cui è suo malgrado oggetto e con una Farnesina poco reattiva e malamente informata. Ricordiamo bene i giorni delle rivolte in Tunisia e in Egitto, quando i nostri servizi segreti, quelli che avrebbero dovuto saperne di più al mondo sulla situazione in Libia, assicuravano che il regime del Colonnello era saldo. Se non capiamo questo in fretta, sbaglieremo anche le prossime mosse. Come osserva Panebianco sul Corriere della Sera, stiamo facendo «la cosa giusta, l'unica possibile», partecipando con tutti i nostri mezzi a questa azione internazionale. Non potevamo tirarci indietro. Il classico "buon viso a cattivo gioco", insomma, con la differenza che il cattivo gioco se l'è autoinflitto l'Italia da sola, non comprendendo per tempo ciò che stava accadendo e che inevitabilmente sarebbe accaduto. Consapevoli di non avere la forza di impedire agli altri di "giocare" nel cortile davanti casa nostra, sarebbe stato più intelligente uscire di casa col pallone sotto braccio e organizzare noi per primi la partita.

Era del tutto evidente, infatti, fin dai primissimi giorni della rivolta in Libia e anche ad umilissimi blogger come il sottoscritto, che Gheddafi non sarebbe rimasto al potere se non ad un prezzo inaccettabile di vite umane, rendendo quindi impossibile un ritorno al "business as usual" e probabilmente inevitabile un intervento militare per cacciarlo, soprattutto dopo le impegnative parole di Obama e di Sarkozy. Insomma, il nostro comodo e privilegiato "posto al sole" in Libia era comunque perduto, tanto valeva prepararsi il prima possibile a rioccuparlo nella nuova Libia. Avremmo dovuto giocare d'anticipo e porci noi, dall'inizio, alla testa dei Paesi interventisti, invece abbiamo tentennato e ora ci troviamo costretti ad inseguire, ma sempre titubanti, il protagonismo altrui. Capisco che è un boccone amarissimo, ma dobbiamo mandarlo giù in fretta. L'esclusione della Nato è anch'essa un altro piccolo grande successo di Sarkozy, permesso dalla debolezza americana e italiana. Si potrebbe iniziare da qui per arginare il protagonismo francese.

Non sorprende che la Lega, per sua natura non pacifista ma isolazionista, sia refrattaria all'intervento. Sorprende che lo siano i principali giornali di centrodestra, con l'eccezione del Tempo di Mario Sechi, che in tempi non sospetti aveva colto tutti gli aspetti di ciò che stava montando. Questa guerra porterà solo altri immigrati sulle nostre coste e ci toglierà il petrolio e il gas libici, come temono i leghisti ed ampi settori del Pdl? Avrei capito le perplessità nei confronti del nostro intervento se ci fosse stato davvero uno status quo da difendere, ma al contrario ciò che ci ha fatto rimanere indietro rispetto ai nostri alleati è esattamente non aver compreso che tutto ciò che ci interessa in Libia - le nostre "piattaforme" energetiche e commerciali, il contenimento dell'immigrazione clandestina e dell'estremismo islamico, non avere alle nostre porte uno Stato fallito - per noi era già perduto in partenza, con l'innescarsi della crisi, e questa guerra, semmai, ci offre l'occasione di tentare di riprenderci in futuro ciò che altrimenti non avremmo avuto più. In ogni caso. Perché se Gheddafi fosse rimasto al potere, certo non sarebbe stato possibile tornare al "business as usual" e il raìs, ce lo ha brutalmente chiarito lui stesso alcuni giorni fa, ci avrebbe fatto pagare salatissimo il nostro mancato appoggio, avremmo dovuto ritrattare tutto; se invece la nuova Libia nascesse con un aiuto esterno ma senza il contributo italiano, perderemmo ogni possibilità d'influenza. Dunque, per uscire dal vicolo cieco occorreva fare esattamente ciò che sta facendo Sarkozy, solo prima che lo facesse lui. Adesso è tardi, non possiamo far altro che accodarci e riguadagnare pazientemente le posizioni perdute. Siamo in grado di farlo, perché trattiamo con i libici da quarant'anni e non abbiamo l'arroganza dei francesi.

In questi ultimi due decenni abbiamo preso parte a costose missioni estere in cui il nostro interesse a partecipare era solo indiretto: contribuire alla lotta contro il terrorismo islamico e accrescere il nostro status sulla scena internazionale. Paradossalmente è proprio nella crisi libica che non abbiamo saputo cogliere l'occasione più unica che rara di un intervento nelle cui ragioni confluivano la nobile causa della difesa delle popolazioni civili da una brutale dittatura, l'interesse strategico ad accrescere il nostro status guidando una coalizione internazionale nel Mediterraneo (almeno formalmente sarebbe stato possibile vista la refrattarietà degli Usa di Obama) e - per una volta - la tutela di interessi concretissimi (energetici e commerciali) nell'unico Paese che si trova, se così possiamo definirla, nella nostra "sfera d'influenza". Sarkozy invece - con l'arroganza tipica dei francesi e un pizzico di avventurismo (la scommessa su una campagna breve, dal minimo sforzo e trionfale è comunque un azzardo) - ha colto al volo l'occasione di riempire questo vuoto lasciato dalle incertezze di Washington e dall'imbarazzo italiano. Per la Francia l'occasione di sostituirsi a noi come primo partner energetico e commerciale della nuova Libia e di lanciarsi così alla conquista del nostro "spazio naturale": il Mediterraneo. Per Sarkozy, accusato in patria di aver subito in modo troppo passivo le crisi in Tunisia ed Egitto, anche una ghiottissima occasione per riaffermare la "grandeur" francese e risollevare così le sue sorti personali. Per gli Stati Uniti non solo la difesa della propria influenza in Medio Oriente, e l'interesse strategico a sintonizzarsi con le masse arabe che si sono rivoltate contro i loro oppressori imprimendo alla storia della regione un nuovo corso, ma anche un modo per penetrare in Africa (dopo il tragico fallimento in Somalia) e contrastare le ambizioni imperialiste della Cina (come abbiamo visto presente in forze nella Libia di Gheddafi).

E' «la guerra di Sarkozy», come osserva Lucio Caracciolo su la Repubblica, o non dobbiamo farci ingannare dalle apparenze ed è «tutta americana», come sostiene Lucia Annunziata su La Stampa? In effetti, quello francese potrebbe rivelarsi un colpo di coda della "grandeur" perduta, mentre dietro l'intervento "umanitario" per gli Stati Uniti si concretizza la possibilità di segnare un punto a favore nella serrata competizione che li vede in svantaggio rispetto alla Cina per l'influenza in Africa.

L'azione in corso presenta non pochi rischi, è vero. L'obiettivo dichiarato è far cadere Gheddafi. Questo nella risoluzione dell'Onu che autorizza gli attacchi non c'è scritto, ma tutti lo sanno. Ebbene, uno dei rischi di quest'azione, poiché tardiva e priva fino ad ora di una leadership forte, è che salvi gli insorti dalla controffensiva del raìs, ma che non riesca a rianimare le loro capacità militari e quindi a provocare in tempi ragionevoli la caduta del dittatore. All'inizio c'è stato un momento, durante l'avanzata dei ribelli, durato circa una settimana, in cui sembrava che una no-fly zone, alcuni bombardamenti mirati, potessero assestare l'ultima spallata a Gheddafi. Oggi è tutto molto più problematico, perché i raid sono iniziati quando al Colonnello mancava solo Bengasi per riprendersi il controllo del Paese intero. Il rischio quindi è una situazione di stallo: la Cirenaica in mano ai ribelli, la Tripolitania a Gheddafi e il Fezzan senza governo. Purtroppo sull'efficacia dell'intervento pesa anche l'irresolutezza e la mancanza di leadership degli Stati Uniti. Molti vi hanno visto l'intenzione di lasciare per una volta all'Europa la guida politica di una crisi alle porte del vecchio continente. Purtroppo, bisogna riconoscere che le oscillazioni della Casa Bianca sono dipese solo dalle incertezze di Obama, a loro volta dovute in parte all'inesperienza ma soprattutto alla totale mancanza di visione politica del presidente Usa.

Non si capisce, poi, se Obama si nasconda spudoratamente o sia un totale idiota, quando sottolinea che l'intervento punta a «proteggere civili» e non a «rovesciare un regime» (se così fosse, sarebbe un irresponsabile), e che gli Usa «partecipano» a una coalizione «che non guidano» (non credo gli americani siano contenti di sapere che le loro forze armate sono sotto il comando di Sarkozy). Per altro, anche la «solida legittimazione internazionale» fornita dalla risoluzione dell'Onu mostra le prime crepe, con le prese di distanza di Russia e Lega araba, mettendo a nudo un lavoro diplomatico non proprio perfetto come si vorrebbe far credere.

Friday, June 06, 2008

Con Frattini l'Italia torna sui binari giusti

Abbiamo rimproverato al ministro Frattini di distinguere, come il suo predecessore D'Alema, tra Hezbollah partito politico e le sue milizie armate; abbiamo criticato la sua intenzione di non incontrare il Dalai Lama per non irritare gli «amici cinesi». Tuttavia, gli riconosciamo che con saggezza e senza strattoni sta decisamente correggendo gli errori della politica estera dalemiana, soprattutto in Medio Oriente. Lo si è visto in occasione del recente vertice della Fao, quando nessun incontro istituzionale è stato concesso al presidente iraniano Ahmadinejad, in cerca di un palcoscenico. Diversamente da quando Prodi gli strinse la mano all'Onu, questa volta l'Italia non si è lanciata in un'improbabile mediazione fra Teheran e occidente.

Sempre più chiare e nette anche le parole del ministro Frattini. Ieri, in un'intervista a Radio Radicale, ha dichiarato che «il presidente dell'Iran non può essere un interlocutore. Chi proclama la distruzione di Israele e chiama Satana i nostri amici americani pone un muro tra di noi». Le componenti riformiste e dialoganti del regime possono invece essere degli «interlocutori» validi. Anche se ad oggi sono ridotte e occorre fare in modo che «riemergano». Nei confronti dell'Iran, «l'unica possibilità seria è il rigore e la credibilità delle sanzioni», ha detto, spiegando che «più netta è la linea di fermezza, più il popolo iraniano capirà che l'isolamento internazionale è un danno».

Diversamente da quanto predicava D'Alema, Frattini ha chiarito che Hamas «non è un interlocutore possibile». Che sebbene in Libano i nostri soldati stiano facendo un lavoro straordinario, tuttavia bisogna fare in modo che «l'attuazione delle risoluzioni dell'Onu sia più efficace». Già con le attuali regole d'ingaggio le forze internazionali possono «reagire con le armi quando gli obiettivi della missione Unifil-2 sono messi a rischio». Non basta la garanzia di una «fascia cuscinetto» tra Libano e Israele. E' intollerabile che il legittimo governo libanese sia privo di un esercito «affidabile» e debba «subire» le milizie di Hezbollah, che invece «devono essere disarmate» e l'Italia su questo «dirà una parola chiara».

Il ministro ha definito la prospettiva di Israele nell'Ue un «grande sogno», un «obiettivo politico su cui dovremo riflettere», anticipando che per il momento l'Italia chiederà ai partner europei di «elevare il livello dell'accordo di associazione Ue-Israele» e avvierà da subito, sul piano bilaterale, un «tavolo permanente» per un «dialogo politico-strategico strutturato». Frattini ha infine accennato al rilancio della «comunità delle democrazie» per la promozione della democrazia e indicato nel «blocco di paesi non democratici un aspetto da considerare nella riforma dell'Onu». Totale condivisione del progetto sarkozyano di Unione Mediterranea, per passare «dalla cooperazione alla cogestione di programmi politici» con i paesi della sponda sud del Mediterraneo.