Alcune delle conclusioni approvate con voto unanime dalla Commissione Difesa del Senato al termine dell'indagine conoscitiva sul ruolo delle Ong nei salvataggi di migranti in mare:
1) "In nessun modo può ritenersi consentita dal diritto interno e internazionale, né è desiderabile, la creazione di corridoi umanitari da parte di soggetti privati, trattandosi di un compito che compete esclusivamente agli Stati e alle organizzazioni internazionali e sovranazionali".
2) Per le Ong impegnate nel soccorso in mare ai migranti, "occorre elaborare forme di accreditamento e certificazione che escludano alla radice ogni sospetto di scarsa trasparenza organizzativa e operativa".
3) L'intervento di polizia giudiziaria dovrebbe essere "contestuale" al salvataggio. "Al fine di non disperdere preziosi dati ed elementi di prova utili per perseguire i trafficanti di esseri umani, sarebbe opportuno adeguare l'ordinamento italiano o comunque prevedere modalità operative tali da consentire l'intervento tempestivo della polizia giudiziaria contestualmente al salvataggio da parte delle Ong. Parallelamente, occorrerebbe potenziare la forza e gli strumenti investigativi, favorendo ad esempio l'intercettazione dei telefoni satellitari".
Dati Frontex: nel 2017 sono arrivati illegalmente nell'Unione europea l'84% in meno dei migranti rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre in Italia ne sono arrivati il 33% in più (principali paesi di provenienza: Nigeria, Bangladesh e Costa d'Avorio). Siamo il ventre molle d'Europa...
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Tuesday, May 16, 2017
Friday, September 06, 2013
Una pericolosa ferita al diritto di voto
Anche su Notapolitica
La legge Severino, di cui si discute in questi giorni l'applicabilità al caso Berlusconi, di fatto introduce una conseguenza sanzionatoria, incandidabilità e decadenza, nei confronti di coloro i quali subiscano condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, a prescindere che sia inflitta o meno la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Quindi una sanzione "automatica", una tagliola che scatta anche se il giudice non ha ritenuto di disporre l'interdizione al momento della sentenza.
Per quanto si sostenga il contrario, la conseguenza sanzionatoria - sia essa penale o solo amministrativa - è auto-evidente: ogni sanzione, infatti, ha l'effetto di ridurre la capacità di esercitare un diritto, in questo caso il diritto di elettorato passivo. Ma anche se non rientrasse tra le norme penali, la cui irretroattività è sancita a livello costituzionale, la legge Severino non potrebbe comunque avere effetti retroattivi in assenza di una deroga esplicita - che non pare esserci - alla regola generale dell'irretroattività delle leggi.
Ma ammesso e non concesso che la legge Severino, come sostengono alcuni, non sia di natura sanzionatoria, che disponga da sé, implicitamente, la propria retroattività, e che si limiti a stabilire un requisito di eleggibilità (prevedere che chi non abbia compiuto 25 anni non sia eleggibile alla Camera non è certo una sanzione), a maggior ragione, se così fosse, andrebbe a mio avviso sottoposta al giudizio della Consulta. Se così fosse, infatti, in gioco non ci sarebbe solo la capacità giuridica del titolare del diritto di elettorato passivo, ma anche il concreto esercizio del diritto di elettorato attivo da parte di milioni di cittadini. Si può togliere a qualcuno il diritto di candidarsi ed essere eletto - e indirettamente ai cittadini il diritto di votarlo - infliggendogli una pena accessoria a seguito di un procedimento penale, il quale però prevede tutta una serie di garanzie a sua difesa. Ma togliere a 40 milioni di elettori il diritto di votare per qualcuno semplicemente restringendo i requisiti di eleggibilità, in modo retroattivo ed extragiudiziale, è faccenda un po' più delicata.
Siamo così sicuri che in democrazia il "controllo di legalità" debba prevalere in modo così netto, automatico e generalizzato sul "controllo democratico"? Non dovrebbe preoccuparci che l'elettorato attivo, cioè quello esercitato dal popolo, venga limitato non solo da una sanzione penale accessoria, applicata al termine di un regolare processo, com'è l'interdizione, ma anche da un semplice requisito di eleggibilità introdotto con legge ordinaria? Forse non è un caso se la non eleggibilità a deputato dei minori di 25 anni è una norma di rango costituzionale.
E se milioni di elettori ritenessero che il candidato o l'eletto condannato sia vittima di una persecuzione politica e volessero comunque che li rappresentasse? Sul diritto soggettivo al voto dovrebbe prevalere l'interesse legittimo collettivo ad avere un Parlamento privo di condannati? Ne siamo così certi? Il Parlamento equivale proprio ad un ufficio pubblico? Per la salute di una democrazia non sarebbe forse un "male minore" accettare che teoricamente un condannato in via definitiva possa venire eletto, se il popolo lo desidera, e se non interdetto da un giudice naturale, piuttosto che correre il rischio che un potere, anzi un ordine fuori controllo abusi del cosiddetto "controllo di legalità", o peggio di un semplice requisito di eleggibilità, per eliminare dalla vita pubblica i propri avversari politici?
E' proprio delle dittature (come dimostrano Iran, Cina, o Birmania con il caso Aung San Suu Kyi) approfittare del "controllo di legalità" per eliminare i dissidenti dalla competizione politica. Insomma, che i cittadini possano liberamente farsi rappresentare anche da un loro concittadino condannato, una volta espiate le pene stabilite al termine di un giusto processo, è un'utile polizza di assicurazione contro derive autoritarie. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici già esiste nel nostro ordinamento, ma giustamente può essere inflitta solo dal giudice naturale e qualsiasi suo inasprimento è sottoposto al principio dell'irretroattività. Se, come sostengono alcuni, la legge Severino stabilisce un requisito di eleggibilità e non introduce una sanzione penale, è ancora più grave la ferita inferta alla nostra democrazia, perché restringendo in modo automatico ed extragiudiziale l'elettorato passivo e attivo, di fatto limita il diritto di voto in via amministrativa.
La legge Severino, di cui si discute in questi giorni l'applicabilità al caso Berlusconi, di fatto introduce una conseguenza sanzionatoria, incandidabilità e decadenza, nei confronti di coloro i quali subiscano condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, a prescindere che sia inflitta o meno la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Quindi una sanzione "automatica", una tagliola che scatta anche se il giudice non ha ritenuto di disporre l'interdizione al momento della sentenza.
Per quanto si sostenga il contrario, la conseguenza sanzionatoria - sia essa penale o solo amministrativa - è auto-evidente: ogni sanzione, infatti, ha l'effetto di ridurre la capacità di esercitare un diritto, in questo caso il diritto di elettorato passivo. Ma anche se non rientrasse tra le norme penali, la cui irretroattività è sancita a livello costituzionale, la legge Severino non potrebbe comunque avere effetti retroattivi in assenza di una deroga esplicita - che non pare esserci - alla regola generale dell'irretroattività delle leggi.
Ma ammesso e non concesso che la legge Severino, come sostengono alcuni, non sia di natura sanzionatoria, che disponga da sé, implicitamente, la propria retroattività, e che si limiti a stabilire un requisito di eleggibilità (prevedere che chi non abbia compiuto 25 anni non sia eleggibile alla Camera non è certo una sanzione), a maggior ragione, se così fosse, andrebbe a mio avviso sottoposta al giudizio della Consulta. Se così fosse, infatti, in gioco non ci sarebbe solo la capacità giuridica del titolare del diritto di elettorato passivo, ma anche il concreto esercizio del diritto di elettorato attivo da parte di milioni di cittadini. Si può togliere a qualcuno il diritto di candidarsi ed essere eletto - e indirettamente ai cittadini il diritto di votarlo - infliggendogli una pena accessoria a seguito di un procedimento penale, il quale però prevede tutta una serie di garanzie a sua difesa. Ma togliere a 40 milioni di elettori il diritto di votare per qualcuno semplicemente restringendo i requisiti di eleggibilità, in modo retroattivo ed extragiudiziale, è faccenda un po' più delicata.
Siamo così sicuri che in democrazia il "controllo di legalità" debba prevalere in modo così netto, automatico e generalizzato sul "controllo democratico"? Non dovrebbe preoccuparci che l'elettorato attivo, cioè quello esercitato dal popolo, venga limitato non solo da una sanzione penale accessoria, applicata al termine di un regolare processo, com'è l'interdizione, ma anche da un semplice requisito di eleggibilità introdotto con legge ordinaria? Forse non è un caso se la non eleggibilità a deputato dei minori di 25 anni è una norma di rango costituzionale.
E se milioni di elettori ritenessero che il candidato o l'eletto condannato sia vittima di una persecuzione politica e volessero comunque che li rappresentasse? Sul diritto soggettivo al voto dovrebbe prevalere l'interesse legittimo collettivo ad avere un Parlamento privo di condannati? Ne siamo così certi? Il Parlamento equivale proprio ad un ufficio pubblico? Per la salute di una democrazia non sarebbe forse un "male minore" accettare che teoricamente un condannato in via definitiva possa venire eletto, se il popolo lo desidera, e se non interdetto da un giudice naturale, piuttosto che correre il rischio che un potere, anzi un ordine fuori controllo abusi del cosiddetto "controllo di legalità", o peggio di un semplice requisito di eleggibilità, per eliminare dalla vita pubblica i propri avversari politici?
E' proprio delle dittature (come dimostrano Iran, Cina, o Birmania con il caso Aung San Suu Kyi) approfittare del "controllo di legalità" per eliminare i dissidenti dalla competizione politica. Insomma, che i cittadini possano liberamente farsi rappresentare anche da un loro concittadino condannato, una volta espiate le pene stabilite al termine di un giusto processo, è un'utile polizza di assicurazione contro derive autoritarie. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici già esiste nel nostro ordinamento, ma giustamente può essere inflitta solo dal giudice naturale e qualsiasi suo inasprimento è sottoposto al principio dell'irretroattività. Se, come sostengono alcuni, la legge Severino stabilisce un requisito di eleggibilità e non introduce una sanzione penale, è ancora più grave la ferita inferta alla nostra democrazia, perché restringendo in modo automatico ed extragiudiziale l'elettorato passivo e attivo, di fatto limita il diritto di voto in via amministrativa.
Friday, August 02, 2013
Il solito tempismo di Napolitano
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Eh no, caro presidente Napolitano, le sue sono lacrime di coccodrillo. E' il suo solito tempismo! Possibile che ci arriva sempre in ritardo, come su quel maledetto 1956 a Budapest? Anche Lei, come molti illusi (o ipocriti), pensa davvero che solo ora che Berlusconi è condannato in via definitiva sia finalmente possibile riformare la giustizia? E' proprio questo che ha lasciato intendere con la sua nota di giovedì sera: rispetto per la magistratura, ma allo stesso tempo nemmeno Lei vi ripone troppa fiducia, se avverte che "ora" occorre sbrigarsi a ridimensionarla. Ed è grave che Lei abbia tra le righe ammesso che fino ad oggi il Parlamento era interdetto a farlo, non libero di riformare la giustizia, perché sarebbe sembrato un favore a Berlusconi e un dispetto ad alcuni settori influenti della magistratura. E' un'amara verità, quella della politica sotto il ricatto della magistratura, la quale però un presidente della Repubblica, che nel nostro paese è a capo dell'ordinamento giudiziario, aveva il dovere di denunciare apertamente ben prima di giovedì, non tra le righe di un comunicato successivo all'estromissione dalle istituzioni del leader di 10 milioni di italiani.
In quella nota Lei, presidente Napolitano, conferma indirettamente che contro Berlusconi ha agito una giustizia politica. Be', ora è un po' tardi per chiudere la stalla: le condizioni per riformare la giustizia non sono state mai favorevoli, è vero, ma oggi le chance sono pari allo zero. E' impensabile che proprio ora, dopo il maggior successo dei magistrati politicizzati, i partiti trovino la forza per arginare il loro strapotere. Se si azzardano, gli esponenti berlusconiani subiranno lo stesso trattamento del loro capo. E quelli del centrosinistra, che hanno cavalcato le iniziative mediatico-giudiziarie per sconfiggerlo, dal momento che non ci riuscivano politicamente, sono ancor più sotto il ricatto del partito dei giudici e dell'estremismo forcaiolo che essi stessi hanno alimentato. Si tratta di una magistratura che ha rivendicato il potere di selezionare la classe politica. E, complice anche il Suo silenzio, oggi se ne è appropriata. Ormai la magistratura politica ce la tieniamo, con o senza Berlusconi. Tante grazie, presidente.
Eh no, caro presidente Napolitano, le sue sono lacrime di coccodrillo. E' il suo solito tempismo! Possibile che ci arriva sempre in ritardo, come su quel maledetto 1956 a Budapest? Anche Lei, come molti illusi (o ipocriti), pensa davvero che solo ora che Berlusconi è condannato in via definitiva sia finalmente possibile riformare la giustizia? E' proprio questo che ha lasciato intendere con la sua nota di giovedì sera: rispetto per la magistratura, ma allo stesso tempo nemmeno Lei vi ripone troppa fiducia, se avverte che "ora" occorre sbrigarsi a ridimensionarla. Ed è grave che Lei abbia tra le righe ammesso che fino ad oggi il Parlamento era interdetto a farlo, non libero di riformare la giustizia, perché sarebbe sembrato un favore a Berlusconi e un dispetto ad alcuni settori influenti della magistratura. E' un'amara verità, quella della politica sotto il ricatto della magistratura, la quale però un presidente della Repubblica, che nel nostro paese è a capo dell'ordinamento giudiziario, aveva il dovere di denunciare apertamente ben prima di giovedì, non tra le righe di un comunicato successivo all'estromissione dalle istituzioni del leader di 10 milioni di italiani.
In quella nota Lei, presidente Napolitano, conferma indirettamente che contro Berlusconi ha agito una giustizia politica. Be', ora è un po' tardi per chiudere la stalla: le condizioni per riformare la giustizia non sono state mai favorevoli, è vero, ma oggi le chance sono pari allo zero. E' impensabile che proprio ora, dopo il maggior successo dei magistrati politicizzati, i partiti trovino la forza per arginare il loro strapotere. Se si azzardano, gli esponenti berlusconiani subiranno lo stesso trattamento del loro capo. E quelli del centrosinistra, che hanno cavalcato le iniziative mediatico-giudiziarie per sconfiggerlo, dal momento che non ci riuscivano politicamente, sono ancor più sotto il ricatto del partito dei giudici e dell'estremismo forcaiolo che essi stessi hanno alimentato. Si tratta di una magistratura che ha rivendicato il potere di selezionare la classe politica. E, complice anche il Suo silenzio, oggi se ne è appropriata. Ormai la magistratura politica ce la tieniamo, con o senza Berlusconi. Tante grazie, presidente.
Tuesday, April 23, 2013
Da Napolitano schiaffi ai partiti e lezione di politica valida per tutti
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.
Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.
Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.
«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».
Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.
In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
CONTINUA su Notapolitica
Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.
Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.
Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.
«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».
Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.
In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
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Wednesday, April 17, 2013
E' ora che gli italiani scelgano da soli il loro presidente
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle "Quirinarie", sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl. Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta.
Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo. Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti.
Ma al di là del merito, del "totonome", è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio "quel" Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino?
Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, è diventato un ruolo supremamente politico, "intra partes" piuttosto che super partes. Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo.
D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente "presidenzialisti" (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati "presidenzialisti" hanno finito per prevalere su quelli "notarili".
Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione. Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un "dominus" della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli "coperture" istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti. È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier.
Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase "ri-costituente": rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.
Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle "Quirinarie", sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl. Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta.
Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo. Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti.
Ma al di là del merito, del "totonome", è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio "quel" Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino?
Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, è diventato un ruolo supremamente politico, "intra partes" piuttosto che super partes. Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo.
D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente "presidenzialisti" (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati "presidenzialisti" hanno finito per prevalere su quelli "notarili".
Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione. Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un "dominus" della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli "coperture" istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti. È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier.
Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase "ri-costituente": rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.
Thursday, March 28, 2013
Game over per Bersani
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Se le telefonate di un famoso spot allungavano la vita, le consultazioni hanno allungato la vita politica di Bersani, che ha cercato di vivere il più a lungo possibile il suo sogno di diventare presidente del Consiglio, pur rifiutando l'unica prospettiva politica che gli avrebbe potuto ragalare una chance. E' riuscito a trascinare il suo testardo tentativo, costellato di passaggi davvero patetici - come le "consultazioni" con Saviano e il Touring Club, o quelle in diretta streaming con il M5S - fino a Pasqua. Consultazioni che sarebbero potute durare due giorni, tanto bastava per verificare l'esistenza di un «sostegno parlamentare certo» alla sua proposta, sono durate per un'intera settimana, a spese del paese, e del suo bisogno urgente di essere governato.
Ma l'incontro in diretta streaming con i grillini rappresenta la sua tomba politica. Un evento del genere in nessuna democrazia ha qualcosa a che fare con la trasparenza, piuttosto con la farsa. Il gioco dei grillini - i quali le riunioni in cui decidono per davvero si guardano bene dal trasmetterle in streaming - era un altro, e dal loro punto di vista un senso l'aveva: costringere il segretario del Pd e il premier pre-incaricato ad una umiliazione pubblica, in diretta internet, trasmettere l'immagine della vecchia politica che veniva sfiduciata, respinta, sbeffeggiata dai duri e puri "cittadini" del M5S.
Come abbia potuto Bersani accettare una simile umiliazione, e come sia possibile che nessuno del Pd sia riuscito ad impedirlo, resta un mistero. Probabilmente il segretario ha accettato convinto di fornire ai suoi elettori sia la prova di aver tentato con tutta la ragionevolezza possibile, sia la prova dell'irresponsabilità dei grillini. Ma il bilancio per lui è negativo, per l'immagine ridicola che ha offerto di sé. Anche perché non ha proposto nulla di concreto, è rimasto come da sua abitudine sul generico. «Qua non siamo mica a Ballarò, questa è roba seria». E' la frase magica, ripetuta un paio di volte con enfasi, che avrebbe dovuto suscitare nei grillini il senso di responsabilità.
Il colloquio si è trasformato ben presto in una umiliante questua, con Bersani pronto ad abbassare via via le sue pretese: prima la fiducia, poi l'astensione (l'uscita dall'aula), senza alcuno scatto d'orgoglio di fronte alla supponenza e alla sconcertante banalità dei personaggi che stava pregando in ginocchio. Condendo il tutto, inoltre, con una frase che un pre-incaricato premier non dovrebbe mai pronunciare pubblicamente: «Solo un insano di mente avrebbe la fregola di governare questo paese ora». Parole che da una diretta internet possono rimbalzare in tutto il mondo, ledendo ulterioremente l'immagine dell'Italia, in questi giorni letteralmente sfregiata dal caso marò. Semplicemente surreale, poi, che sia arrivato a prefigurare ai grillini «un regime parlamentare, al limite anche senza governo». Proprio lui, incaricato dal capo dello Stato di cercare i voti per formare un governo forte, teorizza che si può farne addirittura a meno.
Bersani ha platealmente violato la natura del mandato attribuitogli dal presidente Napolitano. Questi gli aveva chiesto di verificare l'esistenza di «un sostegno parlamentare certo» per un governo con «pieni poteri», mentre in questi giorni il segretario del Pd non ha affatto cercato un accordo politico esplicito con le forze politiche che si dichiaravano disponibili a parlarne, limitandosi invece a cercare un "non impedimento" alla nascita di un governo monocolore Pd-Sel, quindi esplicitamente "di minoranza", l'esatto opposto dell'obiettivo indicato dal capo dello Stato, e ostinandosi ad escludere una corresponsabilità di governo con il Pdl.
Cosa accadrà adesso? Bersani si presenterà al Quirinale con pochi numeri e con molte «valutazioni» sulle forze politiche che alla fine, messe di fronte alla scelta concreta, dovrebbero assumersi la responsabilità di «non ostacolare» il governo del "cambiamento" che ha in mente, con una lista di ministri sul modello Grasso-Boldrini. Ma al presidente Napolitano non basterà la "supercazzola", una vaga ipotesi di governo «della non-sfiducia», che dovrebbe nascere e sopravvivere qualche mese sull'eventualità che singoli senatori escano dall'aula per abbassare il numero legale. Almeno non senza un accordo politico esplicito in tal senso. In assenza di numeri certi e accordi espliciti, non permetterà al segretario del Pd di presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia.
Ormai chiusa a suon di insulti la via Grillo, resta la possibilità, a cui probabilmente dietro le quinte i pontieri di Pd e Pdl - nolente Bersani - stanno lavorando, di un voto favorevole da parte dei senatori del neo gruppo di Miccichè, e magari anche della Lega, con l'uscita dall'aula di alcuni del Pdl. Lo schema della "non-sfiducia", insomma, che dovrebbe pur sempre passare attraverso un accordo politico diretto con Berlusconi: se «scambi» non sono ipotizzabili tra governo e presidenza della Repubblica, almeno un «nome di garanzia» per il Quirinale dovrà uscire entro venerdì mattina, e l'ipotesi della presidenza di una Convenzione per le riforme al Pdl. Si tratterebbe comunque, per il Pd, di ufficializzare un accordo con il giaguaro e mettersi nelle sue mani per quanto riguarda la sopravvivenza del governo.
Il presidente Napolitano si trova nella condizione di aver fatto provare Bersani, il candidato-premier della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi al Senato e relativa alla Camera. Se dovesse certificare il suo fallimento, sarebbe pienamente legittimato, anche politicamente oltre che dalla Costituzione, a tentare la strada di un cosiddetto "governo del presidente". Incaricando una personalità di sua fiducia di formare un governo in grado di ottenere il sostegno esplicito di Pd, Pdl e Scelta Civica, senza che i "nemici" siano vincolati da scomodi accordi politici tra di loro. In questo scenario, il patto, l'impegno, ciascun partito lo assumerebbe direttamente con il presidente e il suo premier.
Qualsiasi ipotesi, tuttavia, com'è facile intuire, rischia di spaccare seriamente il Pd, dal momento che una forma di coesistenza e di corresponsabilità con Berlusconi e il suo partito - nelle votazioni sui singoli provvedimenti, sulle riforme istituzionali e innanzitutto sul nome del nuovo capo dello Stato - sarebbe inevitabile. Il Pd non si salverebbe, insomma, dall'accusa di "inciucio" con quel giaguaro che avrebbe dovuto smacchiare per sempre.
Se le telefonate di un famoso spot allungavano la vita, le consultazioni hanno allungato la vita politica di Bersani, che ha cercato di vivere il più a lungo possibile il suo sogno di diventare presidente del Consiglio, pur rifiutando l'unica prospettiva politica che gli avrebbe potuto ragalare una chance. E' riuscito a trascinare il suo testardo tentativo, costellato di passaggi davvero patetici - come le "consultazioni" con Saviano e il Touring Club, o quelle in diretta streaming con il M5S - fino a Pasqua. Consultazioni che sarebbero potute durare due giorni, tanto bastava per verificare l'esistenza di un «sostegno parlamentare certo» alla sua proposta, sono durate per un'intera settimana, a spese del paese, e del suo bisogno urgente di essere governato.
Ma l'incontro in diretta streaming con i grillini rappresenta la sua tomba politica. Un evento del genere in nessuna democrazia ha qualcosa a che fare con la trasparenza, piuttosto con la farsa. Il gioco dei grillini - i quali le riunioni in cui decidono per davvero si guardano bene dal trasmetterle in streaming - era un altro, e dal loro punto di vista un senso l'aveva: costringere il segretario del Pd e il premier pre-incaricato ad una umiliazione pubblica, in diretta internet, trasmettere l'immagine della vecchia politica che veniva sfiduciata, respinta, sbeffeggiata dai duri e puri "cittadini" del M5S.
Come abbia potuto Bersani accettare una simile umiliazione, e come sia possibile che nessuno del Pd sia riuscito ad impedirlo, resta un mistero. Probabilmente il segretario ha accettato convinto di fornire ai suoi elettori sia la prova di aver tentato con tutta la ragionevolezza possibile, sia la prova dell'irresponsabilità dei grillini. Ma il bilancio per lui è negativo, per l'immagine ridicola che ha offerto di sé. Anche perché non ha proposto nulla di concreto, è rimasto come da sua abitudine sul generico. «Qua non siamo mica a Ballarò, questa è roba seria». E' la frase magica, ripetuta un paio di volte con enfasi, che avrebbe dovuto suscitare nei grillini il senso di responsabilità.
Il colloquio si è trasformato ben presto in una umiliante questua, con Bersani pronto ad abbassare via via le sue pretese: prima la fiducia, poi l'astensione (l'uscita dall'aula), senza alcuno scatto d'orgoglio di fronte alla supponenza e alla sconcertante banalità dei personaggi che stava pregando in ginocchio. Condendo il tutto, inoltre, con una frase che un pre-incaricato premier non dovrebbe mai pronunciare pubblicamente: «Solo un insano di mente avrebbe la fregola di governare questo paese ora». Parole che da una diretta internet possono rimbalzare in tutto il mondo, ledendo ulterioremente l'immagine dell'Italia, in questi giorni letteralmente sfregiata dal caso marò. Semplicemente surreale, poi, che sia arrivato a prefigurare ai grillini «un regime parlamentare, al limite anche senza governo». Proprio lui, incaricato dal capo dello Stato di cercare i voti per formare un governo forte, teorizza che si può farne addirittura a meno.
Bersani ha platealmente violato la natura del mandato attribuitogli dal presidente Napolitano. Questi gli aveva chiesto di verificare l'esistenza di «un sostegno parlamentare certo» per un governo con «pieni poteri», mentre in questi giorni il segretario del Pd non ha affatto cercato un accordo politico esplicito con le forze politiche che si dichiaravano disponibili a parlarne, limitandosi invece a cercare un "non impedimento" alla nascita di un governo monocolore Pd-Sel, quindi esplicitamente "di minoranza", l'esatto opposto dell'obiettivo indicato dal capo dello Stato, e ostinandosi ad escludere una corresponsabilità di governo con il Pdl.
Cosa accadrà adesso? Bersani si presenterà al Quirinale con pochi numeri e con molte «valutazioni» sulle forze politiche che alla fine, messe di fronte alla scelta concreta, dovrebbero assumersi la responsabilità di «non ostacolare» il governo del "cambiamento" che ha in mente, con una lista di ministri sul modello Grasso-Boldrini. Ma al presidente Napolitano non basterà la "supercazzola", una vaga ipotesi di governo «della non-sfiducia», che dovrebbe nascere e sopravvivere qualche mese sull'eventualità che singoli senatori escano dall'aula per abbassare il numero legale. Almeno non senza un accordo politico esplicito in tal senso. In assenza di numeri certi e accordi espliciti, non permetterà al segretario del Pd di presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia.
Ormai chiusa a suon di insulti la via Grillo, resta la possibilità, a cui probabilmente dietro le quinte i pontieri di Pd e Pdl - nolente Bersani - stanno lavorando, di un voto favorevole da parte dei senatori del neo gruppo di Miccichè, e magari anche della Lega, con l'uscita dall'aula di alcuni del Pdl. Lo schema della "non-sfiducia", insomma, che dovrebbe pur sempre passare attraverso un accordo politico diretto con Berlusconi: se «scambi» non sono ipotizzabili tra governo e presidenza della Repubblica, almeno un «nome di garanzia» per il Quirinale dovrà uscire entro venerdì mattina, e l'ipotesi della presidenza di una Convenzione per le riforme al Pdl. Si tratterebbe comunque, per il Pd, di ufficializzare un accordo con il giaguaro e mettersi nelle sue mani per quanto riguarda la sopravvivenza del governo.
Il presidente Napolitano si trova nella condizione di aver fatto provare Bersani, il candidato-premier della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi al Senato e relativa alla Camera. Se dovesse certificare il suo fallimento, sarebbe pienamente legittimato, anche politicamente oltre che dalla Costituzione, a tentare la strada di un cosiddetto "governo del presidente". Incaricando una personalità di sua fiducia di formare un governo in grado di ottenere il sostegno esplicito di Pd, Pdl e Scelta Civica, senza che i "nemici" siano vincolati da scomodi accordi politici tra di loro. In questo scenario, il patto, l'impegno, ciascun partito lo assumerebbe direttamente con il presidente e il suo premier.
Qualsiasi ipotesi, tuttavia, com'è facile intuire, rischia di spaccare seriamente il Pd, dal momento che una forma di coesistenza e di corresponsabilità con Berlusconi e il suo partito - nelle votazioni sui singoli provvedimenti, sulle riforme istituzionali e innanzitutto sul nome del nuovo capo dello Stato - sarebbe inevitabile. Il Pd non si salverebbe, insomma, dall'accusa di "inciucio" con quel giaguaro che avrebbe dovuto smacchiare per sempre.
Friday, March 22, 2013
Prosegue il braccio di ferro Napolitano-Bersani
Dunque, il presidente Napolitano ha deciso di attribuire a Bersani una sorta di "incarico esplorativo". Non è il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo. E' il capo della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e relativa al Senato incaricato di verificare «l'esistenza di un sostegno parlamentare certo». Napolitano è stato chiaro e rigoroso: al termine delle sue consultazioni, Bersani dovrà riferire l'esito della verifica al presidente, non potrà limitarsi a sciogliere la sua riserva per formare il governo. Nessun automatismo tra pre-incarico e nomina, insomma.
Politicamente, Bersani riceve un "incarico esplorativo" su una linea opposta a quella perseguita finora e sancita dall'ultima direzione Pd. Dovrà rivolgersi a tutte le forze parlamentari, e non solo al M5S, cercando non il via libera ad un governo di minoranza, ma «un sostegno parlamentare certo», che spetterà a lui dimostrare di avere, non in aula ma al cospetto del capo dello Stato prima di ricevere l'incarico vero e proprio.
Il governo non dev'essere per forza di "larghe intese" (anche se Napolitano insiste su questa formula, facendo capire di essere favorevole), ma non potrà nemmeno essere di minoranza. Dovrà avere un «sostegno parlamentare certo», non da cercare di volta in volta, provvedimento per provvedimento. Il che tenderebbe ad escludere il M5S e riaprire l'ipotesi di accordo con il Pdl, eventualità che nell'ultima direzione Pd era stata esclusa del tutto. Un mandato, dunque, che se Bersani dovesse portare avanti sui binari tracciati da Napolitano, rischia di spaccare il partito.
Vedremo ora come intenderà giocarsi questa partita. Di sicuro, il suo obiettivo è quello di ricevere l'incarico pieno e andarsi a cercare la fiducia in Parlamento, pronto anche ad andare a sbattere. Alle brutte, infatti, sarebbe comunque il nuovo premier dimissionario al posto di Monti e gestirebbe da Palazzo Chigi sia l'elezione del nuovo capo dello Stato sia l'eventuale ritorno alle urne. Questo l'obiettivo, ma certo i paletti posti da Napolitano sono piuttosto rigorosi. Molto dipenderà anche dai tempi. Qui siamo convinti che più tempo passa, e meno il presidente avrà margini per imbastire soluzioni alternative una volta fallito il tentativo di Bersani, il che potrebbe indurlo a passare prima del previsto la mano al suo successore, che molti nel Pd sperano meno propenso a insistere per scomodi governi di larghe intese e più incline a sciogliere le Camere.
Il presidente, specificando che Bersani dovrà «tornare a riferire appena possibile», è sembrato consapevole dell'importanza dei tempi. Ma preannunciando la consultazione anche delle forze sociali, il segretario del Pd ha fatto capire che si prenderà un bel po' di tempo, non certo 2-3 giorni.
Politicamente, Bersani riceve un "incarico esplorativo" su una linea opposta a quella perseguita finora e sancita dall'ultima direzione Pd. Dovrà rivolgersi a tutte le forze parlamentari, e non solo al M5S, cercando non il via libera ad un governo di minoranza, ma «un sostegno parlamentare certo», che spetterà a lui dimostrare di avere, non in aula ma al cospetto del capo dello Stato prima di ricevere l'incarico vero e proprio.
Il governo non dev'essere per forza di "larghe intese" (anche se Napolitano insiste su questa formula, facendo capire di essere favorevole), ma non potrà nemmeno essere di minoranza. Dovrà avere un «sostegno parlamentare certo», non da cercare di volta in volta, provvedimento per provvedimento. Il che tenderebbe ad escludere il M5S e riaprire l'ipotesi di accordo con il Pdl, eventualità che nell'ultima direzione Pd era stata esclusa del tutto. Un mandato, dunque, che se Bersani dovesse portare avanti sui binari tracciati da Napolitano, rischia di spaccare il partito.
Vedremo ora come intenderà giocarsi questa partita. Di sicuro, il suo obiettivo è quello di ricevere l'incarico pieno e andarsi a cercare la fiducia in Parlamento, pronto anche ad andare a sbattere. Alle brutte, infatti, sarebbe comunque il nuovo premier dimissionario al posto di Monti e gestirebbe da Palazzo Chigi sia l'elezione del nuovo capo dello Stato sia l'eventuale ritorno alle urne. Questo l'obiettivo, ma certo i paletti posti da Napolitano sono piuttosto rigorosi. Molto dipenderà anche dai tempi. Qui siamo convinti che più tempo passa, e meno il presidente avrà margini per imbastire soluzioni alternative una volta fallito il tentativo di Bersani, il che potrebbe indurlo a passare prima del previsto la mano al suo successore, che molti nel Pd sperano meno propenso a insistere per scomodi governi di larghe intese e più incline a sciogliere le Camere.
Il presidente, specificando che Bersani dovrà «tornare a riferire appena possibile», è sembrato consapevole dell'importanza dei tempi. Ma preannunciando la consultazione anche delle forze sociali, il segretario del Pd ha fatto capire che si prenderà un bel po' di tempo, non certo 2-3 giorni.
Thursday, March 21, 2013
La distrazione di massa dai veri costi della politica
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Ben vengano i tagli alle retribuzioni dei presidenti delle Camere e dei parlamentari, naturalmente, e con essi il taglio agli sprechi, sperando che questa volta non si tratti solo di parole ma si passi ai fatti. Non possono che destare preoccupazione, tuttavia, i segni di una certa deriva "impiegatizia" del lavoro dei parlamentari che ci sembra di cogliere nelle parole dei neo presidenti Boldrini e Grasso, che in alcune loro uscite mostrano anche di non aver ben inquadrato la natura della loro carica istituzionale. Fin dai loro discorsi di insediamento hanno mostrato intenti "programmatici" più appropriati a un ministro che non al presidente di un'assemblea elettiva. Propositi confermati in un'intervista al settimanale L'Espresso dal presidente del Senato Grasso: «Giustizia e cambiamento sono le linee guida del mio lavoro. Corruzione, falso in bilancio, voto di scambio e nuove forme di riciclaggio: sono queste le priorità, per tutti». Anche l'intenzione proclamata dalla presidente Boldrini di «stare il più possibile fuori dal Palazzo e farmi carico dei problemi dei cittadini» non lascia presagire nulla di buono: Camera e Senato hanno bisogno non di presidenti in gita (o campagna?) permanente, non di promoter di se stessi, ma di manager il più possibile presenti, e capaci di farle funzionare.
Il solo parlare di "stipendio" è scorretto, fuorviante. Gli emolumenti di deputati e senatori, così come dei loro presidenti, sono costituiti infatti di più voci: indennità parlamentare, ma anche diaria e rimborso delle spese per l'esercizio del mandato. A cui si aggiungono varie indennità di carica e di funzione a seconda che ricoprano anche i ruoli di presidente, vicepresidente, questore, segretario d'aula, capogruppo, presidente e vicepresidente di commissioni. Dunque, quando l'altra sera, a Ballarò, Boldrini e Grasso hanno annunciato di essersi «tagliati lo stipendio» del 30%, hanno in qualche modo disinformato, se non ingannato i telespettatori. Il taglio finora deciso, infatti, riguarda le loro indennità d'ufficio, cioè una parte "accessoria" del loro "stipendio". Il taglio del 30% della sola indennità da presidenti delle Camere corrisponde infatti a circa il 7% del totale delle loro entrate mensili.
Se gli emolumenti dei parlamentari non si chiamano «stipendio» un motivo c'è. Perché il loro, piaccia o meno, non è un lavoro, com'è invece quello di un impiegato o di un operaio. La loro è una funzione. E si parla di «indennità» proprio perché si presuppone che l'esercizio di tale funzione sottragga loro del tempo per l'attività lavorativa e, quindi, dei guadagni. La loro funzione è quella di rappresentare i cittadini in Parlamento e non può essere misurata con il numero di ore lavorate, a cui corrisponde uno "stipendio". Viene valutata politicamente dagli elettori.
Un altro segno della deriva "impiegatizia" sta in un'altra uscita piuttosto demagogica dei due neo presidenti delle Camere, che hanno più volte dichiarato di voler far lavorare deputati e senatori per 5 giorni su 7. «Una più alta produttività, le ore di lavoro settimanali devono passare da 48 a 96, lavorando dal lunedì al venerdì, e si potrebbe fare anche di più», è l'impegno assunto dalla presidente Boldrini. Ma è assurdo misurare la produttività del Parlamento con il monte ore lavorate, come si farebbe per un impiegato o un operaio. Innanzitutto, Boldrini e Grasso sembrano ignorare che se il Parlamento lavora per più ore, i costi di struttura non diminuiscono, ma aumentano, anche considerevolmente. Basti pensare alle utenze e alle spese per il personale che assiste i parlamentari nel loro lavoro, dai consulenti legislativi ai commessi. Ore e ore di straordinari.
Altro che 5 giorni su 7. Il Parlamento dovrebbe lavorare/legiferare meno e meglio, laddove meglio significa innanzitutto in tempi più rapidi, che presupporrebbero modifiche costituzionali e dei regolamenti parlamentari a cui da sempre si oppongono i custodi di una concezione parlamentarista e assemblearista della democrazia rappresentativa.
Alla base di certe uscite demagogiche, purtroppo, c'è una malintesa idea, di tipo appunto "impiegatizio", dei costi della politica. E' senz'altro doveroso ridurre, riallineandoli agli standard degli altri maggiori paesi europei, gli emolumenti dei parlamentari, dimezzare il numero di deputati e senatori, così come dei membri di tutte le assemblee legislative, e magari anche sostituire il Senato con una Camera delle Regioni.
Ma i veri costi della politica, quelli rilevanti come dimensioni rispetto all'intera spesa pubblica, quelli che tarpano le ali all'economia del nostro paese, sono quelli che mantengono una casta improduttiva e parassitaria molto più ampia dei mille parlamentari, rendendo la vita quasi impossibile, ormai, ai ceti produttivi. I veri costi della politica stanno nell'incapacità delle istituzioni di prendere decisioni in tempi utili. Stanno nella sovraproduzione normativa, e in una macchina statale ipertrofica - che necessita di sempre maggiori risorse non già per funzionare, ma solo per la propria sopravvivenza - che aggravano l'oppressione burocratica e fiscale. Stanno nelle società partecipate che gestiscono i servizi pubblici locali (acqua compresa!), imbottite di politici, loro parenti, amici degli amici eccetera. Stanno nella malagestione della sanità pubblica, per cui la stessa siringa può costare in una regione dieci volte tanto che in un'altra. Stanno in tutti i fondi e sussidi elargiti dai politici alle loro clientele nelle forme più disparate, e sempre con la scusa di favorire lo sviluppo.
Ed è qui la contraddizione di fondo di movimenti come quello di Grillo: sono contro i partiti, vogliono estirpare la corruzione, la malapolitica, ma allo stesso tempo chiedono più Stato, più "pubblico", in tutti gli ambiti (acqua pubblica!), il che inevitabilmente significa più potere ai politici, ai partiti, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.
Ben vengano i tagli alle retribuzioni dei presidenti delle Camere e dei parlamentari, naturalmente, e con essi il taglio agli sprechi, sperando che questa volta non si tratti solo di parole ma si passi ai fatti. Non possono che destare preoccupazione, tuttavia, i segni di una certa deriva "impiegatizia" del lavoro dei parlamentari che ci sembra di cogliere nelle parole dei neo presidenti Boldrini e Grasso, che in alcune loro uscite mostrano anche di non aver ben inquadrato la natura della loro carica istituzionale. Fin dai loro discorsi di insediamento hanno mostrato intenti "programmatici" più appropriati a un ministro che non al presidente di un'assemblea elettiva. Propositi confermati in un'intervista al settimanale L'Espresso dal presidente del Senato Grasso: «Giustizia e cambiamento sono le linee guida del mio lavoro. Corruzione, falso in bilancio, voto di scambio e nuove forme di riciclaggio: sono queste le priorità, per tutti». Anche l'intenzione proclamata dalla presidente Boldrini di «stare il più possibile fuori dal Palazzo e farmi carico dei problemi dei cittadini» non lascia presagire nulla di buono: Camera e Senato hanno bisogno non di presidenti in gita (o campagna?) permanente, non di promoter di se stessi, ma di manager il più possibile presenti, e capaci di farle funzionare.
Il solo parlare di "stipendio" è scorretto, fuorviante. Gli emolumenti di deputati e senatori, così come dei loro presidenti, sono costituiti infatti di più voci: indennità parlamentare, ma anche diaria e rimborso delle spese per l'esercizio del mandato. A cui si aggiungono varie indennità di carica e di funzione a seconda che ricoprano anche i ruoli di presidente, vicepresidente, questore, segretario d'aula, capogruppo, presidente e vicepresidente di commissioni. Dunque, quando l'altra sera, a Ballarò, Boldrini e Grasso hanno annunciato di essersi «tagliati lo stipendio» del 30%, hanno in qualche modo disinformato, se non ingannato i telespettatori. Il taglio finora deciso, infatti, riguarda le loro indennità d'ufficio, cioè una parte "accessoria" del loro "stipendio". Il taglio del 30% della sola indennità da presidenti delle Camere corrisponde infatti a circa il 7% del totale delle loro entrate mensili.
Se gli emolumenti dei parlamentari non si chiamano «stipendio» un motivo c'è. Perché il loro, piaccia o meno, non è un lavoro, com'è invece quello di un impiegato o di un operaio. La loro è una funzione. E si parla di «indennità» proprio perché si presuppone che l'esercizio di tale funzione sottragga loro del tempo per l'attività lavorativa e, quindi, dei guadagni. La loro funzione è quella di rappresentare i cittadini in Parlamento e non può essere misurata con il numero di ore lavorate, a cui corrisponde uno "stipendio". Viene valutata politicamente dagli elettori.
Un altro segno della deriva "impiegatizia" sta in un'altra uscita piuttosto demagogica dei due neo presidenti delle Camere, che hanno più volte dichiarato di voler far lavorare deputati e senatori per 5 giorni su 7. «Una più alta produttività, le ore di lavoro settimanali devono passare da 48 a 96, lavorando dal lunedì al venerdì, e si potrebbe fare anche di più», è l'impegno assunto dalla presidente Boldrini. Ma è assurdo misurare la produttività del Parlamento con il monte ore lavorate, come si farebbe per un impiegato o un operaio. Innanzitutto, Boldrini e Grasso sembrano ignorare che se il Parlamento lavora per più ore, i costi di struttura non diminuiscono, ma aumentano, anche considerevolmente. Basti pensare alle utenze e alle spese per il personale che assiste i parlamentari nel loro lavoro, dai consulenti legislativi ai commessi. Ore e ore di straordinari.
Altro che 5 giorni su 7. Il Parlamento dovrebbe lavorare/legiferare meno e meglio, laddove meglio significa innanzitutto in tempi più rapidi, che presupporrebbero modifiche costituzionali e dei regolamenti parlamentari a cui da sempre si oppongono i custodi di una concezione parlamentarista e assemblearista della democrazia rappresentativa.
Alla base di certe uscite demagogiche, purtroppo, c'è una malintesa idea, di tipo appunto "impiegatizio", dei costi della politica. E' senz'altro doveroso ridurre, riallineandoli agli standard degli altri maggiori paesi europei, gli emolumenti dei parlamentari, dimezzare il numero di deputati e senatori, così come dei membri di tutte le assemblee legislative, e magari anche sostituire il Senato con una Camera delle Regioni.
Ma i veri costi della politica, quelli rilevanti come dimensioni rispetto all'intera spesa pubblica, quelli che tarpano le ali all'economia del nostro paese, sono quelli che mantengono una casta improduttiva e parassitaria molto più ampia dei mille parlamentari, rendendo la vita quasi impossibile, ormai, ai ceti produttivi. I veri costi della politica stanno nell'incapacità delle istituzioni di prendere decisioni in tempi utili. Stanno nella sovraproduzione normativa, e in una macchina statale ipertrofica - che necessita di sempre maggiori risorse non già per funzionare, ma solo per la propria sopravvivenza - che aggravano l'oppressione burocratica e fiscale. Stanno nelle società partecipate che gestiscono i servizi pubblici locali (acqua compresa!), imbottite di politici, loro parenti, amici degli amici eccetera. Stanno nella malagestione della sanità pubblica, per cui la stessa siringa può costare in una regione dieci volte tanto che in un'altra. Stanno in tutti i fondi e sussidi elargiti dai politici alle loro clientele nelle forme più disparate, e sempre con la scusa di favorire lo sviluppo.
Ed è qui la contraddizione di fondo di movimenti come quello di Grillo: sono contro i partiti, vogliono estirpare la corruzione, la malapolitica, ma allo stesso tempo chiedono più Stato, più "pubblico", in tutti gli ambiti (acqua pubblica!), il che inevitabilmente significa più potere ai politici, ai partiti, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.
Friday, March 15, 2013
"Smacchiato" il piano di Bersani
Anche su Notapolitica
Le ripetute fumate nere per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno "smacchiato" il piano di Bersani. Come previsto, i grillini si sono rivelati non integrabili: non sono disposti ad alcun accordo sui presidenti delle Camere, figuriamoci per una maggioranza di governo. Se ne restano seduti in aula a votare i propri candidati in un esercizio di autismo politico.
La carta di riserva che il Pd avrebbe in mente di giocare sarebbe quella di un accordo con Scelta Civica per eleggere un Franceschini alla Camera e un montiano al Senato. Ma è chiaro che senza coinvolgimento del Pdl, come premessa almeno di un tentativo di formare un governo di larghe intese e di una scelta condivisa per il successore di Napolitano al Colle, nemmeno Monti avrebbe alcuna convenienza (oltre alla poltrona, che già ha). I montiani infatti vogliono scongiurare il ritorno al voto e un accordo Pd-Scelta Civica per la presidenza delle due Camere che escludesse il Pdl, e non preludesse quindi alle larghe intese, non avrebbe i numeri per evitare elezioni già a giugno.
Il guaio è che il Pd sembra persistere in uno stato confusionale o di negazione del risultato elettorale, da cui non è uscito con i numeri sufficienti per poter escludere il Pdl da tutti i giochi. Ma piuttosto che rivedere il progetto di "conventio ad excludendum" ai danni del centrodestra, Bersani preferisce il voto a giugno e nessuno dei suoi ha ancora avuto il sussulto di dignità di chiamargli un'ambulanza.
Come ampiamente previsto, alla prima verifica la linea di coinvolgimento del M5S è naufragata ed è ovvio che, permanendo la totale preclusione del Pd nei confronti del Pdl, Bersani sta di fatto scegliendo il voto a giugno, probabilmente pensando in questo modo di evitare nuove primarie ed essere ancora lui il candidato del centrosinistra. Un azzardo totale, a conferma del rischiosissimo "all-in" di cui abbiamo parlato giorni fa su Notapolitica. Gli elettori, infatti, potrebbero farsi convincere dallo stallo che si è verificato ad abbandonare Grillo e tornare a votare Pd, ma potrebbero anche, dinanzi all'ostinazione e all'arroganza di Bersani, perseverare tentati dalla spallata finale ai vecchi e rissosi partiti. Un vero e proprio salto nel buio, a cui Bersani ci condannerebbe come paese solo perché non vuole nemmeno saperne di prendere atto dei numeri veri e di mollare la "ditta" a Renzi.
Le ripetute fumate nere per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno "smacchiato" il piano di Bersani. Come previsto, i grillini si sono rivelati non integrabili: non sono disposti ad alcun accordo sui presidenti delle Camere, figuriamoci per una maggioranza di governo. Se ne restano seduti in aula a votare i propri candidati in un esercizio di autismo politico.
La carta di riserva che il Pd avrebbe in mente di giocare sarebbe quella di un accordo con Scelta Civica per eleggere un Franceschini alla Camera e un montiano al Senato. Ma è chiaro che senza coinvolgimento del Pdl, come premessa almeno di un tentativo di formare un governo di larghe intese e di una scelta condivisa per il successore di Napolitano al Colle, nemmeno Monti avrebbe alcuna convenienza (oltre alla poltrona, che già ha). I montiani infatti vogliono scongiurare il ritorno al voto e un accordo Pd-Scelta Civica per la presidenza delle due Camere che escludesse il Pdl, e non preludesse quindi alle larghe intese, non avrebbe i numeri per evitare elezioni già a giugno.
Il guaio è che il Pd sembra persistere in uno stato confusionale o di negazione del risultato elettorale, da cui non è uscito con i numeri sufficienti per poter escludere il Pdl da tutti i giochi. Ma piuttosto che rivedere il progetto di "conventio ad excludendum" ai danni del centrodestra, Bersani preferisce il voto a giugno e nessuno dei suoi ha ancora avuto il sussulto di dignità di chiamargli un'ambulanza.
Come ampiamente previsto, alla prima verifica la linea di coinvolgimento del M5S è naufragata ed è ovvio che, permanendo la totale preclusione del Pd nei confronti del Pdl, Bersani sta di fatto scegliendo il voto a giugno, probabilmente pensando in questo modo di evitare nuove primarie ed essere ancora lui il candidato del centrosinistra. Un azzardo totale, a conferma del rischiosissimo "all-in" di cui abbiamo parlato giorni fa su Notapolitica. Gli elettori, infatti, potrebbero farsi convincere dallo stallo che si è verificato ad abbandonare Grillo e tornare a votare Pd, ma potrebbero anche, dinanzi all'ostinazione e all'arroganza di Bersani, perseverare tentati dalla spallata finale ai vecchi e rissosi partiti. Un vero e proprio salto nel buio, a cui Bersani ci condannerebbe come paese solo perché non vuole nemmeno saperne di prendere atto dei numeri veri e di mollare la "ditta" a Renzi.
Thursday, November 29, 2012
Una ignobile marchetta al mondo arabo
Un'altra brutta, ignobile pagina di politica estera (dopo l'incredibile vicenda dei due marò, da ben 288 giorni prigionieri e sotto processo in India, con il nostro governo incapace di muovere un dito!) è quella che ci regalano il presidente Napolitano, il premier Monti, e il ministro degli esteri Terzi schierando l'Italia a favore della risoluzione che riconosce alla Palestina, o meglio all'Anp, lo status di «stato non membro osservatore permanente» all'Onu.
Una posizione che lungi dal favorire il processo di pace, lo indebolisce, aumentando le tensioni diplomatiche e ponendo le premesse per ulteriori rivendicazioni che alimenteranno gli estremismi. Questo voto, infatti, rappresenta - e così lo presenteranno i palestinesi e i paesi arabi - una "validazione" de facto da parte della comunità internazionale dei confini pre-1967. Riconoscendo all'Anp lo status di "Stato", seppure non membro, l'Onu ne riconosce implicitamente il territorio, quindi i confini, su iniziativa unilaterale dei palestinesi. Il che rende praticamente carta straccia gli accordi di Oslo (quelli che Hamas disconosce e che il nuovo Egitto dei Fratelli musulmani non vede l'ora di poter disconoscere), secondo cui uno Stato di Palestina sarebbe dovuto nascere a seguito di negoziati bilaterali.
Attenzione, questo è un punto fondamentale: perché il territorio, i confini, la statualità, sono le uniche merci di scambio che Israele può offrire in cambio di pace, della fine delle minacce alla sua esistenza. Se la questione dello Stato palestinese e del suo territorio viene risolta prima, o quanto meno "pregiudicata", al di fuori di un negoziato bilaterale, si toglie a Israele l'unica arma negoziale per ottenere la pace. Ecco perché si tratta di un voto profondamente anti-israeliano e chi ai vertici delle nostre istituzioni non lo capisce è o incompetente o in malafede.
Inoltre, un governo che volesse rilanciare il processo di pace non premierebbe con un tale riconoscimento i palestinesi, che per quattro anni si sono rifiutati di riaprire i negoziati con Israele. Per non parlare, poi, delle iniziative che potrebbe avviare l'Anp presso l'Onu grazie al nuovo status, tanto che lo stesso governo Monti ha chiesto ad Abbas di «astenersi dall'utilizzare l'odierno voto dell'Assemblea generale per ottenere l'accesso ad altre agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo». Raccomandazione indicativa di come i palestinesi tenteranno di strumentalizzare il voto di oggi.
«Siamo molto delusi dalla decisione dell'Italia», è stata la reazione dell'ambasciata israeliana a Roma. Nel comunicato del governo naturalmente si spiega la decisione con la volontà di «rilanciare il processo di pace», la soluzione "due stati per due popoli", ma la geografia del voto rivela le motivazioni reali. L'Italia ha votato sì insieme agli altri paesi europei del Mediterraneo, mentre contro si sono schierati Usa, Canada, Gran Bretagna e Germania. E' evidente, quindi, che il vero scopo è accattivarsi le simpatie dei paesi arabi, vicini dell'altra sponda del Mediterraneo, contro il diritto di Israele all'autodifesa, contro la pace, la giustizia e i diritti umani degli stessi palestinesi e degli altri cittadini del mondo arabo.
Non meno grave, dal punto di vista istituzionale, che un governo tecnico, nato per far fronte ad un'emergenza finanziaria, ribalti la politica mediorientale italiana senza il pronunciamento del Parlamento che l'ha espressa non dieci anni fa, ma in questa stessa legislatura.
Una posizione che lungi dal favorire il processo di pace, lo indebolisce, aumentando le tensioni diplomatiche e ponendo le premesse per ulteriori rivendicazioni che alimenteranno gli estremismi. Questo voto, infatti, rappresenta - e così lo presenteranno i palestinesi e i paesi arabi - una "validazione" de facto da parte della comunità internazionale dei confini pre-1967. Riconoscendo all'Anp lo status di "Stato", seppure non membro, l'Onu ne riconosce implicitamente il territorio, quindi i confini, su iniziativa unilaterale dei palestinesi. Il che rende praticamente carta straccia gli accordi di Oslo (quelli che Hamas disconosce e che il nuovo Egitto dei Fratelli musulmani non vede l'ora di poter disconoscere), secondo cui uno Stato di Palestina sarebbe dovuto nascere a seguito di negoziati bilaterali.
Attenzione, questo è un punto fondamentale: perché il territorio, i confini, la statualità, sono le uniche merci di scambio che Israele può offrire in cambio di pace, della fine delle minacce alla sua esistenza. Se la questione dello Stato palestinese e del suo territorio viene risolta prima, o quanto meno "pregiudicata", al di fuori di un negoziato bilaterale, si toglie a Israele l'unica arma negoziale per ottenere la pace. Ecco perché si tratta di un voto profondamente anti-israeliano e chi ai vertici delle nostre istituzioni non lo capisce è o incompetente o in malafede.
Inoltre, un governo che volesse rilanciare il processo di pace non premierebbe con un tale riconoscimento i palestinesi, che per quattro anni si sono rifiutati di riaprire i negoziati con Israele. Per non parlare, poi, delle iniziative che potrebbe avviare l'Anp presso l'Onu grazie al nuovo status, tanto che lo stesso governo Monti ha chiesto ad Abbas di «astenersi dall'utilizzare l'odierno voto dell'Assemblea generale per ottenere l'accesso ad altre agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo». Raccomandazione indicativa di come i palestinesi tenteranno di strumentalizzare il voto di oggi.
«Siamo molto delusi dalla decisione dell'Italia», è stata la reazione dell'ambasciata israeliana a Roma. Nel comunicato del governo naturalmente si spiega la decisione con la volontà di «rilanciare il processo di pace», la soluzione "due stati per due popoli", ma la geografia del voto rivela le motivazioni reali. L'Italia ha votato sì insieme agli altri paesi europei del Mediterraneo, mentre contro si sono schierati Usa, Canada, Gran Bretagna e Germania. E' evidente, quindi, che il vero scopo è accattivarsi le simpatie dei paesi arabi, vicini dell'altra sponda del Mediterraneo, contro il diritto di Israele all'autodifesa, contro la pace, la giustizia e i diritti umani degli stessi palestinesi e degli altri cittadini del mondo arabo.
Non meno grave, dal punto di vista istituzionale, che un governo tecnico, nato per far fronte ad un'emergenza finanziaria, ribalti la politica mediorientale italiana senza il pronunciamento del Parlamento che l'ha espressa non dieci anni fa, ma in questa stessa legislatura.
Friday, October 12, 2012
Con le preferenze l'inganno raddoppia: c'è ma non si vede
Anche su L'Opinione
Sembra un successo politico per il Pdl l'adozione della sua proposta di riforma elettorale come testo base in Commissione Affari costituzionali al Senato, per di più con la risurrezione, per l'occasione, della vecchia alleanza, CdL (con Casini e Fini) più Lega, e l'apparente isolamento di Pd e Idv. E' invece l'ennesimo atto di autolesionismo di un partito prossimo al suicidio per la sua stupidità politica, prim'ancora che per gli scandali. Tempo per rimediare ce ne sarebbe, l'iter parlamentare è appena all'inizio, a patto di accorgersi dell'errore.
A ben vedere, infatti, senza votare il testo base il Pd incassa il premio di maggioranza alla coalizione (preferito rispetto al partito), seppure ridotto al 12,5%. D'ora in avanti, quindi, potrà sia continuare a trattare per un premio più consistente e i collegi, sia lucrare politicamente sul ritorno alle preferenze, che nell'arco di pochi mesi, dopo i casi Fiorito nel Lazio e Zambetti in Lombardia, sono passate da un'estrema popolarità, come antidoto all'odiato porcellum, all'impopolarità in quanto strumento criminale della 'ndrangheta e del clientelismo.
Oltre alla follia di farsi alfiere delle preferenze proprio nel momento in cui le cronache ricordano all'opinione pubblica tutto il marcio che sono capaci di tirar fuori, con questo testo (il modello greco!) il Pdl cancella la novità sistemica rappresentata dall'ingresso in politica di Berlusconi, il governo scelto dagli elettori, e contraddice lo spirito costitutivo di un partito unitario del centrodestra. Casini, infatti, fa bingo, conquistando con il 5-6% dei voti la golden share di qualsiasi governo e nel Pdl gli unici a poter festeggiare sono coloro che possono contare su una propria corrente, quindi soprattutto gli ex An. Se, dunque, le preferenze oggi servono ad evitare la scissione del partito, sono anche la migliore garanzia della sua ulteriore, rapida balcanizzazione immediatamente dopo il voto. E semmai il Pdl dovesse ripensarci, il Pd se ne intesterebbecomunque il merito. Un capolavoro, non c'è che dire.
Il fenomeno del Parlamento dei nominati va superato, non c'è dubbio, ma per non ricaderci sotto una forma ancor più subdola, occorre capire per quale motivo i vertici dei partiti vogliono mantenere il totale controllo sugli eletti: il guaio è che lo strumento della fiducia lega la sopravvivenza dei governi ai giochi e agli umori del Parlamento, nonostante da quasi vent'anni ormai i cittadini siano convinti di decidere nelle urne chi li dovrà governare. In poche parole, non c'è una piena separazione tra esecutivo e legislativo e ciò finisce per ledere l'indipendenza e il corretto funzionamento sia dell'uno che dell'altro potere. Controllando gli eletti, i partiti di maggioranza si sforzano di blindare la volontà degli elettori, quelli all'opposizione di ribaltarla.
Beninteso che nessun sistema è perfetto, alcuni mettono un freno al malcostume politico, altri lo alimentano esponenzialmente. Se il binomio collegio uninominale-primarie è l'unico modo per restituire davvero ai cittadini il potere di scegliersi i propri rappresentanti, le preferenze sono una truffa persino peggiore delle liste bloccate del vituperato porcellum. Soprattutto se corte, queste ultime consentono all'elettore di sapere in anticipo nomi e cognomi di chi contribuisce ad eleggere con il proprio voto. Esprimendo le sue preferenze, invece, si illude di scegliere, ma nel migliore dei casi gli eletti vengono decisi dai giochi tra le correnti, di cui è all'oscuro, nel peggiore il voto è inquinato dal clientelismo e dalla malavita. Poiché l'elettore non conosce i cavalli che il partito ha deciso di far correre per davvero nella sua circoscrizione, le preferenze "d'opinione" (che di media in pochissimi esprimono) si disperdono, e per garantirsi il seggio è sufficiente controllare/comprare qualche migliaio di voti, che non basterebbero, invece, in un collegio uninominale.
Sembra un successo politico per il Pdl l'adozione della sua proposta di riforma elettorale come testo base in Commissione Affari costituzionali al Senato, per di più con la risurrezione, per l'occasione, della vecchia alleanza, CdL (con Casini e Fini) più Lega, e l'apparente isolamento di Pd e Idv. E' invece l'ennesimo atto di autolesionismo di un partito prossimo al suicidio per la sua stupidità politica, prim'ancora che per gli scandali. Tempo per rimediare ce ne sarebbe, l'iter parlamentare è appena all'inizio, a patto di accorgersi dell'errore.
A ben vedere, infatti, senza votare il testo base il Pd incassa il premio di maggioranza alla coalizione (preferito rispetto al partito), seppure ridotto al 12,5%. D'ora in avanti, quindi, potrà sia continuare a trattare per un premio più consistente e i collegi, sia lucrare politicamente sul ritorno alle preferenze, che nell'arco di pochi mesi, dopo i casi Fiorito nel Lazio e Zambetti in Lombardia, sono passate da un'estrema popolarità, come antidoto all'odiato porcellum, all'impopolarità in quanto strumento criminale della 'ndrangheta e del clientelismo.
Oltre alla follia di farsi alfiere delle preferenze proprio nel momento in cui le cronache ricordano all'opinione pubblica tutto il marcio che sono capaci di tirar fuori, con questo testo (il modello greco!) il Pdl cancella la novità sistemica rappresentata dall'ingresso in politica di Berlusconi, il governo scelto dagli elettori, e contraddice lo spirito costitutivo di un partito unitario del centrodestra. Casini, infatti, fa bingo, conquistando con il 5-6% dei voti la golden share di qualsiasi governo e nel Pdl gli unici a poter festeggiare sono coloro che possono contare su una propria corrente, quindi soprattutto gli ex An. Se, dunque, le preferenze oggi servono ad evitare la scissione del partito, sono anche la migliore garanzia della sua ulteriore, rapida balcanizzazione immediatamente dopo il voto. E semmai il Pdl dovesse ripensarci, il Pd se ne intesterebbecomunque il merito. Un capolavoro, non c'è che dire.
Il fenomeno del Parlamento dei nominati va superato, non c'è dubbio, ma per non ricaderci sotto una forma ancor più subdola, occorre capire per quale motivo i vertici dei partiti vogliono mantenere il totale controllo sugli eletti: il guaio è che lo strumento della fiducia lega la sopravvivenza dei governi ai giochi e agli umori del Parlamento, nonostante da quasi vent'anni ormai i cittadini siano convinti di decidere nelle urne chi li dovrà governare. In poche parole, non c'è una piena separazione tra esecutivo e legislativo e ciò finisce per ledere l'indipendenza e il corretto funzionamento sia dell'uno che dell'altro potere. Controllando gli eletti, i partiti di maggioranza si sforzano di blindare la volontà degli elettori, quelli all'opposizione di ribaltarla.
Beninteso che nessun sistema è perfetto, alcuni mettono un freno al malcostume politico, altri lo alimentano esponenzialmente. Se il binomio collegio uninominale-primarie è l'unico modo per restituire davvero ai cittadini il potere di scegliersi i propri rappresentanti, le preferenze sono una truffa persino peggiore delle liste bloccate del vituperato porcellum. Soprattutto se corte, queste ultime consentono all'elettore di sapere in anticipo nomi e cognomi di chi contribuisce ad eleggere con il proprio voto. Esprimendo le sue preferenze, invece, si illude di scegliere, ma nel migliore dei casi gli eletti vengono decisi dai giochi tra le correnti, di cui è all'oscuro, nel peggiore il voto è inquinato dal clientelismo e dalla malavita. Poiché l'elettore non conosce i cavalli che il partito ha deciso di far correre per davvero nella sua circoscrizione, le preferenze "d'opinione" (che di media in pochissimi esprimono) si disperdono, e per garantirsi il seggio è sufficiente controllare/comprare qualche migliaio di voti, che non basterebbero, invece, in un collegio uninominale.
Tuesday, July 31, 2012
Un'altra vittima di un sistema impazzito
Piange lacrime di coccodrillo oggi chi ha contribuito ad affossare il tema delle intercettazioni
Depositato alla Consulta il ricorso del capo dello Stato per conflitto di attribuzioni sollevato contro la Procura di Palermo, in merito all'uso delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del presidente Napolitano nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, e celebrati i funerali di un leale servitore dello Stato, il consigliere del Quirinale Loris D'Ambrosio, stroncato da un infarto giovedì scorso, appare sempre più diffusa la convinzione, anche ai vertici delle istituzioni e nell'opinione di chi "fa opinione", che la giustizia italiana sia ormai un sistema impazzito, al di fuori di qualsiasi controllo. Una realtà, se non riconosciuta, quanto meno oggi percepita più di quanto si fosse disposti ad ammettere quando al governo c'era Berlusconi. Il ricorso alle intercettazioni e la facilità con cui finiscono sui giornali, diventando armi improprie di lotta politica, l'uso distorto della carcerazione preventiva, il protagonismo mediatico di alcuni magistrati, sono solo alcune delle più evidenti anomalie.
Non qualche provocatore o agitatore liberale, ma il presidente della Repubblica, nel comunicato in cui ha reso nota la scomparsa del suo braccio destro, e il ministro della giustizia, in occasione dell'estremo saluto, hanno esplicitamente messo in relazione la morte di D'Ambrosio, l'improvviso cedimento del suo cuore, con i sospetti gettati su di lui dalle intercettazioni disposte dai pm palermitani, finite in qualche modo sui giornali, e con l'aggressiva campagna mediatica che ne è seguita. Insomma, l'atroce dubbio che il cuore di D'Ambrosio non abbia retto a causa di accuse infamanti originate dall'uso improprio del potere giudiziario e del "quarto potere" è più che fondato, e coltivato presso le più alte cariche dello Stato.
(...)
Ad essere stritolato dal meccanismo mediatico-giudiziario questa volta non è il politico di dubbia reputazione, dalle frequentazioni ambigue, magari legato alla cerchia berlusconiana, o il cosiddetto "faccendiere". Tutt'altro: un leale funzionario e un magistrato dal limpido impegno antimafia... «Un uomo che ha sempre salvaguardato l'autonomia e l'indipendenza della magistratura», lo ricorda la pm di Milano Ilda Boccassini.
Insomma, il "sistema" non ha avuto pietà nemmeno di uno dei suoi difensori. Possiamo immaginare, infatti, quale ruolo decisivo abbia avuto D'Ambrosio, insieme agli altri consiglieri giuridici del Colle, Marra e Sechi, nel bloccare o far emendare riforme e leggi in tema di giustizia sgradite alla magistratura, in ossequio al totem dell'autonomia e dell'indipendenza, e a salvaguardia di quello stesso regime delle intercettazioni che si sarebbe così accanito contro di lui. Che beffa! Proprio il presidente Napolitano, che oggi scopre la barbarie del circuito mediatico-giudiziario che si innesca, ha contribuito in misura determinante, nell'estate del 2010, ad affossare l'ultimo tentativo di riformare le intercettazioni.
Mostrando inequivocabilmente di condividere i «punti critici» mossi alla legge uscita dal Senato, e anticipando che senza «modifiche adeguate» non l'avrebbe promulgata, si avvalse allora di una sorta di veto preventivo, quando la Costituzione attribuisce al capo dello Stato il potere di rinviare le leggi alle Camere, ma solo una volta approvate. Può darsi che quella legge non fosse perfetta, che rispondesse a interessi di parte, ma se il tema a cui oggi si imputa la morte di D'Ambrosio – quello dell'uso disinvolto delle intercettazioni e della loro divulgazione come arma di lotta politica – è scomparso dall'agenda parlamentare, ciò si deve in parte anche al Quirinale, nonché probabilmente all'operato di consigliere della vittima stessa, per la quale oggi si versano lacrime di coccodrillo.
Più volte il presidente Napolitano, nei suoi interventi in tema di giustizia, ha stigmatizzato eccessive esposizioni mediatiche ed atteggiamenti protagonistici dei magistrati, richiamandoli ad un'immagine di imparzialità in ogni momento, anche al di fuori delle loro funzioni e nell'esercizio del diritto di critica pubblica. E raccomandato un ricorso alle intercettazioni solo nei casi di «assoluta indispensabilità» e nel rispetto della riservatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio. Ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è stato latitante come i suoi predecessori. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.
(...)
Non c'è troppo da illudersi che il triste caso D'Ambrosio spinga davvero a intervenire sulla materia, lasciando da parte ogni tatticismo politico. Ma più che una nuova legge sulle intercettazioni – che comunque servirebbe, soprattutto per ridurne il numero ed evitare che escano dalle procure – occorrerebbe una riforma complessiva dell'ordinamento giudiziario...
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Depositato alla Consulta il ricorso del capo dello Stato per conflitto di attribuzioni sollevato contro la Procura di Palermo, in merito all'uso delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del presidente Napolitano nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, e celebrati i funerali di un leale servitore dello Stato, il consigliere del Quirinale Loris D'Ambrosio, stroncato da un infarto giovedì scorso, appare sempre più diffusa la convinzione, anche ai vertici delle istituzioni e nell'opinione di chi "fa opinione", che la giustizia italiana sia ormai un sistema impazzito, al di fuori di qualsiasi controllo. Una realtà, se non riconosciuta, quanto meno oggi percepita più di quanto si fosse disposti ad ammettere quando al governo c'era Berlusconi. Il ricorso alle intercettazioni e la facilità con cui finiscono sui giornali, diventando armi improprie di lotta politica, l'uso distorto della carcerazione preventiva, il protagonismo mediatico di alcuni magistrati, sono solo alcune delle più evidenti anomalie.
Non qualche provocatore o agitatore liberale, ma il presidente della Repubblica, nel comunicato in cui ha reso nota la scomparsa del suo braccio destro, e il ministro della giustizia, in occasione dell'estremo saluto, hanno esplicitamente messo in relazione la morte di D'Ambrosio, l'improvviso cedimento del suo cuore, con i sospetti gettati su di lui dalle intercettazioni disposte dai pm palermitani, finite in qualche modo sui giornali, e con l'aggressiva campagna mediatica che ne è seguita. Insomma, l'atroce dubbio che il cuore di D'Ambrosio non abbia retto a causa di accuse infamanti originate dall'uso improprio del potere giudiziario e del "quarto potere" è più che fondato, e coltivato presso le più alte cariche dello Stato.
(...)
Ad essere stritolato dal meccanismo mediatico-giudiziario questa volta non è il politico di dubbia reputazione, dalle frequentazioni ambigue, magari legato alla cerchia berlusconiana, o il cosiddetto "faccendiere". Tutt'altro: un leale funzionario e un magistrato dal limpido impegno antimafia... «Un uomo che ha sempre salvaguardato l'autonomia e l'indipendenza della magistratura», lo ricorda la pm di Milano Ilda Boccassini.
Insomma, il "sistema" non ha avuto pietà nemmeno di uno dei suoi difensori. Possiamo immaginare, infatti, quale ruolo decisivo abbia avuto D'Ambrosio, insieme agli altri consiglieri giuridici del Colle, Marra e Sechi, nel bloccare o far emendare riforme e leggi in tema di giustizia sgradite alla magistratura, in ossequio al totem dell'autonomia e dell'indipendenza, e a salvaguardia di quello stesso regime delle intercettazioni che si sarebbe così accanito contro di lui. Che beffa! Proprio il presidente Napolitano, che oggi scopre la barbarie del circuito mediatico-giudiziario che si innesca, ha contribuito in misura determinante, nell'estate del 2010, ad affossare l'ultimo tentativo di riformare le intercettazioni.
Mostrando inequivocabilmente di condividere i «punti critici» mossi alla legge uscita dal Senato, e anticipando che senza «modifiche adeguate» non l'avrebbe promulgata, si avvalse allora di una sorta di veto preventivo, quando la Costituzione attribuisce al capo dello Stato il potere di rinviare le leggi alle Camere, ma solo una volta approvate. Può darsi che quella legge non fosse perfetta, che rispondesse a interessi di parte, ma se il tema a cui oggi si imputa la morte di D'Ambrosio – quello dell'uso disinvolto delle intercettazioni e della loro divulgazione come arma di lotta politica – è scomparso dall'agenda parlamentare, ciò si deve in parte anche al Quirinale, nonché probabilmente all'operato di consigliere della vittima stessa, per la quale oggi si versano lacrime di coccodrillo.
Più volte il presidente Napolitano, nei suoi interventi in tema di giustizia, ha stigmatizzato eccessive esposizioni mediatiche ed atteggiamenti protagonistici dei magistrati, richiamandoli ad un'immagine di imparzialità in ogni momento, anche al di fuori delle loro funzioni e nell'esercizio del diritto di critica pubblica. E raccomandato un ricorso alle intercettazioni solo nei casi di «assoluta indispensabilità» e nel rispetto della riservatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio. Ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è stato latitante come i suoi predecessori. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.
(...)
Non c'è troppo da illudersi che il triste caso D'Ambrosio spinga davvero a intervenire sulla materia, lasciando da parte ogni tatticismo politico. Ma più che una nuova legge sulle intercettazioni – che comunque servirebbe, soprattutto per ridurne il numero ed evitare che escano dalle procure – occorrerebbe una riforma complessiva dell'ordinamento giudiziario...
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Wednesday, July 18, 2012
Una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul cinismo
La legge sembra dare ragione al presidente e torto ai magistrati di Palermo. (...) Tuttavia, uno scivoloso margine di ambiguità rende non del tutto privo di insidie, per il presidente, il ricorso alla Consulta. Le intercettazioni che lo riguardano sono casuali e non penalmente rilevanti, quindi il dissidio è procedurale: i pm avrebbero dovuto chiederne immediatamente la distruzione al gup, come sostiene il Quirinale, oppure la loro irrilevanza dev'essere comunque valutata dalle parti in udienza (il che rappresenterebbe già una forma di utilizzo), e solo dopo, eventualmente, dev'esserne deliberata dal gup la distruzione? L'appiglio, evidentemente, è al diritto della difesa di venire a conoscenza di materiale che potrebbe essere utile a scagionare l'imputato.
Ma la questione è soprattutto politica: l'uso anche questa volta strumentale delle intercettazioni "indirette". Dalle dichiarazioni dei pm palermitani, e dagli articoli del Fatto Quotidiano, si ha la sensazione che restino nel cassetto, quindi potenzialmente agli atti, per tenere sulle spine il presidente, per alimentare una campagna di stampa volta a delegittimarlo, introducendo nell'opinione pubblica il sospetto che il Quirinale abbia in qualche modo esercitato pressioni sui magistrati impegnati nell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia.
Strumentale però è anche la levata di scudi da parte dei grandi giornali (Corriere e la Repubblica). Per il presidente Napolitano vale il principio per cui è inaccettabile l'impoverimento delle prerogative dell'istituzione, mentre quando lo stesso uso delle intercettazioni "indirette" ha colpito i parlamentari, fino al capo del governo non solo è apparso accettabile l'attacco alle prerogative dell’istituzione – il Parlamento – ma quegli stessi giornali se ne sono cinicamente resi strumento e megafono. Allora c'era da abbattere Berlusconi e la sua maggioranza; oggi non sfugge che le intercettazioni nei cassetti dei pm di Palermo rischiano di indebolire il presidente Napolitano, e con lui l'operazione politica che ha portato Monti a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un Monti-bis.
Più volte sono state platealmente violate anche le prerogative dei parlamentari con l'escamotage delle intercettazioni "indirette", per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza (art. 68 Cost.), ma il Parlamento non è stato difeso (nemmeno dal presidente Napolitano oggi così solerte), né si è saputo difendere, quanto avrebbe dovuto.
Eppure, in due diverse sentenze della Consulta (2007 e 2010), rimaste di fatto inascoltate, si affronta proprio il tema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell’autorità giudiziaria, quando «attraverso la sottoposizione ad intercettazione di utenze telefoniche o luoghi appartenenti formalmente a terzi – ma che possono presumersi frequentati dal parlamentare – si intendano captare, in realtà, le comunicazioni di quest'ultimo». Se le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché – come è capitato – si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». Insomma, le leggi e le sentenze parlano chiaro. Il problema è che vengono aggirate dai magistrati e il sistema giudiziario non è in grado di sanzionare debitamente gli abusi.
E' in gioco la questione se la nostra debba essere una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul sospetto. "Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere" dai metodi di indagine anche i più invasivi è il ricatto che ogni dittatura pone a giustificazione del suo regime poliziesco. Ed è l'argomento che sentiamo ripetere a difesa dell'uso delle intercettazioni.
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Ma la questione è soprattutto politica: l'uso anche questa volta strumentale delle intercettazioni "indirette". Dalle dichiarazioni dei pm palermitani, e dagli articoli del Fatto Quotidiano, si ha la sensazione che restino nel cassetto, quindi potenzialmente agli atti, per tenere sulle spine il presidente, per alimentare una campagna di stampa volta a delegittimarlo, introducendo nell'opinione pubblica il sospetto che il Quirinale abbia in qualche modo esercitato pressioni sui magistrati impegnati nell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia.
Strumentale però è anche la levata di scudi da parte dei grandi giornali (Corriere e la Repubblica). Per il presidente Napolitano vale il principio per cui è inaccettabile l'impoverimento delle prerogative dell'istituzione, mentre quando lo stesso uso delle intercettazioni "indirette" ha colpito i parlamentari, fino al capo del governo non solo è apparso accettabile l'attacco alle prerogative dell’istituzione – il Parlamento – ma quegli stessi giornali se ne sono cinicamente resi strumento e megafono. Allora c'era da abbattere Berlusconi e la sua maggioranza; oggi non sfugge che le intercettazioni nei cassetti dei pm di Palermo rischiano di indebolire il presidente Napolitano, e con lui l'operazione politica che ha portato Monti a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un Monti-bis.
Più volte sono state platealmente violate anche le prerogative dei parlamentari con l'escamotage delle intercettazioni "indirette", per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza (art. 68 Cost.), ma il Parlamento non è stato difeso (nemmeno dal presidente Napolitano oggi così solerte), né si è saputo difendere, quanto avrebbe dovuto.
Eppure, in due diverse sentenze della Consulta (2007 e 2010), rimaste di fatto inascoltate, si affronta proprio il tema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell’autorità giudiziaria, quando «attraverso la sottoposizione ad intercettazione di utenze telefoniche o luoghi appartenenti formalmente a terzi – ma che possono presumersi frequentati dal parlamentare – si intendano captare, in realtà, le comunicazioni di quest'ultimo». Se le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché – come è capitato – si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». Insomma, le leggi e le sentenze parlano chiaro. Il problema è che vengono aggirate dai magistrati e il sistema giudiziario non è in grado di sanzionare debitamente gli abusi.
E' in gioco la questione se la nostra debba essere una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul sospetto. "Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere" dai metodi di indagine anche i più invasivi è il ricatto che ogni dittatura pone a giustificazione del suo regime poliziesco. Ed è l'argomento che sentiamo ripetere a difesa dell'uso delle intercettazioni.
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Monday, July 16, 2012
Intercettazioni, si sveglia Napolitano
Che la Procura di Palermo abbia finalmente trovato l'osso duro su cui spaccarsi i denti? Può darsi. L'iniziativa del presidente Napolitano, che ha deciso di sollevare presso la Corte costituzionale un conflitto tra poteri dello Stato riguardo alcune intercettazioni telefoniche che lo riguardano appare del tutto giustificata: «Le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il presidente della Repubblica, ancorché indirette od occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione».
Quella che si prevede in Costituzione per il capo dello Stato (art. 90) è un'immunità quasi totale: «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri». L'unico giudice del presidente è quindi il Parlamento, e solo «per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». E in effetti dall'art. 7 della legge di attuazione costituzionale 5 giugno 1989, n. 219, che disciplina le intercettazioni in caso di impeachment, sembrerebbe emergere una pressoché totale non intercettabilità, se non per reati "presidenziali" e nelle modalità previste.
Purtroppo però Napolitano non ha inteso difendere con la dovuta forza un'altra sua "prerogativa" ormai in disuso, quella di presidente del Csm, esercitando la quale potrebbe raddrizzare la pianta storta della magistratura, non limitandosi solo a conservare intatta la sua immunità.
Con la scusa delle intercettazioni «indirette», infatti, i magistrati hanno più volte violato anche le prerogative dei parlamentari. Sul tema l'art. 68 si esprime addirittura in modo esplicito, ma si è giocato sul carattere "indiretto", cioè su utenze telefoniche non appartenenti al parlamentare, e "occasionale" dell'intercettazione, per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza. E il Parlamento non è stato difeso, né si è difeso, quanto avrebbe dovuto.
Innanzitutto, la legge impone - per tutti - che le intercettazioni non penalmente rilevanti vengano distrutte, e non passate ai giornali. Inoltre, oggetto della garanzia costituzionale non sono semplicemente le utenze, ma le «comunicazioni» del parlamentare, su qualsiasi utenza o "media" vengano intercettate.
Il problema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell'autorità giudiziaria è stato già affrontato in due diverse sentenze (2007 e 2010) della Corte costituzionale, rimaste di fatto inascoltate. In breve, delle due l'una: o si scopre che le comunicazioni sono penalmente rilevanti, e allora l'intercettazione da quel momento non è più indiretta ma diventa "mirata", quindi va chiesta l'autorizzazione; oppure è irrilevante, quindi va distrutta senza poterne fare alcun uso. Se poi le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». In tutti i casi non va passata ai giornali.
Quella che si prevede in Costituzione per il capo dello Stato (art. 90) è un'immunità quasi totale: «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri». L'unico giudice del presidente è quindi il Parlamento, e solo «per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». E in effetti dall'art. 7 della legge di attuazione costituzionale 5 giugno 1989, n. 219, che disciplina le intercettazioni in caso di impeachment, sembrerebbe emergere una pressoché totale non intercettabilità, se non per reati "presidenziali" e nelle modalità previste.
Purtroppo però Napolitano non ha inteso difendere con la dovuta forza un'altra sua "prerogativa" ormai in disuso, quella di presidente del Csm, esercitando la quale potrebbe raddrizzare la pianta storta della magistratura, non limitandosi solo a conservare intatta la sua immunità.
Con la scusa delle intercettazioni «indirette», infatti, i magistrati hanno più volte violato anche le prerogative dei parlamentari. Sul tema l'art. 68 si esprime addirittura in modo esplicito, ma si è giocato sul carattere "indiretto", cioè su utenze telefoniche non appartenenti al parlamentare, e "occasionale" dell'intercettazione, per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza. E il Parlamento non è stato difeso, né si è difeso, quanto avrebbe dovuto.
Innanzitutto, la legge impone - per tutti - che le intercettazioni non penalmente rilevanti vengano distrutte, e non passate ai giornali. Inoltre, oggetto della garanzia costituzionale non sono semplicemente le utenze, ma le «comunicazioni» del parlamentare, su qualsiasi utenza o "media" vengano intercettate.
Il problema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell'autorità giudiziaria è stato già affrontato in due diverse sentenze (2007 e 2010) della Corte costituzionale, rimaste di fatto inascoltate. In breve, delle due l'una: o si scopre che le comunicazioni sono penalmente rilevanti, e allora l'intercettazione da quel momento non è più indiretta ma diventa "mirata", quindi va chiesta l'autorizzazione; oppure è irrilevante, quindi va distrutta senza poterne fare alcun uso. Se poi le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». In tutti i casi non va passata ai giornali.
Thursday, June 14, 2012
Svanito l'effetto-Monti, di nuovo rischio paralisi
Dalle comunicazioni del premier Monti alla Camera è emerso chiaramente che pur con tutti i mal di pancia i partiti sono ancora disposti a digerire di tutto. Il governo ha avuto finora, ma ha e avrà ancora, sulle politiche anti-crisi, la massima libertà di manovra. Peccato che si dimostri incapace di usarla. A ben vedere, infatti, a dispetto di facili luoghi comuni, piuttosto che scontrarsi con le lungaggini parlamentari e le resistenze di partiti e lobby, i provvedimenti e le riforme chiave sono usciti in ritardo e annacquati non già dal Parlamento, ma dal Consiglio dei ministri (liberalizzazioni e riforma del lavoro), o peggio non ne sono usciti affatto (dismissioni e tagli alla spesa). Insomma, il virus della paralisi è interno all'esecutivo tecnico così come era interno ai suoi predecessori.
Sia pure sobriamente e garbatamente il presidente del Consiglio ci ha provato a scaricare le colpe sui partiti, sulla lentezza del Parlamento, ma il segretario del Pdl Alfano gli ha ben risposto: assicurandolo che il sostegno dei partiti - con più o meno entusiasmo e convinzione, com'è ovvio, a seconda del singolo provvedimento - c'è stato, c'è, e ci sarà, ma facendo anche notare che «la macchina l'ha guidata Lei». La lentezza dell'iter parlamentare della riforma del lavoro, notoriamente decisiva per il giudizio dei mercati, si deve alla scelta del governo di non procedere per decreto (un favore al Pd). Monti ha usato tutti gli argomenti e gli alibi dell'odiato governo Berlusconi: l'Italia ha deficit, debito privato e tasso di disoccupazione più bassi degli altri paesi, e un sistema bancario più solido; il governo ha già fatto molto per la crescita (ma ci vuole tempo per i risultati), e bisogna mostrarsi uniti per non offrire il fianco ad osservatori esteri tutt'altro che ben disposti verso il nostro Paese.
Nelle parole del premier anche la conferma di una strategia tutta rivolta verso Bruxelles e rinunciataria sul fronte interno. Monti ha mostrato di sapere benissimo cosa chiedere all'Europa (e alla Merkel) - investimenti pubblici, Eurobond - ma di non avere le idee chiare su cosa fare in Italia. Nessuna indicazione precisa, infatti, sull'agenda dei prossimi mesi, ma solo la preghiera ai partiti di accelerare l'approvazione dei provvedimenti pendenti.
Niente alibi per Monti, dunque, il suo è ancora un mandato pieno. E' ancora saldamente al timone e pienamente responsabile della rotta. Ne sono consapevoli i più autorevoli osservatori esteri, anch'essi preoccupati nel vedere il professor Monti impegnato a cercare una scappatoia nella politica europea piuttosto che ad affrontare la sfida del cambiamento in Italia.
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Sia pure sobriamente e garbatamente il presidente del Consiglio ci ha provato a scaricare le colpe sui partiti, sulla lentezza del Parlamento, ma il segretario del Pdl Alfano gli ha ben risposto: assicurandolo che il sostegno dei partiti - con più o meno entusiasmo e convinzione, com'è ovvio, a seconda del singolo provvedimento - c'è stato, c'è, e ci sarà, ma facendo anche notare che «la macchina l'ha guidata Lei». La lentezza dell'iter parlamentare della riforma del lavoro, notoriamente decisiva per il giudizio dei mercati, si deve alla scelta del governo di non procedere per decreto (un favore al Pd). Monti ha usato tutti gli argomenti e gli alibi dell'odiato governo Berlusconi: l'Italia ha deficit, debito privato e tasso di disoccupazione più bassi degli altri paesi, e un sistema bancario più solido; il governo ha già fatto molto per la crescita (ma ci vuole tempo per i risultati), e bisogna mostrarsi uniti per non offrire il fianco ad osservatori esteri tutt'altro che ben disposti verso il nostro Paese.
Nelle parole del premier anche la conferma di una strategia tutta rivolta verso Bruxelles e rinunciataria sul fronte interno. Monti ha mostrato di sapere benissimo cosa chiedere all'Europa (e alla Merkel) - investimenti pubblici, Eurobond - ma di non avere le idee chiare su cosa fare in Italia. Nessuna indicazione precisa, infatti, sull'agenda dei prossimi mesi, ma solo la preghiera ai partiti di accelerare l'approvazione dei provvedimenti pendenti.
Niente alibi per Monti, dunque, il suo è ancora un mandato pieno. E' ancora saldamente al timone e pienamente responsabile della rotta. Ne sono consapevoli i più autorevoli osservatori esteri, anch'essi preoccupati nel vedere il professor Monti impegnato a cercare una scappatoia nella politica europea piuttosto che ad affrontare la sfida del cambiamento in Italia.
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Wednesday, June 13, 2012
La giornata: Monti prova a mettere in riga i partiti ma Wsj e Ft mettono in riga lui
Mentre non si placano le tensioni sui mercati, con il rendimento del Btp a 10 anni ben al di sopra del 6%, ieri sera incontrando ABC e stamattina alla Camera Monti ha cercato di mettere in riga i partiti, ma nel frattempo Wall Street Journal e Financial Times all'unisono mettevano in riga lui.
Tre cose sono emerse chiaramente dal dibattito in aula.
1) Con tutti i mal di pancia del caso i partiti sono ancora disposti a digerire di tutto. Sulle politiche anti-crisi il governo ha avuto, ed ha, la massima libertà di manovra, ma non l'ha usata né la sta usando per cambiare radicalmente le politiche di finanza pubblica rispetto ai suoi predecessori, né per imporre riforme strutturali incisive. E nonostante Monti ci abbia provato, sobriamente e garbatamente, a scaricare le colpe sui partiti e sulla lentezza del Parlamento, la realtà è ben diversa: i provvedimenti e le riforme chiave sono usciti in ritardo e annacquati non dal Parlamento, ma già dal Consiglio dei ministri (liberalizzazioni e riforma del lavoro), o peggio non ne sono usciti affatto (dismissioni e tagli alla spesa). Insomma, il virus della paralisi è interno al governo. Non è stato forse il governo, per fare un favore al Pd, a optare per il ddl anziché per il decreto come veicolo della riforma del lavoro, pur sapendo quanto fosse decisiva per il giudizio dei mercati?
2) Gli argomenti e gli alibi cui ha fatto ricorso Monti stamattina per difenderci dall'attacco dei mercati sono identici a quelli dell'odiato duo Berlusconi-Tremonti: l'Italia ha deficit, debito privato e tasso di disoccupazione più bassi degli altri Paesi, e un sistema bancario più solido; il governo ha già fatto molto per la crescita (ma ci vuole tempo per i risultati), e bisogna mostrarsi uniti per non offrire il fianco ad osservatori esteri tutt'altro che ben disposti verso il nostro Paese.
3) Confermata la strategia tutta rivolta verso Bruxelles (e Berlino) e rinunciataria sul fronte interno. Monti ha mostrato di sapere benissimo cosa chiedere all'Europa (e alla Merkel) – investimenti pubblici, Eurobond – ma di non avere le idee chiare su cosa fare in Italia.
Peccato che gli osservatori più qualificati siano invece più interessati al processo di riforme interne, dal quale sono letteralmente scoraggiati, siano preoccupati di vedere che Monti cerca la soluzione europea piuttosto che affrontare la malattia italiana, e abbiano ben chiaro che il nuovo rischio paralisi risiede all'interno dell'esecutivo. Ecco perché sono così duri con Monti sia il Wall Street Jornal che il Financial Times, gli stessi che pochi mesi fa lo avevano o paragonato alla Thatcher o acclamato come il salvatore dell'Europa, quindi non sospettabili di pregiudizi negativi nei suoi confronti. [Anche se in un'altra perla delle sue, dopo lo "Schnell Frau Merkel", il Sole 24 Ore ci vede un complotto Usa contro gli Stati Uniti d'Europa].
«L'aura di Monti svanisce mentre l'Italia combatte la crisi», titola in prima pagina il Wsj-Europe. «La luna di miele è finita. Il ritorno dell'Italia nel mirino della crisi - è l'incipit dell'articolo - ha accresciuto la pressione su Monti per accelerare la sua svolta nella moribonda economia del Paese. Lo sforzo, però, si sta scontrando con una crescente ondata di malcontento interno». Le prime misure dello scorso novembre – riforma delle pensioni e tassa immobiliare – avevano suscitato «l'ampio apprezzamento degli investitori e dei leader mondiali», ricorda il quotidiano. Poi «l'aura che circondava Monti è sbiadita», a causa delle questioni rimaste incompiute: riforma del mercato del lavoro, tagli alla spesa e modernizzazione della giustizia.
La resa di Monti ai sindacati e al Pd sulla riforma del lavoro e l'inazione sul fronte dei tagli alla spesa - l'avevamo segnalato per tempo - si confermano sempre più come il vero spartiacque per gli osservatori internazionali. «Monti ha dovuto annacquare la riforma», reintroducendo il controllo giudiziale anche sui licenziamenti per motivi economici, osserva il Wsj lasciando intendere che ciò sia avvenuto durante l'iter al Senato, mentre si è verificato ancor prima che il testo arrivasse in Parlamento. La riforma, quindi, non servirà ad affrontare le rigidità che affliggono l'economia italiana da generazioni. Il rigore è troppo basato sulle tasse piuttosto che sui tagli alla spesa pubblica. E la «tentacolare burocrazia» italiana sta resistendo apertamente ai tentativi di ridimensionare il bilancio pubblico, rileva il Wsj.
Ha citato il Financial Times il premier stamattina per ricordare i punti di forza dell'Italia, censurando guarda caso il duro editoriale in cui al governo viene rimproverato di avere perso lo slancio riformista. «Mamma mia, ci risiamo», Roma è di nuovo «nell'occhio del ciclone». Per fattori esterni, certo, ammette il quotidiano della City, ma anche per colpe sue. I partiti «devono smetterla di tirarla per le lunghe», i ministri che nutrono ambizioni politiche devono «metterle da parte», ma se «lo spirito riformista dei primi 100 giorni si è pian piano esaurito», osserva il Ft, è «a causa di un eccesso di prudenza ministeriale, che ora rischia di degenerare in completa inerzia». Preferibile il ritorno del governo al suo «zelo riformista», ma tale è la sensazione di inazione, che il quotidiano britannico arriva ad evocare le urne come soluzione migliore rispetto ad un «prolungato periodo di stasi». Anche per il Ft le cose da fare sono le solite: tagliare la spesa per tagliare le tasse su impresa e lavoro; riformare il sistema giudiziario, che «ha tempi da lumaca, ostacolo pesante agli investimenti».
ANTI-CORRUZIONE INUTILE - Proprio quello che non stanno facendo governo e Parlamento, occupati a inasprire le pene per corruzione e a introdurre nuove e sempre più confuse fattispecie di reato. Ma non è quello che si aspettano i mercati e gli osservatori internazionali: per attirare investimenti occorrono interventi per velocizzare la giustizia civile e garantire il rispetto dei contratti.
Tre cose sono emerse chiaramente dal dibattito in aula.
1) Con tutti i mal di pancia del caso i partiti sono ancora disposti a digerire di tutto. Sulle politiche anti-crisi il governo ha avuto, ed ha, la massima libertà di manovra, ma non l'ha usata né la sta usando per cambiare radicalmente le politiche di finanza pubblica rispetto ai suoi predecessori, né per imporre riforme strutturali incisive. E nonostante Monti ci abbia provato, sobriamente e garbatamente, a scaricare le colpe sui partiti e sulla lentezza del Parlamento, la realtà è ben diversa: i provvedimenti e le riforme chiave sono usciti in ritardo e annacquati non dal Parlamento, ma già dal Consiglio dei ministri (liberalizzazioni e riforma del lavoro), o peggio non ne sono usciti affatto (dismissioni e tagli alla spesa). Insomma, il virus della paralisi è interno al governo. Non è stato forse il governo, per fare un favore al Pd, a optare per il ddl anziché per il decreto come veicolo della riforma del lavoro, pur sapendo quanto fosse decisiva per il giudizio dei mercati?
2) Gli argomenti e gli alibi cui ha fatto ricorso Monti stamattina per difenderci dall'attacco dei mercati sono identici a quelli dell'odiato duo Berlusconi-Tremonti: l'Italia ha deficit, debito privato e tasso di disoccupazione più bassi degli altri Paesi, e un sistema bancario più solido; il governo ha già fatto molto per la crescita (ma ci vuole tempo per i risultati), e bisogna mostrarsi uniti per non offrire il fianco ad osservatori esteri tutt'altro che ben disposti verso il nostro Paese.
3) Confermata la strategia tutta rivolta verso Bruxelles (e Berlino) e rinunciataria sul fronte interno. Monti ha mostrato di sapere benissimo cosa chiedere all'Europa (e alla Merkel) – investimenti pubblici, Eurobond – ma di non avere le idee chiare su cosa fare in Italia.
Peccato che gli osservatori più qualificati siano invece più interessati al processo di riforme interne, dal quale sono letteralmente scoraggiati, siano preoccupati di vedere che Monti cerca la soluzione europea piuttosto che affrontare la malattia italiana, e abbiano ben chiaro che il nuovo rischio paralisi risiede all'interno dell'esecutivo. Ecco perché sono così duri con Monti sia il Wall Street Jornal che il Financial Times, gli stessi che pochi mesi fa lo avevano o paragonato alla Thatcher o acclamato come il salvatore dell'Europa, quindi non sospettabili di pregiudizi negativi nei suoi confronti. [Anche se in un'altra perla delle sue, dopo lo "Schnell Frau Merkel", il Sole 24 Ore ci vede un complotto Usa contro gli Stati Uniti d'Europa].
«L'aura di Monti svanisce mentre l'Italia combatte la crisi», titola in prima pagina il Wsj-Europe. «La luna di miele è finita. Il ritorno dell'Italia nel mirino della crisi - è l'incipit dell'articolo - ha accresciuto la pressione su Monti per accelerare la sua svolta nella moribonda economia del Paese. Lo sforzo, però, si sta scontrando con una crescente ondata di malcontento interno». Le prime misure dello scorso novembre – riforma delle pensioni e tassa immobiliare – avevano suscitato «l'ampio apprezzamento degli investitori e dei leader mondiali», ricorda il quotidiano. Poi «l'aura che circondava Monti è sbiadita», a causa delle questioni rimaste incompiute: riforma del mercato del lavoro, tagli alla spesa e modernizzazione della giustizia.
La resa di Monti ai sindacati e al Pd sulla riforma del lavoro e l'inazione sul fronte dei tagli alla spesa - l'avevamo segnalato per tempo - si confermano sempre più come il vero spartiacque per gli osservatori internazionali. «Monti ha dovuto annacquare la riforma», reintroducendo il controllo giudiziale anche sui licenziamenti per motivi economici, osserva il Wsj lasciando intendere che ciò sia avvenuto durante l'iter al Senato, mentre si è verificato ancor prima che il testo arrivasse in Parlamento. La riforma, quindi, non servirà ad affrontare le rigidità che affliggono l'economia italiana da generazioni. Il rigore è troppo basato sulle tasse piuttosto che sui tagli alla spesa pubblica. E la «tentacolare burocrazia» italiana sta resistendo apertamente ai tentativi di ridimensionare il bilancio pubblico, rileva il Wsj.
Ha citato il Financial Times il premier stamattina per ricordare i punti di forza dell'Italia, censurando guarda caso il duro editoriale in cui al governo viene rimproverato di avere perso lo slancio riformista. «Mamma mia, ci risiamo», Roma è di nuovo «nell'occhio del ciclone». Per fattori esterni, certo, ammette il quotidiano della City, ma anche per colpe sue. I partiti «devono smetterla di tirarla per le lunghe», i ministri che nutrono ambizioni politiche devono «metterle da parte», ma se «lo spirito riformista dei primi 100 giorni si è pian piano esaurito», osserva il Ft, è «a causa di un eccesso di prudenza ministeriale, che ora rischia di degenerare in completa inerzia». Preferibile il ritorno del governo al suo «zelo riformista», ma tale è la sensazione di inazione, che il quotidiano britannico arriva ad evocare le urne come soluzione migliore rispetto ad un «prolungato periodo di stasi». Anche per il Ft le cose da fare sono le solite: tagliare la spesa per tagliare le tasse su impresa e lavoro; riformare il sistema giudiziario, che «ha tempi da lumaca, ostacolo pesante agli investimenti».
ANTI-CORRUZIONE INUTILE - Proprio quello che non stanno facendo governo e Parlamento, occupati a inasprire le pene per corruzione e a introdurre nuove e sempre più confuse fattispecie di reato. Ma non è quello che si aspettano i mercati e gli osservatori internazionali: per attirare investimenti occorrono interventi per velocizzare la giustizia civile e garantire il rispetto dei contratti.
Friday, June 01, 2012
Il semipresidenzialismo c'è già e Re Giorgio dovrebbe saperlo bene
È neutro e imparziale un presidente arrivato, sia pure spinto da circostanze eccezionali, a scegliersi un premier, o che si schiera apertamente contro una delle ipotesi di riforma dello Stato in campo? Proprio quest'ultimo settennato insegna che non bisogna confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo. D'altra parte, quello che non si dice è che i nostri costituenti hanno concepito una figura di capo dello stato tutt'altro che neutra e imparziale. L'hanno anzi dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dai messaggi formali previsti dalla Costituzione.
Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo esiste già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Ne abbiamo avuta ampia dimostrazione negli ultimi 17 anni: il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
(...)
Perché, dunque, non completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare, come avviene in Francia?
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo esiste già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Ne abbiamo avuta ampia dimostrazione negli ultimi 17 anni: il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
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Perché, dunque, non completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare, come avviene in Francia?
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Friday, March 23, 2012
Monti si fa prendere in ostaggio
Alla fine Monti per la riforma del lavoro ha scelto di affidarsi allo strumento del disegno di legge piuttosto che al decreto, come aveva fatto fino ad oggi per tutte le sue riforme. «Una linea di ascolto» nei confronti del Parlamento, l'ha definita il presidente del Senato Schifani. Che però rischia di suonare come un liberi tutti. In pratica il premier offre la riforma del lavoro - una delle due riforme, dopo quella delle pensioni, più attese dai mercati - in pasto ai partiti, nelle cui mani così facendo ripone anche la sua stessa credibilità. E rinuncia anche a presentarsi con qualcosa di concreto in mano nel suo «roadshow» asiatico per convincere gli investitori della ritrovata competitività italiana. Un segnale poco rassicurante: forse Monti sta perdendo la sua presa sui partiti. E se per la prima volta ha temuto che la maggioranza potesse non reggere l'urto di un decreto, significa che l'ha già persa. Un'altra conferma, come già avevamo sottolineato dopo il dl liberalizzazioni, che via via l'azione di governo sta perdendo incisività e rapidità.
Ciao riforma del lavoro, dunque, arrivederci a fine luglio. E' allora che la vedremo riemergere dalle sabbie mobili parlamentari, chissà come sfigurata. Un grosso rischio, quello che si è preso il premier, sia perché i mercati, in attesa di riforme per la crescita, stanno manifestando segni di insofferenza, sia perché è imprevedibile in quale senso il risultato delle prossime elezioni amministrative possa influenzare l'atteggiamento dei partiti che sostengono il governo.
Di due realtà bisogna inoltre prendere atto. La decretazione d'urgenza diventa un problema solo quando infastidisce il Pd: fino ad oggi il governo non ha esitato ad usare i decreti, e sui decreti a porre la fiducia, per approvare le sue riforme, comprese quelle più scomode elettoralmente per il Pdl; quando è arrivato il momento del Pd ingoiare il rospo, ecco che si è arreso al ddl. E' sempre più evidente, inoltre, che la decretazione d'urgenza non è più nella piena discrezionalità del governo. E' il capo dello Stato, che anziché limitarsi a firmare o meno l'atto, determina con la sua influenza la scelta dello strumento legislativo e, quindi, l'indirizzo politico del governo. Una prassi palesemente e gravemente incostituzionale. Così Napolitano al culmine della crisi ha impedito a Berlusconi di varare un decreto che avrebbe soddisfatto molte delle richieste europee in anticipo di mesi, e per il quale sussistevano tutti i parametri di necessità e urgenza; mentre ha permesso a Monti di governare esclusivamente per decreto, salvo poi interrompere questa prassi quando non ha più fatto comodo al Pd, e pur non essendo venuti meno i motivi di necessità e urgenza.
Ciao riforma del lavoro, dunque, arrivederci a fine luglio. E' allora che la vedremo riemergere dalle sabbie mobili parlamentari, chissà come sfigurata. Un grosso rischio, quello che si è preso il premier, sia perché i mercati, in attesa di riforme per la crescita, stanno manifestando segni di insofferenza, sia perché è imprevedibile in quale senso il risultato delle prossime elezioni amministrative possa influenzare l'atteggiamento dei partiti che sostengono il governo.
Di due realtà bisogna inoltre prendere atto. La decretazione d'urgenza diventa un problema solo quando infastidisce il Pd: fino ad oggi il governo non ha esitato ad usare i decreti, e sui decreti a porre la fiducia, per approvare le sue riforme, comprese quelle più scomode elettoralmente per il Pdl; quando è arrivato il momento del Pd ingoiare il rospo, ecco che si è arreso al ddl. E' sempre più evidente, inoltre, che la decretazione d'urgenza non è più nella piena discrezionalità del governo. E' il capo dello Stato, che anziché limitarsi a firmare o meno l'atto, determina con la sua influenza la scelta dello strumento legislativo e, quindi, l'indirizzo politico del governo. Una prassi palesemente e gravemente incostituzionale. Così Napolitano al culmine della crisi ha impedito a Berlusconi di varare un decreto che avrebbe soddisfatto molte delle richieste europee in anticipo di mesi, e per il quale sussistevano tutti i parametri di necessità e urgenza; mentre ha permesso a Monti di governare esclusivamente per decreto, salvo poi interrompere questa prassi quando non ha più fatto comodo al Pd, e pur non essendo venuti meno i motivi di necessità e urgenza.
Thursday, February 09, 2012
Halftime Italia, il governo corre ai ripari
Mentre è ormai di gran moda, fa molto twit-star, sbeffeggiare con battute più o meno sceme Alemanno e Roma per qualsiasi decisione, senza nemmeno preoccuparsi di una minima attinenza ai fatti, qualcuno si è accorto del decreto firmato ieri in tutta fretta da Monti? Qualcuno si è accorto che i temi veri dell'emergenza sono diventati la "non operatività" della Protezione civile e i gestori - pubblici - dei servizi pubblici?
Qui non si vuole entrare nel merito delle inefficienze che sicuramente ci sono state, né della decisione del sindaco di Roma e del prefetto, sentita la Protezione civile, di chiudere nuovamente scuole e uffici pubblici, ma prima di abbandonarsi all'ilarità bisognerebbe accertarsi delle previsioni meteo. Non quelle dei siti internet, ma quelle che ha in mano Alemanno, che possono sempre rivelarsi errate ma che hanno il carattere dell'ufficialità, tanto da essere state citate stamani dal ministro degli interni in Senato e confermate dalla Protezione civile in un comunicato. Previsioni che parlano di «diffuse nevicate» e «significativi accumuli di neve al suolo» sulla capitale tra domani e dopodomani, cioè di un evento pari o superiore a quello di venerdì-sabato scorsi. E va considerato che una città come Roma è strutturalmente impreparata ad eventi del genere, che altrove possono far sorridere. Città impreparata vuol dire primi fra tutti i cittadini.
Ma no, continuiamo a ironizzare su Roma, per qualche ingorgo in più del normale, mentre nessuno si è accorto del decreto firmato ieri da Monti, nel quale implicitamente si riconoscono le gravi mancanze, e quindi responsabilità, a livello governativo e centrale per quanto accaduto su tutto il territorio del centro Italia, e si tenta di porre un primo rimedio alla «non operatività» della Protezione civile denunciata da Gabrielli in Commissione Lavori pubblici del Senato. Considerando «che le previsioni meteorologiche prospettano una situazione di ulteriore aggravamento con la ripetizione di nevicate di forte intensità...», il decreto attribuisce al capo del Dipartimento della Protezione civile «il coordinamento degli interventi e di tutte le iniziative per fronteggiare la situazione emergenziale» e «l'adozione di ogni indispensabile provvedimento su tutto il territorio nazionale interessato dalle eccezionali avversità atmosferiche per assicurare ogni forma di assistenza e di tutela degli interessi pubblici primari delle popolazioni interessate, nonché di ogni misura idonea per la salvaguardia delle vite umane, allo scopo autorizzando le Regioni al reperimento di beni, mezzi e materiali pubblici e privati necessari, anche attraverso i sindaci, ovvero attraverso i centri di coordinamento e soccorso istituiti a livello provinciale». Se c'è stato bisogno di un decreto, bisogna supporre che prima questo ruolo non era previsto, o non era chiaramente definito.
Non solo il decreto. A tal punto il governo si è accorto della «non operatività» della Protezione civile, che al termine di un vertice con gli enti locali «ha confermato l'intenzione di riesaminare la legge 10 del 2011» che l'ha rovinata, «al fine di rafforzarne l'efficacia per quanto riguarda l'operatività dell'intervento emergenziale». Un vertice tra governo ed enti locali che forse sarebbe stato utile anche alla vigilia della prima ondata di maltempo, la scorsa settimana. Di Protezione civile, di gas e di gestori dei servizi pubblici, si è parlato infine alla Camera, durante l'informativa del governo sull'emergenza maltempo, mentre sui romani e Alemanno si è esibito solo qualche pittoresco deputato leghista. Il Parlamento per una volta meno banale dei social network, dove troppo spesso i tentativi di ragionamento vengono travolti dal flusso del conformismo.
L'impreparazione di Roma e l'inefficienza di Alemanno sono una miniera d'oro dal punto di vista comunicativo, cioè per garantirsi accessi e facili retwitt, ma questo non ha nulla a che fare con l'informazione, è satira. Ci vuole anche quella, basta che poi non si finisca per credere alle proprie battute e iperboli.
Qui non si vuole entrare nel merito delle inefficienze che sicuramente ci sono state, né della decisione del sindaco di Roma e del prefetto, sentita la Protezione civile, di chiudere nuovamente scuole e uffici pubblici, ma prima di abbandonarsi all'ilarità bisognerebbe accertarsi delle previsioni meteo. Non quelle dei siti internet, ma quelle che ha in mano Alemanno, che possono sempre rivelarsi errate ma che hanno il carattere dell'ufficialità, tanto da essere state citate stamani dal ministro degli interni in Senato e confermate dalla Protezione civile in un comunicato. Previsioni che parlano di «diffuse nevicate» e «significativi accumuli di neve al suolo» sulla capitale tra domani e dopodomani, cioè di un evento pari o superiore a quello di venerdì-sabato scorsi. E va considerato che una città come Roma è strutturalmente impreparata ad eventi del genere, che altrove possono far sorridere. Città impreparata vuol dire primi fra tutti i cittadini.
Ma no, continuiamo a ironizzare su Roma, per qualche ingorgo in più del normale, mentre nessuno si è accorto del decreto firmato ieri da Monti, nel quale implicitamente si riconoscono le gravi mancanze, e quindi responsabilità, a livello governativo e centrale per quanto accaduto su tutto il territorio del centro Italia, e si tenta di porre un primo rimedio alla «non operatività» della Protezione civile denunciata da Gabrielli in Commissione Lavori pubblici del Senato. Considerando «che le previsioni meteorologiche prospettano una situazione di ulteriore aggravamento con la ripetizione di nevicate di forte intensità...», il decreto attribuisce al capo del Dipartimento della Protezione civile «il coordinamento degli interventi e di tutte le iniziative per fronteggiare la situazione emergenziale» e «l'adozione di ogni indispensabile provvedimento su tutto il territorio nazionale interessato dalle eccezionali avversità atmosferiche per assicurare ogni forma di assistenza e di tutela degli interessi pubblici primari delle popolazioni interessate, nonché di ogni misura idonea per la salvaguardia delle vite umane, allo scopo autorizzando le Regioni al reperimento di beni, mezzi e materiali pubblici e privati necessari, anche attraverso i sindaci, ovvero attraverso i centri di coordinamento e soccorso istituiti a livello provinciale». Se c'è stato bisogno di un decreto, bisogna supporre che prima questo ruolo non era previsto, o non era chiaramente definito.
Non solo il decreto. A tal punto il governo si è accorto della «non operatività» della Protezione civile, che al termine di un vertice con gli enti locali «ha confermato l'intenzione di riesaminare la legge 10 del 2011» che l'ha rovinata, «al fine di rafforzarne l'efficacia per quanto riguarda l'operatività dell'intervento emergenziale». Un vertice tra governo ed enti locali che forse sarebbe stato utile anche alla vigilia della prima ondata di maltempo, la scorsa settimana. Di Protezione civile, di gas e di gestori dei servizi pubblici, si è parlato infine alla Camera, durante l'informativa del governo sull'emergenza maltempo, mentre sui romani e Alemanno si è esibito solo qualche pittoresco deputato leghista. Il Parlamento per una volta meno banale dei social network, dove troppo spesso i tentativi di ragionamento vengono travolti dal flusso del conformismo.
L'impreparazione di Roma e l'inefficienza di Alemanno sono una miniera d'oro dal punto di vista comunicativo, cioè per garantirsi accessi e facili retwitt, ma questo non ha nulla a che fare con l'informazione, è satira. Ci vuole anche quella, basta che poi non si finisca per credere alle proprie battute e iperboli.
Friday, November 04, 2011
A breccia aperta
Quando si apre una breccia, è probabile che l'argine ceda del tutto e che si venga travolti. Ed è quello che sembra stia accadendo in queste ore alla maggioranza. Alla luce di quanto accaduto ieri notte a Cannes e del forsennato mercato parlamentare in corso, comprendiamo fino in fondo quanto sia stata determinante la scelta di procedere con il maxi-emendamento anziché con decreto. La breccia l'ha aperta proprio lo stop al decreto con le misure anticrisi. La prova finale della ormai irreversibile debolezza di leadership del presidente del Consiglio, che si è dovuto piegare al suo ministro dell'Economia e al capo dello Stato, che molti nel Pdl aspettavano. Le condizioni di «necessità e urgenza» per emanarlo c'erano tutte, anzi mai in modo così conclamato, ma serviva un passaggio parlamentare a breve, in modo da sfruttare fino in fondo questa finestra di panico politico aperta dal martedì nero delle Borse per sfilare deputati dalla maggioranza. Era, insomma, ciò che ci voleva - indebolimento ulteriore, definitivo, del premier e passaggio in aula a breve - per garantire un certo grado di successo a questa nuova fase di campagna acquisti.Peccato che sull'altare dell'ennesima manovra di palazzo sia stato sacrificato un altro pezzo di credibilità del nostro Paese. Che Berlusconi abbia accettato o meno il monitoraggio dell'Italia da parte del Fmi, il che non è detto sia un male, è evidente che senza quel decreto, quindi senza nuove misure già in vigore, il nostro Paese si è presentato al G20 di Cannes ancor più debole politicamente di quanto già non fosse per i demeriti del governo. Tremonti e - bisogna dirlo - Napolitano portano per intero questa responsabilità. Quella che nelle intenzioni del ministro e a questo punto credo anche del capo dello Stato non era che una tattica parlamentare per favorire la caduta del premier, e quindi una «nuova prospettiva di larga convergenza», agli occhi degli interlocutori internazionali è apparsa come l'ennesima dimostrazione della mancanza di volontà delle istituzioni italiane ad agire con rapidità sulla strada delle riforme.
A ciò si aggiungano altri gravi strappi costituzionali, senza precedenti, come le consultazioni pre-crisi, il ministro dell'Economia che concerta con il capo dello Stato atti di governo alle spalle del Consiglio dei ministri, il presidente della Camera che partecipa in prima persona alla campagna acquisti per far cadere il governo. Cose cui purtroppo assisteremo anche in futuro e che contribuiranno ad aggravare l'instabilità del nostro sistema politico-istituzionale.
Per carità, i motivi di malcontento sono più che fondati e su questo blog non li abbiamo certo nascosti, ma per favore, almeno non credeteci così scemi da berci il racconto di improvvisi sussulti di responsabilità istituzionale. I movimenti di queste ore non hanno nulla a che fare né con il merito della politica del governo (anzi, sarà un caso che proprio ora che sembra costretto a cimentarsi in riforme serie, si fanno mancare i voti?), né con la credibilità di Berlusconi, né con l'assenza di dibattito nel Pdl, e nemmeno con chissà quali nobili strategie politiche. Semplicemente lo scenario è cambiato, un Berlusconi che ha provato a reagire e a rilanciarsi si è ulteriormente indebolito, forse in modo decisivo, il Pdl rischia lo sfaldamento, e ciascun deputato sta giocando la sua personalissima partita di miglior posizionamento possibile. E' così che vanno le cose in Italia perché questo è il sistema politico. E non mi si venga a raccontare che da una parte ci sono i venduti e dall'altra i "responsabili". Sono tutti venduti, chi per un posto di sottogoverno, chi per una ricandidatura, chi per un appartamento a Roma, chi per un pezzo di pane. Governo tecnico, di "larghe intese"? Con chi? E per fare cosa? Una patrimoniale e poco altro, e poi si ricomincerà come prima. Ma senza Berlusconi, questo è l'unico obiettivo che importa realmente. Ma come ha ricordato un portavoce della Casa Bianca, non è che cambiando un governo cambiano i problemi del Paese.
Non bisogna farsi distrarre dai tatticismi del momento, l'obiettivo ultimo di Casini non è governare insieme al Pdl senza Berlusconi, prospettiva da cui molti parlamentari sono ovviamente attratti, sembra così ragionevole... E' invece distruggere il Pdl (quante volte ha ripetuto di voler "disgregare" questo bipolarismo?) ed ergersi come unico soggetto aggregatore sulle macerie del centrodestra, spianando la strada alla discesa in campo di Montezemolo in quello spazio politico oggi occupato proprio dal Pdl. L'Udc è l'unico partito che in questa situazione non ha nulla da perdere, o almeno così crede. Se si forma un governo tecnico o transitorio, non potrà che acquisire una centralità sempre maggiore, da capitalizzare al momento del voto, soprattutto se nel frattempo si mettesse mano ad una riforma elettorale in senso proporzionalista; ma anche se si vota subito, con l'attuale legge (guarda caso facendo saltare il referendum per il ritorno al Mattarellum!), è probabile che al Senato risulti determinante. Ecco perché è il partito più attivo nel forzare il quadro politico, pur sapendo che al 90% si rischia di andare a votare a marzo. «Governo di larghe intese. Pdl dica sì o si dissolverà», è il titolo dell'intervista di Casini oggi al Corriere della Sera. L'impressione è che nei suoi piani/sogni il Pdl si dissolverà comunque.
Per quanto mi riguarda non riesco proprio a mandar giù questa logica del "passo indietro". Che sia auspicabile o meno la fine di questo governo e l'uscita di scena di Berlusconi, il modo più democratico e trasparente è ciò che molti, abituati ad una logica trasformistica e fangosa, chiamano "schianto", "ultima raffica", o "fucilata": un voto di sfiducia parlamentare, lineare, limpido. Nel quale ciascuno si assume le sue responsabilità guardando negli occhi l'avversario e il Paese. Non sarebbe nulla di drammatico. Sarebbe la democrazia, bellezza. Sarebbe.
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