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Wednesday, January 25, 2017
Corte scostituzionale...
Complimenti alla Consulta, che ammettendo ricorsi diretti (di incostituzionale c'è solo questo) è finalmente riuscita ad usurpare il potere di scrivere anche le leggi elettorali e di pronunciarsi su di esse preventivamente alla loro applicazione. Con le sue sentenze, non da oggi ma da decenni, ha dato il suo contributo alla confusione politico-istituzionale del nostro Paese e al suo (nostro) dissesto economico-finanziario. Siamo alle comiche, speriamo finali... Perché ciò che esce da questa sentenza non è che un "Porcellum" (già ritenuto incostituzionale dalla stessa Corte) con l'aggravante di non assicurare maggioranze. Perché in realtà, l'anima del "Porcellum" era il premio di maggioranza alla coalizione più votata senza quorum, che per quanto discutibile innestato su un sistema proporzionale, tuttavia garantiva una maggioranza ad una coalizione che quanto meno si era presentata al giudizio degli elettori, *PRIMA* del voto. Con questo "Consultellum", invece, avremo al 99% una coalizione di governo che nascerà *DOPO* il voto, quindi di fatto non votata da nessuno degli elettori ma frutto delle alchimie dei partiti. E non vi illudete che questa legge rappresenti un argine di sicurezza nei confronti del M5S...
Sunday, December 11, 2016
Tutti gli errori di Renzi e il fattore 40%
Gli errori di Renzi da una parte, le incertezze sulla reale motivazione degli elettori del No dall'altra. Hanno prevalso i primi. L'aspetto positivo dell'esito del voto referendario del 4 dicembre è che una pessima riforma costituzionale è stata bocciata. Quello negativo è che per chissà quanti anni nessuna maggioranza si azzarderà a toccare una delle Costituzioni più brutte, illiberali e disfunzionali tra le democrazie occidentali (e se lo farà, la riforma sarà il frutto di un compromesso ancora più al ribasso e andrà incontro al medesimo esito). Sul piano politico, l'aspetto positivo è che se ne va a casa un governo che in modo quasi criminale ha sprecato tre preziosissimi anni in cui, tra flessibilità sui conti concessa dalla Commissione europea e quantitive easing di Draghi, si erano create condizioni irripetibili per rilanciare l'economia del nostro Paese. E li ha sprecati buttando dalla finestra miliardi di euro (conto che ci ritroviamo ogni anno nelle clausole di salvaguardia) in mance elettorali e spesa pubblica improduttiva. L'aspetto negativo è che i governi futuri saranno molto probabilmente peggiori.
I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).
Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...
Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.
Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.
IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.
Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.
Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.
I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).
Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...
Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.
Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.
IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.
Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.
Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.
Monday, June 06, 2016
Il centrodestra può ripartire solo da Milano, i romani cercano un Marino al cubo
Tutte le forze politiche ricevono da queste elezioni amministrative indicazioni e ammonimenti
CENTRODESTRA - E' piuttosto evidente che il centrodestra torna ad essere competitivo quando 1) è unito, 2) è alternativo a Renzi e alla sinistra, 3) si presenta con il volto di uno come Parisi e non con quello del duo Salvini-Meloni...
L'analisi dell'"esperimento" romano per il centrodestra è piuttosto facile e sta tutta in un tweet di Francesco Storace (che sosteneva Marchini): "Siamo andati così male che almeno non abbiamo sulla coscienza il mancato ballottaggio di Giorgia Meloni".
Già, perché se si tratta della mozione degli affetti e del "celodurismo" di destra, può anche commuovere il 20% della Meloni "da sola", ma la realtà è che la prova di forza per la leadership nel centrodestra è persa malamente. Malamente perché la Meloni arriva terza staccata da Giachetti e senza nemmeno poter recriminare sul boicottaggio da parte di Berlusconi: è troppo distante da Giachetti (4 punti percentuali, 24,8 a 20,7) e troppo pochi (anzi forse nulli) i voti spostati da Berlusconi su Marchini, che ha preso più o meno quanto prese nel 2013 da solo. I suoi voti non sarebbero andati comunque alla Meloni, nemmeno se Berlusconi non lo avesse sostenuto. Diverso il discorso se Marchini avesse preso il 14-16%, o se il distacco della Meloni da Giachetti fosse stato intorno all'1%, allora sì Giorgia avrebbe potuto prendersela con Berlusconi.
La verità è che Salvini e Meloni hanno fatto carte false per giocare su Roma la propria prova di forza, per dimostrare la loro leadership nel centrodestra, e hanno preso la legnata. Questo non vuol dire che Berlusconi e Forza Italia se la passino bene, ma la controprova l'abbiamo a Milano. La lezione per il centrodestra è che con il profilo Salvini-Meloni fai il duro ma arrivi terzo. Per provare a vincere il profilo giusto è quello di Parisi. Il problema per Salvini è che in città che hanno ovviamente problemi anche grandi, come Milano, ma tutto sommato funzionicchiano, funzionano candidati moderati (più dell'80% degli elettori milanesi appoggia le proposte di Sala e Parisi), mentre in città allo sbando, dove c'è il caos, come a Roma, lo spazio della protesta lo occupa agevolmente il M5S. Per riassumerla con un tweet, scegliamo quello di Marco Taradash: "Un centrodestra di governo può rinascere solo dal centro(destra). Da Milano insomma, non da Roma". Uniti, in alternativa a Renzi e alla sinistra, ma con il volto di Parisi, non di Salvini-Meloni.
ROMA E MILANO - Ma la differenza tra Roma e Milano non è solo il profilo dei candidati... E' anche, e soprattutto, drammaticamente il profilo degli elettori... A Roma manca la borghesia, manca un ceto produttivo. La maggior parte delle famiglie dipende da uno stipendio pubblico, che sia statale o comunale, di un'amministrazione o di una partecipata. E anche le imprese, edilizie e non, dipendono dalla spesa pubblica improduttiva, centrale o comunale. Tanto che tutti i candidati hanno coccolato i 60 mila dipendenti tra comunali e municipalizzate (180 mila voti con i rispettivi famigliari?).
Ciò ovviamente non impedisce ai romani di lamentarsi delle cose che non vanno, ma la maggior parte di loro è parte del problema.
E i romani vogliono un Marino al cubo. Le motivazioni per cui elessero Marino nel 2013 sono le stesse per cui oggi votano Virginia Raggi. Attribuiscono al voto per una figura lontana dai partiti tradizionali e autoproclamatasi onesta, incorruttibile (che però non sia un ricco signore borghese e belloccio), un valore palingenetico. Credibilità? Competenze? Curriculum? Proposte? Se ne fregano... Nessuno forse se lo ricorda, ma già votando Marino i romani avevano votato contro l'establishment del Pd. Marino si candidò in polemica con il Pd, promettendo indipendenza dai vertici, ostentando la sua lontananza dal partito e la sua provenienza dalla "società civile", la sua "moralità". L'allora leadership del Pd, bersaniana, aveva appoggiato David Sassoli e i renziani Paolo Gentiloni. Gli elettori di sinistra scelsero Marino alle primarie e i romani lo incoronarono col 60%. Solo dopo pochi mesi questo 60% era scomparso. Non riuscivi più a trovarne uno che avesse votato per Marino... Da questo punto di vista, cioè le motivazioni di voto dei romani, la Raggi è un Marino al cubo e sì, può far peggio dei partiti. Ma statene certi, del 60% con cui verrà eletta sindaco dopo pochi mesi non si troverà nessuno.
IL M5S - Il successo a Roma del M5S è indiscutibile, così come del ballottaggio a Torino. Eppure, anche per il Movimento dal voto arriva alcuni warning. Innanzitutto, continua a non far presa sull'astensionismo. L'astensione in crescita, quasi la metà nelle grandi città, indica che la maggior parte degli elettori schifati dai partiti tradizionali preferisce restare a casa piuttosto che votare M5S. E con bassa affluenza, le percentuali, ovviamente, crescono. Inoltre, il M5S riesce a inserirsi alla grande nel vuoto delle forze politiche tradizionali e nelle situazioni allo sbando come Roma, intercettando il voto di protesta, ma non è ancora in grado di giocarsi la partita in situazioni "normali", tra proposte di governo credibili.
RENZI E IL PD - Non che sia andata bene al Pd renziano, ma le analisi che sentiamo/leggiamo e sentiremo/leggeremo nei prossimi giorni sono esageratamente negative. Il voto delle amministrative è sempre più "local" e sempre meno test nazionale. Dipende sempre più dalle realtà locali e dai candidati sindaci. Ed è giusto che sia così. E non esistono più da un pezzo le roccaforti. Ormai, se hai governato male una città, o semplicemente la gente si è stancata, puoi perdere. Anche a Torino e Bologna. Detto questo, il Pd è in vantaggio a Torino e Bologna, se la gioca a Milano ed incredibilmente è al ballottaggio a Roma dove la situazione era davvero disperata (dove va reso merito a Giachetti). Aspetterei, insomma, prima di parlare di avviso di sfratto a Renzi. Prima, dovranno farsi avanti alternative credibili a livello nazionale: con Salvini da una parte e Di Battista dall'altra può ancora dormire sonni tranquilli. Sui limiti strutturali del Pd, su Renzi deve intervenire, ha detto tutto Mario Sechi: il Pd, anche Giachetti a Roma, si è di nuovo rinchiuso nel suo recinto, rivolgendosi solo all'elettorato di sinistra, "ante-Renzi", e questo gli toglie molte possibilità di espandere i suoi voti ai ballottaggi e, ancor più preoccupante per Renzi, al referendum costituzionale di ottobre.
CENTRODESTRA - E' piuttosto evidente che il centrodestra torna ad essere competitivo quando 1) è unito, 2) è alternativo a Renzi e alla sinistra, 3) si presenta con il volto di uno come Parisi e non con quello del duo Salvini-Meloni...
L'analisi dell'"esperimento" romano per il centrodestra è piuttosto facile e sta tutta in un tweet di Francesco Storace (che sosteneva Marchini): "Siamo andati così male che almeno non abbiamo sulla coscienza il mancato ballottaggio di Giorgia Meloni".
Già, perché se si tratta della mozione degli affetti e del "celodurismo" di destra, può anche commuovere il 20% della Meloni "da sola", ma la realtà è che la prova di forza per la leadership nel centrodestra è persa malamente. Malamente perché la Meloni arriva terza staccata da Giachetti e senza nemmeno poter recriminare sul boicottaggio da parte di Berlusconi: è troppo distante da Giachetti (4 punti percentuali, 24,8 a 20,7) e troppo pochi (anzi forse nulli) i voti spostati da Berlusconi su Marchini, che ha preso più o meno quanto prese nel 2013 da solo. I suoi voti non sarebbero andati comunque alla Meloni, nemmeno se Berlusconi non lo avesse sostenuto. Diverso il discorso se Marchini avesse preso il 14-16%, o se il distacco della Meloni da Giachetti fosse stato intorno all'1%, allora sì Giorgia avrebbe potuto prendersela con Berlusconi.
La verità è che Salvini e Meloni hanno fatto carte false per giocare su Roma la propria prova di forza, per dimostrare la loro leadership nel centrodestra, e hanno preso la legnata. Questo non vuol dire che Berlusconi e Forza Italia se la passino bene, ma la controprova l'abbiamo a Milano. La lezione per il centrodestra è che con il profilo Salvini-Meloni fai il duro ma arrivi terzo. Per provare a vincere il profilo giusto è quello di Parisi. Il problema per Salvini è che in città che hanno ovviamente problemi anche grandi, come Milano, ma tutto sommato funzionicchiano, funzionano candidati moderati (più dell'80% degli elettori milanesi appoggia le proposte di Sala e Parisi), mentre in città allo sbando, dove c'è il caos, come a Roma, lo spazio della protesta lo occupa agevolmente il M5S. Per riassumerla con un tweet, scegliamo quello di Marco Taradash: "Un centrodestra di governo può rinascere solo dal centro(destra). Da Milano insomma, non da Roma". Uniti, in alternativa a Renzi e alla sinistra, ma con il volto di Parisi, non di Salvini-Meloni.
ROMA E MILANO - Ma la differenza tra Roma e Milano non è solo il profilo dei candidati... E' anche, e soprattutto, drammaticamente il profilo degli elettori... A Roma manca la borghesia, manca un ceto produttivo. La maggior parte delle famiglie dipende da uno stipendio pubblico, che sia statale o comunale, di un'amministrazione o di una partecipata. E anche le imprese, edilizie e non, dipendono dalla spesa pubblica improduttiva, centrale o comunale. Tanto che tutti i candidati hanno coccolato i 60 mila dipendenti tra comunali e municipalizzate (180 mila voti con i rispettivi famigliari?).
Ciò ovviamente non impedisce ai romani di lamentarsi delle cose che non vanno, ma la maggior parte di loro è parte del problema.
E i romani vogliono un Marino al cubo. Le motivazioni per cui elessero Marino nel 2013 sono le stesse per cui oggi votano Virginia Raggi. Attribuiscono al voto per una figura lontana dai partiti tradizionali e autoproclamatasi onesta, incorruttibile (che però non sia un ricco signore borghese e belloccio), un valore palingenetico. Credibilità? Competenze? Curriculum? Proposte? Se ne fregano... Nessuno forse se lo ricorda, ma già votando Marino i romani avevano votato contro l'establishment del Pd. Marino si candidò in polemica con il Pd, promettendo indipendenza dai vertici, ostentando la sua lontananza dal partito e la sua provenienza dalla "società civile", la sua "moralità". L'allora leadership del Pd, bersaniana, aveva appoggiato David Sassoli e i renziani Paolo Gentiloni. Gli elettori di sinistra scelsero Marino alle primarie e i romani lo incoronarono col 60%. Solo dopo pochi mesi questo 60% era scomparso. Non riuscivi più a trovarne uno che avesse votato per Marino... Da questo punto di vista, cioè le motivazioni di voto dei romani, la Raggi è un Marino al cubo e sì, può far peggio dei partiti. Ma statene certi, del 60% con cui verrà eletta sindaco dopo pochi mesi non si troverà nessuno.
IL M5S - Il successo a Roma del M5S è indiscutibile, così come del ballottaggio a Torino. Eppure, anche per il Movimento dal voto arriva alcuni warning. Innanzitutto, continua a non far presa sull'astensionismo. L'astensione in crescita, quasi la metà nelle grandi città, indica che la maggior parte degli elettori schifati dai partiti tradizionali preferisce restare a casa piuttosto che votare M5S. E con bassa affluenza, le percentuali, ovviamente, crescono. Inoltre, il M5S riesce a inserirsi alla grande nel vuoto delle forze politiche tradizionali e nelle situazioni allo sbando come Roma, intercettando il voto di protesta, ma non è ancora in grado di giocarsi la partita in situazioni "normali", tra proposte di governo credibili.
RENZI E IL PD - Non che sia andata bene al Pd renziano, ma le analisi che sentiamo/leggiamo e sentiremo/leggeremo nei prossimi giorni sono esageratamente negative. Il voto delle amministrative è sempre più "local" e sempre meno test nazionale. Dipende sempre più dalle realtà locali e dai candidati sindaci. Ed è giusto che sia così. E non esistono più da un pezzo le roccaforti. Ormai, se hai governato male una città, o semplicemente la gente si è stancata, puoi perdere. Anche a Torino e Bologna. Detto questo, il Pd è in vantaggio a Torino e Bologna, se la gioca a Milano ed incredibilmente è al ballottaggio a Roma dove la situazione era davvero disperata (dove va reso merito a Giachetti). Aspetterei, insomma, prima di parlare di avviso di sfratto a Renzi. Prima, dovranno farsi avanti alternative credibili a livello nazionale: con Salvini da una parte e Di Battista dall'altra può ancora dormire sonni tranquilli. Sui limiti strutturali del Pd, su Renzi deve intervenire, ha detto tutto Mario Sechi: il Pd, anche Giachetti a Roma, si è di nuovo rinchiuso nel suo recinto, rivolgendosi solo all'elettorato di sinistra, "ante-Renzi", e questo gli toglie molte possibilità di espandere i suoi voti ai ballottaggi e, ancor più preoccupante per Renzi, al referendum costituzionale di ottobre.
"Per miopia ideologica, vizio antico, tic antropologico, presunzione di autosufficienza che non c'è. Dov'è il renzismo che apriva le porte a chi voleva fare politica pur venendo da altre storie politiche? ... A chi farà appello il Pd? Come intende espandere il suo bacino elettorale? Adotta la strategia vista nelle elezioni comunali? Parla al suo elettorato ristretto (e mobile) che non è maggioranza nel Paese o pensa finalmente a qualcosa di più grande? Bisogna invece inseguire i voti potenziali di chi è rimasto a casa, di chi non è un militante del Pd ma ha un interesse per il futuro dell'Italia. Il renzismo è a un bivio: o si compie mostrando agli elettori un'offerta politica senza pregiudizi e steccati, oppure deraglia. Servono idee e cambi di passo nel partito, subito"I "RADICALI" - Sono arrivati 1 a Roma e Milano. Decidano loro se grazie all'effetto morte di Pannella, a cui hanno fatto ampiamente ricorso sia Magi e Bonino a Roma che Cappato a Milano, o nonostante quell'onda emotiva. Se l'effetto Pannella ha contato, a questo si deve il superamento della "soglia psicologica" dell'1%, altrimenti sarebbero rimasti sotto. Se viceversa non ha contato, allora evidentemente gli elettori devono aver "riconosciuto" ben poco di Pannella in quelle liste...
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Monday, May 26, 2014
L'anno zero del Pd e del centrodestra
Anche su Notapolitica IL PD - Le Europee del 2014 rappresentano probabilmente un anno zero sia per il Pd che per il centrodestra, ovviamente per motivi diversi. Grazie a Renzi il Pd diventa finalmente un partito a vocazione maggioritaria e post-ideologico, ciò che avrebbe dovuto essere fin dalla sua nascita ma che fino ad oggi non era mai stato. In attesa delle più autorevoli analisi dei flussi elettorali, azzardiamo che Renzi non solo riporta a casa molti dei suoi dopo la sbandata grillina del 2013, ma attrae voto moderato cannabilizzando l'ex "Scelta cinica" (2,8 milioni di voti nel 2013) e, cosa più importante, convincendo quel nord parte più dinamica e produttiva del paese che sembrava tabù per la sinistra e territorio del centrodestra.
Il Pd (soprattutto il vecchio Pd) dovrà capire quanto prima che i voti della straordinaria vittoria di oggi li ha presi Renzi, non il Pd. Renzi ha conquistato voti di altre persone, 2,5 milioni, che senza di lui non avrebbero mai votato Pd. Voti che senza Renzi sarebbero rimasti dov'erano, cioè a Grillo o a casa. Se Letta fosse rimasto ancora al governo, forse avrebbe preso ancora meno voti di Bersani l'anno scorso. E il risultato di oggi autorizza a ritenere che se all'ex sindaco di Firenze non fosse stata sbarrata la strada alle primarie contro Bersani, forse questo successo il Pd l'avrebbe ottenuto alle politiche del 2013 e avremmo tutti risparmiato un anno di risse e immobilismo.
Attenzione però ai facili entusiasmi: non sono elezioni politiche e la percentuale del 41% è gonfiata dalla ridotta affluenza alle urne (solo il 58%). In termini di voti reali Renzi ha riportato il Pd su livelli vicini ma ancora leggermente al di sotto (di 1 milione circa) delle sue migliori performance (circa 12 milioni di voti alle politiche del 2008 e del 2006). Tuttavia, ciò che rende il suo un risultato epocale, al contrario dei precedenti, è che per la prima volta il Pd riesce a vincere non facendo il pieno a sinistra ma conquistando il centro politico dell'elettorato, insomma c'è stato uno "shift" verso il centro: se i numeri somigliano a quelli del 2008, l'elettorato in realtà è molto diverso, e in un certo senso ha un peso specifico maggiore. E' un elettorato che ti permette di vincere e di governare da solo o quasi.
Certo, Renzi è stato anche favorito da alcune circostanze molto contingenti: sia Grillo con i suoi toni aggressivi e minacciosi, il suo "vinceremonoi", sia i sondaggi che stavolta per non sbagliare hanno sovrastimato il M5S, hanno posto l'elettorato di fronte all'eventualità di una vera e propria vittoria di Grillo, del sorpasso finale ai danni del Pd, e non solo di un forte vento di protesta. Molti elettori si sono mobilitati per scongiurare tale scenario. Urlatori e odiatori seriali ma inconcludenti hanno evidentemente cominciato a infastidire: soffiando sulla rabbia si possono prendere molti voti, ma suscitando paure e non speranze, presagendo sventure, non si vince.
Renzi da parte sua non ha sbagliato nemmeno un colpo: più che il gap tra annunci e fatti, più che gli 80 euro, hanno contato la sua energia, la sua voglia e il suo senso si urgenza nel cercare di cominciare subito a "cambiare verso" al paese. Finalmente qualcuno che ci prova sul serio, che vuole procedere a passo di carica e non felpato. E' bastato questo filo di speranza a convincere l'elettorato che valesse la pena mobilitarsi per impedire che venisse spezzato sul nascere dalla furia distruttiva del M5S. Dunque, davvero, si è votato non tanto sull'Europa, quanto sull'Italia: un referendum tra rabbia e speranza rispetto al nostro futuro, esattamente i termini in cui abilmente Renzi ha saputo, con l'aiuto di Grillo, impostare l'intera narrazione della campagna. La mia personale impressione è che la ciliegina sulla torta, il momento decisivo, sia stato lo scontro con Floris a Ballarò sui 150 milioni di tagli alla Rai. In quel momento più di qualche elettore moderato ma anche di sinistra deve aver pensato: oh, finalmente qualcuno fa sul serio. Gasparri e Romani che nel frattempo si esprimevano in difesa della tv pubblica davano la misura del suicidio in atto da anni nel centrodestra.
Adesso però si presenta a Renzi un'occasione storica: la vecchia sinistra è alle corde, è chiaro a tutti che è lui l'unico futuro del Pd, o capitalizza la vittoria e riforma il paese davvero, sfidando fino in fondo la Cgil e tutte le altre realtà più retrograde della sinistra e dell'establishment, senza guardare in faccia nessuno, o perde tutto con la stessa velocità con cui l'ha conquistato. Anche perché la prossima volta probabilmente non ci sarà il pericolo Grillo a mobilitare l'elettorato in suo favore.
IL CENTRODESTRA - Ma si tratta di un anno zero anche per il centrodestra, sia pure per motivi opposti. Frantumato, litigioso e senza leadership sembra aver toccato il fondo. E sembra un suicidio collettivo meticolosamente preparato dagli ex Pdl (al netto degli inevitabili esiti delle manovre interne ed esterne del 2011): allarmanti non sono tanto le percentuali, quanto la tipologia dell'elettorato perduto dopo due decenni, la parte più dinamica e produttiva del paese.
Sembra prefigurarsi un sistema tripolare ma di fatto bloccato, con un partito di centrosinistra e di governo pienamente legittimato, com'era la Dc (oggi il Pd), un partito anti-sistema (Grillo), che raccoglie frustrazioni e residui ideologici di sinistra e destra, e una galassia litigiosa e rancorosa di resti del centrodestra berlusconiano, in cui Forza Italia rappresenta un perno ancora rilevante elettoralmente ma sul filo della marginalità politica. In questo schema, avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra e del "pericolo Grillo", il Pd potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo agli spezzoni del centro "presentabili").
Esiste ancora un centrodestra italiano? Se non esiste più elettoralmente, ma solo come una pluralità di realtà sociali e culturali nel paese, allora non avrebbe senso esercitarsi nella somma delle cifre elettorali dei partiti rimasti. Quella somma, il 31%, è il segno di una sconfitta netta ed inequivocabile, ma bisogna chiedersi se può essere o meno una base da cui ripartire. Di cosa è fatta? Di un generoso voto di testimonianza confermato a Silvio Berlusconi (quasi il 17%); di un voto altrettanto generoso, ma identitario, per Fratelli d'Italia; e di un progetto presuntuoso e velleitario, Ncd, che pur potendo contare su 4 ministeri pesanti non è riuscito ad andare oltre il 2,5% (l'1,8 almeno bisognerà riconoscerglielo a Casini!), e si avvia verso la stessa mesta sorte dei finiani.
Ci sono, d'altra parte, 7 milioni di astenuti in più rispetto alle politiche del 2013, 10 milioni rispetto a quelle del 2008, e quasi 4 milioni rispetto alle europee del 2009. Insomma, sembra esserci un popolo di centrodestra che aspetta una nuova offerta e una nuova leadership. Il centrodestra italiano esiste proprio perché non è una somma di percentuali elettorali. Il *nuovo centrodestra*, tutto da costruire elettoralmente, sta nelle ragioni di chi è rimasto a casa, non nelle frattaglie di ceto politico da 3/4%. E il fusionismo va senz'altro coltivato, ma non tra quelle frattaglie che non rappresentano più nessuno. Sarebbe un errore reagire demonizzando Renzi come per due decenni la sinistra ha demonizzato Berlusconi, e sarebbe un errore anche tentare di rimettere insieme le frattaglie di un ceto politico dal 3/4%, come per troppo tempo ha fatto anche l'Ulivo/Pd anziché cercare una vocazione maggioritaria.
Ci sono alcune condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità, alle quali può ancora esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Oltre che di contenuti, ovviamente il problema è di credibilità e ricambio di leadership, se si vuole recuperare la parte economicamente e socialmente più dinamica del paese. Puoi pure dire le cose più giuste, ma sei sempre quello che soprattutto durante l'esperienza di governo 2008-2011, con la politica economico-sociale affidata al duo Tremonti-Sacconi, ha tradito le promesse di rivoluzione liberale. Primo passo, quindi, riconoscere l'errore, segnare una cesura netta con quell'esperienza e rinnovare in modo aperto la leadership.
GRILLO - Quanto a Grillo, non c'era migliore occasione per fare il pieno di voti di un'elezione in cui non era in gioco la guida del governo e che si presentava come un enorme sfogatoio collettivo contro l'Europa. Ma l'ha mancata. Il popolo di Grillo è in gran parte il popolo di moralizzatori e odiatori seriali allevato da Repubblica/Unità/Fatto quotidiano/Santoro. Solo che questi sapevano di dire un sacco di cazzate pur di abbattere l'avversario del momento, invece i loro lettori/spettatori ci sono cresciuti e ora ci credono. Chi ha seminato per decenni (dalle monetine a Craxi) tutto questo odio, disprezzo per l'avversario, questo analfabetismo economico e complottismo, ora ne ha perso il controllo: in certi attacchi grillini al Pd sembra di risentire quelli della schiera Pd/Repubblica/Travaglio a Berlusconi. Il giustizialismo, la questione morale, il mito della decrescita, del "tutto pubblico", le bufale ambientaliste e complottiste, l'antimilitarismo, arrivano tutti da sinistra. In misura minore il popolo di Grillo è anche di piccoli imprenditori, artigiani, commercianti arrabbiati e delusi da centrodestra e Lega.
La principale contraddizione del M5S però è che da una parte scagliano il loro "vaffa" alla casta, ai politici, dall'altra vogliono il "tutto pubblico". Ma quando tutto è pubblico si allargano, non si riducono gli spazi di influenza, il potere della casta. Non serve a nulla sostenere che i politici devono essere onesti: è persino ovvio, ma l'esperienza ci insegna che più ampio è il controllo pubblico, più margini ci sono per disonesti e corrotti. E' una legge fisica, e statistica.
NO-EURO - Uscita molto ridimensionata da queste elezioni è anche la posizione no-euro. L'occasione era propizia, il vento antieuropeista soffiava forte, le schede elettorali erano piene di offerte politiche no-euro, ce n'erano per tutti i gusti, dalle più hard alle più soft... In altri paesi hanno fatto il pieno di voti, in Italia no. Renzi non ha dovuto mettere sul piatto l'uscita dall'euro per raggiungere il 40%, e ben il 42% degli elettori ha preferito astenersi piuttosto che aderire in massa alle proposte no-euro. Ovvio, non è che l'euro vada bene così com'è, ma gli italiani devono aver percepito puzza di sòla all'idea di uscire dalla moneta unica.
In generale, la critica all'Europa andrebbe mossa a partire da quel pensiero unico economico – che sembra accomunare PSE e PPE – secondo cui la crescita si fa con gli investimenti pubblici e i fondi europei, cioè con la spesa, e il rigore si fa con le tasse. A cui si aggiunge quella logica contabile delle coperture, per cui non viene nemmeno ipotizzato come credibile l'effetto espansivo di un taglio fiscale, mentre sono accettate come moneta corrente le supposte nuove entrate derivanti da un aumento di tasse. Anche se poi, alla prova dei fatti, quell'aumento avrà un effetto recessivo, e quindi avrà generato un gettito inferiore alle attese.
Tuesday, May 28, 2013
La gente ha capito... che votare è inutile
Anche su Notapolitica e L'Opinione
E' sbagliatissimo leggere l'esito del voto amministrativo attraverso le lenti della politica nazionale. Ovviamente il governo Letta e le forze politiche che lo sostengono lo fanno per convenienza: «Ha vinto il governo delle larghe intese e chi prova a dare risposte effettive al Paese». Il premier prova a metterci il cappello, facendo filtrare ai giornali la sua soddisfazione: «La gente ha capito». Ma l'unica conclusione a cui la gente sta mostrando di essere giunta è che votare è inutile, perché tra destra e sinistra non c'è poi molta differenza. Intendiamoci: ovvio che un crollo del centrodestra e del centrosinistra, e un nuovo boom di Grillo, avrebbero indicato una bocciatura, sia pure prematura forse, delle "larghe intese".
Ma il semplice fatto che ciò non sia avvenuto non significa che l'operazione è stata promossa. Uno scampato pericolo non equivale a una promozione. Anzi, sull'elevato astensionismo semmai, oltre a una certa stanchezza di politica (dopo la "full immersion" degli ultimi mesi, tra elezioni di febbraio e travagliato parto del governo) e a un giudizio complessivamente negativo sui candidati, può aver pesato una certa rassegnazione: tanto votare è inutile, gli uni o gli altri sono la stessa cosa. E anche votare Grillo, oltre al "vaffa", è sterile, non porta a nulla per cui valga la pena distogliersi dalle proprie attività domenicali.
Il voto amministrativo può certamente dare indicazioni di approvazione o disapprovazione dell'operato del governo nazionale, ma non può essere questo il caso. Sul governo Letta, e dunque sull'operazione politica che l'ha tenuto a battesimo, il giudizio degli elettori è ancora sospeso: giustamente, dal momento che è in carica solo da poche settimane. Non è il voto amministrativo, quindi, a rafforzare le "larghe intese", ma il semplice fatto che il governo ha iniziato a lavorare da poco e dunque il primo giudizio è rimandato a settembre.
Basti prendere in esame il caso del Comune di Roma, che da solo rapppresenta il 57,5% dell'elettorato chiamato alle urne e addirittura il 73,3% di quello dei 16 comuni capoluogo. Alemanno è arrivato a questo voto sfiancato da scandali veri o presunti e da una incessante campagna di ridicolizzazione personale, eppure ha retto ed è riuscito ad andare al ballottaggio. D'altra parte, Marino non rappresenta certo la linea delle "larghe intese", e ha posizioni politiche distanti dai possibili futuri leader del suo partito. Semmai, la sua affermazione dovrebbe suonare come campanello d'allarme per il Pd impegnato nelle "larghe intese".
Insomma, gli elettori hanno dato un giudizio sull'operato dei sindaci uscenti, basato sulla percezione - spesso imprecisa - di ciò che è stato o non è stato fatto. E come spesso accade, è un giudizio molto negativo, che tuttavia si è esteso anche ai candidati sfidanti. L'astensione elevata - anche se il confronto corretto non è con il 2008, quando pesò il traino delle politiche - è probabilmente il segno che i candidati sono apparsi tutti mediocri, anche quelli del M5S. A Roma può aver pesato il derby, certo, ma forse ancor di più la certezza che si sarebbe andati al ballottaggio. Anche questo può aver convinto molti elettori a "disturbarsi" solo quando si deciderà per davvero, cioè fra due settimane. Al ballottaggio l'affluenza nella capitale potrebbe persino aumentare, o restare pressoché invariata ma con un elettorato molto diverso, anche se le chance di Alemanno sembrano ridotte al lumicino.
Ridicoli anche i frettolosi "de profundis" per Grillo e M5S: alle amministrative, dove contano di più i volti dei candidati, dove si cerca un amministratore e non ci si accontenta di un "vaffa" generalizzato, non sorprende che i grillini non abbiano convinto. La gente ha capito che anche loro sono mediocri, e rispetto agli altri pure inesperti. Probabilmente il M5S non avrebbe toccato il 25% alle politiche, se si fosse votato in collegi uninominali, che avrebbero costretto i parlamentari grillini a presentarsi agli elettori - con i loro volti, le loro storie personali - prima del voto in ogni singolo collegio.
A Roma è uscito sconfitto il candidato De Vito, ma lo tsunami nazionale non è affatto rientrato. Non sono venuti meno i motivi che lo scorso febbraio hanno indotto il 25% degli elettori a mandare un sonoro "vaffa" ai partiti tradizionali, ma adesso anche Grillo sa che non basta più evitare la tv, non bastano più i suoi comizi. Le inadeguatezze, l'ingenuità, talvolta l'antipatia dei parlamentari e dei candidati del movimento non si possono nascondere in eterno dietro una battuta o un insulto.
E' sbagliatissimo leggere l'esito del voto amministrativo attraverso le lenti della politica nazionale. Ovviamente il governo Letta e le forze politiche che lo sostengono lo fanno per convenienza: «Ha vinto il governo delle larghe intese e chi prova a dare risposte effettive al Paese». Il premier prova a metterci il cappello, facendo filtrare ai giornali la sua soddisfazione: «La gente ha capito». Ma l'unica conclusione a cui la gente sta mostrando di essere giunta è che votare è inutile, perché tra destra e sinistra non c'è poi molta differenza. Intendiamoci: ovvio che un crollo del centrodestra e del centrosinistra, e un nuovo boom di Grillo, avrebbero indicato una bocciatura, sia pure prematura forse, delle "larghe intese".
Ma il semplice fatto che ciò non sia avvenuto non significa che l'operazione è stata promossa. Uno scampato pericolo non equivale a una promozione. Anzi, sull'elevato astensionismo semmai, oltre a una certa stanchezza di politica (dopo la "full immersion" degli ultimi mesi, tra elezioni di febbraio e travagliato parto del governo) e a un giudizio complessivamente negativo sui candidati, può aver pesato una certa rassegnazione: tanto votare è inutile, gli uni o gli altri sono la stessa cosa. E anche votare Grillo, oltre al "vaffa", è sterile, non porta a nulla per cui valga la pena distogliersi dalle proprie attività domenicali.
Il voto amministrativo può certamente dare indicazioni di approvazione o disapprovazione dell'operato del governo nazionale, ma non può essere questo il caso. Sul governo Letta, e dunque sull'operazione politica che l'ha tenuto a battesimo, il giudizio degli elettori è ancora sospeso: giustamente, dal momento che è in carica solo da poche settimane. Non è il voto amministrativo, quindi, a rafforzare le "larghe intese", ma il semplice fatto che il governo ha iniziato a lavorare da poco e dunque il primo giudizio è rimandato a settembre.
Basti prendere in esame il caso del Comune di Roma, che da solo rapppresenta il 57,5% dell'elettorato chiamato alle urne e addirittura il 73,3% di quello dei 16 comuni capoluogo. Alemanno è arrivato a questo voto sfiancato da scandali veri o presunti e da una incessante campagna di ridicolizzazione personale, eppure ha retto ed è riuscito ad andare al ballottaggio. D'altra parte, Marino non rappresenta certo la linea delle "larghe intese", e ha posizioni politiche distanti dai possibili futuri leader del suo partito. Semmai, la sua affermazione dovrebbe suonare come campanello d'allarme per il Pd impegnato nelle "larghe intese".
Insomma, gli elettori hanno dato un giudizio sull'operato dei sindaci uscenti, basato sulla percezione - spesso imprecisa - di ciò che è stato o non è stato fatto. E come spesso accade, è un giudizio molto negativo, che tuttavia si è esteso anche ai candidati sfidanti. L'astensione elevata - anche se il confronto corretto non è con il 2008, quando pesò il traino delle politiche - è probabilmente il segno che i candidati sono apparsi tutti mediocri, anche quelli del M5S. A Roma può aver pesato il derby, certo, ma forse ancor di più la certezza che si sarebbe andati al ballottaggio. Anche questo può aver convinto molti elettori a "disturbarsi" solo quando si deciderà per davvero, cioè fra due settimane. Al ballottaggio l'affluenza nella capitale potrebbe persino aumentare, o restare pressoché invariata ma con un elettorato molto diverso, anche se le chance di Alemanno sembrano ridotte al lumicino.
Ridicoli anche i frettolosi "de profundis" per Grillo e M5S: alle amministrative, dove contano di più i volti dei candidati, dove si cerca un amministratore e non ci si accontenta di un "vaffa" generalizzato, non sorprende che i grillini non abbiano convinto. La gente ha capito che anche loro sono mediocri, e rispetto agli altri pure inesperti. Probabilmente il M5S non avrebbe toccato il 25% alle politiche, se si fosse votato in collegi uninominali, che avrebbero costretto i parlamentari grillini a presentarsi agli elettori - con i loro volti, le loro storie personali - prima del voto in ogni singolo collegio.
A Roma è uscito sconfitto il candidato De Vito, ma lo tsunami nazionale non è affatto rientrato. Non sono venuti meno i motivi che lo scorso febbraio hanno indotto il 25% degli elettori a mandare un sonoro "vaffa" ai partiti tradizionali, ma adesso anche Grillo sa che non basta più evitare la tv, non bastano più i suoi comizi. Le inadeguatezze, l'ingenuità, talvolta l'antipatia dei parlamentari e dei candidati del movimento non si possono nascondere in eterno dietro una battuta o un insulto.
Tuesday, April 23, 2013
Da Napolitano schiaffi ai partiti e lezione di politica valida per tutti
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.
Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.
Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.
«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».
Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.
In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
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Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.
Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.
Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.
«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».
Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.
In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
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Monday, April 22, 2013
Napolitano 2.0 male minore, ma ora il presidenzialismo
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La rielezione di Napolitano rappresenta senz'altro un sollievo, essendo scampati a ipotesi peggiori come Marini, il vendicativo Prodi o addirittura il "grillino" Rodotà. Ma anche indiscutibilmente un fallimento della classe politica, costretta a richiamare in servizio un signore di quasi 88 anni. E superato solo uno dei blocchi di questa fase politica, resta l'impasse sulla formazione del nuovo governo e, naturalmente, la gravissima crisi economica per lo più auto-indotta per eccesso di tassazione. Per la verità, è un fallimento soprattutto del Pd, che pur potendo contare su quasi la metà dei "grandi elettori" per il Colle non ha saputo indicare un proprio candidato senza spaccarsi, in una faida tra vecchie "glorie" (o salme) e tra generazioni, ma soprattutto dilaniato dall'eterna contrapposizione (nella sinistra) tra riformismo democratico e giacobinismo massimalista.
Un grave errore l'ha commesso anche il presidente Napolitano, permettendo al pre-incaricato Bersani di perdere tempo, e quindi, con l'avvicinarsi della scadenza del proprio mandato, facendosi da parte, rinunciando ad esercitare il potere di nomina del presidente del Consiglio che la Costituzione gli attribuisce. Anteporre la sua successione al Colle alla risoluzione del problema del governo, infatti, non ha avuto l'effetto sperato di favorire il dialogo tra le forze politiche, come pure era lecito aspettarsi trattandosi di un'elezione per la quale la Costituzione stessa (altro che inciucio!) richiede maggioranze qualificate. Anzi, il Pd ha scaricato sull'istituzione più alta della Repubblica tutto il peso delle proprie contraddizioni interne, quasi trasformando la successione al Colle in un suo congresso. Il dilemma delle forze alle quali aprire per tentare di formare un governo a guida Pd è entrato nella scelta del nome, producendo una situazione in cui, al di là degli antichi rancori personali, qualsiasi candidato, tranne Napolitano, avrebbe spaccato il partito. Marini e Cancellieri, perché identificati con una prospettiva di governo di "larghe intese" con il Pdl, non avrebbero ottenuto il consenso delle correnti e dei parlamentari contrari a tale ipotesi; Prodi, perché oltre a risuscitare irriducibili rivalità interne, sarebbe stato un dispetto al Pdl, senza per questo garantire un'apertura da parte del M5S; Rodotà, perché avrebbe significato "consegnarsi" a Grillo.
E' del tutto evidente, quindi, che a dispetto dei tentativi di negarlo da parte del Pd, era impossibile tenere distinta la scelta del nuovo presidente da un'ipotesi di governo o l'altra, dal momento che i poteri presidenziali di nomina e scioglimento delle Camere in questo caso sarebbero stati esercitati fin da subito. Anzi, le due questioni non potevano che essere intrecciate. Una circostanza che di per sé ci fa vivere una situazione tipicamente "presidenzialista", in cui dal nuovo presidente dipende anche la maggioranza di governo.
Un aspetto certamente positivo della rielezione di Napolitano è che sia pure indirettamente rilancia l'idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, sia tra coloro che alla fine lo hanno pregato di rendersi disponibile, sia tra i cittadini che avrebbero voluto nomi diversi. Se si è certi, per esempio, che gli italiani avrebbero voluto Rodotà, allora per coerenza si dovrebbe sostenere l'elezione diretta del presidente come logico completamento dello schema "Quirinarie", se siamo d'accordo che nelle urne - ancor meglio che nel web o nelle piazze - si esprime la volontà popolare. E' la prima volta nella storia repubblicana che un presidente viene rieletto. Se è vero che questa possibilità non è esclusa dalla Carta costituzionale, ma solo dalla prassi, e quindi non si può affermare che sia incostituzionale, è pur vero che la rielezione è concettualmente presidenzialista. E' prevista, infatti, e costituzionalmente limitata, nei sistemi in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e ha un mandato inferiore al nostro nella durata (4-5 anni e non 7), ma più politico, di governo. Tale è l'evoluzione in senso presidenzialista del ruolo del nostro capo dello Stato, avviata con l'adozione di un sistema maggioritario, che nel panorama politico non esistono proprio più figure "neutre", super partes, e anzi la situazione richiede proprio una figura "di governo", sia pure in un contesto di equilibrio tra i poteri. Inoltre, il presidente Napolitano, già riluttante ad accettare un secondo mandato, sarebbe ben disposto a lasciare nell'arco di uno o al massimo due anni, appena fosse riformato il sistema d'elezione alla presidenza della Repubblica.
Ma il dilemma in casa Pd è solo rinviato: governo con Pdl e Scelta Civica, o voto (con il rischio di un bagno di sangue), considerando che Napolitano, ora rieletto, può sciogliere le Camere? E' molto probabile che questo pomeriggio Napolitano chiarirà che i partiti devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità e che quindi non c'è spazio per governi di "medie intese" o solo tecnici, come vorrebbero molti nel Pd per non mettere la faccia su un accordo con Berlusconi. Ed è anche probabile che alla fine il Pd dovrà piegarsi, accettare il male minore: rialzarsi tra un anno, dovendo spiegare ai propri elettori l'"inciucio" col "giaguaro", sarà difficile, ma votare subito sarebbe suicida.
E' ovvio che un governo di larghe intese lascerebbe un bazooka in mano a Grillo, cioè gli permetterebbe di intestarsi il ruolo di unico oppositore nei confronti del "sistema", dei partiti di maggioranza - per certi versi davvero un partito "unico" - ma non esistono scorciatoie. C'è solo una possibile road map, che qui avevamo indicato già all'indomani del voto di febbraio: o Pd e Pdl sono in grado di collaborare seriamente e proficuamente per un numero ristretto di mesi, assicurando al paese 3/4 riforme di cui ha assoluto bisogno, economiche ed istituzionali (per adeguare finalmente Costituzione e legge elettorale al semipresidenzialismo di fatto in cui siamo), oppure sì, il M5S aumenterà i suoi consensi, ma a ragione. Il governo di "larghe intese" si rivelerà uno sterile arroccamento, se i partiti si dimostreranno ancora incapaci di fare riforme, ma è al tempo stesso l'unica, forse l'ultima, chance di lanciare una controffensiva all'antipolitica di Grillo.
Un «pacchetto di provvedimenti economici», una nuova legge elettorale, l'elezione diretta del presidente e poi il voto, è la via che oggi sposa anche Matteo Renzi, nella sua tempestiva intervista a Repubblica, nonostante abbia anch'egli usato l'elezione del capo dello Stato per produrre un esito del tutto diverso, il ritorno immediato alle urne, da lui giudicato più conveniente dal punto di vista personale, e per regolare i conti interni: far fuori Bersani (e D'Alema). Ha finito però per scottarsi anche lui nell'esplosione del quartier generale: contribuendo a bruciare la candidatura di Marini, e da entusiasta sponsor di quella di Prodi, ha dismesso i panni del grande rottamatore e vestito quelli del riesumatore di salme, contraddetto la sua idea di leadership da conquistare nelle primarie, in una competizione a viso aperto, facendo ricorso ai vecchi intrighi correntizi pur di inseguire le proprie ambizioni. Da potenziale salvatore del Pd, rischia di restare coinvolto nel crollo del partito che lui stesso ha contribuito a provocare. Com'è rapidamente "invecchiato" Renzi in questi due-tre giorni, politicamente...
La rielezione di Napolitano rappresenta senz'altro un sollievo, essendo scampati a ipotesi peggiori come Marini, il vendicativo Prodi o addirittura il "grillino" Rodotà. Ma anche indiscutibilmente un fallimento della classe politica, costretta a richiamare in servizio un signore di quasi 88 anni. E superato solo uno dei blocchi di questa fase politica, resta l'impasse sulla formazione del nuovo governo e, naturalmente, la gravissima crisi economica per lo più auto-indotta per eccesso di tassazione. Per la verità, è un fallimento soprattutto del Pd, che pur potendo contare su quasi la metà dei "grandi elettori" per il Colle non ha saputo indicare un proprio candidato senza spaccarsi, in una faida tra vecchie "glorie" (o salme) e tra generazioni, ma soprattutto dilaniato dall'eterna contrapposizione (nella sinistra) tra riformismo democratico e giacobinismo massimalista.
Un grave errore l'ha commesso anche il presidente Napolitano, permettendo al pre-incaricato Bersani di perdere tempo, e quindi, con l'avvicinarsi della scadenza del proprio mandato, facendosi da parte, rinunciando ad esercitare il potere di nomina del presidente del Consiglio che la Costituzione gli attribuisce. Anteporre la sua successione al Colle alla risoluzione del problema del governo, infatti, non ha avuto l'effetto sperato di favorire il dialogo tra le forze politiche, come pure era lecito aspettarsi trattandosi di un'elezione per la quale la Costituzione stessa (altro che inciucio!) richiede maggioranze qualificate. Anzi, il Pd ha scaricato sull'istituzione più alta della Repubblica tutto il peso delle proprie contraddizioni interne, quasi trasformando la successione al Colle in un suo congresso. Il dilemma delle forze alle quali aprire per tentare di formare un governo a guida Pd è entrato nella scelta del nome, producendo una situazione in cui, al di là degli antichi rancori personali, qualsiasi candidato, tranne Napolitano, avrebbe spaccato il partito. Marini e Cancellieri, perché identificati con una prospettiva di governo di "larghe intese" con il Pdl, non avrebbero ottenuto il consenso delle correnti e dei parlamentari contrari a tale ipotesi; Prodi, perché oltre a risuscitare irriducibili rivalità interne, sarebbe stato un dispetto al Pdl, senza per questo garantire un'apertura da parte del M5S; Rodotà, perché avrebbe significato "consegnarsi" a Grillo.
E' del tutto evidente, quindi, che a dispetto dei tentativi di negarlo da parte del Pd, era impossibile tenere distinta la scelta del nuovo presidente da un'ipotesi di governo o l'altra, dal momento che i poteri presidenziali di nomina e scioglimento delle Camere in questo caso sarebbero stati esercitati fin da subito. Anzi, le due questioni non potevano che essere intrecciate. Una circostanza che di per sé ci fa vivere una situazione tipicamente "presidenzialista", in cui dal nuovo presidente dipende anche la maggioranza di governo.
Un aspetto certamente positivo della rielezione di Napolitano è che sia pure indirettamente rilancia l'idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, sia tra coloro che alla fine lo hanno pregato di rendersi disponibile, sia tra i cittadini che avrebbero voluto nomi diversi. Se si è certi, per esempio, che gli italiani avrebbero voluto Rodotà, allora per coerenza si dovrebbe sostenere l'elezione diretta del presidente come logico completamento dello schema "Quirinarie", se siamo d'accordo che nelle urne - ancor meglio che nel web o nelle piazze - si esprime la volontà popolare. E' la prima volta nella storia repubblicana che un presidente viene rieletto. Se è vero che questa possibilità non è esclusa dalla Carta costituzionale, ma solo dalla prassi, e quindi non si può affermare che sia incostituzionale, è pur vero che la rielezione è concettualmente presidenzialista. E' prevista, infatti, e costituzionalmente limitata, nei sistemi in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e ha un mandato inferiore al nostro nella durata (4-5 anni e non 7), ma più politico, di governo. Tale è l'evoluzione in senso presidenzialista del ruolo del nostro capo dello Stato, avviata con l'adozione di un sistema maggioritario, che nel panorama politico non esistono proprio più figure "neutre", super partes, e anzi la situazione richiede proprio una figura "di governo", sia pure in un contesto di equilibrio tra i poteri. Inoltre, il presidente Napolitano, già riluttante ad accettare un secondo mandato, sarebbe ben disposto a lasciare nell'arco di uno o al massimo due anni, appena fosse riformato il sistema d'elezione alla presidenza della Repubblica.
Ma il dilemma in casa Pd è solo rinviato: governo con Pdl e Scelta Civica, o voto (con il rischio di un bagno di sangue), considerando che Napolitano, ora rieletto, può sciogliere le Camere? E' molto probabile che questo pomeriggio Napolitano chiarirà che i partiti devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità e che quindi non c'è spazio per governi di "medie intese" o solo tecnici, come vorrebbero molti nel Pd per non mettere la faccia su un accordo con Berlusconi. Ed è anche probabile che alla fine il Pd dovrà piegarsi, accettare il male minore: rialzarsi tra un anno, dovendo spiegare ai propri elettori l'"inciucio" col "giaguaro", sarà difficile, ma votare subito sarebbe suicida.
E' ovvio che un governo di larghe intese lascerebbe un bazooka in mano a Grillo, cioè gli permetterebbe di intestarsi il ruolo di unico oppositore nei confronti del "sistema", dei partiti di maggioranza - per certi versi davvero un partito "unico" - ma non esistono scorciatoie. C'è solo una possibile road map, che qui avevamo indicato già all'indomani del voto di febbraio: o Pd e Pdl sono in grado di collaborare seriamente e proficuamente per un numero ristretto di mesi, assicurando al paese 3/4 riforme di cui ha assoluto bisogno, economiche ed istituzionali (per adeguare finalmente Costituzione e legge elettorale al semipresidenzialismo di fatto in cui siamo), oppure sì, il M5S aumenterà i suoi consensi, ma a ragione. Il governo di "larghe intese" si rivelerà uno sterile arroccamento, se i partiti si dimostreranno ancora incapaci di fare riforme, ma è al tempo stesso l'unica, forse l'ultima, chance di lanciare una controffensiva all'antipolitica di Grillo.
Un «pacchetto di provvedimenti economici», una nuova legge elettorale, l'elezione diretta del presidente e poi il voto, è la via che oggi sposa anche Matteo Renzi, nella sua tempestiva intervista a Repubblica, nonostante abbia anch'egli usato l'elezione del capo dello Stato per produrre un esito del tutto diverso, il ritorno immediato alle urne, da lui giudicato più conveniente dal punto di vista personale, e per regolare i conti interni: far fuori Bersani (e D'Alema). Ha finito però per scottarsi anche lui nell'esplosione del quartier generale: contribuendo a bruciare la candidatura di Marini, e da entusiasta sponsor di quella di Prodi, ha dismesso i panni del grande rottamatore e vestito quelli del riesumatore di salme, contraddetto la sua idea di leadership da conquistare nelle primarie, in una competizione a viso aperto, facendo ricorso ai vecchi intrighi correntizi pur di inseguire le proprie ambizioni. Da potenziale salvatore del Pd, rischia di restare coinvolto nel crollo del partito che lui stesso ha contribuito a provocare. Com'è rapidamente "invecchiato" Renzi in questi due-tre giorni, politicamente...
Thursday, April 18, 2013
Dopo aver seminato vento, il Pd raccoglie la sua tempesta
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.
«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.
La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.
Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.
E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.
Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.
Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?
No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.
Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.
Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.
«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.
La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.
Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.
E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.
Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.
Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?
No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.
Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.
Wednesday, April 03, 2013
La resa pilatesca di Napolitano
L'arbitro che non se l'è sentita di fischiare rigore all'ultimo minuto
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si congela qualcosa per conservarla e poterla utilizzare in un secondo momento, non per gettarla via. In questo senso è corretto sostenere che la decisione del presidente Napolitano di nominare i dieci saggi ha soltanto "congelato" Bersani, senza sancire il suo fallimento. Certo, il segretario del Pd avrebbe di gran lunga preferito ricevere un incarico pieno, per formare il suo governo e farsi eventualmente sfiduciare in aula, entrando comunque a Palazzo Chigi, oppure le dimissioni anticipate del presidente, ma ha "assorbito" con lungimiranza la mossa del Colle, cogliendone la debolezza, persino l'impotenza. Napolitano, infatti, gli ha sì sbarrato la strada verso Palazzo Chigi, ma di fatto, pur non dimettendosi, perché sconsigliato da Draghi, sta passando nelle mani del suo successore la spinosa questione del nuovo esecutivo.
Il favore a Bersani è doppio: perché il presidente non ha attribuito a nessun altro l'incarico di formare un governo, come invece avrebbe voluto la prassi costituzionale alla luce dell'esito negativo della sua esplorazione; e perché ribaltando l'ordine dei fattori dell'ingorgo istituzionale - l'elezione del nuovo presidente della Repubblica è ormai temporalmente prioritaria rispetto alla formazione del nuovo governo (il 18 aprile la prima seduta utile) - aiuta il segretario del Pd a tenere il partito unito sulla prima delle due scadenze.
L'inerzia è di nuovo a vantaggio di Bersani: basta aspettare l'elezione del nuovo inquilino del Colle, che sarà più propenso a conferirgli l'incarico anche senza numeri certi al Senato. Esplicativo il titolo dell'editoriale di Stefano Menichini, direttore di Europa: «Si va al governo passando dal Quirinale». Così come sperava che l'elezione dei presidenti di Camera e Senato potesse favorire le condizioni per ottenere almeno il "non impedimento" alla nascita del suo governo, ora Bersani spera di utilizzare l'elezione del nuovo capo dello Stato per continuare la sua rincorsa a Grillo, per un nuovo tentativo di agganciare i senatori del M5S. Se il nuovo presidente venisse eletto senza i voti del Pdl, ma con qualche voto dei montiani e dei grillini, come avvenuto per Grasso, tramonterebbe definitivamente qualsiasi ipotesi di "larghe intese" tra Pd e Pdl e verrebbe rilanciata, invece, l'idea del governo del "cambiamento" in grado di ottenere almeno la "non sfiducia" dei grillini. O, al peggio, ci sarebbe il voto.
Peccato che il presidente abbia deciso di chiudere il suo settennato con una mossa così dilatoria e pilatesca. Questa volta il compagno Napolitano ha anteposto l'interesse del suo partito alla tutela delle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica, che aveva voluto difendere con forza, invece, chiamando in causa la Corte costituzionale sulle intercettazioni che lo riguardavano in possesso della Procura di Palermo. Dei due poteri che la Costituzione attribuisce al capo dello Stato per risolvere crisi politiche come quella attuale - il potere di nomina del presidente del Consiglio e il potere di scioglimento anticipato delle Camere - gli restava solo il primo, poiché il presidente in scadenza di mandato non può sciogliere anticipatamente le Camere.
Ebbene, Napolitano ha rinunciato anche a quello. Ha rinunciato al potere di nominare un presidente del Consiglio, quindi a provare a sciogliere con il potere che la Costituzione gli attribuisce l'intricato nodo del governo, inventandosi invece una formula dilatoria - le due commissioni di saggi - che nelle sue intenzioni dovrebbe servire a «spezzare, o magari soltanto allentare, la spirale di incomunicabilità fra partiti che si sentono e si comportano ancora come se fossero in piena campagna elettorale». Ha inteso creare una sorta di camera di decompressione, illudendosi di far emergere in questo modo elementi programmatici condivisi per un eventuale governo di corresponsabilità, più o meno esplicita, tra le forze politiche.
Di fatto, però, più o meno consapevolmente ha regalato al Pd una cospicua rendita di posizione. Mentre prima avrebbe dovuto accettare un nome di garanzia per il Quirinale affinché non fosse preclusa la nascita di un governo Bersani, adesso è nella posizione di pretendere che il centrodestra si pieghi a votare il candidato espresso dalla sinistra, pena l'elezione della personalità più antiberlusconiana possibile. E in ogni caso il nuovo presidente consentirebbe finalmente a Bersani di varare il suo esecutivo "di minoranza" e di insediarsi a Palazzo Chigi. Se una simile manovra presidenziale avesse in tal modo favorito Berlusconi, si sarebbe gridato al golpe per settimane.
La linea di Bersani, di totale chiusura nei confronti del centrodestra, non poteva, e non può, essere messa in discussione all'interno del Pd se non in modo lacerante. Se davvero c'è chi non la condivide, di sicuro stenta a manifestarsi. E stenterà ancor di più, dal momento che la mossa del Colle aiuta Bersani a compattare il partito dietro di sé, essendo l'elezione del nuovo presidente l'obiettivo condiviso su cui ora non ci si può proprio dividere. Al rifiuto del segretario del Pd di rinunciare all'incarico nonostante non fosse riuscito a ottenere le condizioni poste da Napolitano (una maggioranza certa anche al Senato), il presidente avrebbe potuto, e dovuto reagire facendo saltare il tappo, dichiarando formalmente fallito il tentativo di Bersani e nominando un premier incaricato di formare un governo. Era questo l'unico atto di forza che avrebbe potuto dare una scossa al Pd: a quel punto, chi non fosse stato convinto della linea Bersani, avrebbe potuto sfidarla sotto la copertura autorevole del Quirinale, con gli argomenti pressanti di un governo del presidente che sarebbe arrivato di lì a poco a chiedere la fiducia alle Camere.
Napolitano non se l'è sentita di mettere il proprio partito di fronte ad un bivio così lacerante, ma così è uscito dalla sua traiettoria istituzionale proprio all'ultima curva del suo settennato.
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si congela qualcosa per conservarla e poterla utilizzare in un secondo momento, non per gettarla via. In questo senso è corretto sostenere che la decisione del presidente Napolitano di nominare i dieci saggi ha soltanto "congelato" Bersani, senza sancire il suo fallimento. Certo, il segretario del Pd avrebbe di gran lunga preferito ricevere un incarico pieno, per formare il suo governo e farsi eventualmente sfiduciare in aula, entrando comunque a Palazzo Chigi, oppure le dimissioni anticipate del presidente, ma ha "assorbito" con lungimiranza la mossa del Colle, cogliendone la debolezza, persino l'impotenza. Napolitano, infatti, gli ha sì sbarrato la strada verso Palazzo Chigi, ma di fatto, pur non dimettendosi, perché sconsigliato da Draghi, sta passando nelle mani del suo successore la spinosa questione del nuovo esecutivo.
Il favore a Bersani è doppio: perché il presidente non ha attribuito a nessun altro l'incarico di formare un governo, come invece avrebbe voluto la prassi costituzionale alla luce dell'esito negativo della sua esplorazione; e perché ribaltando l'ordine dei fattori dell'ingorgo istituzionale - l'elezione del nuovo presidente della Repubblica è ormai temporalmente prioritaria rispetto alla formazione del nuovo governo (il 18 aprile la prima seduta utile) - aiuta il segretario del Pd a tenere il partito unito sulla prima delle due scadenze.
L'inerzia è di nuovo a vantaggio di Bersani: basta aspettare l'elezione del nuovo inquilino del Colle, che sarà più propenso a conferirgli l'incarico anche senza numeri certi al Senato. Esplicativo il titolo dell'editoriale di Stefano Menichini, direttore di Europa: «Si va al governo passando dal Quirinale». Così come sperava che l'elezione dei presidenti di Camera e Senato potesse favorire le condizioni per ottenere almeno il "non impedimento" alla nascita del suo governo, ora Bersani spera di utilizzare l'elezione del nuovo capo dello Stato per continuare la sua rincorsa a Grillo, per un nuovo tentativo di agganciare i senatori del M5S. Se il nuovo presidente venisse eletto senza i voti del Pdl, ma con qualche voto dei montiani e dei grillini, come avvenuto per Grasso, tramonterebbe definitivamente qualsiasi ipotesi di "larghe intese" tra Pd e Pdl e verrebbe rilanciata, invece, l'idea del governo del "cambiamento" in grado di ottenere almeno la "non sfiducia" dei grillini. O, al peggio, ci sarebbe il voto.
Peccato che il presidente abbia deciso di chiudere il suo settennato con una mossa così dilatoria e pilatesca. Questa volta il compagno Napolitano ha anteposto l'interesse del suo partito alla tutela delle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica, che aveva voluto difendere con forza, invece, chiamando in causa la Corte costituzionale sulle intercettazioni che lo riguardavano in possesso della Procura di Palermo. Dei due poteri che la Costituzione attribuisce al capo dello Stato per risolvere crisi politiche come quella attuale - il potere di nomina del presidente del Consiglio e il potere di scioglimento anticipato delle Camere - gli restava solo il primo, poiché il presidente in scadenza di mandato non può sciogliere anticipatamente le Camere.
Ebbene, Napolitano ha rinunciato anche a quello. Ha rinunciato al potere di nominare un presidente del Consiglio, quindi a provare a sciogliere con il potere che la Costituzione gli attribuisce l'intricato nodo del governo, inventandosi invece una formula dilatoria - le due commissioni di saggi - che nelle sue intenzioni dovrebbe servire a «spezzare, o magari soltanto allentare, la spirale di incomunicabilità fra partiti che si sentono e si comportano ancora come se fossero in piena campagna elettorale». Ha inteso creare una sorta di camera di decompressione, illudendosi di far emergere in questo modo elementi programmatici condivisi per un eventuale governo di corresponsabilità, più o meno esplicita, tra le forze politiche.
Di fatto, però, più o meno consapevolmente ha regalato al Pd una cospicua rendita di posizione. Mentre prima avrebbe dovuto accettare un nome di garanzia per il Quirinale affinché non fosse preclusa la nascita di un governo Bersani, adesso è nella posizione di pretendere che il centrodestra si pieghi a votare il candidato espresso dalla sinistra, pena l'elezione della personalità più antiberlusconiana possibile. E in ogni caso il nuovo presidente consentirebbe finalmente a Bersani di varare il suo esecutivo "di minoranza" e di insediarsi a Palazzo Chigi. Se una simile manovra presidenziale avesse in tal modo favorito Berlusconi, si sarebbe gridato al golpe per settimane.
La linea di Bersani, di totale chiusura nei confronti del centrodestra, non poteva, e non può, essere messa in discussione all'interno del Pd se non in modo lacerante. Se davvero c'è chi non la condivide, di sicuro stenta a manifestarsi. E stenterà ancor di più, dal momento che la mossa del Colle aiuta Bersani a compattare il partito dietro di sé, essendo l'elezione del nuovo presidente l'obiettivo condiviso su cui ora non ci si può proprio dividere. Al rifiuto del segretario del Pd di rinunciare all'incarico nonostante non fosse riuscito a ottenere le condizioni poste da Napolitano (una maggioranza certa anche al Senato), il presidente avrebbe potuto, e dovuto reagire facendo saltare il tappo, dichiarando formalmente fallito il tentativo di Bersani e nominando un premier incaricato di formare un governo. Era questo l'unico atto di forza che avrebbe potuto dare una scossa al Pd: a quel punto, chi non fosse stato convinto della linea Bersani, avrebbe potuto sfidarla sotto la copertura autorevole del Quirinale, con gli argomenti pressanti di un governo del presidente che sarebbe arrivato di lì a poco a chiedere la fiducia alle Camere.
Napolitano non se l'è sentita di mettere il proprio partito di fronte ad un bivio così lacerante, ma così è uscito dalla sua traiettoria istituzionale proprio all'ultima curva del suo settennato.
Friday, March 29, 2013
Napolitano fai presto, Pd tentato dallo strappo
Se tentenna, il Pd lo pre-pensiona e si vota
Anche su Notapolitica
Al termine del colloquio con Napolitano, Berlusconi si dice disponibile a un governo politico Pd-Pdl-Lega-SC, anche con Bersani premier, e chiude invece a ipotesi di governo tecnico. Ma togliendo dal tavolo la partita per il prossimo inquilino del Colle («sta nella logica delle cose che, se si fa un governo di coalizione insieme, insieme si debba discutere su chi sia il migliore presidente della Repubblica»), toglie al Pd l'alibi delle contropartite improprie e, quindi, inaccettabili. Il cerino torna in mano a Bersani: dopo una così ampia disponibilità da parte del centrodestra, se il governo non si fa la colpa sarà sua. Ma il Pd non può permettersi alcuna forma di corresponsabilità di governo o dialogo istituzionale con Berlusconi (il giaguaro da smacchiare!), pena il rischio di una spaccatura lacerante del partito, sia a livello di gruppo dirigente che di base elettorale. Meglio il voto, e magari perdere, piuttosto.
L'abbiamo scritto fin dall'inizio: la linea che Bersani ha pervicacemente portato avanti in questo mese, chiudendo il Pd in un vicolo cieco, è l'occupazione di tutte le cariche istituzionali (presidenza delle Camere, Palazzo Chigi, Quirinale) con solo il 29% dei voti (sul 72% di quelli espressi) e un distacco dal centrodestra di uno 0,3%. Senza maggioranza al Senato, o la nascita di un governo Pd-Sel tramite il "non impedimento" delle altre forze politiche (offrendo al M5S gli 8 punti del "cambiamento" e a Berlusconi di non essere troppo cattivi nello scegliere il successore di Napolitano), o meglio il voto. Bersani le ha provate tutte, in un vero e proprio braccio di ferro con il capo dello Stato, pur di ottenere l'incarico a formare il governo anche senza avere numeri certi in Parlamento. Perché seppure sfiduciato dal Senato, sarebbe rimasto in carica a Palazzo Chigi durante la successione al Colle e durante la campagna elettorale, mantenendo così la leadership del partito e scaricando le colpe dell'ingovernabilità sull'irresponsabilità altrui.
Per questo avvertivamo che per i suoi obiettivi, quanto più i tempi si fossero allungati, fino ad arrivare sotto la scadenza del settennato, tanto più i margini di Napolitano per "costringere" il Pd ad aprire ad un governo di "larghe intese", o "del presidente" (che però non gli eviterebbe una collaborazione non meno imbarazzante con il Pdl), si sarebbero ristretti. E' quanto sta accadendo. Durante le sue consultazioni, il segretario del Pd non ha mai davvero aperto a tutte le forze politiche, come era stato incaricato a fare da Napolitano. Se scaricare subito Bersani, come suggerivamo, sarebbe stata una mossa al quanto ardita da parte del presidente, dal momento che si trattava pur sempre del leader della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato, e dunque una chance gli andava riconosciuta, tuttavia avergli concesso un'intera settimana per consultazioni che sarebbero potute durare 1-2 giorni e, di fronte ad un esito «non risolutivo», rimandare ancora una decisione a dopo un altro giro di consultazioni, è stato un segno di debolezza che potrebbe costare caro al tentativo di Napolitano di dare un governo al paese.
Così come Pdl e Grillo hanno esercitato il loro veto rispetto al governo del "non impedimento", Bersani ora può esercitare il suo veto all'ipotesi di un governo di "grande coalizione" o "del presidente" (anche se a "bassa intensità politica"). Se il Pd s'impunta, è evidente che diventerebbe Napolitano l'elemento di blocco del sistema, non potendo egli sciogliere le Camere poiché in scadenza di mandato. E dunque, verrebbe indotto ad accelerare la propria successione, a dimettersi prima. Il Pd potrebbe finalmente eleggersi più o meno da solo il nuovo capo dello Stato (e scatterebbe la vendetta finale contro Berlusconi: Prodi? Zagrebelski?), il quale permetterebbe a Bersani di entrare a Palazzo Chigi anche senza numeri per poi, di fronte ad una eventuale sfiducia del Senato, sciogliere subito le Camere. Ecco il disegno per il quale il Pd è tentato dallo strappo.
Rispetto a tale piano, Napolitano rischia di tentennare troppo e finire fuori tempo massimo. Per il Pd è inaccettabile una coalizione di governo con Berlusconi. Per quest'ultimo, è inaccettabile concedere il proprio "non impedimento" ad un governo Bersani senza nulla in cambio. L'unica chance che ha di riuscire a dare un governo al paese e di evitare il ritorno al voto già a giugno, è di mettere al più presto le forze politiche di fronte al fatto compiuto del giuramento di un governo "del presidente", di scopo, con pochi e precisi punti all'ordine del giorno. In questo modo, Pd e Pdl non potrebbero scaricare l'uno sull'altro la responsabilità del ritorno al voto, perché se lo bocciano sarebbero entrambi gli irresponsabili.
Anche su Notapolitica
Al termine del colloquio con Napolitano, Berlusconi si dice disponibile a un governo politico Pd-Pdl-Lega-SC, anche con Bersani premier, e chiude invece a ipotesi di governo tecnico. Ma togliendo dal tavolo la partita per il prossimo inquilino del Colle («sta nella logica delle cose che, se si fa un governo di coalizione insieme, insieme si debba discutere su chi sia il migliore presidente della Repubblica»), toglie al Pd l'alibi delle contropartite improprie e, quindi, inaccettabili. Il cerino torna in mano a Bersani: dopo una così ampia disponibilità da parte del centrodestra, se il governo non si fa la colpa sarà sua. Ma il Pd non può permettersi alcuna forma di corresponsabilità di governo o dialogo istituzionale con Berlusconi (il giaguaro da smacchiare!), pena il rischio di una spaccatura lacerante del partito, sia a livello di gruppo dirigente che di base elettorale. Meglio il voto, e magari perdere, piuttosto.
L'abbiamo scritto fin dall'inizio: la linea che Bersani ha pervicacemente portato avanti in questo mese, chiudendo il Pd in un vicolo cieco, è l'occupazione di tutte le cariche istituzionali (presidenza delle Camere, Palazzo Chigi, Quirinale) con solo il 29% dei voti (sul 72% di quelli espressi) e un distacco dal centrodestra di uno 0,3%. Senza maggioranza al Senato, o la nascita di un governo Pd-Sel tramite il "non impedimento" delle altre forze politiche (offrendo al M5S gli 8 punti del "cambiamento" e a Berlusconi di non essere troppo cattivi nello scegliere il successore di Napolitano), o meglio il voto. Bersani le ha provate tutte, in un vero e proprio braccio di ferro con il capo dello Stato, pur di ottenere l'incarico a formare il governo anche senza avere numeri certi in Parlamento. Perché seppure sfiduciato dal Senato, sarebbe rimasto in carica a Palazzo Chigi durante la successione al Colle e durante la campagna elettorale, mantenendo così la leadership del partito e scaricando le colpe dell'ingovernabilità sull'irresponsabilità altrui.
Per questo avvertivamo che per i suoi obiettivi, quanto più i tempi si fossero allungati, fino ad arrivare sotto la scadenza del settennato, tanto più i margini di Napolitano per "costringere" il Pd ad aprire ad un governo di "larghe intese", o "del presidente" (che però non gli eviterebbe una collaborazione non meno imbarazzante con il Pdl), si sarebbero ristretti. E' quanto sta accadendo. Durante le sue consultazioni, il segretario del Pd non ha mai davvero aperto a tutte le forze politiche, come era stato incaricato a fare da Napolitano. Se scaricare subito Bersani, come suggerivamo, sarebbe stata una mossa al quanto ardita da parte del presidente, dal momento che si trattava pur sempre del leader della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato, e dunque una chance gli andava riconosciuta, tuttavia avergli concesso un'intera settimana per consultazioni che sarebbero potute durare 1-2 giorni e, di fronte ad un esito «non risolutivo», rimandare ancora una decisione a dopo un altro giro di consultazioni, è stato un segno di debolezza che potrebbe costare caro al tentativo di Napolitano di dare un governo al paese.
Così come Pdl e Grillo hanno esercitato il loro veto rispetto al governo del "non impedimento", Bersani ora può esercitare il suo veto all'ipotesi di un governo di "grande coalizione" o "del presidente" (anche se a "bassa intensità politica"). Se il Pd s'impunta, è evidente che diventerebbe Napolitano l'elemento di blocco del sistema, non potendo egli sciogliere le Camere poiché in scadenza di mandato. E dunque, verrebbe indotto ad accelerare la propria successione, a dimettersi prima. Il Pd potrebbe finalmente eleggersi più o meno da solo il nuovo capo dello Stato (e scatterebbe la vendetta finale contro Berlusconi: Prodi? Zagrebelski?), il quale permetterebbe a Bersani di entrare a Palazzo Chigi anche senza numeri per poi, di fronte ad una eventuale sfiducia del Senato, sciogliere subito le Camere. Ecco il disegno per il quale il Pd è tentato dallo strappo.
Rispetto a tale piano, Napolitano rischia di tentennare troppo e finire fuori tempo massimo. Per il Pd è inaccettabile una coalizione di governo con Berlusconi. Per quest'ultimo, è inaccettabile concedere il proprio "non impedimento" ad un governo Bersani senza nulla in cambio. L'unica chance che ha di riuscire a dare un governo al paese e di evitare il ritorno al voto già a giugno, è di mettere al più presto le forze politiche di fronte al fatto compiuto del giuramento di un governo "del presidente", di scopo, con pochi e precisi punti all'ordine del giorno. In questo modo, Pd e Pdl non potrebbero scaricare l'uno sull'altro la responsabilità del ritorno al voto, perché se lo bocciano sarebbero entrambi gli irresponsabili.
Thursday, March 28, 2013
Game over per Bersani
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Se le telefonate di un famoso spot allungavano la vita, le consultazioni hanno allungato la vita politica di Bersani, che ha cercato di vivere il più a lungo possibile il suo sogno di diventare presidente del Consiglio, pur rifiutando l'unica prospettiva politica che gli avrebbe potuto ragalare una chance. E' riuscito a trascinare il suo testardo tentativo, costellato di passaggi davvero patetici - come le "consultazioni" con Saviano e il Touring Club, o quelle in diretta streaming con il M5S - fino a Pasqua. Consultazioni che sarebbero potute durare due giorni, tanto bastava per verificare l'esistenza di un «sostegno parlamentare certo» alla sua proposta, sono durate per un'intera settimana, a spese del paese, e del suo bisogno urgente di essere governato.
Ma l'incontro in diretta streaming con i grillini rappresenta la sua tomba politica. Un evento del genere in nessuna democrazia ha qualcosa a che fare con la trasparenza, piuttosto con la farsa. Il gioco dei grillini - i quali le riunioni in cui decidono per davvero si guardano bene dal trasmetterle in streaming - era un altro, e dal loro punto di vista un senso l'aveva: costringere il segretario del Pd e il premier pre-incaricato ad una umiliazione pubblica, in diretta internet, trasmettere l'immagine della vecchia politica che veniva sfiduciata, respinta, sbeffeggiata dai duri e puri "cittadini" del M5S.
Come abbia potuto Bersani accettare una simile umiliazione, e come sia possibile che nessuno del Pd sia riuscito ad impedirlo, resta un mistero. Probabilmente il segretario ha accettato convinto di fornire ai suoi elettori sia la prova di aver tentato con tutta la ragionevolezza possibile, sia la prova dell'irresponsabilità dei grillini. Ma il bilancio per lui è negativo, per l'immagine ridicola che ha offerto di sé. Anche perché non ha proposto nulla di concreto, è rimasto come da sua abitudine sul generico. «Qua non siamo mica a Ballarò, questa è roba seria». E' la frase magica, ripetuta un paio di volte con enfasi, che avrebbe dovuto suscitare nei grillini il senso di responsabilità.
Il colloquio si è trasformato ben presto in una umiliante questua, con Bersani pronto ad abbassare via via le sue pretese: prima la fiducia, poi l'astensione (l'uscita dall'aula), senza alcuno scatto d'orgoglio di fronte alla supponenza e alla sconcertante banalità dei personaggi che stava pregando in ginocchio. Condendo il tutto, inoltre, con una frase che un pre-incaricato premier non dovrebbe mai pronunciare pubblicamente: «Solo un insano di mente avrebbe la fregola di governare questo paese ora». Parole che da una diretta internet possono rimbalzare in tutto il mondo, ledendo ulterioremente l'immagine dell'Italia, in questi giorni letteralmente sfregiata dal caso marò. Semplicemente surreale, poi, che sia arrivato a prefigurare ai grillini «un regime parlamentare, al limite anche senza governo». Proprio lui, incaricato dal capo dello Stato di cercare i voti per formare un governo forte, teorizza che si può farne addirittura a meno.
Bersani ha platealmente violato la natura del mandato attribuitogli dal presidente Napolitano. Questi gli aveva chiesto di verificare l'esistenza di «un sostegno parlamentare certo» per un governo con «pieni poteri», mentre in questi giorni il segretario del Pd non ha affatto cercato un accordo politico esplicito con le forze politiche che si dichiaravano disponibili a parlarne, limitandosi invece a cercare un "non impedimento" alla nascita di un governo monocolore Pd-Sel, quindi esplicitamente "di minoranza", l'esatto opposto dell'obiettivo indicato dal capo dello Stato, e ostinandosi ad escludere una corresponsabilità di governo con il Pdl.
Cosa accadrà adesso? Bersani si presenterà al Quirinale con pochi numeri e con molte «valutazioni» sulle forze politiche che alla fine, messe di fronte alla scelta concreta, dovrebbero assumersi la responsabilità di «non ostacolare» il governo del "cambiamento" che ha in mente, con una lista di ministri sul modello Grasso-Boldrini. Ma al presidente Napolitano non basterà la "supercazzola", una vaga ipotesi di governo «della non-sfiducia», che dovrebbe nascere e sopravvivere qualche mese sull'eventualità che singoli senatori escano dall'aula per abbassare il numero legale. Almeno non senza un accordo politico esplicito in tal senso. In assenza di numeri certi e accordi espliciti, non permetterà al segretario del Pd di presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia.
Ormai chiusa a suon di insulti la via Grillo, resta la possibilità, a cui probabilmente dietro le quinte i pontieri di Pd e Pdl - nolente Bersani - stanno lavorando, di un voto favorevole da parte dei senatori del neo gruppo di Miccichè, e magari anche della Lega, con l'uscita dall'aula di alcuni del Pdl. Lo schema della "non-sfiducia", insomma, che dovrebbe pur sempre passare attraverso un accordo politico diretto con Berlusconi: se «scambi» non sono ipotizzabili tra governo e presidenza della Repubblica, almeno un «nome di garanzia» per il Quirinale dovrà uscire entro venerdì mattina, e l'ipotesi della presidenza di una Convenzione per le riforme al Pdl. Si tratterebbe comunque, per il Pd, di ufficializzare un accordo con il giaguaro e mettersi nelle sue mani per quanto riguarda la sopravvivenza del governo.
Il presidente Napolitano si trova nella condizione di aver fatto provare Bersani, il candidato-premier della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi al Senato e relativa alla Camera. Se dovesse certificare il suo fallimento, sarebbe pienamente legittimato, anche politicamente oltre che dalla Costituzione, a tentare la strada di un cosiddetto "governo del presidente". Incaricando una personalità di sua fiducia di formare un governo in grado di ottenere il sostegno esplicito di Pd, Pdl e Scelta Civica, senza che i "nemici" siano vincolati da scomodi accordi politici tra di loro. In questo scenario, il patto, l'impegno, ciascun partito lo assumerebbe direttamente con il presidente e il suo premier.
Qualsiasi ipotesi, tuttavia, com'è facile intuire, rischia di spaccare seriamente il Pd, dal momento che una forma di coesistenza e di corresponsabilità con Berlusconi e il suo partito - nelle votazioni sui singoli provvedimenti, sulle riforme istituzionali e innanzitutto sul nome del nuovo capo dello Stato - sarebbe inevitabile. Il Pd non si salverebbe, insomma, dall'accusa di "inciucio" con quel giaguaro che avrebbe dovuto smacchiare per sempre.
Se le telefonate di un famoso spot allungavano la vita, le consultazioni hanno allungato la vita politica di Bersani, che ha cercato di vivere il più a lungo possibile il suo sogno di diventare presidente del Consiglio, pur rifiutando l'unica prospettiva politica che gli avrebbe potuto ragalare una chance. E' riuscito a trascinare il suo testardo tentativo, costellato di passaggi davvero patetici - come le "consultazioni" con Saviano e il Touring Club, o quelle in diretta streaming con il M5S - fino a Pasqua. Consultazioni che sarebbero potute durare due giorni, tanto bastava per verificare l'esistenza di un «sostegno parlamentare certo» alla sua proposta, sono durate per un'intera settimana, a spese del paese, e del suo bisogno urgente di essere governato.
Ma l'incontro in diretta streaming con i grillini rappresenta la sua tomba politica. Un evento del genere in nessuna democrazia ha qualcosa a che fare con la trasparenza, piuttosto con la farsa. Il gioco dei grillini - i quali le riunioni in cui decidono per davvero si guardano bene dal trasmetterle in streaming - era un altro, e dal loro punto di vista un senso l'aveva: costringere il segretario del Pd e il premier pre-incaricato ad una umiliazione pubblica, in diretta internet, trasmettere l'immagine della vecchia politica che veniva sfiduciata, respinta, sbeffeggiata dai duri e puri "cittadini" del M5S.
Come abbia potuto Bersani accettare una simile umiliazione, e come sia possibile che nessuno del Pd sia riuscito ad impedirlo, resta un mistero. Probabilmente il segretario ha accettato convinto di fornire ai suoi elettori sia la prova di aver tentato con tutta la ragionevolezza possibile, sia la prova dell'irresponsabilità dei grillini. Ma il bilancio per lui è negativo, per l'immagine ridicola che ha offerto di sé. Anche perché non ha proposto nulla di concreto, è rimasto come da sua abitudine sul generico. «Qua non siamo mica a Ballarò, questa è roba seria». E' la frase magica, ripetuta un paio di volte con enfasi, che avrebbe dovuto suscitare nei grillini il senso di responsabilità.
Il colloquio si è trasformato ben presto in una umiliante questua, con Bersani pronto ad abbassare via via le sue pretese: prima la fiducia, poi l'astensione (l'uscita dall'aula), senza alcuno scatto d'orgoglio di fronte alla supponenza e alla sconcertante banalità dei personaggi che stava pregando in ginocchio. Condendo il tutto, inoltre, con una frase che un pre-incaricato premier non dovrebbe mai pronunciare pubblicamente: «Solo un insano di mente avrebbe la fregola di governare questo paese ora». Parole che da una diretta internet possono rimbalzare in tutto il mondo, ledendo ulterioremente l'immagine dell'Italia, in questi giorni letteralmente sfregiata dal caso marò. Semplicemente surreale, poi, che sia arrivato a prefigurare ai grillini «un regime parlamentare, al limite anche senza governo». Proprio lui, incaricato dal capo dello Stato di cercare i voti per formare un governo forte, teorizza che si può farne addirittura a meno.
Bersani ha platealmente violato la natura del mandato attribuitogli dal presidente Napolitano. Questi gli aveva chiesto di verificare l'esistenza di «un sostegno parlamentare certo» per un governo con «pieni poteri», mentre in questi giorni il segretario del Pd non ha affatto cercato un accordo politico esplicito con le forze politiche che si dichiaravano disponibili a parlarne, limitandosi invece a cercare un "non impedimento" alla nascita di un governo monocolore Pd-Sel, quindi esplicitamente "di minoranza", l'esatto opposto dell'obiettivo indicato dal capo dello Stato, e ostinandosi ad escludere una corresponsabilità di governo con il Pdl.
Cosa accadrà adesso? Bersani si presenterà al Quirinale con pochi numeri e con molte «valutazioni» sulle forze politiche che alla fine, messe di fronte alla scelta concreta, dovrebbero assumersi la responsabilità di «non ostacolare» il governo del "cambiamento" che ha in mente, con una lista di ministri sul modello Grasso-Boldrini. Ma al presidente Napolitano non basterà la "supercazzola", una vaga ipotesi di governo «della non-sfiducia», che dovrebbe nascere e sopravvivere qualche mese sull'eventualità che singoli senatori escano dall'aula per abbassare il numero legale. Almeno non senza un accordo politico esplicito in tal senso. In assenza di numeri certi e accordi espliciti, non permetterà al segretario del Pd di presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia.
Ormai chiusa a suon di insulti la via Grillo, resta la possibilità, a cui probabilmente dietro le quinte i pontieri di Pd e Pdl - nolente Bersani - stanno lavorando, di un voto favorevole da parte dei senatori del neo gruppo di Miccichè, e magari anche della Lega, con l'uscita dall'aula di alcuni del Pdl. Lo schema della "non-sfiducia", insomma, che dovrebbe pur sempre passare attraverso un accordo politico diretto con Berlusconi: se «scambi» non sono ipotizzabili tra governo e presidenza della Repubblica, almeno un «nome di garanzia» per il Quirinale dovrà uscire entro venerdì mattina, e l'ipotesi della presidenza di una Convenzione per le riforme al Pdl. Si tratterebbe comunque, per il Pd, di ufficializzare un accordo con il giaguaro e mettersi nelle sue mani per quanto riguarda la sopravvivenza del governo.
Il presidente Napolitano si trova nella condizione di aver fatto provare Bersani, il candidato-premier della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi al Senato e relativa alla Camera. Se dovesse certificare il suo fallimento, sarebbe pienamente legittimato, anche politicamente oltre che dalla Costituzione, a tentare la strada di un cosiddetto "governo del presidente". Incaricando una personalità di sua fiducia di formare un governo in grado di ottenere il sostegno esplicito di Pd, Pdl e Scelta Civica, senza che i "nemici" siano vincolati da scomodi accordi politici tra di loro. In questo scenario, il patto, l'impegno, ciascun partito lo assumerebbe direttamente con il presidente e il suo premier.
Qualsiasi ipotesi, tuttavia, com'è facile intuire, rischia di spaccare seriamente il Pd, dal momento che una forma di coesistenza e di corresponsabilità con Berlusconi e il suo partito - nelle votazioni sui singoli provvedimenti, sulle riforme istituzionali e innanzitutto sul nome del nuovo capo dello Stato - sarebbe inevitabile. Il Pd non si salverebbe, insomma, dall'accusa di "inciucio" con quel giaguaro che avrebbe dovuto smacchiare per sempre.
Monday, March 25, 2013
Inciucio o voto, il dilemma del Pd
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Tre giorni sono trascorsi da quando il presidente della Repubblica ha conferito al segretario del Pd l'incarico di verificare preliminarmente «l'esistenza di un sostegno parlamentare certo», tramite consultazioni aperte a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento. E in questi tre giorni Bersani tutto ha fatto fuorché quanto gli è stato chiesto dal presidente, dal momento che né i sindacati, né le associazioni imprenditoriali, né Roberto Saviano e don Luigi Ciotti possono esprimere un «sostegno parlamentare». Perché, a che titolo consultarli? Non solo, dunque, non ha ancora iniziato a verificare ed "esplorare" alcunché - forse, si potrebbe sospettare, per prendere tempo essendo indeciso sul da farsi - ma ha alimentato un'indebita confusione tra rappresentanza sindacale, sociale e politica, se non addirittura un'interferenza istituzionale. A meno di ritenere che il metodo della concertazione con le parti sociali, già controverso rispetto ai dossier di loro interesse, debba essere esteso anche alla formazione dei governi. Le rappresentanze sindacali/imprenditoriali hanno forse ricevuto dai loro iscritti anche un mandato a rappresentare le loro posizioni politiche in merito alla formazione del nuovo governo? E perché mai gli iscritti a queste associazioni di categoria dovrebbero godere di una sorta di doppia rappresentanza politica, la prima espressa tramite il voto, alla quale si aggiunge quella esercitata come corporazione?
Ma non solo tempi (lunghi) e metodo (concertativo), anche il merito. Nel week end Bersani ha tratteggiato «la strada di un doppio registro», sperando che «si possa trovare un equilibrio di responsabilità». In sostanza, ritiene di poter ottenere dagli eletti del M5S la fiducia su un programma di "cambiamento", politico e sociale, e dal centrodestra quanto meno una tregua per raggiungere "larghe intese" su alcune riforme istituzionali («di cui si parla da 15 anni»), compresa la legge elettorale. La sua proposta si rivolge quindi a tutte le forze parlamentari, «su uno schema che consente a ciascuna di riconoscervisi». In pratica, Bersani continua a proporre un governo monocolore Pd-Sel, sostenuto da maggioranze variabili su una sorta di menù "a la carte". Ma Napolitano nel conferirgli l'incarico aveva chiesto altro. Difficilmente, infatti, uno schema a maggioranze variabili è garanzia di «un sostegno parlamentare certo» e di un governo con «pieni poteri».
Il problema è che se interpretato per quello che davvero è, per come Napolitano l'ha spiegato venerdì scorso incontrando la stampa, l'incarico a Bersani rischia di spaccare il Pd, visto che per assicurare un governo con «pieni poteri», non esposto all'umore piuttosto instabile di maggioranze variabili, occorre una qualche forma di collaborazione con il Pdl, che invece il segretario del Pd, e diversi esponenti del partito a lui vicini, continuano ad escludere: «Non mi vengano a parlare di concordia quelli che cinque mesi prima delle elezioni hanno lasciato il cerino in mano ad altri sui danni che avevano provocato».
Dopo Confindustria, con l'allarme lanciato dal suo presidente Giorgio Squinzi («l'ossigeno per il nostro sistema industriale è ormai pochissimo»), anche i sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) chiedono un governo «a tutti i costi» e al più presto. Un governo forte, non di minoranza. «Siamo contrarissimi a che si torni al voto, il quel caso l'Italia potrebbe somigliare alla Germania all'epoca della Repubblica di Weimar», ha osservato Bonanni della Cisl. E sulle cose da fare, sulle tasse, una Camusso quasi "berlusconiana": «Via l'Imu sulla prima casa fino ad un importo massimo di 1.000 euro. La tassa sulla casa, insieme alla Tares e al rincaro dell'Iva sono minacce da disinnescare».
Anche nel contesto di una prova muscolare come sono sempre le manifestazioni di piazza, sabato scorso, e ancora oggi, Berlusconi ha chiarito che il Pdl è pronto a condividere con il Pd la responsabilità del governo (proponendo Bersani premier e Alfano vicepremier). A patto che il Pd si disponga ad una scelta condivisa per un «moderato» come prossimo inquilino del Colle e che la priorità del nuovo esecutivo sia l'economia (sottinteso, dunque, niente provvedimenti ostili a Berlusconi), mentre è ragionevole supporre che sul piano delle riforme istituzionali la proposta del Pdl resti lo scambio tra doppio turno di collegio e presidenzialismo.
Berlusconi sta chiedendo "l'impossibile" per farsi dire di no? Forse, ma in qualsiasi trattativa si parte chiedendo "l'impossibile". Di sicuro però, per dare al paese un governo forte, con numeri certi, la distribuzione dei seggi parlamentari parla chiaro: stante il "no" di Grillo, servono i voti del Pdl, che però il Pd ritiene «impresentabile». Posizione legittima, purché si ammetta che è il frutto non di uno stato di necessità, ma di una libera scelta politica, di natura identitaria, che implica il ritorno immediato alle urne e che significa di fatto disattendere gli auspici alla base dell'incarico che il presidente Napolitano ha attribuito al segretario del Pd. Viceversa, se qualcuno nel Pd ritiene che occorra una "politica oltre Bersani", è questo il momento in cui dovrebbe manifestarsi.
Il dilemma che deve sciogliere il Pd nelle prossime ore, probabilmente già nella Direzione di stasera, è di quelli da far tremare i polsi: dopo aver nutrito il proprio popolo a pane e antiberlusconismo per vent'anni, è ovvio infatti che qualsiasi "inciucio" col "giaguaro" verrebbe pagato a caro prezzo. Il rischio è una spaccatura del partito e un sonoro "vaffa" anche da parte degli elettori più fedeli, quindi meglio il voto subito che sedersi al governo con Berlusconi o uno dei suoi. Ma è anche vero che la "scissione" del Pd, tra i suoi elettori, è già strisciante, come prova la decisione di molti di essi di dare il proprio voto a Grillo. Ed essere richiamati alle urne già a giugno, ritrovandosi Bersani candidato premier (magari a Palazzo Chigi da sfiduciato, come spera ancora il segretario), non farebbe cambiare idea a molti.
Tre giorni sono trascorsi da quando il presidente della Repubblica ha conferito al segretario del Pd l'incarico di verificare preliminarmente «l'esistenza di un sostegno parlamentare certo», tramite consultazioni aperte a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento. E in questi tre giorni Bersani tutto ha fatto fuorché quanto gli è stato chiesto dal presidente, dal momento che né i sindacati, né le associazioni imprenditoriali, né Roberto Saviano e don Luigi Ciotti possono esprimere un «sostegno parlamentare». Perché, a che titolo consultarli? Non solo, dunque, non ha ancora iniziato a verificare ed "esplorare" alcunché - forse, si potrebbe sospettare, per prendere tempo essendo indeciso sul da farsi - ma ha alimentato un'indebita confusione tra rappresentanza sindacale, sociale e politica, se non addirittura un'interferenza istituzionale. A meno di ritenere che il metodo della concertazione con le parti sociali, già controverso rispetto ai dossier di loro interesse, debba essere esteso anche alla formazione dei governi. Le rappresentanze sindacali/imprenditoriali hanno forse ricevuto dai loro iscritti anche un mandato a rappresentare le loro posizioni politiche in merito alla formazione del nuovo governo? E perché mai gli iscritti a queste associazioni di categoria dovrebbero godere di una sorta di doppia rappresentanza politica, la prima espressa tramite il voto, alla quale si aggiunge quella esercitata come corporazione?
Ma non solo tempi (lunghi) e metodo (concertativo), anche il merito. Nel week end Bersani ha tratteggiato «la strada di un doppio registro», sperando che «si possa trovare un equilibrio di responsabilità». In sostanza, ritiene di poter ottenere dagli eletti del M5S la fiducia su un programma di "cambiamento", politico e sociale, e dal centrodestra quanto meno una tregua per raggiungere "larghe intese" su alcune riforme istituzionali («di cui si parla da 15 anni»), compresa la legge elettorale. La sua proposta si rivolge quindi a tutte le forze parlamentari, «su uno schema che consente a ciascuna di riconoscervisi». In pratica, Bersani continua a proporre un governo monocolore Pd-Sel, sostenuto da maggioranze variabili su una sorta di menù "a la carte". Ma Napolitano nel conferirgli l'incarico aveva chiesto altro. Difficilmente, infatti, uno schema a maggioranze variabili è garanzia di «un sostegno parlamentare certo» e di un governo con «pieni poteri».
Il problema è che se interpretato per quello che davvero è, per come Napolitano l'ha spiegato venerdì scorso incontrando la stampa, l'incarico a Bersani rischia di spaccare il Pd, visto che per assicurare un governo con «pieni poteri», non esposto all'umore piuttosto instabile di maggioranze variabili, occorre una qualche forma di collaborazione con il Pdl, che invece il segretario del Pd, e diversi esponenti del partito a lui vicini, continuano ad escludere: «Non mi vengano a parlare di concordia quelli che cinque mesi prima delle elezioni hanno lasciato il cerino in mano ad altri sui danni che avevano provocato».
Dopo Confindustria, con l'allarme lanciato dal suo presidente Giorgio Squinzi («l'ossigeno per il nostro sistema industriale è ormai pochissimo»), anche i sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) chiedono un governo «a tutti i costi» e al più presto. Un governo forte, non di minoranza. «Siamo contrarissimi a che si torni al voto, il quel caso l'Italia potrebbe somigliare alla Germania all'epoca della Repubblica di Weimar», ha osservato Bonanni della Cisl. E sulle cose da fare, sulle tasse, una Camusso quasi "berlusconiana": «Via l'Imu sulla prima casa fino ad un importo massimo di 1.000 euro. La tassa sulla casa, insieme alla Tares e al rincaro dell'Iva sono minacce da disinnescare».
Anche nel contesto di una prova muscolare come sono sempre le manifestazioni di piazza, sabato scorso, e ancora oggi, Berlusconi ha chiarito che il Pdl è pronto a condividere con il Pd la responsabilità del governo (proponendo Bersani premier e Alfano vicepremier). A patto che il Pd si disponga ad una scelta condivisa per un «moderato» come prossimo inquilino del Colle e che la priorità del nuovo esecutivo sia l'economia (sottinteso, dunque, niente provvedimenti ostili a Berlusconi), mentre è ragionevole supporre che sul piano delle riforme istituzionali la proposta del Pdl resti lo scambio tra doppio turno di collegio e presidenzialismo.
Berlusconi sta chiedendo "l'impossibile" per farsi dire di no? Forse, ma in qualsiasi trattativa si parte chiedendo "l'impossibile". Di sicuro però, per dare al paese un governo forte, con numeri certi, la distribuzione dei seggi parlamentari parla chiaro: stante il "no" di Grillo, servono i voti del Pdl, che però il Pd ritiene «impresentabile». Posizione legittima, purché si ammetta che è il frutto non di uno stato di necessità, ma di una libera scelta politica, di natura identitaria, che implica il ritorno immediato alle urne e che significa di fatto disattendere gli auspici alla base dell'incarico che il presidente Napolitano ha attribuito al segretario del Pd. Viceversa, se qualcuno nel Pd ritiene che occorra una "politica oltre Bersani", è questo il momento in cui dovrebbe manifestarsi.
Il dilemma che deve sciogliere il Pd nelle prossime ore, probabilmente già nella Direzione di stasera, è di quelli da far tremare i polsi: dopo aver nutrito il proprio popolo a pane e antiberlusconismo per vent'anni, è ovvio infatti che qualsiasi "inciucio" col "giaguaro" verrebbe pagato a caro prezzo. Il rischio è una spaccatura del partito e un sonoro "vaffa" anche da parte degli elettori più fedeli, quindi meglio il voto subito che sedersi al governo con Berlusconi o uno dei suoi. Ma è anche vero che la "scissione" del Pd, tra i suoi elettori, è già strisciante, come prova la decisione di molti di essi di dare il proprio voto a Grillo. Ed essere richiamati alle urne già a giugno, ritrovandosi Bersani candidato premier (magari a Palazzo Chigi da sfiduciato, come spera ancora il segretario), non farebbe cambiare idea a molti.
Friday, March 22, 2013
Prosegue il braccio di ferro Napolitano-Bersani
Dunque, il presidente Napolitano ha deciso di attribuire a Bersani una sorta di "incarico esplorativo". Non è il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo. E' il capo della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e relativa al Senato incaricato di verificare «l'esistenza di un sostegno parlamentare certo». Napolitano è stato chiaro e rigoroso: al termine delle sue consultazioni, Bersani dovrà riferire l'esito della verifica al presidente, non potrà limitarsi a sciogliere la sua riserva per formare il governo. Nessun automatismo tra pre-incarico e nomina, insomma.
Politicamente, Bersani riceve un "incarico esplorativo" su una linea opposta a quella perseguita finora e sancita dall'ultima direzione Pd. Dovrà rivolgersi a tutte le forze parlamentari, e non solo al M5S, cercando non il via libera ad un governo di minoranza, ma «un sostegno parlamentare certo», che spetterà a lui dimostrare di avere, non in aula ma al cospetto del capo dello Stato prima di ricevere l'incarico vero e proprio.
Il governo non dev'essere per forza di "larghe intese" (anche se Napolitano insiste su questa formula, facendo capire di essere favorevole), ma non potrà nemmeno essere di minoranza. Dovrà avere un «sostegno parlamentare certo», non da cercare di volta in volta, provvedimento per provvedimento. Il che tenderebbe ad escludere il M5S e riaprire l'ipotesi di accordo con il Pdl, eventualità che nell'ultima direzione Pd era stata esclusa del tutto. Un mandato, dunque, che se Bersani dovesse portare avanti sui binari tracciati da Napolitano, rischia di spaccare il partito.
Vedremo ora come intenderà giocarsi questa partita. Di sicuro, il suo obiettivo è quello di ricevere l'incarico pieno e andarsi a cercare la fiducia in Parlamento, pronto anche ad andare a sbattere. Alle brutte, infatti, sarebbe comunque il nuovo premier dimissionario al posto di Monti e gestirebbe da Palazzo Chigi sia l'elezione del nuovo capo dello Stato sia l'eventuale ritorno alle urne. Questo l'obiettivo, ma certo i paletti posti da Napolitano sono piuttosto rigorosi. Molto dipenderà anche dai tempi. Qui siamo convinti che più tempo passa, e meno il presidente avrà margini per imbastire soluzioni alternative una volta fallito il tentativo di Bersani, il che potrebbe indurlo a passare prima del previsto la mano al suo successore, che molti nel Pd sperano meno propenso a insistere per scomodi governi di larghe intese e più incline a sciogliere le Camere.
Il presidente, specificando che Bersani dovrà «tornare a riferire appena possibile», è sembrato consapevole dell'importanza dei tempi. Ma preannunciando la consultazione anche delle forze sociali, il segretario del Pd ha fatto capire che si prenderà un bel po' di tempo, non certo 2-3 giorni.
Politicamente, Bersani riceve un "incarico esplorativo" su una linea opposta a quella perseguita finora e sancita dall'ultima direzione Pd. Dovrà rivolgersi a tutte le forze parlamentari, e non solo al M5S, cercando non il via libera ad un governo di minoranza, ma «un sostegno parlamentare certo», che spetterà a lui dimostrare di avere, non in aula ma al cospetto del capo dello Stato prima di ricevere l'incarico vero e proprio.
Il governo non dev'essere per forza di "larghe intese" (anche se Napolitano insiste su questa formula, facendo capire di essere favorevole), ma non potrà nemmeno essere di minoranza. Dovrà avere un «sostegno parlamentare certo», non da cercare di volta in volta, provvedimento per provvedimento. Il che tenderebbe ad escludere il M5S e riaprire l'ipotesi di accordo con il Pdl, eventualità che nell'ultima direzione Pd era stata esclusa del tutto. Un mandato, dunque, che se Bersani dovesse portare avanti sui binari tracciati da Napolitano, rischia di spaccare il partito.
Vedremo ora come intenderà giocarsi questa partita. Di sicuro, il suo obiettivo è quello di ricevere l'incarico pieno e andarsi a cercare la fiducia in Parlamento, pronto anche ad andare a sbattere. Alle brutte, infatti, sarebbe comunque il nuovo premier dimissionario al posto di Monti e gestirebbe da Palazzo Chigi sia l'elezione del nuovo capo dello Stato sia l'eventuale ritorno alle urne. Questo l'obiettivo, ma certo i paletti posti da Napolitano sono piuttosto rigorosi. Molto dipenderà anche dai tempi. Qui siamo convinti che più tempo passa, e meno il presidente avrà margini per imbastire soluzioni alternative una volta fallito il tentativo di Bersani, il che potrebbe indurlo a passare prima del previsto la mano al suo successore, che molti nel Pd sperano meno propenso a insistere per scomodi governi di larghe intese e più incline a sciogliere le Camere.
Il presidente, specificando che Bersani dovrà «tornare a riferire appena possibile», è sembrato consapevole dell'importanza dei tempi. Ma preannunciando la consultazione anche delle forze sociali, il segretario del Pd ha fatto capire che si prenderà un bel po' di tempo, non certo 2-3 giorni.
Farebbe bene Napolitano a fidarsi di Bersani?
Il presidente ha un'unica chance: scaricare subito Bersani. Se lo incarica, il suo tempo è scaduto e la palla passa al successore
Anche su Notapolitica
A giudicare dal volto con il quale Pierluigi Bersani si è presentato davanti ai giornalisti, la consultazione con il capo dello Stato dev'essere stata piuttosto tesa. Il segretario del Pd è andato a chiedere per sé l'incarico di formare il governo, secondo la tesi "tocca a me provare", ma Napolitano ha risposto, come prevedibile, che senza numeri se lo poteva scordare. Ti incarico a condizione che ci stai a valutare altre strade oltre Grillo, oppure ti fai da parte, deve avergli detto in pratica il presidente. E alla fine, un minuto prima di finire in fuori gioco, nella speranza di convincerlo a farsi dare almeno questa sorta di incarico "condizionato", Bersani si è piegato, s'è fatto concavo, sembra di capire dalle parole pronunciate dal segretario del Pd al termine dell'incontro: una "supercazzola", da cui però è emerso abbastanza chiaramente che ora il Pd con le sue proposte si rivolge «a tutte le forze parlamentari». E' davvero finita la rincorsa a Grillo? In quel «a tutte le forze parlamentari» (dunque, Pdl compreso) potrebbe esserci la condizione imposta da Napolitano e la conversione a U di Bersani, ora disposto a cercare l'appoggio di altre forze politiche, e non del solo M5S, pur di essere ancora lui a condurre le danze.
Ma farebbe bene il capo dello Stato a fidarsi? A nostro avviso no. Siamo nel terreno ambiguo, e contraddittorio, della prassi costituzionale. Al presidente della Repubblica spetta il potere di nomina, di quello parla la Costituzione. Non esiste alcun incarico "condizionato", né un pre-incarico, né un mandato esplorativo. Si tratta di convenzioni. E di solito il mandato a continuare le consultazioni si attribuisce ad una carica istituzionale terza, come il presidente del Senato, proprio perché il presidente non può revocare un incarico: sciogliere o meno la riserva riguarda l'incaricato. Se ad essere incaricato è il candidato premier del partito più votato, in questo caso Bersani, e se questi decide di sciogliere la riserva, può formare un governo e presentarsi in Parlamento per la fiducia. E se ieri sera Bersani ha lasciato intravedere uno spiraglio nel "no" finora intransigente del Pd a qualsiasi dialogo con il Pdl, potrebbe trattarsi semplicemente del più classico "buon viso a cattivo gioco" per ottenere una qualche forma di incarico.
Bersani potrebbe comunque decidere di giocare fino in fondo la carta Grillo, oppure tornare dal capo dello Stato, dopo un tentativo di facciata, per dirgli che un accordo con il Pdl è impossibile e che non c'è alternativa al ritorno alle urne. D'altra parte, Berlusconi è interessato soprattutto ad un accordo su una personalità di garanzia da mandare al Quirinale, ma è proprio la scelta del prossimo inquilino del Colle che il Pd non è disposto a condividere, essendo convinto di riuscire ad eleggere un suo uomo a prescindere dalla partita per la formazione di un governo.
Insomma, altro tempo prezioso sarebbe trascorso e Napolitano si ritroverebbe a quel punto con margini, sia temporali che politici, sempre più ristretti per imbastire altri tentativi, e non gli resterebbe forse che passare la mano al suo successore, il quale nei piani del Pd sarebbe meno propenso a cercare governi del presidente o di larghe intese e potrebbe sciogliere le Camere (sbocco che non dispiace a Bersani, che potrebbe ripresentarsi come candidato premier evitando le primarie e scaricando la colpa sull'irresponsabilità di Grillo). La domanda a cui il presidente dovrebbe dare una risposta è: è credibile l'apertura di Bersani «a tutte le forze parlamentari», avendo finora perseguito con ostinazione una linea del tutto opposta (fiducia dei grillini o voto)? Oppure, come mediatore di questa nuova fase è più indicata un'altra figura? Lo scopriremo tra poche ore.
Anche su Notapolitica
A giudicare dal volto con il quale Pierluigi Bersani si è presentato davanti ai giornalisti, la consultazione con il capo dello Stato dev'essere stata piuttosto tesa. Il segretario del Pd è andato a chiedere per sé l'incarico di formare il governo, secondo la tesi "tocca a me provare", ma Napolitano ha risposto, come prevedibile, che senza numeri se lo poteva scordare. Ti incarico a condizione che ci stai a valutare altre strade oltre Grillo, oppure ti fai da parte, deve avergli detto in pratica il presidente. E alla fine, un minuto prima di finire in fuori gioco, nella speranza di convincerlo a farsi dare almeno questa sorta di incarico "condizionato", Bersani si è piegato, s'è fatto concavo, sembra di capire dalle parole pronunciate dal segretario del Pd al termine dell'incontro: una "supercazzola", da cui però è emerso abbastanza chiaramente che ora il Pd con le sue proposte si rivolge «a tutte le forze parlamentari». E' davvero finita la rincorsa a Grillo? In quel «a tutte le forze parlamentari» (dunque, Pdl compreso) potrebbe esserci la condizione imposta da Napolitano e la conversione a U di Bersani, ora disposto a cercare l'appoggio di altre forze politiche, e non del solo M5S, pur di essere ancora lui a condurre le danze.
Ma farebbe bene il capo dello Stato a fidarsi? A nostro avviso no. Siamo nel terreno ambiguo, e contraddittorio, della prassi costituzionale. Al presidente della Repubblica spetta il potere di nomina, di quello parla la Costituzione. Non esiste alcun incarico "condizionato", né un pre-incarico, né un mandato esplorativo. Si tratta di convenzioni. E di solito il mandato a continuare le consultazioni si attribuisce ad una carica istituzionale terza, come il presidente del Senato, proprio perché il presidente non può revocare un incarico: sciogliere o meno la riserva riguarda l'incaricato. Se ad essere incaricato è il candidato premier del partito più votato, in questo caso Bersani, e se questi decide di sciogliere la riserva, può formare un governo e presentarsi in Parlamento per la fiducia. E se ieri sera Bersani ha lasciato intravedere uno spiraglio nel "no" finora intransigente del Pd a qualsiasi dialogo con il Pdl, potrebbe trattarsi semplicemente del più classico "buon viso a cattivo gioco" per ottenere una qualche forma di incarico.
Bersani potrebbe comunque decidere di giocare fino in fondo la carta Grillo, oppure tornare dal capo dello Stato, dopo un tentativo di facciata, per dirgli che un accordo con il Pdl è impossibile e che non c'è alternativa al ritorno alle urne. D'altra parte, Berlusconi è interessato soprattutto ad un accordo su una personalità di garanzia da mandare al Quirinale, ma è proprio la scelta del prossimo inquilino del Colle che il Pd non è disposto a condividere, essendo convinto di riuscire ad eleggere un suo uomo a prescindere dalla partita per la formazione di un governo.
Insomma, altro tempo prezioso sarebbe trascorso e Napolitano si ritroverebbe a quel punto con margini, sia temporali che politici, sempre più ristretti per imbastire altri tentativi, e non gli resterebbe forse che passare la mano al suo successore, il quale nei piani del Pd sarebbe meno propenso a cercare governi del presidente o di larghe intese e potrebbe sciogliere le Camere (sbocco che non dispiace a Bersani, che potrebbe ripresentarsi come candidato premier evitando le primarie e scaricando la colpa sull'irresponsabilità di Grillo). La domanda a cui il presidente dovrebbe dare una risposta è: è credibile l'apertura di Bersani «a tutte le forze parlamentari», avendo finora perseguito con ostinazione una linea del tutto opposta (fiducia dei grillini o voto)? Oppure, come mediatore di questa nuova fase è più indicata un'altra figura? Lo scopriremo tra poche ore.
Wednesday, March 20, 2013
Perché Napolitano deve scaricare subito Bersani
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Altro che Renzi, che resta in riva al fiume rischiando di distrarsi troppo. Oggi le due anime del principale partito di sinistra, il Pd, sono rappresentate la prima, quella maggioritaria, dal segretario Bersani, che dietro di sé (almeno per ora, almeno formalmente) ha la quasi unanimità del gruppo dirigente; e l'altra, decisamente minoritaria, da una personalità esterna, il presidente della Repubblica Napolitano, forte del suo ruolo e del sostegno "in sonno" di alcuni esponenti del partito. I due sono arrivati al momento dell'incontro/scontro decisivo. Non è un mistero, infatti, che Bersani punta ad un incarico pieno, senza riserva, per presentarsi in Parlamento con una squadra di governo in grado di sedurre i grillini, ripetendo il successo (parziale) dei nomi di Boldrini e Grasso per la presidenza delle Camere. In caso di insuccesso, riportare il paese alle urne già a giugno, ma al volante di Palazzo Chigi e scaricando la colpa sull'irresponsabilità di Grillo. Non ci sarebbe il tempo per convocare nuove primarie e il candidato sarebbe ancora lui: Bersani. Al contrario, la linea del capo dello Stato è sgonfiare, neutralizzare lo tsunami grillino - non inseguirlo - con almeno un anno di buon governo ("di scopo", di "larghe intese") su pochi punti qualificanti (emergenza economica, costi della politica, legge elettorale), frutto di un compromesso "alto" tra le forze politiche responsabili. Tentare tutte le strade, dunque, per dare al paese un governo stabile, come hanno riferito i presidenti delle Camere Grasso e Boldrini dopo il colloquio con il presidente.
L'Italia infatti non può permettersi di andare avanti "a tentoni", per tentativi (prima Bersani, poi semmai avanti un altro), né di sperimentare le maggioranze variabili o altre assurde formule, per poi alla fine precipitarsi al voto balneare, con un governo per gli affari correnti che avrebbe una conoscenza molto meno approfondita dei dossier rispetto a quello uscente. La crisi morde, gli ultimi sviluppi dell'Euro-delirio fanno temere da un momento all'altro una nuova fase acuta da rischio sistemico, e molti nodi cruciali sono in attesa di essere sciolti da un governo nel pieno delle sue funzioni e sostenuto da forze senza "grilli" per la testa: dall'incombenza di nuove stangate fiscali già previste, come nuova Tares e ulteriore aumento dell'Iva, che bisognerebbe scongiurare, al pagamento dei debiti commerciali della PA nei confronti delle imprese, per non parlare del completamento di alcune riforme troppo timidamente avviate dal governo Monti (Autorità dei trasporti, Strategia energetica nazionale, servizi pubblici locali, piano di dismissioni), ma di fondamentale importanza per attrarre investimenti e far ripartire la nostra economia.
Il guaio è che l'inerzia sembra avvantaggiare Bersani. Perché la linea del presidente abbia qualche chance di riuscita, infatti, si dovrebbe passare dall'oggi al domani dalla fase dei veti incrociati tra le forze politiche ad una fase di ricerca delle possibili convergenze. I numerosi richiami di Napolitano al comune senso di responsabilità, le sue esortazioni ad abbandonare una sterile contrapposizione tra i partiti, non solo sono caduti nel vuoto, ma sono stati scientemente contraddetti dalla linea di sistematica occupazione delle istituzioni (presidenza delle Camere e Quirinale) che sta portando avanti il Pd e da dichiarazioni incendiarie (il sì all'arresto di Berlusconi, che nessuna procura ha ancora richiesto), nonché travolti dall'azione della magistratura contro il leader del Pdl, che ha scatenato la prevedibile reazione scomposta del centrodestra e offerto al Pd un buon pretesto per chiudere ad ogni ipotesi di dialogo con coloro i quali vengono chiamati «impresentabili». Anche da giornalisti del servizio pubblico desiderosi di appuntarsi medagliette in vista di futuri prestigiosi (e ben retribuiti) incarichi.
Alla fine è probabile che Napolitano decida per una via di mezzo: non un incarico, ma un mandato "esplorativo" a Bersani che consenta al governo tecnico uscente di restare in carica per gli affari correnti. Ma se, come ampiamente e platealmente annunciato, il M5S confermerà nelle consultazioni la propria assoluta indisponibilità a votare la fiducia ad un governo Pd, il presidente Napolitano non dovrebbe perdere ulteriore tempo e dovrebbe favorire il passaggio ad una nuova fase semplicemente scaricando Bersani e affidando il mandato esplorativo ad un'altra personalità di sua fiducia. Il Pd saprebbe prenderne atto, non mancano segnali in questo senso, anche se il gruppo dirigente è apparentemente allineato dietro il suo segretario. Bersani, viceversa, pretenderebbe di giocare fino in fondo la carta Grillo, e permetterglielo significa non poter cominciare ad esplorare strade alternative. A quel punto, qualsiasi sia l'esito, si verrebbe a creare una situazione in cui, trascorso altro tempo prezioso, a Napolitano non resterebbe che accelerare la sua successione.
Esattamente il disegno di Bersani: rendere impraticabile, per mancanza di tempo e di clima politico, l'iniziativa del capo dello Stato, eleggere prima possibile il suo successore in modo che possa sciogliere senza ulteriori indugi le Camere, tornando al voto ancora da candidato premier.
Altro che Renzi, che resta in riva al fiume rischiando di distrarsi troppo. Oggi le due anime del principale partito di sinistra, il Pd, sono rappresentate la prima, quella maggioritaria, dal segretario Bersani, che dietro di sé (almeno per ora, almeno formalmente) ha la quasi unanimità del gruppo dirigente; e l'altra, decisamente minoritaria, da una personalità esterna, il presidente della Repubblica Napolitano, forte del suo ruolo e del sostegno "in sonno" di alcuni esponenti del partito. I due sono arrivati al momento dell'incontro/scontro decisivo. Non è un mistero, infatti, che Bersani punta ad un incarico pieno, senza riserva, per presentarsi in Parlamento con una squadra di governo in grado di sedurre i grillini, ripetendo il successo (parziale) dei nomi di Boldrini e Grasso per la presidenza delle Camere. In caso di insuccesso, riportare il paese alle urne già a giugno, ma al volante di Palazzo Chigi e scaricando la colpa sull'irresponsabilità di Grillo. Non ci sarebbe il tempo per convocare nuove primarie e il candidato sarebbe ancora lui: Bersani. Al contrario, la linea del capo dello Stato è sgonfiare, neutralizzare lo tsunami grillino - non inseguirlo - con almeno un anno di buon governo ("di scopo", di "larghe intese") su pochi punti qualificanti (emergenza economica, costi della politica, legge elettorale), frutto di un compromesso "alto" tra le forze politiche responsabili. Tentare tutte le strade, dunque, per dare al paese un governo stabile, come hanno riferito i presidenti delle Camere Grasso e Boldrini dopo il colloquio con il presidente.
L'Italia infatti non può permettersi di andare avanti "a tentoni", per tentativi (prima Bersani, poi semmai avanti un altro), né di sperimentare le maggioranze variabili o altre assurde formule, per poi alla fine precipitarsi al voto balneare, con un governo per gli affari correnti che avrebbe una conoscenza molto meno approfondita dei dossier rispetto a quello uscente. La crisi morde, gli ultimi sviluppi dell'Euro-delirio fanno temere da un momento all'altro una nuova fase acuta da rischio sistemico, e molti nodi cruciali sono in attesa di essere sciolti da un governo nel pieno delle sue funzioni e sostenuto da forze senza "grilli" per la testa: dall'incombenza di nuove stangate fiscali già previste, come nuova Tares e ulteriore aumento dell'Iva, che bisognerebbe scongiurare, al pagamento dei debiti commerciali della PA nei confronti delle imprese, per non parlare del completamento di alcune riforme troppo timidamente avviate dal governo Monti (Autorità dei trasporti, Strategia energetica nazionale, servizi pubblici locali, piano di dismissioni), ma di fondamentale importanza per attrarre investimenti e far ripartire la nostra economia.
Il guaio è che l'inerzia sembra avvantaggiare Bersani. Perché la linea del presidente abbia qualche chance di riuscita, infatti, si dovrebbe passare dall'oggi al domani dalla fase dei veti incrociati tra le forze politiche ad una fase di ricerca delle possibili convergenze. I numerosi richiami di Napolitano al comune senso di responsabilità, le sue esortazioni ad abbandonare una sterile contrapposizione tra i partiti, non solo sono caduti nel vuoto, ma sono stati scientemente contraddetti dalla linea di sistematica occupazione delle istituzioni (presidenza delle Camere e Quirinale) che sta portando avanti il Pd e da dichiarazioni incendiarie (il sì all'arresto di Berlusconi, che nessuna procura ha ancora richiesto), nonché travolti dall'azione della magistratura contro il leader del Pdl, che ha scatenato la prevedibile reazione scomposta del centrodestra e offerto al Pd un buon pretesto per chiudere ad ogni ipotesi di dialogo con coloro i quali vengono chiamati «impresentabili». Anche da giornalisti del servizio pubblico desiderosi di appuntarsi medagliette in vista di futuri prestigiosi (e ben retribuiti) incarichi.
Alla fine è probabile che Napolitano decida per una via di mezzo: non un incarico, ma un mandato "esplorativo" a Bersani che consenta al governo tecnico uscente di restare in carica per gli affari correnti. Ma se, come ampiamente e platealmente annunciato, il M5S confermerà nelle consultazioni la propria assoluta indisponibilità a votare la fiducia ad un governo Pd, il presidente Napolitano non dovrebbe perdere ulteriore tempo e dovrebbe favorire il passaggio ad una nuova fase semplicemente scaricando Bersani e affidando il mandato esplorativo ad un'altra personalità di sua fiducia. Il Pd saprebbe prenderne atto, non mancano segnali in questo senso, anche se il gruppo dirigente è apparentemente allineato dietro il suo segretario. Bersani, viceversa, pretenderebbe di giocare fino in fondo la carta Grillo, e permetterglielo significa non poter cominciare ad esplorare strade alternative. A quel punto, qualsiasi sia l'esito, si verrebbe a creare una situazione in cui, trascorso altro tempo prezioso, a Napolitano non resterebbe che accelerare la sua successione.
Esattamente il disegno di Bersani: rendere impraticabile, per mancanza di tempo e di clima politico, l'iniziativa del capo dello Stato, eleggere prima possibile il suo successore in modo che possa sciogliere senza ulteriori indugi le Camere, tornando al voto ancora da candidato premier.
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