Ve la ricordate la narrazione tanto cara ai nostri mainstream media, e anche a Bruxelles, ripetuta allo sfinimento con la certezza di chi la sa lunga? I britannici si sarebbero molto presto pentiti della Brexit. Anche coloro che hanno votato "Leave" avrebbero voluto poter tornare indietro. Ebbene, secondo i sondaggi YouGov, per ora non è accaduto nulla di tutto questo. Non solo nessun "Bregret", chi ha votato Leave o Remain il 23 giugno 2016 è ancora convinto di aver votato correttamente. Ma una parte consistente di quanti votarono Remain oggi ritiene che il governo debba dare seguito alla volontà popolare. La Brexit quindi va attuata per il 69% dei britannici. E il 55% è d'accordo con la premier Theresa May, quando dice "no deal is better than a bad deal".
Dunque, siete proprio sicuri che stanno a Londra quelli che si illudono, quelli che vivono "in un'altra galassia"?
Se hanno scambiato la May per uno Tsipras, e gli inglesi per greci, direi che a "farsi illusioni" siano i burocrati di Bruxelles... Sono pericolosi per sé e per gli altri, cioè per noi.
Il presidente della Commissione europea Juncker avrebbe riferito di una cena "disastrosa" avuta con la premier britannica Theresa May. Dopo un'ora e mezza, avrebbe lasciato la tavola "dieci volte più scettico" sulle possibilità di arrivare ad un accordo sulla Brexit entro due anni. Ora, bisogna capire se questo prima o dopo le pinte di birra che si è scolato alla cena. E se era anche dieci volte più brillo del solito... A Juncker non dovrebbe essere consentito guidare un'auto, figuriamoci condurre dei negoziati...
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Thursday, May 11, 2017
Friday, February 24, 2017
La "sveglia" di Trump alla Nato e all'Europa
Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente
Rassicurazioni sull'impegno Usa nella Nato e i rapporti con la Russia, ma il vice presidente Pence e il segretario alla difesa Mattis "suonano la sveglia" agli alleati. "Americans cannot care more for your children's security than you do"
La realtà ha già cominciato a smentire le previsioni apocalittiche sulla presidenza Trump e gli "esperti" non sanno ancora decidersi se criticarlo quando "attenta" all'ordine e alle istituzioni internazionali del dopoguerra, o quando adotta una linea più convenzionale, apparentemente tornando sui suoi passi e contraddicendo se stesso. Non hanno capito nulla di Trump prima, durante e dopo... E ora si arrampicano sugli specchi per spiegarci come mai le prime, ragionevoli mosse della nuova amministrazione Usa non sembrano coerenti con i loro scenari catastrofici.
I suoi critici "a prescindere" non accetteranno mai di vederla, ma c'è una logica nella politica estera dell'amministrazione Trump, che ha appena cominciato a prendere forma. Innanzitutto, l'idea secondo cui allo slogan trumpiano "America First" debba corrispondere un'America chiusa in se stessa che abbandona gli alleati al loro destino si sta sempre più scontrando con la realtà dei primi passi dell'amministrazione, come dimostrano le calorose accoglienze riservate da Trump ai premier di Regno Unito e Giappone a Washington e i recenti tour in Europa del vicepresidente Mike Pence (alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e a Bruxelles), del segretario alla difesa Jim Mattis (al vertice Nato e alla conferenza di Monaco) e del segretario di Stato Rex Tillerson (al G20 di Bonn). E' chiaro: se si sono prese alla lettera, ma non sul serio, le parole di Trump in campagna elettorale, rivolte all'elettore medio americano, allora le parole dei suoi uomini oggi, prese altrettanto alla lettera, possono apparire distanti, persino divergenti. Ma se, con uno sforzo di onestà intellettuale, si prendono sul serio le une e le altre, si vedrà che i concetti espressi coincidono, che pur nelle diverse sensibilità prevale la sintonia, non un presidente "sotto tutela" come qualcuno insinua.
I suoi critici sono disorientati, ma un filo logico nella politica estera di Trump sta emergendo, ha scritto sul WSJ lo studioso dell'American Enterprise Institute Michael Auslin. Sulle questioni di politica estera che hanno un impatto diretto sul fronte interno, come gli accordi commerciali e la globalizzazione, persegue un cambiamento radicale; sulle questioni di pura politica estera, come i rapporti con gli alleati, la Russia o la Cina, sta adottando un approccio più tradizionale. "Almeno finora, Trump è stato molto coerente. I critici da sinistra e da destra dovrebbero accettare che i prossimi quattro anni di politica estera americana saranno definiti da un mix di tradizionalismo e di radicalismo". In una parola: pragmatismo, gli interessi dell'America al primo posto.
Il candidato Trump ha suscitato scandalo quando ha posto, in modo a volte provocatorio, il tema del giusto contributo degli alleati ai costi della difesa comune, e quando ha parlato di un'alleanza "obsoleta", perché non a sufficienza rivolta a contrastare la minaccia del terrorismo islamico, e di migliori rapporti con la Russia. Su questi tre fronti non potevano certo esprimersi come il candidato Trump, ma sia il vicepresidente Mike Pence sia il segretario alla difesa Mattis hanno "suonato la sveglia" agli alleati della Nato e all'Europa, recando il messaggio del presidente nel modo più chiaro, esplicito e ultimativo possibile (anche se, chiusi nella loro bolla e nei loro pregiudizi, gli europei fanno sapere di restare disorientati sulle reali intenzioni della Casa Bianca). Washington non intende abbandonare a se stessa la Nato - ma pretende giustamente che gli alleati contribuiscano alla sicurezza comune almeno quanto pattuito - né fare regali alla Russia, con la quale cercherà un "terreno comune" di cooperazione, ma al tempo stesso richiamandola alle sue responsabilità.
Naturalmente i media europei hanno evidenziato le rassicurazioni di Pence e Mattis sull'impegno americano, lasciando persino intendere che stessero correggendo il loro presidente o in qualche modo ridimensionando le sue dichiarazioni (nonostante entrambi abbiano esplicitamente, più volte, premesso di parlare a suo nome), mentre molto meno rilievo è stato dato alle parti dei loro discorsi in cui recavano le richieste della nuova amministrazione Usa.
Il segretario alla difesa Mattis ha assicurato che la Nato resta un "pilastro fondamentale" per gli Stati Uniti, l'impegno per l'articolo 5 dell'Alleanza atlantica resta "solido come una roccia", ma ha anche detto chiaro e tondo che se gli alleati non aumenteranno la loro spesa militare, gli Stati Uniti non potranno che "moderare" il loro impegno nella Nato. Un vero e proprio "warning". E la notizia semmai è che, almeno a parole, la Nato abbia acconsentito alla richiesta di Trump, che in fondo è la stessa dei suoi predecessori alla Casa Bianca. "Americans cannot care more for your children's security than you do". Mattis è stato franco e diretto, il suo ragionamento non fa una piega: "Devo a tutti voi chiarezza sulla realtà politica negli Stati Uniti e porre la giusta richiesta da parte della gente del mio Paese in termini concreti... L'America terrà fede alle sue responsabilità, ma se le vostre nazioni non vogliono vedere l'America moderare il suo impegno per l'alleanza, ciascuna delle vostre capitali dovrà mostrare il suo sostegno per la nostra difesa comune". "Il contribuente americano non può più sopportare una quota sproporzionata della difesa dei valori occidentali. Gli americani non possono preoccuparsi per la sicurezza dei vostri figli più di quanto facciate voi stessi. Il disprezzo per la preparazione militare dimostra una mancanza di rispetto per noi stessi, per l'Alleanza e per le libertà che abbiamo ereditato, che sono ora chiaramente minacciate". Quindi, una sorta di ultimatum: "Dobbiamo garantire che alla fine dell'anno non saremo nella stessa situazione di oggi". Gli Stati Uniti si aspettano che gli alleati adottino quest'anno dei "piani", con "date e scadenze precise", che assicurino "progressi costanti" verso il raggiungimento della quota del 2% del Pil di spesa militare, come pattuito. La ricca Germania, per esempio, spende solo l'1,19%...
Riguardo la necessità di rinnovare la "mission" dell'Alleanza, sempre Mattis ha spiegato che per rimanere credibile la Nato deve adattarsi ai nuovi scenari geopolitici. I Paesi membri "non possono più negare la realtà" del terrorismo islamico e degli altri rischi geopolitici e devono essere "unificati da queste crescenti minacce alle nostre democrazie". E' esattamente la questione posta da Trump quando ha parlato di Nato "obsoleta": modernizzare una proiezione dell'alleanza fossilizzata sull'inevitabilità della minaccia proveniente da est, dalla Russia, come ai tempi della Guerra Fredda. La correzione chiesta dal presidente Trump è ragionevole e non diversa da quella di cui già da tempo si discute e verso la quale spingono soprattutto i membri del fronte sud dell'Alleanza: riorientare la Nato verso le minacce provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Come sugli oneri della difesa, anche su questo l'iniziativa della nuova amministrazione Usa sembra aver accelerato processi già in corso: i 28 hanno dato il via libera al cosiddetto "hub per il Sud", all'interno del Joint Force Command di Napoli, e approvato un generale riorientamento strategico verso sud, per meglio affrontare le minacce che arrivano, appunto, dal Medio Oriente e dal Nord Africa (Libia compresa, essendo giunta dal governo al-Sarraj la richiesta formale di un supporto Nato).
Quanto ai rapporti con la Russia, nessuno a Washington ha intenzione di abbandonare gli alleati dell'Europa orientale, né di cedere alle ambizioni putiniane, né di tradire i valori dell'Occidente. La Russia resta tra le principali sfide alla sicurezza transatlantica, ma si tratta di guardare con realismo al ruolo che può giocare Mosca su altri fronti. Se la Nato è "essenziale", ha spiegato infatti il segretario Mattis, nel "bloccare gli sforzi russi tesi all'indebolimento delle democrazie", lo è anche nel "contrastare l'estremismo islamico e rispondere a una Cina più assertiva". Certo, ha avvertito, "bilanciare collaborazione e confronto è certamente una sgradevole equazione strategica". Se da una parte Mattis ha confermato l'apertura del presidente Trump "alle opportunità di restaurare una relazione cooperativa con Mosca, allo stesso tempo - ha aggiunto - restiamo realisti nelle nostre aspettative e raccomandiamo ai nostri diplomatici di negoziare da una posizione di forza". Ciò significa, ha assicurato, che "non siamo disposti ad abbandonare i valori di questa alleanza, né a lasciare che la Russia, attraverso le sue azioni, parli con voce più alta di chiunque in questa stanza".
E se Mosca, tramite il suo ministro alla difesa, si dice "pronta per ristabilire la cooperazione con il Pentagono", il capo del Pentagono dice che no, "in questo momento" gli Stati Uniti non sono pronti per una collaborazione militare con la Russia. Prima di una collaborazione con gli Stati Uniti e la Nato, la Russia deve "dimostrare" di voler rispettare le leggi internazionali, ha spiegato Mattis parlando a Bruxelles. "In questo momento non siamo nella posizione di collaborare a un livello militare con la Russia, ma i nostri leader politici si incontreranno e cercheranno di trovare un terreno comune o una via d'uscita".
Della ricerca di un "terreno comune" con Mosca ha parlato anche il segretario di Stato Rex Tillerson in una breve dichiarazione alla stampa dopo l'incontro con il ministro degli affari esteri russo Lavrov a margine del G20 di Bonn. Ma gli Stati Uniti si aspettano che la Russia "onori gli impegni presi con gli accordi di Minsk e lavori per una de-escalation della violenza in Ucraina". Usa e Russia devono lavorare insieme laddove i loro interessi siano coincidenti, concordano Tillerson e Lavrov. Anche se nell'esprimere lo stesso concetto il segretario Tillerson ha usato parole un po' diverse: "Come ho già detto nella mia audizione di conferma al Senato, gli Stati Uniti considereranno la possibilità di lavorare con la Russia quando sarà possibile trovare aree di cooperazione pratica che potranno portare beneficio agli americani". In ogni caso, la nuova amministrazione Trump, ha chiarito, "non prevede di andare contro gli interessi e i valori dell'America e dei suoi alleati".
Sulla Russia i vertici dell'amministrazione Trump parlano con una voce sola e "terreno comune" è l'espressione ricorrente. Mentre gli Stati Uniti, ha spiegato il vicepresidente Pence, "continueranno a ritenere la Russia responsabile e ad esigere che rispetti gli accordi di Minsk cominciando a diminuire la violenza nell'Ucraina orientale, seguendo le direttive del presidente Trump tenteremo anche in nuovi modi di trovare con la Russia un terreno comune". Fermo restando, ha aggiunto, che "alla luce dello sforzo della Russia di ridisegnare i confini dei Paesi con la forza, noi continueremo a sostenere la Polonia e gli Stati baltici attraverso la presenza avanzata rafforzata della Nato" in quei Paesi.
A conferma di tutto ciò, gli Stati Uniti stanno mobilitando unità corazzate nei Paesi baltici, in Polonia, Romania e Bulgaria, per "sostenere e integrare l'impegno Nato a favore della deterrenza" nei confronti di Mosca. Via libera dall'amministrazione Trump anche al rafforzamento della presenza navale Nato nel Mar Nero, annunciato dal segretario Stoltenberg, "per addestramento avanzato, esercitazioni e consapevolezza situazionale". Una mossa che, ha assicurato, "sarà misurata, di natura difensiva, in nessun modo volta a provocare un conflitto né ad alimentare le tensioni".
Anche del discorso del vicepresidente Mike Pence a Monaco è stato dato maggiore rilievo alle rassicurazioni, ma nei confronti degli alleati il suo monito è stato ancor più duro. "Il presidente mi ha chiesto di essere qui oggi per trasmettere il messaggio che gli Stati Uniti sostengono fortemente la Nato e che noi saremo incrollabili nel nostro impegno verso l'Alleanza atlantica", ha detto Pence. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, saranno "più forti di quanto non siano mai stati" sotto la presidenza Trump, che ha intenzione di "ripristinare l'arsenale della democrazia". Così come, a Bruxelles, Pence ha riferito, sempre a nome del presidente Trump, "il forte impegno degli Stati Uniti ad una continua cooperazione e partnership con l'Unione europea". Ma la seconda parte del messaggio è che il popolo americano potrebbe perdere la pazienza (che "non durerà per sempre") con i membri della Nato se questi non condividono i costi della difesa comune. Oggi "non pagano la loro giusta parte" e questa mancanza "corrode le fondamenta della nostra alleanza". "E' venuto il tempo di fare di più... It is time for actions, not words", ha detto prendendo in prestito uno slogan dal discorso di insediamento del suo presidente. Anche da Pence una sorta di ultimatum: il presidente Trump si aspetta "progressi reali entro la fine del 2017" da parte degli alleati che non rispettano l'impegno a investire il 2% del Pil in spesa militare.
E nel caso qualcuno ancora non avesse compreso il messaggio, Pence ha esortato i Paesi Nato che non spendono il 2% del loro Pil nella difesa ad accelerare i loro piani per arrivarci: "E se non avete un piano, datevene uno". Ad essere onesti, la realtà è che l'ingresso di Trump alla Casa Bianca ha già impresso una positiva accelerazione nel dibattito sulla e nella Nato. E nonostante mugugni, piagnistei e moti di sdegno un po' ipocriti, l'Alleanza sta facendo l'unica cosa possibile: allinearsi.
P.S.
La questione è semplice: pare che per qualcuno la difesa ce la debbano assicurare i contribuenti americani (e il debito i contribuenti tedeschi...). Troppo comodo, no? Se si crede nella Nato, si è coerenti e si contribuisce (almeno) quanto pattuito. Se si crede nell'Unione europea, si taglia il debito prima di chiederne la mutualizzazione. Altrimenti, la figura dei soliti furbastri e inaffidabili è assicurata.
Rassicurazioni sull'impegno Usa nella Nato e i rapporti con la Russia, ma il vice presidente Pence e il segretario alla difesa Mattis "suonano la sveglia" agli alleati. "Americans cannot care more for your children's security than you do"
La realtà ha già cominciato a smentire le previsioni apocalittiche sulla presidenza Trump e gli "esperti" non sanno ancora decidersi se criticarlo quando "attenta" all'ordine e alle istituzioni internazionali del dopoguerra, o quando adotta una linea più convenzionale, apparentemente tornando sui suoi passi e contraddicendo se stesso. Non hanno capito nulla di Trump prima, durante e dopo... E ora si arrampicano sugli specchi per spiegarci come mai le prime, ragionevoli mosse della nuova amministrazione Usa non sembrano coerenti con i loro scenari catastrofici.
I suoi critici "a prescindere" non accetteranno mai di vederla, ma c'è una logica nella politica estera dell'amministrazione Trump, che ha appena cominciato a prendere forma. Innanzitutto, l'idea secondo cui allo slogan trumpiano "America First" debba corrispondere un'America chiusa in se stessa che abbandona gli alleati al loro destino si sta sempre più scontrando con la realtà dei primi passi dell'amministrazione, come dimostrano le calorose accoglienze riservate da Trump ai premier di Regno Unito e Giappone a Washington e i recenti tour in Europa del vicepresidente Mike Pence (alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e a Bruxelles), del segretario alla difesa Jim Mattis (al vertice Nato e alla conferenza di Monaco) e del segretario di Stato Rex Tillerson (al G20 di Bonn). E' chiaro: se si sono prese alla lettera, ma non sul serio, le parole di Trump in campagna elettorale, rivolte all'elettore medio americano, allora le parole dei suoi uomini oggi, prese altrettanto alla lettera, possono apparire distanti, persino divergenti. Ma se, con uno sforzo di onestà intellettuale, si prendono sul serio le une e le altre, si vedrà che i concetti espressi coincidono, che pur nelle diverse sensibilità prevale la sintonia, non un presidente "sotto tutela" come qualcuno insinua.
I suoi critici sono disorientati, ma un filo logico nella politica estera di Trump sta emergendo, ha scritto sul WSJ lo studioso dell'American Enterprise Institute Michael Auslin. Sulle questioni di politica estera che hanno un impatto diretto sul fronte interno, come gli accordi commerciali e la globalizzazione, persegue un cambiamento radicale; sulle questioni di pura politica estera, come i rapporti con gli alleati, la Russia o la Cina, sta adottando un approccio più tradizionale. "Almeno finora, Trump è stato molto coerente. I critici da sinistra e da destra dovrebbero accettare che i prossimi quattro anni di politica estera americana saranno definiti da un mix di tradizionalismo e di radicalismo". In una parola: pragmatismo, gli interessi dell'America al primo posto.
Il candidato Trump ha suscitato scandalo quando ha posto, in modo a volte provocatorio, il tema del giusto contributo degli alleati ai costi della difesa comune, e quando ha parlato di un'alleanza "obsoleta", perché non a sufficienza rivolta a contrastare la minaccia del terrorismo islamico, e di migliori rapporti con la Russia. Su questi tre fronti non potevano certo esprimersi come il candidato Trump, ma sia il vicepresidente Mike Pence sia il segretario alla difesa Mattis hanno "suonato la sveglia" agli alleati della Nato e all'Europa, recando il messaggio del presidente nel modo più chiaro, esplicito e ultimativo possibile (anche se, chiusi nella loro bolla e nei loro pregiudizi, gli europei fanno sapere di restare disorientati sulle reali intenzioni della Casa Bianca). Washington non intende abbandonare a se stessa la Nato - ma pretende giustamente che gli alleati contribuiscano alla sicurezza comune almeno quanto pattuito - né fare regali alla Russia, con la quale cercherà un "terreno comune" di cooperazione, ma al tempo stesso richiamandola alle sue responsabilità.
Naturalmente i media europei hanno evidenziato le rassicurazioni di Pence e Mattis sull'impegno americano, lasciando persino intendere che stessero correggendo il loro presidente o in qualche modo ridimensionando le sue dichiarazioni (nonostante entrambi abbiano esplicitamente, più volte, premesso di parlare a suo nome), mentre molto meno rilievo è stato dato alle parti dei loro discorsi in cui recavano le richieste della nuova amministrazione Usa.
Il segretario alla difesa Mattis ha assicurato che la Nato resta un "pilastro fondamentale" per gli Stati Uniti, l'impegno per l'articolo 5 dell'Alleanza atlantica resta "solido come una roccia", ma ha anche detto chiaro e tondo che se gli alleati non aumenteranno la loro spesa militare, gli Stati Uniti non potranno che "moderare" il loro impegno nella Nato. Un vero e proprio "warning". E la notizia semmai è che, almeno a parole, la Nato abbia acconsentito alla richiesta di Trump, che in fondo è la stessa dei suoi predecessori alla Casa Bianca. "Americans cannot care more for your children's security than you do". Mattis è stato franco e diretto, il suo ragionamento non fa una piega: "Devo a tutti voi chiarezza sulla realtà politica negli Stati Uniti e porre la giusta richiesta da parte della gente del mio Paese in termini concreti... L'America terrà fede alle sue responsabilità, ma se le vostre nazioni non vogliono vedere l'America moderare il suo impegno per l'alleanza, ciascuna delle vostre capitali dovrà mostrare il suo sostegno per la nostra difesa comune". "Il contribuente americano non può più sopportare una quota sproporzionata della difesa dei valori occidentali. Gli americani non possono preoccuparsi per la sicurezza dei vostri figli più di quanto facciate voi stessi. Il disprezzo per la preparazione militare dimostra una mancanza di rispetto per noi stessi, per l'Alleanza e per le libertà che abbiamo ereditato, che sono ora chiaramente minacciate". Quindi, una sorta di ultimatum: "Dobbiamo garantire che alla fine dell'anno non saremo nella stessa situazione di oggi". Gli Stati Uniti si aspettano che gli alleati adottino quest'anno dei "piani", con "date e scadenze precise", che assicurino "progressi costanti" verso il raggiungimento della quota del 2% del Pil di spesa militare, come pattuito. La ricca Germania, per esempio, spende solo l'1,19%...
Riguardo la necessità di rinnovare la "mission" dell'Alleanza, sempre Mattis ha spiegato che per rimanere credibile la Nato deve adattarsi ai nuovi scenari geopolitici. I Paesi membri "non possono più negare la realtà" del terrorismo islamico e degli altri rischi geopolitici e devono essere "unificati da queste crescenti minacce alle nostre democrazie". E' esattamente la questione posta da Trump quando ha parlato di Nato "obsoleta": modernizzare una proiezione dell'alleanza fossilizzata sull'inevitabilità della minaccia proveniente da est, dalla Russia, come ai tempi della Guerra Fredda. La correzione chiesta dal presidente Trump è ragionevole e non diversa da quella di cui già da tempo si discute e verso la quale spingono soprattutto i membri del fronte sud dell'Alleanza: riorientare la Nato verso le minacce provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Come sugli oneri della difesa, anche su questo l'iniziativa della nuova amministrazione Usa sembra aver accelerato processi già in corso: i 28 hanno dato il via libera al cosiddetto "hub per il Sud", all'interno del Joint Force Command di Napoli, e approvato un generale riorientamento strategico verso sud, per meglio affrontare le minacce che arrivano, appunto, dal Medio Oriente e dal Nord Africa (Libia compresa, essendo giunta dal governo al-Sarraj la richiesta formale di un supporto Nato).
Quanto ai rapporti con la Russia, nessuno a Washington ha intenzione di abbandonare gli alleati dell'Europa orientale, né di cedere alle ambizioni putiniane, né di tradire i valori dell'Occidente. La Russia resta tra le principali sfide alla sicurezza transatlantica, ma si tratta di guardare con realismo al ruolo che può giocare Mosca su altri fronti. Se la Nato è "essenziale", ha spiegato infatti il segretario Mattis, nel "bloccare gli sforzi russi tesi all'indebolimento delle democrazie", lo è anche nel "contrastare l'estremismo islamico e rispondere a una Cina più assertiva". Certo, ha avvertito, "bilanciare collaborazione e confronto è certamente una sgradevole equazione strategica". Se da una parte Mattis ha confermato l'apertura del presidente Trump "alle opportunità di restaurare una relazione cooperativa con Mosca, allo stesso tempo - ha aggiunto - restiamo realisti nelle nostre aspettative e raccomandiamo ai nostri diplomatici di negoziare da una posizione di forza". Ciò significa, ha assicurato, che "non siamo disposti ad abbandonare i valori di questa alleanza, né a lasciare che la Russia, attraverso le sue azioni, parli con voce più alta di chiunque in questa stanza".
E se Mosca, tramite il suo ministro alla difesa, si dice "pronta per ristabilire la cooperazione con il Pentagono", il capo del Pentagono dice che no, "in questo momento" gli Stati Uniti non sono pronti per una collaborazione militare con la Russia. Prima di una collaborazione con gli Stati Uniti e la Nato, la Russia deve "dimostrare" di voler rispettare le leggi internazionali, ha spiegato Mattis parlando a Bruxelles. "In questo momento non siamo nella posizione di collaborare a un livello militare con la Russia, ma i nostri leader politici si incontreranno e cercheranno di trovare un terreno comune o una via d'uscita".
Della ricerca di un "terreno comune" con Mosca ha parlato anche il segretario di Stato Rex Tillerson in una breve dichiarazione alla stampa dopo l'incontro con il ministro degli affari esteri russo Lavrov a margine del G20 di Bonn. Ma gli Stati Uniti si aspettano che la Russia "onori gli impegni presi con gli accordi di Minsk e lavori per una de-escalation della violenza in Ucraina". Usa e Russia devono lavorare insieme laddove i loro interessi siano coincidenti, concordano Tillerson e Lavrov. Anche se nell'esprimere lo stesso concetto il segretario Tillerson ha usato parole un po' diverse: "Come ho già detto nella mia audizione di conferma al Senato, gli Stati Uniti considereranno la possibilità di lavorare con la Russia quando sarà possibile trovare aree di cooperazione pratica che potranno portare beneficio agli americani". In ogni caso, la nuova amministrazione Trump, ha chiarito, "non prevede di andare contro gli interessi e i valori dell'America e dei suoi alleati".
Sulla Russia i vertici dell'amministrazione Trump parlano con una voce sola e "terreno comune" è l'espressione ricorrente. Mentre gli Stati Uniti, ha spiegato il vicepresidente Pence, "continueranno a ritenere la Russia responsabile e ad esigere che rispetti gli accordi di Minsk cominciando a diminuire la violenza nell'Ucraina orientale, seguendo le direttive del presidente Trump tenteremo anche in nuovi modi di trovare con la Russia un terreno comune". Fermo restando, ha aggiunto, che "alla luce dello sforzo della Russia di ridisegnare i confini dei Paesi con la forza, noi continueremo a sostenere la Polonia e gli Stati baltici attraverso la presenza avanzata rafforzata della Nato" in quei Paesi.
A conferma di tutto ciò, gli Stati Uniti stanno mobilitando unità corazzate nei Paesi baltici, in Polonia, Romania e Bulgaria, per "sostenere e integrare l'impegno Nato a favore della deterrenza" nei confronti di Mosca. Via libera dall'amministrazione Trump anche al rafforzamento della presenza navale Nato nel Mar Nero, annunciato dal segretario Stoltenberg, "per addestramento avanzato, esercitazioni e consapevolezza situazionale". Una mossa che, ha assicurato, "sarà misurata, di natura difensiva, in nessun modo volta a provocare un conflitto né ad alimentare le tensioni".
Anche del discorso del vicepresidente Mike Pence a Monaco è stato dato maggiore rilievo alle rassicurazioni, ma nei confronti degli alleati il suo monito è stato ancor più duro. "Il presidente mi ha chiesto di essere qui oggi per trasmettere il messaggio che gli Stati Uniti sostengono fortemente la Nato e che noi saremo incrollabili nel nostro impegno verso l'Alleanza atlantica", ha detto Pence. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, saranno "più forti di quanto non siano mai stati" sotto la presidenza Trump, che ha intenzione di "ripristinare l'arsenale della democrazia". Così come, a Bruxelles, Pence ha riferito, sempre a nome del presidente Trump, "il forte impegno degli Stati Uniti ad una continua cooperazione e partnership con l'Unione europea". Ma la seconda parte del messaggio è che il popolo americano potrebbe perdere la pazienza (che "non durerà per sempre") con i membri della Nato se questi non condividono i costi della difesa comune. Oggi "non pagano la loro giusta parte" e questa mancanza "corrode le fondamenta della nostra alleanza". "E' venuto il tempo di fare di più... It is time for actions, not words", ha detto prendendo in prestito uno slogan dal discorso di insediamento del suo presidente. Anche da Pence una sorta di ultimatum: il presidente Trump si aspetta "progressi reali entro la fine del 2017" da parte degli alleati che non rispettano l'impegno a investire il 2% del Pil in spesa militare.
E nel caso qualcuno ancora non avesse compreso il messaggio, Pence ha esortato i Paesi Nato che non spendono il 2% del loro Pil nella difesa ad accelerare i loro piani per arrivarci: "E se non avete un piano, datevene uno". Ad essere onesti, la realtà è che l'ingresso di Trump alla Casa Bianca ha già impresso una positiva accelerazione nel dibattito sulla e nella Nato. E nonostante mugugni, piagnistei e moti di sdegno un po' ipocriti, l'Alleanza sta facendo l'unica cosa possibile: allinearsi.
P.S.
La questione è semplice: pare che per qualcuno la difesa ce la debbano assicurare i contribuenti americani (e il debito i contribuenti tedeschi...). Troppo comodo, no? Se si crede nella Nato, si è coerenti e si contribuisce (almeno) quanto pattuito. Se si crede nell'Unione europea, si taglia il debito prima di chiederne la mutualizzazione. Altrimenti, la figura dei soliti furbastri e inaffidabili è assicurata.
Thursday, February 16, 2017
Chi ha ucciso il soldato Flynn
Pubblicato su L'Intraprendente
A Washington un gruppo di burocrati della sicurezza nazionale e di ex funzionari dell'amministrazione Obama sta passando alla stampa informazioni altamente sensibili per danneggiare il governo eletto. Non è una buona notizia per gli uomini liberi...
Tutto nasce dalla condotta senza
precedenti dell'ex presidente Obama, che a pochissimi giorni dalla
sua uscita dalla Casa Bianca e nell'indifferenza dei media plaudenti,
piazza una serie di mine diplomatiche pronte a esplodere sul cammino
della nuova amministrazione. E' tentando di disinnescare una di
queste mine che il soldato Mike Flynn ha messo un piede in fallo ed è
saltato in aria.
Con la scusa dell'hackeraggio del
Comitato elettorale democratico durante la campagna elettorale, ad
opera di hacker russi i cui collegamenti con il governo di Mosca
somigliano tuttora a speculazioni, l'FBI e le agenzie di intelligence
ancora controllate dal presidente Obama hanno cominciato ad indagare
e a intercettare gli uomini della squadra di Trump a caccia delle
prove di una presunta cospirazione per truccare le elezioni a suo
vantaggio. Paranoia, o più probabilmente un'"arma di
distrazione" dalle responsabilità, di Hillary Clinton e dello
stesso Obama, nella bruciante sconfitta elettorale. Ma un'indagine ci
poteva anche stare. Ancora oggi il New York Times, apprendendo dalle
solite fonti di intelligence di "contatti" tra
collaboratori di Trump e membri dell'intelligence russa, è costretto
a riferire anche che in tutte le indagini non è emersa finora
"alcuna prova di cooperazione" tra la campagna Trump e la
Russia per influenzare le elezioni. Stop, dunque? No. Non trovando
alcuna prova della combutta, si sono tenuti le trascrizioni per
passarle selettivamente, e illegalmente, alla stampa ogni qual volta
fosse possibile danneggiare l'amministrazione Trump, far fuori i suoi
uomini e alimentare comunque il sospetto che la Russia lo abbia
aiutato a "rubare" l'elezione alla Clinton.
Ed è quanto accaduto al consigliere
per la sicurezza nazionale Michael Flynn.
L'espulsione di 35 diplomatici russi
decisa da Obama solo una ventina di giorni prima di lasciare la Casa
Bianca, come ritorsione per l'hackeraggio del Comitato elettorale
democratico, apre l'ennesimo fronte di tensione con Mosca che nei
colloqui telefonici con l'ambasciatore russo a Washington Kislyak il
prossimo consigliere per la sicurezza nazionale tenta - con successo,
pare - di raffreddare. La sua colpa infatti sarebbe di aver convinto
Putin a non reagire, coprendo così di ridicolo le misure di Obama.
Cos'altro avrebbe dovuto fare? Lasciare che la frustrazione del
presidente uscente minasse i tentativi della nuova amministrazione di
migliorare i rapporti con Mosca? Ed è credibile che nessun esponente
di nessuna amministrazione entrante abbia mai parlato con funzionari
stranieri prima dell'insediamento, prefigurando la politica del nuovo
corso? Flynn non ha commesso nulla di illegale. Le stesse fonti
citate dai giornaloni Usa ammettono che sarebbe arduo intentare una
causa contro Flynn, dal momento che in oltre due secoli nessuno è
stato perseguito per la violazione del "Logan Act", la
legge che vieta ai normali cittadini di interferire nei rapporti
diplomatici.
Avrebbe discusso delle sanzioni, ma i
termini in cui ne avrebbe discusso con l'ambasciatore russo sono
ancora oscuri.
Flynn potrebbe essersi limitato a far
notare a Kislyak che l'amministrazione Trump si sarebbe insediata di
lì a poche settimane e avrebbe riesaminato la politica nei confronti
della Russia, sanzioni comprese. Il che non sarebbe nulla di illegale
né improprio, e spiegherebbe perché, essendo un'affermazione così
ovvia, non abbia ritenuto di parlarne al vicepresidente. Ma la sola
presenza del termine "sanzioni" nella trascrizione della
telefonata avrebbe fornito il pretesto per la fuga di notizie ai suoi
danni.
Cosa sta succedendo quindi a
Washington? Che "un gruppo di burocrati della sicurezza
nazionale e di ex funzionari del governo Obama - riassume Eli Lake su
Bloomberg News - sta selettivamente passando alla stampa informazioni
altamente sensibili per danneggiare il governo eletto". E
"divulgare selettivamente dettagli di conversazioni private
intercettate da FBI o NSA dà il potere di distruggere reputazioni
sotto la copertura dell'anonimato. E' ciò che fanno gli stati di
polizia". Ma evidentemente uno stato di polizia sembra a molti
perfettamente accettabile, se serve ad abbattere Trump.
Se si trattava di un caso di
intelligence, osserva sul NYPost John Podhoretz (tutt'altro che un
fan di Trump, tanto meno di Flynn), "la fuga di notizie ha
rivelato qualcosa ai russi che non dovremmo voler rivelare - ovvero
che li stavamo ascoltando e in modo efficace". Se invece si
trattava di un'indagine dell'FBI, allora "un principio cardine
dell'applicazione della legge - che le prove acquisite nel corso di
un'indagine devono essere tenute segrete per tutelare i diritti dei
cittadini sotto indagine - è stato passato al tritatutto". E,
aggiunge Podhoretz, se queste fughe di notizie non sono motivate da
questioni di principio, ma dall'intenzione dei funzionari di queste
agenzie di "far fuori un potenziale avversario", si
tratterebbe di "un enorme abuso di potere".
Dunque, a prescindere dalla sua
imprudenza, Flynn è stato vittima di un vero e proprio assassinio
politico orchestrato da anonimi burocrati della comunità di
intelligence. Il che dovrebbe far tremare chiunque abbia a cuore le
sorti della democrazia americana. Che un'amministrazione sia oggetto
di dossieraggio e fughe di notizie da parte delle sue stesse agenzie
di intelligence è inquietante. Anche perché, per mero calcolo
politico, non si esita a gettare benzina sul fuoco sui già difficili
rapporti tra Stati Uniti (e loro alleati) e Russia.
"L'idea - osserva ancora Eli Lake
- che funzionari Usa a cui sono affidati i nostri segreti più
sensibili li rivelerebbero selettivamente pur di danneggiare la Casa
Bianca dovrebbe allarmare tutti coloro che sono preoccupati per uno
strisciante autoritarismo. Immaginate se intercettazioni di una
chiamata tra il consigliere per la sicurezza nazionale entrante di
Obama e il ministro degli affari esteri iraniano fossero trapelate
alla stampa prima che avessero inizio i negoziati sul nucleare... Le
grida di indignazione sarebbero assordanti".
Flynn ha pagato probabilmente anche le
sue dure critiche alla comunità di intelligence, di cui sostiene una
profonda riforma di sistema. Alla guida della Defense Intelligence
Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse
abbastanza il terrorismo islamico, ha prodotto un rapporto che
avvertiva come il caos in Siria avrebbe favorito la nascita
dell'Isis, e denunciato incompetenze e fallimenti dell'intelligence.
Elementi più che sufficienti per un movente... Probabile anche che
più di qualcuno a Washington temesse le sue posizioni intransigenti
sull'Iran e la sua totale contrarietà all'accordo con Teheran sul
nucleare (che nasconde ancora non pochi lati oscuri...).
Con la sua uscita viene a mancare una
delle poche figure con una visione strategica chiara. Viene scambiata
per vicinanza, o addirittura complicità con Mosca l'ipotesi, tutta
da verificare, dei russi come preziosi alleati nella guerra contro
quelle che ritiene essere le principali minacce agli Stati Uniti e
all'Occidente: il radicalismo islamico e l'Iran. Ma per Flynn, e lo
ha scritto nero su bianco, la Russia di Putin resta un avversario
strategico, che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti
bersagli da colpire o comunque da indebolire.
Monday, July 25, 2016
Il Califfato di Erdogan con l'aiuto dell'Europa
Pubblicato su The Fielder
Il capo dell'Isis al-Baghdadi starà provando un pizzico di invidia per il presidente turco Erdogan, che sta riuscendo, lui sì, a metter su un vero Califfato, dentro la Nato e con un piede nell'Ue. Una battuta, ma non troppo... Considerando la rapidità con cui Erdogan, appena scampato al golpe, ha dato il via all'epurazione di massa cui assistiamo da giorni, è probabile che avesse pronte da tempo le liste di nomi da epurare e che i golpisti abbiano agito mossi dalla fretta e dalla disperazione, giocando il tutto per tutto nel tentativo di anticipare una purga comunque imminente.
A giochi fatti, e a denti stretti, il presidente Obama e i leader europei hanno espresso il loro sostegno al governo "democraticamente eletto", nonostante la deriva autoritaria e islamista nella Turchia di Erdogan fosse ormai chiara da anni. Si sono trincerati dietro un mero formalismo (dal momento che la democrazia non si esaurisce certo nel voto popolare), ma è stata la loro stessa incauta realpolitik a costringerli a tenersi buono (per l'accordo sui migranti e la guerra all'Isis) un partner imbarazzante e inaffidabile. La Turchia è altro, e guarda altrove, rispetto al Paese che nel dicembre 1999 il Consiglio europeo accettò come candidato all'adesione. La Turchia laica, kemalista, quasi democratica è morta e sepolta in poco più di dieci anni e proprio sotto lo sguardo benevolo dell'Europa.
Molti non se ne sono ancora accorti, o fingono di non accorgersene. La tesi continua a essere che in fondo è colpa nostra. Perché non abbiamo aperto le porte alla Turchia quando avremmo dovuto, li abbiamo "respinti", abbiamo fatto "i difficili" sui numerosi capitoli dei negoziati. Sarebbe quindi venuto meno un importante incentivo per proseguire sulla strada della democrazia e dello stato di diritto e ora rischiamo che la Turchia, delusa, rivolga altrove la propria attenzione geopolitica, alla Russia o all'Iran.
Dobbiamo smetterla con questa visione eurocentrica per cui "gli altri", Putin e adesso Erdogan, agiscono solo in reazione alla frustrazione delle loro presunte aspettative su di noi, e non secondo loro ambizioni geopolitiche. Giuste o sbagliate, agiscono indipendentemente da cosa fa e dice l'Europa.
E' questo purtroppo uno dei frutti avvelenati dell'ideologia europeista. La convinzione che l'Unione europea fosse un progetto inevitabilmente destinato a magnifiche sorti e progressive ha alimentato, a cavallo degli anni 2000, un vero e proprio delirio di onnipotenza. C'è stato, in effetti, un momento in cui il progetto europeo emanava un "soft power" tale da attrarre e indurre miglioramenti nei Paesi candidati all'adesione o all'associazione. Ma quel periodo, in cui l'Ue sembrava potesse trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse, è ampiamente alle nostre spalle. Se rientrava nella "mission" europea l'adesione dei Paesi dell'Europa orientale appena liberatisi dal giogo sovietico, per una vera riunificazione del continente, fu un clamoroso abbaglio pensare che si potesse includere anche la Turchia, sulla base dei suoi stretti legami con l'Occidente e la natura laica delle sue istituzioni.
L'ancoraggio di Ankara all'Occidente, attraverso la sua appartenenza alla Nato, si deve principalmente alle circostanze della Guerra Fredda e alla modernizzazione kemalista. Ma crollata l'Unione sovietica, venuti meno i vincoli della Guerra Fredda, era logico aspettarsi che rivolgesse altrove la sua attenzione geopolitica, non appena avesse avuto forza e consapevolezza. E in nemmeno due decenni anche la laicizzazione forzata di Ataturk si è sciolta come neve al sole, rivelandosi effimera e superficiale rispetto alla più profonda identità religiosa e culturale islamica del Paese, che ha attraversato il kemalismo come un fiume carsico per poi riemergere prepotentemente.
Dopo il crollo sovietico, come ha spiegato il prof. Alessandro Grossato, orientalista della Facoltà teologica del Triveneto, in un saggio apparso nel 2010 sulla "Rivista di Politica", l'Islam ha ripreso a manifestarsi e a diffondersi dai Balcani alla Turchia, dal Caucaso all'Asia centrale, fino alla comunità uigura nello Xinjang cinese, grazie all'opera di confraternite sufi come la Naqshbandiyya. Molto attiva in Turchia dai tempi di Ataturk, questa confraternita, praticando l'arte della dissimulazione, in arabo taqîya, ovvero tenere nascosta la propria identità islamica, ha giocato un ruolo centrale nella sopravvivenza dell'islam turco, ponendo le basi per la sua rinascita anche politica quando le circostanze lo hanno permesso. Attraverso movimenti culturali e fondazioni caritatevoli, la Naqshbandiyya ha coltivato la futura base elettorale di quelle che saranno, di lì a qualche decennio, le prime formazioni politiche dichiaratamente islamiche, nonché la classe dirigente, riuscendo persino a infiltrare, grazie alla perfetta applicazione dell'arte della dissimulazione, alcuni dei propri affiliati ai vertici dello Stato (come il due volte primo ministro ed ex presidente Turgut Özal).
Nel 1995, Necmettin Erbakan, conduce per la prima volta alla vittoria, in regolari elezioni, un partito dichiaratamente islamico, il "Partito del Benessere". Ma dimenticando le regole della taqîya Erbakan manifesta fin da subito le sue intenzioni di liquidare il kemalismo, spingendo le forze armate al golpe "morbido" del 1997. Ma ormai il processo si era messo in moto. Nel novembre del 2002, complici le cattive condizioni di salute dell'anziano primo ministro Ecevit e la grave crisi politica e sociale del Paese, i militari non possono impedire al partito di Erdogan, l'Akp, solo apparentemente più moderato del precedente di Erbakan, di partecipare alle elezioni. Le vittorie del 2002 e del 2007 sono tali da rendere impraticabile un golpe "morbido".
E qui veniamo al rapporto strumentale di Erdogan con l'Unione europea (e con la democrazia) e al secondo, drammatico sbaglio delle élite europee. Erdogan (e prima di lui Turgut Özal, che nel 1987 inoltrò la domanda formale di adesione alla Ue) ha capito che il processo di integrazione nell'Ue poteva rappresentare un mezzo per scardinare il sistema kemalista e favorire la rinascita dell'islam turco, sia sul piano religioso che su quello politico. Proprio le riforme fortemente richieste dall'Ue quale condizione preliminare per avviare il processo di adesione - libertà d'espressione, apertura democratica, fine dell'ingerenza delle forze armate nella politica - erano la migliore garanzia per i partiti e i movimenti culturali islamici contro la spada di Damocle che le forze armate e la magistratura avrebbero potuto ancora calare sulle loro teste per salvare il sistema kemalista. Sempre in un'ottica eurocentrica, agli occhi degli europei era il ruolo dei militari, non l'islam politico, ad essere incompatibile con una Turchia democratica. Che svista!
Diversa la sorte del governo islamista di Morsi in Egitto, anch'esso democraticamente eletto ma fatto fuori dal golpe del generale Al-Sisi. L'errore di Morsi è stato quello di gettare subito la maschera, procedere a un'islamizzazione a tappe forzate, tra l'altro dimostrando una totale imperizia economica. Erdogan è stato molto più abile: si è presentato come moderato (salutavamo il suo Akp come il corrispettivo islamico della democrazia cristiana, ricordate?), ha dissimulato, ha garantito anni di crescita economica sostenuta e senza precedenti. E quando il golpe è arrivato, era ormai troppo tardi perché potesse riuscire. Ci ha messo un decennio, ma ora può permettersi di abbandonare almeno in parte la pratica della dissimulazione e raccoglierne i frutti.
Erdogan si è servito della democrazia (e dell'Europa) come un tram: "Quando arrivi alla tua fermata, scendi", ebbe a dire lui stesso durante il suo mandato da sindaco di Istanbul dal 1994 al 1997. Una volta sdoganato l'islam politico, rafforzato il suo potere, liquidato il kemalismo, ora che il processo di islamizzazione delle istituzioni è compiuto non ne ha più bisogno. E anche dall'Ue ha ottenuto tutto ciò che gli serviva. Non c'è motivo per cui ora debba temere la minaccia di un "no" a un'adesione che non ha mai voluto e che rischierebbe anzi di inquinare l'identità islamica della nuova Turchia e di legargli le mani rispetto alle nuove ambizioni geopolitiche.
Sciagurato anche il recente accordo sui migranti che l'Ue, Berlino in testa, ha negoziato con Ankara, di fatto appaltando a Erdogan la sicurezza dei confini dell'Europa. Nelle sue mani il rubinetto del flusso di profughi che dalla Siria tentano di raggiungere l'Europa attraverso l'Egeo e la rotta balcanica può trasformarsi in una potente arma di ricatto.
Ma dove vuole arrivare Erdogan? All'interno, dunque, la rinascita islamica. Sul piano internazionale, un radicale riposizionamento geopolitico. Grazie all'indulgenza americana ed europea, finora l'appartenenza alla Nato e il negoziato per l'ingresso nell'Ue non hanno impedito a Erdogan di proiettare sempre più l'influenza della Turchia in tutt'altre direzioni, ma è chiaro che il nuovo ruolo di Ankara nel mondo passa per la progressiva emancipazione dall'Occidente. Il primo segnale già nel 2003, quando Erdogan rifiutò il passaggio attraverso il territorio turco della Quarta divisione di fanteria americana verso il fronte settentrionale iracheno.
L'importanza strategica della Turchia deriva dalla sua particolare collocazione geografica, crocevia tra Europa e Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale, ma anche dalle sue identità culturali (quella islamica e quella turcofona) e dall'eredità ottomana. Tutti elementi che fino ad ora Erdogan è riuscito a combinare con un equilibrismo quasi perfetto.
Innanzitutto, l'appartenenza islamica, quindi i vicini Paesi arabi, in particolare Siria, Iraq e palestinesi, ma anche i lontani Qatar e Arabia Saudita, e persino l'Iran sciita. Il punto è che tutte le sue abili e spesso contraddittorie manovre si spiegano con l'intenzione di sfruttare qualsiasi opportunità - e la cosiddetta "primavera araba" ne ha offerte molte - per far emergere la Turchia come Paese guida e modello per il mondo sunnita al posto dei declinanti Egitto e Arabia Saudita.
La gestione della crisi siriana è emblematica delle sue doti di equilibrismo, del saper tirare al massimo la corda senza spezzarla. Fin tanto che la priorità dell'Occidente sembrava essere quella di sbarazzarsi del regime di Assad, ha permesso agli aerei russi di raggiungere la base siriana di Tartous, senza che la Nato potesse far nulla. Fino all'estate scorsa ha negato l'utilizzo della base Nato di Incirlik per bombardare l'Isis. Poi l'abbattimento del jet russo e le accuse di Mosca sul suo flirt con l'Isis in funzione anti-Assad e anti-curda. Ha ostacolato il processo politico di Ginevra, cercando di escludere i curdi e di includere gruppi islamisti. Infine, proprio nei mesi precedenti il tentato golpe, e quando Usa e Russia hanno finalmente iniziato a collaborare in funzione anti-Isis, rischiando di finire isolato si è riallineato. Un prezzo l'ha pagato: l'Isis ha punito la sua ambiguità con l'attentato all'aeroporto Ataturk di Istanbul.
Il protagonismo turco nella crisi siriana ha l'obiettivo di mostrarsi al mondo sunnita come potenza regionale in grado di contenere, e se possibile respingere l'influenza iraniana, in ascesa in tutta l'area dall'Iraq alla Siria e al Libano, e di giocare alla pari con Usa e Russia (nonché ovviamente di debellare la minaccia curda). Né va dimenticato il tentativo di giocare un ruolo sul futuro della martoriata Libia. E già da anni, l'appoggio senza precedenti di Ankara alla causa palestinese, e soprattutto a quella di Gaza (e, quindi, di Hamas), con le conseguenti tensioni con Israele, aveva garantito di per sé una forte legittimazione da parte di tutte le masse arabe.
Ma Erdogan ha saputo allo stesso tempo instaurare rapporti di buon vicinato, e di relativa collaborazione, anche con Teheran. Il presidente iraniano Rouhani ha salutato la sconfitta del golpe molto più calorosamente di Obama e dei leader europei. E oltre ai rapporti economici, nonostante si trovino su fronti contrapposti nella crisi siriana, i due Paesi collaborano su singole questioni come quella curda e sul nucleare. Ricordiamo le operazioni militari congiunte turco-iraniane contro la guerriglia curda lungo il confine tra i due Paesi. E il sostegno di Ankara a una soluzione diplomatica sul nucleare iraniano, riconoscendo a Teheran il diritto a dotarsi del nucleare civile. Chissà, un giorno potrebbe servire che Teheran ricambi il favore...
Ora Stati Uniti ed Europa non devono commettere l'ennesimo errore, non devono farsi prendere dall'ansia di corteggiare Erdogan, rafforzandolo, per paura di spingerlo nelle braccia russe o iraniane. Erdogan non vuole affatto finirci. Gioca alternativamente la carta Nato e la prospettiva europea nei confronti della Russia, e la carta Putin per dimostrare a Stati Uniti e Ue che ha un'alternativa rispetto all'alleanza occidentale. L'importante è mettersi in mezzo, sempre, giocando da imprevedibile guastatore o indispensabile alleato. Ma in realtà non vuole legarsi a nessuno. Prende ciò che può da entrambi i forni per rafforzarsi internamente e per scalare posizioni sul piano internazionale. Non vede la sua Turchia come membro dell'Ue, ma neppure dell'Unione eurasiatica (l'unione economica tra Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia). Entrambe le membership sarebbero incompatibili con il ruolo di potenza egemone che intende esercitare in Medio Oriente e nel nuovo spazio eurasiatico, perché dovrebbe rispondere delle sue azioni in un caso a Bruxelles, nell'altro a Mosca.
Il riavvicinamento alla Russia non significa quindi che Erdogan voglia sposarsi a Putin, né d'altra parte Putin intende accoglierlo a braccia aperte. Primo, perché il livello di fiducia è ancora troppo basso: Putin non si fida. Non scordiamoci che Mosca ha accusato esplicitamente Ankara di fornire appoggio all'Isis, ha denunciato l'estrema permeabilità del confine turco per i terroristi, nonché gli strani commerci di petrolio che dalla Siria attraversavano tutta la Turchia fino al Mediterraneo. Per la Russia sarebbe già positivo e utile se la Turchia si emancipasse dall'Occidente, restando un elemento separato. Ma questo non significa che il Cremlino si fiderà di Ankara. Anche perché sulla questione siriana nel frattempo si è ammorbidita la posizione americana ed è partito un vero dialogo tra Washington e Mosca. Inoltre, le ambizioni di Erdogan vanno oltre il Medio Oriente, si estendono a tutta la vasta area turcofona dell'Asia centrale. Il che confligge con la sfera di influenza russa. Proprio nell'area eurasiatica i due sono destinati a confliggere molto più che incontrarsi (il che non esclude progetti comuni se e quando convengano a entrambi).
Insomma, dal mondo sunnita del Medio Oriente (dalla Libia al Golfo persico) a quello turcofono fino al Mar Caspio e al rapporto dialogico con l'Europa (non da Paese candidato all'adesione ma da pari a pari), l'area verso la quale la Turchia di Erdogan sta tentando di proiettare la sua influenza ricorda sempre più quella compresa e integrata nel Califfato ottomano.
Già nell'estate del 2011, su Newsweek lo storico Niall Ferguson segnalava tra le ambizioni di Erdogan quella di far "rivivere l'Impero ottomano", intravedendo "buone ragioni" per sospettare che sognasse di "trasformare la Turchia in modi che Solimano il Magnifico avrebbe apprezzato", cioè in un "nuovo impero musulmano in Medio Oriente". E ricordava come nel 1998 Erdogan fu imprigionato per aver recitato i versi di un poeta panturco di inizio secolo: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati". Emblematiche anche le sue parole dopo la vittoria alle elezioni del 2011: "Sarajevo ha vinto oggi quanto Istanbul; Beirut quanto Izmir; Damasco quanto Ankara; Ramallah, Nablus, Jenin, la Cisgiordania, Gerusalemme hanno vinto quanto Diyarbakir". "La sua ambizione, sembra chiaro - scriveva Ferguson - è tornare all'era pre-Ataturk, quando la Turchia era non solo musulmana militante, ma anche una superpotenza regionale".
Dunque, si pone eccome il tema dell'espulsione, o quanto meno della sospensione della Turchia dalla Nato e degli accordi con l'Unione europea: è in gioco la condivisione dei sistemi di difesa della Nato con un governo islamista il cui sistema di alleanze è quanto meno troppo variabile e spregiudicato. E l'Europa? Si può permettere una potenza islamista alle proprie porte? La Turchia di Erdogan, e in generale l'islam politico, è incompatibile con i valori e gli interessi occidentali? Urgono risposte coraggiose.
Il capo dell'Isis al-Baghdadi starà provando un pizzico di invidia per il presidente turco Erdogan, che sta riuscendo, lui sì, a metter su un vero Califfato, dentro la Nato e con un piede nell'Ue. Una battuta, ma non troppo... Considerando la rapidità con cui Erdogan, appena scampato al golpe, ha dato il via all'epurazione di massa cui assistiamo da giorni, è probabile che avesse pronte da tempo le liste di nomi da epurare e che i golpisti abbiano agito mossi dalla fretta e dalla disperazione, giocando il tutto per tutto nel tentativo di anticipare una purga comunque imminente.
A giochi fatti, e a denti stretti, il presidente Obama e i leader europei hanno espresso il loro sostegno al governo "democraticamente eletto", nonostante la deriva autoritaria e islamista nella Turchia di Erdogan fosse ormai chiara da anni. Si sono trincerati dietro un mero formalismo (dal momento che la democrazia non si esaurisce certo nel voto popolare), ma è stata la loro stessa incauta realpolitik a costringerli a tenersi buono (per l'accordo sui migranti e la guerra all'Isis) un partner imbarazzante e inaffidabile. La Turchia è altro, e guarda altrove, rispetto al Paese che nel dicembre 1999 il Consiglio europeo accettò come candidato all'adesione. La Turchia laica, kemalista, quasi democratica è morta e sepolta in poco più di dieci anni e proprio sotto lo sguardo benevolo dell'Europa.
Molti non se ne sono ancora accorti, o fingono di non accorgersene. La tesi continua a essere che in fondo è colpa nostra. Perché non abbiamo aperto le porte alla Turchia quando avremmo dovuto, li abbiamo "respinti", abbiamo fatto "i difficili" sui numerosi capitoli dei negoziati. Sarebbe quindi venuto meno un importante incentivo per proseguire sulla strada della democrazia e dello stato di diritto e ora rischiamo che la Turchia, delusa, rivolga altrove la propria attenzione geopolitica, alla Russia o all'Iran.
Dobbiamo smetterla con questa visione eurocentrica per cui "gli altri", Putin e adesso Erdogan, agiscono solo in reazione alla frustrazione delle loro presunte aspettative su di noi, e non secondo loro ambizioni geopolitiche. Giuste o sbagliate, agiscono indipendentemente da cosa fa e dice l'Europa.
E' questo purtroppo uno dei frutti avvelenati dell'ideologia europeista. La convinzione che l'Unione europea fosse un progetto inevitabilmente destinato a magnifiche sorti e progressive ha alimentato, a cavallo degli anni 2000, un vero e proprio delirio di onnipotenza. C'è stato, in effetti, un momento in cui il progetto europeo emanava un "soft power" tale da attrarre e indurre miglioramenti nei Paesi candidati all'adesione o all'associazione. Ma quel periodo, in cui l'Ue sembrava potesse trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse, è ampiamente alle nostre spalle. Se rientrava nella "mission" europea l'adesione dei Paesi dell'Europa orientale appena liberatisi dal giogo sovietico, per una vera riunificazione del continente, fu un clamoroso abbaglio pensare che si potesse includere anche la Turchia, sulla base dei suoi stretti legami con l'Occidente e la natura laica delle sue istituzioni.
L'ancoraggio di Ankara all'Occidente, attraverso la sua appartenenza alla Nato, si deve principalmente alle circostanze della Guerra Fredda e alla modernizzazione kemalista. Ma crollata l'Unione sovietica, venuti meno i vincoli della Guerra Fredda, era logico aspettarsi che rivolgesse altrove la sua attenzione geopolitica, non appena avesse avuto forza e consapevolezza. E in nemmeno due decenni anche la laicizzazione forzata di Ataturk si è sciolta come neve al sole, rivelandosi effimera e superficiale rispetto alla più profonda identità religiosa e culturale islamica del Paese, che ha attraversato il kemalismo come un fiume carsico per poi riemergere prepotentemente.
Dopo il crollo sovietico, come ha spiegato il prof. Alessandro Grossato, orientalista della Facoltà teologica del Triveneto, in un saggio apparso nel 2010 sulla "Rivista di Politica", l'Islam ha ripreso a manifestarsi e a diffondersi dai Balcani alla Turchia, dal Caucaso all'Asia centrale, fino alla comunità uigura nello Xinjang cinese, grazie all'opera di confraternite sufi come la Naqshbandiyya. Molto attiva in Turchia dai tempi di Ataturk, questa confraternita, praticando l'arte della dissimulazione, in arabo taqîya, ovvero tenere nascosta la propria identità islamica, ha giocato un ruolo centrale nella sopravvivenza dell'islam turco, ponendo le basi per la sua rinascita anche politica quando le circostanze lo hanno permesso. Attraverso movimenti culturali e fondazioni caritatevoli, la Naqshbandiyya ha coltivato la futura base elettorale di quelle che saranno, di lì a qualche decennio, le prime formazioni politiche dichiaratamente islamiche, nonché la classe dirigente, riuscendo persino a infiltrare, grazie alla perfetta applicazione dell'arte della dissimulazione, alcuni dei propri affiliati ai vertici dello Stato (come il due volte primo ministro ed ex presidente Turgut Özal).
Nel 1995, Necmettin Erbakan, conduce per la prima volta alla vittoria, in regolari elezioni, un partito dichiaratamente islamico, il "Partito del Benessere". Ma dimenticando le regole della taqîya Erbakan manifesta fin da subito le sue intenzioni di liquidare il kemalismo, spingendo le forze armate al golpe "morbido" del 1997. Ma ormai il processo si era messo in moto. Nel novembre del 2002, complici le cattive condizioni di salute dell'anziano primo ministro Ecevit e la grave crisi politica e sociale del Paese, i militari non possono impedire al partito di Erdogan, l'Akp, solo apparentemente più moderato del precedente di Erbakan, di partecipare alle elezioni. Le vittorie del 2002 e del 2007 sono tali da rendere impraticabile un golpe "morbido".
E qui veniamo al rapporto strumentale di Erdogan con l'Unione europea (e con la democrazia) e al secondo, drammatico sbaglio delle élite europee. Erdogan (e prima di lui Turgut Özal, che nel 1987 inoltrò la domanda formale di adesione alla Ue) ha capito che il processo di integrazione nell'Ue poteva rappresentare un mezzo per scardinare il sistema kemalista e favorire la rinascita dell'islam turco, sia sul piano religioso che su quello politico. Proprio le riforme fortemente richieste dall'Ue quale condizione preliminare per avviare il processo di adesione - libertà d'espressione, apertura democratica, fine dell'ingerenza delle forze armate nella politica - erano la migliore garanzia per i partiti e i movimenti culturali islamici contro la spada di Damocle che le forze armate e la magistratura avrebbero potuto ancora calare sulle loro teste per salvare il sistema kemalista. Sempre in un'ottica eurocentrica, agli occhi degli europei era il ruolo dei militari, non l'islam politico, ad essere incompatibile con una Turchia democratica. Che svista!
Diversa la sorte del governo islamista di Morsi in Egitto, anch'esso democraticamente eletto ma fatto fuori dal golpe del generale Al-Sisi. L'errore di Morsi è stato quello di gettare subito la maschera, procedere a un'islamizzazione a tappe forzate, tra l'altro dimostrando una totale imperizia economica. Erdogan è stato molto più abile: si è presentato come moderato (salutavamo il suo Akp come il corrispettivo islamico della democrazia cristiana, ricordate?), ha dissimulato, ha garantito anni di crescita economica sostenuta e senza precedenti. E quando il golpe è arrivato, era ormai troppo tardi perché potesse riuscire. Ci ha messo un decennio, ma ora può permettersi di abbandonare almeno in parte la pratica della dissimulazione e raccoglierne i frutti.
Erdogan si è servito della democrazia (e dell'Europa) come un tram: "Quando arrivi alla tua fermata, scendi", ebbe a dire lui stesso durante il suo mandato da sindaco di Istanbul dal 1994 al 1997. Una volta sdoganato l'islam politico, rafforzato il suo potere, liquidato il kemalismo, ora che il processo di islamizzazione delle istituzioni è compiuto non ne ha più bisogno. E anche dall'Ue ha ottenuto tutto ciò che gli serviva. Non c'è motivo per cui ora debba temere la minaccia di un "no" a un'adesione che non ha mai voluto e che rischierebbe anzi di inquinare l'identità islamica della nuova Turchia e di legargli le mani rispetto alle nuove ambizioni geopolitiche.
Sciagurato anche il recente accordo sui migranti che l'Ue, Berlino in testa, ha negoziato con Ankara, di fatto appaltando a Erdogan la sicurezza dei confini dell'Europa. Nelle sue mani il rubinetto del flusso di profughi che dalla Siria tentano di raggiungere l'Europa attraverso l'Egeo e la rotta balcanica può trasformarsi in una potente arma di ricatto.
Ma dove vuole arrivare Erdogan? All'interno, dunque, la rinascita islamica. Sul piano internazionale, un radicale riposizionamento geopolitico. Grazie all'indulgenza americana ed europea, finora l'appartenenza alla Nato e il negoziato per l'ingresso nell'Ue non hanno impedito a Erdogan di proiettare sempre più l'influenza della Turchia in tutt'altre direzioni, ma è chiaro che il nuovo ruolo di Ankara nel mondo passa per la progressiva emancipazione dall'Occidente. Il primo segnale già nel 2003, quando Erdogan rifiutò il passaggio attraverso il territorio turco della Quarta divisione di fanteria americana verso il fronte settentrionale iracheno.
L'importanza strategica della Turchia deriva dalla sua particolare collocazione geografica, crocevia tra Europa e Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale, ma anche dalle sue identità culturali (quella islamica e quella turcofona) e dall'eredità ottomana. Tutti elementi che fino ad ora Erdogan è riuscito a combinare con un equilibrismo quasi perfetto.
Innanzitutto, l'appartenenza islamica, quindi i vicini Paesi arabi, in particolare Siria, Iraq e palestinesi, ma anche i lontani Qatar e Arabia Saudita, e persino l'Iran sciita. Il punto è che tutte le sue abili e spesso contraddittorie manovre si spiegano con l'intenzione di sfruttare qualsiasi opportunità - e la cosiddetta "primavera araba" ne ha offerte molte - per far emergere la Turchia come Paese guida e modello per il mondo sunnita al posto dei declinanti Egitto e Arabia Saudita.
La gestione della crisi siriana è emblematica delle sue doti di equilibrismo, del saper tirare al massimo la corda senza spezzarla. Fin tanto che la priorità dell'Occidente sembrava essere quella di sbarazzarsi del regime di Assad, ha permesso agli aerei russi di raggiungere la base siriana di Tartous, senza che la Nato potesse far nulla. Fino all'estate scorsa ha negato l'utilizzo della base Nato di Incirlik per bombardare l'Isis. Poi l'abbattimento del jet russo e le accuse di Mosca sul suo flirt con l'Isis in funzione anti-Assad e anti-curda. Ha ostacolato il processo politico di Ginevra, cercando di escludere i curdi e di includere gruppi islamisti. Infine, proprio nei mesi precedenti il tentato golpe, e quando Usa e Russia hanno finalmente iniziato a collaborare in funzione anti-Isis, rischiando di finire isolato si è riallineato. Un prezzo l'ha pagato: l'Isis ha punito la sua ambiguità con l'attentato all'aeroporto Ataturk di Istanbul.
Il protagonismo turco nella crisi siriana ha l'obiettivo di mostrarsi al mondo sunnita come potenza regionale in grado di contenere, e se possibile respingere l'influenza iraniana, in ascesa in tutta l'area dall'Iraq alla Siria e al Libano, e di giocare alla pari con Usa e Russia (nonché ovviamente di debellare la minaccia curda). Né va dimenticato il tentativo di giocare un ruolo sul futuro della martoriata Libia. E già da anni, l'appoggio senza precedenti di Ankara alla causa palestinese, e soprattutto a quella di Gaza (e, quindi, di Hamas), con le conseguenti tensioni con Israele, aveva garantito di per sé una forte legittimazione da parte di tutte le masse arabe.
Ma Erdogan ha saputo allo stesso tempo instaurare rapporti di buon vicinato, e di relativa collaborazione, anche con Teheran. Il presidente iraniano Rouhani ha salutato la sconfitta del golpe molto più calorosamente di Obama e dei leader europei. E oltre ai rapporti economici, nonostante si trovino su fronti contrapposti nella crisi siriana, i due Paesi collaborano su singole questioni come quella curda e sul nucleare. Ricordiamo le operazioni militari congiunte turco-iraniane contro la guerriglia curda lungo il confine tra i due Paesi. E il sostegno di Ankara a una soluzione diplomatica sul nucleare iraniano, riconoscendo a Teheran il diritto a dotarsi del nucleare civile. Chissà, un giorno potrebbe servire che Teheran ricambi il favore...
Ora Stati Uniti ed Europa non devono commettere l'ennesimo errore, non devono farsi prendere dall'ansia di corteggiare Erdogan, rafforzandolo, per paura di spingerlo nelle braccia russe o iraniane. Erdogan non vuole affatto finirci. Gioca alternativamente la carta Nato e la prospettiva europea nei confronti della Russia, e la carta Putin per dimostrare a Stati Uniti e Ue che ha un'alternativa rispetto all'alleanza occidentale. L'importante è mettersi in mezzo, sempre, giocando da imprevedibile guastatore o indispensabile alleato. Ma in realtà non vuole legarsi a nessuno. Prende ciò che può da entrambi i forni per rafforzarsi internamente e per scalare posizioni sul piano internazionale. Non vede la sua Turchia come membro dell'Ue, ma neppure dell'Unione eurasiatica (l'unione economica tra Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia). Entrambe le membership sarebbero incompatibili con il ruolo di potenza egemone che intende esercitare in Medio Oriente e nel nuovo spazio eurasiatico, perché dovrebbe rispondere delle sue azioni in un caso a Bruxelles, nell'altro a Mosca.
Il riavvicinamento alla Russia non significa quindi che Erdogan voglia sposarsi a Putin, né d'altra parte Putin intende accoglierlo a braccia aperte. Primo, perché il livello di fiducia è ancora troppo basso: Putin non si fida. Non scordiamoci che Mosca ha accusato esplicitamente Ankara di fornire appoggio all'Isis, ha denunciato l'estrema permeabilità del confine turco per i terroristi, nonché gli strani commerci di petrolio che dalla Siria attraversavano tutta la Turchia fino al Mediterraneo. Per la Russia sarebbe già positivo e utile se la Turchia si emancipasse dall'Occidente, restando un elemento separato. Ma questo non significa che il Cremlino si fiderà di Ankara. Anche perché sulla questione siriana nel frattempo si è ammorbidita la posizione americana ed è partito un vero dialogo tra Washington e Mosca. Inoltre, le ambizioni di Erdogan vanno oltre il Medio Oriente, si estendono a tutta la vasta area turcofona dell'Asia centrale. Il che confligge con la sfera di influenza russa. Proprio nell'area eurasiatica i due sono destinati a confliggere molto più che incontrarsi (il che non esclude progetti comuni se e quando convengano a entrambi).
Insomma, dal mondo sunnita del Medio Oriente (dalla Libia al Golfo persico) a quello turcofono fino al Mar Caspio e al rapporto dialogico con l'Europa (non da Paese candidato all'adesione ma da pari a pari), l'area verso la quale la Turchia di Erdogan sta tentando di proiettare la sua influenza ricorda sempre più quella compresa e integrata nel Califfato ottomano.
Già nell'estate del 2011, su Newsweek lo storico Niall Ferguson segnalava tra le ambizioni di Erdogan quella di far "rivivere l'Impero ottomano", intravedendo "buone ragioni" per sospettare che sognasse di "trasformare la Turchia in modi che Solimano il Magnifico avrebbe apprezzato", cioè in un "nuovo impero musulmano in Medio Oriente". E ricordava come nel 1998 Erdogan fu imprigionato per aver recitato i versi di un poeta panturco di inizio secolo: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati". Emblematiche anche le sue parole dopo la vittoria alle elezioni del 2011: "Sarajevo ha vinto oggi quanto Istanbul; Beirut quanto Izmir; Damasco quanto Ankara; Ramallah, Nablus, Jenin, la Cisgiordania, Gerusalemme hanno vinto quanto Diyarbakir". "La sua ambizione, sembra chiaro - scriveva Ferguson - è tornare all'era pre-Ataturk, quando la Turchia era non solo musulmana militante, ma anche una superpotenza regionale".
Dunque, si pone eccome il tema dell'espulsione, o quanto meno della sospensione della Turchia dalla Nato e degli accordi con l'Unione europea: è in gioco la condivisione dei sistemi di difesa della Nato con un governo islamista il cui sistema di alleanze è quanto meno troppo variabile e spregiudicato. E l'Europa? Si può permettere una potenza islamista alle proprie porte? La Turchia di Erdogan, e in generale l'islam politico, è incompatibile con i valori e gli interessi occidentali? Urgono risposte coraggiose.
Friday, June 24, 2016
Se l'Ue preferisce ignorare la lezione Brexit
L'europeismo politicamente corretto
a caccia di capri espiatori: se la prendono con Cameron, i vecchi egoisti, persino "l'abuso di democrazia", pur di non fare i conti con i loro errori. Così accecati dal livore verso i britannici che nemmeno ci rendiamo conto di quanto rischia di peggiorare l'Ue senza il Regno Unito
A prescindere dal giudizio sulla loro
scelta, dovrebbe far riflettere che una maggioranza di elettori
britannici abbia resistito a una pressione enorme, senza precedenti,
esercitata per settimane, a tamburo battente, da tutti i principali
poteri politici, tecnici ed economici, tutti schierati dalla parte
del Remain. Un esito che rivela ancora una volta, se ce ne fosse
stato bisogno, l'incapacità politica dell'Unione europea, delle sue
istituzioni e dei professionisti dell'europeismo in servizio
permanente effettivo, di rispondere alla sfida della critica e del
dissenso.
Al contrario di quanto per settimane
hanno cercato di far credere, a far leva sulla paura e sugli
allarmismi, avanzando come unici argomenti scenari catastrofici,
senza idee né ideali, è stato il fronte pro-Ue, sia all'interno che
al di fuori del Regno Unito. Dichiarazioni quotidiane più o meno
minacciose di capi di stato e di governo, banchieri centrali,
organismi internazionali, centri di ricerca, politici e della maggior
parte dei media. A prescindere dalla fondatezza o meno di questi
foschi scenari (lo scopriremo non oggi ma nel prossimo futuro, anche
se appaiono un poco esagerati), in maggioranza i britannici si sono
comunque rifiutati di cedere a minacce e lusinghe che erano
lontanissime dal dare risposte concrete alle loro preoccupazioni. La
paura ha giocato nel campo del Remain, mentre in quello della Brexit
ha giocato il coraggio e sì, persino un pizzico d'incoscienza,
perché un simile ribaltamento dello status quo è sempre un rischio,
un salto nel buio.
Ma ad inquietare di più sono le
reazioni degli sconfitti al di qua della Manica. L'esito del
referendum è una sconfitta solo per il premier britannico David
Cameron e una sciagura (ammesso che sia così) solo per la Gran
Bretagna? Non è forse una sconfitta anche per questa Europa e per
chi ne è alla guida? A Londra, Cameron si è dimesso un'ora dopo,
assumendosi le sue responsabilità e dando una lezione a tutti. E a
Bruxelles? Ancora attaccati alle poltrone? L'hanno capita la lezione
della Brexit? Pronto Bruxelles, c'è nessuno? Abbiamo un problema,
che dite? Qualcuno ci mette la faccia? Se l'Unione europea avesse
compreso la lezione, oggi si parlerebbe di dimissioni dei vertici Ue
(Juncker in primis), non solo di Cameron.
Invece niente. Al di qua della Manica
si pontifica, o ci si nasconde dietro la solita retorica o, peggio,
si evocano infantili vendette: dispiace, ma ora Londra via subito.
Nessuno neppure sfiorato dal dubbio che gran parte della
responsabilità sia proprio di chi ha guidato l'Ue in questi anni e
che lo scossone Brexit possa rappresentare un'occasione per riformare
a fondo l'Unione (sì, nonostante tutto anche con gli inglesi).
Quelli che non hanno ancora capito niente li potete facilmente
riconoscere perché sono quelli che testa bassa e rancore a mille se
la prendono con Cameron e persino con quell'"abuso della
democrazia" (parole di Mario Monti) che sarebbe stato il
referendum.
Il premier britannico può aver
sbagliato. Anche se ad essere onesti, quando ha convocato il
referendum non poteva prevedere che l'Ue avrebbe gestito in modo
letteralmente folle l'emergenza immigrazione, che è stata un fattore
decisivo del voto di ieri. Ma Cameron si è dimesso, mentre avrebbero
dovuto dimettersi tutti i vertici europei. La Brexit ha rottamato
un'intera generazione di leader europei ed europeisti, nonché la
maggior parte dei mainstream media la cui pigrizia intellettuale ha
ormai superato qualsiasi rischio di servilismo.
Se Cameron è il capro espiatorio,
l'alibi è l'"abuso della democrazia". Il referendum non si
doveva fare. Ma sa, caro Monti, gli inglesi hanno questa malattia
incurabile dell'abuso di democrazia. Sono drogati di democrazia, noi
invece quasi astemi... L'altra sera, finché il Remain sembrava
prevalesse, trasmissioni tv e social network a reti unificate
celebravano la democrazia britannica, con le immagini di quei
fantastici ragazzi che trasportavano di corsa le ceste pieni di voti.
La mattina dopo ti svegli e li trovi tutti a maledire il fatto stesso
che il referendum si sia tenuto. Il problema, dicono, è far decidere
il popolo così, su questi temi, per queste ragioni. E' da
irresponsabili... Né mancano le analisi sulla composizione del voto.
Naturalmente i pro-Brexit sono solo vecchi, poveri, ignoranti,
razzisti, cattivi, e anche, scopriremo a breve, un po' sporchi e
puzzolenti...
Anche la narrazione, così consolatoria
per gli europeisti, dei giovani britannici che avrebbero votato in
massa Remain si è rivelata una bufala. I dati dell'affluenza per
fasce d'età raccontano tutt'altra storia: i giovani britannici in
massa se ne sono proprio strafregati di votare... Solo il 36% degli
elettori nella fascia 18-24 è andato a votare, mentre ha votato
l'83% degli over 65. Quindi, solo un giovane su quattro ha espresso
la volontà di restare nell'Ue. E' l'esatto contrario: proprio i
giovani hanno tradito il Remain, e l'Ue, mostrando tutta la loro
indifferenza.
Ma naturalmente, quando l'esito non è
quello che piace o ci si aspetta, allora si scopre che la democrazia
è "abusata", che su "certi" temi con
implicazioni globali "le piazze" non dovrebbero potersi
esprimere, che c'è il rischio "plebiscitario", il
risveglio dei nazionalismi eccetera... L'analogia tra ciò cui stiamo
assistendo oggi in Europa e l'ascesa dei nazionalismi negli anni
Trenta ci sta. Tuttavia, non sta nell'uso degli strumenti della
democrazia (negarli per paura di perdere sarebbe la sua negazione
preventiva), ma nell'inadeguatezza di un establishment che si crede
"liberale" ma che sta sottraendo sovranità ai cittadini
nascondendola e accentrandola in un Superstato inefficiente e
dispendioso.
No, non li sfiora nemmeno il dubbio che
questo esercizio di chiedersi su cosa il "popolino" possa
esprimersi e su cosa no, sia molto, molto scivoloso. La democrazia
sì, purché si decida per "il meglio", indicato da chissà
quali sapienti o tecnici? Ma la democrazia è nata proprio perché
qualcuno ha fatto notare che non sempre i più saggi, i più
istruiti, i più ricchi, i più cool, decidevano per il meglio...
Democrazia significa affidarsi fino in fondo alla volontà dei
cittadini. Non sempre la maggioranza ha anche ragione, ma nemmeno ha
torto solo perché ne fa parte qualche vecchietto e qualche ignorante
in più. Può accadere che sia indotta in errore, come già
tragicamente accaduto in Europa, ma bisogna assumersi il rischio, se
no che democrazia è? Gli inglesi non si sono mai sbagliati, finora.
Forse oggi è il primo errore, o forse no. Chi può dirlo con
certezza oggi? Ma il tema non dovrebbe essere se si doveva o non si
doveva votare. Il tema dovrebbe essere perché i pro-Ue hanno perso.
Wednesday, January 21, 2015
Il referendum è morto, e anche democrazia e diritto non si sentono tanto bene
Non ho firmato il referendum leghista, e se fosse stato ammesso non mi sarei recato alle urne per far mancare il quorum. Non solo sono favorevole tuttora alla riforma Fornero (quella delle pensioni, l'unica cosa buona fatta dal Governo Monti), ma l'avrei voluta più radicale e l'hanno già sufficientemente smontata grazie al varco aperto dai cosiddetti "esodati". Detto questo, per capire che fine abbia fatto il referendum in questo Paese, ma soprattutto come si muove la Corte costituzionale (con quali margini di discrezionalità interpretativa della Carta), trovo interessante questo breve scambio di vedute avuto su twitter con uno dei più autorevoli costituzionalisti: Stefano Ceccanti. Lo spunto è un tweet di Alessandro Barbera (La Stampa), in cui per liquidare la scomposta reazione di Salvini (il "vaffa" alla Corte) con grande sicumera si limita a riportate l'articolo 75 della Costituzione (quello che disciplina l'istituto referendario): «Non sono ammessi referendum in materia tributaria e di bilancio».
Sobbalzo: la riforma Fornero era una legge tributaria? Non mi risulta. Di Bilancio? Nemmeno, penso io. Si tratta dell'articolo 24 (Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici) del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nel testo risultante per effetto di modificazioni e integrazioni successive. Una normale legge di conversione di un decreto, dunque.
Ceccanti mi risponde di leggermi la sentenza 2/1994 della Consulta, al punto 7 (anche allora si trattava, guarda caso, di pensioni: Governo Amato). La sostanza è molto chiara: anche se non sono propriamente leggi di bilancio, quando le disposizioni legislative oggetto del quesito referendario hanno uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio il referendum non è ammissibile. Ma cosa si intende per «stretto collegamento»? Quando, per esempio (siamo ancora sulla sentenza del '94), le norme oggetto di referendum sono «preannunciate» nel documento di programmazione economico-finanziaria; oppure quando una legge finanziaria le «comprende espressamente tra i provvedimenti collegati... considerandone gli effetti ai fini dell'equilibrio finanziario e di bilancio». Dunque, «gli effetti dell'atto legislativo oggetto delle richieste referendarie risultano strettamente collegati nel tempo all'ambito di operatività delle leggi di bilancio».
Insomma, per farla breve, una legge che determina le riduzioni di spesa (e gli aumenti??) previste nelle leggi di bilancio non si tocca. Il che chiaramente vale anche per la riforma Fornero relativamente alla finanziaria di Monti per il 2012.
Tutto sembra molto ragionevole, ma la domanda è: cosa dice la Costituzione? La Costituzione parla di "leggi di bilancio". Punto. Il criterio di «stretta connessione» viene introdotto per sua stessa ammissione dalla Corte con una interpretazione estensiva. Ma quali sono le conseguenze dell'interpretazione della Corte? Dal momento che ormai il 90% delle leggi ha uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio - nel senso che determinano più spesa e prevedono coperture, oppure maggiori entrate o meno spesa, e allora abrogarle richiede che si trovino coperture - si deve dedurre che nessuna di esse possa essere sottoposta a referendum. Sarebbe un'interpretazione molto restrittiva della possibilità di ricorrere allo strumento referendario, ma almeno una certezza. E invece no.
Ceccanti: «Il concetto è aperto, non può arrivare a ricomprenderle tutte, ma neanche a fermarsi alle sole qualificate in quel modo». [cioè alle "leggi di bilancio" in senso stretto]
Ma allora, è evidente che siamo nel campo dell'arbitrio più totale. Una conferma in fatto di Consulta... Anche il criterio è flessibile: decidono loro quando lo «stretto collegamento» con le leggi di bilancio delle norme oggetto di referendum è tale da non rendere ammissibile il quesito e quando non lo è e si può procedere. Non c'è nemmeno, per dire, una soglia riguardo lo "scoperto" accettabile: 100 milioni di euro, 1 miliardo, 10 miliardi...
Ceccanti: «Non direi arbitrio, la Corte decide sull'ammissibilità e ha dei margini, qui mi sembra ragionevoli».
Ceccanti: «Il senso del divieto di referendum sulle leggi di bilancio è di evitare scelte demagogiche, qui [il referendum proposto dalla Lega] siamo in caso analogo». [analogo a quello giudicato nella sentenza 2/1994]
Ceccanti: «D'altronde, se il Parlamento per quelle leggi deve trovare coperture, sarebbe strano esonerare il corpo elettorale».
Non so a voi, ma a me sembra lampante che quali referendum siano demagogici e quali no sia valutazione squisitamente politica e non giuridica... Tra una legge che stabilizza i precari nella pubblica amministrazione, o nella scuola, anch'essa in «stretto collegamento» con le leggi di bilancio, e un referendum che chiedesse di abrogarla, dove starebbe la demagogia? Non è che la demagogia dipende dai proponenti? E i referendum sull'acqua pubblica? Non era "demagogico" anche quello? Sicuri che quelle norme non fossero collegate a una legge di bilancio? Vi dirò di più: le norme che il primo quesito chiedeva di abrogare erano contenute nella manovra triennale d'estate (decreto legge 25 giugno 2008 recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), manovra come tale richiamata nella legge finanziaria 2009.
E' encomiabile da parte della Corte costituzionale tutta questa attenzione alla tenuta dei conti pubblici, ben al di là delle preoccupazioni dei costituenti, ma il combinato disposto che si viene a creare è piuttosto bizzarro: il Parlamento è tenuto a trovare le coperture per le sue leggi. Giusto. Anche il corpo elettorale, se le sue richieste determinano un buco di bilancio: giusto, forse (peccato che non abbia gli strumenti, perché il referendum è solo abrogativo e non propositivo). Sta a vedere, però, che l'unica che non è tenuta a preoccuparsi degli effetti finanziari delle sue decisioni è proprio la Corte costituzionale. Che infatti negli stessi anni della scrupolosa sentenza 2/1994, con le sentenze 495/1993 e 240/1994, sempre in materia pensionistica, apriva un buco di 30 mila miliardi delle vecchie lire. E che dire della prontezza, direi quasi "destrezza", con la quale in tempi più recenti i giudici della Consulta hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale del "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro (cioè le loro)?
La realtà è che a prescindere dal merito la Corte costituzionale si muove sempre più nell'arbitrio più totale, si conferma degna interprete di un diritto in cui non v'è più certezza, rappresentativa struttura apicale di un ordinamento in cui davvero sono saltate tutte le regole e qualsiasi pudore istituzionale. Tutto è permesso ai signori giudici, tanto il conto arriva a noi.
Sobbalzo: la riforma Fornero era una legge tributaria? Non mi risulta. Di Bilancio? Nemmeno, penso io. Si tratta dell'articolo 24 (Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici) del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nel testo risultante per effetto di modificazioni e integrazioni successive. Una normale legge di conversione di un decreto, dunque.
Ceccanti mi risponde di leggermi la sentenza 2/1994 della Consulta, al punto 7 (anche allora si trattava, guarda caso, di pensioni: Governo Amato). La sostanza è molto chiara: anche se non sono propriamente leggi di bilancio, quando le disposizioni legislative oggetto del quesito referendario hanno uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio il referendum non è ammissibile. Ma cosa si intende per «stretto collegamento»? Quando, per esempio (siamo ancora sulla sentenza del '94), le norme oggetto di referendum sono «preannunciate» nel documento di programmazione economico-finanziaria; oppure quando una legge finanziaria le «comprende espressamente tra i provvedimenti collegati... considerandone gli effetti ai fini dell'equilibrio finanziario e di bilancio». Dunque, «gli effetti dell'atto legislativo oggetto delle richieste referendarie risultano strettamente collegati nel tempo all'ambito di operatività delle leggi di bilancio».
Insomma, per farla breve, una legge che determina le riduzioni di spesa (e gli aumenti??) previste nelle leggi di bilancio non si tocca. Il che chiaramente vale anche per la riforma Fornero relativamente alla finanziaria di Monti per il 2012.
Tutto sembra molto ragionevole, ma la domanda è: cosa dice la Costituzione? La Costituzione parla di "leggi di bilancio". Punto. Il criterio di «stretta connessione» viene introdotto per sua stessa ammissione dalla Corte con una interpretazione estensiva. Ma quali sono le conseguenze dell'interpretazione della Corte? Dal momento che ormai il 90% delle leggi ha uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio - nel senso che determinano più spesa e prevedono coperture, oppure maggiori entrate o meno spesa, e allora abrogarle richiede che si trovino coperture - si deve dedurre che nessuna di esse possa essere sottoposta a referendum. Sarebbe un'interpretazione molto restrittiva della possibilità di ricorrere allo strumento referendario, ma almeno una certezza. E invece no.
Ceccanti: «Il concetto è aperto, non può arrivare a ricomprenderle tutte, ma neanche a fermarsi alle sole qualificate in quel modo». [cioè alle "leggi di bilancio" in senso stretto]
Ma allora, è evidente che siamo nel campo dell'arbitrio più totale. Una conferma in fatto di Consulta... Anche il criterio è flessibile: decidono loro quando lo «stretto collegamento» con le leggi di bilancio delle norme oggetto di referendum è tale da non rendere ammissibile il quesito e quando non lo è e si può procedere. Non c'è nemmeno, per dire, una soglia riguardo lo "scoperto" accettabile: 100 milioni di euro, 1 miliardo, 10 miliardi...
Ceccanti: «Non direi arbitrio, la Corte decide sull'ammissibilità e ha dei margini, qui mi sembra ragionevoli».
Ceccanti: «Il senso del divieto di referendum sulle leggi di bilancio è di evitare scelte demagogiche, qui [il referendum proposto dalla Lega] siamo in caso analogo». [analogo a quello giudicato nella sentenza 2/1994]
Ceccanti: «D'altronde, se il Parlamento per quelle leggi deve trovare coperture, sarebbe strano esonerare il corpo elettorale».
Non so a voi, ma a me sembra lampante che quali referendum siano demagogici e quali no sia valutazione squisitamente politica e non giuridica... Tra una legge che stabilizza i precari nella pubblica amministrazione, o nella scuola, anch'essa in «stretto collegamento» con le leggi di bilancio, e un referendum che chiedesse di abrogarla, dove starebbe la demagogia? Non è che la demagogia dipende dai proponenti? E i referendum sull'acqua pubblica? Non era "demagogico" anche quello? Sicuri che quelle norme non fossero collegate a una legge di bilancio? Vi dirò di più: le norme che il primo quesito chiedeva di abrogare erano contenute nella manovra triennale d'estate (decreto legge 25 giugno 2008 recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), manovra come tale richiamata nella legge finanziaria 2009.
E' encomiabile da parte della Corte costituzionale tutta questa attenzione alla tenuta dei conti pubblici, ben al di là delle preoccupazioni dei costituenti, ma il combinato disposto che si viene a creare è piuttosto bizzarro: il Parlamento è tenuto a trovare le coperture per le sue leggi. Giusto. Anche il corpo elettorale, se le sue richieste determinano un buco di bilancio: giusto, forse (peccato che non abbia gli strumenti, perché il referendum è solo abrogativo e non propositivo). Sta a vedere, però, che l'unica che non è tenuta a preoccuparsi degli effetti finanziari delle sue decisioni è proprio la Corte costituzionale. Che infatti negli stessi anni della scrupolosa sentenza 2/1994, con le sentenze 495/1993 e 240/1994, sempre in materia pensionistica, apriva un buco di 30 mila miliardi delle vecchie lire. E che dire della prontezza, direi quasi "destrezza", con la quale in tempi più recenti i giudici della Consulta hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale del "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro (cioè le loro)?
La realtà è che a prescindere dal merito la Corte costituzionale si muove sempre più nell'arbitrio più totale, si conferma degna interprete di un diritto in cui non v'è più certezza, rappresentativa struttura apicale di un ordinamento in cui davvero sono saltate tutte le regole e qualsiasi pudore istituzionale. Tutto è permesso ai signori giudici, tanto il conto arriva a noi.
Friday, January 09, 2015
Processo all’islam e al multiculturalismo
Dopo fiumi, inondazioni di inchiostro e di retorica a buon a mercato, resterà stavolta una vera consapevolezza della minaccia islamica? Ricordate la brutale uccisione del regista Theo Van Gogh? Era il 2004, 10 (dieci!) anni fa. E l'ondata di violenza scatenata, nel 2005, dalle vignette su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten? E quanti attentati e sgozzamenti da allora? Il rischio è che riempirsi la bocca, e riempire piazze - reali e virtuali - di "je suis", "siamo tutti" e slogan simili, serva solo a sollevare la propria coscienza, e agli ipocriti per mascherarsi, ma vera consapevolezza zero. E la strage di Boko Haram in Nigeria? "Siamo tutti nigeriani", naturalmente... Arriveremo al punto in cui non ci basterà uno slogan al giorno.
Ma passate poche ore dal massacro di Charlie Hebdo, e mentre a Parigi l'incubo continua, già è partita la corsa ai distinguo, sono partiti gli appelli alla tolleranza e al dialogo con l'islam "moderato" (quasi un ossimoro, o una figura mitologica), i richiami alla "liberté" che vince sull'odio e alle risate che "seppelliranno" i terroristi (sigh). E' già ripartita la giostra del politicamente corretto e del buonismo, e si vedono persino forme di autocensura. Né mancano complottismi vari (ma qui entriamo nel campo della psichiatria). Libertà, democrazia, diritto rischiano di diventare parole vuote se ad esse non corrispondono fatti, politiche, misure concrete per difenderle, per contrastare un'ideologia ben precisa e le sue braccia armate...
LEGGI TUTTO
Ma passate poche ore dal massacro di Charlie Hebdo, e mentre a Parigi l'incubo continua, già è partita la corsa ai distinguo, sono partiti gli appelli alla tolleranza e al dialogo con l'islam "moderato" (quasi un ossimoro, o una figura mitologica), i richiami alla "liberté" che vince sull'odio e alle risate che "seppelliranno" i terroristi (sigh). E' già ripartita la giostra del politicamente corretto e del buonismo, e si vedono persino forme di autocensura. Né mancano complottismi vari (ma qui entriamo nel campo della psichiatria). Libertà, democrazia, diritto rischiano di diventare parole vuote se ad esse non corrispondono fatti, politiche, misure concrete per difenderle, per contrastare un'ideologia ben precisa e le sue braccia armate...
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Monday, September 08, 2014
I post della ragione
Se non vi sembra affatto "normale" l'impotenza, anzi l'ignavia con cui l'Occidente, da anni in totale assenza di guida americana, assiste alle teste mozzate, allo sfascio di un Medio Oriente e di un'Europa ormai teatri di conquista da parte degli jihadisti - territoriale del primo, culturale della seconda - e alle guerre espansionistiche russe alle porte dell'Europa... Se vi scandalizza la sensazione di "ordinaria amministrazione" con cui fingono di occuparsene da una parte i governi, nel susseguirsi di vertici inutili, riunioni fumose, comunicati copia-incolla, e dall'altra i mainstream media, con la loro fredda contabilità delle vittime tra un servizio sul gelato di Renzi e un altro sulla sinistra in camicia bianca... Se volete capire come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto perché... E se vi sembra di essere rimasti i soli a porvi certe domande e ad esigere risposte e strategie vere, non equilibrismi e toppe mediatiche per passare la giornata, allora spulciate le oltre 700 pagine in cui Enzo Reale, ormai un anno fa, ha raccolto i post scritti per il suo blog (1972) nell'ultimo decennio.
L'ho acquistato su Amazon poche settimane dopo la sua uscita, poi l'ho lasciato lì, nella memoria del mio tablet (come faccio con molti libri), in attesa di un periodo di relativa calma per dedicargli il tempo che merita. Errore. L'ho sfogliato sull'onda dei terribili eventi degli ultimi mesi. Ma sarebbe più esatto dire che l'ho "riletto", perché dei suoi post sono stato un avido lettore fin dall'inizio, da quel lontano 2002 in cui il futuro dell'informazione sembrava ormai appartenere ai blog. Poi quella potenziale rivoluzione nel modo di "informare" sarebbe stata assorbita - almeno in Italia - dall'informazione tradizionale, con risultati spesso deludenti. Ma questa è un'altra storia...
In quei post ho ritrovato anche un pezzo della mia storia personale, sia da lettore che da osservatore, e senz'altro tutte le "nostre" ragioni. Sì, perché le mie e quelle di Enzo al 99% coincidevano/coincidono alla perfezione, oserei dire quasi telepaticamente, vista la distanza geografica. E' un libro che può essere aperto a caso e offrire commenti, analisi, punti e spunti di vista della realtà che sembrano scritti per essere letti oggi ma che non leggerete su nessun altro giornale o sito, almeno non con la stessa nitidezza e risoluzione. Che guarda dritto negli occhi, senza indulgenze, ipocrisie o compromessi, la crisi d'identità, il sonno della ragione, la coscienza sporca dell'Occidente. Resterete sorpresi dalla "banalità" della ragione, così la chiamerei, ossia da "verità" talmente evidenti da risultare scomode e, forse per questo, con troppa leggerezza ignorate.
Il mio consiglio è: acquistatelo, tenetelo lì, pronto all'uso. Leggetene qualche pagina ogni volta che avete la sensazione che l'Occidente si sia dimesso da se stesso. Vi sentirete meno soli. Se i «posti della ragione», quella "ufficiale", «erano tutti occupati» dal politicamente corretto, i post della ragione potete trovarli qui.
L'ho acquistato su Amazon poche settimane dopo la sua uscita, poi l'ho lasciato lì, nella memoria del mio tablet (come faccio con molti libri), in attesa di un periodo di relativa calma per dedicargli il tempo che merita. Errore. L'ho sfogliato sull'onda dei terribili eventi degli ultimi mesi. Ma sarebbe più esatto dire che l'ho "riletto", perché dei suoi post sono stato un avido lettore fin dall'inizio, da quel lontano 2002 in cui il futuro dell'informazione sembrava ormai appartenere ai blog. Poi quella potenziale rivoluzione nel modo di "informare" sarebbe stata assorbita - almeno in Italia - dall'informazione tradizionale, con risultati spesso deludenti. Ma questa è un'altra storia...
In quei post ho ritrovato anche un pezzo della mia storia personale, sia da lettore che da osservatore, e senz'altro tutte le "nostre" ragioni. Sì, perché le mie e quelle di Enzo al 99% coincidevano/coincidono alla perfezione, oserei dire quasi telepaticamente, vista la distanza geografica. E' un libro che può essere aperto a caso e offrire commenti, analisi, punti e spunti di vista della realtà che sembrano scritti per essere letti oggi ma che non leggerete su nessun altro giornale o sito, almeno non con la stessa nitidezza e risoluzione. Che guarda dritto negli occhi, senza indulgenze, ipocrisie o compromessi, la crisi d'identità, il sonno della ragione, la coscienza sporca dell'Occidente. Resterete sorpresi dalla "banalità" della ragione, così la chiamerei, ossia da "verità" talmente evidenti da risultare scomode e, forse per questo, con troppa leggerezza ignorate.
Il mio consiglio è: acquistatelo, tenetelo lì, pronto all'uso. Leggetene qualche pagina ogni volta che avete la sensazione che l'Occidente si sia dimesso da se stesso. Vi sentirete meno soli. Se i «posti della ragione», quella "ufficiale", «erano tutti occupati» dal politicamente corretto, i post della ragione potete trovarli qui.
«Il problema che abbiamo oggi, in occidente, è che abbiamo perso la capacità di dare i nomi alle cose, di esprimere giudizi, di assegnare le colpe. Per paura, per viltà, per comodità. Ci siamo dimenticati che nonostante tutto siamo i buoni, e che esistono i cattivi. Non vediamo i nazionalismi di ritorno, ci crediamo immuni alle schermaglie che precedono i conflitti, non partecipiamo più a nessuna battaglia ideale».PS. Ne è valsa e ne vale la pena Enzo, altroché!
Friday, July 18, 2014
Niente da festeggiare: giustizia usata a fini politici, un Paese intero destabilizzato pur di abbattere Berlusconi
Anche su NotapoliticaL'assoluzione in appello di Berlusconi per il caso Ruby non dovrebbe indurre a tanti festeggiamenti per la giustizia italiana. Anzi, è la dimostrazione che proprio la giustizia è stata usata politicamente nel modo più spregiudicato, cinico, senza riguardo per il destino di un Paese intero. La demolizione di Berlusconi valeva una destabilizzazione che se non è stata una delle cause della crisi finanziaria, quanto meno ci ha indeboliti nell'affrontarla? Oggi questa sentenza conferma non che in Italia, in fondo, una giustizia c'è, ma che non c'è democrazia. Che la giustizia è stata usata da un gruppo di magistrati per demolire l'immagine interna e internazionale di Berlusconi, abbattere il suo Governo, destabilizzando il Paese intero. Pazienza, si sono presi questo rischio, hanno valutato che valeva la pena correrlo pur di eliminare Berlusconi.
Ora, è legittimo in democrazia che si possa mettere sotto processo un premier democraticamente eletto? Certo che sì, essendo un cittadino come gli altri e con maggiori responsabilità degli altri. Ma che succede se i procuratori che mettono sotto processo un premier si sbagliano, se i giudici danno loro torto? Se mettono sotto processo un premier, contribuendo in larga misura alla caduta del governo, alla fine di una legislatura, e alla destabilizzazione di un Paese sull'orlo della crisi finanziaria, e poi il premier viene assolto perché 1) "il fatto non sussiste" e 2) "il fatto non costituisce reato", quei procuratori dovrebbero pagarne le conseguenze perché il danno che hanno causato al sistema è enorme. Non si inizia un'azione giudiziaria del genere da totali irresponsabili.
Tuesday, January 21, 2014
Ma l'anima nera del porcellum sopravvive
L'anima nera del porcellum non è mai stata, al contrario di quanto credono i più, nel premio di maggioranza troppo generoso o nelle liste bloccate. Certo, anche questi aspetti, appena dichiarati incostituzionali dalla Consulta, erano all'origine di pesanti disfunzioni: il rischio che una coalizione si ritrovasse con una forza parlamentare più che doppia rispetto ai voti presi; o il rischio di pareggio e, quindi, di ingovernabilità; e le liste dei "nominati", incomprensibili per gli elettori, che lungi dal determinare totale obbedienza degli eletti ai capi partito, non sono state nemmeno in grado di impedire clamorosi "ribaltoni" e trasformismi. Per non parlare, poi, delle candidature plurime.
Ma l'anima nera, quella che ha arrecato i danni più gravi alla governabilità e alla nostra democrazia, rendendo incapaci di decidere e di governare anche maggioranze molto ampie, è l'incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica.
Un'anima nera che ritroviamo purtoppo anche nel nuovo sistema elettorale frutto dell'intesa tra Renzi e Berlusconi. Certo, è stata alzata l'asticella delle soglie di sbarramento anche per i partiti coalizzati, ma gli incentivi che in questi anni hanno alimentato il potere di ricatto/veto dei partitini e la frammentazione, a dispetto delle intenzioni proclamate da Renzi e Berlusconi, permangono, rischiando di trasformare questo accordo, pur così rilevante politicamente, nell'ennesima occasione perduta.
Il diavolo si nasconde nei dettagli. E in questo caso il dettaglio diabolico, il cavallo di troia che rischia di riprodurre le stesse dinamiche che hanno afflitto il nostro sistema partitico in questi vent'anni, è quello della ripartizione dei seggi su base nazionale anziché circoscrizionale. Come spiega Sofia Ventura in questo articolo per Strade, infatti, «quando le circoscrizioni esprimono un numero di seggi basso e i seggi medesimi vengono tutti assegnati a livello di circoscrizione (come in Spagna), il sistema, pur proporzionale, diventa fortemente disrappresentativo, premiando i partiti grandi e penalizzando fortemente quelli piccoli, a meno che questi ultimi non siano territorialmente concentrati». In pratica, in questo caso l'effetto del sistema proporzionale sul sistema partitico si avvicina molto a quello proprio dei sistemi maggioritari basati su collegi uninominali. «Se il calcolo, invece, viene fatto a livello nazionale, allora l'effetto sarà molto proporzionale e favorevole alle piccole formazioni». Nel primo caso, infatti, in una circoscrizione da 4-5-6 seggi la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto più alta del 5 o 8% fissato a livello nazionale dalla proposta Renzi-Berlusconi.
Presentando l'accordo ieri Renzi ha confermato che la ripartizione dei seggi su base nazionale è una "concessione" ad Alfano (e a Letta). Per non rischiare di provocare una rottura nella maggioranza di governo. Ma se Forza Italia e Pd hanno i numeri per approvare la legge elettorale, li dovrebbero avere anche per sottrarsi all'eventuale ricatto di Alfano (e Letta). Nel caso, in realtà piuttosto inverosimile, in cui fossero proprio questi ultimi a provocare una crisi contro il "sistema spagnolo", Renzi e Berlusconi potrebbero sempre proporre al capo dello Stato un governo di scopo di poche settimane (per l'approvazione della nuova legge elettorale, appunto).
Ma almeno sia chiaro che chi ha voluto la ripartizione su base nazionale, e chi si batte per abbassare le soglie di sbarramento e introdurre le preferenze, pone la propria sopravvivenza al di sopra dell'interesse del Paese ad avere una legge elettorale che renda la nostra democrazia funzionante al pari delle grandi democrazie occidentali. La responsabilità, ovviamente, ricade anche su Renzi e Berlusconi che non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il primo, per non rischiare di provocare una crisi di governo e spaccare il suo partito. Il secondo, perché nonostante gli infiniti lutti (le dolorose rotture con Casini, Fini e Alfano), e i fallimenti delle sue coalizioni di governo, sembra ancora persuaso che il modo migliore di vincere sia la sommatoria dei partitini (il che presuppone quindi il ritorno a corte del figliol prodigo Alfano).
Berlusconi ricorrerebbe come sempre all'appello al "voto utile", cioè per i grandi partiti, ma con la soglia minima per il premio fissata al 35% e una di sbarramento al 5% per i partiti coalizzati (8% per quelli che corrono da soli), sarebbe il sistema elettorale stesso, incentivando grandi e piccoli a coalizzarsi, a rendere "utile" il voto per i partitini. A destra per la Lega, Ncd e la rifondata An. E a sinistra per Vendola e i profughi di Scelta civica. E saremmo al punto di partenza: un altro giro della solita giostra. Se poi, dietro la ripartizione nazionale, per accontentare Alfano e quindi salvaguardare la vita del governo, ci fosse il Quirinale, avremmo un altro presidente (dopo Ciampi con il porcellum) che ha contribuito attivamente a rovinare una legge elettorale.
Dunque, anche questo nuovo sistema rischia di incentivare da un lato la formazione di coalizioni troppo eterogenee, al fine di assicurarsi il premio di maggioranza anche a scapito della futura coesione di governo, e dall'altro la frammentazione del sistema partitico. Dopo il voto, infatti, i piccoli partiti o le correnti minoritarie nei partiti maggiori, persino piccolissimi gruppetti di parlamentari, avranno sempre la convenienza a distinguersi e a staccarsi, ben sapendo di poter tornare "utili" e coalizzabili con i loro nuovi simboli alle elezioni successive. Una dinamica che negli ultimi anni ha penalizzato soprattutto il centrodestra, spolpandolo: abbiamo assistito ad una sorta di "politica del carciofo", cioè una serie potenzialmente infinita di "foglie" che si staccano dal corpo centrale per lucrare una rendita di posizione. Fini e Casini ieri, Alfano oggi, domani chissà.
Ma l'anima nera, quella che ha arrecato i danni più gravi alla governabilità e alla nostra democrazia, rendendo incapaci di decidere e di governare anche maggioranze molto ampie, è l'incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica.
Un'anima nera che ritroviamo purtoppo anche nel nuovo sistema elettorale frutto dell'intesa tra Renzi e Berlusconi. Certo, è stata alzata l'asticella delle soglie di sbarramento anche per i partiti coalizzati, ma gli incentivi che in questi anni hanno alimentato il potere di ricatto/veto dei partitini e la frammentazione, a dispetto delle intenzioni proclamate da Renzi e Berlusconi, permangono, rischiando di trasformare questo accordo, pur così rilevante politicamente, nell'ennesima occasione perduta.
Il diavolo si nasconde nei dettagli. E in questo caso il dettaglio diabolico, il cavallo di troia che rischia di riprodurre le stesse dinamiche che hanno afflitto il nostro sistema partitico in questi vent'anni, è quello della ripartizione dei seggi su base nazionale anziché circoscrizionale. Come spiega Sofia Ventura in questo articolo per Strade, infatti, «quando le circoscrizioni esprimono un numero di seggi basso e i seggi medesimi vengono tutti assegnati a livello di circoscrizione (come in Spagna), il sistema, pur proporzionale, diventa fortemente disrappresentativo, premiando i partiti grandi e penalizzando fortemente quelli piccoli, a meno che questi ultimi non siano territorialmente concentrati». In pratica, in questo caso l'effetto del sistema proporzionale sul sistema partitico si avvicina molto a quello proprio dei sistemi maggioritari basati su collegi uninominali. «Se il calcolo, invece, viene fatto a livello nazionale, allora l'effetto sarà molto proporzionale e favorevole alle piccole formazioni». Nel primo caso, infatti, in una circoscrizione da 4-5-6 seggi la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto più alta del 5 o 8% fissato a livello nazionale dalla proposta Renzi-Berlusconi.
Presentando l'accordo ieri Renzi ha confermato che la ripartizione dei seggi su base nazionale è una "concessione" ad Alfano (e a Letta). Per non rischiare di provocare una rottura nella maggioranza di governo. Ma se Forza Italia e Pd hanno i numeri per approvare la legge elettorale, li dovrebbero avere anche per sottrarsi all'eventuale ricatto di Alfano (e Letta). Nel caso, in realtà piuttosto inverosimile, in cui fossero proprio questi ultimi a provocare una crisi contro il "sistema spagnolo", Renzi e Berlusconi potrebbero sempre proporre al capo dello Stato un governo di scopo di poche settimane (per l'approvazione della nuova legge elettorale, appunto).
Ma almeno sia chiaro che chi ha voluto la ripartizione su base nazionale, e chi si batte per abbassare le soglie di sbarramento e introdurre le preferenze, pone la propria sopravvivenza al di sopra dell'interesse del Paese ad avere una legge elettorale che renda la nostra democrazia funzionante al pari delle grandi democrazie occidentali. La responsabilità, ovviamente, ricade anche su Renzi e Berlusconi che non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il primo, per non rischiare di provocare una crisi di governo e spaccare il suo partito. Il secondo, perché nonostante gli infiniti lutti (le dolorose rotture con Casini, Fini e Alfano), e i fallimenti delle sue coalizioni di governo, sembra ancora persuaso che il modo migliore di vincere sia la sommatoria dei partitini (il che presuppone quindi il ritorno a corte del figliol prodigo Alfano).
Berlusconi ricorrerebbe come sempre all'appello al "voto utile", cioè per i grandi partiti, ma con la soglia minima per il premio fissata al 35% e una di sbarramento al 5% per i partiti coalizzati (8% per quelli che corrono da soli), sarebbe il sistema elettorale stesso, incentivando grandi e piccoli a coalizzarsi, a rendere "utile" il voto per i partitini. A destra per la Lega, Ncd e la rifondata An. E a sinistra per Vendola e i profughi di Scelta civica. E saremmo al punto di partenza: un altro giro della solita giostra. Se poi, dietro la ripartizione nazionale, per accontentare Alfano e quindi salvaguardare la vita del governo, ci fosse il Quirinale, avremmo un altro presidente (dopo Ciampi con il porcellum) che ha contribuito attivamente a rovinare una legge elettorale.
Dunque, anche questo nuovo sistema rischia di incentivare da un lato la formazione di coalizioni troppo eterogenee, al fine di assicurarsi il premio di maggioranza anche a scapito della futura coesione di governo, e dall'altro la frammentazione del sistema partitico. Dopo il voto, infatti, i piccoli partiti o le correnti minoritarie nei partiti maggiori, persino piccolissimi gruppetti di parlamentari, avranno sempre la convenienza a distinguersi e a staccarsi, ben sapendo di poter tornare "utili" e coalizzabili con i loro nuovi simboli alle elezioni successive. Una dinamica che negli ultimi anni ha penalizzato soprattutto il centrodestra, spolpandolo: abbiamo assistito ad una sorta di "politica del carciofo", cioè una serie potenzialmente infinita di "foglie" che si staccano dal corpo centrale per lucrare una rendita di posizione. Fini e Casini ieri, Alfano oggi, domani chissà.
Tuesday, October 08, 2013
Pacificazione non fa rima con deberlusconizzazione
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Ciò che abbiamo previsto più volte nei mesi scorsi come effetto del perverso rapporto tra politica e magistratura sta cominciando a delinearsi. Non è tanto il fatto in sé dell'esclusione di Berlusconi dalle istituzioni, ma è il modo in cui sta avvenendo, il come è stato abbattuto, cioè per via giudiziaria, a generare un frutto amarissimo e gravido di conseguenze nefaste per la nostra democrazia.
Nessuno, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsene più di tanto. Non si tratta solo del cittadino e leader politico Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si stava esaurendo. Il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno. Non la sua successione, né la nascita di un centrodestra "moderno" ed "europeo" (a proposito, perché, la sinistra lo è?). Alcuni si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale e le carriere politiche di tutti potranno proseguire indisturbate. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia.
Sembra questa purtroppo anche l'illusione dei "diversamente berlusconiani". E cioè che la pacificazione, sotto i cui auspici era nato questo governo di "larghe intese", possa passare anche da questo, e cioè dalla "deberlusconizzazione" del centrodestra. Con un Pdl deberlusconizzato il Pd è disponibile a governare senza problemi, a deporre l'ascia di guerra e a fare le riforme. "The show must go on".
Ma il modo in cui è stato fatto fuori Berlusconi - la persecuzione per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla completa estromissione dalle istituzioni - rappresenta un monito, e allo stesso tempo un'ipoteca, su qualsiasi leadership futura. I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso e alla loro determinazione nel voler rompere lo status quo del paese - subiranno lo stesso trattamento. Detto in altre parole: non verranno demonizzati e perseguitati fintanto che appariranno "responsabili" (leggi subalterni e "conformati").
Questa non è una pacificazione, ma una resa culturale prim'ancora che politica. Significa arrendersi al fatto che saranno i magistrati, i giornali delle élite e la sinistra (proprio in questo ordine) a sceglierseli, a legittimarli, in modo che siano avversari da battere agilmente o al massimo da poter cooptare in un governo di coalizione. I molti applausi ricevuti dagli alfaniani in questi giorni, come due anni fa dai finiani, dovrebbero suonare come altrettanti campanelli d'allarme. Il guaio di operazioni come quella di Fini ieri, e probabilmente di Alfano oggi, è che pur essendo apprezzabile il proposito di andare politicamente oltre Berlusconi, mancano la forza, il coraggio, il "quid" di mostrarsi non subalterni alla sinistra e al pensiero mainstream. E non c'è da sorprendersi se poi gli elettori di centrodestra diffidano.
Come ha spiegato anche Galli Della Loggia domenica sul Corriere, Alfano non avrà futuro come leader del centrodestra, e non riuscirà a dar vita ad una destra "moderna" ed "europea", se, come Fini, non riuscirà a divincolarsi dalle lusinghe e dall'abbraccio ideologico della sinistra, ma ovviamente nemmeno una deriva "trogloditica" e "sovversiveggiante" può garantire un futuro al centrodestra.
Senza una leadership capace di rappresentare in modo vincente ciò che per loro Berlusconi ha rappresentato in questi vent'anni, gli elettori di centrodestra non dimenticheranno il Cav e non ci sarà una vera pacificazione nel paese, bensì una rancorizzazione permanente. Quella in corso, purtroppo, è una pacificazione per "deberlusconizzazione", per "damnatio memoriae" del nemico, dunque in realtà è una "neutralizzazione" del centrodestra, mentre in questa legislatura si sarebbe potuta/dovuta avviare una pacificazione con tutto ciò che Berlusconi ha rappresentato in questi anni per il suo elettorato. Questo è un paese a cui di fatto si vuole impedire di avere un centrodestra vincente. Al massimo, si tollera un centro subalterno, che la sinistra può a seconda delle circostanze usare come stampella o come oppositore di comodo, di "regime". Ciò significa che continuerà a non esserci alcun riconoscimento, alcuna legittimazione reciproca tra milioni di italiani di sinistra e milioni di italiani che di sinistra non si sentono. E' qualcosa che viene da prima di Berlusconi e che sopravviverà a Berlusconi, un odio profondo tra due Italie che continueranno a combattersi come nemiche anziché come avversarie.
Ciò che abbiamo previsto più volte nei mesi scorsi come effetto del perverso rapporto tra politica e magistratura sta cominciando a delinearsi. Non è tanto il fatto in sé dell'esclusione di Berlusconi dalle istituzioni, ma è il modo in cui sta avvenendo, il come è stato abbattuto, cioè per via giudiziaria, a generare un frutto amarissimo e gravido di conseguenze nefaste per la nostra democrazia.
Nessuno, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsene più di tanto. Non si tratta solo del cittadino e leader politico Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si stava esaurendo. Il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno. Non la sua successione, né la nascita di un centrodestra "moderno" ed "europeo" (a proposito, perché, la sinistra lo è?). Alcuni si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale e le carriere politiche di tutti potranno proseguire indisturbate. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia.
Sembra questa purtroppo anche l'illusione dei "diversamente berlusconiani". E cioè che la pacificazione, sotto i cui auspici era nato questo governo di "larghe intese", possa passare anche da questo, e cioè dalla "deberlusconizzazione" del centrodestra. Con un Pdl deberlusconizzato il Pd è disponibile a governare senza problemi, a deporre l'ascia di guerra e a fare le riforme. "The show must go on".
Ma il modo in cui è stato fatto fuori Berlusconi - la persecuzione per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla completa estromissione dalle istituzioni - rappresenta un monito, e allo stesso tempo un'ipoteca, su qualsiasi leadership futura. I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso e alla loro determinazione nel voler rompere lo status quo del paese - subiranno lo stesso trattamento. Detto in altre parole: non verranno demonizzati e perseguitati fintanto che appariranno "responsabili" (leggi subalterni e "conformati").
Questa non è una pacificazione, ma una resa culturale prim'ancora che politica. Significa arrendersi al fatto che saranno i magistrati, i giornali delle élite e la sinistra (proprio in questo ordine) a sceglierseli, a legittimarli, in modo che siano avversari da battere agilmente o al massimo da poter cooptare in un governo di coalizione. I molti applausi ricevuti dagli alfaniani in questi giorni, come due anni fa dai finiani, dovrebbero suonare come altrettanti campanelli d'allarme. Il guaio di operazioni come quella di Fini ieri, e probabilmente di Alfano oggi, è che pur essendo apprezzabile il proposito di andare politicamente oltre Berlusconi, mancano la forza, il coraggio, il "quid" di mostrarsi non subalterni alla sinistra e al pensiero mainstream. E non c'è da sorprendersi se poi gli elettori di centrodestra diffidano.
Come ha spiegato anche Galli Della Loggia domenica sul Corriere, Alfano non avrà futuro come leader del centrodestra, e non riuscirà a dar vita ad una destra "moderna" ed "europea", se, come Fini, non riuscirà a divincolarsi dalle lusinghe e dall'abbraccio ideologico della sinistra, ma ovviamente nemmeno una deriva "trogloditica" e "sovversiveggiante" può garantire un futuro al centrodestra.
Senza una leadership capace di rappresentare in modo vincente ciò che per loro Berlusconi ha rappresentato in questi vent'anni, gli elettori di centrodestra non dimenticheranno il Cav e non ci sarà una vera pacificazione nel paese, bensì una rancorizzazione permanente. Quella in corso, purtroppo, è una pacificazione per "deberlusconizzazione", per "damnatio memoriae" del nemico, dunque in realtà è una "neutralizzazione" del centrodestra, mentre in questa legislatura si sarebbe potuta/dovuta avviare una pacificazione con tutto ciò che Berlusconi ha rappresentato in questi anni per il suo elettorato. Questo è un paese a cui di fatto si vuole impedire di avere un centrodestra vincente. Al massimo, si tollera un centro subalterno, che la sinistra può a seconda delle circostanze usare come stampella o come oppositore di comodo, di "regime". Ciò significa che continuerà a non esserci alcun riconoscimento, alcuna legittimazione reciproca tra milioni di italiani di sinistra e milioni di italiani che di sinistra non si sentono. E' qualcosa che viene da prima di Berlusconi e che sopravviverà a Berlusconi, un odio profondo tra due Italie che continueranno a combattersi come nemiche anziché come avversarie.
Thursday, September 19, 2013
Relitto Italia: operazione galleggiamento
Anche su L'Opinione
Si sono sprecate in questi giorni molte similitudini tra l'operazione di "parbuckling" della Costa Concordia e la situazione del nostro paese, i tentativi di "salvarlo" dagli abissi della decrescita. Ma non mi pare sia stata evocata l'unica davvero appropriata. Se quella sulla Concordia è stata un'operazione perfettamente riuscita dal punto di vista ingegneristico, anche il governo Letta, come il governo Monti prima di lui, potrebbe (forse) riuscire nell'impresa dal punto di vista contabile, quindi a rispettare i parametri europei e a gestire il nostro enorme debito pubblico, ma il paese che riuscirà eventualmente a risollevare e a far galleggiare sarà, temo, soltanto un relitto. Un esito scontato se la via del rigore e del risanamento non prevederà massicce dosi di riduzione di spesa pubblica e, quindi, di pressione fiscale.
Purtroppo l'obiettivo della nostra classe politica, ma anche dell'alta burocrazia e delle corporazioni dominanti (sindacati e Confindustria) non sembra essere quello di evitare agli italiani un penoso futuro, ma quello di salvare la spesa pubblica, apportando aggiustamenti marginali sì, ma senza mettere in discussione la sua mole, quindi senza scalfire la rete di clientele e le rendite di posizione che garantisce a chi la gestisce.
Ecco perché piuttosto che il governo del fare, questo è il governo del rinviare, nella speranza che un po' la ripresa dell'export, un po' qualche fondo europeo, garantiscano quella crescita dello zero virgola che ci consenta di galleggiare, mentre in realtà ci condanna al declino e all'impoverimento relativo rispetto sia agli altri paesi europei che ai paesi emergenti. Insomma, la missione di questo governo sembra quella di far galleggiare il relitto Italia (come si sta facendo con il Concordia, riaddrizzato ma pur sempre un relitto).
Stiamo ancora aspettando l'avvio della mitologica spending review, o del programma di dismissioni, o ancora l'attuazione dei costi standard, così come siamo in attesa delle coperture per la cancellazione della seconda rata dell'Imu e del promesso (entro il 31 agosto scorso) riordino sulla tassazione immobiliare. Per non parlare dell'immobilismo su pensioni e stipendi d'oro, sui contributi alle imprese del rapporto Giavazzi, insabbiato dal Ministero dello Sviluppo, con il silenzio complice di Confindustria, per impedire lo scambio "meno politica industriale" (sussidi per pochi) - "meno tasse" (per tutte le imprese). Pare sia "inevitabile", invece, l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, già l'aliquota più alta d'Europa. Il commissario europeo Rehn sembra essere stato "calato" da Bruxelles proprio per benedire la decisione del governo Letta di non evitarlo - a meno che non sia un patetico escamotage per far gridare al miracolo quando ne verrà annunciato l'ennesimo rinvio al primo gennaio o aprile o luglio 2014. Soldi non ce ne sono, eppure il governo Letta-Alfano è riuscito a trovare le risorse per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili.
Nel frattempo i ministri del Pdl, che proprio il vicepremier Alfano (il più distratto tra i suoi colleghi ministri pidiellini nel farsi passare sotto il naso ogni sorta di balzello) ha avuto l'impudenza di definire il "fortino antitasse" nel governo, si stanno rivelando un partito della spesa. Lupi sta preparando un piano quinquennale per il rinnovo del parco mezzi pubblici e privati su gomma con incentivi per 500 milioni (metà di quanto servirebbe per bloccare l'aumento dell'Iva fino a dicembre). La De Girolamo un pacchetto di incentivi e formazione per l'assunzione di "giovani" (under 40) nell'agricoltura «figa» (qualunque cosa significhi...).
E' vero, il Pdl è comprensibilmente preso dalle vicende del suo leader, ma sembra proprio non riuscire a darsi una linea salda su tasse/spesa e riforme istituzionali, nonostante i generosi sforzi di qualcuno non vadano dimenticati. Non ci iscriviamo però alla folta schiera di quanti non si rendono conto, o fingono di non accorgersi, che il caso Berlusconi non riguarda solo il cittadino e il politico Berlusconi. Sono in gioco valori fondamentali per qualsiasi democrazia, che rischiano di essere travolti insieme al controverso leader, e di restare sepolti chissà per quanto tempo. Stiamo assistendo all'inizio della fase più cruenta del giacobinismo italiano e non possiamo dire oggi se, e quando avrà fine. Abbiamo la sensazione però che, una volta montata, la ghigliottina giustizialista resterà in attività a lungo, anche molto dopo l'uscita di scena del Cav.
Dunque, non rimproveriamo a Berlusconi e ai suoi di voler tenere il punto, di aggrapparsi con le dita di mani e piedi allo scoglio per non farsi trascinare via dalla corrente, ma di avere sostanzialmente smesso di porsi, e di proporre ai cittadini, obiettivi politici di maggiore appeal. Di non rendersi realisticamente conto che per quanto sulla giustizia rischiamo davvero di giocarci definitivamente la democrazia nel nostro paese, l'unico orizzonte su cui sono fissati gli occhi dei cittadini è comprensibilmente quello della crisi economica, delle politiche per uscirne, del lavoro, delle tasse e della spesa pubblica.
Il sequestro ordinato dal gip di Taranto, che ha costretto il gruppo Riva a sospendere le attività di stabilimenti che nulla c'entrano con l'Ilva, essendo di fatto bloccata la sua operatività finanziaria in tutta Italia, conferma che la magistratura ideologizzata e politicizzata non resta circoscritta al caso Berlusconi e non cesserà di esserlo con la decadenza di Berlusconi. Tende semmai ad estendere il proprio raggio d'azione al di fuori della sfera politica in senso stretto, fino al punto di danneggiare gravemente settori vitali della nostra economia. Non si accontenta di far fuori un avversario politico, sta distruggendo, e non da oggi, ciò che rimane del nostro sistema industriale, e con esso migliaia di posti di lavoro, arrivando a minacciare il principio, e l'esercizio concreto, della libertà d'impresa. E per farlo non esita a disapplicare o aggirare le leggi dello Stato. Non illudiamoci di non pagare il caso Ilva anche in termini di fuga di realtà produttive - italiane e straniere - dall'Italia: una via sicura per il nostro definitivo declino. Per non parlare dei veri e propri attacchi terroristici di cui sono vittime le imprese che lavorano nel cantiere Tav in Val di Susa, che non ricevono dallo Stato adeguata protezione.
Su tutto questo, nonostante l'evidente aggressione della magistratura politicizzata anche alla nostra economia già agonizzante confermi le sue tesi sulla giustizia, il Pdl è rimasto pressoché in silenzio. Mentre il governo studia interventi legislativi - un custode giudiziario cui spetterebbe di guidare in tutto e per tutto l'attività produttiva, l'impresa - che rischiano di ratificare di fatto una forma di esproprio per via giudiziaria, per di più nella fase delle indagini preliminari, non solo senza una sentenza ma senza nemmeno un processo. L'azione della magistratura di Taranto ormai si è trasformata in lotta di classe contro i Riva e lotta di potere contro Governo e Parlamento. Se il metodo adottato dai magistrati e gli espedienti normativi del governo Letta diventano "sistema", è tracciata la via italiana alle nazionalizzazioni. Davvero per eliminare Berlusconi dalla scena politica non si vuole riconoscere la deriva ideologica e faziosa di parte della magistratura? Ne vale davvero la pena?
Si sono sprecate in questi giorni molte similitudini tra l'operazione di "parbuckling" della Costa Concordia e la situazione del nostro paese, i tentativi di "salvarlo" dagli abissi della decrescita. Ma non mi pare sia stata evocata l'unica davvero appropriata. Se quella sulla Concordia è stata un'operazione perfettamente riuscita dal punto di vista ingegneristico, anche il governo Letta, come il governo Monti prima di lui, potrebbe (forse) riuscire nell'impresa dal punto di vista contabile, quindi a rispettare i parametri europei e a gestire il nostro enorme debito pubblico, ma il paese che riuscirà eventualmente a risollevare e a far galleggiare sarà, temo, soltanto un relitto. Un esito scontato se la via del rigore e del risanamento non prevederà massicce dosi di riduzione di spesa pubblica e, quindi, di pressione fiscale.
Purtroppo l'obiettivo della nostra classe politica, ma anche dell'alta burocrazia e delle corporazioni dominanti (sindacati e Confindustria) non sembra essere quello di evitare agli italiani un penoso futuro, ma quello di salvare la spesa pubblica, apportando aggiustamenti marginali sì, ma senza mettere in discussione la sua mole, quindi senza scalfire la rete di clientele e le rendite di posizione che garantisce a chi la gestisce.
Ecco perché piuttosto che il governo del fare, questo è il governo del rinviare, nella speranza che un po' la ripresa dell'export, un po' qualche fondo europeo, garantiscano quella crescita dello zero virgola che ci consenta di galleggiare, mentre in realtà ci condanna al declino e all'impoverimento relativo rispetto sia agli altri paesi europei che ai paesi emergenti. Insomma, la missione di questo governo sembra quella di far galleggiare il relitto Italia (come si sta facendo con il Concordia, riaddrizzato ma pur sempre un relitto).
Stiamo ancora aspettando l'avvio della mitologica spending review, o del programma di dismissioni, o ancora l'attuazione dei costi standard, così come siamo in attesa delle coperture per la cancellazione della seconda rata dell'Imu e del promesso (entro il 31 agosto scorso) riordino sulla tassazione immobiliare. Per non parlare dell'immobilismo su pensioni e stipendi d'oro, sui contributi alle imprese del rapporto Giavazzi, insabbiato dal Ministero dello Sviluppo, con il silenzio complice di Confindustria, per impedire lo scambio "meno politica industriale" (sussidi per pochi) - "meno tasse" (per tutte le imprese). Pare sia "inevitabile", invece, l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, già l'aliquota più alta d'Europa. Il commissario europeo Rehn sembra essere stato "calato" da Bruxelles proprio per benedire la decisione del governo Letta di non evitarlo - a meno che non sia un patetico escamotage per far gridare al miracolo quando ne verrà annunciato l'ennesimo rinvio al primo gennaio o aprile o luglio 2014. Soldi non ce ne sono, eppure il governo Letta-Alfano è riuscito a trovare le risorse per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili.
Nel frattempo i ministri del Pdl, che proprio il vicepremier Alfano (il più distratto tra i suoi colleghi ministri pidiellini nel farsi passare sotto il naso ogni sorta di balzello) ha avuto l'impudenza di definire il "fortino antitasse" nel governo, si stanno rivelando un partito della spesa. Lupi sta preparando un piano quinquennale per il rinnovo del parco mezzi pubblici e privati su gomma con incentivi per 500 milioni (metà di quanto servirebbe per bloccare l'aumento dell'Iva fino a dicembre). La De Girolamo un pacchetto di incentivi e formazione per l'assunzione di "giovani" (under 40) nell'agricoltura «figa» (qualunque cosa significhi...).
E' vero, il Pdl è comprensibilmente preso dalle vicende del suo leader, ma sembra proprio non riuscire a darsi una linea salda su tasse/spesa e riforme istituzionali, nonostante i generosi sforzi di qualcuno non vadano dimenticati. Non ci iscriviamo però alla folta schiera di quanti non si rendono conto, o fingono di non accorgersi, che il caso Berlusconi non riguarda solo il cittadino e il politico Berlusconi. Sono in gioco valori fondamentali per qualsiasi democrazia, che rischiano di essere travolti insieme al controverso leader, e di restare sepolti chissà per quanto tempo. Stiamo assistendo all'inizio della fase più cruenta del giacobinismo italiano e non possiamo dire oggi se, e quando avrà fine. Abbiamo la sensazione però che, una volta montata, la ghigliottina giustizialista resterà in attività a lungo, anche molto dopo l'uscita di scena del Cav.
Dunque, non rimproveriamo a Berlusconi e ai suoi di voler tenere il punto, di aggrapparsi con le dita di mani e piedi allo scoglio per non farsi trascinare via dalla corrente, ma di avere sostanzialmente smesso di porsi, e di proporre ai cittadini, obiettivi politici di maggiore appeal. Di non rendersi realisticamente conto che per quanto sulla giustizia rischiamo davvero di giocarci definitivamente la democrazia nel nostro paese, l'unico orizzonte su cui sono fissati gli occhi dei cittadini è comprensibilmente quello della crisi economica, delle politiche per uscirne, del lavoro, delle tasse e della spesa pubblica.
Il sequestro ordinato dal gip di Taranto, che ha costretto il gruppo Riva a sospendere le attività di stabilimenti che nulla c'entrano con l'Ilva, essendo di fatto bloccata la sua operatività finanziaria in tutta Italia, conferma che la magistratura ideologizzata e politicizzata non resta circoscritta al caso Berlusconi e non cesserà di esserlo con la decadenza di Berlusconi. Tende semmai ad estendere il proprio raggio d'azione al di fuori della sfera politica in senso stretto, fino al punto di danneggiare gravemente settori vitali della nostra economia. Non si accontenta di far fuori un avversario politico, sta distruggendo, e non da oggi, ciò che rimane del nostro sistema industriale, e con esso migliaia di posti di lavoro, arrivando a minacciare il principio, e l'esercizio concreto, della libertà d'impresa. E per farlo non esita a disapplicare o aggirare le leggi dello Stato. Non illudiamoci di non pagare il caso Ilva anche in termini di fuga di realtà produttive - italiane e straniere - dall'Italia: una via sicura per il nostro definitivo declino. Per non parlare dei veri e propri attacchi terroristici di cui sono vittime le imprese che lavorano nel cantiere Tav in Val di Susa, che non ricevono dallo Stato adeguata protezione.
Su tutto questo, nonostante l'evidente aggressione della magistratura politicizzata anche alla nostra economia già agonizzante confermi le sue tesi sulla giustizia, il Pdl è rimasto pressoché in silenzio. Mentre il governo studia interventi legislativi - un custode giudiziario cui spetterebbe di guidare in tutto e per tutto l'attività produttiva, l'impresa - che rischiano di ratificare di fatto una forma di esproprio per via giudiziaria, per di più nella fase delle indagini preliminari, non solo senza una sentenza ma senza nemmeno un processo. L'azione della magistratura di Taranto ormai si è trasformata in lotta di classe contro i Riva e lotta di potere contro Governo e Parlamento. Se il metodo adottato dai magistrati e gli espedienti normativi del governo Letta diventano "sistema", è tracciata la via italiana alle nazionalizzazioni. Davvero per eliminare Berlusconi dalla scena politica non si vuole riconoscere la deriva ideologica e faziosa di parte della magistratura? Ne vale davvero la pena?
Friday, September 06, 2013
Una pericolosa ferita al diritto di voto
Anche su Notapolitica
La legge Severino, di cui si discute in questi giorni l'applicabilità al caso Berlusconi, di fatto introduce una conseguenza sanzionatoria, incandidabilità e decadenza, nei confronti di coloro i quali subiscano condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, a prescindere che sia inflitta o meno la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Quindi una sanzione "automatica", una tagliola che scatta anche se il giudice non ha ritenuto di disporre l'interdizione al momento della sentenza.
Per quanto si sostenga il contrario, la conseguenza sanzionatoria - sia essa penale o solo amministrativa - è auto-evidente: ogni sanzione, infatti, ha l'effetto di ridurre la capacità di esercitare un diritto, in questo caso il diritto di elettorato passivo. Ma anche se non rientrasse tra le norme penali, la cui irretroattività è sancita a livello costituzionale, la legge Severino non potrebbe comunque avere effetti retroattivi in assenza di una deroga esplicita - che non pare esserci - alla regola generale dell'irretroattività delle leggi.
Ma ammesso e non concesso che la legge Severino, come sostengono alcuni, non sia di natura sanzionatoria, che disponga da sé, implicitamente, la propria retroattività, e che si limiti a stabilire un requisito di eleggibilità (prevedere che chi non abbia compiuto 25 anni non sia eleggibile alla Camera non è certo una sanzione), a maggior ragione, se così fosse, andrebbe a mio avviso sottoposta al giudizio della Consulta. Se così fosse, infatti, in gioco non ci sarebbe solo la capacità giuridica del titolare del diritto di elettorato passivo, ma anche il concreto esercizio del diritto di elettorato attivo da parte di milioni di cittadini. Si può togliere a qualcuno il diritto di candidarsi ed essere eletto - e indirettamente ai cittadini il diritto di votarlo - infliggendogli una pena accessoria a seguito di un procedimento penale, il quale però prevede tutta una serie di garanzie a sua difesa. Ma togliere a 40 milioni di elettori il diritto di votare per qualcuno semplicemente restringendo i requisiti di eleggibilità, in modo retroattivo ed extragiudiziale, è faccenda un po' più delicata.
Siamo così sicuri che in democrazia il "controllo di legalità" debba prevalere in modo così netto, automatico e generalizzato sul "controllo democratico"? Non dovrebbe preoccuparci che l'elettorato attivo, cioè quello esercitato dal popolo, venga limitato non solo da una sanzione penale accessoria, applicata al termine di un regolare processo, com'è l'interdizione, ma anche da un semplice requisito di eleggibilità introdotto con legge ordinaria? Forse non è un caso se la non eleggibilità a deputato dei minori di 25 anni è una norma di rango costituzionale.
E se milioni di elettori ritenessero che il candidato o l'eletto condannato sia vittima di una persecuzione politica e volessero comunque che li rappresentasse? Sul diritto soggettivo al voto dovrebbe prevalere l'interesse legittimo collettivo ad avere un Parlamento privo di condannati? Ne siamo così certi? Il Parlamento equivale proprio ad un ufficio pubblico? Per la salute di una democrazia non sarebbe forse un "male minore" accettare che teoricamente un condannato in via definitiva possa venire eletto, se il popolo lo desidera, e se non interdetto da un giudice naturale, piuttosto che correre il rischio che un potere, anzi un ordine fuori controllo abusi del cosiddetto "controllo di legalità", o peggio di un semplice requisito di eleggibilità, per eliminare dalla vita pubblica i propri avversari politici?
E' proprio delle dittature (come dimostrano Iran, Cina, o Birmania con il caso Aung San Suu Kyi) approfittare del "controllo di legalità" per eliminare i dissidenti dalla competizione politica. Insomma, che i cittadini possano liberamente farsi rappresentare anche da un loro concittadino condannato, una volta espiate le pene stabilite al termine di un giusto processo, è un'utile polizza di assicurazione contro derive autoritarie. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici già esiste nel nostro ordinamento, ma giustamente può essere inflitta solo dal giudice naturale e qualsiasi suo inasprimento è sottoposto al principio dell'irretroattività. Se, come sostengono alcuni, la legge Severino stabilisce un requisito di eleggibilità e non introduce una sanzione penale, è ancora più grave la ferita inferta alla nostra democrazia, perché restringendo in modo automatico ed extragiudiziale l'elettorato passivo e attivo, di fatto limita il diritto di voto in via amministrativa.
La legge Severino, di cui si discute in questi giorni l'applicabilità al caso Berlusconi, di fatto introduce una conseguenza sanzionatoria, incandidabilità e decadenza, nei confronti di coloro i quali subiscano condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, a prescindere che sia inflitta o meno la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Quindi una sanzione "automatica", una tagliola che scatta anche se il giudice non ha ritenuto di disporre l'interdizione al momento della sentenza.
Per quanto si sostenga il contrario, la conseguenza sanzionatoria - sia essa penale o solo amministrativa - è auto-evidente: ogni sanzione, infatti, ha l'effetto di ridurre la capacità di esercitare un diritto, in questo caso il diritto di elettorato passivo. Ma anche se non rientrasse tra le norme penali, la cui irretroattività è sancita a livello costituzionale, la legge Severino non potrebbe comunque avere effetti retroattivi in assenza di una deroga esplicita - che non pare esserci - alla regola generale dell'irretroattività delle leggi.
Ma ammesso e non concesso che la legge Severino, come sostengono alcuni, non sia di natura sanzionatoria, che disponga da sé, implicitamente, la propria retroattività, e che si limiti a stabilire un requisito di eleggibilità (prevedere che chi non abbia compiuto 25 anni non sia eleggibile alla Camera non è certo una sanzione), a maggior ragione, se così fosse, andrebbe a mio avviso sottoposta al giudizio della Consulta. Se così fosse, infatti, in gioco non ci sarebbe solo la capacità giuridica del titolare del diritto di elettorato passivo, ma anche il concreto esercizio del diritto di elettorato attivo da parte di milioni di cittadini. Si può togliere a qualcuno il diritto di candidarsi ed essere eletto - e indirettamente ai cittadini il diritto di votarlo - infliggendogli una pena accessoria a seguito di un procedimento penale, il quale però prevede tutta una serie di garanzie a sua difesa. Ma togliere a 40 milioni di elettori il diritto di votare per qualcuno semplicemente restringendo i requisiti di eleggibilità, in modo retroattivo ed extragiudiziale, è faccenda un po' più delicata.
Siamo così sicuri che in democrazia il "controllo di legalità" debba prevalere in modo così netto, automatico e generalizzato sul "controllo democratico"? Non dovrebbe preoccuparci che l'elettorato attivo, cioè quello esercitato dal popolo, venga limitato non solo da una sanzione penale accessoria, applicata al termine di un regolare processo, com'è l'interdizione, ma anche da un semplice requisito di eleggibilità introdotto con legge ordinaria? Forse non è un caso se la non eleggibilità a deputato dei minori di 25 anni è una norma di rango costituzionale.
E se milioni di elettori ritenessero che il candidato o l'eletto condannato sia vittima di una persecuzione politica e volessero comunque che li rappresentasse? Sul diritto soggettivo al voto dovrebbe prevalere l'interesse legittimo collettivo ad avere un Parlamento privo di condannati? Ne siamo così certi? Il Parlamento equivale proprio ad un ufficio pubblico? Per la salute di una democrazia non sarebbe forse un "male minore" accettare che teoricamente un condannato in via definitiva possa venire eletto, se il popolo lo desidera, e se non interdetto da un giudice naturale, piuttosto che correre il rischio che un potere, anzi un ordine fuori controllo abusi del cosiddetto "controllo di legalità", o peggio di un semplice requisito di eleggibilità, per eliminare dalla vita pubblica i propri avversari politici?
E' proprio delle dittature (come dimostrano Iran, Cina, o Birmania con il caso Aung San Suu Kyi) approfittare del "controllo di legalità" per eliminare i dissidenti dalla competizione politica. Insomma, che i cittadini possano liberamente farsi rappresentare anche da un loro concittadino condannato, una volta espiate le pene stabilite al termine di un giusto processo, è un'utile polizza di assicurazione contro derive autoritarie. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici già esiste nel nostro ordinamento, ma giustamente può essere inflitta solo dal giudice naturale e qualsiasi suo inasprimento è sottoposto al principio dell'irretroattività. Se, come sostengono alcuni, la legge Severino stabilisce un requisito di eleggibilità e non introduce una sanzione penale, è ancora più grave la ferita inferta alla nostra democrazia, perché restringendo in modo automatico ed extragiudiziale l'elettorato passivo e attivo, di fatto limita il diritto di voto in via amministrativa.
Wednesday, September 04, 2013
In gioco il diritto alla guerra "giusta"
Anche su L'OpinioneE' stato l'agire incerto e maldestro di Obama, privo di un'idea precisa sul ruolo da giocare in Medio Oriente fin dall'inizio di questa delicata fase di transizione, ad esporre gli Stati Uniti al rischio di un clamoroso smacco politico e diplomatico nella crisi siriana. Ma paradossalmente, proprio quando è apparso chiaro che in gioco non c'erano più solo la sua faccia e l'intervento in Siria, bensì la credibilità degli Stati Uniti stessi, la loro capacità di deterrenza, Obama è riuscito ad uscire dall'angolo in cui si era infilato. Chiamando in causa il Congresso, con una mossa azzardata ma a quel punto obbligata, ha reso ancor più evidente la posta in gioco e i leader repubblicani non hanno potuto far altro che venire in soccorso del presidente, se non altro per amor di patria. Sulle questioni di sicurezza e di prestigio nazionale l'America si conferma unita. L'accordo raggiunto al Senato per una risoluzione bipartisan sull'intervento consente a Obama di presentarsi con maggiore forza di fronte al G20, e di fatto riapre uno spiraglio diplomatico per tentare di costruire una qualche forma di consenso internazionale sulla necessità di sanzionare con le bombe il regime siriano.
Anche il presidente russo Putin non ha potuto escludere l'approvazione di una risoluzione Onu sulla Siria, nel caso venissero mostrate prove "inconfutabili" dell'uso di armi chimiche da parte di Assad. Ma ovviamente la sua è un'apertura destinata a restare puramente teorica, persino se fosse il dittatore siriano in persona ad ammetterlo.
La posizione di Obama quindi resta molto critica. Anche perché le incertezze e i segni di debolezza mostrati fino ad oggi, così come l'ignavia dell'Europa, non l'aiuteranno a convincere Russia e Cina, che anzi già pregustano lo smacco, e l'ulteriore indebolimento di Washington. E John McCain nel frattempo si è dissociato dall'intesa bipartisan, annunciando che voterà contro la bozza preparata al Senato, la cui approvazione quindi è tutt'altro che scontata. L'anziano senatore, e fiero avversario di Obama nella campagna del 2008, ritiene tempi e modalità dell'intervento inefficaci a provocare un cambio di regime a Damasco, obiettivo che invece sosterrebbe.
In effetti, oltre ad essere tardivo e preparato in modo approssimativo a livello diplomatico, dell'intervento delineato dalla Casa Bianca è davvero difficile scorgere logica e obiettivi politici, il disegno di lungo termine. Somiglia più ad un fallo di frustrazione dell'amministrazione Obama per coprire l'ennesimo fallimento della sua non-strategia, il cosiddetto "leading from behind". Anche in caso di caduta di Assad, Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nella gestione post-conflitto, come già in Egitto e Libia. Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, l'intervento dovrebbe puntare almeno all'uccisione di Assad, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba.
Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato. Ma non affronta le sfide, fa "spin doctoring".
Bisogna tuttavia considerare che per quanto privo di un piano e di una visione strategica, a questo punto, dopo le parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon («l'uso della forza è legale solo se autorizzato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu») e quelle di Papa Francesco (a proposito, perché solo ora preghiere e digiuni, dopo due anni di guerra, massacri e innocenti gasati in Siria?), l'intervento avrebbe anche il valore politico non trascurabile di riaffermare che si può – e in alcuni casi si deve – agire anche unilateralmente, senza subire veti da Russia, Cina e Iran, né il ricatto morale del pacifismo ipocrita. Di riaffermare il diritto/dovere alla guerra "giusta", oggi contestato fin nel suo principio umanitario.
Mentre Obama pretende di presentare il suo "case for war" in Siria in modo molto diverso dal caso iracheno («io ero contrario alla guerra in Iraq e non voglio certo ripeterne gli errori»), non stupisce che i suoi argomenti siano così simili a quelli usati proprio da George W. Bush dieci anni fa, a cominciare dal possesso e l'uso delle famose armi di distruzione di massa. Obama esprime rispetto per il ruolo dell'Onu e degli ispettori, ma ribadisce di fidarsi delle informazioni raccolte e si riserva il diritto di agire anche da solo nell'interesse e per la sicurezza degli Stati Uniti. Mette in guardia, poi, dai costi del non agire: «La nostra sicurezza di lungo periodo è minacciata dall'ignorare situazioni come quella siriana». Ricorda che tutte le vie diplomatiche sono state esplorate e che, alla fine, contro i "bulli" servono azioni decise. «Possiamo cercare una nuova risoluzione Onu, ma non sempre il Consiglio potrà agire, e agire si deve – osserva – è in gioco la credibilità della comunità internazionale». «Amiamo la pace, ma bisogna fare i conti con un mondo pieno di violenza e a volte anche di male, e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità».
Un déjà vu, insomma. Davanti agli stessi dilemmi – il possesso e l'uso di armi di distruzione di massa da parte dei dittatori; la paralisi del Consiglio di Sicurezza Onu, sotto il ricatto dei veti di Russia e Cina; il pantano mediorientale; la necessità di tutelare la credibilità e il potere di deterrenza, oltre che la sicurezza, degli Usa – ecco che nelle parole di Obama si avverte l'eco dell'odiato Bush.
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