Pagine

Showing posts with label juncker. Show all posts
Showing posts with label juncker. Show all posts

Thursday, May 11, 2017

Nessun "Bregret", non hanno cambiato idea

Ve la ricordate la narrazione tanto cara ai nostri mainstream media, e anche a Bruxelles, ripetuta allo sfinimento con la certezza di chi la sa lunga? I britannici si sarebbero molto presto pentiti della Brexit. Anche coloro che hanno votato "Leave" avrebbero voluto poter tornare indietro. Ebbene, secondo i sondaggi YouGov, per ora non è accaduto nulla di tutto questo. Non solo nessun "Bregret", chi ha votato Leave o Remain il 23 giugno 2016 è ancora convinto di aver votato correttamente. Ma una parte consistente di quanti votarono Remain oggi ritiene che il governo debba dare seguito alla volontà popolare. La Brexit quindi va attuata per il 69% dei britannici. E il 55% è d'accordo con la premier Theresa May, quando dice "no deal is better than a bad deal".
Dunque, siete proprio sicuri che stanno a Londra quelli che si illudono, quelli che vivono "in un'altra galassia"?

Se hanno scambiato la May per uno Tsipras, e gli inglesi per greci, direi che a "farsi illusioni" siano i burocrati di Bruxelles... Sono pericolosi per sé e per gli altri, cioè per noi.

Il presidente della Commissione europea Juncker avrebbe riferito di una cena "disastrosa" avuta con la premier britannica Theresa May. Dopo un'ora e mezza, avrebbe lasciato la tavola "dieci volte più scettico" sulle possibilità di arrivare ad un accordo sulla Brexit entro due anni. Ora, bisogna capire se questo prima o dopo le pinte di birra che si è scolato alla cena. E se era anche dieci volte più brillo del solito... A Juncker non dovrebbe essere consentito guidare un'auto, figuriamoci condurre dei negoziati...

Monday, July 04, 2016

L'Ue dopo la Brexit: la padella o la brace

Pubblicato su L'Intraprendente

"Adesso è il momento di essere pragmatici". In un'intervista al Welt Am Sonntag (edizione domenicale del Die Welt), Wolfgang Schäuble, il ministro tedesco delle finanze, delinea la sua idea di rilancio dell'Unione europea dopo il voto sulla Brexit. E nel farlo emergono due visioni contrapposte sul futuro dell'Ue.

"Se non tutti i 27 Stati membri vogliono mettersi insieme dall'inizio, allora inizieremo con pochi. E se la Commissione non collabora, allora prenderemo le questioni nelle nostre mani e risolveremo i problemi tra Governi", ha spiegato Schäuble. "Questo approccio intergovernativo si è dimostrato efficace durante la crisi dell'Eurozona. Siamo onesti - ha aggiunto - la domanda se il Parlamento europeo abbia o meno un ruolo decisivo non è quella che preoccupa la gente in modo particolare. Alla gente interessa sapere se riusciamo a controllare il problema dei profughi. Contano i fatti, non le parole altisonanti". E ancora: "In Europa abbiamo troppo spesso pomposamente proclamato nuove iniziative non realizzate".

Dalle osservazioni di Schäuble emerge una netta linea di demarcazione, riguardo i futuri passi da far compiere all'Ue, rispetto alle fughe in avanti dei vertici di Commissione e Parlamento europeo, Juncker e Schulz. "In linea di principio, sono favorevole a una maggiore integrazione", ha spiegato Schäuble. "Ma non è il momento giusto per questo". Dopo il voto sulla Brexit, ha ribadito, "non è il momento per le grandi visioni. La situazione è così seria che dobbiamo smettere di fare i soliti giochetti europei e di Bruxelles". "Al momento, non riusciamo a modificare gli accordi. Le istituzioni dovrebbero piuttosto intervenire per la soluzione dei problemi. E se non dovessero riuscire, risolviamo noi questi problemi tra i governi al di fuori delle istituzioni". Non manca nelle parole di Schaeuble un'accusa diretta alla Commissione europea, inadempiente a suo avviso nel far rispettare le regole del rigore e dell'austerità. Come dire che i tedeschi non accetteranno mai di consegnare a Bruxelles i poteri di una unione fiscale.

Insomma, da una parte, c'è l'Unione europea a più velocità e a trazione tedesca (intergovernativa); dall'altra, l'integrazione per accentramento progressivo di poteri nella Commissione europea di Juncker (che ovviamente nessuno ha mai eletto), che però rischia di accelerare anziché placare le forze centrifughe, facendo saltare tutto.

Scegliete voi dove sta la padella e dove la brace tra queste due opzioni, ma di Stati Uniti d'Europa qui non se ne vedono nemmeno lontanamente. Dell'ideale federalista di cui molti sedicenti liberali nostrani si riempiono la bocca non c'è traccia. Né Churchill né Spinelli. Questa Europa non si sta avvicinando passo passo a quell'ideale... Difenderla, essere a favore di più integrazione in questo contesto, significa fare da stampella proprio a chi quell'ideale l'ha già ucciso. Si può nonostante tutto sostenere che all'Italia, per come è "sgovernata", convenga "più Europa". L'unica cosa che non potete fare, però, è provare a venderci che stiamo procedendo verso gli Stati Uniti d'Europa.

A Berlino e a Bruxelles, non a Londra e nelle campagne inglesi, abitano i veri nemici dell'Europa. La Brexit avrà forse il merito di fare chiarezza. Non nel senso di imporre agli amici britannici un aut-aut, un dentro o fuori, un tutto o niente. Ma nel senso di chiarire le opzioni reali che questa Unione europea ha di fronte. Tra la padella e la brace, appunto, teniamoci il mercato unico e azzeriamo il resto, provando a riscrivere i trattati.

Thursday, October 15, 2009

Sì, Blair sì. Magari...

Il "no" di Freedom Land a Tony Blair primo presidente dell'Ue sotto il Trattato di Lisbona (al cui processo di ratifica manca la firma "liberale" del ceco Vaclav Klaus) risponde a una pura logica di schieramento (Blair è un «uomo di sinistra»), ma a ben vedere fa a pugni anche con essa. A chi segue da un po' di tempo questo blog non devo spiegare perché il mio sostegno a Blair è più che convinto, ma forse vale la pena richiamare un po' di dati di contesto.

Le probabilità di veder diventare Blair presidente del Consiglio europeo non sono molte. Purtroppo. Sarà difficile, come ha spiegato di recente anche il ministro Frattini, perché le resistenze sono molte e nessuno ha voglia di spaccare il Consiglio proprio alla prima elezione, eleggendo un presidente "debole". Blair rappresenta una sinistra così «alla moda e user friendly» che oltre alle perplessità della Merkel, a non volerlo presidente è proprio la sinistra europea. A me pare piuttosto che Blair sia del tutto fuori moda. Soprattutto a sinistra. Sarà un caso?

No, perché Blair con la sinistra prevalente in Europa, rimasta incollata a vecchie pastoie ideologiche del secolo scorso, e quindi incapace di governare i processi socio-economici di oggi, non ha nulla a che fare. Ed è questo che le socialdemocrazie europee non gli perdonano. Di aver saputo rinnovare, e di aver avuto successo nel rinnovamento laddove loro hanno fallito, o non hanno neanche provato. Blair è troppo "liberista", troppo "filoamericano", addirittura "guerrafondaio". Insomma, troppo "di destra". E rappresenta un europeismo più fresco e dinamico, distante da quello "politicamente corretto" e burocratico dominante nel Continente.

Blair sarebbe quindi una scelta coraggiosa proprio perché non alla moda, controcorrente, un po' come la sorprendente vittoria dei liberali nelle elezioni politiche tedesche.

Quali sarebbero, poi, le alternative? L'unica che mi convincerebbe sarebbe Aznar, ma non mi pare che la sua candidatura sia sul tavolo. Né quella di Rasmussen. Le ipotesi che si fanno sono altre, e anche se di centrodestra tutte peggiori di Blair. Come quella del belga Juncker. Da far rabbrividire.

Nella politica europea non si può ragionare solo sulla base del logoro schema destra/sinistra. Bisognerebbe prestare attenzione anche alla nazionalità, e alla cultura politica che ciascun Paese esprime. C'è una gran differenza tra la Gran Bretagna e l'Europa continentale. E tra l'Europa centrale e i Paesi dell'Est. Ignorare queste differenze culturali, che spesso vanno oltre quelle tra destra e sinistra, è un errore. Per esempio: meglio un leader di sinistra liberale britannico o un democristiano tedesco? Meglio un giovane leader dell'Est o un grigio tecnocrate belga?

Non è così improbabile che pescando nel centrodestra europeo tiriamo su una figura dalla cifra statalista e antiamericana. Senza considerare che con Blair presidente eviteremmo di consegnare il ruolo, altrettanto importante, di ministro degli Esteri dell'Ue a un socialista come Frank-Walter Steinmeier o - Dio ce ne scampi - a un comunista come Massimo D'Alema. Per non parlare dell'assoluto bisogno che ha l'Europa di presentarsi agli occhi del mondo con una personalità forte, di peso, e carismatica. Pena l'irrilevanza.