Siria: regime change sì, l'ennesimo spot di Obama no, grazie
Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.
Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.
Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".
Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?
Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?
Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.
Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.
Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.
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Wednesday, August 28, 2013
Thursday, April 11, 2013
Una rivoluzione conservatrice contro uno status quo progressista
Anche su Libertiamo
Margaret Thatcher «vista da sinistra», nell'articolo di Simona Bonfante per Libertiamo, non era una conservatrice. Poiché era anti-socialista, in definitiva era una progressista. C'era da aspettarselo che prima o poi qualcuno azzardasse la provocazione intellettuale, nel solco della ormai vasta letteratura per cui il "liberismo è di sinistra".
Il ragionamento è a prima vista seducente. D'altra parte, è anti-socialista anche quella sinistra riformista che non crede nelle virtù della pianificazione economica e che è disposta a concedere che il libero mercato può essere strumento di promozione sociale e non di sfruttamento. E così si salvano capra e cavoli. Siccome la Thatcher aveva ragione (si ha l'onestà intellettuale di ammetterlo), ma la destra rimane sporca e cattiva, si dice che aveva ragione in modo "progressista". È un ottimo escamotage dialettico di chi si ritiene di sinistra, ma di una sinistra riformista e liberale, quindi anti-socialista, per riconoscere le ragioni della Thatcher senza passare per conservatore.
Dunque, più che un'analisi sulla Lady di ferro, abbiamo la solita polemica, tutta interna alla sinistra, tra socialismo di ispirazione marxista e riformismo-laburismo. Ma il fatto che, come la sinistra liberale oggi, la Thatcher fosse anti-socialista, non fa di lei una progressista. Così come il fatto che fosse nemica della "conservazione", intesa come status quo, non significa che fosse progressista, dal momento che lo status quo contro cui si è battuta era il frutto di politiche tipicamente progressiste.
Il problema di questi ragionamenti è che filano solo sulla base di equivoci linguistici e mere astrazioni, cioè solo attribuendo un significato letterale a quelle che sono categorie politiche, e solo presumendo una destra e una sinistra che non esistono nella realtà storica, che non corrispondono al loro "idealtipo". Solo in un mondo immaginario, infatti, la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce lo status quo. Può darsi sia stato vero in un'epoca pre-marxista, quando la divisione era tra Ancien Régime e liberalismo. Ma non è questa la realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, compreso l'ultimo ventennio: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra.
Se al conservatorismo si attribuisce il significato letterale di conservazione dello status quo, e per questo un'accezione negativa, mentre al progressismo il significato di un cambiamento di segno pregiudizialmente positivo, il gioco delle apparenze è fatto: anche MT può diventare progressista. Ma conservatori e progressisti sono categorie politiche che vanno ben oltre il loro significato letterale. È ovvio che in una realtà socio-economica di fatto socialistizzata, com'era il Regno Unito sul finire degli anni '70 (e com'è oggi l'Italia), essere conservatrice per la Thatcher non significava certo essere per lo status quo, per la conservazione, ma non per questo significava essere progressista. Anzi, essere conservatrice significava essere per il cambiamento di uno status quo progressista. Di fatto, fu una rivoluzionaria, ma la sua fu una rivoluzione conservatrice.
Se si vuole dire che una parte della sinistra (minoritaria, per la verità) ha tratto insegnamento dalla Thatcher, e che le politiche liberiste possono effettivamente produrre esiti "di sinistra" in termini di promozione sociale, il che è innegabile, lo si dica apertamente. Che la sinistra europea post-thatcheriana (parliamo soprattutto di Blair) abbia saputo far tesoro di quella lezione, adottando politiche semi o simil-liberiste, è certamente un fatto storico, culturale e politico di un certo rilievo. Ma temporaneo e minoritario, nient'affatto di dimensioni imponenti. Anzi, trascurabile ai fini di una ridefinizione delle categorie politiche di destra e sinistra tale da arrivare a sostenere che la Thatcher non fosse conservatrice ma progressista. E comunque non c'è niente di tutto questo nell'analisi di Simona Bonfante, che si limita a sostenere che MT in definitiva fu progressista perché anti-socialista. In questo modo il gusto, il vezzo della provocazione intellettuale rischia di mangiarsi tutto: storia, cultura, politica.
È vero, piuttosto, che la sinistra post-thatcheriana, per tornare a vincere, ha dovuto fare i conti con il thatcherismo, quindi in qualche modo spostarsi verso destra. Ma certo questo non viene facile da dire, se si parte dal pregiudizio che a destra ci sono quelli che hanno torto, che vogliono conservare lo status quo, e a sinistra quelli che hanno ragione, che sono per il cambiamento. È una brutta forma di subalternità culturale quella dei liberali italiani che, per rendere accettabili concetti come il thatcherismo e il liberismo, avvertono l'esigenza di sostenere che sono "di sinistra", solo perché per la cultura dominante a sinistra ci sono i "buoni" fautori del progresso e a destra i "cattivi" che conservano. Ed è tra i motivi per cui non abbiamo avuto, e non avremo, una Thatcher in Italia.
Margaret Thatcher «vista da sinistra», nell'articolo di Simona Bonfante per Libertiamo, non era una conservatrice. Poiché era anti-socialista, in definitiva era una progressista. C'era da aspettarselo che prima o poi qualcuno azzardasse la provocazione intellettuale, nel solco della ormai vasta letteratura per cui il "liberismo è di sinistra".
Il ragionamento è a prima vista seducente. D'altra parte, è anti-socialista anche quella sinistra riformista che non crede nelle virtù della pianificazione economica e che è disposta a concedere che il libero mercato può essere strumento di promozione sociale e non di sfruttamento. E così si salvano capra e cavoli. Siccome la Thatcher aveva ragione (si ha l'onestà intellettuale di ammetterlo), ma la destra rimane sporca e cattiva, si dice che aveva ragione in modo "progressista". È un ottimo escamotage dialettico di chi si ritiene di sinistra, ma di una sinistra riformista e liberale, quindi anti-socialista, per riconoscere le ragioni della Thatcher senza passare per conservatore.
Dunque, più che un'analisi sulla Lady di ferro, abbiamo la solita polemica, tutta interna alla sinistra, tra socialismo di ispirazione marxista e riformismo-laburismo. Ma il fatto che, come la sinistra liberale oggi, la Thatcher fosse anti-socialista, non fa di lei una progressista. Così come il fatto che fosse nemica della "conservazione", intesa come status quo, non significa che fosse progressista, dal momento che lo status quo contro cui si è battuta era il frutto di politiche tipicamente progressiste.
Il problema di questi ragionamenti è che filano solo sulla base di equivoci linguistici e mere astrazioni, cioè solo attribuendo un significato letterale a quelle che sono categorie politiche, e solo presumendo una destra e una sinistra che non esistono nella realtà storica, che non corrispondono al loro "idealtipo". Solo in un mondo immaginario, infatti, la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce lo status quo. Può darsi sia stato vero in un'epoca pre-marxista, quando la divisione era tra Ancien Régime e liberalismo. Ma non è questa la realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, compreso l'ultimo ventennio: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra.
Se al conservatorismo si attribuisce il significato letterale di conservazione dello status quo, e per questo un'accezione negativa, mentre al progressismo il significato di un cambiamento di segno pregiudizialmente positivo, il gioco delle apparenze è fatto: anche MT può diventare progressista. Ma conservatori e progressisti sono categorie politiche che vanno ben oltre il loro significato letterale. È ovvio che in una realtà socio-economica di fatto socialistizzata, com'era il Regno Unito sul finire degli anni '70 (e com'è oggi l'Italia), essere conservatrice per la Thatcher non significava certo essere per lo status quo, per la conservazione, ma non per questo significava essere progressista. Anzi, essere conservatrice significava essere per il cambiamento di uno status quo progressista. Di fatto, fu una rivoluzionaria, ma la sua fu una rivoluzione conservatrice.
Se si vuole dire che una parte della sinistra (minoritaria, per la verità) ha tratto insegnamento dalla Thatcher, e che le politiche liberiste possono effettivamente produrre esiti "di sinistra" in termini di promozione sociale, il che è innegabile, lo si dica apertamente. Che la sinistra europea post-thatcheriana (parliamo soprattutto di Blair) abbia saputo far tesoro di quella lezione, adottando politiche semi o simil-liberiste, è certamente un fatto storico, culturale e politico di un certo rilievo. Ma temporaneo e minoritario, nient'affatto di dimensioni imponenti. Anzi, trascurabile ai fini di una ridefinizione delle categorie politiche di destra e sinistra tale da arrivare a sostenere che la Thatcher non fosse conservatrice ma progressista. E comunque non c'è niente di tutto questo nell'analisi di Simona Bonfante, che si limita a sostenere che MT in definitiva fu progressista perché anti-socialista. In questo modo il gusto, il vezzo della provocazione intellettuale rischia di mangiarsi tutto: storia, cultura, politica.
È vero, piuttosto, che la sinistra post-thatcheriana, per tornare a vincere, ha dovuto fare i conti con il thatcherismo, quindi in qualche modo spostarsi verso destra. Ma certo questo non viene facile da dire, se si parte dal pregiudizio che a destra ci sono quelli che hanno torto, che vogliono conservare lo status quo, e a sinistra quelli che hanno ragione, che sono per il cambiamento. È una brutta forma di subalternità culturale quella dei liberali italiani che, per rendere accettabili concetti come il thatcherismo e il liberismo, avvertono l'esigenza di sostenere che sono "di sinistra", solo perché per la cultura dominante a sinistra ci sono i "buoni" fautori del progresso e a destra i "cattivi" che conservano. Ed è tra i motivi per cui non abbiamo avuto, e non avremo, una Thatcher in Italia.
Friday, April 05, 2013
Renzi l'uomo giusto nel partito giusto
Anche su Formiche.net e Notapolitica
All'indomani delle primarie del centrosinistra da cui uscì sconfitto, anche se con un risultato lusinghiero, si moltiplicarono gli inviti e gli appelli rivolti a Matteo Renzi perché abbandonasse il Pd, i cui vertici avevano ancora una volta mostrato di considerarlo alla stregua di un corpo estraneo e di essere incapaci di accogliere il rinnovamento (Qui la prima puntata: Il liberismo "buono" è solo quello che non c'è, su IlFoglio.it). Appelli, inviti, semplici auspici, che tornano a manifestarsi oggi, dopo che il sindaco di Firenze ha attaccato frontalmente, dalle pagine del Corriere della Sera, la linea della "perdita di tempo" portata avanti dal suo segretario. Per alcuni dovrebbe andarsene e fondare la sua forza politica, per altri semplicemente migrare nel centrodestra o approdare nel centro montiano per risollevarne le sorti. Quasi tutte queste provocazioni almeno in parte colgono nel segno, evidenziando contraddizioni e ritardi sia della sinistra che della destra.
E' vero che le idee, ma direi anche il linguaggio, e persino postura e sorrisi di Renzi, sembrano stonati in un partito come il Pd, ancora ostaggio dell'ossessione antiberlusconiana e appesantito dalla tara statalista, dove l'"apparatchik" ha ancora il suo peso, e quindi che in questo senso possa sembrare "l'uomo giusto nel posto sbagliato". Ma ciò non rende né più probabile né, a ben vedere, auspicabile, un suo "salto" verso altre sponde politiche. Credo che Renzi debba combattere fino in fondo la sua battaglia "blairiana" nel Pd e che il centrodestra debba trovare il suo di Renzi. Dovrebbe essere questo l'ordine normale e non scandaloso delle cose, anche se ammetto che la nostra politica è tutto fuorché "normale".
Innanzitutto, per una banale questione di credibilità personale. La politica italiana è già piena di personaggi che saltano da un partito all'altro, qualche volta per buoni motivi ma più spesso per convenienza, anzi per frustrazioni e piccole miserie personali. Non si vedono riconosciuta dal loro partito la leadership, o la poltrona, che ritengono di meritare, e allora cambiano casacca o se ne vanno e fondano il loro partitino. E di solito il "salto" non porta molta fortuna, gli elettori tendono a diffidare.
Ma anche perché in un certo senso Renzi è proprio l'uomo giusto nel posto giusto: il riformatore con la necessaria sfrontatezza nel partito che ha urgente bisogno di essere riformato - nei contenuti, nello stile politico e nella classe dirigente. Così come dev'essere sembrato un marziano Tony Blair nel Labour dei primi anni '90, sarà stato accusato di cripto-thatcherismo, ma era esattamente l'uomo giusto al posto giusto.
Che Renzi riesca con il Pd laddove Blair è riuscito con il Labour è tutt'altro che scontato. Anzi, sono molto meno certo di quanto si tenda comunemente ad essere che sia predestinato a vincere trionfalmente le prossime primarie, o il prossimo congresso del Pd. Che sarà proprio lui il futuro leader del centrosinistra ci crederò solo quando lo vedrò con i miei occhi.
Ma è una battaglia che deve combattere nel Pd, almeno se riteniamo auspicabile avere, prima o poi anche in Italia, un sistema politico maturo, in cui i due principali partiti, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, vincono, perdono, invecchiano, ma sono riformabili e contendibili. Non possiamo andare avanti con questa maionese impazzita che per rigenerarsi ha continuamente bisogno di veder sorgere come funghi mini-partiti personali, progetti terzisti (o quartisti), tsunami e rivoluzioni più o meno incivili.
Né sarebbe auspicabile che sia Renzi a sopperire al vuoto di leadership che si annuncia nel centrodestra con il crepuscolo della leadership berlusconiana. Anche in questa parte dello schieramento politico il rinnovamento dovrà trovare le sue forme, i suoi contenuti e i suoi protagonisti. Comprensibile che Renzi susciti interesse e simpatia in un panorama così avido di novità, ma non bisogna commettere lo stesso errore di chi, per vezzo intellettuale ma con scarsa lucidità politica, addirittura lo voleva a capo di un movimento liberista. Dovremmo forse rassegnarci all'idea che il centrodestra del futuro altro non possa essere che una sinistra in versione "renziana", solo più moderata e "labour" del Pd?
All'indomani delle primarie del centrosinistra da cui uscì sconfitto, anche se con un risultato lusinghiero, si moltiplicarono gli inviti e gli appelli rivolti a Matteo Renzi perché abbandonasse il Pd, i cui vertici avevano ancora una volta mostrato di considerarlo alla stregua di un corpo estraneo e di essere incapaci di accogliere il rinnovamento (Qui la prima puntata: Il liberismo "buono" è solo quello che non c'è, su IlFoglio.it). Appelli, inviti, semplici auspici, che tornano a manifestarsi oggi, dopo che il sindaco di Firenze ha attaccato frontalmente, dalle pagine del Corriere della Sera, la linea della "perdita di tempo" portata avanti dal suo segretario. Per alcuni dovrebbe andarsene e fondare la sua forza politica, per altri semplicemente migrare nel centrodestra o approdare nel centro montiano per risollevarne le sorti. Quasi tutte queste provocazioni almeno in parte colgono nel segno, evidenziando contraddizioni e ritardi sia della sinistra che della destra.
E' vero che le idee, ma direi anche il linguaggio, e persino postura e sorrisi di Renzi, sembrano stonati in un partito come il Pd, ancora ostaggio dell'ossessione antiberlusconiana e appesantito dalla tara statalista, dove l'"apparatchik" ha ancora il suo peso, e quindi che in questo senso possa sembrare "l'uomo giusto nel posto sbagliato". Ma ciò non rende né più probabile né, a ben vedere, auspicabile, un suo "salto" verso altre sponde politiche. Credo che Renzi debba combattere fino in fondo la sua battaglia "blairiana" nel Pd e che il centrodestra debba trovare il suo di Renzi. Dovrebbe essere questo l'ordine normale e non scandaloso delle cose, anche se ammetto che la nostra politica è tutto fuorché "normale".
Innanzitutto, per una banale questione di credibilità personale. La politica italiana è già piena di personaggi che saltano da un partito all'altro, qualche volta per buoni motivi ma più spesso per convenienza, anzi per frustrazioni e piccole miserie personali. Non si vedono riconosciuta dal loro partito la leadership, o la poltrona, che ritengono di meritare, e allora cambiano casacca o se ne vanno e fondano il loro partitino. E di solito il "salto" non porta molta fortuna, gli elettori tendono a diffidare.
Ma anche perché in un certo senso Renzi è proprio l'uomo giusto nel posto giusto: il riformatore con la necessaria sfrontatezza nel partito che ha urgente bisogno di essere riformato - nei contenuti, nello stile politico e nella classe dirigente. Così come dev'essere sembrato un marziano Tony Blair nel Labour dei primi anni '90, sarà stato accusato di cripto-thatcherismo, ma era esattamente l'uomo giusto al posto giusto.
Che Renzi riesca con il Pd laddove Blair è riuscito con il Labour è tutt'altro che scontato. Anzi, sono molto meno certo di quanto si tenda comunemente ad essere che sia predestinato a vincere trionfalmente le prossime primarie, o il prossimo congresso del Pd. Che sarà proprio lui il futuro leader del centrosinistra ci crederò solo quando lo vedrò con i miei occhi.
Ma è una battaglia che deve combattere nel Pd, almeno se riteniamo auspicabile avere, prima o poi anche in Italia, un sistema politico maturo, in cui i due principali partiti, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, vincono, perdono, invecchiano, ma sono riformabili e contendibili. Non possiamo andare avanti con questa maionese impazzita che per rigenerarsi ha continuamente bisogno di veder sorgere come funghi mini-partiti personali, progetti terzisti (o quartisti), tsunami e rivoluzioni più o meno incivili.
Né sarebbe auspicabile che sia Renzi a sopperire al vuoto di leadership che si annuncia nel centrodestra con il crepuscolo della leadership berlusconiana. Anche in questa parte dello schieramento politico il rinnovamento dovrà trovare le sue forme, i suoi contenuti e i suoi protagonisti. Comprensibile che Renzi susciti interesse e simpatia in un panorama così avido di novità, ma non bisogna commettere lo stesso errore di chi, per vezzo intellettuale ma con scarsa lucidità politica, addirittura lo voleva a capo di un movimento liberista. Dovremmo forse rassegnarci all'idea che il centrodestra del futuro altro non possa essere che una sinistra in versione "renziana", solo più moderata e "labour" del Pd?
Thursday, December 06, 2012
Il liberismo "buono" è solo quello che non c'è: a sinistra
La sudditanza culturale dell'"intellettualità liberista"
Al direttore – Da liberista mi ritrovo più nella critica di Mucchetti all'"intellettualità liberista" che guarda a sinistra che nella replica del liberista Stagnaro. Non c'è dubbio, Renzi è un innovatore, ma il suo approccio è "blairiano", non liberista. Da liberisti tifiamo tutti per lui, perché una sinistra moderna, "blairiana", che abbraccia mercato e merito, non può che far bene a se stessa e al paese. E guardando al deserto che offre l'attuale centrodestra, dal punto di vista di un elettore liberale-liberista avrebbe potuto senz'altro rappresentare il male minore, se avesse vinto le primarie. Ma da qui a pensare di costruire un'offerta politica liberista suggerendo al sindaco di Firenze di uscire dal Pd per guidarla (Giannino), o appellandosi ai suoi elettori delusi (Zingales), ce ne passa.
L'affermazione "il liberismo è di sinistra" ha senso solo come provocazione intellettuale, in un mondo ideale in cui la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce insider e status quo. Ma se calata nella realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, ma anche nell'ultimo ventennio, è un ossimoro: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra. Chi ambisce a costruire un'offerta politica liberista non può ignorare cos'è stata e cos'è la sinistra in Italia (e non solo), cosa pensano i suoi leader e quali sono gli interessi dei blocchi sociali che tradizionalmente rappresenta.
LEGGI TUTTO su ilFoglio.it
Al direttore – Da liberista mi ritrovo più nella critica di Mucchetti all'"intellettualità liberista" che guarda a sinistra che nella replica del liberista Stagnaro. Non c'è dubbio, Renzi è un innovatore, ma il suo approccio è "blairiano", non liberista. Da liberisti tifiamo tutti per lui, perché una sinistra moderna, "blairiana", che abbraccia mercato e merito, non può che far bene a se stessa e al paese. E guardando al deserto che offre l'attuale centrodestra, dal punto di vista di un elettore liberale-liberista avrebbe potuto senz'altro rappresentare il male minore, se avesse vinto le primarie. Ma da qui a pensare di costruire un'offerta politica liberista suggerendo al sindaco di Firenze di uscire dal Pd per guidarla (Giannino), o appellandosi ai suoi elettori delusi (Zingales), ce ne passa.
L'affermazione "il liberismo è di sinistra" ha senso solo come provocazione intellettuale, in un mondo ideale in cui la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce insider e status quo. Ma se calata nella realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, ma anche nell'ultimo ventennio, è un ossimoro: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra. Chi ambisce a costruire un'offerta politica liberista non può ignorare cos'è stata e cos'è la sinistra in Italia (e non solo), cosa pensano i suoi leader e quali sono gli interessi dei blocchi sociali che tradizionalmente rappresenta.
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Tuesday, September 11, 2012
L'11 settembre e il nostro disarmo ideologico
Sono tra quelli che l'11 settembre non sarà mai più un giorno come un altro. Un giorno in cui si spende almeno qualche minuto in ricordo delle vittime e una riflessione sulla violenza dei terroristi islamici. E' in voga sui social network quella specie di "turismo", o esibizionismo, per cui ciascuno ricorda dov'era e con chi era al momento della strage. Però in pochi sembrano interessati a ricordare il target ideologico di quell'aggressione, l'insieme di valori che qualcuno voleva abbattere e sotterrare con le due torri. Gli edifici crollano e si ricostruiscono, i morti si piangono, si onorano, ma sono il passato. Quei valori sotto attacco ci servono per continuare a vivere, ma li stiamo difendendo? Poniamocela questa domanda, almeno l'11 settembre, perché la risposta purtroppo non è scontata.
Almeno una volta l'anno, in questo giorno, non lasciamoci ingannare dalla falsa razionalità con cui il tempo ci fa riflettere sull'11 settembre e sforziamoci di ri-cogliere il significato profondo che percepimmo allora.
Come scrivevo l'anno scorso, è ancora in uno stato di torpore e sfiducia in se stesso, sembra non credere più nei valori che lo hanno reso grande e che sono alla base dell'odio dei nostri nemici. Non saprei dire se il disarmo è «morale», come l'ha definito in una interessante analisi Stefano Magni, o più intellettuale, politico, ideologico. Di sicuro è un disarmo. Che mette in pericolo le nostre società, il nostro modello di vita, il nostro futuro, e che oltraggia la memoria delle vittime di 11 anni fa. Nemmeno il loro sacrificio ci ha svegliati. Non basta ricordare dove eravamo per fare i conti con le sfide che quell'evento ci ha posto.
Almeno una volta l'anno, in questo giorno, non lasciamoci ingannare dalla falsa razionalità con cui il tempo ci fa riflettere sull'11 settembre e sforziamoci di ri-cogliere il significato profondo che percepimmo allora.
«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».Mai un evento era stato così "globale", nel senso di partecipato, seppure con emozioni molto diverse tra di loro, anche opposte, in tutte le parti del mondo contemporaneamente. Resterà scolpito nelle coscienze, collettive e individuali. Grazie alla risposta americana e di pochi altri alleati i nemici sono quasi tutti sotto terra, o comunque non se la passano bene, ma l'Occidente non è ancora guarito dai propri fantasmi interiori.
Tony Blair
Come scrivevo l'anno scorso, è ancora in uno stato di torpore e sfiducia in se stesso, sembra non credere più nei valori che lo hanno reso grande e che sono alla base dell'odio dei nostri nemici. Non saprei dire se il disarmo è «morale», come l'ha definito in una interessante analisi Stefano Magni, o più intellettuale, politico, ideologico. Di sicuro è un disarmo. Che mette in pericolo le nostre società, il nostro modello di vita, il nostro futuro, e che oltraggia la memoria delle vittime di 11 anni fa. Nemmeno il loro sacrificio ci ha svegliati. Non basta ricordare dove eravamo per fare i conti con le sfide che quell'evento ci ha posto.
Monday, October 31, 2011
L'usato sicuro e a km zero di Renzi
Risvegli: Berlusconi che si dice pronto a porre la fiducia su ciascuno dei provvedimenti annunciati nella lettera all'Ue, dunque a mettere in gioco per una volta per obiettivi alti la sopravvivenza del suo governo, e l'usato anni '80 - ma sicuro e soprattutto, in Italia, ancora a chilometri zero - esposto da Matteo Renzi alla Leopolda, sono piccoli ma incoraggianti segnali di risveglio. Nel primo caso di un Berlusconi consumato che cerca di rilanciarsi nell'unico modo possibile: leadership di governo; nel secondo di un giovane sindaco che tenta di togliere un bel po' di muffa alla sinistra italiana.Già, perché la lettera di intenti recapitata all'Ue almeno un primo effetto positivo l'ha avuto: è stata «sufficiente a dissolvere il bluff su cui si è retta la politica italiana negli ultimi 90 giorni. Fondamentalmente - scrive Luca Ricolfi su La Stampa di oggi - il bluff con cui un po' tutti - sindacati, Confindustria, opposizione - hanno finto che il problema fosse solo l'inerzia del governo, e che invece le cosiddette parti sociali fossero perfettamente consapevoli della gravità della situazione, dell’urgenza di intervenire, della strada da imboccare, delle misure da prendere». Le reazioni che ha suscitato da parte delle forze politiche e sociali dimostrano quello che su questo blog non mi stanco di ripetere. Quello italiano è un blocco, un immobilismo, di sistema, che va ben oltre l'attuale governo e la sola figura di Berlusconi. Pensare che un suo passo indietro possa sbloccare la situazione è o ingenuità o malafede. Può certamente terremotare il sistema politico, ma non di per sé avviare l'Italia sulla via delle riforme necessarie per rilanciarsi. L'hanno capito oltreoceano giornali di così diversa estrazione come New York Times e Wall Street Journal, e in Italia lo sottolineano commentatori come Angelo Panebianco, che oggi sul Corriere denuncia i molti «furbi e ipocriti» e parla del «vorrei ma non posso» del governo e del «potrei ma non voglio» dell'opposizione; e Ricolfi, appunto, che smaschera il «bluff» delle opposizioni, politiche e sociali: «Non appena il governo, incalzato dall'Europa, ha timidamente manifestato l'intenzione di agire su alcuni di quegli stessi nodi che le parti sociali avevano imprudentemente evocato - "modernizzare il sistema di Welfare", "liberalizzazioni", "mercato del lavoro" - sono esplosi i conflitti sia fra le parti sociali sia dentro l'opposizione».
No, non sono idee particolarmente nuove quelle di Renzi, elencate in ben 100 punti - anche troppi - alla Leopolda. Riforme di cui si parla da anni e che tutti sanno essere necessarie. A partire dall'eliminazione delle pensioni di anzianità e dal passaggio al sistema contributivo per tutti; proseguendo con la flexsecurity di Ichino e le privatizzazioni di imprese pubbliche, delle municipalizzate e del patrimonio immobiliare dello Stato; le liberalizzazioni delle professioni e dei servizi pubblici locali, compreso il trasporto pubblico regionale; l'idea molto blairiana della Delivery Unit e di mettere in competizione il pubblico con il pubblico (scuole, università e servizi sanitari); l'abolizione del valore legale del titolo di studio; l'abolizione dell'Irap da finanziare con il taglio dei sussidi alle imprese; la riforma fiscale trasferendo il peso dalle persone e dal lavoro alle cose; e l'immancabile riforma della politica (ritorno all'uninominale; abolizione dei vitalizi dei parlamentari e del finanziamento pubblico sia ai partiti che agli organi di partito), una vera e propria sburocratizzazione dei partiti. Ma per una esaustiva analisi da un punto di vista liberale vi rimando al post di Carlo Stagnaro, su Chicago Blog.
Tra una spolverata e l'altra di demagogia giovanilista, di green e di digital, c'è però un approccio indubbiamente moderno e direi blariano, che per la sinistra rappresenta certamente una novità. Non sono idee nuove, è vero, e se c'è del Veltroni si tratta del Veltroni migliore, quello del Lingotto, ma direi che c'è di più. Purtroppo sono idee ancora largamente minoritarie a sinistra e anche in un partito, il Pd, che millanta cultura di governo e riformista. Minoritarie non solo tra i vertici, che basterebbe "rottamarli", ma - quel che è ancor più preoccupante - nella base. E l'accusa a Renzi di essere di «destra», un «berluschino», è diffusa. La stessa battuta di Bersani sull'«usato anni '80» non è che un maldestro tentativo di addossargli il marchio d'infamia del reaganismo e del thatcherismo. Sarà pure un «usato anni '80», ma meglio un usato sicuro che un usato '900 che aspetta solo di essere rottamato; anche perché in Italia è un usato a chilometri zero, visto che qui di politiche liberali non se ne sono viste, mentre con quelle stataliste di chilometri ne abbiamo fatti almeno 300 mila senza arrivare da nessuna parte.
Un altro momento prezioso dell'incontro alla Leopolda è stato l'intervento di Alessandro Baricco. Raro, davvero raro, sentire da un uomo di cultura, da un "intellettuale" di sinistra, in poche, comprensibili e inequivocabili parole un'autocritica così radicale e sincera. Un «ripasso degli errori», come lui stesso l'ha definito. «Con l'alibi della difesa dei più deboli abbiamo creato un sistema di tutele e privilegi a difesa della mediocrità e del servilismo. Non so come è accaduto, ma è accaduto», mentre «la cosa migliore che possiamo fare per i più deboli è concedergli un sistema dinamico e non un sistema bloccato», perché «il rischio è una chance proprio per i deboli». Una sinistra che oggi è «ciò di più conservativo che c'è in questo Paese». Una sinistra che «ha cercato di vincere a tavolino tutte le partite». Possibile, si è chiesto Baricco, «che tutte le volte che vince l'altro è perché ha barato»?
Sunday, September 11, 2011
10 anni dopo, l'Occidente al bivio
«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».Oggi sono trascorsi dieci anni esatti. C'è una generazione 11 settembre che conserva con assoluta nitidezza la comprensione emotiva di quell'evento, ma nella gran parte della gente e degli uomini di potere è subentrata la «calma» di cui parla Blair nelle sue memorie, che non sempre è il risultato di analisi più razionali. Sapevamo fin dall'inizio che non si sarebbe trattato di una guerra convenzionale, con stati ed eserciti schierati l'uno contro l'altro. Non basta uccidere Hitler, devastare la Germania e il Giappone, per porre fine alle ostilità. Bin Laden è stato ucciso, al Qaeda indebolita, ma la lotta tra l'aspirazione alla libertà e la tirannia del fondamentalismo islamico è ancora in corso, perché è una guerra prima di tutto ideologica, che si combatte, certo, anche nelle nostre società (ed è vitale non abbassare la guardia e riaffermare i nostri valori), ma il cui esito dipenderà dall'evoluzione delle società islamiche. E' in corso in modo decisivo in Medio Oriente, dove i moti di questo 2011 sono stati generati da quell'aspirazione, ma rischiano di essere travolti dall'estremismo. Ne abbiamo avuta vivida dimostrazione l'altro ieri al Cairo.
I successi sul campo sono indubbi. Due dittature sanguinarie non ci sono più (in Afghanistan e in Iraq), esperimenti e primi vagiti democratici sono in corso, anche se non ancora irreversibili. Il fallimento di Bin Laden è sotto gli occhi almeno dei musulmani non del tutto accecati dal fanatismo: la presenza militare americana nei Paesi islamici è aumentata e le masse arabe si sono ribellate non agli Usa, non ai loro governanti "riformisti", ma ai loro tiranni, anche laddove tutto sembrava calmo e piatto: in Egitto, in Libia, persino in Siria e in Iran. Anche un presidente "realista" come Barack Obama si è dovuto piegare all'evidenza della storia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Come ha ricordato Christian Rocca in questi giorni, Obama non ha smantellato né in patria né all'estero l'architettura della guerra al terrorismo messa in piedi dal suo predecessore, nonostante avesse promesso di farlo in campagna elettorale, e in Medio Oriente è dovuto venire a patti con l'unica strategia che resta valida, quella elaborata all'indomani dell'11 settembre dagli odiati Bush e Blair: «Sostituire lo status quo con la promozione della democrazia». Si possono affinare i metodi e calibrare i tempi, ma quella è.
Dopo dieci anni dall'11 settembre, l'Occidente non se la passa bene, afflitto da una crisi economica e politica forse senza precedenti, ma le società che si ispirano ai principi islamici appaiono in una crisi profonda (l'unica area del mondo non occidentale a non aver agganciato il tumultuoso sviluppo di Cina, India e Brasile), e l'islamizzazione è una risposta che non sembra convincere le masse, anche se la partita è ancora aperta.
C'è la tendenza a spiegare il momento di crisi degli Stati Uniti e dell'Occidente con la reazione eccessiva e troppo costosa, militarmente ed economicamente, all'11 settembre, ma Charles Krauthammer ha brillantemente respinto queste teorie:
«Our current difficulties and gloom are almost entirely economic in origin, the bitter fruit of misguided fiscal, regulatory and monetary policies that had nothing to do with 9/11. America's current demoralization is not a result of the war on terror. On the contrary. The denigration of the war on terror is the result of our current demoralization, of retroactively reading today's malaise into the real - and successful - history of our 9/11 response».L'unico motivo di pessimismo in questo decimo anniversario è proprio lo stato di torpore e sfiducia in se stesso in cui sembra essere piombato l'Occidente. Che non sembra più credere nei valori che lo hanno reso grande, dominante, e che si riassumono nelle sei killer application descritte da Niall Ferguson nel suo "Civilization". E' dentro di noi in quanto individui e in quanto società ciò che può farci perdere la guerra al fondamentalismo islamico e che può condannarci al declino dinanzi all'ascesa dei giganti asiatici. Abbiamo ingabbiato noi stessi la vitalità dei nostri sistemi politici ed economici, cedendo alle lusinghe dello statalismo, alle false sicurezze «dalla culla alla tomba». Chi più chi meno, in Europa e negli Stati Uniti, tutti condividiamo le stesse storture: spesa pubblica eccessiva, debiti insostenibili, politica monetaria facile, rigidità dei mercati, politici incapaci di prendere decisioni. Ciò significa un'allocazione inefficiente e distorta delle risorse umane e materiali, corruzione e sprechi, immobilismo. In questo modo non riusciamo più a sfruttare al meglio le killer apps che noi stessi abbiamo inventato.
Dieci anni dopo l'11 settembre, l'Occidente è al bivio, ma non sotto i colpi dei terroristi. O si lascia alle spalle il Novecento e riesce ad autoriformarsi, ritrovando se stesso, o è perduto.
Concludo quindi questo post-anniversario con un pensiero alle vittime, ai loro famigliari, e a tutti coloro che in questi dieci anni hanno dedicato e talvolta sacrificato le loro vite nella guerra al terrorismo, e ancora con le parole di uno di loro, Tony Blair:
«... credo che all'estero dovremo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; ritengo che sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno... siamo diventati troppo umili, troppo fiacchi, troppo inibiti, attanagliati da troppi dubbi, e ci mancano obiettivi chiari. Il nostro stile di vita, i valori, che ci hanno resi grandi, rimangono per noi in quanto nazioni non solo come testamento, ma come messaggeri del progresso umano; non sono i ruderi di una politica un tempo gloriosa, bensì lo spirito vitale di una visione ottimista della storia umana. Non ci resta che tornare ad applicarli alle circostanze in mutamento anziché accantonarli considerandoli ormai inutili».
Friday, July 08, 2011
E adesso?
Era nell'aria, i segnali si accumulavano da tempo. E la manovra che contraddice la promessa aurea di non mettere le mani nelle tasche degli italiani è stata, forse, lo spartiacque. Berlusconi annuncia che non si ricandiderà alle politiche del 2013 e affida il suo annuncio al giornale del suo arci nemico De Benedetti: la Repubblica. Quasi ad invocare magnanimità almeno nell'ora del passaggio del testimone, e in qualche modo a riconoscere al suo acerrimo nemico di averlo combattuto in modo anche scorretto e violento, ma a viso aperto, alla luce del sole, al contrario della faziosità infida, perché dissimulata, di altri giornali cosiddetti della "borghesia".
I segnali, dicevamo, si erano accumulati. Forse, sul fronte giudiziario, il caso Ruby ha definitivamente fiaccato la volontà del Cavaliere. Da mesi comunque il suo ruolo in seno all'Esecutivo è sempre più quello del mediatore, del primus inter pares, piuttosto che del leader e del trascinatore; dopo lo scontro con Fini, l'iniziativa politica è andata via via scemando e si è ridotta ad una lunga e sfiancante campagna acquisti in Parlamento - che non è stata a mio avviso secondaria nel determinare la sconfitta alle amministrative. Nel frattempo, un altro sintomo della progressiva perdita di iniziativa e centralità politica di Berlusconi, è l'accrescersi del protagonismo di Napolitano (persino in aperto sostegno alle scelte economiche di Tremonti), fino ad arrivare al paradosso, di questi ultimi due giorni, di un premier che rinnega apertamente un'importante scelta di politica estera come la partecipazione alla campagna libica e che non nasconde la propria irritazione per una politica economica che sente lontanissima dai suoi principi. Insomma, è come se Berlusconi si fosse già dimesso, tanto che ieri pomeriggio, su Facebook, lanciavo la provocazione di un governo ormai, de facto, Napolitano-Tremonti.
Una scelta per quanto mi riguarda saggia quella di passare la mano alle prossime elezioni, resa inevitabile innanzitutto per motivi anagrafici: sia perché l'operatività che si richiede ad un premier è troppa anche per un tipo energico come Berlusconi, che nel 2013 avrebbe 77 anni; sia perché, a prescindere dai meriti che si possano o meno rivendicare dinanzi all'opinione pubblica, arriva prima o poi il momento in una democrazia in cui la gente chiede volti nuovi a prescindere. Ed è giusto, auspicabile che sia così. Anche se, ovviamente, l'orizzonte è tutt'altro che roseo e abbiamo la certezza che la fine della premiership di Berlusconi non coinciderà con l'incamminarsi del Paese verso la risoluzione dei suoi problemi. Anzi, c'è da temere il contrario. Sia per l'assenza di un'alternativa responsabile a sinistra, sia per il rischio concreto che la tutela che la magistratura politicizzata vuole imporre sulla nostra democrazia non trovi più alcun argine, non scorgendo all'orizzonte leader altrettanto forti, sia politicamente che patrimonialmente, come Berlusconi.
Ma è stato opportuno da parte del premier annunciare pubblicamente la sua prossima uscita di scena? E' vero che era nell'aria, nelle conversazioni private Berlusconi già vi accennava, e che la sua autorità appariva già da mesi erosa all'interno della stessa compagine governativa. Eppure, il parlarne in privato e l'annuncio pubblico rischiano di non attenuare la conflittualità interna ed esterna al governo, bensì di aumentare i tentativi e i fattori di destabilizzazione. Insomma, se da questo annuncio Berlusconi spera di ricavare vantaggi in termini di una ritrovata serenità all'interno del Pdl, e della maggioranza, e di una minore aggressività nei suoi confronti, e nei confronti del governo, da parte delle opposizioni - politiche, giudiziarie e mediatiche - e così di risparmiarsi un "Piazzale Loreto", temo che dovrà presto ricredersi.
Nella sua autobiografia Tony Blair dedica uno spazio molto rilevante al tormentato periodo del suo passaggio di consegne. Ed è qui che ammette esplicitamente di aver commesso degli errori. L'aver parlato privatamente al suo ministro del Tesoro, Gordon Brown, della sua intenzione di ritirarsi prima della fine del mandato, averglielo persino promesso di fronte alle insistenze di quest'ultimo perché lo annunciasse pubblicamente, e l'essersi infine arreso ad annunciarlo in pubblico, ha aumentato, non placato, le incomprensioni, le diffidenze e gli scontri fra i due, così come non si è placata l'aggressività dei media nei suoi confronti, arrivati quasi al linciaggio quotidiano. Ma soprattutto, si era illuso che tutto ciò avrebbe favorito un clima di serenità nel governo, e in particolare nei rapporti con il Tesoro, permettendogli così di completare l'ambizioso processo di riforme a cui teneva più di ogni altra cosa. Non è andata così: si è ritrovato a scontrarsi con un Gordon Brown che, sempre più ansioso di avere lui il totale controllo sulle decisioni di politica economica, così da preparare il terreno alla sua elezione, non faceva altro che mettergli i bastoni tra le ruote (già, messa giù così pare proprio di rivedere Tremonti). Blair quindi riconosce nel suo libro che il suo annuncio è coinciso con la perdita di fatto, in quello stesso istante, della residua autorità e autorevolezza da premier. Non annunciate la data del vostro ritiro se intendete fare ancora delle cose al governo, suggerisce.
Pur con tutte le dovute differenze, questo per dire che l'annuncio di Berlusconi rischia non solo di non attenuare le divisioni interne e l'aggressività delle opposizioni, ma di scatenarle definitivamente. Il rischio è che prevalga l'istinto animalesco all'odore del sangue dell'avversario politico e non il senso di responsabilità. Dopo oggi le elezioni nel 2012 anziché nel 2013 sono più probabili.
Adesso si aprirà anche la stagione dei bilanci. Al di là del merito - avremo molte occasioni per tornarci - credo che sia importante il metodo. Inutile aspettarsi dalla sinistra - politica e giornalistica - un contributo obiettivo ed «equanime», invocato non molto tempo fa da Giuliano Ferrara su Il Foglio. Più probabile una nuova "Piazzale Loreto", o un "Hotel Rafael". Piuttosto, a mio avviso riveste un'importanza decisiva che un giudizio equanime su Berlusconi sappia elaborarlo il centrodestra, e il Pdl in particolare. Il che non è affatto scontato. Che sappiano evitare una squallida corsa a smarcarsi dal berlusconismo, ma che sappiano anche individuare limiti ed errori di Berlusconi, e di chi in questi anni - e sono in molti - gli è stato o gli è passato al fianco, e trarre lezione sia da essi che dalle attenuanti e dagli alibi, non tutti infondati, che il Cavaliere può addurre.
I segnali, dicevamo, si erano accumulati. Forse, sul fronte giudiziario, il caso Ruby ha definitivamente fiaccato la volontà del Cavaliere. Da mesi comunque il suo ruolo in seno all'Esecutivo è sempre più quello del mediatore, del primus inter pares, piuttosto che del leader e del trascinatore; dopo lo scontro con Fini, l'iniziativa politica è andata via via scemando e si è ridotta ad una lunga e sfiancante campagna acquisti in Parlamento - che non è stata a mio avviso secondaria nel determinare la sconfitta alle amministrative. Nel frattempo, un altro sintomo della progressiva perdita di iniziativa e centralità politica di Berlusconi, è l'accrescersi del protagonismo di Napolitano (persino in aperto sostegno alle scelte economiche di Tremonti), fino ad arrivare al paradosso, di questi ultimi due giorni, di un premier che rinnega apertamente un'importante scelta di politica estera come la partecipazione alla campagna libica e che non nasconde la propria irritazione per una politica economica che sente lontanissima dai suoi principi. Insomma, è come se Berlusconi si fosse già dimesso, tanto che ieri pomeriggio, su Facebook, lanciavo la provocazione di un governo ormai, de facto, Napolitano-Tremonti.
Una scelta per quanto mi riguarda saggia quella di passare la mano alle prossime elezioni, resa inevitabile innanzitutto per motivi anagrafici: sia perché l'operatività che si richiede ad un premier è troppa anche per un tipo energico come Berlusconi, che nel 2013 avrebbe 77 anni; sia perché, a prescindere dai meriti che si possano o meno rivendicare dinanzi all'opinione pubblica, arriva prima o poi il momento in una democrazia in cui la gente chiede volti nuovi a prescindere. Ed è giusto, auspicabile che sia così. Anche se, ovviamente, l'orizzonte è tutt'altro che roseo e abbiamo la certezza che la fine della premiership di Berlusconi non coinciderà con l'incamminarsi del Paese verso la risoluzione dei suoi problemi. Anzi, c'è da temere il contrario. Sia per l'assenza di un'alternativa responsabile a sinistra, sia per il rischio concreto che la tutela che la magistratura politicizzata vuole imporre sulla nostra democrazia non trovi più alcun argine, non scorgendo all'orizzonte leader altrettanto forti, sia politicamente che patrimonialmente, come Berlusconi.
Ma è stato opportuno da parte del premier annunciare pubblicamente la sua prossima uscita di scena? E' vero che era nell'aria, nelle conversazioni private Berlusconi già vi accennava, e che la sua autorità appariva già da mesi erosa all'interno della stessa compagine governativa. Eppure, il parlarne in privato e l'annuncio pubblico rischiano di non attenuare la conflittualità interna ed esterna al governo, bensì di aumentare i tentativi e i fattori di destabilizzazione. Insomma, se da questo annuncio Berlusconi spera di ricavare vantaggi in termini di una ritrovata serenità all'interno del Pdl, e della maggioranza, e di una minore aggressività nei suoi confronti, e nei confronti del governo, da parte delle opposizioni - politiche, giudiziarie e mediatiche - e così di risparmiarsi un "Piazzale Loreto", temo che dovrà presto ricredersi.
Nella sua autobiografia Tony Blair dedica uno spazio molto rilevante al tormentato periodo del suo passaggio di consegne. Ed è qui che ammette esplicitamente di aver commesso degli errori. L'aver parlato privatamente al suo ministro del Tesoro, Gordon Brown, della sua intenzione di ritirarsi prima della fine del mandato, averglielo persino promesso di fronte alle insistenze di quest'ultimo perché lo annunciasse pubblicamente, e l'essersi infine arreso ad annunciarlo in pubblico, ha aumentato, non placato, le incomprensioni, le diffidenze e gli scontri fra i due, così come non si è placata l'aggressività dei media nei suoi confronti, arrivati quasi al linciaggio quotidiano. Ma soprattutto, si era illuso che tutto ciò avrebbe favorito un clima di serenità nel governo, e in particolare nei rapporti con il Tesoro, permettendogli così di completare l'ambizioso processo di riforme a cui teneva più di ogni altra cosa. Non è andata così: si è ritrovato a scontrarsi con un Gordon Brown che, sempre più ansioso di avere lui il totale controllo sulle decisioni di politica economica, così da preparare il terreno alla sua elezione, non faceva altro che mettergli i bastoni tra le ruote (già, messa giù così pare proprio di rivedere Tremonti). Blair quindi riconosce nel suo libro che il suo annuncio è coinciso con la perdita di fatto, in quello stesso istante, della residua autorità e autorevolezza da premier. Non annunciate la data del vostro ritiro se intendete fare ancora delle cose al governo, suggerisce.
Pur con tutte le dovute differenze, questo per dire che l'annuncio di Berlusconi rischia non solo di non attenuare le divisioni interne e l'aggressività delle opposizioni, ma di scatenarle definitivamente. Il rischio è che prevalga l'istinto animalesco all'odore del sangue dell'avversario politico e non il senso di responsabilità. Dopo oggi le elezioni nel 2012 anziché nel 2013 sono più probabili.
Adesso si aprirà anche la stagione dei bilanci. Al di là del merito - avremo molte occasioni per tornarci - credo che sia importante il metodo. Inutile aspettarsi dalla sinistra - politica e giornalistica - un contributo obiettivo ed «equanime», invocato non molto tempo fa da Giuliano Ferrara su Il Foglio. Più probabile una nuova "Piazzale Loreto", o un "Hotel Rafael". Piuttosto, a mio avviso riveste un'importanza decisiva che un giudizio equanime su Berlusconi sappia elaborarlo il centrodestra, e il Pdl in particolare. Il che non è affatto scontato. Che sappiano evitare una squallida corsa a smarcarsi dal berlusconismo, ma che sappiano anche individuare limiti ed errori di Berlusconi, e di chi in questi anni - e sono in molti - gli è stato o gli è passato al fianco, e trarre lezione sia da essi che dalle attenuanti e dagli alibi, non tutti infondati, che il Cavaliere può addurre.
Wednesday, April 20, 2011
Al loro cospetto Gheddafi è un gigante
Una falsa neutralità che viene ogni giorno di più contraddetta nei fatti, un intervento definito «umanitario» che sta sconfinando in una guerra vera e propria e se non lo fa, rischia di essere vano. Capi di governo, ministri degli Esteri, e una stampa addomesticata, quasi distratta (ben diversa da quella che inseguiva con il forcone Bush e Blair, riportando avidamente la conta dei morti) continuano a parlare e a scrivere dell'intervento occidentale in Libia con un'ipocrisia giunta ormai a livelli insopportabili di disgusto. E tutto questo per che cosa? Per negare la scelta eminentemente politica di favorire un regime change in Libia, quando è divenuto palese che sono i libici a chiederlo; per poter rivendicare di aver agito in modo «multilaterale», in ossequio al mandato ricevuto dalle Nazioni Unite.
E allora ecco che le bombe diventano «umanitarie», non colpiscono i civili (ma di fatto neanche le forze di Gheddafi sufficientemente); che si agisce nel rispetto della risoluzione dell'Onu, mentre in realtà né più né meno di quanto si fece nei confronti dell'Iraq di Saddam; si ripete ossessivamente che ci si limita a proteggere i civili, mentre in realtà si fornisce un'incoerente e improvvisata copertura aerea ai ribelli, si mandano armi e consiglieri militari ad una delle due parti in conflitto. Non curandosi del fatto che per far sembrare tutto nei limiti si sta rendendo inefficace l'intervento, persino la mera protezione dei civili: i bombardamenti occidentali - tardivi e troppo "umanitari" - non faranno cadere Gheddafi ma non stanno neanche evitando che Misurata possa trasformarsi in una nuova Sarajevo. E alla fine la beffa è che non si riescono nemmeno a salvare le apparenze. In sostanza, un'ipocrisia, che porta con sé un'inefficacia militare sul campo, dettata dall'interesse meramente politico dei leader coinvolti a non apparire in patria come Bush e Blair, a non riabilitarne con le loro azioni le controverse scelte.
Be', se questa è la preoccupazione, possono dormire sonni tranquilli. Ben altra tempra e ben altra visione, ben altro coraggio politico avevano Bush e Blair. Pur con tutti i loro errori, dopo neanche un mese dall'inizio della guerra Saddam era caduto. Certo, hanno sottovalutato ciò che sarebbe avvenuto dopo, ma non si sono fatti prendere per il naso dal dittatore ed è stata una guerra di liberazione voluta e rivendicata, senza attribuire pelosamente all'Onu una moralità superiore, che è lungi dall'appartenergli, a scapito dell'efficacia dell'azione.
Sono stato un interventista della prima, anzi primissima ora, quando forse la no-fly zone e alcuni bombardamenti ben mirati sarebbero bastati a far cadere Gheddafi. Ma si sarebbe dovuto agire subito, senza l'Onu, in modo «unilaterale». Quasi una bestemmia per alcuni. E' come se il "diplomaticamente corretto", e non la giustezza e l'efficacia, sia il principale parametro di giudizio di una decisione e di un'azione politica. Per quanto tutti si sforzino, non è e non sarà mai così e le contraddizioni stanno venendo a galla. L'unica differenza con l'Iraq è l'acquiescenza dei media, ma anche in Libia una risoluzione dell'Onu volutamente e inevitabilmente ambigua viene utilizzata per giustificare un intervento militare il cui scopo - taciuto ma manifesto - è il regime change. Con l'aggravante però che quest'ultimo sta fallendo, rischia di fallire, sotto il peso delle ipocrisie, o di costare molto di più.
L'America di Obama spicca per l'assenza di leadership, si è sfilata ed è venuto meno circa il 75% della potenza di fuoco alleata, quindi dell'unica pressione che Gheddafi mostra di comprendere, quella della forza. L'Europa si conferma un nano politico e militare. La notizia dell'invio - adesso ufficiale - di consiglieri militari ad aiutare i ribelli induce a pensare ad una escalation. E ciò che era evitabile se si fosse agito subito - un intervento di terra - sembra sempre più inevitabile se non si vuole andare incontro ad una bruciante sconfitta e ad una vera e propria umiliazione. Adesso anche chi appoggiò la guerra irachena, pur di criticare questa insinua il paragone con il Vietnam. E' una tentazione cui bisogna sfuggire, per non cadere nella stessa strumentalità dei "pacifinti" di allora.
Per quanto mi spaventi e mi addolori, il pensiero che al cospetto dei leader che abbiamo in sorte Gheddafi sia un gigante - politico e militare - si rafforza, fin quasi all'ammirazione. Questo però non mi impedisce di pregare per una sua rapida sconfitta e di dire basta ai paragoni col Vietnam, che suonano come una iettatura.
E allora ecco che le bombe diventano «umanitarie», non colpiscono i civili (ma di fatto neanche le forze di Gheddafi sufficientemente); che si agisce nel rispetto della risoluzione dell'Onu, mentre in realtà né più né meno di quanto si fece nei confronti dell'Iraq di Saddam; si ripete ossessivamente che ci si limita a proteggere i civili, mentre in realtà si fornisce un'incoerente e improvvisata copertura aerea ai ribelli, si mandano armi e consiglieri militari ad una delle due parti in conflitto. Non curandosi del fatto che per far sembrare tutto nei limiti si sta rendendo inefficace l'intervento, persino la mera protezione dei civili: i bombardamenti occidentali - tardivi e troppo "umanitari" - non faranno cadere Gheddafi ma non stanno neanche evitando che Misurata possa trasformarsi in una nuova Sarajevo. E alla fine la beffa è che non si riescono nemmeno a salvare le apparenze. In sostanza, un'ipocrisia, che porta con sé un'inefficacia militare sul campo, dettata dall'interesse meramente politico dei leader coinvolti a non apparire in patria come Bush e Blair, a non riabilitarne con le loro azioni le controverse scelte.
Be', se questa è la preoccupazione, possono dormire sonni tranquilli. Ben altra tempra e ben altra visione, ben altro coraggio politico avevano Bush e Blair. Pur con tutti i loro errori, dopo neanche un mese dall'inizio della guerra Saddam era caduto. Certo, hanno sottovalutato ciò che sarebbe avvenuto dopo, ma non si sono fatti prendere per il naso dal dittatore ed è stata una guerra di liberazione voluta e rivendicata, senza attribuire pelosamente all'Onu una moralità superiore, che è lungi dall'appartenergli, a scapito dell'efficacia dell'azione.
Sono stato un interventista della prima, anzi primissima ora, quando forse la no-fly zone e alcuni bombardamenti ben mirati sarebbero bastati a far cadere Gheddafi. Ma si sarebbe dovuto agire subito, senza l'Onu, in modo «unilaterale». Quasi una bestemmia per alcuni. E' come se il "diplomaticamente corretto", e non la giustezza e l'efficacia, sia il principale parametro di giudizio di una decisione e di un'azione politica. Per quanto tutti si sforzino, non è e non sarà mai così e le contraddizioni stanno venendo a galla. L'unica differenza con l'Iraq è l'acquiescenza dei media, ma anche in Libia una risoluzione dell'Onu volutamente e inevitabilmente ambigua viene utilizzata per giustificare un intervento militare il cui scopo - taciuto ma manifesto - è il regime change. Con l'aggravante però che quest'ultimo sta fallendo, rischia di fallire, sotto il peso delle ipocrisie, o di costare molto di più.
L'America di Obama spicca per l'assenza di leadership, si è sfilata ed è venuto meno circa il 75% della potenza di fuoco alleata, quindi dell'unica pressione che Gheddafi mostra di comprendere, quella della forza. L'Europa si conferma un nano politico e militare. La notizia dell'invio - adesso ufficiale - di consiglieri militari ad aiutare i ribelli induce a pensare ad una escalation. E ciò che era evitabile se si fosse agito subito - un intervento di terra - sembra sempre più inevitabile se non si vuole andare incontro ad una bruciante sconfitta e ad una vera e propria umiliazione. Adesso anche chi appoggiò la guerra irachena, pur di criticare questa insinua il paragone con il Vietnam. E' una tentazione cui bisogna sfuggire, per non cadere nella stessa strumentalità dei "pacifinti" di allora.
Per quanto mi spaventi e mi addolori, il pensiero che al cospetto dei leader che abbiamo in sorte Gheddafi sia un gigante - politico e militare - si rafforza, fin quasi all'ammirazione. Questo però non mi impedisce di pregare per una sua rapida sconfitta e di dire basta ai paragoni col Vietnam, che suonano come una iettatura.
Friday, April 15, 2011
A scuola di statalismo. In che senso il nostro sistema scolastico è “comunista”
Anche su rightnation.it e taccuinopolitico.it
Al di là dell’ultima polemica sui libri di testo – girano per le classi libri di storia indegni, lo sappiamo tutti, inutile prendersi in giro, l’hanno sottolineato anche intellettuali come Paolo Mieli ed Ernesto Galli Della Loggia – il problema va ben oltre qualche manuale un po’ troppo partigiano. Subito si sono levati gli scudi in nome della «libertà d’insegnamento», principio che viene spesso citato a sproposito e che così formulato non trova in realtà alcuna ragione per meritare una tutela particolare. Innanzitutto, già il riferimento all’«insegnamento», e non all’«educazione», indica che l’accento viene posto su chi insegna, che dovrebbe essere “libero”, e non sugli alunni e i loro genitori, cui evidentemente non si riconosce una eguale libertà educativa. Ma in concreto, con quell’espressione si intende davvero la libertà del singolo insegnante di insegnare ciò che vuole e come vuole? Se è così, già oggi quella libertà è negata principalmente dallo Stato, che impone programmi e metodi e che monopolizza il 95 per cento del sistema dell’istruzione. Ma a ben vedere proprio per questo è una libertà che non ha alcun senso rivendicare. La libertà di cui si dovrebbe parlare non è quella del singolo insegnante, ma da un lato quella di ciascuno di poter istituire una scuola riconosciuta come tale dalla comunità, rispettando alcuni semplici e ragionevoli criteri, quindi la libertà dei diversi progetti educativi di poter competere tra di loro nella formazione dei giovani; dall’altro, la libertà di ciascuno di scegliere per i propri figli il progetto educativo, quindi la scuola, che ritiene migliore.
Oggi in Italia questa libertà non c’è. Non solo per il monopolio pressoché totale della scuola pubblica, quindi di un solo progetto educativo – o meglio, di diversi progetti educativi che però promanano da un unico attore sociale. Un attore che – è bene ricordarlo per sottrarsi ai retaggi e ai riflessi dell’hegelismo imperante nella nostra cultura politica – non è un ente astratto, obiettivo ed imparziale, dotato di moralità propria, ma si incarna in un preciso gruppo di persone, con braccia, gambe, occhi e a volte persino testa. Ma addirittura oggi non è possibile scegliere tra le diverse scuole pubbliche, se non ricorrendo a sotterfugi e conoscenze. Le iscrizioni seguono di norma un criterio territoriale (il domicilio), all’oscuro dei risultati e quindi della qualità della scuola cui si sta iscrivendo il proprio figlio, della sezione e degli insegnanti che gli capiteranno in sorte. Per prima cosa, dunque, la “libertà di insegnamento” dovrebbe sottomettersi al giudizio dei risultati; poi, la libertà di offrire il proprio progetto educativo dovrebbe conciliarsi con il diritto dei genitori a scegliere quello che credono migliore per i propri figli. Di questa libertà negata nessuno sembra preoccuparsi.
Se di frequente la questione dei libri di testo viene sollevata, è proprio perché il mito della “libertà di insegnamento” non si realizza nella scuola pubblica. Gli insegnanti sono culturalmente, prima che politicamente, omologati e i libri adottati sono quasi sempre gli stessi. E ciò permette ad una vera e propria lobby dell’editoria scolastica di imporre la propria visione in pressoché tutte le classi. A causa dell’altissimo tasso di uniformità culturale, il docente che volesse distinguersi, esercitando dunque la propria mitica “libertà di insegnamento”, andrebbe incontro alle stigmate della “devianza”, sarebbe individuato come “eccentrico”, susciterebbe perplessità, sia da parte dei colleghi che dei genitori dei ragazzi, sulla propria competenza e persino sul proprio equilibrio personale, rischierebbe fino alla marginalizzazione sul posto di lavoro.
Si dirà che l’accesso alla carriera scolastica è aperto a tutti, a prescindere dal proprio orientamento politico-culturale, ma se il risultato che si determina nella scuola pubblica – e quindi nella scuola tout court – è comunque di un orientamento culturale nettamente predominante rispetto agli altri, ciò non può non condizionare i progetti educativi verso l’omologazione e quindi non può non essere riconosciuto come un problema. Un problema che dovrebbe essere percepito come grave proprio da chi straparla di libertà. Perché limita, direi nega, la libertà di educazione. Non si tratta di una banale questione politica destra-sinistra, ma di indirizzo culturale. Di destra o di sinistra, la cultura predominante nella scuola è quella statalista. E non potrebbe essere altrimenti – in questo bisogna riconoscere una coerenza e persino una efficienza nel nostro sistema scolastico – considerando l’attore sociale da cui promanano tutti i progetti educativi e a cui spetta la selezione del corpo insegnanti: lo Stato.
La scuola in Italia è “comunista” non nel senso che gli insegnanti sono “comunisti”, politicamente di sinistra. Sarebbe il meno. Lo è innanzitutto in quanto sistema collettivista, statalizzato quindi statalista, quasi “sovietico” nell’inseguire il mito dell’eguaglianza, al ribasso rispetto alla qualità e al pluralismo culturale. Uniforme nella cultura ma non nella qualità, questa scuola produce da decenni un progressivo appiattimento degli standard educativi verso il basso e, pur in una certa dicotomia destra-sinistra, un conformismo statalista. Nonostante la sfiducia nelle istituzioni e lo scarso senso civico degli italiani, continua a crescere cittadini nel mito dello Stato, disillusi proprio perché allo Stato attribuiscono una presunta moralità superiore che non gli appartiene e compiti che è strutturalmente incapace di assolvere.
E se volessi che mio figlio non si abbeveri alle culture stataliste dominanti nella scuola? Mi si riconosce questa libertà? Anche qui l’ipocrita risponde: “Va bene le scuole private, ma fatevele da soli”. Ok, ma ridammi indietro le tasse che pago, almeno la quota corrispondente ai costi che lo Stato non dovrebbe più sostenere per i miei figli se li iscrivessi ad una scuola non statale. Ad oggi invece lo Stato garantisce sì l’istruzione, ma solo a chi sceglie il suo progetto formativo – bella libertà! – e le poche scuole private che ci sono, sono accessibili solo alle famiglie più ricche. E a ben vedere sia le pubbliche che le private non abitano un contesto di reale competizione necessario a migliorare la qualità delle une e delle altre. La soluzione più ragionevole ed efficiente sarebbe la via “blairiana” di mettere scuole pubbliche e private sullo stesso piano, anzi, eliminare proprio la distinzione, con scuole pubbliche in competizione tra loro ma che si reggono su fondi (e gestione) sia pubblici che privati.
Al di là dell’ultima polemica sui libri di testo – girano per le classi libri di storia indegni, lo sappiamo tutti, inutile prendersi in giro, l’hanno sottolineato anche intellettuali come Paolo Mieli ed Ernesto Galli Della Loggia – il problema va ben oltre qualche manuale un po’ troppo partigiano. Subito si sono levati gli scudi in nome della «libertà d’insegnamento», principio che viene spesso citato a sproposito e che così formulato non trova in realtà alcuna ragione per meritare una tutela particolare. Innanzitutto, già il riferimento all’«insegnamento», e non all’«educazione», indica che l’accento viene posto su chi insegna, che dovrebbe essere “libero”, e non sugli alunni e i loro genitori, cui evidentemente non si riconosce una eguale libertà educativa. Ma in concreto, con quell’espressione si intende davvero la libertà del singolo insegnante di insegnare ciò che vuole e come vuole? Se è così, già oggi quella libertà è negata principalmente dallo Stato, che impone programmi e metodi e che monopolizza il 95 per cento del sistema dell’istruzione. Ma a ben vedere proprio per questo è una libertà che non ha alcun senso rivendicare. La libertà di cui si dovrebbe parlare non è quella del singolo insegnante, ma da un lato quella di ciascuno di poter istituire una scuola riconosciuta come tale dalla comunità, rispettando alcuni semplici e ragionevoli criteri, quindi la libertà dei diversi progetti educativi di poter competere tra di loro nella formazione dei giovani; dall’altro, la libertà di ciascuno di scegliere per i propri figli il progetto educativo, quindi la scuola, che ritiene migliore.
Oggi in Italia questa libertà non c’è. Non solo per il monopolio pressoché totale della scuola pubblica, quindi di un solo progetto educativo – o meglio, di diversi progetti educativi che però promanano da un unico attore sociale. Un attore che – è bene ricordarlo per sottrarsi ai retaggi e ai riflessi dell’hegelismo imperante nella nostra cultura politica – non è un ente astratto, obiettivo ed imparziale, dotato di moralità propria, ma si incarna in un preciso gruppo di persone, con braccia, gambe, occhi e a volte persino testa. Ma addirittura oggi non è possibile scegliere tra le diverse scuole pubbliche, se non ricorrendo a sotterfugi e conoscenze. Le iscrizioni seguono di norma un criterio territoriale (il domicilio), all’oscuro dei risultati e quindi della qualità della scuola cui si sta iscrivendo il proprio figlio, della sezione e degli insegnanti che gli capiteranno in sorte. Per prima cosa, dunque, la “libertà di insegnamento” dovrebbe sottomettersi al giudizio dei risultati; poi, la libertà di offrire il proprio progetto educativo dovrebbe conciliarsi con il diritto dei genitori a scegliere quello che credono migliore per i propri figli. Di questa libertà negata nessuno sembra preoccuparsi.
Se di frequente la questione dei libri di testo viene sollevata, è proprio perché il mito della “libertà di insegnamento” non si realizza nella scuola pubblica. Gli insegnanti sono culturalmente, prima che politicamente, omologati e i libri adottati sono quasi sempre gli stessi. E ciò permette ad una vera e propria lobby dell’editoria scolastica di imporre la propria visione in pressoché tutte le classi. A causa dell’altissimo tasso di uniformità culturale, il docente che volesse distinguersi, esercitando dunque la propria mitica “libertà di insegnamento”, andrebbe incontro alle stigmate della “devianza”, sarebbe individuato come “eccentrico”, susciterebbe perplessità, sia da parte dei colleghi che dei genitori dei ragazzi, sulla propria competenza e persino sul proprio equilibrio personale, rischierebbe fino alla marginalizzazione sul posto di lavoro.
Si dirà che l’accesso alla carriera scolastica è aperto a tutti, a prescindere dal proprio orientamento politico-culturale, ma se il risultato che si determina nella scuola pubblica – e quindi nella scuola tout court – è comunque di un orientamento culturale nettamente predominante rispetto agli altri, ciò non può non condizionare i progetti educativi verso l’omologazione e quindi non può non essere riconosciuto come un problema. Un problema che dovrebbe essere percepito come grave proprio da chi straparla di libertà. Perché limita, direi nega, la libertà di educazione. Non si tratta di una banale questione politica destra-sinistra, ma di indirizzo culturale. Di destra o di sinistra, la cultura predominante nella scuola è quella statalista. E non potrebbe essere altrimenti – in questo bisogna riconoscere una coerenza e persino una efficienza nel nostro sistema scolastico – considerando l’attore sociale da cui promanano tutti i progetti educativi e a cui spetta la selezione del corpo insegnanti: lo Stato.
La scuola in Italia è “comunista” non nel senso che gli insegnanti sono “comunisti”, politicamente di sinistra. Sarebbe il meno. Lo è innanzitutto in quanto sistema collettivista, statalizzato quindi statalista, quasi “sovietico” nell’inseguire il mito dell’eguaglianza, al ribasso rispetto alla qualità e al pluralismo culturale. Uniforme nella cultura ma non nella qualità, questa scuola produce da decenni un progressivo appiattimento degli standard educativi verso il basso e, pur in una certa dicotomia destra-sinistra, un conformismo statalista. Nonostante la sfiducia nelle istituzioni e lo scarso senso civico degli italiani, continua a crescere cittadini nel mito dello Stato, disillusi proprio perché allo Stato attribuiscono una presunta moralità superiore che non gli appartiene e compiti che è strutturalmente incapace di assolvere.
E se volessi che mio figlio non si abbeveri alle culture stataliste dominanti nella scuola? Mi si riconosce questa libertà? Anche qui l’ipocrita risponde: “Va bene le scuole private, ma fatevele da soli”. Ok, ma ridammi indietro le tasse che pago, almeno la quota corrispondente ai costi che lo Stato non dovrebbe più sostenere per i miei figli se li iscrivessi ad una scuola non statale. Ad oggi invece lo Stato garantisce sì l’istruzione, ma solo a chi sceglie il suo progetto formativo – bella libertà! – e le poche scuole private che ci sono, sono accessibili solo alle famiglie più ricche. E a ben vedere sia le pubbliche che le private non abitano un contesto di reale competizione necessario a migliorare la qualità delle une e delle altre. La soluzione più ragionevole ed efficiente sarebbe la via “blairiana” di mettere scuole pubbliche e private sullo stesso piano, anzi, eliminare proprio la distinzione, con scuole pubbliche in competizione tra loro ma che si reggono su fondi (e gestione) sia pubblici che privati.
Wednesday, February 09, 2011
L'epoca del liberalismo muscolare
Su taccuinopolitico.it e rightnation.it
Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.
A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
LEGGI TUTTO
Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.
A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
LEGGI TUTTO
Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
People were led to believe that "multiculturalism" meant multiracialism, or pluralism. It did not. Nevertheless, for years anybody who criticized multiculturalism was immediately decried as a "racist". But the true character and effects of the policy could not be permanently hidden. State-sponsored multiculturalism treated European countries like hostelries. It judged that the state should not "impose" rules and values on newcomers. Rather, it should bend over backwards to accommodate the demands of immigrants. The resultant policy was that states treated and judged people by the criteria of whatever "community" they found themselves born into.
Monday, January 24, 2011
Contro Blair l'odio di menti confuse
The Blair Hitch Project è il titolo di questo brillante articolo in cui Christopher Hitchens racconta il suo dibattito pubblico (sulla religione) con l'ex primo ministro britannico. A proposito di Blair, oggetto ormai più dello stesso Bush dell'odio di menti piuttosto confuse, ecco cosa ha da dire Hitch:
When Tony Blair took office, Slobodan Miloševic was cleansing and raping the republics of the former Yugoslavia. Mullah Omar was lending Osama bin Laden the hinterland of a failed and rogue state. Charles Taylor of Liberia was leading a hand-lopping militia of enslaved children across the frontier of Sierra Leone, threatening a blood-diamond version of Rwanda in West Africa. And the wealth and people of Iraq were the abused private property of Saddam Hussein and his crime family. Today, all of these Caligula figures are at least out of power, and at the best either dead or on trial. How can anybody with a sense of history not grant Blair some portion of credit for this? And how can anybody with a tincture of moral sense go into a paroxysm and yell that it is he who is the war criminal? It is as if all the civilians murdered by al-Qaeda and the Taliban in Iraq and Afghanistan are to be charged to his account. This is the chaotic mentality of Julian Assange and his groupies.
Friday, December 03, 2010
Tony, ci manchi/10 - Come si fanno le vere riforme
Una delle lezioni più limpide che si ricava dalla lettura delle memorie di Tony Blair ("A Journey") risulta particolarmente preziosa per i governi che vogliano introdurre delle profonde riforme. Un aiuto molto concreto dall'esperienza maturata da chi delle riforme ha saputo fare il suo tratto politico distintivo. Innanzitutto, il metodo: bisogna essere consapevoli del fatto che senza toccare le strutture non si riusciranno mai ad elevare gli standard qualitativi di un servizio pubblico, quale che sia il settore:
«All'inizio abbiamo governato con un chiaro istinto radicale ma, essendo inesperti, non sapevamo bene dove avrebbe dovuto portarci quell'istinto in termini di specifiche decisioni politiche. In particolare, ritenevamo possibile separare le strutture dagli standard, ovvero, di poter mantenere i parametri del servizio pubblico e al contempo poter trasformare profondamente gli esiti generati da quel sistema. Col tempo, ci siamo resi conto di esserci sbagliati: senza cambiare le strutture, non si possono elevare gli standard, se non di pochissimo. All'inizio del secondo mandato, abbiamo ideato un nuovo modello per le riforme: volevamo trasformare la natura monolitica del servizio pubblico; introdurre la competizione; sfumare le distinzioni tra il settore pubblico e quello privato; contrastare le tradizionali demarcazioni professionali e sindacali riguardo al lavoro e agli interessi acquisiti; e, in generale, cercare di liberare il sistema, di lasciare che si rinnovasse, si differenziasse al suo interno, respirasse e divenisse più elastico... Ecco una lezione pratica sull'incedere delle riforme: la proposta è giudicata disastrosa; avanza fra tagli radicali e forti opposizioni; è impopolare; entra in vigore; e di lì a poco è come se fosse sempre esistita...»Ecco, il guaio è che in Italia di solito non riusciamo ad arrivare alla quarta fase.
«Dunque, se pensi che una riforma sia giusta, non arrenderti. L'opposizione è inevitabile, ma raramente è imbattibile. A fronte di molti detrattori vociferanti vi saranno parecchi sostenitori silenziosi. La leadership s'impernia sulle decisioni che portano a un cambiamento: se non sai gestirle, è meglio che non diventi un leader. Ma questa lezione ha una portata ancora più ampia: insegna a emergere dalla mischia, a parlare soverchiando il brusio e il chiasso, e a restare sempre, sempre concentrati sul disegno generale».E una lezione particolarmente importante riguarda il sistema universitario, considerando che proprio in questi giorni in Italia ci accapigliamo sulla riforma Gelmini. Ecco l'esperienza di Blair in proposito:
«Giunsi alla conclusione che il futuro delle nazioni sviluppate come la nostra, che fanno molto affidamento sul capitale umano, dipendeva da un sistema di istruzione superiore palpitante, dinamico e di livello mondiale... Diedi un'occhiata alle prime cinquanta università del mondo e vidi che solo alcune erano nel Regno Unito e che quasi nessuna si trovava nell'Europa continentale. L'America stava vincendo la gara, seguita a breve distanza dalla Cina e dall'India. La situazione degli Stati Uniti era particolarmente significativa. Il loro predominio nei primi cinquanta posti - e anche nei primi cento - non era frutto del caso o delle dimensioni geografiche; era evidentemente e innegabilmente dovuto alle tasse. Le università avevano uno spirito più imprenditoriale; corteggiavano gli ex studenti e ricevevano enormi lasciti; il sistema delle borse di studio permetteva di aiutare gli studenti più poveri; la flessibilità finanziaria consentiva di attrarre i docenti migliori. Gli istituti disposti a pagare di più avevano lo staff più prestigioso. Punto e basta. Il nostro insaziabile desiderio di egualitarismo aveva penalizzato anche gli atenei nelle posizioni inferiori...».Cosa ha fatto, in concreto, Tony Blair? Importanti per l'istruzione in generale sono anche le specialist school, le academy e le trust schoool, oltre al sistema di valutazione degli insegnanti, ma uno degli interventi più controversi è quello sulle rette universitarie, un modo intelligente per aumentare i fondi a disposizione delle università legandoli però alle prospettive concrete di lavoro che sono capaci di offrire ai loro studenti:
«In sintesi, noi volevamo che invece di pagare anticipatamente 1.150 sterline l'anno durante la frequenza dei corsi, gli studenti versassero una tassa variabile fino a 3.000 sterline l'anno, da stabilirsi a discrezione dell'istituto e da rimborsare dopo la laurea in base alle condizioni economiche».
«Le riforme attuate avevano dimostrato inequivocabilmente che maggiore era l'autonomia di scuole e ospedali, maggiore era anche l'innovazione; e che più crescevano la concorrenza e la facoltà di scelta, più alta era la qualità dei risultati. Soprattutto nel caso del sistema sanitario nazionale, l'apertura agli investimenti del settore privato aveva ridotto i tempi di attesa e il denaro era usato sempre più spesso a favore del paziente».Tony Blair ("A Journey")
Thursday, December 02, 2010
Tony, ci manchi/9 - Elogio della riservatezza governativa
Nell'epoca di Wikileaks, ecco perché è ancora importante che i governi operino in un contesto di ragionevole riservatezza, dove gli scambi di vedute siano il più possibile schietti e i processi decisionali non condizionati da logiche esterne, tatticismi e inibizioni:
«Freedom of Information, libertà d'informazione. Tre parole innocue. Le guardo mentre le scrivo, e mi viene voglia di scrollare la testa finché mi si stacca dal collo. Idiota. Ingenuo, sciocco e irresponsabile. Non esiste una definizione di stupidità che, per quanto vivida, sia adeguata. Il solo pensiero mi fa fremere di rabbia... Avevamo approvato quella legge subito dopo aver preso il potere. Una volta compresa l'enormità dell'errore, cominciai a dire a ogni funzionario pubblico: come avete potuto, sapendo quel che sapevate, permetterci di fare una cosa così dannosa per un governo assennato? Forse alcuni lo troveranno scioccante. Penserete che io sia un altro dei "soliti" politici che vuole un governo segreto, vuole nascondere i riprovevoli misfatti dei politici e privare il "popolo" del diritto di sapere cosa viene fatto in suo nome. La verità è che il Freedom of Information Act non viene invocato quasi mai dal "popolo", bensì dai giornalisti. Per i leader politici è come dire a un tizio che ti prende a bastonate in testa: "Ehi, prova con questa", e porgergli una mazza. Le informazioni vengono cercate non perché il giornalista sia curioso di appurare i fatti e divulgarli per mettere al corrente il "popolo". Vengono usate come armi. Un'altra ragione, assai più importante, per cui si tratta di una legge pericolosa è il fatto che i governi, come qualsiasi altra organizzazione, devono essere in grado di ponderare, discutere e decidere con un livello ragionevole di riservatezza. Non è un aspetto secondario. E' fondamentale. Senza riservatezza, le persone si sentono inibite e l'esame delle opzioni è così limitato da impedire un efficace processo decisionale. In ogni sistema che ha imboccato questa strada, accade che le persone diventino molto caute quando scrivono e che parlino senza mettere nulla nero su bianco. E' un modo pessimo di analizzare le questioni complesse».Tony Blair ("A Journey")
Monday, October 04, 2010
Tony, ci manchi/8 - Battere Silvio?
«Smettetela di parlare di scandali e cominciate a parlare di politica. E' semplicemente che se di fatto, davvero, avessimo fiducia nella gente - la gente legge tutte queste cose, quello che si fa e si dice, i grandi titoloni sui giornali - be' onestamente, quello che ho imparato in dieci anni - ed era anche per me fonte di enorme preoccupazione quando leggevo titoli a caratteri cubitali, mi preoccupavo moltissimo - be', dovremmo avere fiducia nella gente, perché alla fine, loro leggono, possono anche essere divertiti dalle notizie, dai titoli, ma poi tutto finisce nel cestino della carta straccia quando si arriva a votare. Quando si vota la gente pensa a chi ha la politica migliore per il futuro. Si vince così».Tony Blair (ospite a "Che tempo che fa")
Friday, October 01, 2010
Tony, ci manchi/7 - Apertura contro chiusura
«Riesce naturale alle opposizioni di governo venire trascinate nel dissenso tout-court. E' il mercato a breve termine dei voti. Sono le posizioni in cui il partito si sente più a suo agio. E' l'atteggiamento che suscita gli applausi più fragorosi. Il problema è però che incatena l'opposizione a prese di posizione che, nel lungo termine, appaiono irresponsabili, miopi o semplicemente del tutto errate... Definire la propria posizione per contrasto con quella dell'altro non solo è infantile, ma del tutto scollegato dalla situazione in cui oggi si trova la politica... Il vero rischio, a destra o a sinistra, consiste nel fatto che, proprio nel momento in cui l'elettorato ha perso entusiasmo per le divisioni politiche tradizionali, i partiti e i suoi attivisti ne sono semnpre più ossessionati. Ne risulta una pericolosa incongruenza fra persone "normali" e militanti politici "anormali" che potrà solo aggravare l'ostilità del pubblico verso la politica... Non perdi la tua identità di progressista solo perché hai delle ideee in comune con i conservatori. E' questo il mondo nuovo, e dobbiamo abituarci».
«C'è una nuova frattura nei programmi politici che trascende la tradizionale suddivisione fra destra e sinistra: quella che definisco una contrapposizione fra "apertura" e "chiusura". Alcuni uomini di destra sono favorevoli al libero scambio, altri no; da entrambe le parti, alcuni sono favorevoli all'immigrazione, altri no; alcuni appoggiano una politica estera interventista, altri no; alcuni considerano la globalizzazione e l'ascesa della Cina, dell'India e di altre nazioni come una minaccia, altri come un'opportunità. Certo, esiste un filo conduttore tra le posizioni politiche favorevoli al libero scambio, all'immigrazione (controllata, ovviamente) e alla globalizzazione, ma la contrapposizione è fra "apertura" e "chiusura", non fra destra e sinistra. Sono convinto che i progressisti debbano essere i campioni di un punto di vista aperto, non solo giusto ma anche vincente...».
«I progressisti devono essere orgogliosi delle politiche che conseguono l'efficienza tanto quanto di quelle che perseguono la giustizia. Perché la lezione appresa sin dal 1945 è che cercare anche nel servizio pubblico un buon rapporto qualità-prezzo non è una questione di essere efficienti piuttosto che giusti: è utile in sé... Servizi migliori sono anche più equi... Oggi le politiche ultra-stataliste sono destinate a fallire: davanti all'alternativa fra uno Stato invadente e uno più leggero, sarà quest'ultimo a vincere. Persino adesso, dopo la crisi. I progressisti devono andare oltre questa contrapposizione e proporre un'idea di Stato capace di mettere la gente nelle condizioni di prendere le proprie decisioni, non che cerca di farlo al posto loro. Sarà quindi uno Stato più piccolo, più strategico, ma anche attivo: non un male necessario, come lo vedrebbero alcuni a destra, ma uno Stato ripensato per il mondo d'oggi. Qualsiasi posizione politica che non se ne rende conto è condannata».Tony Blair ("A Journey")
Tony, ci manchi/6 - Rispettosi verso cosa?
«Di che natura è questa minaccia? Non deriva da qualcosa che abbiamo fatto, l'Occidente non ha assolutamente cercato lo scontro. Questo è un punto di partenza decisivo... L'estremismo di cui abbiamo paura è una distorsione interna all'islam. Va completamente contro i suoi principi, ma non si può negare che i seguaci agiscano facendo riferimento alla religione. Ho la sensazione che troppo spesso siamo restii a dirlo, come se equivalesse a stigmatizzare tutti i musulmani... Se si tratta di distorsione interna all'islam, allora anche la soluzione sta almeno in parte al suo interno. Noi dall'esterno possiamo influenzarne la rimozione, ma è solo l'islam stesso che può eliminarla».
«L'opinione comune è che la posizione Bush-Blair era sbagliata perché, invece di tendere una mano, cercava lo scontro... La nostra politica nei confronti di Israele viene vista allo stesso modo come unilaterale, e questo non fa che alimentare un'immagine dell'Occidente per sua natura nemico dell'islam. Anche il no dell'Unione europea alla Turchia è valutato in modo simile. Il discorso del presidente Obama al Cairo, nel giugno del 2009, brillante esposizione della causa a favore della convivenza pacifica, ha aperto la strada a un nuovo approccio... un discorso calibrato con attenzione. Avrebbe allungato la mano dell'amicizia persino alla Siria e all'Iran. Si trattava di un'apologia e fu interpretata come tale. Il messaggio implicito era: siamo stati arroganti e irrispettosi, ma ora saremo, se non umili, profondamente rispettosi... Il problema è, rispettosi verso cosa, di preciso? Rispettosi com'è giusto verso la religione islamica, direbbe Obama; ma questo non deve significare essere rispettosi anche verso una parte dell'ideologia sottostante che molti, dentro l'islam, esprimono. Ecco il problema alla sua radice: gli estremisti sono pochi numericamente, ma la loro teoria, per cui l'islam sarebbe la vittima di un Occidente sprezzante all'esterno e di una leadership religiosa insufficiente all'interno, trova molti seguaci. E l'infuenza è così forte che gran parte delle autorità si sente costretta a perpetuare questo modo di pensare per timore di perdere consensi».
«E' la loro teoria che bisogna aggredire. Deve essere dichiarata apertamente, riconosciuta e poi sfidata, dentro e fuori dall'islam. Non merita rispetto. Dobbiamo affrontarla, dimostrarci contrari, contestarla sul piano della politica, della religione e della sicurezza. Se combattiamo con fiducia e in modo persuasivo, daremo forza a chi nell'islam sa che questo problema è fondamentale, ma che tuttavia esita perché teme di restare solo».Tony Blair ("A Journey")
Tony, ci manchi/5 - Fiducia nell'Occidente
«... credo che all'estero dovremo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; ritegno che sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno... siamo diventati troppo umili, troppo fiacchi, troppo inibiti, attanagliati da troppi dubbi, e ci mancano obiettivi chiari. Il nostro stile di vita, i valori, che ci hanno resi grandi, rimangono per noi in quanto nazioni non solo come testamento, ma come messaggeri del progresso umano; non sono i ruderi di una politica un tempo gloriosa, bensì lo spirito vitale di una visione ottimista della storia umana. Non ci resta che tornare ad applicarli alle circostanze in mutamento anziché accantonarli considerandoli ormai inutili».Tony Blair ("A Journey")
Monday, September 27, 2010
Il New Labour va in soffitta
Con la vittoria di Ed Miliband nella contesa tutta in famiglia con il fratello, "blairiano", David per la leadership del partito laburista viene sancito il ritorno all'"Old Labour". Un Labour Party dal volto giovane di Ed, ma che torna all'antica per i segmenti sociali a cui intende rivolgersi con le sue proposte. E che svolta a sinistra, tornando a illudersi di poter vincere ignorando esigenze e ambizioni del centro dell'elettorato. Naturalmente Ed direbbe che non è così, e si sforzerà per far credere il contrario. Vedremo cosa ne penseranno gli elettori.
Era prevedibile, Tony Blair ci ha provato, ma non ce l'ha fatta ad ancorare il suo partito ai principi New Labour, affinché potesse replicare lunghe stagioni al governo come la sua anziché tornare ad essere il partito di opposizione con qualche breve parentesi di governo che è sempre stato. Una preoccupazione costante dei suoi ultimi anni al potere, che emerge con forza dal suo libro di Memorie. Ma sulla direzione che avrebbe intrapreso il Labour dopo la sua uscita da Downing Street lo stesso Blair non coltivava molte illusioni. Prevedeva che se Gordon si fosse allontanato di un solo millimetro dai principi e dalla piattaforma New Labour, sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta. E così è stato.
Ora, con l'affermazione di Ed Miliband, si compie l'allontanamento del partito da quei principi. Ed proverà a coniugare vecchio e nuovo, a portare con sé ciò che ritiene utile dell'eredità di Blair, ma l'anima sarà "Old" e, come dice l'ex premier, basta discostarsi di un millimetro per perdere la fiducia degli elettori "New". Anche se in Italia non si percepiva, la guerra in Iraq è sempre stata solo la punta dell'iceberg dell'insofferenza che covava nella sinistra britannica per Blair e il suo New Labour, il pretesto per attaccarlo a viso aperto. Ma in realtà, il suo approccio innovativo in settori come i servizi pubblici, la scuola, la sicurezza, non andava giù e non è mai stato digerito dalla "pancia" del partito.
Il New Labour, dunque, va in soffitta e ci resterà per qualche tempo, ma non esce spazzato via - come pure qualcuno ipotizzava - dalla votazione che ha incoronato Ed, il quale pur con il sostegno dei sindacati e della sinistra, e sull'onda della volontà del partito di "purificarsi" dal blairismo, ha prevalso solo con il 50,6% dei voti contro 49,4. La sensazione, insomma, è che non trascorreranno molti anni finché qualcuno decida di raccogliere il testimone di Blair.
Era prevedibile, Tony Blair ci ha provato, ma non ce l'ha fatta ad ancorare il suo partito ai principi New Labour, affinché potesse replicare lunghe stagioni al governo come la sua anziché tornare ad essere il partito di opposizione con qualche breve parentesi di governo che è sempre stato. Una preoccupazione costante dei suoi ultimi anni al potere, che emerge con forza dal suo libro di Memorie. Ma sulla direzione che avrebbe intrapreso il Labour dopo la sua uscita da Downing Street lo stesso Blair non coltivava molte illusioni. Prevedeva che se Gordon si fosse allontanato di un solo millimetro dai principi e dalla piattaforma New Labour, sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta. E così è stato.
Ora, con l'affermazione di Ed Miliband, si compie l'allontanamento del partito da quei principi. Ed proverà a coniugare vecchio e nuovo, a portare con sé ciò che ritiene utile dell'eredità di Blair, ma l'anima sarà "Old" e, come dice l'ex premier, basta discostarsi di un millimetro per perdere la fiducia degli elettori "New". Anche se in Italia non si percepiva, la guerra in Iraq è sempre stata solo la punta dell'iceberg dell'insofferenza che covava nella sinistra britannica per Blair e il suo New Labour, il pretesto per attaccarlo a viso aperto. Ma in realtà, il suo approccio innovativo in settori come i servizi pubblici, la scuola, la sicurezza, non andava giù e non è mai stato digerito dalla "pancia" del partito.
Il New Labour, dunque, va in soffitta e ci resterà per qualche tempo, ma non esce spazzato via - come pure qualcuno ipotizzava - dalla votazione che ha incoronato Ed, il quale pur con il sostegno dei sindacati e della sinistra, e sull'onda della volontà del partito di "purificarsi" dal blairismo, ha prevalso solo con il 50,6% dei voti contro 49,4. La sensazione, insomma, è che non trascorreranno molti anni finché qualcuno decida di raccogliere il testimone di Blair.
Tuesday, September 21, 2010
Scuola, le solite macerie
Come ogni anno, circa due settimane fa l'Ocse ha pubblicato il rapporto Education at glance che mette a confronto i principali indicatori dei sistemi educativi dei Paesi dell'area. E come al solito, anche quest'anno, emerge il solito sfacelo della scuola italiana. Sono anni che ci torno ogni volta, ma sempre più svogliatamente. Quest'anno avevo deciso di soprassedere, ma un'analisi ben fatta su noiseFromAmeriKa mi offre l'occasione di riparlarne. Sarà perché quest'anno la pubblicazione è coincisa con le polemiche sui precari e sulla riforma Gelmini, ma i media mainstream hanno posto in modo ancor più marcato l'accento sul luogo comune dell'Italia che "investe poco in istruzione". Una lettura superficiale e "comoda" del rapporto, che legittima il piagnisteo continuo e generalizzato del settore e degli osservatori esterni.
Ad una lettura più attenta, il rapporto Ocse ci ricorda che a) è falso che l'Italia spenda poco per la scuola; b) spende tanto, più degli altri Paesi, ma spende male, perché la maggior parte delle risorse servono a pagare troppi insegnanti che lavorano poche ore e sono pagati male. Come spiega l'analisi di noiseFromAmeriKa, infatti, l'indicatore spesa/Pil è «una buona misura di quanto "sforzo" il Paese compie in educazione», in percentuale alla ricchezza che produce ogni anno, ma per vari motivi «non è una buona misura di quante risorse abbiano a disposizione scuole ed insegnanti per insegnare». A questo scopo l'indicatore «più adeguato è la spesa per studente», considerando che nel confronto con gli altri Paesi dovremmo aspettarci una spesa per studente «proporzionale al Pil pro-capite». Leggi tutto.
Purtroppo, in Italia le varie riforme si susseguono con le migliori intenzioni pretendendo di migliorare la qualità della scuola a "strutture" invariate, e ogni volta sentiamo ripartire l'ipocrita cantilena per cui "va bene la riforma, ma va accompagnata con più risorse". Una lezione utile si ricava invece dal libro di Memorie di Tony Blair, il quale racconta di come - per dirla in breve - si sia reso conto solo con il tempo e per esperienza diretta che se si vogliono migliorare sensibilmente gli standard di un servizio pubblico, scuola in primis, non si può fare a meno di modificare anche le strutture. Ma ci tornerò presto.
Ad una lettura più attenta, il rapporto Ocse ci ricorda che a) è falso che l'Italia spenda poco per la scuola; b) spende tanto, più degli altri Paesi, ma spende male, perché la maggior parte delle risorse servono a pagare troppi insegnanti che lavorano poche ore e sono pagati male. Come spiega l'analisi di noiseFromAmeriKa, infatti, l'indicatore spesa/Pil è «una buona misura di quanto "sforzo" il Paese compie in educazione», in percentuale alla ricchezza che produce ogni anno, ma per vari motivi «non è una buona misura di quante risorse abbiano a disposizione scuole ed insegnanti per insegnare». A questo scopo l'indicatore «più adeguato è la spesa per studente», considerando che nel confronto con gli altri Paesi dovremmo aspettarci una spesa per studente «proporzionale al Pil pro-capite». Leggi tutto.
Purtroppo, in Italia le varie riforme si susseguono con le migliori intenzioni pretendendo di migliorare la qualità della scuola a "strutture" invariate, e ogni volta sentiamo ripartire l'ipocrita cantilena per cui "va bene la riforma, ma va accompagnata con più risorse". Una lezione utile si ricava invece dal libro di Memorie di Tony Blair, il quale racconta di come - per dirla in breve - si sia reso conto solo con il tempo e per esperienza diretta che se si vogliono migliorare sensibilmente gli standard di un servizio pubblico, scuola in primis, non si può fare a meno di modificare anche le strutture. Ma ci tornerò presto.
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