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Thursday, April 26, 2012

Lo strano amore del Pdl per Hollande

Il presidente del Senato Schifani l'ultimo, Sandro Bondi il primo, ma all'indomani del primo turno delle presidenziali francesi molti esponenti di primo piano del Pdl, nonché alcuni giornali di centrodestra, hanno commentato con ostentata soddisfazione la parziale sconfitta di Sarkozy, leggendovi una sonora bocciatura delle politiche rigoriste imposte da Berlino e dall'Ue, con l'avallo del presidente francese, ai Paesi eurodeboli. Il 64% degli elettori, calcolava un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e l'Ue, mentre i "collaborazionisti" Sarkozy e Bayrou si sono fermati al 36%. Da una parte il Pdl polemizza con il Pd esortandolo a non entusiasmarsi troppo, perché «la partita è ancora aperta», dall'altra gode delle disgrazie di Sarkozy, e pazienza se significa flirtare con le posizioni critiche di socialisti (Hollande), nazionalsocialisti (Le Pen) e persino comunisti (Mélanchon). Un atteggiamento schizofrenico che la dice lunga sullo smarrimento politico-culturale del Pdl.
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Monday, April 23, 2012

In Francia torna il nazionalsocialismo e in Italia si brinda

Reazioni che vanno dal patetico allo schizofrenico quelle della politica e della stampa italiana all'esito del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. La Francia si sposta a sinistra perché Hollande ha vinto il primo turno ed è favorito al secondo, dicono alcuni. No, ribattono altri, va a destra perché la somma dei voti raccolti da Sarkozy e dal Fronte nazionale superano quelli dei socialisti e delle sinistre estreme. La verità è che il voto ha ancora una volta dimostrato che non ha alcunissimo senso dibattere sullo spostamento verso destra o verso sinistra dell'elettorato, in un sistema in cui estrema destra ed estrema sinistra si saldano, fondandosi entrambe di fatto sul «nazionalismo economico e sociale». In Francia è tornato il nazional-socialismo (per ora con il trattino). Nelle sue due varianti - nazionalista e comunista - ha preso quasi il 30% dei voti (più di Sarkozy e più di Hollande): i voti da sommare non sono quelli delle "destre" da una parte e delle "sinistre" dall'altra secondo le antiche definizioni, ma il 17,9% di Le Pen e l'11,11 dei comunisti. Ed è un calcolo ottimistico, visto che profondamente socialista e regressivo è anche il 28,63% che ha votato Hollande.

Tanto ingenuo sarebbe sommare i voti del Fronte nazionale a quelli di Sarkozy, che la Le Pen ha già fatto sapere che non sosterrà nessuno dei due candidati al ballottaggio: «Non dirò ai miei elettori come devono votare. I francesi sono grandi abbastanza per scegliere da soli, in coscienza». E secondo un primissimo sondaggio, solo il 9% di chi ha votato Le Pen al primo turno voterà Sarkozy al secondo, il 20% voterà Hollande e gli altri se ne resteranno a casa.

Intervistato su la Repubblica, Bersani si intesta pateticamente la parziale vittoria di Hollande. Canta vittoria («il vento è cambiato, siamo pronti a intercettarlo, Monti ne tenga conto») e avverte che «se arriva all'Eliseo» la piattaforma dei progressisti europei deve diventare anche la piattaforma di Monti. La sensazione è che quanti nel Pd pensano di cavalcare l'onda della probabile vittoria di Hollande per tornare a Palazzo Chigi già ad ottobre, con l'attuale legge elettorale, senza farsi impantanare nei disegni neocentristi e grancoalizionisti di Casini, escono rafforzati dal voto francese. Anche se Bersani nega: «Ho dato la mia parola. La fedeltà al governo Monti fino alla fine della legislatura è fuori discussione». Ma ci sono tanti modi per provocare elezioni anticipate senza assumersene la responsabilità.

E il Pdl, e la stampa di centrodestra? Qui entriamo nel padiglione degli schizofrenici. Dunque, da una parte il Pd non deve esultare troppo perché Hollande non ha ancora vinto, la partita è ancora aperta, ma soprattutto perché la Francia non va affatto a sinistra: la somma dei voti "di sinistra" è nettamente inferiore alla somma dei voti ottenuti da Sarkò e da Le Pen. Dall'altra, però, tutti osservano con ostentata soddisfazione che il voto francese (quello per gli avversari di Sarkozy: Hollande, Le Pen e Mélanchon) è una sonora bocciatura delle politiche rigoriste dell'asse Sarkozy-Merkel. Il 64% degli elettori, fa notare un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e le politiche Ue, mentre la Francia gollista di Sarkozy (27.18%) e centrista di Bayrou (9.13%) è ferma al 36%. Insomma, polemizzano con il Pd perché Sarkozy può ancora farcela, ma allo stesso tempo godono per l'affermazione degli avversari di Sarkozy (nazionalsocialisti, socialisti e comunisti, evviva!).

Ma il giochino questo è di "destra"-questo di "sinistra" non funziona più da tempo. I difensori a oltranza del modello statalista francese stravincono comunque, quale sia la loro variante: socialista (28%), gollista (27%), nazionalsocialista (18%), comunista (11%). E avevano vinto ancor prima del voto, da quando Sarkozy ha fallito nella sua "rupture", abbandonando l'idea di rappresentare un nuovo modello di destra continentale. Con una felice espressione di Enzo Reale, potremmo dire che di tutte le sue nefandezze, quella di perdere contro Hollande sarebbe l'ultima imperdonabile beffa.

Friday, December 02, 2011

Proiettile d'argento o lingua di Menelik?

Con l'avvicinarsi del decisivo vertice dell'8 e 9 dicembre, a sentire Sarkozy ieri e Merkel oggi emergono sempre più ragionevoli le posizioni tedesche. Ritardi, errori, omissioni ce ne sono stati da quando la crisi del debito sovrano europeo è esplosa con il caso della Grecia e come ho già scritto in crisi è il modello socio-economico dell'intero continente. I tedeschi sono più disciplinati in casa propria, ma ciò non li esime dal radicale ripensamento del ruolo dello Stato che i tempi richiedono. Su un punto decisivo però hanno ragione e bisogna essere chiari: chi invoca un ruolo più attivo della Bce, gli eurobond e qualsiasi forma di condivisione del debito che rassicuri i mercati, non può pretendere di non cedere quote di sovranità sulla propria politica di bilancio, altrimenti il sospetto che qualche furbo possa pensare di cicaleggiare sulle spalle altrui è più che fondato. E i richiami alla sovranità, alla democrazia e alla "solidarietà" europeista che sentiamo in questi giorni accompagnare i pressanti appelli rivolti a Berlino non promettono nulla di buono. Insomma, come si può parlare di Bce come la Fed e di titoli di debito in comune senza unione fiscale e, aggiungerei, politica?

Certo, resta il grande tema di una unione fiscale che nel medio-lungo termine rischia di livellare la politica comune verso le pratiche peggiori di spesa, debito e tasse, ma diciamo che al momento, almeno per noi italiani, visti i livelli a cui siamo giunti, non è la principale preoccupazione.

Non possono più essere le lunghe tavolate di capi di Stato e di governo e di ministri a decidere se allentare o meno i patti, come fecero proprio francesi e tedeschi per primi nel 2003. Prima di mettere la propria solidità a garanzia della casa comune è ragionevole che la Germania voglia assicurarsi che tutti ci si sottometta a regole stringenti e autorità indipendenti, ma questo evidentemente ferisce l'orgoglio francese. Insomma, Sarkozy esita almeno quanto la Merkel. Al netto dei tic dell'informazione italiana, che procede per luoghi comuni, le parole della Merkel tra le righe sembrano aprire ad un compromesso tra l'imperativo del rigore fiscale e la necessità invocata da molti di una più espansiva politica monetaria e di una più incisiva difesa dei debiti sovrani da parte della Bce. Ma se ai tedeschi si deve chiedere di abbandonare il loro approccio inutilmente punitivo su questo secondo aspetto, gli altri devono impegnarsi seriamente sul primo.

E qui veniamo all'Italia, perché più coraggioso sarà il pacchetto di riforme che il governo varerà lunedì prossimo, più voce in capitolo avremo al vertice Ue per superare le resistenze francesi e tedesche.

Fitta agenda di incontri per Monti nel week end: sabato vedrà Casini, Alfano e Bersani; domenica i sindacati e gli enti locali. Pd e sindacati non si accontentano però di una «consultazione», no. Vogliono «trattare». Ma non serve una «vera trattativa», qui servono vere riforme, caro Bonanni. L'auspicio naturalmente è che sia Monti che il ministro Fornero non si facciano irretire. La ragion d'essere di questo governo, per cui abbiamo derogato ai principi della democrazia dell'alternanza, è di realizzare le riforme che l'Ue e i mercati ci chiedono e che sono nel nostro stesso interesse da decenni. Niente di meno, perché per questo di meno avevamo già i governi dei partiti.

E l'agenda l'ha ricordata il commissario Rehn nel suo rapporto. Due i punti cruciali: non basta il contributivo pro rata per tutti e accelerare l'equiparazione uomini-donne nell'età di pensionamento, bisogna intervenire anche sulle pensioni d'anzianità e sui regimi previdenziali speciali; a qualsiasi tassa sui consumi e sul patrimonio, casa o altro, deve corrispondere un alleggerimento almeno equivalente del carico fiscale su lavoro e imprese. Queste le misure, oltre a norme di enforcement su liberalizzazioni e dismissioni, su cui giudicheremo l'operato del governo Monti, il cui slancio riformatore, come abbiamo ripetuto, o si sviluppa nell'arco delle prossime settimane o rischia di non venire mai alla luce.

Vedremo lunedì, dunque, cosa uscirà dalla pistola di Monti dopo questa concertazione-flash, se un proiettile d'argento per uscire dalla crisi oppure l'ennesima lingua di Menelik per la serie "abbiamo scherzato".

Friday, November 25, 2011

Perché i tedeschi hanno ragione ma anche torto

Anche su Notapolitica

Chissà se il presidente francese avrà ripensato all'infausta risatina di un paio di settimane fa, quando al vertice di ieri, a Strasburgo, ha scoperto di averci rimesso nell'avvicendamento tra Berlusconi e Monti. Nonostante stesse soffrendo un crollo verticale di credibilità, il Cavaliere era più incline ad associarsi al pressing francese sulla cancelliera tedesca affinché cadessero le resistenze di Berlino nei confronti di un mandato più ampio della Bce a difesa dei debiti sovrani in difficoltà. Invece che al centro di una triplice intesa, come mostrano le foto ufficiali, Sarkozy dev'essersi sentito stretto in una morsa. Monti infatti è apparso più in sintonia con Angela Merkel sul ruolo della Bce e sul fatto che sia prematuro parlare di Eurobond.

In Italia nel frattempo si allarga il fronte di coloro i quali puntano l'indice contro il presunto egoismo germanico, paventando addirittura una sorta di IV Reich, e invocano acquisti illimitati dei titoli di Stato in sofferenza da parte della Bce: dai giornali vicini al centrodestra, che in questo modo sfogano la loro nostalgia del governo Berlusconi, alla stampa mainstream e al mondo confindustriale, che invece hanno caldeggiato il governo tecnico. Deposto Berlusconi, si è visto che il fattore B. non valeva né 300 né 100 punti di spread e che la crisi del debito italiano è sì legata ad un nostro deficit di credibilità sistemica, ma anche indissolubilmente ad un complessivo disinvestimento dall'eurozona. Così gli stessi giornali che imputavano la crisi a Berlusconi hanno cominciato a biasimare Angela Merkel. Come si porranno nei confronti di un Monti filo-Merkel i grandi quotidiani che reclamano a gran voce una Bce "prestatore di ultima istanza"? Fossero coerenti con gli editoriali che mandano in stampa, dovremmo aspettarci una raffica di critiche all'indirizzo del professore, il quale - così pare al momento - non intende farsi portavoce di tali richieste. Al contrario, su questo punto sembra propenso ad allinearsi alle posizioni della cancelliera: prima una solida unione fiscale, che preveda sanzioni automatiche per chi sfora, solo dopo si potranno valutare con maggiore serenità altri strumenti.

Nei panni dei tedeschi bisogna mettersi eccome. Hanno ragione a temere di dover pagare i debiti contratti dalle irresponsabili cicale europee. E noi italiani siamo tra i primi a non poter parlare, avendo gettato al vento dieci anni di bassi tassi di interesse durante i quali non abbiamo né ridotto la spesa pubblica né realizzato le riforme per rilanciare la crescita. Cedendo alle sempre più numerose richieste di monetizzazione, in varie forme, dei debiti sovrani in difficoltà - a proposito, si tratterebbe né più né meno di un pluri-miliardario condono - non si esporrebbero solo al rischio, nel caso peggiore di default, di rimetterci di tasca propria, ma anche alla beffa: perché una volta venuto meno quel minimo di pressione dei mercati sotto forma di alti rendimenti, è probabile (come purtroppo la storia insegna) che i governi debitori ne approfittino per rilassarsi, affievolendo il loro rigore e rimandando ancora una volta l'adozione delle riforme strutturali necessarie per la crescita. E' quindi quanto meno ragionevole che prima di parlare di Eurobond e di Bce come la Fed (che tra l'altro non monetizza affatto i debiti dei singoli stati dell'Unione) i tedeschi pretendano l'armonizzazione delle politiche di bilancio, affinché tutti i membri dell'eurozona siano responsabili e nessuno possa godersela sulle spalle degli altri.

Ma i tedeschi hanno anche torto, perché ciò che i mercati stanno mettendo in crisi non sono solo singoli debiti sovrani fino a ieri sostenibili, come quello italiano, non solo l'indisciplina fiscale di alcuni Paesi. La sfiducia è nei confronti di una unione monetaria artificiosa, dai piedi d'argilla, e del modello socio-economico di un intero continente rispetto alle locomotive in altre aree del mondo. Un modello non più sostenibile - che consiste in alti livelli di spesa pubblica e di tassazione per finanziare uno stato sociale inefficiente e troppo generoso rispetto alla ricchezza prodotta - che neanche i tedeschi hanno cominciato ad abbandonare. E' fuor di dubbio che le loro politiche di bilancio siano più virtuose delle nostre e che negli anni 2000 non hanno perso tempo, attuando le riforme che hanno aumentato la produttività e la competitività della loro economia. Tuttavia, il loro debito pubblico ha superato l'80%, le prospettive di minore crescita (stime calate dal +1,9 al +0,8%) rendono più lento e difficoltoso il rientro dal deficit e i mercati cominciano ad accorgersi che se la Germania dovesse pagare il conto per tutti le sue finanze non giustificherebbero più rendimenti a livelli così ridicoli, praticamente vicini allo zero. Senza aprire, poi, il capitolo sul ruolo della Kreditanstalt für Wiederaufbaue, la Cdp tedesca, e della Bundesbank, che di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza, quanto meno in via temporanea, nei confronti del debito tedesco, mentre si pretende di negare alla Bce tale ruolo. Ieri Monti, con il suo inappuntabile stile professorale, ha sì assicurato che l'Italia «farà i compiti a casa», ma anche puntigliosamente messo a verbale che furono francesi e tedeschi i primi, nel 2003, a derogare dai parametri del patto di stabilità (a proposito, chi ne lamentava la «stupidità»?). E tutti i Paesi europei, chi più chi meno (Italia e Germania meno), hanno alimentato il debito pubblico cercando di far uscire le loro economie dalla recessione con inutili spese keynesiane.

E' arrivato il momento per l'intera Europa di ripensare il proprio modello di sviluppo e rispetto a questa sfida nessuno può chiamarsi fuori, nemmeno i "rigorosi" tedeschi. Per fare un solo esempio, il ruolo della previdenza deve tornare in tutta Europa a ciò per cui era stata creata un secolo e mezzo fa: non per godersi il tempo libero in viaggi e partite a tennis, ma come sostentamento minimo negli anni della vecchiaia.

Monday, October 24, 2011

Il riso degli stupidi


Sorridere fa bene al cuore e all'anima, ma quel sorriso complice apparso durante una conferenza stampa al termine del vertice Ue sui volti di Sarkozy e della Merkel, in risposta ad una domanda sulle rassicurazioni offerte da Berlusconi, è di un altro genere, è quel tipo di riso che abbonda sulla bocca degli stupidi. Povera Italia, ma anche povera Europa, le cui sorti sono in mano a tali buffoni.

Se infatti Berlusconi merita quei sorrisetti per la caduta verticale di credibilità, non solo per gli scandali porno-giudiziari, ma soprattutto per la mancanza di leadership, l'incapacità di governo, li meritiamo altrettanto noi italiani come Paese, per il nostro cicaleggiare e la nostra inaffidabilità. Questo governo porta la responsabilità di essere ancora inadempiente rispetto alle riforme che non solo la Bce, ma che tutti sappiamo, da tempo, essere le uniche in grado di salvarci e rilanciarci. Le elencano per l'ennesima volta Alesina e Giavazzi sul Corriere di oggi. Ma esiste forse una forza politica e sociale, una corporazione, oppure una opinione pubblica nel nostro Paese, che sia pronta a tradurre in realtà le ricette indicate nella lettera della Bce? Davvero crediamo che un governo Pd-Sel-Idv, o un centrosinistra allargato da Casini a Vendola, o un nuovo centrodestra con Fini e Casini, che negli anni in cui erano al governo non si può certo affermare che abbiano remato nella direzione di quelle riforme, o ancora una coalizione arlecchino guidata da un Montezemolo, possano realizzarle? Tutto può succedere, ma permettetemi di non crederci finché non lo vedo con i miei occhi.

Dunque, è comodo fingere che quei sorrisetti se li meriti solo Berlusconi, e certamente a lui erano indirizzati nelle intenzioni dei due stolti capetti franco-tedeschi, ma ce li meritiamo, quei sorrisetti, anche come Paese. Detto questo, però, è inaudito e inaccettabile che l'Italia divenga capro espiatorio e alibi degli errori, delle inadeguatezze e delle misere furbizie altrui, che serva a nascondere le difficoltà interne di leader altrettanto screditati.

Va detto che se l'Europa si trova in questa situazione si deve in gran parte proprio all'inettitudine di Merkel e Sarkozy. Non solo negli ultimi due anni il loro operato è disseminato di errori, indecisione, tempi di reazione lunghi, ma quasi ogni volta che hanno aperto bocca l'hanno fatto a sproposito, facendo perdere ai mercati decine di miliardi di euro. Si sono sforzati di coprire - malamente - le magagne delle loro banche e oggi sono capaci di concordare solo sulla demagogia allo stato puro della tassa sulle transazioni finanziarie. Se la crisi greca è stata affrontata in modo così miope e fazioso è perché guarda caso le banche più esposte, per un centinaio di miliardi di euro, sono proprio quelle francesi (60 miliardi) e tedesche (40 miliardi). In particolare, Sarkozy ha ben poco da ridere: con un deficit del 7%, il rischio di perdere la tripla A, uno stato assistenziale e corporativo almeno quanto il nostro, e l'umiliazione di contare molto meno della Germania, di aver dovuto ricorrere ad una guerra neo-colonialista per risollevare di qualche punto la sua popolarità nei sondaggi.

La speranza, sia pure flebile, è che almeno quei sorrisetti stupidi sortiscano l'effetto di uno scatto d'orgoglio di Berlusconi, del governo, e della nostra classe politica in generale. Adesso il premier si ritrova in mano non solo la lettera della Bce, ma anche il vero e proprio ultimatum Ue, come leva politica per imporre le riforme necessarie: riforma delle pensioni (per finanziare un graduale ma cospicuo taglio delle tasse) e liberalizzazioni (lavoro e professioni) per la crescita, dismissioni patrimoniali per iniziare ad abbattere il debito. Berlusconi torni a metterci la faccia come solo lui sa fare, accettando il rischio anche di cadere su questo programma. Ma almeno sapremo una volta per tutte chi specula e chi no.

UPDATE ore 18:40
Mentre fonti governative tedesche parlano di «equivoco» riguardo la lettura attribuita alle risatine di Merkel e Sarkozy, Berlusconi passa al contrattacco. In una nota diffusa da Palazzo Chigi assicura che «l'Italia ha già fatto e si appresta a completare quel che è nell'interesse nazionale ed europeo» e che «nessuno ha alcunché da temere dalla terza economia europea». Ricorda i punti di forza dell'economia e della finanza pubblica italiana, lancia stoccate sia al direttorio franco-tedesco che ai «demagoghi» di casa nostra, e annuncia «nuove decisioni di grande importanza» invitando «l'insieme della classe dirigente italiana» a unirsi per sostenere le riforme.

Friday, April 29, 2011

L'errore commesso all'inizio

Si poteva evitare l'ennesima crisetta della maggioranza sulla Libia. Ma l'errore è stato commesso a monte più che a valle. A valle, d'accordo, soprattutto mancando di consultare l'alleato sulla «svolta»: «Con Umberto ho sbagliato, ho commesso un errore, avrei dovuto avvertirlo prima...», avrebbe ammesso Berlusconi. Le spiegazioni postume al fatto compiuto risultano sempre molto meno convincenti. Ma la «svolta», appunto, non avrebbe dovuto essere tale. Perché come qui si è scritto fin dall'inizio della crisi libica, era (ed è) interesse dell'Italia esserci, partecipare alla missione senza ambiguità, nel pieno dell'operatività. E come volevasi dimostrare... Questo interesse era tanto pressante da essersi alla fine imposto su tutto, superando la ritrosia di Berlusconi e della Lega, nonché il nostro orgoglio ferito da Sarkozy.

Raramente è stato (ed è) in gioco il nostro interesse nazionale in modo così lampante, direi eclatante. Il che rendeva inevitabile, obbligatoria, la nostra piena partecipazione, in prima linea, alla missione militare, per quanto appaia la più sconclusionata e mal preparata che si ricordi, almeno in tempi recenti. L'errore è stato metterci così tanto tempo per capirlo. Decidere subito di essere in prima linea in Libia avrebbe probabilmente risparmiato al governo le tribolazioni interne di questi giorni e certamente le piccole angherie dei francesi. Probabilmente Berlusconi e Frattini non hanno avuto un grande aiuto dai nostri servizi segreti e dal mondo imprenditoriale presente in Libia, che nonostante quanto stesse accandendo a Tunisi e al Cairo hanno continuato a illudersi della solidità di Gheddafi, ma il ritardo "impolitico" con il quale ci siamo adeguati alla realtà delle cose è stato l'errore causa di tutti i successivi mali.

Al vertice con la Francia Berlusconi non si è "calato le braghe", ma certo la difficoltà della nostra posizione era più che evidente. Se ci siamo dovuti sorbire le lezioncine di Sarkozy in queste settimane è sempre per quel dannato errore di valutazione iniziale. E né la Lega, né i giornali vicini al centrodestra (tranne Il Tempo) possono lamentarsi e dare lezioni, visto che se fosse stato per loro ce ne staremmo ancora ai margini, mentre le altre potenze europee fanno e disfano nel nostro cortile di casa. Colpa anche loro, infatti, se per giorni si è discusso della crisi libica solo in chiave immigrazione e non alla luce dei nostri ingenti interessi in Libia - quelli stringenti di ordine economico ed energetico, e quello più di lungo termine per una vera "stabilità" nel vicinissimo Oriente, se possibile appena un pizzico "democratica". Eppure, dovrebbe essere persino ovvio che non è la missione Nato a provocare o ad alimentare i flussi migratori, bensì il profondo rivolgimento in atto nei regimi nordafricani. Esserci, partecipare, semmai, ci metterà nelle condizioni migliori un domani per governarli.

Va poi considerato che per la stragrande maggioranza i 25 mila immigrati giunti fino ad oggi sulle nostre coste sono tunisini e - temo - molti galeotti fuoriusciti dalle carceri nei giorni della caduta di Ben Alì. Non si tratta di profughi della guerra civile libica, né di africani dall'"Africa nera", quindi non c'entrano nulla i raid sulla Libia, è una vera e propria ca...ta che «se butti bombe e missili gli immigrati aumentano». L'aver trasformato la crisi libica in una gigantesca emergenza immigrazione, ben oltre la realtà dei fatti, è stato un altro errore. Si sapeva dell'ondata, certo eccezionale ma non un esodo biblico, ma ci si è fatti lo stesso trovare impreparati. Le immagini di Lampedusa invasa non sono state un bel manifesto di efficienza, né sono servite a "commuovere" l'Unione europea, mentre l'accordo con le Regioni per la distribuzione degli immigrati poteva essere raggiunto in anticipo per evitare l'impatto mediatico degli accampamenti.

Anche sulla vicenda clandestini, è tutto vero: l'Europa è assente e ipocrita, i francesi arroganti, ma Parigi sta applicando ciò che fino a ieri noi stessi rivendicavamo di poter fare: espellere, secondo le norme di Schengen, quanti nonostante muniti di documenti in regola (se un permesso di soggiorno "emergianziale" è da considerarsi tale) non abbiano risorse per l'autosostentamento, un lavoro o denaro a sufficienza. La non belligeranza della Germania, poi, dimostra solo la miopia di chi la chiama in causa per sostenere che potevamo comportarci diversamente e restarne fuori, essendo fin troppo evidente che al contrario di noi italiani i tedeschi non hanno interessi neanche per un granello di sabbia in Libia.

Quanto al vertice con la Francia, il sostegno di Parigi (e ora anche tedesco, pare) a Draghi per la Bce era nell'aria. Ma l'annuncio di Sarkozy è stato senz'altro un punto a favore. Il maggiore impegno in Libia è un sì all'America e alla Nato, piuttosto che a Parigi. E il via libera all'Opa di Lactalis su Parmalat un utile esercizio di pragmatismo. I nostri industriali e le nostre banche non sembrano avere la volontà, né probabilmente i soldi, ma nulla vieta loro di rilanciare se tengono tanto a che resti italiana. Se c'è una cordata si faccia avanti, ma senza usare i soldi dei contribuenti per favore, neanche si trattasse di un settore delicato come la sicurezza e la difesa. Sullo shopping francese in Italia e altrove, e sul perché i nostri non abbiano il "grano" sufficiente, si potrebbe aprire una lunga parentesi. Come mai, per esempio, nonostante la nostra tradizione e cultura alimentare, riconosciuta in tutti gli angoli del pianeta, fino all'Antartide e alla Polinesia, è una grande catena di distribuzione francese, la Carrefour, a dominare i mercati - persino il nostro - imponendo ovviamente i prodotti francesi? Qualcuno - primi fra tutti i nostri imprenditori - dovrebbe farsi un esame di coscienza. Ma è un altro discorso ed ha a che fare, a mio modestissimo parere, anche con la difficoltà enorme che c'è in Italia di formare il capitale, e quindi di far crescere le dimensioni delle nostre imprese, per cui quelli che possono permettersi certe operazioni sono sempre gli stessi - per lo più banche - e non sempre sono interessati.

Insomma, paradossalmente la padanissima Lega sa essere anche la più "nazionalista", ma di un nazionalismo miope e rancoroso, mentre proprio per uno spirito di "sano nazionalismo" dovremmo recitare un ruolo da protagonisti nel palcoscenico del Mediterraneo.

Monday, April 11, 2011

Europa cialtrona

Al confronto con i leader europei (e con Obama), spiace dirlo ma Gheddafi sembra un gigante di astuzia e coraggio

Il fallimento politico dell'Europa è sotto gli occhi di tutti, e la mancanza di una politica comune sull'immigrazione - persino di fronte ad una emergenza conclamata come quella di queste settimane a causa di rivolgimenti epocali in Nord Africa - ne è solo una delle tante prove lampanti. Detto questo, però, sorprende che il governo italiano abbia potuto pensare di cavarsela con il trucchetto dei permessi temporanei come forma di pressione su Parigi e Berlino. L'effetto è stato quello di irrigidire le posizioni. Il paradosso è un totale ribaltamento degli approcci. Roma, quella dei respingimenti in mare, pretenderebbe che un permesso di soggiorno, addirittura temporaneo, concesso da un solo stato membro, valesse come lasciapassare per gli immigrati in tutta Europa. E' ovvio invece - e l'Italia dovrebbe essere la prima a ricordarlo e ad applicarlo - che senza documento d'identità e mezzi di sostentamento, com'è scritto sul trattato di Schengen, non si ha diritto ad andare da nessuna parte. Proprio noi ne avevamo fatto - a mio avviso giustamente - un pilastro su cui poggiare la legittimità delle espulsioni dei rom, anche quelli con cittadinanza di Paesi Ue. Mentre, improvvisamente, a Bruxelles chi aveva criticato la nostra politica dei respingimenti e le espulsioni dei rom adesso fa il muso duro.

Paradossi di una politica europea che si è "italianizzata" nel senso deteriore del termine, dove cioè demagogia, ipocrisie e calcoli elettoralistici sembrano sempre più essere gli istinti guida. E' altrettanto palese che la stragrande maggioranza degli immigrati (pochi sono profughi) che approdano sulle nostre coste, per lo più tunisini, sono diretti proprio in Francia e in Germania, dove hanno già pezzi delle loro famiglie. Ma se questi Paesi sono pronti a procedere con i respingimenti, a maggior ragione dobbiamo farlo noi, anche se sarà più difficile a causa della conformazione dei nostri confini. I campi di concentramento sono un'indecenza. O abbiamo la forza di riportare subito indietro chi sbarca, nell'arco di poche ore; oppure, si mette loro in mano un bell'assegno purché attraversino la frontiera diretti in Francia e Germania; oppure, accettiamo di tenerceli, ma a questo punto i campi non hanno senso, meglio distribuirli subito tra le regioni e lasciare che vengano assorbiti dal tessuto socio-economico come in questi due decenni ne sono stati assorbiti a milioni.

La proposta di Calderoli di ritirarci dal Libano per impiegare i nostri militari e maggiori risorse al controllo delle frontiere non è del tutto infondata, soprattutto perché quella missione - bisogna ammetterlo - non ha alcun senso. La missione Unifil offre un'illusione di stabilizzazione dell'area di confine tra Libano e Israele mentre in realtà tutti sanno che prosegue sotto traccia il riarmo di Hezbollah foraggiato dall'Iran. Che almeno cessi la copertura internazionale a questa ipocrisia. L'Afghanistan, il Kosovo, persino l'Iraq, sono per noi un'altra cosa, così come di tutta evidenza la Libia.

Già, la Libia, altro capolavoro di casinismo dell'Occidente. Grazie ai raid Nato i ribelli ieri hanno vinto la battaglia per Ajdabiya, ma è inutile negare che sul terreno è stallo. Gli insorti, è ormai evidente, non possono farcela ad arrivare a Tripoli e a far cadere Gheddafi e l'intervento occidentale (dal quale gli Usa si sono tirati indietro) è inadeguato a tale scopo, l'unico per cui sarebbe valso la pena. Gheddafi quindi può tenersi saldamente stretto la Tripolitania e pensare di trattare da una posizione di forza. Adesso pare che l'Unione africana abbia ottenuto il sì del raìs ad un cessate-il-fuoco, ma è davvero difficile credere che accetterà un processo di transizione che escluda lui e i suoi figli dal potere in Libia. Il rischio è che si consolidi di fatto una situazione che di settimana in settimana renderà chiaro che Gheddafi ha resistito e vinto la sua battaglia sia contro i ribelli sia contro l'"aggressione neocolonialista" dell'Occidente. La Libia ne uscirà spaccata in due, Gheddafi addirittura rafforzato e gli interessi dell'Italia martoriati. Chi bisogna ringraziare se nella totale assenza di leadership da parte americana si è inserito l'inconcludente bullismo francese? Al confronto con i leader europei (e con Obama), spiace dirlo ma il Colonnello sembra un gigante di astuzia e coraggio. Il paradosso, che tuttavia non sorprende, è che un intervento militare, pur tardivo, sconclusionato e inefficace, piace purché appaia "politicamente corretto".

Tra l'altro, nello scenario che si va delineando nel mondo arabo e islamico l'Occidente si mostra incapace di sostenere le rivoluzioni popolari laddove avrebbe maggiore interesse a che abbiano successo (vedi Siria e Iran), mentre con sconcertante superficialità ha assestato l'ultima spallata a regimi almeno non ostili in Paesi (vedi l'Egitto), dove già s'intravedono sulle macerie del passato lo strapotere dell'esercito e derive islamiste nonché filo-iraniane.

Berlusconi è bollito? Be', si può certamente osservare che la parabola è per forza di inerzia discendente, ma anche che il danno più grave inferto dall'attacco mediatico-giudiziario partito dalla Procura di Milano è stato probabilmente quello di aver distratto il capo del governo dalle crisi che nel frattempo stavano emergendo e che bisognava prendere di petto tempestivamente, abilità nella quale bisogna riconoscere che di solito il Cav. eccelle. E invece questa volta si è fatto cogliere impreparato dalla crisi libica e dal protagonismo di Sarkozy, ci ha abbiamo messo un mese per trovare una linea; nella gestione dell'emergenza immigrazione, che non è iniziata con la crisi libica, ma molto prima, dai rivolgimenti che hanno riguardato tutto il Nord Africa e soprattutto la Tunisia, stiamo contraddicendo noi stessi. E via proseguendo con la riforma della giustizia e la «frustata» all'economia che ancora non si vedono.

Tuesday, March 29, 2011

Smascherati e umiliati

L'Italia smarrita alla ricerca di un copione

Ieri, con un uno-due che solo l'arroganza francese avrebbe potuto concepire, Sarkozy ha smascherato il bluff diplomatico italiano sulla Libia. Prima la dichiarazione congiunta Parigi-Londra a prefigurare per il vertice di oggi una «soluzione politica» della crisi libica fondata su un dialogo nazionale e un processo democratico di cui il Consiglio nazionale di transizione - già riconosciuto da Parigi - dovrebbe essere il motore. Niente di concreto, tutti auspici più che ovvii e condivisibili, ma nelle stesse ore da Roma e Berlino non usciva alcun comunicato, il che evidenziava come la sponda tedesca vantata da Frattini in questi giorni in contrapposizione all'asse anglofrancese fosse solo un gioco di specchi; poi, la videoconferenza pre-vertice convocata da Sarkozy con Cameron, Obama e la Merkel, ad evocare una guida politica "a quattro" della crisi libica che incredibilmente includeva la Germania, astenuta sulla risoluzione dell'Onu e del tutto assente dalle operazioni, ed escludeva l'Italia, che con le sue basi e il comando dell'embargo navale Nato svolge comunque un ruolo di primo livello. Uno schiaffo tremendo, che oltretutto certificava come non esistesse alcun asse diplomatico Roma-Berlino.

Un'umiliazione che andrà restituita a Parigi con gli interessi alla prima occasione utile, ma che non è decisiva, come spiega Vittorio Emanuele Parsi su La Stampa, e, anzi, è anche lo specchio delle «debolezze» francesi e tedesche:
«La partita vera si gioca oggi a Londra. E per quel che riguarda il ruolo dell'Italia, il comando delle forze impegnate nel blocco navale, l'inclusione nel Gruppo di contatto e la partecipazione attiva a una coalizione sotto la guida della Nato pesano molto di più che l'esclusione, pur immeritata e sgarbata, da una teleconferenza organizzata all'ultimo momento per lenire l'orgoglio ferito di Sarkozy».
In questi casi, quindi, sdrammatizzare sul momento è d'obbligo, per non accentuare ulteriormente l'accaduto. Epperò, alla luce dell'appuntamento di oggi a Londra, e anche considerando l'ondata di clandestini che sta approdando sulle nostre coste nell'indifferenza dell'Ue, faremmo comunque bene a cogliere quest'occasione per fare un po' di sana autocritica sui limiti, direi l'inconsistenza della posizione dell'Italia, che dalle operazioni in Libia resta con un piede dentro e uno fuori aspettando un Godot che le restituisca magicamente il "posto al sole" perduto.

All'inizio Gheddafi non andava «disturbato»; seguono giorni di imbarazzato silenzio, poi sì all'intervento, ci siamo anche noi ma anche no, «i nostri aerei non spareranno»; l'idea di aspettare che maturino le condizioni per una «fase di mediazione» viene abbandonata per una «soluzione politica» basata sul dialogo nazionale fra le tribù; intanto, Berlusconi che si dice «addolorato» per il raìs; adesso si farebbe di nuovo strada l'ipotesi dell'esilio. Tutto e il contrario di tutto, insomma, fuor ché l'unica scelta che ci avrebbe fatto recuperare il terreno perduto: partecipare ai raid sulle forze del regime.

Puntare sull'esilio di Gheddafi per ritagliarsi un ruolo è più che velleitario, è come sperare che ti entri una scala reale con una carta sola ancora da scoprire. Può capitare un colpo di fortuna, certo, ma non è saggio impostarci il tuo gioco. In questo momento dovremmo puntare sulle bombe come gli altri (cioè a far cadere Gheddafi prima possibile), e intanto approfondire i contatti con il Cnt, semi-riconoscerlo anche, poi si vedrà. Tanto il ruolo di mediatori, nel caso di ripensamenti da parte del raìs, non ce lo toglie nessuno.

Un errore di valutazione madornale invece, che probabilmente si commette in queste ore alla Farnesina e che si legge sui giornali, è dare per scontato che una situazione di stallo militare possa favorire le condizioni per quella fase di mediazione per cui ci stiamo preparando, mentre è vero piuttosto il contrario, chiuderebbe ogni chance: Gheddafi non accetterà mai l'idea di lasciare, ma tanto più se sarà riuscito a resistere ai raid e all'avanzata dei ribelli. Lo stallo per lui è come una vittoria. Basta che resista in Tripolitania, tanto da evocare lo spettro di una Libia divisa in due. A quel punto spera di costringere la comunità internazionale a trattare con lui o a dividersi sul da farsi. Se c'è una minima possibilità che accetti l'esilio, è messo di fronte ad una situazione disperata, ma a quel punto potrebbe essere troppo tardi, sarebbero i ribelli a non volerlo concedere.

Piuttosto, uno scenario leggermente più probabile che dovremmo prepararci fin d'ora ad affrontare è che di fronte ad uno stallo la Francia decida di inviare truppe di terra. Questa volta sarebbe il caso di riflettere in anticipo su come comportarci.

Monday, March 28, 2011

Panorama deprimente

E' stato un weekend di pura follia quello che si è appena concluso. Con Frattini che se ne esce con l'idea malsana di un bonus in denaro per convincere i clandestini a rimpatriare, che di tutta evidenza non farebbe altro che alimentare il commercio di essere umani su cui prosperano le organizzazioni criminali; il centrodestra al governo e i giornali ad esso vicini (con l'eccezione del Tempo di Mario Sechi) che continuano a trattare la crisi libica come un'emergenza immigrazione e poco più (quando a tutt'oggi i grandi esodi paventati non si sono visti) e, ancor più patetico, ad esercitarsi in complottismi e vittimismi, quando è evidente che Parigi e Londra, ciniche quanto si vuole, stanno solo perseguendo il loro interesse nazionale; e in ultimo le opposizioni, che immancabilmente si dimostrano capaci solo di strumentalizzazioni sull'orizzonte ristrettissimo della politica interna.

Con rarissime eccezioni, insomma, un panorama politico e giornalistico davvero deprimente, mentre Gheddafi sta per cadere (i ribelli starebbero marciando verso Sirte, sua città natale), e Francia e Gran Bretagna giocano all'attacco la loro partita per l'influenza nel Mediterraneo, per riempire cioè quel nuovo promettente spazio geopolitico apertosi con le rivoluzioni del Nord Africa. Dovremmo chiederci perché noi non solo non riusciamo ad agire con la stessa determinazione ed efficacia, sembriamo ancora intontiti dalla tempesta che ha spazzato via il nostro comodo "posto al sole" in Libia, ma neanche discutiamo di come riprendercelo, quasi ce ne vergognassimo. Eppure, basterebbe partecipare attivamente, quanto francesi e inglesi, alle operazioni militari (abbiamo le forze e le capacità operative per farlo) e sfruttare al meglio qualcosa che loro invece non hanno: i nostri contatti, la nostra conoscenza sul campo, la nostra buona immagine.

Invece, stiamo lì a rimuginare, a piangerci addosso, ad aspettare un'improbabile «fase di mediazione» che dovrebbe farci tornare protagonisti, sottolineando in questo modo noi stessi il ruolo di secondo piano dell'Italia. Se chiedere «l'immediato cessate il fuoco» quando Gheddafi sembrava stesse per sferrare l'attacco finale su Bengasi aveva un qualche senso, è ridicolo farlo oggi, quando può essere scambiato per un modo di correre in aiuto del Colonnello stretto in una morsa (ribelli e raid) che sembra inesorabile, anche se lenta. Il nostro governo vaneggia di «mediazioni», «dialogo», «riconciliazione nazionale», mentre il raìs sta ancora combattendo ed è chiaro a tutti che venderà cara la pelle, altro che esilio... Certo, prima o poi occorrerà avviare un dialogo fra le tribù, un lavoro di riconciliazione, ma solo dopo che sarà caduto Gheddafi. Affannarsi tanto ora ricopre di un alone di ambiguità le nostre intenzioni, si potrebbe pensare che pretendiamo o che crediamo possibile «riconciliare» i ribelli con il tiranno e viceversa.

Siamo riusciti, è vero, a togliere a Sarkozy il monopolio del palcoscenico, ma ormai gli effetti che l'intervento alleato doveva determinare sul campo si sono verificati. Insomma, la Nato sembra intervenire se non a cose fatte, di certo molto ben avviate, e i ribelli sanno bene chi è intervenuto per primo e in modo decisivo in loro soccorso, nell'ora più drammatica. Pensare che ci lasceranno condurre le danze del dopo-Gheddafi, dopo che siamo rimasti in secondo piano negli sforzi per cacciarlo, è pura utopia consolatoria. Tant'è che alla nostra vera o presunta «soluzione diplomatica» avanzata da Frattini (di sponda, pare, con Germania, Russia e Turchia) già se ne contrappone un'altra, vera o presunta anche questa, elaborata da Parigi e Londra (almeno così dice il ministro degli Esteri francese Juppé). Sarà dura recuperare sulla nuova Libia l'influenza che avevamo, ma quand'è che iniziamo a giocare da duri?

Friday, March 25, 2011

La missione spezzatino

Ormai più che ad un'Alleanza la Nato somiglia ad un supermercato, dove ciascuno va e compra ciò che gli pare; e la missione uno spezzatino, divisa in tre tronconi per non scontentare nessuno. Quella di Bruxelles sembra di fatto una non scelta, che consente a ciascun alleato di scegliersi il livello di impegno che preferisce in Libia (e di coltivare quindi il proprio obiettivo). In realtà, non sono ancora ben chiari i contenuti dell'accordo raggiunto ieri: secondo il Corriere della Sera, che riporta le parole del segretario Rasmussen, la Nato ha già assunto il comando dell'embargo navale e assumerà a breve anche quello per il rispetto della no-fly zone, mentre, pare di capire, alla coalizione dei volenterosi, e in particolare ai singoli Paesi che lo vorranno, rimarranno gli attacchi mirati ai bersagli militari del regime di Gheddafi. Secondo la Repubblica, invece, l'Alleanza assumerà il comando sia della normale no-fly zone (già da domenica), sia di una cosiddetta no-fly zone plus (entro martedì), che comprenderebbe i raid contro le forze del Colonnello. Sul modello di quanto già avviene per l'Isaf in Afghanistan, la direzione politica sarà esercitata dal Consiglio atlantico, allargato ai rappresentanti dei Paesi non Nato che fanno parte della coalizione, come Qatar ed Emirati.

Il comando sarà unico su tutte le operazioni militari, non ci sarà più la "coalizione dei volenterosi" separata dalla Nato, confermano fonti dell'Alleanza. Sì, ma di fatto per tre diverse missioni: embargo, no-fly zone e bombardamenti. La Turchia si limiterà al primo, l'Italia alla seconda (non sia mai che i nostri aerei sparino un colpo), mentre Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti faranno il lavoro sporco, con gli inevitabili oneri ma anche, al momento opportuno, onori e benefici.

Secondo la versione di Repubblica, per Sarkozy sarebbe una resa totale. Salverebbe la faccia solo dicendo che sarà la conferenza di Londra di martedì prossimo tra i ministri degli Esteri della coalizione a fornire «l'ombrello politico-strategico» sotto cui agirà la Nato. Il ruolo francese viene comunque ridimensionato perché il comando (soprattutto se anche della versione "plus" della missione) passa alla Nato, ma solo sulla carta, perché c'è da scommettere che Parigi saprà ritagliarsi il ruolo di leader sul campo, nelle operazioni militari, e quindi anche nella direzione politica della crisi. Noi italiani possiamo da una parte ritenerci soddisfatti perché da "amici" del raìs, inizialmente un po' isolati, siamo riusciti a rientrare in partita, ma pur avendo voce in capitolo, rinunciando a partecipare alla parte "plus" della missione rischiamo di restare comunque in secondo piano.

Anziché partecipando ai bombardamenti, è puntando tutto su una improbabile futura «mediazione» con il regime di Gheddafi che Berlusconi spera di tornare protagonista. E' una scommessa ardita, perché come anche lui ben sa il suo vecchio "amico" non si arrenderà mai, piuttosto è capace di una carneficina, e il rischio è che il suo tentativo passi solo per l'ultima patetica ciambella di salvataggio all'amico dittatore. Se è vero che Berlusconi si sente trascinato "obtorto collo" nella missione, allora bisogna riconoscere il merito di aver evitato al nostro Paese un drammatico isolamento a Frattini, Letta e a La Russa (ma anche al presidente Napolitano e alla Clinton).

E' in queste occasioni che l'aspetto positivo della politica estera berlusconiana della "pacca sulla spalla" mostra tutti i suoi limiti. I rapporti umani con i leader aiutano senz'altro la diplomazia e gli affari, ma non bisogna rimanerne prigionieri, come è capitato al premier con Putin e Gheddafi. Il guaio per l'Italia in questa crisi è che Berlusconi è rimasto sentimentalmente, emotivamente legato ai bei tempi andati con il Colonnello, quando il leader libico sembrava aver rimesso la testa a posto. A causa del suo coinvolgimento personale non ha avuto quel guizzo, quel coraggio politico - o cinismo, se preferite - di un cambio di rotta a 180 gradi quando lo scenario geopolitico nell'intero Nord Africa è radicalmente mutato. Recriminare contro il protagonismo francese è solo un'infantile pratica autoassolutoria e raccontarsi che prima o poi si aprirà una «fase di mediazione» che ci vedrà protagonisti un fatuo esercizio consolatorio.

Thursday, March 24, 2011

Esserci ma anche no

Nonostante l'annunciato «ruolo chiave» della Nato nella missione in Libia, un accordo sul comando vero e proprio ancora non è stato raggiunto, quindi l'Italia la sua piccola rivincita non l'ha ancora ottenuta e inoltre non partecipando ai raid e vaneggiando di «mediazioni» continuiamo a lasciare a francesi e inglesi la prima fila.

All'inizio si era tenuta in disparte l'opzione Nato per favorire l'adesione di Paesi arabi alla coalizione. Paesi arabi che però finora non si sono visti. Quindi Obama pare si sia deciso per il comando Nato, ma i francesi insistono per una cabina di regia politica esterna all'Alleanza. Sembrerebbe che la maggior parte dei Paesi condivida la posizione italiana, eppure la situazione non si sblocca. Come'è possibile? Perché a Washington non premono con la dovuta convinzione? O perché in fondo non ne hanno la volontà, e quello con Parigi è solo un gioco delle parti? Sia come sia, l'assenza di leadership da parte americana lascia basiti. Obama è sì riuscito ad ottenere un mandato dell'Onu, grazie all'astensione della Russia, ma a quasi una settimana dall'inizio delle operazioni occidentali - e dopo oltre un mese di tentennamenti - non è ancora riuscito ad organizzare e definire ciò che più conta quando si va in guerra: la coalizione non ha ancora preso una forma definitiva (deve ancora convincere i Paesi arabi a partecipare); non è ancora chiaro a chi spetti il comando (deve convincere turchi e francesi ad accettare il comando Nato); e non sono chiari gli obiettivi ultimi (tra chi si accontenta di attuare la no-fly zone per proteggere i civili, e chi continua a bombardare per far cadere Gheddafi).

Obama in questi giorni viene aspramente criticato da commentatori e analisti di qualsiasi orientamento: «capo del cerimoniale del Pianeta», «metà Amleto, metà Macbeth», «brilla per prudenza, ma non ha mai un guizzo di coraggio politico», sono alcune delle espressioni nei suoi confronti. Stiamo assistendo al declino dell'America da molti atteso (e da qualcuno auspicato) o più semplicemente alla ratifica dell'inconsistenza della sua attuale leadership? Nonostante certamente la crisi economica, il debito, e i numerosi impegni militari limitino le capacità americane, propendo decisamente per la seconda.

Su una cosa non si può dar torto a francesi e inglesi: la no-fly zone di per sé non basta. Per far cadere il raìs bisogna bombardare e decimare le sue forze. D'altra parte, può anche non essere scritto esplicitamente sulla risoluzione Onu, ma non prendiamoci in giro: la missione ha successo se Gheddafi cade in breve tempo, altrimenti il rischio è un pantano che non coinviene a nessuno.

E l'Italia come sta giocando la sua partita? Male. Non abbiamo compreso il nuovo scenario che si sta aprendo in Nord Africa e la nuova sfida geopolitica che implica, mentre Sarkozy è stato lesto ad approfittarne. Anziché riconoscere il nostro errore e sgomitare per riguadagnare le posizioni perdute, ci nascondiamo dietro un infantile vittimismo anti-francese e un'ipocrita non-belligeranza («in dieci missioni i nostri aerei non hanno mai sparato», si vanta La Russa), nella speranza che prima o poi si apra una finestra diplomatica tra Gheddafi e la comunità internazionale. Nel frattempo però, l'impasse sul comando Nato, l'assenza di leadership americana, e il nostro esserci e non esserci («non siamo in guerra e non ci entreremo», ripete il governo), ci stanno relegando in una posizione sempre più vistosamente di secondo piano rispetto a francesi e inglesi. Berlusconi punta tutto sulla questione del comando Nato e su una improbabile «fase di mediazione», che dovrebbe seguire un vero cessate-il-fuoco, per riguadagnare spazio rispetto al protagonismo francese. Certo, se riuscisse a convincere Gheddafi all'esilio ne uscirebbe come il grande trionfatore, ma stavolta il suo sembra davvero un sogno ad occhi aperti.

Ripeto: l'Italia non deve utilizzare la questione del comando per mettere i bastoni tra le ruote alle operazioni, disquisendo se sia o non sia all'interno del mandato Onu bombardare i tank di Gheddafi. Certo che lo è. Punto. E anzi deve fare la sua parte come gli altri. Perché anche a noi interessa ormai che Gheddafi cada prima possibile e che si passi al dopo. Certo, dovremo contenderci con i francesi l'influenza sulla nuova Libia, ma semplicemente ritardare o peggio ostacolare questo esito non è un opzione percorribile, perché i bei tempi andati non torneranno più, a meno di non accettare il nuovo scenario e rimboccarsi le maniche. Insomma, una volta superato per sempre uno status quo che ci avvantaggiava, giocare sulla confusione degli obiettivi finali della missione per far dispetto ai francesi è una magra consolazione e, in realtà, faremmo dispetto a noi stessi. Anche perché l'interpretazione restrittiva del mandato Onu (la protezione della popolazione civile) è quella che più rischia di determinare una situazione di stallo, e alla lunga un esito per noi deleterio come la spartizione della Libia, con un governo dei ribelli in Cirenaica, ma a quel punto decisamente filo-francese, e uno in Tripolitania imprevedibile e vendicativo nei nostri confronti, e comunque sotto embargo e sanzioni.

Tuesday, March 22, 2011

Arginiamo Parigi, ma cacciamo Gheddafi

Sono le misere gelosie tra i Paesi europei a stagliarsi sulle ceneri della leadership americana. L'Italia ha ragione nel pretendere un comando Nato della missione, ha torto nel porre limiti alle operazioni, ma in questo sembra in linea con le ambiguità del presidente americano Obama.

Se si tratta di arginare il protagonismo francese - che ha tutta l'aria di essere dettato non da un afflato umanitario, ma dalla volontà di sostituire la propria influenza a quella italiana in Libia e dall'ambizione personale di Sarkozy, che cerca di rianimare la sua immagine nell'imminente corsa alla rielezione - ok; se è un modo per tornare su una posizione "neutralista" e prolungare surrettiziamente il regime di Gheddafi, decisamente no, perché ciò non risponde più ai nostri stessi interessi e prima ce ne convinciamo, meglio è. Invece, nel centrodestra stanno confondendo la legittima reazione al protagonismo francese con le sorti del raìs. E' certamente vero che siamo di fronte ad un intervento per lo più di carattere "neocoloniale" da parte di francesi e inglesi, che mirano a sostituire la loro influenza alla nostra in Libia, ma la soluzione non è piangerci addosso e addolorarci per Gheddafi. Il punto è un altro: che il Colonnello cada, e il prima possibile, è ormai anche nel nostro interesse, dal momento che il ritorno a qualcosa che somigli anche lontanamente allo status quo ante è impensabile e quindi il nostro comodo "posto al sole" in Libia è perduto. Dobbiamo riconquistarlo non prolungando l'agonia di Gheddafi, bensì non lasciando il comando delle operazioni - belliche e politiche - ai francesi. Questa è la sfida, rispetto alla quale l'alternativa è ritrarsi, rinunciando però in partenza a riguadagnare le preziose posizioni perdute in Libia.

Ad aver lasciato campo libero ai francesi purtroppo siamo stati noi stessi, paralizzati - a quanto pare ancora oggi - dall'imbarazzo per la nostra (ex?) amicizia con Gheddafi. Guardiamo agli Stati Uniti di Obama, a quanto velocemente hanno scaricato il loro miglior "amico" in Medio Oriente, Mubarak, quando si sono accorti che lo scenario era cambiato per sempre. Dobbiamo riconoscere, come fa non da oggi Mario Sechi su Il Tempo, che Sarkozy «è stato svelto nello scavalcarci perché ha capito qual era lo scenario»: in breve, che le rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia stavano aprendo lo «spazio geopolitico» del Mediterraneo a chi fosse stato più rapido nel riempire quel vuoto; e che gli Stati Uniti sarebbero stati refrattari a svolgere un ruolo da protagonisti nella crisi libica. In questo spazio avremmo dovuto infilarci noi, invece Sarkozy ci ha preceduti. Ora non possiamo far altro che rincorrere, non negare la situazione.

Di fronte a quanto stava accadendo, e alla Francia che puntava chiaramente a sostituire l'Italia nei rapporti con la nuova Libia, due erano le possibilità per il nostro governo: o sostenere dichiaratamente il Colonnello, con tutto quello che avrebbe comportato, e senza nasconderci che comunque il suo destino sarebbe stato segnato nel medio termine; oppure, contendere ai francesi il dopo-Gheddafi, ma puntando decisamente a favorire il "dopo". Tertium non datur. Per questo è giusto sollevare un problema di comando, ma sarebbe sbagliato restare nell'ambiguità sull'obiettivo ultimo: cacciare Gheddafi prima possibile.

Questa guerra è cominciata tardi e male essenzialmente per responsabilità americane, per la debolezza della leadership di Obama. La confusione sull'obiettivo ultimo della missione infatti è innanzitutto la sua. Da una parte ripete ogni giorno che nessuna risoluzione dell'Onu autorizza a cacciare il raìs, quindi che l'obiettivo della missione non è rovesciare il regime, dall'altra aggiunge che il dittatore «se ne deve andare», non si capisce bene come. Indica una sottilissima «distinzione» fra l'intervento militare autorizzato dall'Onu e la politica del suo governo. La risoluzione 1973 richiede la protezione dei civili dalle violenze di Gheddafi, dunque l'obiettivo della coalizione non è il «cambio di regime», ma ciò non toglie che la Casa Bianca ritenga che «Gheddafi deve abbandonare il potere». Eh sì, sono lontani i tempi della chiarezza cristallina di George W. Bush. Solo con le lenti dell'ipocrisia si può fingere di non vedere che laddove la risoluzione autorizza «ogni mezzo necessario» a proteggere la popolazione civile, de facto autorizza - se necessario - anche la rimozione di Gheddafi dal potere. Ma secondo Obama l'intervento armato si dovrebbe limitare a proteggere i civili, mentre le sanzioni dovrebbero bastare a far cadere il regime. Questo per lasciare almeno all'apparenza nelle mani dei libici il loro destino, come in Egitto nel caso di Mubarak, evitando di impegnare gli Usa in un vero e proprio "regime change", che ricorderebbe troppo Bush. Se è lecito dubitare che una no-fly zone possa provocare da sola la caduta di Gheddafi, figuriamoci le sanzioni. O si tratta di ipocrisia liberal allo stato puro - e a questo punto c'è da augurarselo - oppure c'è da dubitare delle doti politiche del presidente Usa.

Stupiscono infine certe obiezioni sollevate nel campo del centrodestra, che somigliano in modo sospetto a quelle sollevate dalla sinistra ad ogni guerra americana: perché in Libia sì e in altre parti del mondo no? Il fatto che di dittature anche più minacciose e di genocidi sia pieno, purtroppo, il mondo non significa che bisogna rimanere con le mani in mano anche quando c'è la possibilità di intervenire. E' il solito trucco dialettico: siccome si dovrebbe intervenire ovunque, o comunque "ben altre" sarebbero le situazioni che richiederebbero un intervento, allora non si interviene mai.

Monday, March 21, 2011

Partiti, ma che confusione!

Come si fa a non rimpiangere Bush e Blair?

Delle ragioni che rendono per l'Italia obbligatorio partecipare attivamente all'intervento militare in Libia, e che anzi avrebbero suggerito sin dall'inizio un ruolo da protagonista del nostro governo in quel senso, ho già scritto in questo post. Ma quel che stupisce in queste ore, persino da parte statunitense, è la confusione su aspetti cruciali della missione, che potrebbe seriamente compromettere la sua riuscita.

Il rischio di insuccesso c'è innanzitutto perché è tardiva, a causa delle incertezze occidentali (e in primis americane) più che per il veto russo, di fatto superato due sabati fa con il via libera della Lega araba. All'inizio, durante l'avanzata dei ribelli, una no-fly zone e alcuni raid mirati avrebbero potuto assestare l'ultima spallata a Gheddafi. Oggi è tutto molto più problematico: salvare gli insorti e i civili dalla controffensiva del raìs non significa automaticamente farlo cadere, quindi si rischia uno stallo della situazione.

Registriamo nel frattempo la relativa facilità con cui sembra stabilita già in queste ore la no-fly zone sulla Libia. Le forze della coalizione hanno ampiamente «neutralizzato» le difese aeree libiche ed evitato «in extremis» un massacro a Bengasi», ha riferito il primo ministro britannico Cameron alla Camera dei Comuni; «abbiamo dedicato le prime 24 ore alle operazioni per stabilire la no-fly zone e stiamo passando adesso alla fase di pattugliamento del cielo libico», ha reso noto poco fa un portavoce del Pentagono. Solo 24 ore? Ma non era lo stesso Pentagono ad avvertire che predisporre una no-fly zone sarebbe stata un'operazione complessa e pericolosa che richiedeva studi e contro-studi, riflessioni su riflessioni?

Ma soprattutto, ciò che allarma - anche il Wall Street Journal, favorevole all'intervento - è la confusione che a tre giorni dal via alle operazioni ancora si registra riguardo la leadership politica, il comando operativo, le limitazioni e gli obiettivi finali della missione.

Obama ha spiegato che gli Usa «partecipano» a una coalizione «che non guidano». Sarebbe una situazione inedita e il WSJ ha rammentato ad Obama che la Costituzione Usa pone il presidente americano al comando delle forze armate, né Sarkozy né l'emiro del Qatar. Gli americani non la prenderebbero bene se venisse fuori che c'è qualcun altro al comando delle loro forze aero-navali che operano in Libia. Ma quindi chi guida la missione? Per ora nessuno, pare di capire. In queste prime fasi la coalizione ha agito in ordine sparso, con un coordinamento random. E' sbalorditivo come gli Stati Uniti non abbiano preventivamente ottenuto da Parigi l'impegno ad accettare un comando Nato una volta concesso loro di sparare il primo colpo. Pare che qualcosa si stia muovendo adesso. Il ministro degli Esteri francese ha aperto ad un «sostegno» Nato; Cameron ha espresso la volontà che «col tempo il comando e il controllo dell'operazione passi alla Nato»; la Norvegia ha sospeso la sua partecipazione finché non sarà chiarita la questione del comando; e finalmente, dopo essere entrati a pieno titolo nella coalizione, anche dall'Italia arriva un colpo d'ala per arginare il protagonismo francese: se la missione non passerà sotto comando Nato, avverte Frattini, l'Italia riconsidererà la sua posizione sull'uso delle basi. I francesi replicano e rischia di finire a pesci in faccia tra Roma e Parigi.

Speriamo che qualcuno a Washington sia in ascolto, ma pare che anche lì qualcosa nella catena di comando non funzioni. Veniamo infatti alla leadership politica e agli obiettivi finali della missione. Nella risoluzione dell'Onu che autorizza gli attacchi non c'è scritto che l'obiettivo è la caduta di Gheddafi. Eppure, tutti sanno che è proprio quello l'obiettivo ultimo e non potrebbe essere altrimenti. Venerdì scorso il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, non ha nascosto che oltre a fermare le violenze del Colonnello sui civili il secondo esito che si vuole provocare, sia pure indirettamente, è la fine del suo regime. Eppure, la Clinton è stata corretta venerdì stesso, poi sabato, poi ancora oggi, da Obama, il quale ha chiarito e fatto ribadire dai suoi portavoce che «l'azione non mira a mutamenti di regime» in Libia (non sia mai che qualcuno dovesse confonderlo con Bush...). Ora, o il presidente americano ci crede stupidi, o si è bevuto il cervello. Perché una missione del genere che non si ponesse come obiettivo ultimo la caduta di Gheddafi sarebbe da irresponsabili. Un autentico salto nel buio.

Intanto, anche al Cremlino si registra qualche scossone negli equilibri del potere. Medvedev smentisce Putin. L'ex presidente aveva bollato la risoluzione 1973 dell'Onu come un «appello alle crociate». «Inaccettabile» per Medvedev, che ha invece definito «non sbagliata» la risoluzione.

Se siamo costretti a inseguire la colpa è solo nostra

La spiacevole sensazione di trovarci trascinati obtorto collo in un conflitto che la nostra diplomazia aveva scommesso non ci sarebbe stato, e che avremmo volentieri evitato, è comprensibile, ma della nostra condizione dobbiamo incolpare solo noi stessi. Se oggi, come si legge sul Corriere della Sera, il premier si trova «nell'indesiderata e paradossale posizione di dover sperare nel successo pieno, sino alla destituzione di Gheddafi, di un'operazione che vive anche nel ruolo di vittima», è comodo ma miope prendersela con il cinico Sarkozy. Piuttosto, Berlusconi se la prenda con le "distrazioni" giudiziarie di cui è suo malgrado oggetto e con una Farnesina poco reattiva e malamente informata. Ricordiamo bene i giorni delle rivolte in Tunisia e in Egitto, quando i nostri servizi segreti, quelli che avrebbero dovuto saperne di più al mondo sulla situazione in Libia, assicuravano che il regime del Colonnello era saldo. Se non capiamo questo in fretta, sbaglieremo anche le prossime mosse. Come osserva Panebianco sul Corriere della Sera, stiamo facendo «la cosa giusta, l'unica possibile», partecipando con tutti i nostri mezzi a questa azione internazionale. Non potevamo tirarci indietro. Il classico "buon viso a cattivo gioco", insomma, con la differenza che il cattivo gioco se l'è autoinflitto l'Italia da sola, non comprendendo per tempo ciò che stava accadendo e che inevitabilmente sarebbe accaduto. Consapevoli di non avere la forza di impedire agli altri di "giocare" nel cortile davanti casa nostra, sarebbe stato più intelligente uscire di casa col pallone sotto braccio e organizzare noi per primi la partita.

Era del tutto evidente, infatti, fin dai primissimi giorni della rivolta in Libia e anche ad umilissimi blogger come il sottoscritto, che Gheddafi non sarebbe rimasto al potere se non ad un prezzo inaccettabile di vite umane, rendendo quindi impossibile un ritorno al "business as usual" e probabilmente inevitabile un intervento militare per cacciarlo, soprattutto dopo le impegnative parole di Obama e di Sarkozy. Insomma, il nostro comodo e privilegiato "posto al sole" in Libia era comunque perduto, tanto valeva prepararsi il prima possibile a rioccuparlo nella nuova Libia. Avremmo dovuto giocare d'anticipo e porci noi, dall'inizio, alla testa dei Paesi interventisti, invece abbiamo tentennato e ora ci troviamo costretti ad inseguire, ma sempre titubanti, il protagonismo altrui. Capisco che è un boccone amarissimo, ma dobbiamo mandarlo giù in fretta. L'esclusione della Nato è anch'essa un altro piccolo grande successo di Sarkozy, permesso dalla debolezza americana e italiana. Si potrebbe iniziare da qui per arginare il protagonismo francese.

Non sorprende che la Lega, per sua natura non pacifista ma isolazionista, sia refrattaria all'intervento. Sorprende che lo siano i principali giornali di centrodestra, con l'eccezione del Tempo di Mario Sechi, che in tempi non sospetti aveva colto tutti gli aspetti di ciò che stava montando. Questa guerra porterà solo altri immigrati sulle nostre coste e ci toglierà il petrolio e il gas libici, come temono i leghisti ed ampi settori del Pdl? Avrei capito le perplessità nei confronti del nostro intervento se ci fosse stato davvero uno status quo da difendere, ma al contrario ciò che ci ha fatto rimanere indietro rispetto ai nostri alleati è esattamente non aver compreso che tutto ciò che ci interessa in Libia - le nostre "piattaforme" energetiche e commerciali, il contenimento dell'immigrazione clandestina e dell'estremismo islamico, non avere alle nostre porte uno Stato fallito - per noi era già perduto in partenza, con l'innescarsi della crisi, e questa guerra, semmai, ci offre l'occasione di tentare di riprenderci in futuro ciò che altrimenti non avremmo avuto più. In ogni caso. Perché se Gheddafi fosse rimasto al potere, certo non sarebbe stato possibile tornare al "business as usual" e il raìs, ce lo ha brutalmente chiarito lui stesso alcuni giorni fa, ci avrebbe fatto pagare salatissimo il nostro mancato appoggio, avremmo dovuto ritrattare tutto; se invece la nuova Libia nascesse con un aiuto esterno ma senza il contributo italiano, perderemmo ogni possibilità d'influenza. Dunque, per uscire dal vicolo cieco occorreva fare esattamente ciò che sta facendo Sarkozy, solo prima che lo facesse lui. Adesso è tardi, non possiamo far altro che accodarci e riguadagnare pazientemente le posizioni perdute. Siamo in grado di farlo, perché trattiamo con i libici da quarant'anni e non abbiamo l'arroganza dei francesi.

In questi ultimi due decenni abbiamo preso parte a costose missioni estere in cui il nostro interesse a partecipare era solo indiretto: contribuire alla lotta contro il terrorismo islamico e accrescere il nostro status sulla scena internazionale. Paradossalmente è proprio nella crisi libica che non abbiamo saputo cogliere l'occasione più unica che rara di un intervento nelle cui ragioni confluivano la nobile causa della difesa delle popolazioni civili da una brutale dittatura, l'interesse strategico ad accrescere il nostro status guidando una coalizione internazionale nel Mediterraneo (almeno formalmente sarebbe stato possibile vista la refrattarietà degli Usa di Obama) e - per una volta - la tutela di interessi concretissimi (energetici e commerciali) nell'unico Paese che si trova, se così possiamo definirla, nella nostra "sfera d'influenza". Sarkozy invece - con l'arroganza tipica dei francesi e un pizzico di avventurismo (la scommessa su una campagna breve, dal minimo sforzo e trionfale è comunque un azzardo) - ha colto al volo l'occasione di riempire questo vuoto lasciato dalle incertezze di Washington e dall'imbarazzo italiano. Per la Francia l'occasione di sostituirsi a noi come primo partner energetico e commerciale della nuova Libia e di lanciarsi così alla conquista del nostro "spazio naturale": il Mediterraneo. Per Sarkozy, accusato in patria di aver subito in modo troppo passivo le crisi in Tunisia ed Egitto, anche una ghiottissima occasione per riaffermare la "grandeur" francese e risollevare così le sue sorti personali. Per gli Stati Uniti non solo la difesa della propria influenza in Medio Oriente, e l'interesse strategico a sintonizzarsi con le masse arabe che si sono rivoltate contro i loro oppressori imprimendo alla storia della regione un nuovo corso, ma anche un modo per penetrare in Africa (dopo il tragico fallimento in Somalia) e contrastare le ambizioni imperialiste della Cina (come abbiamo visto presente in forze nella Libia di Gheddafi).

E' «la guerra di Sarkozy», come osserva Lucio Caracciolo su la Repubblica, o non dobbiamo farci ingannare dalle apparenze ed è «tutta americana», come sostiene Lucia Annunziata su La Stampa? In effetti, quello francese potrebbe rivelarsi un colpo di coda della "grandeur" perduta, mentre dietro l'intervento "umanitario" per gli Stati Uniti si concretizza la possibilità di segnare un punto a favore nella serrata competizione che li vede in svantaggio rispetto alla Cina per l'influenza in Africa.

L'azione in corso presenta non pochi rischi, è vero. L'obiettivo dichiarato è far cadere Gheddafi. Questo nella risoluzione dell'Onu che autorizza gli attacchi non c'è scritto, ma tutti lo sanno. Ebbene, uno dei rischi di quest'azione, poiché tardiva e priva fino ad ora di una leadership forte, è che salvi gli insorti dalla controffensiva del raìs, ma che non riesca a rianimare le loro capacità militari e quindi a provocare in tempi ragionevoli la caduta del dittatore. All'inizio c'è stato un momento, durante l'avanzata dei ribelli, durato circa una settimana, in cui sembrava che una no-fly zone, alcuni bombardamenti mirati, potessero assestare l'ultima spallata a Gheddafi. Oggi è tutto molto più problematico, perché i raid sono iniziati quando al Colonnello mancava solo Bengasi per riprendersi il controllo del Paese intero. Il rischio quindi è una situazione di stallo: la Cirenaica in mano ai ribelli, la Tripolitania a Gheddafi e il Fezzan senza governo. Purtroppo sull'efficacia dell'intervento pesa anche l'irresolutezza e la mancanza di leadership degli Stati Uniti. Molti vi hanno visto l'intenzione di lasciare per una volta all'Europa la guida politica di una crisi alle porte del vecchio continente. Purtroppo, bisogna riconoscere che le oscillazioni della Casa Bianca sono dipese solo dalle incertezze di Obama, a loro volta dovute in parte all'inesperienza ma soprattutto alla totale mancanza di visione politica del presidente Usa.

Non si capisce, poi, se Obama si nasconda spudoratamente o sia un totale idiota, quando sottolinea che l'intervento punta a «proteggere civili» e non a «rovesciare un regime» (se così fosse, sarebbe un irresponsabile), e che gli Usa «partecipano» a una coalizione «che non guidano» (non credo gli americani siano contenti di sapere che le loro forze armate sono sotto il comando di Sarkozy). Per altro, anche la «solida legittimazione internazionale» fornita dalla risoluzione dell'Onu mostra le prime crepe, con le prese di distanza di Russia e Lega araba, mettendo a nudo un lavoro diplomatico non proprio perfetto come si vorrebbe far credere.

Friday, March 11, 2011

L'Italia si autoesclude

Il dado è tratto. Ci siamo autoesclusi. Per mancanza di leadership o per comodità - probabilmente per entrambe le cose - Obama preferisce lasciare la guida sulla crisi libica agli europei, come ha scritto ieri il Washington Post. Il protagonismo interessato di Parigi e Londra. Italia scalzata, solita ignavia e solito patetico doppiogiochismo.

La Francia è il primo Paese europeo che ha riconosciuto il Consiglio provvisorio degli insorti libici e Sarkozy oggi a Bruxelles chiederà al Consiglio dei capi di Stato e di governo dell'Ue di fare altrettanto. Più che una no-fly zone proporrà bombardamenti mirati contro il regime di Gheddafi. Non ritiene opportuno che a intervenire sia la Nato, né che una vera e propria no-fly zone sia lo strumento appropriato. Meglio una coalizione di "volonterosi" europei, guidata da Francia e Regno Unito, per bombardamenti aerei mirati e limitati: distruggere il bunker di Gheddafi e neutralizzare i tre aeroporti da cui partono le sue operazioni. E probabilmente ha ragione. Sulla stessa linea il premier britannico David Cameron. E' così che Francia e Gran Bretagna lanciano la loro Opa sulla nuova Libia e, quindi, sullo sfruttamento delle sue risorse naturali. E come osserva Il Foglio, «Sarkozy ne approfitta per rifarsi una verginità araba, dopo i disastri della sua diplomazia in Tunisia e Egitto».

Finalmente europei con le palle, mentre l'Italia cagasotto resta a guardare mentre le sfilano di mano il posto di prima fila occupato fino ad oggi in Libia. Un esito che nonostante tutta l'"amicizia" tra i nostri governi (dagli anni '70 in poi) e Gheddafi non era affatto scontato, bensì non è altro che l'inevitabile conseguenza della nostra miopia, ma soprattutto, credo, della nostra codardia, che ci spinge anche in queste ore ad adottare una strategia attendista e doppiogiochista. Il retropensiero che traspare, infatti, dalle dichiarazioni governative, è il seguente: se Gheddafi restasse al potere, l'Italia ne ricaverebbe un ruolo. Sono calcoli della serva. Più che infondati, sfiorano il ridicolo. In effetti, come hanno spiegato al Congresso Usa i vertici dei servizi segreti, alla lunga l'apparato militare di Gheddafi potrebbe prevalere sugli insorti, peggio equipaggiati, addestrati e organizzati. Ma è uno scenario che a questo punto è anche nel nostro interesse scongiurare ad ogni costo, perché se davvero il Colonnello riuscisse a restare al potere, sarebbe per poco tempo, il prezzo sarebbe così alto che sarebbe improponibile restaurare relazioni "normali", il Paese sarebbe comunque altamente instabile e quindi insicuro per qualsiasi investimento e, infine, non è affatto scontato che il «cane rabbioso» ricompenserebbe la nostra ambiguità. Questi sono giochetti da fine '800, che nella diplomazia contemporanea irritano tutte le parti in gioco.

Eppure, l'impostazione uscita dal Consiglio supremo di Difesa, presieduto da Napolitano, sembrava andare nella giusta direzione, parlando non di basi e missioni umanitarie, ma di un'Italia «pronta a dare il suo attivo contributo alla migliore definizione ed alla conseguente attuazione delle decisioni» delle Nazioni Unite, dell'Unione europea e della Nato. Ma come osserva correttamente Mario Sechi su Il Tempo, da noi si parla della crisi libica in uno «scenario da questura e non d'ambasciata e centro di comando aero-navale. Non a caso il ministro più loquace e attivo in questa vicenda appare quello dell'Interno, Roberto Maroni, mentre il ministro degli Esteri, Franco Frattini, sembra impegnato da un lato ad assecondare i timori di Berlusconi sui contraccolpi per la caduta del regime di Gheddafi, dall'altro deve fare i conti con la Lega, la cui visione del mondo su questa vicenda sembra purtroppo cominciare e finire a Varese». Ma non diamo troppe colpe alla Lega, isolazionista per definizione e da sempre, qui a mancare è Berlusconi, che pure in passato aveva dimostrato di saper tenere saldamente in mano le redini della politica estera.

Naturalmente la strada dell'Onu è quella maestra, ma la Francia si dice pronta ad agire da sola «se necessario» ed è quanto basta ad assumere la leadership in una situazione paradossale, in cui tutti dicono che è finita la stagione del regime Gheddafi, ma nessuno si prende la responsabilità di decidere come tradurre in azione questa dichiarazione e nessuno, in Europa, sembra rendersi conto che ripetere questa sentenza e poi essere smentiti dalla realtà senza far nulla di concreto fa perdere drammaticamente credibilità. Tra l'altro, le chance che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu autorizzi una no-fly zone, o un generico uso della forza in base al capitolo VII della Carta, non sembrano del tutto azzerate questa volta. Non so se sono io ad avere le traveggole, nessun giornale l'ha riportato, ma mi pare che il ministro degli Esteri russo Lavrov ieri non abbia chiuso del tutto le porte ad una no-fly zone autorizzata dall'Onu:
«We hear talk about the idea of creating a no-fly zone in Libya. ... Such zones have been deployed in the past by the Security Council and we already have certain experience in the ways they function. So if such proposals emerge, we will naturally study them based on existing experience. And this will probably require more precise and detailed information about how the authors of these proposals expect to implement them in practice».
Ieri l'Unione africana ha espresso la sua contrarietà a qualsiasi intervento militare, ma la sensazione è che le decisioni in proposito della Lega araba potrebbero essere diverse e risultare decisive rispetto alla posizione di Mosca. E comunque a Washington, Parigi e Londra ormai si comincia a dare più importanza ad «un forte sostegno regionale» che ad un mandato del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

Wednesday, February 09, 2011

L'epoca del liberalismo muscolare

Su taccuinopolitico.it e rightnation.it

Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.

A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.

«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
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Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
People were led to believe that "multiculturalism" meant multiracialism, or pluralism. It did not. Nevertheless, for years anybody who criticized multiculturalism was immediately decried as a "racist". But the true character and effects of the policy could not be permanently hidden. State-sponsored multiculturalism treated European countries like hostelries. It judged that the state should not "impose" rules and values on newcomers. Rather, it should bend over backwards to accommodate the demands of immigrants. The resultant policy was that states treated and judged people by the criteria of whatever "community" they found themselves born into.

Thursday, September 23, 2010

Anche Zapatero con Sarkozy

Oltre a Berlusconi, a quanto pare anche il premier spagnolo Zapatero sostiene la politica di Sarkozy sui rom. L'aveva già fatto al Consiglio europeo, ma i nostri media l'avevano accuratamente nascosto. Ieri, al Wall Street Journal, è tornato sulla questione assicurando che i rom «non sono stati espulsi a causa della loro origine etnica». I provvedimenti sono stati adottati «nel rispetto dello stato di diritto». «I principi dell'integrazione devono funzionare - spiega - ma deve anche essere rispettato l'ordine pubblico nei campi che non hanno le condizioni sanitarie e di sicurezza necessarie». Guarda caso allineati i governi di Francia, Italia, Spagna (e Repubblica Ceca). Per ideologia, o perché condividono lo stesso problema?

Tuesday, September 21, 2010

Anche in Svezia suona la sveglia

Dopo l'affermazione nella liberale Olanda del partito di Geert Wilders, i partiti nazionalisti e anti-immigrazione prendono piede anche in Danimarca e in Svezia, le patrie della socialdemocrazia scandinava e di modelli sociali generosi e tolleranti. Come osserva Il Foglio, «gli establishment europei, accecati dall'ideologia del politicamente corretto, prima fingono di non vedere, poi si dicono scioccati da questa avanzata». L'analisi mi sembra scontata. Se i partiti di governo - di centrodestra o di centrosinistra - vogliono contenere l'«avanzata» e disinnescare possibili derive intolleranti e xenofobe, non devono demonizzarli, ma comprendere che intercettano e danno una rappresentanza politica a un disagio reale. E' quanto stanno facendo Sarkozy in Francia, dove Le Pen è fortemente ridimensionato, e Berlusconi in Italia, dove la Lega è sì influente, ma anche molto più "moderata" e ormai interna al "sistema" rispetto ai partiti anti-immigrazione del nord Europa. Inoltre, essendo un partito radicato solo in una parte del Paese, è più "popolare" e rappresenta istanze territoriali (come il federalismo) che l'hanno spinta a maturare un profilo "di governo".

L'immigrazione incontrollata alimenta un senso di insicurezza e di ingiustizia sociale, e spesso è davvero - inutile negarlo - fonte di criminalità e di costi sociali che gravano sui ceti medi e più deboli. Un malinteso senso di tolleranza, inoltre, produce vere e proprie sacche, zone franche del diritto in cui pullulano una cultura e spesso un'ideologia politica incompatibili con i principi fondamentali che regolano la convivenza civile in Europa. Sono questioni tremendamente importanti, che non vanno né negate né sottovalutate, ma vanno affrontate con determinazione, respingendo il "negazionismo" e il "politicamente corretto" tipico di Bruxelles, proprio per evitare l'insorgere e l'aggravarsi di fenomeni di xenofobia.

Ma è un altro il dato epocale delle elezioni svedesi di domenica scorsa, purtroppo oscurato dall'affermazione dei "Democratici di Svezia". I socialdemocratici ridotti ai minimi storici e il centrodestra liberale al 49,3 per cento. Se "dalla culla alla tomba" è lo storico slogan di un certo modello di welfare statale, almeno in Svezia sembra esserci finito quel modello nella tomba... E viene premiato l'approccio decisamente riformatore del premier Fredrik Reinfeldt: aumento dell'età di pensionamento, lotta agli sprechi, privatizzazioni, riduzione delle tasse.

Friday, September 17, 2010

Euroipocrisia

Il fossato che si è aperto tra la Commissione europea da una parte e la Francia di Sarkozy dall'altra (di cui hanno preso le difese platealmente solo Berlusconi, Zapatero e il premier ceco Necas, ma i leader che covano in silenzio la loro insofferenza verso Bruxelles sono molti di più) è totalmente il risultato dell'ipocrisia e dell'irresponsabilità politica delle istituzioni europee.

La questione, che ha scaldato gli animi dei moralisti e dei custodi del politicamente corretto, nel merito è semplice, addirittura banale. La Francia ha tutto il diritto di chiudere campi abusivi sul suo territorio. E ha tutto il diritto secondo le normative comunitarie di rimpatriare cittadini, anche comunitari, che non abbiano documenti in regola, che dopo tre mesi di permanenza non abbiano un lavoro o non possano dimostrare di avere forme legali di sostentamento e una fissa dimora. Tutto il caso nasce da uno scivolone del governo francese subito corretto, ma che ben illustra come la Commissione europea sia un'istituzione fondata sull'ipocrisia e sull'irresponsabilità politica. Una circolare del Ministero degli Interni che ordinava ai prefetti di avviare lo sgombero di campi abusivi «in priorità rom». Ecco, il riferimento ai rom non doveva esserci, si doveva parlare genericamente di campi abusivi, per evitare che la direttiva apparisse discriminatoria. Ma guardiamoci negli occhi e parliamoci onestamente: chi, oltre i rom, vive nelle nostre città in baraccopoli abusive che ospitano centinaia di famiglie, tali da costituire un problema sociale e di sicurezza?

Insomma, il Ministero francese avrebbe potuto essere più accorto, ma è del tutto evidente che non c'era alcun intento discriminatorio, bensì l'esigenza pratica, anche se politicamente inopportuna e "scorretta", di chiamare le cose con il loro nome e rendere chiaro ai prefetti il compito loro assegnato; partendo semplicemente dalla constatazione di un dato di fatto: negli accampamenti abusivi vivono i rom, non giapponesi o portoricani. Ma è ovvio che campi simili vanno smantellati, a prescindere dall'etnia da cui sono abitati. E comunque la circolare è stata immediatamente corretta.

Detto questo, c'è il problema dell'euroburocrazia irresponsabile di Bruxelles, che non dovendo dar conto ai cittadini europei si abbandona al politicamente corretto, scansando sdegnosamente o affrontando in modo retorico problemi molto avvertiti dalle popolazioni. E' frustrante per i cittadini che l'Europa non riesca ad affrontare i loro problemi e, anzi, si comporti sempre più spesso come se non esistessero. Per di più, su alcune questioni delicate, come in questo caso, ricorrendo al ricatto morale del razzismo, e spesso senza prima aver valutato attentamente quali sono le effettive politiche dei governi.

C'è molto dilettantismo nella maggior parte dei commissari, che sono diventati il fulcro di un meccanismo perverso e dannoso per l'immagine dell'Europa agli occhi dei cittadini europei. Sembra che vengano attirati su un problema solo dal clamore mediatico e quando intervengono criticamente sull'operato dei governi, si ha l'impressione che siano animati da un eccesso di protagonismo. Pressocché sconosciuti alle opinioni pubbliche, i commissari cercano di affermare la loro identità politica in contrapposizione ai governi, di apparire indipendenti - alcuni, alla guida di uffici inutili, sono bisognosi di giustificare persino la loro esistenza. Ansiosi di "esserci" e di ottenere visibilità, alzano i toni, provoncando vere e proprie tempeste in bicchieri d'acqua. E' comprensibile che la cosa non sia ben digerita da quanti invece devono rispondere ai cittadini che li hanno votati.

«I governi nazionali sono scelti dall'elettorato. I commissari di Bruxelles no. Non affrontano un'elezione e questo fa una grande differenza», spiega Ernesto Galli della Loggia su Il Foglio: «E' la differenza che passa tra la politica e la burocrazia, anche l'altissima burocrazia», per di più una burocrazia «totalmente autoreferenziale». «La sensibilità dell'elettorato è molto diversa dall'ideologia dei diritti e del politicamente corretto che è l'ideologia dell'Ue», spiega il professore, «le culture esistono, ma l'Ue ha deciso che le diversità culturali non esistono». Al fondo c'è un problema di legittimità democratica della Commissione Ue: «In una democrazia ha sempre ragione l'elettorato. Se si ammette che l'elettorato si possa sbagliare si apre un baratro: chi al posto dell'elettorato? Non c'è risposta». Anzi, dice Galli della Loggia, «le risposte rischiano di essere peggio. Se le decisioni sono prese contro il sentire comune, nascono partiti xenofobi e razzisti. Non è un caso se in molti Paesi europei il panorama politico è sconvolto da partiti schierati contro l'ideologia di Bruxelles».