Pubblicato su formiche
Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".
Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".
Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.
Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.
Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.
Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.
E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.
Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.
La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.
Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).
Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.
Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.
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Monday, May 08, 2017
Monday, April 24, 2017
Le vendette di Hollande dietro il successo di Macron e l'azzardo di aver rimosso l'argine gollista al lepenismo
Pubblicato su formiche
La disfatta è meno amara se
condivisa con i propri avversari
A urne chiuse, ora che tutti i puntini
sono uniti fra di loro, il volto ghignante che si staglia dietro il
"fenomeno Macron" è quello di un redivivo François
Hollande. La sua presidenza è stata catastrofica, ha fatto crollare
ai minimi storici i consensi del Partito socialista e non ha potuto
presentarsi per un secondo mandato talmente a picco era colato il suo
indice di fiducia. Eppure, il sicuro grande sconfitto della vigilia
ha saputo cucinarsi una vendetta servita ancora calda, assicurandosi
con ragionevole certezza l'insediamento del suo ex ministro
dell'economia come suo successore all'Eliseo, ma soprattutto
condividendo la disfatta con i suoi acerrimi avversari, esterni ed
interni. Che abbia o meno un ruolo pubblico in futuro, o preferisca
ritagliarsene uno dietro le quinte, sarà meno amaro per Hollande
lasciare l'Eliseo sapendo che anche la destra gollista è andata
incontro a una cocente disfatta, non riuscendo a portare al
ballottaggio un suo candidato nonostante la crisi dei socialisti, e
che coloro che gli hanno sfilato di mano il partito si ritrovano
intorno nient'altro che macerie.
Questo il duplice esito di una
spregiudicata e brillante operazione politica condotta con l'aiuto
dei magistrati, le cui preferenze politiche anche in Francia non sono
un mistero, dei media "amici" e del 24% degli elettori (in
gran parte di fede socialista). Uno dopo l'altro, gli ostacoli sulla
strada di Macron sono stati brutalmente rimossi e le impronte di
Hollande sono dappertutto. Fallimentare come presidente, si è
confermato un maestro di tattica politica.
Senza nulla togliere alle abilità e
alla freschezza di Emmanuel Macron, che in poche settimane ha messo
su un movimento, una sua "start-up" politica, centrando il
ballottaggio da vincitore del primo turno, ma l'azzoppatura per via
mediatico-giudiziaria del candidato della destra gollista, l'ex
premier François Fillon è stata decisiva. Altrimenti - come
d'altronde indicavano tutti i sondaggi precedenti alle inchieste ad
orologeria che l'hanno colpito (guarda caso solo dopo la vittoria
alle primarie...) - le loro posizioni di arrivo al primo turno si
sarebbero probabilmente invertite. Ed è difficile credere che
l'affermazione di Macron sia stata possibile in così poco tempo
senza la mobilitazione attiva in suo favore di pezzi importanti
dell'elettorato socialista, e quindi il concomitante sabotaggio della
candidatura ufficiale di Hamon. Il Partito socialista ha fatto la
fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati
caricati tutti i debiti politici della presidenza Hollande, mentre
gli elettori socialisti venivano "prestati" per
un'operazione di maquillage giovanilista nel tentativo di salvare lo
status quo (e restituire l'onore a Hollande).
Ma sia Hollande sia l'establishment
(francese ed europeo), che in funzione anti Le Pen hanno preferito un
maquillage giovanilista dei socialisti, facendo fuori per via
mediatico-giudiziaria il collaudato argine gollista, si sono assunti
un grosso rischio. Non gli resta che augurarsi di aver azzeccato il
calcolo... Perché se da una parte la strada di Macron appare ormai
in discesa grazie al ricostituirsi del "fronte repubblicano"
contro il lepenismo, la sua capacità di attrazione di elettori di
sinistra che lo ritengono di destra e di elettori della destra
repubblicana in libera uscita, per la prima volta non rappresentati
al ballottaggio, potrebbe essersi esaurita o quasi nel suo
stupefacente 24%. Insomma, siamo in un territorio ignoto: sarà anche
un'ipotesi remota ma rimosso l'argine gollista Marine Le Pen potrebbe
trovare una prateria a destra, e qualche inaspettato sostegno
dall'estrema sinistra.
Se, come probabile, Macron dovesse
vincere, l'Unione europea si salverebbe da una crisi rapida e al
buio, quindi drammatica, ma non basterà, come molti si illudono, per
invertire la tendenza a un lento declino... Ammesso e non concesso
che trovino sostegno parlamentare, le politiche omeopatiche di
Macron, in totale continuità con quelle di Hollande, non riusciranno
a guarire l'economia e la società francese, e quindi ad alleviarne
le tensioni. Né, quindi, potranno rendere la Francia una parte della
soluzione alla crisi dell'Ue. Il conto con la realtà, al giro
successivo, potrebbe essere salatissimo. In un'intervista al Corriere
lo scrittore francese Michel Houellebecq ha fatto riferimento a una
"nevrosi". I francesi "sono ancora più a destra
rispetto al 2012", Macron "non ha colpe", anche se
"molto migliore di Hollande può portare a una catastrofe"
perché quando "la realtà politica non corrisponde alla
società, è una situazione da nevrosi".
Macron supera l'esame ma Ue e renziani hanno poco da brindare
Macron ha superato l'ostacolo più grande, quello della credibilità, ora la sua strada per l'Eliseo è in discesa. È lui l'eroe del "racconto" elettorale, la sorpresa che si afferma, la storia vincente di cui molti vorranno far parte al secondo turno ("io l'ho votato", "io c'ero")... e difficilmente la Le Pen potrà farci qualcosa. Però deve stare attento all'abbraccio dei vecchi partiti e dell'establishment europeo. Se è così nuovo, giovane, e così "rivoluzionario", perché tutti i "vecchi" si sentono rassicurati da una sua vittoria?
E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".
La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.
Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.
Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...
E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".
La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.
Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.
Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...
Thursday, April 26, 2012
Lo strano amore del Pdl per Hollande
Il presidente del Senato Schifani l'ultimo, Sandro Bondi il primo, ma all'indomani del primo turno delle presidenziali francesi molti esponenti di primo piano del Pdl, nonché alcuni giornali di centrodestra, hanno commentato con ostentata soddisfazione la parziale sconfitta di Sarkozy, leggendovi una sonora bocciatura delle politiche rigoriste imposte da Berlino e dall'Ue, con l'avallo del presidente francese, ai Paesi eurodeboli. Il 64% degli elettori, calcolava un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e l'Ue, mentre i "collaborazionisti" Sarkozy e Bayrou si sono fermati al 36%. Da una parte il Pdl polemizza con il Pd esortandolo a non entusiasmarsi troppo, perché «la partita è ancora aperta», dall'altra gode delle disgrazie di Sarkozy, e pazienza se significa flirtare con le posizioni critiche di socialisti (Hollande), nazionalsocialisti (Le Pen) e persino comunisti (Mélanchon). Un atteggiamento schizofrenico che la dice lunga sullo smarrimento politico-culturale del Pdl.
LEGGI TUTTO su Notapolitica.it
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Tuesday, April 24, 2012
La giornata: riparte "i moderati" 19ma stagione (che palle!), nessuno vuole votare a ottobre ma se ne parla...
Piazza affari risale sopra i 14.000 punti (+2,48%), lo spread resta sui 400, ma i rendimenti sui nostri titoli di Stato purtroppo incorporano quelle che il dir. gen. di Bankitalia Saccomanni definisce come «tensioni dovute a incertezze di carattere politico». Nell'asta di oggi, infatti, a fronte di una buona domanda i tassi sono saliti di un punto percentuale, al 3,35% dal 2,35%, rispetto al mese di marzo. Addirittura raddoppiati i rendimenti sui titoli spagnoli emessi oggi.
E mentre il viceministro Grilli interviene per stoppare sul nascere false aspettative («tagliare le tasse non è possibile») dopo l'allarme pressione fiscale lanciato ieri dalla Corte dei Conti, il governatore della Bce Mario Draghi assicura che la maxi-iniezione di liquidità della Bce nel sistema funzionerà: i prestiti triennali alle banche sono stati studiati apposta «per scongiurare una stretta creditizia» e si dice certo che «in ultima analisi gioveranno all'economia reale». Per Draghi la causa della risalita degli spread non sta nell'eccesso delle politiche di austerità che frenano la crescita, bensì nell'allentarsi della determinazione dei governi nell'attuare le riforme non appena le tensioni sul debito si attenuano.
Via libera "in parallelo" dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato al Def, ma la bozza di risoluzione di maggioranza in via di stesura alla Camera per la discussione di giovedì contiene impegni gravosi e quasi provocatori per il governo: destinare le risorse derivanti dalla spending review e dalla lotta all'evasione in via prioritaria alla riduzione della pressione fiscale; elaborare un piano straordinario di dismissioni del patrimonio pubblico; adoperarsi in sede Ue perché la Bce diventi prestatore di ultima istanza. Un cambiamento dello statuto finora escluso dal premier Monti, in linea con la Merkel.
Berlusconi intanto è tornato a indicare ai suoi la rotta da seguire, parlando ai coordinatori provinciali e regionali del Pdl. Primo, l'acronimo Pdl «non suscita emozione», quindi, al prossimo Congresso si cambia nome. Ma tranquilli: stesso partito, stesse persone, stesse idee. Secondo, «proporremo a tutti i partiti moderati una confederazione con la possibilità di mantenere la propria sigla e di unirsi a noi». Terzo, viva Alfano, il Cav. avrebbe cambiato idea: al segretario ora riconosce «quel quid in più che solo lui ha e di cui c'è bisogno». Quarto, «stiamo lavorando con la sinistra» per cambiare «l'architettura istituzionale» (con quella attuale «neanche il più bravo» potrebbe incidere) e la legge elettorale. Sulla prima l'accordo ci sarebbe, sulla seconda quasi: si va verso il modello tedesco. Ma anche quasi no, perché il porcellum è duro a morire e ancora tenta qualcuno. Trattive rinviate a dopo le amministrative e Casini (per il quale è vitale una nuova legge) denuncia «un tentativo di sabotaggio trasversale, a 360 gradi».
E' il passaggio sull'intenzione del Pd di votare a ottobre che innesca il botta e risposta con Bersani. Berlusconi avverte che il voto a ottobre è un'eventualità da non scartare, potrebbe volerlo il Pd per garantirsi la vittoria proprio con il porcellum. «Il Pd ha dato una parola e la mantiene. Se Berlusconi ha un'altra idea non ce la attribuisca», ribatte Bersani attribuendo invece al Cav. la voglia delle urne. Ovvio che qualcuno bluffa, ma si parlerebbe così tanto di elezioni anticipate a ottobre se nessuno che ci stesse facendo un pensierino? Comunque, in caso di elezioni a ottobre la sinistra, con l'attuale legge elettorale, «può vincere», avverte Berlusconi. Ecco allora che è fondamentale che i moderati si presentino insieme: «Bisogna unire i moderati», la parola d'ordine. In un partito unico, oppure almeno in una confederazione, puntualizza Cicchitto.
Dichiarazioni che innescano una nuova puntata della telenovela dei "moderati". Tutta la politica italiana, senza distinzioni di schieramento, è ossessionata da formule vuote di contenuti. Ci mancava però che fosse Casini a puntare l'indice... il tipico caso di bue che dà del cornuto all'asino. Con impareggiabile faccia tosta Casini ha risposto a Berlusconi che «l'unità dei moderati si fa su cose concrete, non su nominalismi, sui programmi e su un'idea del Paese. Se pensiamo all'uso del termine moderati in questi anni vediamo che è stato molto abusato». Sì, si tratta dello stesso Casini che ha dedicato gli ultimi anni, se non la sua intera carriera politica, alla formula del "Grande Centro", da riempire con i cosiddetti "moderati".
Berlusconi infine corregge parzialmente il tiro sull'improvviso innamoramento per Hollande nel Pdl («non ci auguriamo la vittoria della sinistra»), ma anch'egli avvalora la tesi secondo cui con il candidato socialista all'Eliseo la Merkel sarebbe costretta a più miti consigli, ad accettare di allentare le politiche di rigore. D'altra parte, il Cav. ricorda di essersi sempre opposto «alle proposte della signora Merkel», perché «non si può morire di rigore». Peccato che né i tedeschi né la Bce ci abbiano imposto di impiccarci alla più recessiva delle ricette di austerity: solo tasse senza tagli alla spesa né vere riforme.
Dulcis in fundo, un post che potrebbe preludere alla discesa in campo di Oscar Giannino.
E mentre il viceministro Grilli interviene per stoppare sul nascere false aspettative («tagliare le tasse non è possibile») dopo l'allarme pressione fiscale lanciato ieri dalla Corte dei Conti, il governatore della Bce Mario Draghi assicura che la maxi-iniezione di liquidità della Bce nel sistema funzionerà: i prestiti triennali alle banche sono stati studiati apposta «per scongiurare una stretta creditizia» e si dice certo che «in ultima analisi gioveranno all'economia reale». Per Draghi la causa della risalita degli spread non sta nell'eccesso delle politiche di austerità che frenano la crescita, bensì nell'allentarsi della determinazione dei governi nell'attuare le riforme non appena le tensioni sul debito si attenuano.
Via libera "in parallelo" dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato al Def, ma la bozza di risoluzione di maggioranza in via di stesura alla Camera per la discussione di giovedì contiene impegni gravosi e quasi provocatori per il governo: destinare le risorse derivanti dalla spending review e dalla lotta all'evasione in via prioritaria alla riduzione della pressione fiscale; elaborare un piano straordinario di dismissioni del patrimonio pubblico; adoperarsi in sede Ue perché la Bce diventi prestatore di ultima istanza. Un cambiamento dello statuto finora escluso dal premier Monti, in linea con la Merkel.
Berlusconi intanto è tornato a indicare ai suoi la rotta da seguire, parlando ai coordinatori provinciali e regionali del Pdl. Primo, l'acronimo Pdl «non suscita emozione», quindi, al prossimo Congresso si cambia nome. Ma tranquilli: stesso partito, stesse persone, stesse idee. Secondo, «proporremo a tutti i partiti moderati una confederazione con la possibilità di mantenere la propria sigla e di unirsi a noi». Terzo, viva Alfano, il Cav. avrebbe cambiato idea: al segretario ora riconosce «quel quid in più che solo lui ha e di cui c'è bisogno». Quarto, «stiamo lavorando con la sinistra» per cambiare «l'architettura istituzionale» (con quella attuale «neanche il più bravo» potrebbe incidere) e la legge elettorale. Sulla prima l'accordo ci sarebbe, sulla seconda quasi: si va verso il modello tedesco. Ma anche quasi no, perché il porcellum è duro a morire e ancora tenta qualcuno. Trattive rinviate a dopo le amministrative e Casini (per il quale è vitale una nuova legge) denuncia «un tentativo di sabotaggio trasversale, a 360 gradi».
E' il passaggio sull'intenzione del Pd di votare a ottobre che innesca il botta e risposta con Bersani. Berlusconi avverte che il voto a ottobre è un'eventualità da non scartare, potrebbe volerlo il Pd per garantirsi la vittoria proprio con il porcellum. «Il Pd ha dato una parola e la mantiene. Se Berlusconi ha un'altra idea non ce la attribuisca», ribatte Bersani attribuendo invece al Cav. la voglia delle urne. Ovvio che qualcuno bluffa, ma si parlerebbe così tanto di elezioni anticipate a ottobre se nessuno che ci stesse facendo un pensierino? Comunque, in caso di elezioni a ottobre la sinistra, con l'attuale legge elettorale, «può vincere», avverte Berlusconi. Ecco allora che è fondamentale che i moderati si presentino insieme: «Bisogna unire i moderati», la parola d'ordine. In un partito unico, oppure almeno in una confederazione, puntualizza Cicchitto.
Dichiarazioni che innescano una nuova puntata della telenovela dei "moderati". Tutta la politica italiana, senza distinzioni di schieramento, è ossessionata da formule vuote di contenuti. Ci mancava però che fosse Casini a puntare l'indice... il tipico caso di bue che dà del cornuto all'asino. Con impareggiabile faccia tosta Casini ha risposto a Berlusconi che «l'unità dei moderati si fa su cose concrete, non su nominalismi, sui programmi e su un'idea del Paese. Se pensiamo all'uso del termine moderati in questi anni vediamo che è stato molto abusato». Sì, si tratta dello stesso Casini che ha dedicato gli ultimi anni, se non la sua intera carriera politica, alla formula del "Grande Centro", da riempire con i cosiddetti "moderati".
Berlusconi infine corregge parzialmente il tiro sull'improvviso innamoramento per Hollande nel Pdl («non ci auguriamo la vittoria della sinistra»), ma anch'egli avvalora la tesi secondo cui con il candidato socialista all'Eliseo la Merkel sarebbe costretta a più miti consigli, ad accettare di allentare le politiche di rigore. D'altra parte, il Cav. ricorda di essersi sempre opposto «alle proposte della signora Merkel», perché «non si può morire di rigore». Peccato che né i tedeschi né la Bce ci abbiano imposto di impiccarci alla più recessiva delle ricette di austerity: solo tasse senza tagli alla spesa né vere riforme.
Dulcis in fundo, un post che potrebbe preludere alla discesa in campo di Oscar Giannino.
Monday, April 23, 2012
La giornata: lunedì nerissimo e tasse da allarme rosso
Lunedì nerissimo per le Borse europee. Milano perde quasi il 4%, è sotto la soglia dei 14.000 punti, lo spread è salito fino a 410 punti. A preoccupare i mercati i risultati del primo turno delle presidenziali francesci (più Hollande che Le Pen, a mio avviso), la crisi politica in Olanda dopo il fallimento delle trattative sulle misure di austerity per ridurre l'elevato deficit, e come se non bastasse il dato negativo del manifatturiero in Germania.
Nel frattempo prosegue con tutti i connotati del bluff il dibattito sulla spending review. Passera, Giarda, Patroni Griffi, Grilli, nemmeno una parola di chiarezza, solo mezze frasi, per di più contraddittorie, che non fanno presagire nulla di buono da questa ormai mitologica spending review. Non se ne capiscono la natura (razionalizzazione o tagli in profondità?), il target (5-6, 13, o 20-25 miliardi?) né l'utilizzo degli eventuali risparmi (taglio delle tasse o nuove spese?). Di sicuro nella delega fiscale di ridurre le tasse non se ne parla.
Su tasse e spesa pubblica è ancora una volta la Corte dei Conti a tuonare. Dopo aver constatato, già nel dicembre scorso, che il governo stava mirando al pareggio di bilancio nel paradosso di un ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico, oggi intervenendo davanti alle commissioni Bilancio il presidente Giampaolino ha confermato che il carico fiscale supererà il 45%; ha avvertito che forzando «una pressione già fuori linea nel confronto europeo», e generando quindi «le condizioni per ulteriori effetti recessivi», il «pericolo di un cortocircuito rigore-crescita non è dissipato nell'impianto del Def». Anzi, «prendendo a riferimento il 2013, l'anno del pareggio di bilancio, si può calcolare che l'effetto recessivo indotto dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio».
Proprio in considerazione dell'allarme per gli effetti recessivi delle tasse, la Corte dei Conti suggerisce di «aggredire» la spesa, ma «non solo nei suoi aspetti patologici quali sprechi e sperperi», e di «riconsiderare drasticamente» alcune organizzazioni della pubblica amministrazione.
Mentre le reazioni italiane al primo turno delle presidenziali francesi si dividono tra patetiche e schizofreniche, e Bersani giura che non è tentato dal voto a ottobre sull'onda del probabile successo di Hollande (invece l'idea sembra prendere piede nel Pd), novità positive arrivano dall'India. La Corte Suprema infatti ha deciso di ammettere il ricorso presentato dall'Italia sull'incostituzionalità della detenzione dei due marò. Così il caso passa nelle mani della massima autorità giudiziaria federale ed esce dalla giungla politico-giudiziaria dell'insignificante Stato del Kerala. E' probabile che a livello federale abbiano maggior peso sia il diritto internazionale che i rapporti con l'Italia.
Nel frattempo prosegue con tutti i connotati del bluff il dibattito sulla spending review. Passera, Giarda, Patroni Griffi, Grilli, nemmeno una parola di chiarezza, solo mezze frasi, per di più contraddittorie, che non fanno presagire nulla di buono da questa ormai mitologica spending review. Non se ne capiscono la natura (razionalizzazione o tagli in profondità?), il target (5-6, 13, o 20-25 miliardi?) né l'utilizzo degli eventuali risparmi (taglio delle tasse o nuove spese?). Di sicuro nella delega fiscale di ridurre le tasse non se ne parla.
Su tasse e spesa pubblica è ancora una volta la Corte dei Conti a tuonare. Dopo aver constatato, già nel dicembre scorso, che il governo stava mirando al pareggio di bilancio nel paradosso di un ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico, oggi intervenendo davanti alle commissioni Bilancio il presidente Giampaolino ha confermato che il carico fiscale supererà il 45%; ha avvertito che forzando «una pressione già fuori linea nel confronto europeo», e generando quindi «le condizioni per ulteriori effetti recessivi», il «pericolo di un cortocircuito rigore-crescita non è dissipato nell'impianto del Def». Anzi, «prendendo a riferimento il 2013, l'anno del pareggio di bilancio, si può calcolare che l'effetto recessivo indotto dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio».
Proprio in considerazione dell'allarme per gli effetti recessivi delle tasse, la Corte dei Conti suggerisce di «aggredire» la spesa, ma «non solo nei suoi aspetti patologici quali sprechi e sperperi», e di «riconsiderare drasticamente» alcune organizzazioni della pubblica amministrazione.
Mentre le reazioni italiane al primo turno delle presidenziali francesi si dividono tra patetiche e schizofreniche, e Bersani giura che non è tentato dal voto a ottobre sull'onda del probabile successo di Hollande (invece l'idea sembra prendere piede nel Pd), novità positive arrivano dall'India. La Corte Suprema infatti ha deciso di ammettere il ricorso presentato dall'Italia sull'incostituzionalità della detenzione dei due marò. Così il caso passa nelle mani della massima autorità giudiziaria federale ed esce dalla giungla politico-giudiziaria dell'insignificante Stato del Kerala. E' probabile che a livello federale abbiano maggior peso sia il diritto internazionale che i rapporti con l'Italia.
In Francia torna il nazionalsocialismo e in Italia si brinda
Reazioni che vanno dal patetico allo schizofrenico quelle della politica e della stampa italiana all'esito del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. La Francia si sposta a sinistra perché Hollande ha vinto il primo turno ed è favorito al secondo, dicono alcuni. No, ribattono altri, va a destra perché la somma dei voti raccolti da Sarkozy e dal Fronte nazionale superano quelli dei socialisti e delle sinistre estreme. La verità è che il voto ha ancora una volta dimostrato che non ha alcunissimo senso dibattere sullo spostamento verso destra o verso sinistra dell'elettorato, in un sistema in cui estrema destra ed estrema sinistra si saldano, fondandosi entrambe di fatto sul «nazionalismo economico e sociale». In Francia è tornato il nazional-socialismo (per ora con il trattino). Nelle sue due varianti - nazionalista e comunista - ha preso quasi il 30% dei voti (più di Sarkozy e più di Hollande): i voti da sommare non sono quelli delle "destre" da una parte e delle "sinistre" dall'altra secondo le antiche definizioni, ma il 17,9% di Le Pen e l'11,11 dei comunisti. Ed è un calcolo ottimistico, visto che profondamente socialista e regressivo è anche il 28,63% che ha votato Hollande.
Tanto ingenuo sarebbe sommare i voti del Fronte nazionale a quelli di Sarkozy, che la Le Pen ha già fatto sapere che non sosterrà nessuno dei due candidati al ballottaggio: «Non dirò ai miei elettori come devono votare. I francesi sono grandi abbastanza per scegliere da soli, in coscienza». E secondo un primissimo sondaggio, solo il 9% di chi ha votato Le Pen al primo turno voterà Sarkozy al secondo, il 20% voterà Hollande e gli altri se ne resteranno a casa.
Intervistato su la Repubblica, Bersani si intesta pateticamente la parziale vittoria di Hollande. Canta vittoria («il vento è cambiato, siamo pronti a intercettarlo, Monti ne tenga conto») e avverte che «se arriva all'Eliseo» la piattaforma dei progressisti europei deve diventare anche la piattaforma di Monti. La sensazione è che quanti nel Pd pensano di cavalcare l'onda della probabile vittoria di Hollande per tornare a Palazzo Chigi già ad ottobre, con l'attuale legge elettorale, senza farsi impantanare nei disegni neocentristi e grancoalizionisti di Casini, escono rafforzati dal voto francese. Anche se Bersani nega: «Ho dato la mia parola. La fedeltà al governo Monti fino alla fine della legislatura è fuori discussione». Ma ci sono tanti modi per provocare elezioni anticipate senza assumersene la responsabilità.
E il Pdl, e la stampa di centrodestra? Qui entriamo nel padiglione degli schizofrenici. Dunque, da una parte il Pd non deve esultare troppo perché Hollande non ha ancora vinto, la partita è ancora aperta, ma soprattutto perché la Francia non va affatto a sinistra: la somma dei voti "di sinistra" è nettamente inferiore alla somma dei voti ottenuti da Sarkò e da Le Pen. Dall'altra, però, tutti osservano con ostentata soddisfazione che il voto francese (quello per gli avversari di Sarkozy: Hollande, Le Pen e Mélanchon) è una sonora bocciatura delle politiche rigoriste dell'asse Sarkozy-Merkel. Il 64% degli elettori, fa notare un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e le politiche Ue, mentre la Francia gollista di Sarkozy (27.18%) e centrista di Bayrou (9.13%) è ferma al 36%. Insomma, polemizzano con il Pd perché Sarkozy può ancora farcela, ma allo stesso tempo godono per l'affermazione degli avversari di Sarkozy (nazionalsocialisti, socialisti e comunisti, evviva!).
Ma il giochino questo è di "destra"-questo di "sinistra" non funziona più da tempo. I difensori a oltranza del modello statalista francese stravincono comunque, quale sia la loro variante: socialista (28%), gollista (27%), nazionalsocialista (18%), comunista (11%). E avevano vinto ancor prima del voto, da quando Sarkozy ha fallito nella sua "rupture", abbandonando l'idea di rappresentare un nuovo modello di destra continentale. Con una felice espressione di Enzo Reale, potremmo dire che di tutte le sue nefandezze, quella di perdere contro Hollande sarebbe l'ultima imperdonabile beffa.
Tanto ingenuo sarebbe sommare i voti del Fronte nazionale a quelli di Sarkozy, che la Le Pen ha già fatto sapere che non sosterrà nessuno dei due candidati al ballottaggio: «Non dirò ai miei elettori come devono votare. I francesi sono grandi abbastanza per scegliere da soli, in coscienza». E secondo un primissimo sondaggio, solo il 9% di chi ha votato Le Pen al primo turno voterà Sarkozy al secondo, il 20% voterà Hollande e gli altri se ne resteranno a casa.
Intervistato su la Repubblica, Bersani si intesta pateticamente la parziale vittoria di Hollande. Canta vittoria («il vento è cambiato, siamo pronti a intercettarlo, Monti ne tenga conto») e avverte che «se arriva all'Eliseo» la piattaforma dei progressisti europei deve diventare anche la piattaforma di Monti. La sensazione è che quanti nel Pd pensano di cavalcare l'onda della probabile vittoria di Hollande per tornare a Palazzo Chigi già ad ottobre, con l'attuale legge elettorale, senza farsi impantanare nei disegni neocentristi e grancoalizionisti di Casini, escono rafforzati dal voto francese. Anche se Bersani nega: «Ho dato la mia parola. La fedeltà al governo Monti fino alla fine della legislatura è fuori discussione». Ma ci sono tanti modi per provocare elezioni anticipate senza assumersene la responsabilità.
E il Pdl, e la stampa di centrodestra? Qui entriamo nel padiglione degli schizofrenici. Dunque, da una parte il Pd non deve esultare troppo perché Hollande non ha ancora vinto, la partita è ancora aperta, ma soprattutto perché la Francia non va affatto a sinistra: la somma dei voti "di sinistra" è nettamente inferiore alla somma dei voti ottenuti da Sarkò e da Le Pen. Dall'altra, però, tutti osservano con ostentata soddisfazione che il voto francese (quello per gli avversari di Sarkozy: Hollande, Le Pen e Mélanchon) è una sonora bocciatura delle politiche rigoriste dell'asse Sarkozy-Merkel. Il 64% degli elettori, fa notare un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e le politiche Ue, mentre la Francia gollista di Sarkozy (27.18%) e centrista di Bayrou (9.13%) è ferma al 36%. Insomma, polemizzano con il Pd perché Sarkozy può ancora farcela, ma allo stesso tempo godono per l'affermazione degli avversari di Sarkozy (nazionalsocialisti, socialisti e comunisti, evviva!).
Ma il giochino questo è di "destra"-questo di "sinistra" non funziona più da tempo. I difensori a oltranza del modello statalista francese stravincono comunque, quale sia la loro variante: socialista (28%), gollista (27%), nazionalsocialista (18%), comunista (11%). E avevano vinto ancor prima del voto, da quando Sarkozy ha fallito nella sua "rupture", abbandonando l'idea di rappresentare un nuovo modello di destra continentale. Con una felice espressione di Enzo Reale, potremmo dire che di tutte le sue nefandezze, quella di perdere contro Hollande sarebbe l'ultima imperdonabile beffa.
Tuesday, May 08, 2007
Cosa possiamo aspettarci da Sarkozy
Tra chi ha meglio inquadrato il profilo politico di Sarkozy c'è certamente Massimo Nava, autore del libro "Il francese di ferro".
Votando l'uomo della "rupture" i francesi «hanno premiato un progetto di rigenerazione del sistema-paese». Prima dei «cantieri delle riforme», Sarkozy ha già aperto quelli «della mentalità collettiva, piuttosto conservatrice, e della cultura politica della destra». Di lui si tende a enfatizzare il carattere da "primo poliziotto" di Francia e l'amico dell'America, ma è il suo profilo riformista il più promettente. «La sua è una destra di movimento, che mette sulle spalle della sinistra la resistenza ai cambiamenti e promette la "nuova frontiera" del successo individuale e della solidarietà», osserva Nava.
E' «un gollista geneticamente modificato». Ha individuato i problemi del paese che a causa dell'immobilismo chirachiano e socialista non sono stati affrontati: bassa occupazione e poche ore di lavoro. Quali rimedi? Più flessibilità del mercato del lavoro, welfare to work, meno tasse e riduzione del peso dello Stato. «Il modello che funziona è quello che dà un lavoro a tutti, non quello che generalizza i sussidi. Altrimenti perdiamo tutti: gli operai, le imprese, la Francia». Il lavoro contro l'assistenzialismo, quindi, il merito contro l'egualitarismo e il livellamento verso il basso, il valore dell'autorità contro la cultura lassista del '68, sono le sue parole d'ordine.
Ma Sarkozy non è certo un liberista, non vuole smantellare lo Stato sociale, a cui i francesi rimangono «aggrappati come le cozze agli scogli», ma modernizzarlo. Si definisce «un adepto del pragmatismo». Crede nelle libertà economiche, nel mercato e nel merito, ma «il mercato non dice tutto e non può tutto», avverte, e quindi vede con favore gli interventi dello Stato per salvaguardare le imprese nazionali. Nel discorso ai propri sostenitori dopo il primo turno ha adottato il linguaggio tipico della sinistra, promettendo di «proteggere» i lavoratori francesi dalla «concorrenza sleale dall'estero».
L'«uomo pericoloso per la democrazia», come è stato definito dalla sinistra d'Oltralpe e da qualche disinformato qui in Italia, «vuole mettere in pratica ciò che governi di destra e di sinistra hanno vanamente promesso: il ripristino della legalità, nella convinzione che la sicurezza sia un diritto, al pari di salute e scuola, che quando manca sono i più poveri e i più deboli a farne le spese». La stessa idea alla base del blairismo, che la forza della legge sia la prima forma di giustizia sociale. «Duri con il crimine, duri con le cause del crimine», fu uno dei primi slogan di Tony Blair.
Anche in politica estera gli elementi di rottura si confondono con quelli di continuità. Dovrebbe andare in soffitta la realpolitik chirachiana. L'appello lanciato da Sarkozy subito dopo la vittoria era quello che più aspettavamo, che da tanto tempo non giungeva dalla nazione culla dei diritti dell'uomo e che non avremmo sentito pronunciare da Madame Royal: «Voglio lanciare un appello a tutti coloro che nel mondo credono ai valori della tolleranza, della libertà, della democrazia e dell’umanesimo, a tutti coloro che sono perseguitati dalle tirannie e dalle dittature, a tutti i bambini e le donne martirizzati nel mondo voglio dire di essere certi che la Francia sarà al loro fianco. La Francia sarà dalla parte degli oppressi del mondo. E' il messaggio della Francia. E' l'identità della Francia. E' la storia della Francia».
Europeista da una vita, Sarkozy assicura di «credere nella costruzione europea». «Da questa sera la Francia è rientrata in Europa», ha annunciato appena eletto. Il suo progetto, che punta a un "trattato leggero" da approvare per via parlamentare, è il solo che può far ripartire l'Europa. La soluzione più rapida e pragmatica, mentre un nuovo trattato costituzionale significherebbe imporre ulteriori e più complessi processi di ratifica agli altri membri Ue e correre il rischio di un nuovo referendum, la cui sconfitta risulterebbe letale. L'altra faccia della medaglia del suo europeismo è il "patriottismo" economico. I partner europei sono avvertiti: non dovranno restare sordi alla «collera dei popoli che percepiscono l'Ue non come protezione, ma come cavallo di Troia di tutte le minacce che le trasformazioni del mondo portano nel loro seno».
Con Sarkozy all'Eliseo sarà netto il miglioramento dei rapporti tra Parigi e Washington, ma nel suo primo saluto dopo la vittoria il neopresidente ha ricordato che sarà un rapporto di "non sudditanza" e già individuato un tema di dissenso, invitando gli Stati Uniti a fare la loro parte nella lotta al riscaldamento globale. Un passo avanti rispetto ai bastoni di Chirac tra le ruote della strategia americana in Medio Oriente. Sarkozy ritiene la sicurezza d'Israele «non negoziabile»; «inammissibili e irresponsabili» gli interventi di Ahmadinejad che evocano la distruzione di Israele e negano la Shoah; e definisce «inaccettabile e pericoloso» che l'Iran si doti della bomba atomica.
Certamente con lui all'Eliseo si rafforza la contrarietà della Francia all'ingresso della Turchia nell'Ue, ma è di grande interesse il suo progetto di Unione Mediterranea, che faccia da trait-d'union tra Europa e Africa. Non la solita politica francese di rapporti bilaterali con i regimi africani in nome del passato legame coloniale, ma una sede di cooperazione multilaterale per le politiche d'immigrazione e per uno sviluppo finalmente legato alla democrazia.
Non farà passi indietro sul terreno delle libertà civili e della laicità dello Stato. «Grande rispetto del Papa e di ciò che rappresenta», ma «tenuto conto della separazione tra stato e chiesa, è imperativo che i politici francesi mantengano un certo riserbo in materia religiosa». Sarkozy non è a favore del matrimonio degli omosessuali, né dell'adozione da parte di coppie omosessuali, ma propone di andare ancora più in là dei Pacs e creare «un contratto d'unione civile che garantisca la perfetta uguaglianza con le coppie eterosessuali sposate, per quanto concerne i diritti alla successione, fiscali e sociali». E al quotidiano Libération ha definito «scioccante la posizione della Chiesa, la quale dice che l'omosessualità è peccato: penso che anche la sessualità sia legata all'identità dell'individuo... Una persona non deve scegliere un'identità, ha l'identità che ha».
Persino Zapatero ha riconosicuto in Sarkozy un «politico capace», rappresentante di «una destra aperta e moderna». Ricco di spunti interessanti anche l'articolo di David Carretta, che parla di Sarkozy come "successore" di Mitterand.
Si può trarre una lezione per il ceto politico italiano dalla vittoria di Sarkozy in Francia? Certo, non negli improbabili paragoni tra Sarkozy e Berlusconi, o tra l'eventuale alleanza del partito di Bayrou con il Ps e il Partito democratico di Fassino e Rutelli.
La lezione sta nel saper scommettere sul cambiamento contro il rischio ben più pericoloso dell'immobilismo e del "continuismo". Nel cogliere l'opportunità di riformare se stessi a partire da una vittoria o da una sconfitta elettorale. Lavoro, pubblica amministrazione, tasse, pensioni, sono i terreni su cui la Royal ha perso meritatamente la sfida e che rendono incapace e perdente anche la sinistra italiana. Ma anche la destra ha molto da imparare da Sarkozy, che sui diritti civili è più avanti del nostro Partito democratico; che ha senso della legalità; e che ha un'idea della cittadinanza e dell'identità nazionale non legata al colore della pelle, al luogo di nascita, alle radici giudaico-cristiane, ma basata sui valori democratici e repubblicani: «La Francia a chi ama la Francia».
Monday, May 07, 2007
Sarkozy presidente, per il Ps sconfitta con disonore
«Ultracontento» lo sarò solo se e quando Sarkozy imprimerà al suo paese quella svolta, quella "rupture tranquille" sulla quale ha chiesto e ottenuto la fiducia degli elettori.
Purtroppo, mentre Sarkozy pronunciava il suo primo, vibrante, discorso da presidente (video), avevano luogo a Parigi e in altre città scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Scontri su cui la Royal ha una pesantissima responsabilità, per le sue dichiarazioni incendiarie della vigilia e per una campagna elettorale giocata in gran parte sulla demonizzazione dell'avversario.
A parte alcune auto in fiamme nelle Banlieue, a dar vita alla maggior parte degli incidenti e degli atti di vandalismo sono stati migliaia di militanti del Partito socialista e comunisti, che hanno preso di mira sedi dell'Ump in varie città.
Questo è il Ps che lasciano alla Francia Hollande e Royal. Un partito il cui segretario poche ore dopo una sconfitta elettorale è costretto a lanciare ai propri militanti un appello «alla calma e alla coerenza»: nella Repubblica «vale la legge del voto», ha dovuto ricordare, raccomandando invano di «controllare collera e frustrazione».
Sconfitta con disonore per i socialisti, quindi, mentre il nuovo presidente esordiva con fierezza: «Amo la Francia come si amano tutti coloro che ci hanno donato tanto. Ora voglio restituirle tutto quel che mi ha donato».
«Sarò il presidente di tutti i francesi...», ha subito assicurato: «Stasera non è la vittoria di una Francia contro l'altra, ma una sola vittoria, quella della democrazia, dei valori che ci uniscono...».
«Il popolo francese si è espresso. Ha scelto di rompere con le idee, le abitudini e i comportamenti del passato... Il popolo francese ha scelto il cambiamento».
Sarkozy ha quindi lanciato molti appelli. Ai paesi europei, rivendicando di essere stato «per tutta la vita europeista» e di «credere nella costruzione europea», annunciando che «da questa sera la Francia è rientrata in Europa»; agli «amici americani», assicurando loro che «possono contare sull'amicizia» della Francia; ai popoli del Mediterraneo, dicendo che è giunta l'ora di un'Unione Mediterranea che possa fare da «trait d'union» tra l'Europa e l'Africa; un appello «fraterno» ai popoli africani, rinnovando l'impegno della Francia «contro le malattie, la fame, la povertà».
Ma l'appello finale era quello che più aspettavamo, che da tanto tempo non giungeva dalla nazione culla dei diritti dell'uomo e che non avremmo sentito pronunciare da Madame Royal: «Voglio lanciare un appello a tutti coloro che nel mondo credono ai valori della tolleranza, della libertà, della democrazia e dell'umanesimo, a tutti coloro che sono perseguitati dalle tirannie e dalle dittature, a tutti i bambini e le donne martirizzati nel mondo voglio dire di essere certi che la Francia sarà al loro fianco. La Francia sarà al fianco delle infermiere bulgare ingiustamente condannate a morte in Libia, sarà al fianco di Ingrid Betancourt, sarà al fianco delle donne condannate al burqa, la Francia sarà dalla parte della libertà. La Francia sarà dalla parte degli oppressi del mondo. E' il messaggio della Francia. E' l'identità della Francia. E' la storia della Francia».
Si può trarre una lezione per il ceto politico italiano dalla vittoria di Sarkozy in Francia? Certo, non negli improbabili paragoni tra Sarkozy e Berlusconi, o tra l'eventuale alleanza del partito di Bayrou con i socialisti e il Partito democratico.
La lezione sta nel saper scommettere sul cambiamento contro il rischio ben più pericoloso dell'immobilismo e del "continuismo". Nel cogliere l'opportunità di riformare se stessi a partire da una vittoria o da una sconfitta elettorale. Lavoro, pubblica amministrazione, tasse, pensioni, sono i terreni su cui la Royal ha perso meritatamente la sfida e che rendono incapace e perdente anche la sinistra italiana. Ma anche la destra ha molto da imparare da Sarkozy. Che sui diritti civili è più avanti del Partito democratico e che ha un'idea della cittadinanza e dell'identità nazionale non legata al colore della pelle, al luogo di nascita, alle radici giudaico-cristiane, ma basata sui valori democratici e repubblicani.
Sunday, May 06, 2007
Endorsement anglosassoni per Sarkozy
Sarkozy nei giorni scorsi ha continuato a ricevere endorsement da sinistra. Oltre quelli del radicale Tapie, e degli intellettuali della gauche francese come Glucksmann, sono arrivati quelli "anglosassoni" di Newsweek e Washinghton Post, e quello - seppure discreto come si deve al primo ministro di uno stato estero - di Tony Blair, che in un'intervista a Paris Match dice di avere «imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo. Durante i nostri colloqui, si è mostrato aperto e ha dato prova di spirito di decisione». E Ségolène? «Mai incontrata».
Il leader laburista, ormai vicino a passare il testimone, approfitta per fare un'osservazione con la quale concordiamo da tempo: «Bisogna mettere da parte le vecchie ideologie di sinistra e di destra».
Intanto, i primi dati del voto di oggi annunciano una vittoria ampia di Sarkozy. Ma il dibattito televisivo del 2 maggio scorso non se l'era aggiudicato la Royal, secondo giornali e tv italiani?
C'è chi già si era preparato, come l'ex ministro socialista Rocard, il quale però preferisce guardare all'aspetto positivo della sconfitta: «Non si deve parlare di crisi: il dibattito sarà salutare. Il Ps è stato intralciato dalla sua incapacità di scegliere, in particolare a pronunciarsi sull'accettazione dell'economia di mercato».
Che è al tempo stesso già un'analisi della sconfitta.
«Il Ps non ama questo tipo di discussione, perché non è nelle sue abitudini, perché culturalmente non ha mai voluto staccarsi dal Partito comunista, che oggi non conta più niente. Il Ps ha bloccato qualsiasi evoluzione, il che ci porta verso la sconfitta. E' un problema che ci ritroveremo ad affrontare lunedì mattina». Auguri.
Il leader laburista, ormai vicino a passare il testimone, approfitta per fare un'osservazione con la quale concordiamo da tempo: «Bisogna mettere da parte le vecchie ideologie di sinistra e di destra».
Intanto, i primi dati del voto di oggi annunciano una vittoria ampia di Sarkozy. Ma il dibattito televisivo del 2 maggio scorso non se l'era aggiudicato la Royal, secondo giornali e tv italiani?
C'è chi già si era preparato, come l'ex ministro socialista Rocard, il quale però preferisce guardare all'aspetto positivo della sconfitta: «Non si deve parlare di crisi: il dibattito sarà salutare. Il Ps è stato intralciato dalla sua incapacità di scegliere, in particolare a pronunciarsi sull'accettazione dell'economia di mercato».
Che è al tempo stesso già un'analisi della sconfitta.
«Il Ps non ama questo tipo di discussione, perché non è nelle sue abitudini, perché culturalmente non ha mai voluto staccarsi dal Partito comunista, che oggi non conta più niente. Il Ps ha bloccato qualsiasi evoluzione, il che ci porta verso la sconfitta. E' un problema che ci ritroveremo ad affrontare lunedì mattina». Auguri.
Thursday, April 26, 2007
Rischioso non è il cambiamento, è rischioso rifiutarlo
Scopriamo una Ségolène chirachiana in politica estera e nei rapporti con gli Usa: «L'Europa non ha nessun interesse ad allinearsi sulla posizione degli Stati Uniti, al contrario, l'Europa e la Francia vogliono garantire un mondo multipolare». E attenzione a ciò che si nasconde nell'espressione multipolare, ben diversa anche da multilaterale.
Unica nota positiva sul Darfur. La Royal non esclude un «boicottaggio delle Olimpiadi del 2008», se la Cina non abbandonerà le difese del Sudan in Consiglio di Sicurezza. Effetto Bernard Henri-Lévy? «La comunità internazionale è restata troppo a lungo indifferente, oggi occorre realmente agire». Già, ma agire come?
Mentre, come avevamo previsto, Bayrou ha deciso di non dare indicazioni di voto, per consolidare alle elezioni legislative di giugno il suo 18,5% in vista della nascita del suo Partito democratico, e quindi di scommettere sulla disfatta socialista per potersi proporre come alternativa a Sarkozy, il Financial Times sembra prendere posizione per Sarkozy.
Per Gideon Rachman la Francia ha ora dinanzi a sé una «scelta chiara». Vuole «una mammina o un papino» come suo prossimo presidente?
Ségolène Royal nel ruolo della «mammina». Nel suo spot televisivo esordisce con le parole: «Sono una donna, una madre di quattro ragazzi. Tengo i piedi per terra». Nicolas Sarkozy invece corre come «figura paterna». Accusa la Royal di voler «rammollire» la nazione. Le prime quattro frasi del suo spot elettorale iniziano con la parola «lavoro».
Il messaggio della Royal è «materno e rassicurante». Certo, «la Francia ha bisogno di cambiare, ma può essere riformata senza essere brutalizzata». Non ha intenzione di rivedere il limite delle 35 ore lavorative, che invece Sarkozy definisce come un «abominio che distrugge il lavoro». Le riforme che la Royal e il Partito socialista propongono «renderebbero il welfare francese ancora più complicato e costoso», osserva Rachman: «Sebbene sia la candidata della sinistra, la Royal è il vero conservatore in questa elezione». Crede che il sistema francese sia «qualcosa di cui essere orgogliosi e che debba essere difeso».
Sarkozy ha «un messaggio molto più duro». E' il candidato della "rupture". «Crede che il sistema francese abbia bisogno di una profondo cambiamento - soprattutto per incoraggiare il lavoro. Ciò significherà allentare le rigide leggi sul lavoro, tagliare le tasse, restringere il peso dello stato... affrontare potenti gruppi d'interesse, come i sindacati del settore pubblico».
«Lo spartiacque Mammina-Papino si estende anche alla politica sociale e allo stile delle due campagne elettorali», osserva il columnist del FT. «I supporter di Sarkozy insinuano che mammina sia un po' debole e che non sappia davvero di cosa stia parlando. Quelli della Royal, invece, che papino sia un po' pericoloso e troppo sicuro di ottenere la sua cintura». Rachman ricorda l'accento posto dalla Royal su temi cari alla famiglia, «la serie di posizioni ignoranti» in politica estera e le dimissioni di un suo «importante consigliere», quello economico, che l'ha pubblicamente accusata di essere «gravemente incompetente».
Ma anche Sarkozy è «vulnerabile». Alcuni ritengono che le migliori chance di vittoria della Royal stiano nel sottolineare le differenze di carattere con l'avversario, la cui aggressività potrebbe risultare sconveniente affrontando una donna dai modi gentili, affabili e rassicuranti. Da parte socialista Sarkozy viene definito come una «minaccia per la democrazia». La Royal ha detto in queste settimane che il programma della destra «coniuga brutalità, violenza e guerra civile».
Ma entrambi i candidati sanno anche che devono evitare gli insulti in queste settimane. Se uno può fare affidamento sul 10% di voti dall'estrema destra e l'altra su altrettanti dall'estrema sinistra, saranno decisivi i voti al centro, il 18.5% di Bayrou. La Royal, osserva Rachman, «dovrà convincere gli elettori che saprà essere una leader tosta», mentre «Sarkozy dovrà rassicurare i francesi che dopo tutto non è così pericoloso».
Il candidato dell'Ump si è scagliato contro «l'inerzia economica della Francia», ma nel suo discorso di domenica sera «il messaggio è stato molto meno radicale». Adottando il linguaggio tipico della sinistra ha promesso di «proteggere» i lavoratori francesi dalla «concorrenza sleale dall'estero». Anche la Royal, l'altra sera, ha cercato di far propri i temi dell'avversario, parlando di incentivi al lavoro e definendosi «attore di cambiamento». Entrambi, inoltre, ricorrono al tema dell'identità nazionale.
«La corsa verso il centro nelle ultime due settimane della campagna potrebbe offuscare la scelta», conclude il commentatore del FT: «E' certamente possibile che un Sarkozy presidente deluderebbe i liberali in economia, o che una presidente Royal sorprenderebbe coloro che l'hanno definita incapace di adottare i cambiamenti di cui la Francia ha bisogno». Tuttavia, «i candidati hanno una lunga carriera e i loro spostamenti tattici ora non altereranno sostanzialmente la loro immagine»
In recenti sondaggi un 70% dei francesi ha risposto di ritenere che il paese sia in «declino». Eppure, «i consecutivi tentativi di riforma economica hanno incontrato l'ostilità dell'opinione pubblica proprio per quei cambiamenti che potrebbero arrestare quel declino». Intanto, «la disoccupazione resta stabilmente alta, il debito pubblico cresce e tutti aspettano il prossimo round di malcontento sociale nei sobborghi».
«Rischioso non è il cambiamento. Rischioso è rifiutare il cambiamento», sostiene Sarkozy. «Il voto chiarirà se gli elettori si fidano di lui per portare quel cambiamento», conclude Rachman.
Sarkozy contro il "continuismo" francese
«Sia Sarkozy sia la Royal rischiano di aggravare i mali della Francia». Come avevamo previsto, Bayrou non dà indicazioni di voto ai suoi elettori né per la Royal né per Sarkozy.
«Ci sono ormai tre forze politiche in Francia: la destra, la sinistra e il centro, che è quella nuova», il cui patrimonio elettorale del 18,5% Bayrou preferisce preservare per consolidarlo e capitalizzarlo alle elezioni legislative di giugno.
Può darsi che non abbia torto chi volesse vedere un implicito appoggio alla Royal nell'annuncio da parte di Bayrou della formazione di un nuovo partito, il Partito democratico, «un partito centrale, non centrista», che rappresenti la voglia di nuovo dei francesi. La democrazia francese, ha spiegato, «è malata e bisogna ricostruirla dalle fondamenta». Nella lotta anti-bipolarista e proporzionalista di Bayrou echeggiano i toni di Casini. D'altra parte, ha invece ricordato, «insieme a Romano Prodi e a Francesco Rutelli ho creato il Partito democratico europeo». Se sono queste le premesse...
Pregevole, come sempre, l'intervento di Enrico Rufi a scuotere i radicali sulle presidenziali francesi:
«Se oggi fallirà in Francia l'"operazione demonizzazione" di colui che ha osato ribellarsi a Chirac e accusare la sinistra di immobilismo sarà anche grazie agli André Glucksmann e ai Bernard Tapie, che come Pannella 13 anni fa se ne fregano dell'appartenenza etnica alla sinistra. A loro, come al Pannella degli anni '90, importa solo sbarrare la strada ai "continuisti", adesso che finalmente si presenta un'occasione che chissà quando si ripresenterà un'altra volta a Parigi. Ce la ricordiamo, sì, questa categoria del "continuismo"? L'abbiamo inventata noi, dovrebbe esserci cara e chiara. E la continuità, in Francia, con il "regime", il sistema, cioè con l'ideologia francese, che come sappiamo è una cosa seria, è oggi affidata alla francesissima moglie del primo segretario del Partito socialista molto più che allo straniero Sarkozy...»
«Ci sono ormai tre forze politiche in Francia: la destra, la sinistra e il centro, che è quella nuova», il cui patrimonio elettorale del 18,5% Bayrou preferisce preservare per consolidarlo e capitalizzarlo alle elezioni legislative di giugno.
Può darsi che non abbia torto chi volesse vedere un implicito appoggio alla Royal nell'annuncio da parte di Bayrou della formazione di un nuovo partito, il Partito democratico, «un partito centrale, non centrista», che rappresenti la voglia di nuovo dei francesi. La democrazia francese, ha spiegato, «è malata e bisogna ricostruirla dalle fondamenta». Nella lotta anti-bipolarista e proporzionalista di Bayrou echeggiano i toni di Casini. D'altra parte, ha invece ricordato, «insieme a Romano Prodi e a Francesco Rutelli ho creato il Partito democratico europeo». Se sono queste le premesse...
Pregevole, come sempre, l'intervento di Enrico Rufi a scuotere i radicali sulle presidenziali francesi:
«Se oggi fallirà in Francia l'"operazione demonizzazione" di colui che ha osato ribellarsi a Chirac e accusare la sinistra di immobilismo sarà anche grazie agli André Glucksmann e ai Bernard Tapie, che come Pannella 13 anni fa se ne fregano dell'appartenenza etnica alla sinistra. A loro, come al Pannella degli anni '90, importa solo sbarrare la strada ai "continuisti", adesso che finalmente si presenta un'occasione che chissà quando si ripresenterà un'altra volta a Parigi. Ce la ricordiamo, sì, questa categoria del "continuismo"? L'abbiamo inventata noi, dovrebbe esserci cara e chiara. E la continuità, in Francia, con il "regime", il sistema, cioè con l'ideologia francese, che come sappiamo è una cosa seria, è oggi affidata alla francesissima moglie del primo segretario del Partito socialista molto più che allo straniero Sarkozy...»
Monday, April 23, 2007
Questione di stile Sarkozy: non cravatte, ma coraggio
La Royal ha ottenuto da questo primo turno più di quanto mi aspettassi. Un buon 25,8% (contro il 22% circa che le attribuivo alla vigilia) che le consente di essere pienamente in partita con Sarkozy, che ha toccato una quota al primo turno mai raggiunta neanche da Chirac: il 31,1%.
Decisivi saranno i voti di Bayrou, il quale non credo tuttavia, con le elezioni legislative di giugno alle porte, voglia rischiare il suo capitale politico. Quel 18,5% di elettorato centrista che ha saputo aggregare si dimezzerebbe all'istante se indicasse di votare l'uno o l'altro dei candidati al ballottaggio. Quindi una sua indicazione di voto dovrebbe essere pagata a caro prezzo politico dai due contendenti, magari accontentando il suo disegno proporzionalista.
Dall'Italia i promotori del Partito democratico spingono, in chiave tutta italiana, per un'alleanza tra Bayrou e Segò. Sarebbe infatti una legittimazione implicita del progetto del Partito democratico, la conferma che è possibile superare gli steccati tra una formazione centrista e una socialista, divise dall'appartenenza a gruppi diversi al Parlamento europeo. Tuttavia, lo stesso Michel Rocard, l'ex primo ministro francese all'epoca di Mitterrand che lo aveva suggerito, ritiene oggi quell'accordo «più difficile».
Primo merito di Sarkozy, secondo l'intellettuale gauchista André Glucksmann, è l'aver «distrutto l'opera pluridecennale di Mitterrand e Chirac, che hanno sempre alimentato il Fronte nazionale per piegarlo ai loro interessi e danneggiare l'avversario. Sarkozy è stato il primo a rompere con questa tattica, e ha vinto».
Contro Sarkozy, denuncia Glucksmann, è stata lanciata una vera e propria «campagna di demonizzazione». E' stato descritto come un «isterico, pericoloso per la democrazia e magari anche incline a tendenze eugenetico-naziste», con tanto di caricature e manifesti imbrattati. "Tout sauf Sarkozy", chiunque tranne Sarkozy, sembra la formula sotto cui si è riunita la sinistra francese.
Eppure, Sarkozy ha con sé un'arma vincente: lo «stile». Non cravatte o camicie, come ha ironizzato qualcuno, ma il «coraggio»: «È un modo di dire le cose come stanno, quel modo che la sinistra degrada a demagogia e populismo, ma non lo è affatto. Sarkozy ha il coraggio di vedere la realtà, di indicare i problemi. La sinistra di Ségolène Royal, con il suo atteggiamento consensuale, rassicura ma lascia le questioni immutate, anzi le aggrava. La Royal gioca sull'assenza di conflitti, e demonizza chi invece ha il coraggio e il senso di responsabilità di farsene carico». Alla Royal Glucksmann non rimprovera nulla di personale: «Fa quel che può, all'interno di un vuoto concettuale che riguarda tutta la sinistra».
Alla demonizzazione di Sarkozy si è aggregato anche Pannella, con un improvviso interesse che si spiega forse più in funzione anti-capezzoniana. Fino a poche settimane fa il leader radicale confondeva addirittura tra Sarkozy e de Villepin. Nonostante non avesse le idee così chiare, riusciva comunque a spiegarsi il crescente consenso per Sarkozy con il Dna di una Francia «al 100% petainista». Ora arriva a definire «fascio» quel consenso intorno al candidato dell'Ump, che sarebbe addirittura più pericoloso di Le Pen. Quel Le Pen, lo ricordiamo, con il quale Pannella non esitò a condividere l'appartenenza allo stesso gruppo parlamentare europeo, nella scorsa legislatura.
La preferenza di Pannella andava a Bayrou, l'unico che secondo i sondaggi era in grado di battere Sarkozy al ballottaggio. Ora spera anche lui nell'accordo Bayrou-Segò. Anche Emma Bonino «tifa» Segòlene. Entrambi disinformati, si basano per lo più su pregiudizi e stereotipi che come in un gioco di specchi riflettono dei due candidati un'immagine opposta rispetto al personaggio reale.
Seppure una certa invidia nei suoi confronti da parte degli "elefanti" maschietti non sia mancata, la Royal rimane il tipico prodotto dell'establishment socialista. Compagna del leader Hollande, carriera politica regolare, direttamente uscita dalla prestigiosa Scuola di Alta amministrazione, quella che forgia la classe dirigente della statal-burocrazia francese.
Il suo è un volto certamente rassicurante, ma la sua campagna è tutta imperniata sul vecchio caro mito dello «Stato-balia»: i francesi possono dormire sonni tranquilli, pensa a tutto lo Stato.
E' sui temi dell'identità e dell'integrazione che Sarkozy ha caratterizzato la sua campagna elettorale. Ma per una reale integrazione, non sulla xenofobia e la paura, ha lanciato la sua sfida. Il suo concetto di identità non è basato sul "sangue", come per Le Pen, ma sui valori della cittadinanza repubblicana. A differenza della Royal, Sarkozy si è accorto che il modello sociale ed economico francese produce esclusione, e che le politiche di integrazione fin qui seguite non hanno avuto successo, perché ispirate a un falso criterio di tolleranza, che agli immigrati non è riuscito ad assicurare diritti né a chiedere doveri, generando comunità separate che coltivano odio e risentimento.
Alle paure dei francesi si sforza di dare risposte, non fa finta che non esistano, né le minimizza perché politicamente "scorrette" e sconvenienti. E' ovvio che gli avversari politici lo accusino di alimentare quelle paure.
Friday, April 13, 2007
La sessualità secondo Sarkozy
Dall'intervista, puntellata da critiche, di Nicolas Sarkozy al quotidiano della "gauche" per eccellenza: Libération.
Avevano destato molto scalpore le sue dichiarazioni sulle cause genetiche della propensione alla pedofilia. Così ha cercato di chiarire il suo pensiero: «Ho spiegato che non tutto dipende da fattori acquisiti, che una parte può essere innata. In quale proporzione? Non sono un esperto. Ad esempio, quando ero piccolo sono rimasto scioccato quando mi è stato detto, per spiegare perché un bambino era omossessuale: "Sua madre ha sbagliato, ha dormito con lui". Quando una bambina era anoressica, si diceva: "Il padre era assente". Quando un bambino era autistico, si diceva: "I genitori hanno divorziato, gli hanno provocato uno choc". Dopo si è scoperto che l'autismo è genetico. La predisposizione ai tumori, o nel mio caso all'emicrania, può essere ereditaria. Penso che anche la sessualità sia legata all'identità dell'individuo... Una persona non deve scegliere un'identità... Una persona ha l'identità che ha».
Oltre al richiamo dell'Arcivescovo di Parigi, il candidato della destra francese ha ricevuto dure critiche dai suoi avversari politici. A sinistra hanno voluto vedere nell'approccio "genetista" di Sarkozy un coerente completamento dei valori di riferimento della destra, ordine e autorità.
Il suo ragionamento tenderebbe a ridurre l'influenza, quindi le "colpe" della società e dell'ambiente nell'evoluzione dell'individuo. Il che rivelerebbe, secondo Libération, i cromosomi genetici della destra rispetto alla visione sociale della "gauche".
«Vorrebbe dire che si possono bollare le persone dalla nascita ed è una visione dell'umanità estremamente grave», ha incalzato la Royal. «Vorrebbe dire anche che l'educazione in famiglia, a scuola e nella società non serve a nulla. E ancora più grave, vorrebbe dire che le persone sono irresponsabili».
No, non credo che il discorso di Sarkozy sottenda questo. Queste accuse si possono ribaltare. Si può sostenere, infatti, che attribuire gran parte delle "colpe" alla società e all'ambiente circostanti, enfatizzando la loro influenza sui comportamenti dei singoli, conduca a una deresponsabilizzazione dell'individuo. Il passaggio sull'omosessualità chiarisce il pensiero di Sarkozy: credo che abbia voluto solo dire che ognuno è fatto com'è fatto e non si ha il diritto di condannarlo per questo.
In ogni caso, mi sembra importante l'esito "politico" del suo ragionamento. Se cioè lo porti a sostenere o a refutare la legittimità di discriminazioni.
P.S. Per la "rottura" di Sarkozy si schiera l'Economist: «L'occasione della Francia», s'intitola l'endorsement in edicola questa settimana. «Dopo un quarto di secolo Sarkozy offre la migliore speranza di riforma», scrive il settimanale economico britannico.
Tuesday, April 10, 2007
Una destra dei cittadini
«Tenuto conto della separazione tra stato e chiesa, è imperativo che i politici francesi mantengano un certo riserbo in materia religiosa. Detto questo, come la maggior parte dei miei compatrioti, ho davvero una grande considerazione e grande rispetto del Papa e di ciò che rappresenta. So cosa debbano all'eredità cristiana l'Europa in generale e la Francia in particolare. Quanto alla questione della famiglia e delle coppie omosessuali, l'ho detto molto chiaramente: non sono né a favore del matrimonio degli omosessuali, né dell'adozione da parte delle coppie omosessuali. Questo però non significa che io neghi la realtà e la legittimità dell'amore omosessuale. Non ha minore dignità dell'amore eterosessuale. Penso semplicemente che l'istituzione del matrimonio, per mantenere un senso, debba essere riservata agli uomini e alle donne. Penso, allo stesso modo, che una famiglia sia costituita da un padre, una madre e dei bambini. Per le coppie omosessuali in Francia abbiamo i pacs. Propongo di andare ancora più in là e creare un contratto d'unione civile che garantisca la perfetta uguaglianza con le coppie eterosessuali sposate, per quanto concerne i diritti alla successione, fiscali e sociali».
Nicolas Sarkozy (Il Foglio, 7 aprile)
Il candidato di una destra lontana anni luce dalla destraccia italiana. Una destra dei diritti e dei cittadini, le cui scelte di vita hanno uguale valore di fronte allo Stato.
Sarkozy elenca i valori di riferimento della sua destra: «il lavoro, l'autorità, il primato della vittima sui delinquenti, gli sforzi, il merito, il rifiuto dell'assistenzialismo, dell'ugualitarismo e del livellamento verso il basso».
Si dice «un adepto del pragmatismo» in economia. Crede nelle libertà economiche e nel mercato, ma... ma la Francia è pur sempre la patria del protezionismo: «... il mercato non dice tutto e non può tutto. Credo al volontarismo politico in campo industriale e tecnologico, e non mi spiace aver fatto la scelta d'intervenire per salvare Alstom...».
In politica estera di definisce «visceralmente attaccato all'indipendenza della Francia e dell'Europa di fronte a qualsiasi potenza». Non sopporta l'idea che l'Unione europea non dia «prova d'unità, di realismo e di autonomia nelle relazioni economiche e commerciali con le altre regioni del mondo, come anche in politica estera e di difesa». L'Europa dovrebbe «affermare la propria volontà e la propria capacità di assicurare in modo più autonomo la protezione del suo territorio». Ma tutto questo non è incompatibile con il riconoscere negli Stati Uniti «una grande democrazia con la quale abbiamo molti valori in comune e indefettibili legami storici».
Crede nel valore della Nato come «solido ancoraggio euro-atlantico» e assicura che la sua Francia si assumerà «appieno la propria responsabilità nel quadro dell'Alleanza», la cui specificità di alleanza militare con «ancoraggio geopolitico» sul continente europeo non va però snaturata. Non sarà mai un'organizzazione «a vocazione universale, più o meno concorrente all'Onu».
La sicurezza d'Israele «non è negoziabile», anche se non incompatibile con il diritto dei palestinesi a uno Stato. «Inaccettabile e pericoloso», invece, che Teheran si doti dell'atomica. «Inammissibili e irresponsabili» gli interventi di Ahmadinejad che evocano la distruzione di Israele e negano la Shoah. L'importante è che la comunità internazionale si mantenga ferma e unita.
Sarkozy vede una «contraddizione» tra l'adesione della Turchia all'Ue e «il progetto di un'Europa integrata a livello politico», che «non può estendersi in modo indefinito», ma ha bisogno di «frontiere», da definire su basi «storiche, geografiche e culturali», entro le quali la Turchia non avrebbe «la vocazione a situarsi». «A meno che queste non siano comuni domani con la Siria o l'Iraq». Ma è un paragone che può reggere, secondo la logica con la quale lo stesso Sarkozy ha tracciato i confini? Cioè, mi chiedo, i turchi sono "più arabi" o "più greci"?
Da questa intervista emerge un Sarkozy meno peggiore di quanto certa stampa sia incline a descrivere e rimaniamo convinti che sia il "male minore" tra i candidati alla presidenza francese. Eppure, non ci facciamo illusioni: i rapporti della Francia con gli Stati Uniti rimarranno per lungo tempo difficili, i suoi interessi spesso distanti dal tema della democrazia e dei diritti umani, così come sarà difficile che sul piano interno il modello sociale ed economico subisca un rinnovamento radicale e che a livello europeo venga abbandonata una certa spocchia post-grandeur. A Sarkozy l'onere di stupirci con la sua promessa di "rupture".
Nicolas Sarkozy (Il Foglio, 7 aprile)
Il candidato di una destra lontana anni luce dalla destraccia italiana. Una destra dei diritti e dei cittadini, le cui scelte di vita hanno uguale valore di fronte allo Stato.
Sarkozy elenca i valori di riferimento della sua destra: «il lavoro, l'autorità, il primato della vittima sui delinquenti, gli sforzi, il merito, il rifiuto dell'assistenzialismo, dell'ugualitarismo e del livellamento verso il basso».
Si dice «un adepto del pragmatismo» in economia. Crede nelle libertà economiche e nel mercato, ma... ma la Francia è pur sempre la patria del protezionismo: «... il mercato non dice tutto e non può tutto. Credo al volontarismo politico in campo industriale e tecnologico, e non mi spiace aver fatto la scelta d'intervenire per salvare Alstom...».
In politica estera di definisce «visceralmente attaccato all'indipendenza della Francia e dell'Europa di fronte a qualsiasi potenza». Non sopporta l'idea che l'Unione europea non dia «prova d'unità, di realismo e di autonomia nelle relazioni economiche e commerciali con le altre regioni del mondo, come anche in politica estera e di difesa». L'Europa dovrebbe «affermare la propria volontà e la propria capacità di assicurare in modo più autonomo la protezione del suo territorio». Ma tutto questo non è incompatibile con il riconoscere negli Stati Uniti «una grande democrazia con la quale abbiamo molti valori in comune e indefettibili legami storici».
Crede nel valore della Nato come «solido ancoraggio euro-atlantico» e assicura che la sua Francia si assumerà «appieno la propria responsabilità nel quadro dell'Alleanza», la cui specificità di alleanza militare con «ancoraggio geopolitico» sul continente europeo non va però snaturata. Non sarà mai un'organizzazione «a vocazione universale, più o meno concorrente all'Onu».
La sicurezza d'Israele «non è negoziabile», anche se non incompatibile con il diritto dei palestinesi a uno Stato. «Inaccettabile e pericoloso», invece, che Teheran si doti dell'atomica. «Inammissibili e irresponsabili» gli interventi di Ahmadinejad che evocano la distruzione di Israele e negano la Shoah. L'importante è che la comunità internazionale si mantenga ferma e unita.
Sarkozy vede una «contraddizione» tra l'adesione della Turchia all'Ue e «il progetto di un'Europa integrata a livello politico», che «non può estendersi in modo indefinito», ma ha bisogno di «frontiere», da definire su basi «storiche, geografiche e culturali», entro le quali la Turchia non avrebbe «la vocazione a situarsi». «A meno che queste non siano comuni domani con la Siria o l'Iraq». Ma è un paragone che può reggere, secondo la logica con la quale lo stesso Sarkozy ha tracciato i confini? Cioè, mi chiedo, i turchi sono "più arabi" o "più greci"?
Da questa intervista emerge un Sarkozy meno peggiore di quanto certa stampa sia incline a descrivere e rimaniamo convinti che sia il "male minore" tra i candidati alla presidenza francese. Eppure, non ci facciamo illusioni: i rapporti della Francia con gli Stati Uniti rimarranno per lungo tempo difficili, i suoi interessi spesso distanti dal tema della democrazia e dei diritti umani, così come sarà difficile che sul piano interno il modello sociale ed economico subisca un rinnovamento radicale e che a livello europeo venga abbandonata una certa spocchia post-grandeur. A Sarkozy l'onere di stupirci con la sua promessa di "rupture".
Sunday, March 04, 2007
Due sinistre cugine, malattia comune
L'unica sinistra in Europa che mostra gli stessi problemi della sinistra italiana è quella francese, e infatti entrambi i paesi si avviano verso il declino. E' quanto emerge da un impietoso ritratto di André Glucksmann, oggi sul Corriere, per il quale tutte le contraddizioni della sinistra dopo la caduta del Muro «si sono date appuntamento» nel Partito socialista, in cui militano «quelli che hanno detto "Sì" al referendum sulla costituzione europea e quelli che hanno fatto trionfare il "No", quelli indicati come "social liberali" e quelli che invocano "un'altra società" generata da uno sconvolgimento radicale; c'è chi è favorevole al nucleare e chi è contro, chi è pro palestinese e chi è amico d'Israele, ci sono i laici e gli islamofili, quelli che reclamano più polizia nelle banlieues e quelli che la rifiutano, quelli che approvano le 35 ore di lavoro settimanale e chi le deplora».
Ma a un certo punto, dopo i monologhi, ognuno preso a «fissare l'orizzonte invalicabile delle proprie convinzioni narcisistiche», dopo «idee senza dibattito» e «dibattiti senza idee», è scattata «l'ora dell'unione sacra ed ecco dimenticati anatemi e denunce reciproche, tutti come un sol uomo "contro la destra!"», osserva Glucksmann.
«Forza egemonica della sinistra francese, il Partito socialista riesce trionfalmente a monopolizzare tutte le contraddizioni che lo dividono, senza patire le conseguenze di non risolverne alcuna. Blairista o gauchista, statalista o populista, europeista o sovranista, poco importa, bisogna che la candidata vinca». Chi riconoscete in questa descrizione?
Con la «bacchetta magica» abolisce il principio di non contraddizione. «Il socialismo francese, nel corso di un secolo d'ipocrisia, ha combinato principi eterni e opportunismo giorno per giorno: colonialista e amico dei diritti dell'uomo, marxista duro e puro e tranquillo amministratore, il suo dupolice linguaggio aveva una risposta a tutto». Oggi, invece, «sono le alternative, le scelte, a cadere nel dimenticatoio» e un «complesso di desideri» fa da programma, scavalcando «i rischi, le difficoltà, le decisioni urgenti e dolorose».
Ma che importa, se si può «continuare a non dire nulla e a non spiegare nulla»? Mentre la realtà è che «maggioranze di destra e di sinistra condividono le responsabilità dell'irresponsabilità generale». «Cari amici socialisti, imparate a contare, il bilancio si estende a 30 anni, e non su 5 anni solamente», conclude Glucksmann. La disoccupazione (che si è impennata dal 1981, dall'inizio dell'epoca Mitterand) e le ribellioni «non provocano alcun esame di coscienza in un Partito socialista surreale».
Ma a un certo punto, dopo i monologhi, ognuno preso a «fissare l'orizzonte invalicabile delle proprie convinzioni narcisistiche», dopo «idee senza dibattito» e «dibattiti senza idee», è scattata «l'ora dell'unione sacra ed ecco dimenticati anatemi e denunce reciproche, tutti come un sol uomo "contro la destra!"», osserva Glucksmann.
«Forza egemonica della sinistra francese, il Partito socialista riesce trionfalmente a monopolizzare tutte le contraddizioni che lo dividono, senza patire le conseguenze di non risolverne alcuna. Blairista o gauchista, statalista o populista, europeista o sovranista, poco importa, bisogna che la candidata vinca». Chi riconoscete in questa descrizione?
Con la «bacchetta magica» abolisce il principio di non contraddizione. «Il socialismo francese, nel corso di un secolo d'ipocrisia, ha combinato principi eterni e opportunismo giorno per giorno: colonialista e amico dei diritti dell'uomo, marxista duro e puro e tranquillo amministratore, il suo dupolice linguaggio aveva una risposta a tutto». Oggi, invece, «sono le alternative, le scelte, a cadere nel dimenticatoio» e un «complesso di desideri» fa da programma, scavalcando «i rischi, le difficoltà, le decisioni urgenti e dolorose».
Ma che importa, se si può «continuare a non dire nulla e a non spiegare nulla»? Mentre la realtà è che «maggioranze di destra e di sinistra condividono le responsabilità dell'irresponsabilità generale». «Cari amici socialisti, imparate a contare, il bilancio si estende a 30 anni, e non su 5 anni solamente», conclude Glucksmann. La disoccupazione (che si è impennata dal 1981, dall'inizio dell'epoca Mitterand) e le ribellioni «non provocano alcun esame di coscienza in un Partito socialista surreale».
Friday, February 16, 2007
Ségolène offre ai francesi un'amaca
Un altro endorsement solidamente fondato per Nicolas Sarkozy è quello di Antonio Polito, che vede nell'avversaria Ségolène un «simbolismo paternalista», una specie di «complesso dello Stato Rosso». Pur non avendo mai pronunciato in due ore di discorso d'investitura la parola "socialismo", osserva, «il suo programma poggia solidamente sull'idea, così antica e così socialista, che ci debba pensare lo Stato».
Basta dare un'occhiata alle proposte: aumento del 20% del salario minimo, fissato per legge a 1.500 euro; confermate le 35 ore; aumento delle pensioni; sussidio di disoccupazione al 90% del salario per un anno (l'«amaca», non il «trampolino»!); abolizione del Cne, il "Contratto di nuova occupazione" per la flessibilità del lavoro; cure mediche gratuite per tutti fino a 16 anni; pillole contraccettive disponibili a costo zero per le donne fino a 25 anni; alloggi assicurati ai non abbienti con interventi di edilizia popolare e requisizioni di case vuote da almeno due anni.
Insomma, «tutto il contrario di Kennedy. Lì dove Kennedy invitava gli americani a domandarsi che cosa loro potevano fare per l'America, Ségolène elenca ai francesi che cosa la Francia può fare per loro. E promettere a un paese sofferente di una seria difficoltà ad adeguarsi alla società del rischio che ci penserà lo stato; raccontare a una nazione di cui pure si lamenta l'alto debito pubblico che ci sono le risorse per finanziare l'Eldorado, è un modo, per l'appunto, per metterlo a nanna tranquillo, e fargli dimenticare gli incubi della "mondialisation". Nanny-State, lo chiamano gli inglesi: lo stato-balia».
Del "fenomeno" Sarkozy si occupa invece un libro di Massimo Nava ("Il francese di ferro", Einaudi), che lo paragona alla «Iron Lady» degli anni '80, la Thatcher. Anche Sarkozy promette alla Francia un salutare shock, «rotture» e aperture, per far uscire il paese dall'immobilismo interno e internazionale; fonda la sua politica sulla responsabilità, sul merito e sulla libertà; si pone in netta discontinuità con la versione «impolverata e statica» del gollismo chirachiano, delle vecchie classi dirigenti, antiamericane e antiliberali.
La sua «tolleranza zero» verso il crimine e il teppismo si basa innanzitutto sulla responsabilità individuale, per cui ognuno paga per quello che fa, senza poterne dare colpa alla società, ma anche sulla «discriminazione attiva» per integrare gli immigrati, per farli sentire "cittadini" e quindi individualmente responsabili.
In economia, meno Stato e più privato. Sembrerebbe andare in soffitta, quindi, l'"eccezionalismo francese", fatto di dirigismo e colbertismo, assistenzialimo e protezionismo, sostituito dalla riscoperta della competizione e del merito, all'interno come all'estero.
Basta dare un'occhiata alle proposte: aumento del 20% del salario minimo, fissato per legge a 1.500 euro; confermate le 35 ore; aumento delle pensioni; sussidio di disoccupazione al 90% del salario per un anno (l'«amaca», non il «trampolino»!); abolizione del Cne, il "Contratto di nuova occupazione" per la flessibilità del lavoro; cure mediche gratuite per tutti fino a 16 anni; pillole contraccettive disponibili a costo zero per le donne fino a 25 anni; alloggi assicurati ai non abbienti con interventi di edilizia popolare e requisizioni di case vuote da almeno due anni.
Insomma, «tutto il contrario di Kennedy. Lì dove Kennedy invitava gli americani a domandarsi che cosa loro potevano fare per l'America, Ségolène elenca ai francesi che cosa la Francia può fare per loro. E promettere a un paese sofferente di una seria difficoltà ad adeguarsi alla società del rischio che ci penserà lo stato; raccontare a una nazione di cui pure si lamenta l'alto debito pubblico che ci sono le risorse per finanziare l'Eldorado, è un modo, per l'appunto, per metterlo a nanna tranquillo, e fargli dimenticare gli incubi della "mondialisation". Nanny-State, lo chiamano gli inglesi: lo stato-balia».
Del "fenomeno" Sarkozy si occupa invece un libro di Massimo Nava ("Il francese di ferro", Einaudi), che lo paragona alla «Iron Lady» degli anni '80, la Thatcher. Anche Sarkozy promette alla Francia un salutare shock, «rotture» e aperture, per far uscire il paese dall'immobilismo interno e internazionale; fonda la sua politica sulla responsabilità, sul merito e sulla libertà; si pone in netta discontinuità con la versione «impolverata e statica» del gollismo chirachiano, delle vecchie classi dirigenti, antiamericane e antiliberali.
La sua «tolleranza zero» verso il crimine e il teppismo si basa innanzitutto sulla responsabilità individuale, per cui ognuno paga per quello che fa, senza poterne dare colpa alla società, ma anche sulla «discriminazione attiva» per integrare gli immigrati, per farli sentire "cittadini" e quindi individualmente responsabili.
In economia, meno Stato e più privato. Sembrerebbe andare in soffitta, quindi, l'"eccezionalismo francese", fatto di dirigismo e colbertismo, assistenzialimo e protezionismo, sostituito dalla riscoperta della competizione e del merito, all'interno come all'estero.
Tuesday, February 13, 2007
Ségolène Royal: qualcosa "de sinistra" pare l'abbia detta
La Kostoris definisce quello della Royal un «gauchismo populista ed eclettico», anche se la candidata sembra aver fatto di tutto per inseguire l'elettorato centrista. Non ha mai pronunciato la parola "socialista", mai "chers camarades" (cari compagni) sostituito da un "cari amici", poche le citazioni di personalità storiche della sinistra, parole d'ordine di richiamo per l'elettorato moderato: ordine, famiglia, educazione, nazione. Insomma, ha cercato di adeguarsi al profilo ormai richiesto a un presidente della Repubblica francese: che sappia essere "al di sopra dei partiti".
«Molte delle sue promesse sono criticabili e quasi tutte sono irrealizzabili», scrive però la Kostoris: aumento del 20% del salario minimo, fissato per legge a 1.500 euro; confermate le 35 ore; aumento delle pensioni; sussidio di disoccupazione al 90% del salario per un anno (l'«amaca», non il «trampolino»!); abolizione del Cne, il "Contratto di nuova occupazione" per la flessibilità del lavoro; cure mediche gratuite per tutti fino a 16 anni; pillole contraccettive disponibili a costo zero per le donne fino a 25 anni; alloggi assicurati ai non abbienti con interventi di edilizia popolare e requisizioni di case vuote da almeno due anni.
«Eclettica» perché femminista e ambientalista, ma anche colbertista - favorevole a fissare per legge alcune tariffe bancarie nonché alla nazionalizzazione di Edf-Gaz de France - e giacobina quanto basta, con le proposte di requisire le case sfitte e far controllare i deputati da «giurie popolari».
Tanto vasto il programma, tutto sullo stato sociale, che ci si è cominciati a chiedere: ma dove prende tutti i soldi necessari? I conti li hanno fatti gli strateghi elettorali di Sarkozy (decine di miliardi di euro) e il candidato centrista Bayrou: tra gli «80 e i 110 miliardi di euro».
Se a tutto ciò aggiungiamo che in un solo campo il presidente della Repubblica francese ha un potere incontrastato, la politica estera, non c'è da rimanere tranquilli. Non solo perché è il terreno su cui la Ségolène ha disseminato più gaffes (ricordiamo solo i flirt con Hezbollah e Cina), ma anche per la sua affermazione di «amicizia senza subordinazione» nei confronti degli Stati Uniti, che è fin troppo generica, quindi sospetta, e perché a sentire il suo auspicio per una Unione europea «non legata solo al dogma della concorrenza», quando l'«economia sociale di mercato» [sic!!] è già al centro della bozza del Trattato costituzionale, c'è da mettersi le mani nei capelli.
Wednesday, February 07, 2007
Le poesie di Sarkozy, de Villepin per l'Eliseo
Quindi, sarebbe «probabilissima» la vittoria di Sarkozy, anche perché la Francia è sempre «al 100% gollista e al 100% petainista». Anche per Pannella chi vota Sarkozy non può che essere «petainista», cioè fascista.
A quel punto però Bordin fa notare al leader radicale che pochi giorni prima Glucksmann ha dato di Sarkozy una lettura opposta, spiegando che in qualche modo rappresenta una «rottura» con una certa destra gollista. «Certo», risponde Pannella... E qui entrate in gioco voi, aiutatemi a capire il passaggio che segue (qui il video). Pannella racconta di aver chiesto di de Villepin a una sua vecchia conoscenza, all'ex ministro Badinter: «Un uomo di principi, non può farcela», gli ha risposto quello. Ma che c'entra de Villepin? Avrò capito bene? Possibile che Pannella abbia confuso Sarkozy e de Villepin?
Venendo alla candidata socialista, Ségolène Royal, tra i suoi sostenitori c'è l'imbarazzante Jean-Pierre Chevènement, esponente della sinistra nazionalista e antieuropeista francese, da sempre in prima fila, ad ogni appuntamento referendario o elettorale, tra i francesi che intendono frenare il processo d'integrazione europeo. Come faceva notare ieri il Riformista, «il fatto che Ségolène Royal abbia raggiunto con lui un accordo elettorale non depone a favore della chiarezza del programma della candidata all'Eliseo per il Partito socialista, soprattutto in tema d'Europa».
La Royal renderà noto domenica prossima, l'11 febbraio, il suo programma, che rischia di contenere scelte - sulla legge istitutiva del Cne, il "Contratto di nuova occupazione", o sulle 35 ore - legate a sicurezze sociali ormai difficilmente sostenibili, in sintonia con quell'atteggiamento timoroso delle riforme che fino a oggi ha caratterizzato in Francia sia la destra che i socialisti.
Intanto, secondo i sondaggi continua a perdere terreno. Sembra sempre più "quella che piace ma non convince". E le intenzioni di voto in uscita dalla candidata socialista, osserva Jean-Marie Colombani, oggi su La Stampa, sembrano passare al terzo candidato, François Bayrou, il Prodi francese (lui stesso si è paragonato al Presidente del Consiglio italiano). Guarda caso la sua inattesa ascesa nei sondaggi coincide cronologimente con la caduta di Ségolène. I problemi della Royal? Per Colombani le sue gaffes, la mancanza, oltre l'appeal personale, di un'identità politica riconoscibile, e l'intervento "alla Visco" di Hollande, che ha promesso "più tasse", argomento notoriamente vincente.
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