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Tuesday, May 14, 2013

L'Imu mette ko il mercato immobiliare

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.

Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.

Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.

Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.

Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.

Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.

La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.

Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.

L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.

Thursday, November 29, 2012

Con Monti abbiamo solo guadagnato tempo, ma non basta

Le stime diffuse dall'Ocse delineano una prospettiva nient'affatto incoraggiante per la nostra economia. Nel 2012 il calo del Pil sarà del 2,2%. Tutto sommato un dato a cui ci eravamo abituati dopo le stime del governo e di altre autorevoli istituzioni, tutte intorno al -2,4%. Ciò che preoccupa è che l'Ocse prevede una cospicua contrazione del Pil anche nel 2013 (-1%), ancor più grave sia perché tra il 2008 e il 2012 si è già contratto molto – alla fine di quest'anno il nostro Pil tornerà ai livelli del 2001 – sia perché a dispetto di una serie di misure che secondo l'esecutivo avrebbero dovuto invertire il trend e rimettere il nostro paese sul sentiero della crescita, seppur flebile. Oltre all'effetto negativo sulla disoccupazione, che nel 2013 salirebbe all'11,4%, restare in una recessione così marcata avrebbe effetti disastrosi sul deficit, che l'Ocse prevede al 2,9% nel 2013 e al 3,4% nel 2014, e che richiederebbe quindi un'ulteriore «stretta di bilancio» nel 2014 per rispettare il previsto percorso di riduzione del debito. Insomma, i sacrifici chiesti agli italiani in questo biennio sarebbero completamente vanificati.

Ma com'è possibile che a fronte dei dati impietosi della nostra economia e di prospettive ancora fosche, i rendimenti sui nostri titoli di stato siano ai minimi? All'asta di ieri il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di Bot a sei mesi con tassi sotto la soglia dell'1%, che non si vedevano dall'aprile 2010, mentre i decennali sul mercato secondario sono tornati ai livelli di giugno 2011. Più che ai risultati concreti e agli effetti di medio termine delle riforme avviate, l'apertura di credito dei mercati nei nostri confronti sembra legata alla credibilità personale del presidente del Consiglio, all'aspettativa di una sua permanenza a Palazzo Chigi, e al miglioramento del "mood" generale dopo le azioni intraprese dalla Bce e le decisioni prese su Grecia e Spagna.

Si può sempre sperare che i mercati tornino più o meno "irrazionalmente" – cioè senza cambiamenti strutturali nei nostri fondamentali economici – ad applicarci tassi di interesse pre-crisi. Ma ciò che emerge da queste stime sull'economia reale è che il governo Monti ci ha fatto solo guadagnare tempo. Forse nell'emergenza, con una coalizione eterogenea e i partiti in crisi, non avrebbe potuto fare di meglio, ma certo non ha alcun senso auspicare "continuità", come fanno gli "scudieri" centristi del Monti-bis. Per uscire davvero dalla crisi, non restare in balìa dell'umore dei mercati, serve altro: un risanamento virtuoso, cioè meno recessivo, sulla linea indicata da Draghi – tagli alla spesa e non aumenti di tasse – che è opposta a quella perseguita da Monti quest'anno.

Se il professore ha un'agenda per i prossimi anni, è il momento di esporla. Per ora, invece, si è limitato ad affacciarsi nell'agone politico con uscite sibilline, cerchiobottiste, da vecchio democristiano.
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Wednesday, October 03, 2012

Lo dice anche la Corte dei Conti: la cura Monti non basta

Che al momento Mario Monti sia la figura che offre più garanzie come capo del governo non ci sono dubbi. Ma le formule "Monti-bis" o "agenda Monti", che ci accompagneranno per tutta la campagna elettorale, appaiono del tutto vuote. Ad evocarle sono i gruppi politici che pensano di farsi traghettare nella nuova legislatura sfruttando l'inerzia della credibilità del professore, senza alcuno sforzo di elaborazione programmatica e di rinnovamento. Lo stesso Monti, però, non può più nascondersi dietro l'impresentabilità altrui. Se è in campo, non più solo come carta d'emergenza, dovrebbe proporre la sua agenda per i prossimi cinque anni. Agli elettori non può essere chiesto un assegno in bianco, anche perché qualsiasi cosa significhi, la cosiddetta "agenda Monti" non basta a superare la crisi. Anzi, perseverando con la terapia di quest'ultimo anno nella migliore delle ipotesi ci aspetta un altro decennio di crescita bassa o nulla, con tutto ciò che comporta per la sostenibilità della finanza pubblica. Ce lo dicono i dati, e tutte le analisi più autorevoli, da quelle dell'Fmi ai puntuali giudizi dalla Corte dei Conti. Severo, quasi impietoso, quello di ieri alle Commissioni Bilancio, tanto che il ministro Grilli ha preso le difese delle politiche governative, negando che ci sia un «corto circuito» tra rigore e crescita.

Ma come già in altre occasioni, la Corte non ha messo in discussione che possano essere compatibili, si è limitata ad osservare che il «pericolo di un corto circuito» esiste a causa della composizione delle manovre correttive, per quasi il 70% fatte di aumenti di imposte e tasse, con la pressione fiscale oltre il 45% nel triennio 2012-2014, e del rinvio di interventi strutturali. L'urgenza ha indotto a ricorrere «pesantemente» al prelievo fiscale, «forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per un ulteriore effetto recessivo», che «avrebbe dissolto circa la metà dei 75 miliardi della correzione prevista per il 2013».
(...)
Insomma, il rigore da solo non basta, se manca una crescita su cui appoggiare la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica. Peccato che gli attuali livelli di spesa (pur al netto delle spese per interessi e investimenti fissi) e di prelievo, afferma con chiarezza la Corte, rappresentano un «drenaggio di risorse incompatibile con una efficace politica di rilancio dell’economia».

E a fronte degli effetti recessivi delle manovre, i risultati attribuiti alle cosiddette riforme strutturali appaiono largamente insufficienti per colmare il vuoto di domanda apertosi a partire dal 2007. Qualsiasi strategia per la crescita richiede «sicuramente che si apra una prospettiva di riduzione della pressione fiscale». Ovviamente senza compromettere la tenuta dei conti. Ma l'intervento che la Corte dei Conti suggerisce sulla spesa pubblica per liberare risorse da destinare al taglio delle tasse va oltre la mera manutenzione. Occorre ripensare «radicalmente il perimetro» dell'intervento pubblico, «individuare le aree di spesa che è opportuno dismettere, superando logiche meramente difensive».
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Thursday, September 27, 2012

Ancora un brusco risveglio dall'ottimismo di Monti

Le acque sono tornate ad agitarsi. La Borsa ha perso il 3,29% e nonostante il Tesoro abbia collocato 9 miliardi di BoT a 6 mesi con tassi in netto calo, lo spread è risalito verso quota 380. I mercati subiscono il contraccolpo dell'aggravarsi della crisi spagnola – Pil in caduta anche nel III trimestre, deficit statale già oltre gli obiettivi europei, buchi di bilancio delle autonomie e delle casse di risparmio, e come se non bastasse i tumulti degli indignados e le spinte separatiste della Catalogna – e sanzionano il ritardo di Madrid nel chiedere l'attivazione del piano di aiuti ESM/Bce, ormai non più questione di "se", ma di "quando" e a quali condizioni.

Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.

Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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Saturday, September 22, 2012

Perché la rotta Monti non basta, servono nuove coordinate

E' passato quasi inosservato l'aggiornamento del Def - documento di economia e finanza - adottato dal Consiglio dei ministri, ma qualsiasi governo politico non l'avrebbe passata così liscia. Si può perdonare a un governo di tecnici, con un economista presidente del Consiglio e uno al Tesoro, di sbagliare così platealmente le previsioni macroeconomiche del paese, sottovalutando addirittura della metà il calo del Pil nell'anno in corso, e nonostante autorevoli istituzioni internazionali avessero indicato per tempo stime più corrette?

Come volevasi dimostrare, le stime governative si sono dovute allineare alle previsioni più realistiche di Confindustria, solo due mesi fa bollate sdegnosamente come pessimistiche e addirittura accusate di minare la credibilità dell'esecutivo all'estero. Quest'anno, dunque, il Pil dovrebbe calare del 2,4% e non dell'1,2, come previsto nel Def non un secolo fa, ma il 18 aprile scorso.
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Wednesday, September 12, 2012

Monti tra verità e contraddizioni

Bisogna dare atto al premier Mario Monti di non essersi nascosto dietro un dito: «In parte le nostre decisioni hanno contribuito ad aggravare» la crisi. Quale capo di governo, quale politico, avrebbe avuto l'onestà intellettuale di una simile ammissione? Negare, negare anche l'evidenza, è la parola d'ordine dei politici (e non solo). Monti ha dunque parlato con il linguaggio della verità, e va apprezzato per questo, ma la sua autostima gli ha impedito di evitare di giustificarsi dicendo che si è trattato di scelte inevitabili.

«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.

E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.

Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.

Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.

Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.

Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.

Monday, September 10, 2012

Il Monti-bis e i partiti alle misere manovre

Gli ultimi dati Istat indicano che il nostro Pil quest'anno sta precipitando verso un rovinoso -3%. Il calo nel II trimestre è stato dello 0,8%, -2,6% se confrontato con il II trimestre 2011. Nel 2012 abbiamo già acquisito una perdita del 2,1%. Per mantenerci entro il -2,5% la caduta dovrebbe quasi arrestarsi nei prossimi due semestri, ma nulla fa pensare che sarà così. I dati dei consumi parlano chiaro: la spesa delle famiglie italiane nel II trimestre è scesa del 3,5% (-10,1% gli acquisti di beni durevoli, -3,5% i non durevoli, -1,1% i servizi). Solo cinque mesi fa il governo stimava un calo del Pil annuo dell'1,2%. Delle due l'una: o ha colpevolmente sottovalutato gli effetti depressivi delle sue politiche, oppure ha consapevolmente tentato di nascondere la realtà.

Sia come sia, questi dati confermano che lo scudo anti-spread messo a punto da Draghi non risolve da solo i problemi dell'Italia. La sfida resta quella di trovare una politica credibile per abbattere il debito senza deprimere l'economia, risultato a cui invece ci sta portando la ricetta Monti. Su questo dovrebbe vertere la campagna elettorale alle porte, ma i partiti sembrano piuttosto concentrati sulle alchimie politiche. Il Pdl in queste prime fasi risulta non pervenuto, incapace di iniziativa politica, paralizzato in attesa della decisione di Berlusconi sulla sua ricandidatura. A onor del vero, una proposta concreta per abbattere il debito l'ha elaborata, ma leadership e personale politico non rinnovati non la rendono credibile.

Per il Pd il governo tecnico è servito a "cacciare" Berlusconi e a varare decisioni impopolari, un intermezzo necessario a preparare la presa del potere. Bersani scalpita, vede Palazzo Chigi a portata di mano e scalda i motori della sua gioiosa macchina da guerra 2.0, che lo fa assomigliare a Occhetto nonostante lui si creda Hollande. Si dice pronto, davanti all'Italia e al mondo, ad assumersi la responsabilità di governare, ma per ora si barcamena, cercando di scacciare i fantasmi di Monti e Renzi. La campagna del giovane sindaco di Firenze è per lo più rivolta al rinnovamento interno, non si capisce ancora in che direzione guiderebbe il Paese. Ma dal Pd non servono tante parole, sappiamo cosa aspettarci: rigore a base di tasse, quindi depressivo, e tentativo di rilancio con investimenti pubblici nelle ristrette pieghe del bilancio. Il piano l'ha svelato D'Alema qualche giorno fa: arrivare primi e convincere Casini a governare con Vendola.

Casini spera invece di convincere il Pd a sostenere un Monti-bis. E' più interessato alle formule, a rafforzare la sua rendita di posizione, sperando in un risultato elettorale incerto che disponga i due poli a farsi guidare verso il centro. Crede che come programma basti una generica evocazione dell'"agenda Monti" e come rinnovamento una sorta di Udc allargata a qualche esponente della società civile (Marcegaglia, Bonanni) e a qualche ministro "tecnico" (Passera, Riccardi). Ma che credibilità avrebbero personaggi che accettassero di "intrupparsi" senza chiari impegni al cambiamento, né programmatico né di apparato? «La pesca a strascico di Casini e i docili tonni della società civile», è il duro attacco di Montezemolo via Italia Futura.

Prende le distanze dall'Udc anche Fermareildeclino, le cui proposte sono tra le più chiare e condivisibili. Ma restano l'incertezza su leadership e personale politico (come per Italia Futura) e il rischio che un certo antiberlusconismo viscerale che contraddistingue Giannino & Co possa apparire troppo colpevolizzante per gli elettori che in Berlusconi hanno creduto e che FilD con la sua agenda mira a conquistare.

Quanto a Monti, il premier ha osservato nei giorni scorsi che «l'Italia ha bisogno di un governo politico», ma in un modo che non sembra escludere una continuazione della sua esperienza, a suo giudizio tutt'altro che "tecnica". Il professore però continua a giocare da riserva della Repubblica: disponibile a tornare a guidare il Paese "su richiesta" dopo il voto, se i partiti lo chiameranno di nuovo, o per l'impossibilità di formare una maggioranza o per il peggioramento del quadro economico. Rispetto ad un governo Bersani-Vendola, l'ipotesi Monti-bis è senz'altro il male minore. Ma se spuntasse come opzione residuale per superare uno stallo post-elettorale rischierebbe di fungere da zattera di salvataggio dei vecchi partiti, senza un mandato forte per le riforme necessarie. Un conto è un premier calato dall'empireo per uno scorcio di legislatura; tutt'altro all'inizio di una nuova, sostenuto tra i mal di pancia di chi si sente scippato della vittoria elettorale e di chi è tentato di svolgere fino in fondo il ruolo dell'opposizione per recuperare i consensi perduti. Se Monti dev'essere, che gli italiani trovino il suo nome sulla scheda e che le forze politiche si riposizionino di conseguenza.

Tuesday, July 10, 2012

Né con Monti né con Squinzi

La dura polemica dello scorso week end tra Monti e Squinzi è uno specchio della farsa italiana, di cui i due si dimostrano interpreti all'altezza. Da una parte, abbiamo un numero uno di Confindustria che anziché difendere i primi, timidi tagli alla spesa pubblica, parla come il leader della Cgil. Peggio ancora, si contraddice pur di accattivarsi le simpatie di una platea di sindacalisti e della segretaria Camusso.
(...)
Nei "taglietti" della spending review non c'è affatto il rischio di una "macelleria sociale", semmai l'opposto, dello status quo, e nell'atteggiamento di Squinzi nei confronti della Cgil s'intravede la ricerca di un quieto vivere, di un modello consociativo tra Confindustria e sindacati i cui costi sociali e fiscali storicamente sono stati scaricati sulle spalle dei contribuenti.

Dall'altra, abbiamo un presidente del Consiglio insofferente alle critiche, soprattutto a quelle dei suoi colleghi economisti (come Alesina e Giavazzi) e a quelle confindustriali.
(...)
Come brucia a Monti che alla prova dei fatti le sue previsioni si stiano rivelando più da politico (quindi eccessivamente ottimistiche) che da economista! Nel documento governativo di economia e finanza, approvato non un secolo fa ma ad aprile, il Pil veniva stimato in calo dell'1,2%, mentre ormai appare sempre più chiaro che viaggia verso il -3%.

In teoria è un tecnico, ma alle critiche Monti mostra di reagire da puro politico, anzi da politicante. Sostenere che certe dichiarazioni «fanno aumentare lo spread e i tassi d'interesse» non solo è discutibile nel merito, ma significa bollare chiunque osi criticare l'operato del governo come traditore della patria, echeggiando lo storico motto fascista "Tacete! Il nemico vi ascolta". Esattamente lo stesso fallo di reazione che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, quando puntava l'indice sull'opposizione e la stampa "anti-italiane". Con l'aggravante che Monti non viene provocato tutti i giorni da una campagna mediatico-giudiziaria senza scrupoli volta a demolire l'immagine del capo del governo e delle istituzioni. Al contrario, i grandi giornali fanno a gara per accorrere in suo aiuto. Però dovrebbero mettersi d'accordo con loro stessi: contro Berlusconi un diritto di critica da difendere, anche se dannoso per l'immagine del paese, e contro Monti un "fuoco amico" da condannare?

Qualsiasi alibi è buono per Monti: la scarsa credibilità dei meccanismi anti-crisi messi in campo dall'Eurozona; l'incertezza che avvertono i mercati riguardo gli scenari della politica italiana dopo le elezioni del 2013; le affermazioni «inappropriate» di alcuni paesi del Nord Europa (Finlandia e Olanda) che «hanno avuto l'effetto di ridurre la credibilità delle decisioni prese a Bruxelles»; e, ovviamente, le dichiarazioni come quelle di Squinzi nel dibattito interno. Tutto serve a spiegare il livello ancora troppo elevato, insostenibile, dello spread e dei tassi d'interesse, tranne l'azione di governo, tranne che forse l'Italia non ha ancora fatto i suoi "compiti a casa", nonostante i "tecnici" siano in carica ormai da 9 mesi.
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Wednesday, June 13, 2012

Italia nel mirino anche perché Monti ha deluso mercati

Il governo sembra aver sottovalutato gli effetti recessivi degli aumenti delle tasse, probabilmente nella speranza che nel frattempo un'attenuazione della pressione dei mercati sul debito pubblico, per effetto delle azioni intraprese in sede europea, favorisse un alleggerimento della stretta creditizia, così da far respirare l'economia reale. Fatto sta che lo spread viaggia ancora abbondantemente al di sopra dei 400 punti, quota nel medio-lungo termine insostenibile, perché richiederebbe sforzi immani, e ulteriormente recessivi, per proseguire nel consolidamento di bilancio.
(...)
I dati Istat del Pil nel I trimestre 2012 (-0,8% rispetto al trimestre precedente e -1,4% su base annua) spostano le stime governative contenute nel Def (calo del Pil dell'1,2% nel 2012 e +0,5% nel 2013)  nel campo dell'ottimismo. Le previsioni di Citigroup sono ancora peggiori: -2,4% nel 2012 e -2% nel 2013 (in teoria l'anno della ripresina).
(...)
Affrontata l'emergenza di novembre-dicembre aumentando le tasse, nei mesi successivi il governo non è stato in grado, o non ha voluto, avviare un piano pluriennale per l'inversione di rotta, non solo il mero contenimento, della finanza pubblica, né ha messo in cantiere riforme strutturali incisive. Ancora niente tagli alla spesa (l'obiettivo di risparmio della spending review è molto modesto: non più di 4-5 miliardi, lo 0,57% della spesa corrente); nessun programma di dismissioni (anche Snam, separata da Eni, verrà venduta ad un altro ente dello stato, la Cdp); riforme parziali e insufficienti. I mercati e i media di riferimento del business internazionale se ne sono accorti e la delusione rispetto alle enormi, esagerate aspettative generate dalla nomina di Monti si sta rapidamente diffondendo.

Dopo il Financial Times, anche il Wall Street Journal si è accorto che il premier non è in grado di portare avanti le riforme promesse. «La nomina di Monti aveva aiutato a restaurare la fiducia nell'Italia. Ma ora il paese è in profonda recessione e lo slancio riformatore sta svanendo. Riformare l'Italia potrebbe semplicemente essere troppo per un solo uomo, anche se questo uomo si chiama Monti». Il Wsj ricorda come la ricetta per curare la cronica scarsa crescita italiana l'aveva indicata un anno fa Mario Draghi: tagliare la spesa pubblica, così come le tasse sul lavoro e l'impresa. E migliorare la produttività riformando la giustizia civile, il sistema educativo e il mercato dei servizi, mentre la riforma del mercato del lavoro doveva servire a favorire l'occupazione e la crescita dimensionale delle imprese. Dopo un anno (di cui 7 mesi di governo tecnico), poco o nulla è stato fatto. Il Wsj si sofferma sulla riforma del lavoro, un «passo chiave», che però è stata «annacquata»: in alcuni casi i giudici hanno ancora l'ultima parola sui licenziamenti per motivi economici. E molto ancora potrebbe essere fatto, come osserva il Fmi, decentrando più di quanto fatto finora la contrattazione collettiva.

Il risanamento, osserva ancora il Wsj, si è basato sull'aumento delle tasse più che sui tagli alla spesa e «una profonda recessione - avverte - riaccenderà i timori per la sostenibilità del debito». «Monti - conclude il quotidiano - deve usare il suo restante capitale politico per rinvigorire immediatamente il suo programma di riforme, piuttosto che aspettare che la sua mano sia forzata da un'altra crisi». Insomma, il bluff dell'Italia è definitivamente smascherato. Il premier che se la prende con i "poteri forti" di cui aveva persino negato l'esistenza, i decreti che non escono, l'ostruzionismo della Ragioneria dello stato, lo scontro nell'esecutivo tra chi vorrebbe qualche euro in più per la crescita e chi si erge a custode del rigore, il ministro Fornero intimidito sulla questione "esodati". Un film già visto, quello della progressiva paralisi del governo Berlusconi, che ha contribuito non poco alla sfiducia dei mercati finanziari.

Ma quel che è peggio è che non si può dire che l'opera riformatrice di Monti si sia scontrata più di tanto con le resistenze dei partiti. Il premier non ci ha nemmeno provato, non ha forzato la mano neanche quando avrebbe avuto la forza politica per imporre i tagli e le riforme più radicali. Tutto è stato smontato e annacquato ancor prima di arrivare in Parlamento. Semplicemente perché la sua strategia era, ed è, un'altra: salvare l'apparato statale più o meno così com'è, correggendo il minimo indispensabile con la riforma delle pensioni e la patrimoniale immobiliare e poi risolvendo la crisi in Europa, con la stessa operazione di Ciampi-Prodi, cioè convincendo i tedeschi a fidarsi.
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Thursday, June 07, 2012

Scoperto il bluff-Italia di Monti

I magistrati della Corte dei Conti avevano appena finito di parlare degli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale con gli aumenti delle tasse, di metterci in guardia dal «pericolo di un avvitamento», cioè del rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», ed ecco materializzarsi i primi segni di avvitamento: obiettivi di gettito mancati, almeno nei primi quattro mesi dell'anno. Mancano all'appello 3,4 miliardi di entrate fiscali rispetto alle previsioni contenute nel Def. O meglio, le entrate in effetti aumentano rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, grazie agli aumenti delle tasse della seconda metà del 2011, ma non nella misura che il governo si aspettava. Un buco che rischia di mangiarsi i risparmi previsti dalla spending review e che potrebbe rendere necessario far scattare gli aumenti Iva già previsti per ottobre. Una dura lezione di economia reale con cui i professori dovrebbero fare i conti.

La politica fiscale non funziona come un bancomat. Non basta prelevare più tasse per ottenere più entrate, perché oltre una certa soglia di pressione fiscale complessiva (che in Italia abbiamo da tempo superato) si deprimono i consumi, si riducono le attività economiche, e si finisce per ottenerne di meno. Il ricorso alle maggiori entrate poteva essere giustificabile nel pieno dell'emergenza, lo scorso dicembre, quando il governo appena entrato in carica aveva poche settimane, se non giorni, per salvare il paese dal baratro. Ma ormai sono trascorsi sette mesi e l'approccio non è ancora mutato. Proprio ieri il governatore della Bce Mario Draghi ha ammonito per l'ennesima volta che «il consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse» ma su tagli alla spesa corrente. Il problema italiano è la sua politica fiscale. Non è l'euro né la Merkel, non sono gli speculatori, né gli evasori, che di volta in volta vengono chiamati in causa dai politici e dai tecnici come alibi.

Che la direzione intrapresa dal governo Monti sia sbagliata, che i suoi sforzi per le riforme abbiano prodotto risultati parziali e insufficienti, e che ormai la sua debolezza politica sia tale da non permettergli di riprendere slancio, è qualcosa di cui stanno assumendo sempre maggiore consapevolezza gli investitori e i media internazionali, che avevano accolto Monti con una entusiastica apertura di credito.
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Wednesday, June 06, 2012

La Corte dei Conti: tagliare spesa e tasse di 50 miliardi

Nel rapporto 2012 sul coordinamento della finanza pubblica, presentato ieri in Parlamento, la Corte dei Conti, come fa da anni in ogni sede, è tornata a denunciare gli squilibri recessivi delle politiche fiscali in cui i nostri governi perseverano, pur riconoscendo l'efficacia del contenimento della spesa - tra 2008 e 2011 una vera e propria inversione di rotta rispetto alla spesa allegra degli anni precedenti. Ma la notizia è la pressoché totale continuità, nel male ma anche nel bene, che la Corte ravvisa tra il governo Berlusconi e l'attuale.

La critica fondamentale riguarda il consolidamento fiscale, troppo sbilanciato sul lato delle entrate, da cui vengono reperiti «oltre i due terzi delle maggiori risorse di bilancio». Anche gli interventi correttivi decisi dal nuovo governo nel dicembre scorso confermano «il ricorso prevalente alla leva tributaria per l'intero orizzonte programmatico». Una scelta che ha però una pesante «controindicazione» negli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale, con il rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», quindi di bilancio, e che ciò richieda nuove e ancor più recessive correzioni. La Corte mette dunque in guardia dal «pericolo di un avvitamento» ed invita a «disinnescare il circolo vizioso». Per reperire il «gettito mancante», avvertono in sostanza i magistrati contabili, non si può più agire sul lato delle entrate, né volontarie né tributarie, essendo la pressione fiscale ormai ad un livello insopportabile, ma bisogna ampliare la base imponibile, incidendo sui fattori che bloccano la crescita.

E uno dei fattori che blocca la crescita è il nostro sistema fiscale, ancora lontanissimo dal «benchmark europeo». Non c'è stato, infatti, lo spostamento del carico fiscale "dalle persone alle cose" che era stato promesso sia dal governo Berlusconi che da Monti: «L'aumento impositivo che ha investito consumi e patrimoni - registra la Corte - si è tradotto in una riduzione molto limitata del prelievo sui redditi da lavoro e d'impresa».
(...)
Servirebbero, per alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa avvicinandolo alla media europea, 50 miliardi di euro. Ma con gli aumenti recenti, e quelli già previsti, delle aliquote Iva (tra l'altro «gravidi di controindicazioni sul piano economico e sociale») sono esauriti anche i margini del prelievo sui consumi. Dove reperirli, dunque?

Secondo la Corte «l'opzione di fondo da perseguire non può non essere quella di una consistente riduzione della spesa corrente - sia primaria che per interessi sul debito». In poche parole la Corte dei Conti suggerisce di tagliare la spesa corrente di 50 miliardi - altro che i 4-5 previsti dalla spending review! - e di usarli per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Insiste, inoltre, per «un abbattimento significativo del debito, attraverso la dismissione di quote importanti del patrimonio mobiliare ed immobiliare in mano pubblica», ricordando di aver più volte sottolineato le carenze, sul fronte dismissioni, «nell'identificare dimensioni, condizioni e responsabilità realizzative».
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Tuesday, June 05, 2012

La giornata: più tasse meno entrate, la dura lezione dell'economia reale ai professori

Questa mattina la Corte dei Conti ha presentato il suo rapporto 2012 sulla finanza pubblica ed è tornata a denunciare, come fa da anni, gli squilibri recessivi delle politiche fiscali perseguite pressoché da tutti i governi in carica. Il consolidamento fiscale è basato per oltre 2/3 su nuove entrate, e laddove la spesa è stata contenuta, lo si è fatto male, contraendo la spesa per investimenti piuttosto che quella primaria. Al forte aumento delle tasse su consumi e patrimoni, poi, non è corrisposto un alleggerimento del carico su lavoro e imprese. Esauriti i margini per agire sul lato delle entrate, perché la pressione fiscale è ormai ad un livello insopportabile, bisogna ampliare la base imponibile incidendo sui fattori che bloccano la crescita. E per crescere la Corte suggerisce di tagliare spesa e tasse di 50 miliardi, non escludendo dalla revisione alcun settore della spesa pubblica, nemmeno la sanità.

La «controindicazione» della scelta di puntare sulle tasse anziché sui tagli alla spesa è stata pesante, in termini di «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale. E' concreto il «pericolo di un avvitamento», cioè «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», quindi di bilancio, e che ciò richieda nuove e ancor più recessive correzioni.

Tempismo perfetto quello della Corte. L'incubo infatti sembra diventare realtà quando in serata il dipartimento delle finanze del Ministero dell'Economia certifica esattamente il mancato raggiungimento degli «obiettivi di gettito», almeno nei primi quattro mesi dell'anno. Mancherebbero all'appello 3,4 miliardi di entrate fiscali rispetto alle previsioni contenute nel Def. O meglio, le entrate in effetti aumentano rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, grazie agli aumenti delle tasse della seconda metà del 2011, ma non nella misura che ci si aspettava. Un buco che rischia di mangiarsi i risparmi previsti dalla spending review e che potrebbe rendere necessario far scattare gli aumenti di Iva già previsti a ottobre.

Una dura lezione di economia reale quella con cui devono fare i conti in queste ore i professori al governo: avranno imparato che l'economia vera è molto diversa da una lezione universitaria e che il fisco non funziona come un bancomat? Puoi chiedere 100, ma ottenere solo 90. Aumenti le tasse per avere più entrate, ma deprimi i consumi, riduci le attività economiche, e finisci per prenderne di meno.

Miracolo dei tecnici, che chiamati a scontrarsi con caste e corporazioni per riformare l'Italia subiscono invece i diktat di sindacati e sinistra sul lavoro (accettando una controriforma che irrigidisce il mercato in entrata e complica l'uscita), sulla scuola (scusandosi per aver osato solo pensare di favorire il merito) e gli statali (per i quali non possono valere le nuove norme sul lavoro).

Mentre in Italia si parla di stampare moneta, di bizzarre e improbabili liste civiche e di quando andare a votare, la crisi dell'Eurozona sembra entrare in una fase decisiva. Diventa sempre più evidente che per una mutualizzazione dei debiti (i famosi Eurobond) ci vuole una vera unione fiscale (ben oltre il fiscal compact) e nel fine settimana il premier spagnolo Rajoy si è fatto coraggiosamente avanti. Non si può chiedere ai cittadini tedeschi di utilizzare le loro tasse per garantire politiche di bilancio, quindi debiti, su cui non hanno alcun controllo (no taxation without...). Proprio su questo, sulla volontà di procedere verso una vera unione fiscale, per rendere possibili quegli Eurobond che si ritengono indispensabili, si scopriranno i bluff, si vedrà chi fa il furbo, se la Germania o qualcun altro (la Francia?). E' legittimo un sospetto: chi invoca gli Eurobond vuole solo che i tedeschi paghino il conto, ma non ha alcuna intenzione di cedere quote di sovranità sul proprio bilancio nazionale. E' qui che i "federalisti" della spesa getteranno la maschera.

Wednesday, May 16, 2012

Il Pil contraddice le stime ottimistiche di Monti

Ai tempi del governo Berlusconi un dato Istat come quello diffuso ieri non sarebbe passato quasi inosservato. L'andamento del Pil nel primo trimestre 2012 sembra smentire le stime appena inserite dal governo Monti nel Def, il documento di economia e finanza. Se non le smentisce, perché in fin dei conti si tratta dei primi tre mesi e ne mancano nove alla fine dell'anno, le fa per lo meno apparire eccessivamente ottimistiche. Secondo la stima preliminare dell'Istat, infatti, nel I trimestre 2012 il Pil è diminuito dello 0,8% sul trimestre precedente e dell'1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. La crescita acquisita per il 2012 sarebbe pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%).
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Thursday, May 10, 2012

La giornata: Merkel tiene duro e Monti spera in un po' di spesa targata Ue

Nei confronti della Grecia non è dura solo la Germania, ma anche il meno austero presidente della Commissione Ue Barroso (favorevole ai project bond): rispetto per la democrazia greca sì, ma anche per gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma di salvataggio. L'Ue è come un club, «se un membro non rispetta le regole è meglio che se ne vada, vale per qualsiasi organizzazione, istituzione, o progetto».

Intanto chi voleva una Germania dimessa dopo il successo di Hollande (che intanto come primo atto taglia gli stipendi dei membri del governo e dei manager pubblici) farebbe bene a ricredersi in fretta. La cancelliera Merkel continua a fissare i suoi paletti, e a ribadire l'intransigenza tedesca, in vista delle prossime complicate trattative su come rilanciare la crescita nell'Eurozona: «Abbiamo parlato tanto di Eurobond e di leveraging - dice la cancelliera in Parlamento - tutte queste misure compaiono e scompaiono come strumenti miracolosi, mentre è noto che non sono soluzioni sostenibili». La crisi «non sarà sconfitta in un giorno», avverte, e la risolveremo in solo modo, affrontando le sue cause, «che sono i debiti orrendi e la mancanza di competitività di alcuni Paesi». Risanamento, quindi, e crescita, però basata sulle riforme strutturali e non su pacchetti di spesa. Pare invece che i tedeschi siano più disponibili ad accettare un'inflazione interna più elevata, il 3% anziché il 2, attraverso aumenti salariali, a beneficio indiretto dei Paesi in cui la domanda interna è penalizzata dall'austerity.

Se Monti insiste invece per italianissime deroghe al fiscal compact («nuove iniziative per la crescita senza mettere in discussione la disciplina di bilancio»), la Bce sembra allineata alle posizioni di Berlino: per rilanciare la crescita nell'Eurozona, specie nei Paesi che hanno perso produttività e devono stimolarla, non servono pacchetti di stimolo ma «riforme strutturali incisive». Bisogna «rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e servizi e la capacità di aggiustamento salariale e occupazionale delle imprese», scrive la Bce nel bollettino mensile.

Bella faccia tosta ha il ministro Passera a lamentarsi con l'Ue che «non ha fatto la sua parte», quando il suo governo ha fatto pochino, e male, proprio laddove la Bce esorta i governi ad essere «più ambiziosi».

Quella trascorsa è stata tutto sommato una giornata di relativa calma, ma indubbiamente nei prossimi mesi il rapporto tra Monti e i partiti, soprattutto il Pdl, sarà molto tormentato e non lascerà al governo sufficienti spazi di manovra per ulteriori iniziative legislative.

Monti non manca di far trapelare la sua amarezza per gli attacchi continui e sempre più frequenti, ma in un messaggio al capo dello Stato si dice «determinato a realizzare il mandato» e sicuro che «l'Italia ce la farà». Ma fatto pochino in Italia, con le mani ormai legate e sempre più insofferente, Monti si concentra sulla politica europea. E' a Bruxelles e a Berlino che cerca di attivare qualche leva per la crescita, con un po' di spesa per investimenti autorizzata dall'Ue, sperando di placare il fronte interno.

Nel tentativo di raffreddare le tentazioni di "governicidio" oggi il ministro Passera è intervenuto scaricando sull'Europa la colpa per l'assenza di politiche per la crescita, dicendosi certo che Monti saprà essere ascoltato sulla spesa per gli investimenti, e infine diffondendo un po' d'allarmismo («disagio sociale più ampio di quello che le statistiche dicono, è a rischio la tenuta economica e sociale del Paese»).

E in effetti le stime non fanno che peggiorare, confermando che il governo potrebbe aver sottostimato l'impatto recessivo delle sue misure. Oggi è la volta del Centro Studi di Confindustria, il quale avverte che «in Italia la ripresa si allontana: la domanda interna (specie i consumi) cala più del previsto e l'export ha perso slancio rispetto a qualche mese fa, nonostante il commercio mondiale vada meglio». La disoccupazione ormai sfiora la soglia del 10% e si prevede un calo del Pil nel II trimestre 2012 più accentuato del previsto. Sempre più improbabile il -1,2% previsto dal governo nel Def, mentre comincia ad apparire ottimistico persino il -2% del Fmi.

Sul fronte politico la tentazione di staccare la spina al governo e l'ossessione per l'unità dei cosiddetti "moderati" tornano ad animare il dibattito interno al Pdl. Ma nelle analisi della sconfitta elettorale continua a mancare la causa all'origine di tutti i suoi guai: la drammatica perdita di credibilità agli occhi dei propri elettori non tanto per il sostegno a Monti, ma per aver sistematicamente, per 17 anni, tradito le promesse di cambiamento una volta al governo.

E mentre nel Pdl falchi e colombe si dividono sul sostegno a Monti, si spargono veleni sul segretario e si tira per la giacchetta il Cav, e sulla legge elettorale non si va oltre proporzionale o porcellum corretto con preferenze, Italia Futura macina proprio sui contenuti che una volta portavano al successo Forza Italia e il centrodestra: dopo il manifesto liberista per "meno Stato", l'associazione di Montezemolo si schiera anche per il presidenzialismo e il maggioritario.

Il Pdl sarà anche uscito con le ossa rotte dalle urne, ma l'unico effetto concreto del voto amministrativo per ora è la liquidazione del Terzo polo. Con il Pd sempre più a suo agio nella foto di Vasto, e avendo fallito nel raccogliere i cocci del Pdl, Casini è tornato a giocare in proprio e ha scaricato Fini e Rutelli, sull'orlo della disperazione. Sul lato sinistro, a giudicare dalle punturine di Bersani all'indirizzo dell'esecutivo, sugli esodati e sugli incomprensibili «ritardi» nel «far girare un po' di liquidità per le imprese», il risultato delle amministrative non dev'essere stato esaltante nemmeno per il Pd.

Tuesday, April 24, 2012

La giornata: riparte "i moderati" 19ma stagione (che palle!), nessuno vuole votare a ottobre ma se ne parla...

Piazza affari risale sopra i 14.000 punti (+2,48%), lo spread resta sui 400, ma i rendimenti sui nostri titoli di Stato purtroppo incorporano quelle che il dir. gen. di Bankitalia Saccomanni definisce come «tensioni dovute a incertezze di carattere politico». Nell'asta di oggi, infatti, a fronte di una buona domanda i tassi sono saliti di un punto percentuale, al 3,35% dal 2,35%, rispetto al mese di marzo. Addirittura raddoppiati i rendimenti sui titoli spagnoli emessi oggi.

E mentre il viceministro Grilli interviene per stoppare sul nascere false aspettative («tagliare le tasse non è possibile») dopo l'allarme pressione fiscale lanciato ieri dalla Corte dei Conti, il governatore della Bce Mario Draghi assicura che la maxi-iniezione di liquidità della Bce nel sistema funzionerà: i prestiti triennali alle banche sono stati studiati apposta «per scongiurare una stretta creditizia» e si dice certo che «in ultima analisi gioveranno all'economia reale». Per Draghi la causa della risalita degli spread non sta nell'eccesso delle politiche di austerità che frenano la crescita, bensì nell'allentarsi della determinazione dei governi nell'attuare le riforme non appena le tensioni sul debito si attenuano.

Via libera "in parallelo" dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato al Def, ma la bozza di risoluzione di maggioranza in via di stesura alla Camera per la discussione di giovedì contiene impegni gravosi e quasi provocatori per il governo: destinare le risorse derivanti dalla spending review e dalla lotta all'evasione in via prioritaria alla riduzione della pressione fiscale; elaborare un piano straordinario di dismissioni del patrimonio pubblico; adoperarsi in sede Ue perché la Bce diventi prestatore di ultima istanza. Un cambiamento dello statuto finora escluso dal premier Monti, in linea con la Merkel.

Berlusconi intanto è tornato a indicare ai suoi la rotta da seguire, parlando ai coordinatori provinciali e regionali del Pdl. Primo, l'acronimo Pdl «non suscita emozione», quindi, al prossimo Congresso si cambia nome. Ma tranquilli: stesso partito, stesse persone, stesse idee. Secondo, «proporremo a tutti i partiti moderati una confederazione con la possibilità di mantenere la propria sigla e di unirsi a noi». Terzo, viva Alfano, il Cav. avrebbe cambiato idea: al segretario ora riconosce «quel quid in più che solo lui ha e di cui c'è bisogno». Quarto, «stiamo lavorando con la sinistra» per cambiare «l'architettura istituzionale» (con quella attuale «neanche il più bravo» potrebbe incidere) e la legge elettorale. Sulla prima l'accordo ci sarebbe, sulla seconda quasi: si va verso il modello tedesco. Ma anche quasi no, perché il porcellum è duro a morire e ancora tenta qualcuno. Trattive rinviate a dopo le amministrative e Casini (per il quale è vitale una nuova legge) denuncia «un tentativo di sabotaggio trasversale, a 360 gradi».

E' il passaggio sull'intenzione del Pd di votare a ottobre che innesca il botta e risposta con Bersani. Berlusconi avverte che il voto a ottobre è un'eventualità da non scartare, potrebbe volerlo il Pd per garantirsi la vittoria proprio con il porcellum. «Il Pd ha dato una parola e la mantiene. Se Berlusconi ha un'altra idea non ce la attribuisca», ribatte Bersani attribuendo invece al Cav. la voglia delle urne. Ovvio che qualcuno bluffa, ma si parlerebbe così tanto di elezioni anticipate a ottobre se nessuno che ci stesse facendo un pensierino? Comunque, in caso di elezioni a ottobre la sinistra, con l'attuale legge elettorale, «può vincere», avverte Berlusconi. Ecco allora che è fondamentale che i moderati si presentino insieme: «Bisogna unire i moderati», la parola d'ordine. In un partito unico, oppure almeno in una confederazione, puntualizza Cicchitto.

Dichiarazioni che innescano una nuova puntata della telenovela dei "moderati". Tutta la politica italiana, senza distinzioni di schieramento, è ossessionata da formule vuote di contenuti. Ci mancava però che fosse Casini a puntare l'indice... il tipico caso di bue che dà del cornuto all'asino. Con impareggiabile faccia tosta Casini ha risposto a Berlusconi che «l'unità dei moderati si fa su cose concrete, non su nominalismi, sui programmi e su un'idea del Paese. Se pensiamo all'uso del termine moderati in questi anni vediamo che è stato molto abusato». Sì, si tratta dello stesso Casini che ha dedicato gli ultimi anni, se non la sua intera carriera politica, alla formula del "Grande Centro", da riempire con i cosiddetti "moderati".

Berlusconi infine corregge parzialmente il tiro sull'improvviso innamoramento per Hollande nel Pdl («non ci auguriamo la vittoria della sinistra»), ma anch'egli avvalora la tesi secondo cui con il candidato socialista all'Eliseo la Merkel sarebbe costretta a più miti consigli, ad accettare di allentare le politiche di rigore. D'altra parte, il Cav. ricorda di essersi sempre opposto «alle proposte della signora Merkel», perché «non si può morire di rigore». Peccato che né i tedeschi né la Bce ci abbiano imposto di impiccarci alla più recessiva delle ricette di austerity: solo tasse senza tagli alla spesa né vere riforme.

Dulcis in fundo, un post che potrebbe preludere alla discesa in campo di Oscar Giannino.

Monday, April 23, 2012

La giornata: lunedì nerissimo e tasse da allarme rosso

Lunedì nerissimo per le Borse europee. Milano perde quasi il 4%, è sotto la soglia dei 14.000 punti, lo spread è salito fino a 410 punti. A preoccupare i mercati i risultati del primo turno delle presidenziali francesci (più Hollande che Le Pen, a mio avviso), la crisi politica in Olanda dopo il fallimento delle trattative sulle misure di austerity per ridurre l'elevato deficit, e come se non bastasse il dato negativo del manifatturiero in Germania.

Nel frattempo prosegue con tutti i connotati del bluff il dibattito sulla spending review. Passera, Giarda, Patroni Griffi, Grilli, nemmeno una parola di chiarezza, solo mezze frasi, per di più contraddittorie, che non fanno presagire nulla di buono da questa ormai mitologica spending review. Non se ne capiscono la natura (razionalizzazione o tagli in profondità?), il target (5-6, 13, o 20-25 miliardi?) né l'utilizzo degli eventuali risparmi (taglio delle tasse o nuove spese?). Di sicuro nella delega fiscale di ridurre le tasse non se ne parla.

Su tasse e spesa pubblica è ancora una volta la Corte dei Conti a tuonare. Dopo aver constatato, già nel dicembre scorso, che il governo stava mirando al pareggio di bilancio nel paradosso di un ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico, oggi intervenendo davanti alle commissioni Bilancio il presidente Giampaolino ha confermato che il carico fiscale supererà il 45%; ha avvertito che forzando «una pressione già fuori linea nel confronto europeo», e generando quindi «le condizioni per ulteriori effetti recessivi», il «pericolo di un cortocircuito rigore-crescita non è dissipato nell'impianto del Def». Anzi, «prendendo a riferimento il 2013, l'anno del pareggio di bilancio, si può calcolare che l'effetto recessivo indotto dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio».

Proprio in considerazione dell'allarme per gli effetti recessivi delle tasse, la Corte dei Conti suggerisce di «aggredire» la spesa, ma «non solo nei suoi aspetti patologici quali sprechi e sperperi», e di «riconsiderare drasticamente» alcune organizzazioni della pubblica amministrazione.

Mentre le reazioni italiane al primo turno delle presidenziali francesi si dividono tra patetiche e schizofreniche, e Bersani giura che non è tentato dal voto a ottobre sull'onda del probabile successo di Hollande (invece l'idea sembra prendere piede nel Pd), novità positive arrivano dall'India. La Corte Suprema infatti ha deciso di ammettere il ricorso presentato dall'Italia sull'incostituzionalità della detenzione dei due marò. Così il caso passa nelle mani della massima autorità giudiziaria federale ed esce dalla giungla politico-giudiziaria dell'insignificante Stato del Kerala. E' probabile che a livello federale abbiano maggior peso sia il diritto internazionale che i rapporti con l'Italia.

Friday, April 20, 2012

Quel macabro “spread” sui suicidi

A rischio di venire accusati di essere nostalgici del berlusconismo - e non lo siamo, certo non dell'ultima fase - non possiamo però far a meno di notare che stime ottimistiche sui conti pubblici come quelle presentate con un certo compiacimento dal premier Mario Monti non sarebbero state perdonate al Cavaliere. Così come non sarebbe stata perdonata quella caduta di stile (non è la prima, a dire il vero) che il sobrio premier si è concesso citando il numero esatto (1.725) dei suicidi in Grecia, proprio nei giorni in cui le nostre cronache sono piene della triste contabilità sugli italiani, imprenditori e non, che dall'inizio dell'anno si sono tolti la vita, per lo più per crediti non estinti dalla pubblica amministrazione e per vessazioni fiscali e bancarie. D'accordo, professor Monti, dobbiamo a Lei e al suo governo il merito di non averci fatto fare la «drammatica» fine della Grecia, ma ci auguriamo che per convincerci non arrivi ad evocare implicitamente un nuovo tipo di spread, ben più macabro di quello sui rendimenti dei titoli di Stato.
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Thursday, April 19, 2012

La giornata: cresce lo scetticismo sulla ricetta Monti, e intanto Casini sale sul suo predellino

Le stime fin troppo ottimistiche sui conti pubblici (con tanto di nuovo spread Italia-Grecia sui suicidi) non bastano. Ormai lo scetticismo sull'operato del governo dei tecnici si diffonde, all'estero come all'interno. Il Wall Street Journal non abbocca e titola che «l'Italia viene meno all'impegno» del pareggio di bilancio nel 2013. Ovvio, il quotidiano Usa ignora il «benchmark» tutto politico di pareggio di bilancio su cui si sono accordati i Paesi Ue. Più generosi i grandi giornali di casa nostra, con un'eccezione: La Stampa, con un duro editoriale di Luca Ricolfi, che si dice colpito dalla «completa mancanza di concretezza» della conferenza stampa di ieri, da «un linguaggio "ottativo" che meriterebbe di essere studiato già solo per l'audacia con cui ibrida due mostri del nostro tempo, il paludato gergo della burocrazia europea e i manifesti elettorali dei partiti». E con un'intera pagina di critiche da parte di economisti di diverso orientamento.

Le statistiche, d'altra parte, anche quelle di oggi sugli ordinativi industriali – a febbraio -2,5% sul mese precedente e -13,2% su base annua – continuano a prefigurare una recessione ben più acuta di quella stimata dal nostro governo (-1,2%), più vicina alle previsioni del Fmi (-1,9%). Nel frattempo Piazza affari perde un altro 2% e lo spread torna a 400.

E' questo scetticismo che si sta diffondendo la causa della debolezza politica di Monti, le cui tirate d'orecchie ai partiti non sembrano sortire grandi effetti.

C'è grande fermento - si fa per dire ovviamente - sul piano politico. Nonostante la benedizione del professore, le quotazioni della Grande Coalizione sono molto in ribasso. Guarda caso appena Giuliano Ferrara ha ufficialmente sposato «l'unità nazionale» (si scherza). La formula "ABC" «non credo che sia assolutamente una prospettiva politica» per il 2013, dice Bersani a Radio anch'io. Parole molto meno significative di quanto possano apparire. Il senso è che alle politiche ognuno andrà per conto suo - questo è ovvio - ma dopo il voto non c'è una chiusura esplicita.

Per il Pdl la luna di miele con Monti è finita da un pezzo. Il partito è all'offensiva sulle tasse (con i "ya basta!" di Alfano): ottenuta la rateizzazione dell'Imu riesce a far accogliere dal governo un odg per renderla anche "una tantum", ma con la formula «il governo si impegna a valutare l'opportunità di...». «Si impegnerà per trovare risorse alternative e noi lo aiuteremo, evitando buchi di bilancio», assicura Alfano. Poco più di un contentino insomma. Ma i dati economici non confortanti spingono il Pdl a smuovere le acque in cerca di recuperare il rapporto con i propri elettori. All'attivismo del Pdl risponde Casini: ieri a Ottoemezzo ha sparigliato sul finanziamento pubblico ai partiti (facendo sua la proposta Capaldo) e lanciato il "Partito della Nazione" (o come si chiamerà), al cui interno ci sarà anche qualche ministro tecnico, fa sapere sibillino.

Oggi dalle parole ai fatti: ha dato il via all'azzeramento dei vertici dell'Udc in vista della nuova formazione politica, che manco a dirlo si pone l'obiettivo di riunire il campo dei moderati. La mossa provoca subito uno smottamento, da tempo atteso, nel Pdl: Pisanu con 27 senatori, tra cui Dini (il nuovo che avanza), chiede di andare «oltre il Pdl», per partecipare ad «un nuovo movimento liberaldemocratico, laico e cattolico».

Insomma, abbiamo capito che bisogna «unire i moderati», ora bisogna solo decidere chi si intesta la guida dell'operazione, chi ingloba chi. E qui c'è la ressa tra Casini e il Pdl. Ma nessuno sembra ancora aver capito che i cosiddetti "moderati", o meglio il centrodestra non si unisce con operazioni tra apparati; legge elettorale permettendo, si unisce, o si divide, nelle urne, convincendo gli elettori. Il Pdl s'era appena rimesso a parlare - persino con qualche successo - di lavoro, tasse, crescita, insomma ad occuparsi davvero dell'"arrosto", che subito i tre amigos (Casini con i due zombie Fini e Rutelli) e Pisanu hanno tirato il fumogeno. Il momento sembra propizio per dare l'ultima spallata al vecchio centrodestra: la Lega alle corde, Formigoni ha altri problemi, c'è da disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica.

E' una dura lotta per la sopravvivenza quella dei vecchi ceti politici, che rischiano di essere spazzati via da nuove offerte. Casini resta il più furbo (il che non significa il vincente): ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico pensa di giocare una sua partita personale, quindi cerca di preparare un partito nuovo di zecca, ovviamente grancoalizionista, erede dell'esperienza montiana, pronto ad accogliere tutti. Ma proprio tutti, l'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso (al ribasso, per carità). E poi su al Quirinale.

Ma siamo sicuri che i ministri tecnici interessati, o Montezemolo, che i tre amigos del Terzo polo corteggiano da sempre, se e quando scenderanno in campo vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli? Che li vorranno come "padrini" politici?

Monday, April 16, 2012

La giornata: ABC delirano e Monti prepara i suoi ennesimi bluff su fisco e sviluppo

Lavitola, Formigoni e ancora Lega, questi i nomi dei tre cicloni giudiziari che imperversano su giornali e siti internet. Ma qui ci interessa altro:

Piazza affari che consolida... le perdite dei giorni scorsi, lo spread sull'orlo dei 400, sulla scia di quello spagnolo, e i cds da record;

I PARTITI che difendono con le unghie e con i denti il loro tesoretto da 2,7 miliardi in vent'anni contro l'ondata di antipolitica cavalcata da Grillo:
«Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici, drasticamente tagliati dalle manovre finanziarie del 2010-2011, sarebbe un errore drammatico, che metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare».
E' quanto si legge nella relazione che accompagna la pdl di ABC sulla trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti. Una spudoratezza ormai oltre ogni limite;

MONTI che 1) rimanda a mercoledì la presentazione del Def con le stime aggiornate dei conti pubblici (spera ancora di limare la previsione del Pil e di trovare un "tesoretto" per non spaventare troppo Bruxelles);

2) difende la sua pessima riforma del lavoro: il ddl è «più ampio ed incisivo» di quello annunciato a novembre. Le misure avrebbero dovuto riguardare solo i nuovi assunti, e a titolo sperimentale, - ricorda il premier - mentre nel nuovo testo «l'intervento è esteso a tutti i lavoratori ed è inserito a titolo definitivo». Meglio una vera cancellazione del reintegro limitata ai nuovi assunti piuttosto che il pastrocchio attuale: sarebbe rimasto il dualismo (che rimarrà comunque), ma almeno avrebbe favorito le assunzioni. Ma al di là della preoccupazione che non appaia come un nuovo cedimento, l'apertura del governo alle richieste delle imprese e del Pdl sulla flessibilità in entrata è più che concreta;

3) sta per varare una delega fiscale tutt'altro che ambiziosa (e i cui decreti attuativi probabilmente non vedranno mai la luce);

4) sta preparando con i suoi ministri economici l'ennesimo pacchetto sviluppo da discutere al vertice di domani sera con ABC, quando il vero pacchetto sviluppo dovrebbe essere il combinato disposto spending review-delega fiscale. In totale continuità con i governi precedenti, anche Monti e i suoi ministri s'illudono di cavarsela con tre-quattro «ideine», come le chiama Bersani, roba marginale, magari sperperando altro denaro pubblico, mentre tutti ormai dovrebbero aver compreso che l'unico vero shock in grado di contrastare la recessione è un abbattimento, graduale ma cospicuo, della spesa corrente per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Qualsiasi "pacchetto" che eludesse questo punto sarebbe poco più che un'arma di distrazione di massa. Nulla di concreto insomma, per il governo più che altro un modo per attenuare il pressing della stampa e di Confindustria e le fibrillazioni dei partiti, tutti additati come i colpevoli della caduta d'immagine del governo all'esterno.

LUNA DI MIELE OFF - L'editoriale di Alesina-Giavazzi - in cui si avverte che proprio la spending review è la «sola carta rimasta da giocare» - e la «resa» ai sindacati e alla sinistra sull'articolo 18 vengono usati ora anche da Reuters per spiegare che Monti «ha perso la sua brillantezza», ha perso il suo "momentum". Tutti sembrano improvvisamente scoprire che «le aspettative non erano realistiche» (ma va?); che a parte le pensioni, su tutti gli altri fronti, dalle liberalizzazioni al mercato del lavoro, tutto è rimasto sostanzialmente invariato; che molto modesti sono i suoi progressi nell'attuare i consigli della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue. E che ora il professore della Bocconi sta pagando con gli interessi le lodi eccessive delle prime settimane.

CONTINUITA' - Per Di Vico «il governo ha sicuramente commesso degli errori», ma si chiede se vi sia «qualcuno che in piena onestà intellettuale possa tentare un confronto con le performance dei precedenti esecutivi». Ebbene sì, la continuità con i governi precedenti, con la via al risanamento attraverso l'aumento della pressione fiscale per salvare non l'Italia o gli italiani, ma il baraccone-Stato, è talmente smaccata da essere esasperante.

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello. Scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio, il Pdl ha incassato il successo della rateizzazione dell'Imu sulla prima casa e si prepara a incassarne uno analogo sulla flessibilità in entrata.

DELEGA FISCALE - Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'"Ace" furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm varerà questa sera e di cui mentre scrivo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

Niente tagli alle tasse, né dell'Irpef né dell'Irap. Al massimo qualche sgravio dagli introiti della lotta all'evasione, ma il dibattito in seno al governo su come utilizzarli è ancora aperto, e potrebbero anche essere destinati almeno in parte a tappare nuovi buchi o a finanziarie nuove spese, per lo sviluppo s'intende. Dovrebbe essere a saldo invariato, ma la riforma del catasto è roba da far tremare i polsi e non manca l'ennesima tassa che rischia di far schizzare ancora più in alto il prezzo dei carburanti: la cosiddetta "carbon tax". Su tutto l'incertezza dei tempi: nove mesi dall'approvazione della delega per adottare i decreti attuativi, il che significa che li vedremo appena sotto le elezioni del 2013. Chi ci scommette?

Wednesday, April 11, 2012

La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito

SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.

CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.

ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.

PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.

STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.

In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.

PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.

ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?