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Tuesday, March 19, 2013

Italia, Europa: stessa maionese impazzita

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Come non intravedere una qualche sinistra corrispondenza tra il delirio di cui ogni volta che c'è da assumere una decisione sembrano preda i vertici europei e quello cui assistiamo ogni giorno nella caotica realtà politica, istituzionale ed economica italiana?

IN ITALIA - L'elezione dei presidenti di Camera e Senato proposti dal Pd non cambia il segno di questa fase politica, che vede Bersani inseguire Grillo e questi rigettare ogni ipotesi di accordo per la nascita di un governo. I nomi di Boldrini e Grasso servivano proprio a lusingare gli istinti grillini e in parte ci sono riusciti. E' stata definita una vittoria di Bersani, ma si può chiamare così il prolungamento di un'agonia? Certo, la linea del segretario è uscita rafforzata, è riuscito ad aprire una breccia nella rappresentanza parlamentare del M5S, a farne esplodere le contraddizioni, ma il Pd si sta infilando in un vicolo cieco dal quale è sempre più difficile che riesca a far uscire se stesso ed il paese. L'elezione dei presidenti Boldrini a Grasso non aumenta di uno zero virgola le chance di veder nascere un governo Pd-Monti con l'appoggio esterno del M5S, ma chiude quasi del tutto le porte a qualsiasi altro tentativo di dare un governo al paese evitando l'immediato ritorno al voto.

E loro stessi, i neo presidenti, sono sintomi del vero e proprio impazzimento politico-istituzionale che il nostro paese sta vivendo. Solo tre mesi fa Grasso era niente meno che il procuratore nazionale antimafia, non un magistrato qualunque. Era già improprio che si candidasse alle elezioni, oggi è addirittura presidente del Senato. Della serie, una Repubblica fondata sulle procure. Laura Boldrini è una signora che ha usato il suo incarico in un organismo internazionale per fare opposizione politica al governo del suo paese. Legittimo, ma è stata premiata per quello. Se da portavoce dell'UNHCR lanci critiche così violente contro il governo del tuo paese, fino a farne un caso "europeo", e dopo pochi mesi ti candidi, vieni eletta e diventi presidente di una Camera proprio contro la parte politica che avevi accusato, diventa forte il sospetto che le tue critiche fossero frutto di un pregiudizio politico, piuttosto che di valutazioni di merito. Apprezzabili o meno, i discorsi di insediamento di Boldrini e Grasso erano totalmente fuori luogo. Discorsi "programmatici", un'orgia di retorica con accenti addirittura palingenetici rispetto ai mali e ai vizi della nostra società e del mondo intero, che inducono a chiedersi seriamente se queste persone siano davvero consapevoli della natura istituzionale del compito che sono stati chiamati a svolgere.

Per non parlare della definitiva "caduta in politica" di Mario Monti. Veniamo da una tre giorni, infatti, da cui è emersa anche tutta la meschinità di colui che doveva essere il "salvatore della patria". Dei suoi errori di politica economica e dei suoi bluff sulle riforme ci eravamo ormai accorti un po' tutti. Ma il duplice disperato tentativo, in rapidissima sequenza, prima di occupare la poltrona di presidente del Senato, respinto da Napolitano, e poi di ottenere il sostegno alla sua corsa per il Colle, gettano un'ombra persino inquietante sulla reale statura del personaggio, se pensiamo all'aura di credibilità e spirito di servizio che lo circondava solo pochi mesi fa.

Il Pd, da parte sua, va avanti come un treno con il suo disegno di occupazione delle istituzioni, forte (o debole?) del 25% dei voti sul 72% dei cittadini che si sono espressi (cioè il 18% reale): dopo Camera e Senato, ora la presa del Quirinale. Palazzo Chigi subito, con la complicità dei grillini, oppure fra tre mesi, dopo il vero e proprio salto nel buio del ritorno al voto. In ogni caso, il paese è bloccato sul dilemma della sinistra: come cavare il massimo di potere, che avevano cominciato ad assaporare, con il minimo dei voti ottenuti. Sono condannati ad inseguire un movimento anti-sistema che parla di decrescita, perché prendere atto dei numeri usciti dalle urne e far prevalere la responsabilità di dar vita ad un governo "costituente" presupporrebbe scendere a patti con il nemico che continuano a demonizzare e che vorrebbero vedere in galera. Insomma, la sinistra gioca allo sfascio non solo quando è all'opposizione, quando per delegittimare l'avversario è pronta a offrire in pasto anche l'immagine del paese, ma anche quando è chiamata ad essere forza di governo.

E IN EUROPA - Se l'Italia è una maionese impazzita, l'Europa non è da meno. Ci riferiamo all'incredibile decisione di Ue, Bce e Fmi di rapinare, perché di questo si tratta, i correntisti ciprioti. Il piano di salvataggio di Cipro, infatti, sarebbe condizionato ad un prelievo forzoso sui conti correnti e di deposito. Noi italiani l'abbiamo sperimentato con Amato nel 1992 (lo 0,6%), ma in questo caso si parla di percentuali che variano dal 6 al 15% delle somme depositate. Dopo aver trasformato una crisi periferica come quella greca in una crisi sistemica capace di contagiare l'intero sistema finanziario europeo, e quindi di minacciare la tenuta stessa dell'euro, con Cipro si rischia di ripetere lo stesso errore. La Grecia sarà un "caso unico", si diceva, ma se i "casi unici" cominciano ad essere due, si rischia di non venire più creduti. Possibile che per 10 miliardi di euro a Cipro l'Europa sia pronta a rischiare una "corsa agli sportelli" stile 1929 in Spagna, Portogallo e Italia?

La peculiarità della realtà economica e finanziaria di Cipro (le vivaci proteste di Putin e Medvedev rivelano i cospicui interessi russi) non è un'attenuante per l'Ue. Il prelievo forzoso ai danni dei correntisti calpesta i principi su cui l'Europa dovrebbe essere fondata. E se è vero che non resta altra soluzione, la colpa dell'Ue è aver permesso a Cipro di continuare ad essere un centro finanziario offshore dentro l'Eurozona. Com'è stato possibile?

E' forte la sensazione che stiamo oltrepassando un punto di non ritorno sulla strada del fallimento del progetto europeo. Un fallimento politico-istituzionale, per l'incapacità a darsi istituzioni funzionanti, e democratiche, e persino a realizzare l'obiettivo minimo dell'integrazione monetaria ed economica. E un fallimento ideale, dal momento che la confisca di cui si parla è un furto legalizzato, degno di un impero medievale o di una Unione di repubbliche sovietiche. Era difficile, ma stiamo riuscendo a far rivivere l'Urss in Occidente.

Se poi a tutto questo aggiungiamo l'Alto rappresentante per la politica estera Ue che non prende posizione nella disputa legale tra l'Italia e l'India, le cui autorità hanno disposto il sequestro del nostro ambasciatore, allora la misura dell'inutilità europea è colma.

Siamo entrati in Europa, e nell'euro, per essere noi italiani, da sempre scapestrati, un po' più europei, ma vediamo che decennio dopo decennio è l'Unione europea che sta diventando più "italiana". Nel perseverare in un modello economico e sociale insostenibile; nell'elefantiasi burocratica; nella lontananza dei decisori pubblici dalla realtà dei cittadini; nello stallo politico-istituzionale; nella follia dei processi decisionali; nel calpestare i fondamenti dello stato diritto. E' la peste italiana a diffondersi in Europa, non le "best practice" europee ad essere importate in Italia.

Wednesday, December 05, 2012

Mario & Mario: i meriti di Draghi e i tentennaMonti

Anche su L'Opinione

C'è un Mario (Monti) usurpatore dei meriti dell'altro Mario (Draghi). Se, infatti, vediamo calare lo spread, per la prima volta dal marzo scorso al di sotto della soglia 300, e i rendimenti del btp decennale, il merito principale va attribuito al Mario che presiede la Bce e non al Mario presidente del Consiglio. Quest'ultimo si mostra compiaciuto del risultato, se ne attribuisce i meriti, rivela che il suo "inconfessato" desiderio è lasciare con lo spread a 287, la metà esatta dei 574 punti trovati al suo ingresso a Palazzo Chigi. I giornali mainstream hanno accreditato l'idea che sia sostanzialmente merito delle politiche del professore, anche se ancora fino al luglio scorso lo spread aveva ripreso a salire e da allora fino ad oggi non si può certo dire che il governo abbia adottato misure eccezionali.

La realtà è che il "mood", l'umore di fondo dei mercati, è cominciato a mutare dopo la ferma presa di posizione di Mario Draghi, il quale proprio nel luglio scorso ha assicurato che la Bce farà tutto il necessario («whatever it takes») per evitare la rottura dell'euro, accompagnando le sue parole con la messa a punto dello scudo anti-spread, un meccanismo d'intervento condizionato, non automatico, ma potenzialmente illimitato, a sostegno del debito dei paesi eurodeboli in difficoltà che dovessero richiederlo accettando di sottoporsi alle condizioni della Bce e del fondo Esm. Un firewall ritenuto per il momento sufficiente dai mercati, i quali in particolare in questi giorni sono rassicurati dal "buyback" di Atene e da un certo ammorbidimento delle posizioni tedesche. Insomma, oggi lo spettro di un default della Grecia e di una rottura dell'euro sembra un più lontano.

In questo senso si può dire che lo spread del novembre scorso non era solo colpa di Berlusconi, ma dipendeva per lo più da fattori esogeni. Merito indiscutibile di Monti, però, è la sua credibilità personale: senza di essa, senza un governo affidabile, con la “fedina politica” immacolata, sarebbe stato politicamente impossibile per Draghi intervenire e per la cancelliera Merkel e gli altri euromembri concederci un'apertura di credito. I meriti del professore, tuttavia, finiscono qui, perché con le politiche del governo tecnico tutti i fondamentali dell'economia italiana sono drammaticamente peggiorati. Non si pretendevano miracoli in un solo anno, ma anche le previsioni per l'anno prossimo sono piuttosto fosche. Questo perché Monti ha scelto una via al risanamento contraria a quella, virtuosa (o meno dannosa), suggerita da Draghi, agendo con tempestività ed efficacia sul lato delle entrate – ma è fin troppo facile inventare e imporre nuove tasse, chiunque può riuscirci – e fallendo, invece, nell'avvio delle riforme strutturali che avrebbero dovuto aiutare il paese a crescere: timide o fasulle liberalizzazioni e semplificazioni; una controriforma quella sul lavoro; a rischio fallimento persino quella delle pensioni, a causa del "cavallo di troia" degli esodati; risibili tagli alla spesa e dismissioni. Insomma, Monti ha – per ora – salvato lo Stato, non gli italiani.

L'economista Zingales suggerisce di sfruttare il momento favorevole per aderire al programma Omt della Bce, mettendo così in sicurezza i nostri sacrifici, proprio perché l'attuale premier gode di una credibilità, agli occhi di Berlino, di cui non godrebbe un governo Bersani-Vendola, e perché immune dai costi politici che la richiesta di aiuti comporta. A meno che Monti non coltivasse l'ambizione di tornare a Palazzo Chigi. In quel caso nemmeno lui potrebbe permetterseli.

Ma i principali fatti della settimana – quello economico, il calo dello spread – e quello politico – il successo di Bersani alle primarie del centrosinistra – rendono più o meno probabile un Monti-bis? Da una parte, aiutato dalla grande stampa, Monti può attribuirsi i meriti del primo e avvalersi del secondo come spauracchio agli occhi di un'ampia fetta di elettorato; dall'altra, lo spread in calo affievolisce il senso di emergenza favorendo il ritorno dei partiti e una doppia, forte legittimazione di Bersani – primarie e politiche – alla guida di un'alleanza Pd-Sel intorno al 30-35% renderebbe problematico negare al leader uscito vincitore dalle urne l'ingresso a Palazzo Chigi.

Se Monti rifiuterà di "politicizzarsi", di schierarsi apertamente in alternativa alla sinistra-sinistra, accontentandosi – come sembra – di fungere, al massimo, da argine o da riserva della Repubblica, le forze di centro e centrodestra si presenteranno in ordine sparso e l'Italia sarà governata da Bersani-Vendola, o ben che vada ci sarà il Monti-bis, ma sostenuto da una maggioranza a trazione Pd-Cgil con la stampella centrista Casini-Montezemolo.

Thursday, July 19, 2012

Con la Grecia in casa ci sentiremo tutti un po' più "tedeschi"

Cosa direbbero gli italiani se il governo Monti proponesse una tassa speciale per evitare il default della Sicilia? Con le debite differenze e in scala ridotta, potremmo ritrovarci presto in casa una piccola Grecia. Allora, forse, chi ha troppo facilmente accusato i tedeschi di miopia ed egoismo per aver condizionato gli aiuti ad Atene a tagli recessivi e scrupolosi controlli, comprenderà meglio la loro "ossessione" per il rigore, cosa significa dover garantire il debito contratto da altri o addirittura doverlo rimborsare a fondo perduto.
(...)
E' stato il numero due della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, in un'intervista al Corriere, a lanciare l’allarme: la Sicilia è «sull’orlo del fallimento». Stipendi e pensioni regionali sarebbero i primi a saltare, ma anche i servizi ai cittadini. Il debito accertato dalla Corte dei Conti è di 5,3 miliardi di euro, ma è «destinato a salire ulteriormente». Si sospetta infatti che false poste in bilancio e crediti inesigibili possano "coprire" una voragine ben superiore. La Regione, rivela la Cgia di Mestre, ha costi per la politica e per l'acquisto di beni e di servizi, in termini pro capite, 2,5 volte superiori alla media di tutte le altre regioni d'Italia, e quelli relativi agli stipendi del personale addirittura del triplo. Molte le inchieste giornalistiche che negli ultimi anni hanno documentato sprechi e privilegi.
(...)
Non è tutta responsabilità dell'attuale governatore, Raffaele Lombardo... Si tratta di un malgoverno che dura da decenni e del fallimento dello Stato unitario nel tentare di risolvere la cosiddetta "questione meridionale". Il Sud Italia proprio non ce la fa ad attestarsi a livelli di produttività, legalità ed efficienza amministrativa paragonabili a quelli del centro e del nord del paese. Colpa di un'autonomia intesa solo come libertà di spesa, a fronte di trasferimenti comunque assicurati da Roma, e di politiche keynesiane-assistenzialiste incapaci di creare sviluppo.

Un modello bocciato dalla storia, che però rischia di rappresentare un'anticipazione del prossimo futuro dell'Eurozona. Se da una parte cìè il rischio effettivo che la perdita di sovranità a favore dell'Ue corrisponda ad uno smembramento di fatto dell'Italia e ad una subordinazione alla potenza egemone, la Germania, dall'altra sembra più concreto il rischio di "italianizzazione" dell'Eurozona – un Nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso – se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia.

Non sorprende che autorevoli voci della stampa internazionale ritengano arrivata l'ora di riconoscere il fiasco dello Stato unitario italiano. Secondo Tony Barber (Financial Times), l'ideale sarebbe un'Europa più piccola e compatta, corrispondente più o meno al Sacro Romano Impero, con il Nord Italia (fino a Roma) insieme a Francia, Germania e ai Paesi del Benelux. Mentre sul Wall Street Journal si osserva che «l'Italia non ha mai funzionato come Stato centralizzato» e si suggerisce il ritorno al modello delle Città-Stato rinascimentali. Sta a noi smentirli con i fatti.
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Monday, June 25, 2012

Basta buttarla in politica, almeno ad Euro2012 risparmiateci banalità antitedesche

Un popolo di santi, poeti, navigatori... e commissari tecnici. Si sa che quando gioca la Nazionale di calcio gli italiani si trasformano tutti in 60 milioni di Bearzot, Lippi o Prandelli. Chi scrive è fra questi e non se ne vergogna. A volte stucchevoli, noi ct da divano, eppure, durante questi Europei abbiamo assistito, soprattutto su Facebook e Twitter, a qualcosa di ancor più stucchevole. Migliaia di post e tweet di gente che approfittando del torneo fra nazioni ci voleva a tutti i costi far sapere la sua idea sulle colpe politiche della crisi. Ecco, dunque, le scontate battute, i doppi sensi, sempre i soliti, sull'"euro" e sul "rigore", ogni volta che scendevano in campo Grecia, Spagna, Italia e Germania. Editorialisti e direttori di prestigiosi quotidiani scatenati su twitter, e con sprezzo del ridicolo sulle loro testate, a tifare Grecia per far dispetto a quella "culona" della Merkel. Era importante che i PIGS, i paesi eurodeboli (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), si dimostrassero i più bravi a giocare al calcio. Ma ammesso e non concesso che lo siano, che cosa può significare politicamente? Nulla. Battere la Germania in una partita di calcio può in qualche modo voler dire che i tedeschi hanno torto sull'austerity e che il modello greco, o quello spagnolo, o l'italiano sono politicamente vincenti e moralmente superiori? O è solo per ripicca, un'infantile forma di invidia? Calcisticamente la Grecia può anche suscitare una certa simpatia, ma politicamente la merita un paese che per anni ha barato sui conti pubblici, si è indebitato fino alla bancarotta, e ora pretende che gli altri paghino il conto?

Ora che l'Italia è in semifinale, vi prego, risparmiateci le battute in chiave anti-rigore e anti-Merkel sulla sfida con la Germania. Mille altri motivi di rivalità calcistica possono arricchire di fascino e ironia questa partita. E risparmiateci la retorica degli italiani che danno sempre il meglio nelle difficoltà. Forse nel calcio c'è del vero, se si esclude qualche magra figura. Di solito con le grandi vendiamo cara la pelle, subiamo il loro gioco ma spesso riusciamo a piazzare la zampata vincente, grazie ad un quid per loro inspiegabile e misterioso. Nel 2006, in piena "Calciopoli", vincemmo i Mondiali; in queste settimane giocatori come Buffon e Bonucci, sottoposti ad un'ingiusta gogna mediatica, stanno rispondendo da campioni sul campo. Ma in politica è tutt'altro che vero. Attraversiamo una durissima crisi del debito, e una recessione, in gran parte frutti avvelenati dei nostri vizi nazionali. Eppure, né il governo tecnico, né la classe politica, né i media, e temo nemmeno l'opinione pubblica, si sono ancora convinti della necessità di estirpare per sempre quei vizi. Sappiamo solo giocare allo scaricabarile, imputando la colpa delle nostre disgrazie ai cattivi tedeschi e all'euro. Pur con gli sfottò "nazionalisti", che una partita di calcio resti una partita di calcio. Vi prego basta con le metafore politiche, è più divertente sentirsi tutti allenatori per una sera.

Friday, May 25, 2012

Su Eurobond confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia

Prima l'unione fiscale o prima la condivisione del debito? Quello sugli Eurobond è un confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia. Per Hollande la mutualizzazione di una parte del debito è un punto di partenza, perché è attraverso l'indebitamento che si stimola la crescita e se è comune i tassi di interesse sono più ragionevoli. Per la Germania invece è un punto di arrivo («ci sono dieci passi da fare prima di arrivare agli Eurobond», avverte la cancelliera Merkel). Prima occorre l'unione fiscale, cioè un'armonizzazione delle politiche di bilancio, altrimenti alcuni paesi si troverebbero di fatto a pagare per garantire i debiti altrui. Gli Eurobond per i tedeschi non risolverebbero il problema degli eccessivi debiti nazionali e della scarsa competitività, che è all'origine dell'incapacità di crescere di alcuni paesi. Monti sembra situarsi a metà strada. Non adesso, né alla fine del processo di integrazione, ma «quando i tempi saranno maturi, non fra moltissimo», secondo il premier italiano.

Il punto è che da una parte si vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma dall'altra, sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, si è appena cominciato, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. È più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti. Il rischio è che Eurobond e investimenti in infrastrutture servano da specchietti per le allodole per non ridurre il peso dello stato e per aggirare le riforme strutturali necessarie a superare un modello sociale ormai insostenibile.
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Wednesday, May 23, 2012

L'assedio keynesiano alla Merkel

Com'era prevedibile, al G8 di Camp David ha ufficialmente avuto inizio l'assedio "keynesiano" alla Merkel, che proseguirà al vertice europeo di oggi e poi di giugno. Obama nel ruolo di regista della manovra avvolgente. La crisi europea infatti rischia di frenare la crescita globale, quindi anche quella americana, il che costituirebbe una minaccia alla sua rielezione. Dunque il presidente Usa è un attore molto interessato e per scongiurare il peggio non può che sposare le posizioni che sente più affini ideologicamente: è stata la spesa in deficit la sua ricetta anti-crisi per l'America. Non sorprende, dunque, che spinga per la stessa ricetta anche per l'Europa. A proposito, sarebbe interessante capire che ruolo gioca l'esplosione del debito pubblico americano, che qualcuno dovrà pur finanziare, nel processo di disinvestimento dai debiti pubblici europei. Nonostante le rassicurazioni alla Merkel, quindi, non è certo la disciplina di bilancio che sta a cuore a Obama.

Nella squadra keynesiana Hollande gioca da prima punta e annuncia che al prossimo Consiglio europeo metterà sul tavolo gli Eurobond. Monti si mostra più equilibrato, il suo linguaggio è più cauto, parla di «evoluzione verso gli Eurobond». Ma che posizione di gioco ricoprirà il premier italiano? Con Obama ha uno stretto rapporto, quasi da consulente economico, e tra i leader è quello che al momento può vantare la migliore capacità di dialogo con Berlino.

Non passa giorno senza che i tedeschi ribadiscano il loro fermo no agli Eurobond. Il neo presidente francese non può far vedere di rinunciare in partenza alle richieste sbandierate in campagna elettorale, ma ha anche bisogno di un accordo su un corposo pacchetto crescita per partire con il piede giusto e non con una clamorosa rottura. Al premier italiano - che per coprire i suoi fallimenti in casa (solo tasse, tagli risibili e zero riforme) ha scelto di puntare sulla politica europea per rianimare l'economia italiana - interessa la "golden rule", cioè scorporare dal calcolo del deficit le spese destinate agli investimenti "buoni", quelli produttivi (da individuare in sede Ue). Insomma, la sensazione è che gli Eurobond servano più che altro per mettere pressione alla Germania, per rafforzare la propria posizione negoziale, per indurre la Merkel a concedere di più su altri fronti: project-bond, magari da presentare come l'inizio di un percorso che porterà agli Eurobond; rafforzamento del capitale della Bei; reimpiego dei fondi strutturali non utilizzati; una qualche forma di "golden rule", il che però significherebbe esattamente rivedere il "fiscal compact".

Queste le «piste concrete» cui si riferiva Monti? «Non basta aspettare che le virtuosità derivanti da riforme strutturali e riduzione dei disavanzi generino per spontanea virtù la crescita», ha avvertito l'altro giorno. Anche perché queste riforme in Italia non si sono ancora viste, nonostante l'enfasi su «carte in regola» e «compiti a casa fatti».

Ed è proprio questo il punto: è pieno di sedicenti "federalisti" che vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. E' più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti.

Forme di condivisione anche parziale del debito come gli Eurobond rischiano di far ripartire l'azzardo morale dei Paesi fiscalmente irresponsabili, che d'altronde non hanno saputo approfittare degli anni in cui il loro debito costava come quello tedesco (perché dovrebbero sentirsi "responsabilizzati" ora con gli Eurobond?); di indebolire la già fiacca determinazione nell'attuare costose (a livello politico) riforme strutturali; e inoltre non scongiurerebbero nemmeno il rischio che a quel punto i mercati comincino a far decollare i rendimenti sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.

Per non parlare del rischio di compromettere definitivamente la solidità dell'euro: emettere titoli di debito comuni quando le situazioni dei bilanci sono così diverse, vanno addirittura dalla piena sostenibilità al vero e proprio fallimento, e quando i gap di produttività sono così elevati, potrebbe significare da un giorno all'altro ritrovarsi in tasca, di fatto, lire e non euro. Ammesso e non concesso che possa andare bene a noi, di certo non andrebbe bene agli altri.

Quando sento Obama, Hollande, e i nostri politici - quelli che ci hanno portati a questo punto con più spesa e più tasse - parlare di "crescita", che per loro non ha mai voluto dire altro che spesa pubblica, allora nonostante gli errori, la miopia e gli interessi nazionali, istintivamente mi viene davvero voglia di sperare che la Merkel resista.

Gli Eurobond, la demonizzazione del rigore, l'invocare investimenti in infrastrutture come ricetta anti-crisi, sono tutti specchietti per le allodole che non annulleranno di colpo i profondi squilibri tra i Paesi dell'Eurozona, che negli anni anziché ridursi hanno continuato ad accentuarsi (e certo non per colpa dei tedeschi), e di cui con la crisi greca i mercati hanno ormai assunto definitiva consapevolezza.

Come osservano Alesina e Giavazzi anche oggi sul Corriere della Sera, «dobbiamo cominciare con l'ammettere che il nostro modello sociale non è più sostenibile».
«Non si può crescere con livelli di spesa pubblica (e quindi di tassazione) che superano la metà del reddito nazionale. (...) Non possiamo più permetterci di lavorare in pochi per sostenere i tanti che non partecipano alla forza lavoro. Di fronte a questa realtà di portata epocale, l'idea che per far crescere l'Europa servano più infrastrutture fisiche è sinceramente risibile. La scarsità di strade, treni e aeroporti non è il primo problema dell'Europa. I nostri politici parlano di infrastrutture perché è un modo per non parlare dei veri problemi: il peso dello Stato sull'economia, le difficili riforme del mercato del lavoro e dei servizi. E' venuto il momento che i leader europei si chiedano se davvero vogliono salvare l'euro. Se lo vogliono, è giunta l'ora che facciano qualcosa, ma, per favore, non ferrovie e autostrade».

Thursday, May 17, 2012

Le ragioni dei tedeschi

In queste ore cruciali per l'Europa e l'euro monta sempre di più la retorica anti-germanica. Ma le critiche, in parte fondate, alla gestione della crisi greca da parte europea, quindi del direttorio franco-tedesco, rischiano di trascendere in ridicole teorie sul "complottone" teutonico, in grotteschi nazionalismi alle vongole, ma soprattutto - ancor più grave - in una irresponsabile auto-assoluzione collettiva da parte dei paesi che con le loro sciagurate politiche di bilancio sono i veri responsabili della crisi. Atteggiamenti comprensibili nei cittadini, ma che assumono connotati delinquenziali quando se ne fanno interpreti le classi dirigenti.

La colpa della crisi non è dell'euro, né dei tedeschi, i quali secondo alcune teorie se ne sarebbero avvantaggiati a discapito degli altri paesi; e né Berlino né la Bce hanno mai imposto ad alcun paese un'austerità recessiva, fatta di sole tasse, niente tagli alla spesa e nessuna vera riforma per la crescita. Anzi, Ue-Bce-Fmi-Ocse suggeriscono da anni l'opposto.
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Wednesday, May 16, 2012

La giornata: Monti promosso a parole, rimandato nei fatti da Fmi

In Grecia sembra partita la corsa agli sportelli, la Spagna teme il contagio, mentre prosegue il pressing Ue per cercare di convincere i greci che il piano di austerità è il male minore possibile. Sembra che i greci, ormai in balìa dei demagoghi, vogliano la botte piena e la moglie ubriaca: non uscire dall'euro ma rinegoziare il piano di salvataggio. Non sono vittime di nessuno, non gli si chiede di eleggere un governo che piace a Bruxelles o a Berlino. Hanno in mano il loro destino, il che non significa però che le libere scelte non abbiano conseguenze anche severe. Ed è dovere dei vertici Ue non minacciare, ma chiarire cos'è in gioco. Democrazia è responsabilità.

Nel duello Merkel-Hollande, alle prime mosse, sembra che si giocherà parecchio sull'ambiguità del termine Eurobond: il presidente francese li evoca, ma quelli che avrebbe posto sul tavolo della cancelliera sono i project-bond, cioè non forme di condivisione del debito ma di finanziamento di opere infrastrutturali, su cui a Berlino sono più disponibili a trattare. Monti intanto si rivolge a Obama per completare l'accerchiamento keynesiano della Merkel che avrà luogo al G8.

In Italia intanto lo stesso presidente del Consiglio che era andato in Asia a dire che la crisi, quella del debito, era ormai «quasi superata», oggi avverte che «siamo ancora nel pieno della fase uno». E ci consola poco sapere che «se la crisi dovesse tracimare, l'Italia ha la coscienza pulita». Che ce ne facciamo della coscienza pulita?

Mentre Monti ed Equitalia sono ancora nel mirino degli anarchici, il premier oggi al Forum della PA ha ringraziato «tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che in questa fase di forti tensioni affrontano particolari criticità e persino rischi per la loro incolumità». Se «certa insofferenza è giustificata», chi è chiamato «a funzioni impopolari» merita «rispetto da parte dei cittadini». Peccato non ci sia stato un altrettanto forte richiamo al rispetto dei cittadini da parte dei funzionari, ma pazienza.

Domani su tutti i giornali le conclusioni della missione del Fmi in Italia verranno annunciate con squilli di tromba, un trionfo per Monti. L'Italia «è sulla strada giusta e ha fatto progressi notevoli negli ultimi sei mesi», addirittura un «modello» nell'Ue, è il giudizio complessivo espresso da Reza Moghadam, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, con Monti al suo fianco. I «semi della crescita» sono stati già piantati, rivendica il professore, e da sole le riforme porteranno 6 punti di Pil nei prossimi 5-7 anni. In realtà, cercando di andare oltre l'incoraggiamento e il supporto cordiale del Fondo al governo Monti, che appare senza alternative, sono più le ombre che le luci.

Nella relazione, oltre a confermare un calo del Pil nel 2012 del 2%, ben più delle previsioni governative, si evidenziano i molti fronti su cui si è avviato qualcosa ma non si è concluso ancora niente, e quelli in cui si è fatto addirittura l'opposto. Tra le altre cose, bocciati i tempi della separazione Snam-Eni, nulla sugli ordini professionali, punto interrogativo sulla riforma del lavoro, ma soprattutto il Fmi ricorda che il consolidamento dei conti va perseguito tagliando la spesa e abbassando le tasse, l'esatto contrario di quanto fatto finora da Monti, e che l'evasione fiscale si combatte tagliando le aliquote: «Più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione, c'è bisogno di un riequilibrio. I tagli delle tasse ridurranno l'evasione fiscale».

Tuesday, May 15, 2012

La giornata: psicodramma Euro, Pd-Pdl più a sinistra di Hollande, Pil smentisce stime del governo

Nuova puntata dello psicodramma europeo. In Grecia è fallito l'estremo tentativo di formare un governo tecnico, quindi si torna al voto (praticamente un referendum sull'euro, dentro/fuori) e l'uscita di Atene dalla moneta unica non è più solo un'ipotesi di scuola, ma a questo punto una prospettiva a cui guardare con realismo (e preoccupazione). La direttrice del Fmi Lagarde auspica che la Grecia non lasci l'Eurozona, «ma - ha avvertito - dobbiamo essere tecnicamente preparati a ogni eventualità». I mercati ovviamente hanno reagito male: spread a 450 (rendimento al 6%), Piazza affari perde il 2,5% (ormai a 13.300 punti), euro sotto 1,28 sul dollaro.

Tutto a causa dell'incertezza greca, come in quella terribile settimana del novembre scorso in cui lo spread, schizzato in alto dopo l'annuncio da Atene di un referendum sulle misure europee, disarcionò il governo Berlusconi. Non manca ovviamente chi parla di «dittatura dello spread», ma stavolta commentatori e politici scoprono ciò che non vollero riconoscere allora, e cioè che "la soluzione della crisi passa per l'Europa". Insomma, se l'Italia non è ancora riuscita a sganciarsi dalla forza gravitazionale del buco nero greco stavolta non è perché il governo non ha fatto tutto quello che doveva. Addirittura Casini se la prende con le agenzie di rating per aver declassato 26 banche italiane, denunciando un «disegno criminale», quando solo pochi mesi fa il problema era la credibilità del governo.

Intanto, fulmini permettendo, il presidente francese Hollande, insediatosi oggi all'Eliseo, incontrerà la cancelliera Merkel. Un primo incontro da cui entrambi cercheranno di uscire millantando un successo. Ci sarà molta retorica sulla «crescita», ma molta ambiguità su come fare per stimolarla. Mentre per Hollande ci vuole più spesa pubblica, per la Merkel ci vogliono le riforme strutturali di cui parla Draghi. E' probabile che il presidente francese non partirà all'attacco con le proposte più esplosive, golden rule ed Eurobond, ma si accontenti di iniziare con il passo giusto la sua presidenza, cioè potendo proclamare una prima vittoria, portando a casa un'intesa generica per un «patto per la crescita» da affiancare al rigore, che più avanti prenderà le forme di investimenti con fondi Ue e al massimo project bond.

Sulle proposte più esplosive (golden rule ed Eurobond, appunto), che nemmeno Hollande oserà chiedere alla Merkel, il Pdl mostra di pensarla come Fassina e contro la maggior parte del Ppe, il che purtroppo spiega una delle anomalie politiche del nostro Paese, fino ad oggi condannato ad essere guidato da due sinistre.

Anche Monti, incapace di realizzare vere riforme in Italia e di tagliare la spesa, ormai punta tutte le sue carte nella politica europea per vedere di strappare un ammorbidimento del fiscal compact, tramite deroghe che permettano di scomputare dal rapporto deficit/Pil le spese per investimenti «produttivi». Se giocando di sponda con Hollande e Barroso saprà superare le resistenze tedesche, sarà comunque un processo lungo, mentre la recessione sta mordendo e sta già mettendo in discussione le ottimistiche previsioni del governo.

A contraddirle, proprio oggi, le stime preliminari dell'Istat sul Pil nel I trimestre 2012, praticamente oscurate dai media: un impietoso -0,8% sul trimestre precedente e -1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. E crescita acquisita per il 2012 pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%). E devono ancora svilupparsi gli effetti recessivi dell'Imu e dell'aumento dell'Iva a ottobre. Evidentemente una stima non in linea con le previsioni del governo, ma con lo scenario del Fmi, che prevede nel 2012 un calo del Pil del 2%. Se così fosse, addio pareggio di bilancio nel 2013.

Tanto è tutta colpa dei "dominatori" tedeschi, del loro cieco rigore, è il coro unanime che si leva dalla politica e dalla stampa nostrane, anche di centrodestra, e guai a far notare che un'austerità così recessiva, solo tasse e niente tagli alla spesa né vere riforme per la crescita, ce la siamo imposti da soli, cioè ce l'hanno imposta non Berlino né la Bce, ma i nostri governi - di sinistra, di destra e "tecnici".

Monday, May 14, 2012

Demagogia e nazionalismo alle vongole degli anti-Merkel nostrani

Scene di giubilo bipartisan in Italia per la sconfitta della CDU nel Nord Reno-Westfalia. Ovvio che esulti il Pd per l'affermazione dei socialisti, e della governatrice Hannelore Kraft, che vede come possibile Hollande tedesca, candidata anti-Merkel per il cancellierato. Ma l'esultanza nel Pdl? Anche i tedeschi (dopo francesi e greci) bocciano l'austerità della Merkel, è la lettura del voto prevalente sui giornali ("Crolla la Merkel, bocciata l'austerity", su la Repubblica), anche di centrodestra e non solo italiani (sì, di abbagli il FT ne ha presi eccome). Ma davvero i cittadini tedeschi del Nord Reno-Westfalia hanno usato il loro voto regionale per dire alla Merkel basta imporre rigore a Grecia, Italia, Spagna eccetera, il conto lo paghiamo noi per tutti?

Quanto meno improbabile. Hanno pesato innanzitutto i leader e i programmi locali. Il voto può certamente avere avuto un significato anche politico più generale, ma difficilmente può essere fatto passare, nel senso indicato dai nostri politicanti e commentatori, per una bocciatura della politica europea del duo Merkel-Schäuble, se addirittura l'80% dei tedeschi, risulta da un recente sondaggio, vorrebbe dire basta non all'austerità ma agli aiuti alla Grecia. L'SPD inoltre è senz'altro portatrice di istanze pro spesa pubblica, ma non sarebbe meno severa e occhiuta della Merkel sui bilanci dei partner Ue, tant'è vero che propone un comitato di controllo dei conti pubblici.

Avvalorare un presunto indebolimento della Merkel, descriverla come ormai accerchiata e sotto assedio, è però funzionale a legittimare e a dare forza alle richieste di revisione del fiscal compact. Fa comodo scaricare sugli altri le colpe della crisi: il debito pubblico è colpa degli evasori fiscali, lo spread degli speculatori, la recessione del rigore imposto da Berlino e dalla Bce, e così via. Ma se l'austerità ha avuto effetti recessivi, questi sono stati certamente aggravati dal ricorso quasi esclusivo ad aumenti di tasse anziché tagli alla spesa, e senza vere riforme. Una scelta squisitamente politica che non ci è stata imposta né da Berlino né dalla Bce, che anzi ci suggeriscono da anni l'opposto.

I tedeschi non sono dei liberisti "selvaggi", hanno uno stato sociale altamente sviluppato, elevati livelli di spesa e di tassazione, ma i conti sono abbastanza in ordine, sicuramente più dei nostri, e il debito non è esploso. Semplicemente non vogliono pagare il conto per le euro-cicale. Hanno sicuramente compiuto degli errori nella gestione della crisi greca, e difeso com'è naturale i loro interessi nazionali, ma non bisogna dimenticare che i primi colpevoli della crisi sono i Paesi che si sono indebitati (addirittura truccando i conti, come la Grecia) e che per dieci anni non hanno saputo approfittare dei bassi tassi di interesse per fare le riforme e ridurre il gap di competitività con la Germania. I Paesi che si indebitano si pongono loro stessi nella condizioni di essere "dominati" dai loro creditori (i mercati o chi poi dovrebbe correre a salvarli), come capiterebbe a chiunque.

Ora questi Paesi, tra cui l'Italia di Berlusconi-Monti, non essendo riusciti a realizzare le riforme per la crescita incolpano l'austerità tedesca perché spendere è l'unico modo in cui credono di poter tornare a crescere e chiedono di essere autorizzati a farlo. Contrapporre la crescita al rigore è la nuova arma retorica dei sostenitori della spesa. Ma la crescita è incompatibile con il rigore solo nella testa di chi è convinto che l'unico modo per crescere sia spendere denaro pubblico. Scaricare le colpe della crisi sul rigore, evocare la proverbiale "cattiveria" germanica, è pura demagogia e non aiuta a indirizzare il dibattito interno sulle scelte chiave in termini di spesa pubblica, tasse e lavoro.

E a quanto pare nemmeno trovarsi in compagnia di Hollande e di Obama (il presidente Usa, che per combattere la crisi ha aumentato il deficit federale, esorta l'Europa a seguire i suoi passi), contro una coalizione cristiano-liberale, risveglia qualcosa nel Pdl e nella stampa di centrodestra. Evidentemente era di stampo keynesiano, e non liberale, la critica prevalente nel partito al rigore tremontiano. Forse non si perdona alla Merkel di aver scaricato Berlusconi, e il tutto è condito con una sorta di nazionalismo alle vongole.

Friday, May 11, 2012

La giornata: Equitalia sotto assedio e operazione bontà di Monti, 2 mld per mostrarsi più umano e social

Mentre come previsto fallisce anche il terzo tentativo di formare una coalizione e la Grecia si avvia verso nuove elezioni, dalla Germania si fanno sempre più minacciosi i toni nei confronti di Atene (ma anche di chi pensa di allargare i cordoni della borsa per stimolare la crescita). Nella speranza di indurre i greci a non buttare all'aria il piano di salvataggio, il rischio però è di ottenere l'effetto opposto. «Noi vogliamo che la Grecia resti nell'Eurozona. Ma lo deve volere anche Atene e rispettare i suoi impegni. Non possiamo forzare nessuno. L'Europa non affonda così facilmente», in caso di uscita della Grecia, ha detto il ministro tedesco delle finanze Schaeuble. Anche se il vice governatore della banca centrale svedese avverte che «non sarebbe indolore». E il ministro degli esteri tedesco Westervelle ha aggiunto: «Noi intendiamo mantenere le nostre promesse di aiuto. Ma questo significa che la Grecia deve varare le riforme che abbiamo concordato».

Peggiorano intanto le previsioni Ue sul Pil italiano, ma è giallo sulla necessità di una nuova manovra, e dal Cdm arrivano centinaia di milioni di euro a pioggia e nuove assunzioni. Non si tratta di «soldi freschi», come li chiamerebbe Bersani, ma di una riprogrammazione d'uso di fondi europei per il Sud già a bilancio: 2,3 miliardi in tutto. Un piano "anti-povertà" che domani permetterà ai giornali di esibirsi in uno spottone per migliorare l'immagine del governo, che finalmente pensa ai poveri.

Ma come ci pensa? Questi 2,3 miliardi vengono spesi per non si sa bene cosa: 845 milioni destinati a obiettivi di «inclusione sociale» (cura dell'infanzia 400 mln, degli anziani non auto-sufficienti 330, contro la dispersione scolastica 77, per progetti nel "privato sociale" 38); gli altri 1,5 miliardi per la crescita (iniziative per i giovani, sviluppo delle imprese, bandi commerciali, valorizzazione di aree di attrazione culturale e riduzione dei tempi della giustizia). Poi torna la tremontiana "social card" e si assumono 325 nuovi magistrati, vincitori di un concorso del 2009.

Monti ce la sta mettendo proprio tutta per dimostrare che non è affatto un "freddo", ma che il suo cuore si scalda per i poveri. Il rigore continuerà, ma c'era bisogno di un po' di «respirazione sociale e civile» (parole sue, giuro). Positivo che vengano re-impiegati soldi chissà come rimasti inutilizzati per troppo tempo, ma la sensazione è che siano stati malamente riassegnati, "a pioggia", in mille rivoli, senza individuare priorità, con il rischio che nemmeno stavolta arrivino a destinazione. Insomma, soprattutto un'"operazione bontà": 2 miliardi buttati al macero dal governo Monti per mostrarsi più umano e più "social", tanto poi la colpa che non ci sono soldi da spendere è della cattivona Merkel.

Ormai si moltiplicano le proteste, spesso purtroppo in forma violenta, contro Equitalia. Oggi un assedio a Napoli, un'aggressione a Milano, un allarme bomba a Roma e minacce a Viterbo. La società si difende: «Irresponsabile scaricare su di noi la colpa di gesti estremi e situazioni drammatica», anche se sono i suicidi stessi a «scaricarla»; e avverte che «il sensazionalismo alimenta la violenza», invitando quindi a «non spettacolarizzare» questi eventi tragici. Che detto da chi ha spettacolarizzato la lotta all'evasione... Ma lasciamo perdere. Le violenze sono in ogni caso ingiustificate, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente.

C'è una linea di difesa di Equitalia che però non convince: esegue solo degli ordini? Sorvoliamo su ciò che richiama alla mente questa giustificazione, perché evocherebbe paragoni obiettivamente impropri e offensivi. E' ovvio che il problema è politico, del legislatore, dei governi, e che i funzionari del fisco applicano la legge. Dunque, prendersela con Equitalia significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato.

Tuttavia, Equitalia ha le sue responsabilità. Innanzitutto, risulta difficile credere che Befera non c'entri nulla con l'architettura repressiva, sul piano giuridico e organizzativo, che si è andata costruendo negli ultimi anni, in collaborazione con ministri del Tesoro di qualsiasi colore politico. E' noto che diversi strumenti normativi sono stati, e vengono tuttora, specificamente richiesti. Inoltre, vediamo che in troppi casi di richieste illegittime (come gli interessi sulle multe dichiarati dalla Cassazione «maggiorazioni non dovute»), Equitalia fa spallucce: bisogna prendersela con l'ente che esige il credito, loro sono meri esecutori della riscossione. Ecco, non esiste che il riscossore delle imposte per conto delle amministrazioni pubbliche non si preoccupi della legittimità delle somme, e degli interessi, che richiede. Questa irresponsabilità è venuta meno anche in giudizio, dal momento che i giudici hanno cominciato a sanzionare Equitalia per la sua negligenza.

Thursday, May 10, 2012

La giornata: Merkel tiene duro e Monti spera in un po' di spesa targata Ue

Nei confronti della Grecia non è dura solo la Germania, ma anche il meno austero presidente della Commissione Ue Barroso (favorevole ai project bond): rispetto per la democrazia greca sì, ma anche per gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma di salvataggio. L'Ue è come un club, «se un membro non rispetta le regole è meglio che se ne vada, vale per qualsiasi organizzazione, istituzione, o progetto».

Intanto chi voleva una Germania dimessa dopo il successo di Hollande (che intanto come primo atto taglia gli stipendi dei membri del governo e dei manager pubblici) farebbe bene a ricredersi in fretta. La cancelliera Merkel continua a fissare i suoi paletti, e a ribadire l'intransigenza tedesca, in vista delle prossime complicate trattative su come rilanciare la crescita nell'Eurozona: «Abbiamo parlato tanto di Eurobond e di leveraging - dice la cancelliera in Parlamento - tutte queste misure compaiono e scompaiono come strumenti miracolosi, mentre è noto che non sono soluzioni sostenibili». La crisi «non sarà sconfitta in un giorno», avverte, e la risolveremo in solo modo, affrontando le sue cause, «che sono i debiti orrendi e la mancanza di competitività di alcuni Paesi». Risanamento, quindi, e crescita, però basata sulle riforme strutturali e non su pacchetti di spesa. Pare invece che i tedeschi siano più disponibili ad accettare un'inflazione interna più elevata, il 3% anziché il 2, attraverso aumenti salariali, a beneficio indiretto dei Paesi in cui la domanda interna è penalizzata dall'austerity.

Se Monti insiste invece per italianissime deroghe al fiscal compact («nuove iniziative per la crescita senza mettere in discussione la disciplina di bilancio»), la Bce sembra allineata alle posizioni di Berlino: per rilanciare la crescita nell'Eurozona, specie nei Paesi che hanno perso produttività e devono stimolarla, non servono pacchetti di stimolo ma «riforme strutturali incisive». Bisogna «rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e servizi e la capacità di aggiustamento salariale e occupazionale delle imprese», scrive la Bce nel bollettino mensile.

Bella faccia tosta ha il ministro Passera a lamentarsi con l'Ue che «non ha fatto la sua parte», quando il suo governo ha fatto pochino, e male, proprio laddove la Bce esorta i governi ad essere «più ambiziosi».

Quella trascorsa è stata tutto sommato una giornata di relativa calma, ma indubbiamente nei prossimi mesi il rapporto tra Monti e i partiti, soprattutto il Pdl, sarà molto tormentato e non lascerà al governo sufficienti spazi di manovra per ulteriori iniziative legislative.

Monti non manca di far trapelare la sua amarezza per gli attacchi continui e sempre più frequenti, ma in un messaggio al capo dello Stato si dice «determinato a realizzare il mandato» e sicuro che «l'Italia ce la farà». Ma fatto pochino in Italia, con le mani ormai legate e sempre più insofferente, Monti si concentra sulla politica europea. E' a Bruxelles e a Berlino che cerca di attivare qualche leva per la crescita, con un po' di spesa per investimenti autorizzata dall'Ue, sperando di placare il fronte interno.

Nel tentativo di raffreddare le tentazioni di "governicidio" oggi il ministro Passera è intervenuto scaricando sull'Europa la colpa per l'assenza di politiche per la crescita, dicendosi certo che Monti saprà essere ascoltato sulla spesa per gli investimenti, e infine diffondendo un po' d'allarmismo («disagio sociale più ampio di quello che le statistiche dicono, è a rischio la tenuta economica e sociale del Paese»).

E in effetti le stime non fanno che peggiorare, confermando che il governo potrebbe aver sottostimato l'impatto recessivo delle sue misure. Oggi è la volta del Centro Studi di Confindustria, il quale avverte che «in Italia la ripresa si allontana: la domanda interna (specie i consumi) cala più del previsto e l'export ha perso slancio rispetto a qualche mese fa, nonostante il commercio mondiale vada meglio». La disoccupazione ormai sfiora la soglia del 10% e si prevede un calo del Pil nel II trimestre 2012 più accentuato del previsto. Sempre più improbabile il -1,2% previsto dal governo nel Def, mentre comincia ad apparire ottimistico persino il -2% del Fmi.

Sul fronte politico la tentazione di staccare la spina al governo e l'ossessione per l'unità dei cosiddetti "moderati" tornano ad animare il dibattito interno al Pdl. Ma nelle analisi della sconfitta elettorale continua a mancare la causa all'origine di tutti i suoi guai: la drammatica perdita di credibilità agli occhi dei propri elettori non tanto per il sostegno a Monti, ma per aver sistematicamente, per 17 anni, tradito le promesse di cambiamento una volta al governo.

E mentre nel Pdl falchi e colombe si dividono sul sostegno a Monti, si spargono veleni sul segretario e si tira per la giacchetta il Cav, e sulla legge elettorale non si va oltre proporzionale o porcellum corretto con preferenze, Italia Futura macina proprio sui contenuti che una volta portavano al successo Forza Italia e il centrodestra: dopo il manifesto liberista per "meno Stato", l'associazione di Montezemolo si schiera anche per il presidenzialismo e il maggioritario.

Il Pdl sarà anche uscito con le ossa rotte dalle urne, ma l'unico effetto concreto del voto amministrativo per ora è la liquidazione del Terzo polo. Con il Pd sempre più a suo agio nella foto di Vasto, e avendo fallito nel raccogliere i cocci del Pdl, Casini è tornato a giocare in proprio e ha scaricato Fini e Rutelli, sull'orlo della disperazione. Sul lato sinistro, a giudicare dalle punturine di Bersani all'indirizzo dell'esecutivo, sugli esodati e sugli incomprensibili «ritardi» nel «far girare un po' di liquidità per le imprese», il risultato delle amministrative non dev'essere stato esaltante nemmeno per il Pd.

Wednesday, May 09, 2012

La giornata: spread a 400 ma ormai assuefatti e Monti ricorda che siamo il Paese delle millederoghe

Grecia e Spagna allarmano i mercati e spread oltre 400 (ha toccato i 425 punti), ma ormai ci siamo assuefatti, non fa più notizia. Il fiscal compact non è ancora entrato in vigore e Monti in pieno italian style pensa già alle deroghe, mentre i partiti si preoccupano della legge elettorale e di Grillo. E' pacifico per tutti che la finestra delle riforme si è chiusa definitivamente con le amministrative e non rimane che chiedere un po' di soldi in Europa. Certo, per importanti investimenti. Come quelli con cui per mezzo secolo abbiamo cercato di risollevare il Mezzogiorno d'Italia.

Il governo spagnolo starebbe preparando una parziale nazionalizzazione di Bankia, il 45% massimo del capitale, mentre il premier greco incaricato, Tsipras, leader della sinistra comunista, prim'ancora di sapere se ha o no una maggioranza (probabilmente no) ha già fatto danni, spedendo una lettera al presidente dell'Ue Van Rompuy e al governatore della Bce Draghi in cui annuncia che gli «accordi presi dal precedente governo sull'austerity non sono più validi». Al che il ministro delle finanze tedesco Schaeuble non ha potuto che commentare: «Se la Grecia decide di uscire dall'euro, non possiamo costringerla». E se intendesse rinegoziare gli aiuti farebbe precipitare l'Eurozona in una «incertezza catastrofica». Insomma, proprio un bella torta di compleanno per l'Ue.

Intanto, continuano le mosse di posizionamento nel dibattito europeo su crescita e rigore alla luce dell'esito delle elezioni francesi. La cancelliera Merkel un giorno sì e l'altro pure fissa preventivamente i paletti ad Hollande: tutti i Paesi che hanno firmato il fiscal compact devono rispettarlo e «non esiste nessun conflitto tra crescita e misure di austerità». Insomma, non venite a dirmi che per rilanciare la crescita bisogna allentare il rigore.

Monti cerca di rafforzare il suo ruolo di mediatore. Da una parte rassicura la cancelliera tedesca, la quale «sa che non deve temere le proposte italiane» per il rilancio della crescita, perché non passeranno dallo «scardinamento» dei principi della disciplina di bilancio, ma birichino ipotizza che la stessa Merkel «da domenica è ancora più interessata a trovare vie di crescita che non scardinino quei principi». Come dire, concedi qualcosa se no ti toccano le richieste "scardinanti" di Hollande.

Dall'altra, il premier italiano propone alcune deroghe al fiscal compact, cioè di esentare una parte della spesa per gli investimenti dai vincoli di bilancio. Certo, chiedere di esentare tutta la spesa per investimenti sarebbe «troppo audace», ma concordare in sede europea «cosa ammettere come investimento positivo e cosa no», con «criteri di misurazione rigidi» - per esempio si potrebbero scontare dai vincoli «gli investimenti per la broad band e l'agenda digitale per i prossimi tre anni» - non sarebbe «niente di elusivo», l'impatto sarebbe «minimo». L'Italia ne sta parlando «in questi giorni» con i partner europei. «Se un Paese ha un rapporto debito/Pil al 120%, è questa l'unica cosa che conta o conta anche cosa ha fatto quel governo negli anni con i soldi che si è fatto prestare? Io - è il ragionamento del premier - sarei contento di vivere in un Paese che ha usato il debito per finanziare infrastrutture, piuttosto che diperdere quel denaro nel consumo pubblico».Ma Monti scarica sull'Ue anche la questione dei debiti della PA nei confronti delle imprese, chiedendo che anche queste spese vengano scontate dai vincoli di bilancio. Non si tratta in questo caso però di mero «consumo pubblico»?
Una risposta indiretta sia a Hollande che a Monti arriva da Schaeuble, secondo cui «è sbagliato pensare che le politiche per la crescita abbiano bisogno di soldi».

Dopo la meschina battuta di ieri il professore oggi ha cercato di rimediare e dai governi che dovevano «riflettere» sulle «conseguenze umane» della crisi che hanno provocato, si passa ad un fin troppo generoso «il governo precedente e i suoi predecessori hanno fatto significative riforme strutturali e noi le stiamo doverosamente intensificando».

Tuesday, May 08, 2012

Ma Monti non si schiererà con Hollande

Rinnegherà il fiscal compact, portandosi subito in rotta di collisione con Berlino, o si accontenterà, almeno per il momento, di affiancargli un "growth pact", un piano per la crescita? Da questa decisione dipenderà il primo impatto del nuovo presidente francese Hollande sulla politica europea. La cancelliera tedesca Merkel ha fatto sapere di essere pronta ad accoglierlo «a braccia aperte», ma sul fiscal compact, le regole per la disciplina di bilancio, ha già eretto le barricate: il patto «non è rinegoziabile». A difesa del fiscal compact la cancelliera ha al suo fianco il premier italiano Mario Monti, lungi dallo schierarsi con Hollande.
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Friday, April 20, 2012

Quel macabro “spread” sui suicidi

A rischio di venire accusati di essere nostalgici del berlusconismo - e non lo siamo, certo non dell'ultima fase - non possiamo però far a meno di notare che stime ottimistiche sui conti pubblici come quelle presentate con un certo compiacimento dal premier Mario Monti non sarebbero state perdonate al Cavaliere. Così come non sarebbe stata perdonata quella caduta di stile (non è la prima, a dire il vero) che il sobrio premier si è concesso citando il numero esatto (1.725) dei suicidi in Grecia, proprio nei giorni in cui le nostre cronache sono piene della triste contabilità sugli italiani, imprenditori e non, che dall'inizio dell'anno si sono tolti la vita, per lo più per crediti non estinti dalla pubblica amministrazione e per vessazioni fiscali e bancarie. D'accordo, professor Monti, dobbiamo a Lei e al suo governo il merito di non averci fatto fare la «drammatica» fine della Grecia, ma ci auguriamo che per convincerci non arrivi ad evocare implicitamente un nuovo tipo di spread, ben più macabro di quello sui rendimenti dei titoli di Stato.
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Wednesday, April 11, 2012

I mercati bocciano i "compiti a casa" di Monti

E' il primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 5% (maglia nera in Europa) e lo spread ha superato i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio. Da giorni lo spread era tornato a schizzare in alto, ma non ad occupare le aperture dei tg e delle pagine online dei grandi quotidiani. Con Berlusconi al governo, ogni punto in più bastava a provocare una nuova e sempre più alta fiammata dello psicodramma nazionale, mentre ogni punto in meno non veniva nemmeno rilevato; con Monti ogni punto in meno giustifica squilli di trombe, mentre le risalite vengono taciute finché è possibile, altrimenti, come in questo caso, parte la caccia alle variabili esogene.

Ma come per Berlusconi, anche per Monti è innegabile che siano anche fattori endogeni a non consentirci di sganciarci una volta per tutte dalla prima linea della crisi dell'Eurozona. Ieri fu la bocciatura della manovra di luglio dell'ex ministro Tremonti da parte dei mercati a innescare l'inarrestabile ascesa dello spread; oggi è l'annacquamento della riforma del lavoro a denotare, ancora una volta, l'impossibilità di realizzare vere riforme nel nostro Paese, quindi la scarsa credibilità del sistema Italia.

Come se non bastasse, il sottosegretario Giarda e il viceministro Grilli confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica - la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse - né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni.

Se la primavera del 2013 è l'orizzonte politico su cui può contare Monti, la sensazione è che i mercati siano molto più impazienti. Mesi, se non settimane, per dimostrare che l'Italia è capace di riformare se stessa. L'autorevolezza di Monti e gli aiuti della Bce ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, ci hanno fatto arrivare ai supplementari, ma adesso stanno scadendo anche quelli e il pareggio non è un opzione.
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Friday, April 06, 2012

Finita la melassa, WSJ molla Monti

Dopo il Financial Times, che ieri ha dato voce allo sfogo - colpevolmente tardivo ma nel merito ineccepibile, e non solo sulla riforma del lavoro - di Emma Marcegaglia, un altro schiaffone in mondovisione a Monti arriva dal quotidiano finanziario Usa, il Wall Street Journal, costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti alla Thatcher, azzardato solo pochi giorni fa. Dietrofront: la miglior analogia "britannica" può essere con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il che però ci sembra un tantino ottimistico riguardo il successore di Monti.

Ma il WSJ boccia anche la bozza originaria della riforma Monti-Fornero, che prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un Paese con i problemi economici dell'Italia» (tasso di disoccupazione al 9,3%; tasso di occupazione al 56.9%, contro il 64.5% del Portogallo e il 66,8 degli Usa). Ma almeno si muoveva nella «giusta direzione».

La conclusione del quotidiano Usa è lapidaria, e sarcastica: «Gli ottimisti in Italia - sì, ce ne sono alcuni - diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio Paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». La sensazione è che presto, molto presto, ci ritroveremo con il problema della caduta di credibilità di Monti e allora saranno guai, di "tecnici" savatori della patria non se ne vedono più.

Duro anche il direttore del giornale di Confindustria, il Sole24Ore, che accusa Monti di scorrettezze poco da tecnico e molto da politico:
«La regola aurea che il professor Mario Monti non può non conoscere è che un presidente del Consiglio in visita all'estero parla del suo Paese, vende il titolo Italia (lui lo sa fare benissimo, è giusto rendergliene merito), ma non si occupa delle vicende interne, non risponde alle polemiche domestiche, non scrive lettere ai giornali sui rapporti tra governo e partiti. Purtroppo, tutto ciò che non doveva avvenire è successo con la missione in Asia guidata da Monti e ha trovato la sua logica conclusione in un vertice notturno, a Roma, con i segretari dei partiti che lo sostengono».
E' stato Monti a dichiarare «chiuso» l'argomento articolo 18 e poi a rimangiarsi la sua parola. E nel modo peggiore:
«Si sono inventate coperture rozze (che cosa c'entrano i rincari su casa, auto aziendali, biglietti aerei?), si è indebolita la flessibilità in uscita e sono rimasti intatti oneri contributivi e rigidità sui contratti in entrata in una dimensione tale da rischiare di ridurre le occasioni di occupazione per i giovani e i tanti (troppi) quarantenni e cinquantenni che si sono ritrovati dalla sera alla mattina senza un reddito. Non ci resta che una speranza: si rifacciano di giorno i conti maldestramente impostati di notte».
Interessante anche il commento, nel merito della riforma, di Alesina e A. Ichino sul Corriere della Sera. Premessa sugli effetti dannosi dell'art. 18:
«L'aumento dei vincoli alla libertà di impresa, riguardo ai licenziamenti per motivo economico, si riflette in perdite retributive per i lavoratori che in Italia sono state stimate nell'ordine del 5-11%. Altrettanto dimostrato è l'effetto negativo sulle assunzioni (13-15% in meno, ad esempio, nelle piccole imprese in cui la protezione contro i licenziamenti è aumentata nel 1990). Insomma, il sistema basato sull'art. 18 dà sicurezza a chi ne può godere (ormai quasi solo i lavoratori anziani, in maggioranza uomini). Ma tiene in piedi posti di lavoro poco produttivi con una perdita generale di efficienza economica e lascia briciole di precariato ai giovani».
Qual è il rischio con una riforma che si ferma «in mezzo al guado?»
«Le imprese in crisi approfitteranno immediatamente di ogni spiraglio nella diga per liberarsi dei lavoratori improduttivi. Ma quelle che potrebbero espandersi non assumeranno perché non avranno sufficienti garanzie di poter ridurre in futuro l'occupazione se e quando questa eventualità si rendesse necessaria. Il peggio dei due sistemi quindi: licenziamenti senza assunzioni».
Il giudizio quindi è tranchant: «Ci sono riforme che anche se fatte a metà sono comunque un utile passo avanti. Ce ne sono altre che, invece, se fatte a metà peggiorano la situazione e sarebbe meglio non iniziarle nemmeno. La riforma del mercato del lavoro di cui si sta discutendo appartiene a questa seconda categoria».

Thursday, March 08, 2012

Passata la paura, riforme a rischio

Anche su Notapolitica

Calato lo spread, passata la paura? Passata la paura, si sta chiudendo la finestra per le riforme? Per la prima volta dagli ultimi giorni di agosto, quindi sette mesi fa, lo spread tra Btp e Bund decennali è sceso sotto quota 300, e il rendimento sotto il 5%, ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti – o meglio, molti soldi. Se si analizza il grafico dell'andamento dello spread emerge chiaramente il peso dei fattori esterni nella crisi del nostro debito. Ben più delle strette fiscali e delle riforme, e della innegabile autorevolezza che il premier Mario Monti, alla guida del nuovo governo, ha conferito all'azione di risanamento, hanno potuto le aste di liquidità della Bce (quasi 1.200 miliardi di euro di prestiti immessi nel sistema bancario), l'avvicinarsi di una soluzione per il debito greco (il default «ordinato») e, sia pure in misura minore, il fondo salva-Stati e l'accordo sul fiscal compact. L'unico evento di politica interna che in questi mesi ha fatto calare di colpo lo spread, fino a 377 punti – non impedendogli tuttavia di tornare prontamente sopra i 500 punti – è stato il varo del decreto salva-Italia il 5 dicembre.

E basti ricordare che la doppia impennata delle prime due settimane dello scorso novembre che ha portato lo spread fra i nostri titoli decennali e quelli tedeschi prima a superare la soglia dei 400 e poi quella dei 500 punti, e che ha di fatto disarcionato il governo Berlusconi, è coincisa con l'annuncio da parte dell'ex premier greco Papandreou di un referendum sul piano salva-Grecia dell'Ue e con la crisi di governo che ne è seguita ad Atene. E' innegabile tuttavia che all'epoca il nostro debito scontava anche la crisi di credibilità personale di Berlusconi, l'immobilismo e l'avvitamento politico della sua maggioranza, tanto che solo il programma di acquisti di titoli di Stato da parte della Bce sul mercato secondario ha impedito ai livelli di spread già allarmanti di schizzare verso soglie da crisi greca. Se non altro, quindi, l'arrivo di Monti ha rappresentato un cambio di marcia per l'Italia, premessa indispensabile per un cambio di marcia anche in Europa.

Ma il peggio è davvero alle nostre spalle, come molte dichiarazioni del premier Monti lascerebbero intendere? Nella conferenza stampa di ieri il governatore della Bce Mario Draghi ha definito un «successo indiscutibile» i prestiti Bce, ha sottolineato il loro «potente effetto», avvertendo però che la politica monetaria non può risolvere tutto, che «ora la palla passa ai governi», che devono andare avanti nel consolidamento fiscale e nelle riforme strutturali, e agli «altri attori, soprattutto le banche, che devono risistemare i bilanci». Premesso che uno spread intorno ai 300 punti è comunque lontano dai livelli pre-crisi, ci aspetta nei prossimi mesi e anni una temibile doppia sfida – il rientro dal debito e la crescita – e il venir meno del senso di emergenza potrebbe attenuare la determinazione del governo e dei partiti che lo sostengono, nonché la tolleranza dell'opinione pubblica verso le misure di austerity.

Insomma, c'è il rischio che ben lungi dall'aver risolto i nostri problemi, si richiuda dietro il calo dello spread la finestra politicamente propizia per fare le riforme; che nei prossimi mesi, passata la grande paura torni il business as usual della politica; che il governo Monti sia più incline al compromesso. La scadenza, entro la fine del mese di marzo, per la riforma del mercato del lavoro, che dovrà inevitabilmente passare per la cruna dell'articolo 18, ci dirà quanta spinta propulsiva è rimasta al governo.

In realtà, nonostante la grande stampa abbia continuato nella sua opera di glorificazione di Monti, già in questi mesi abbiamo registrato una progressiva perdita di incisività nell'azione di governo. Dal decreto salva-Italia, che giusto o sbagliato che fosse conteneva comunque una notevole stretta fiscale, purtroppo solo sul fronte delle entrate, e una rigorosa riforma delle pensioni, poco altro è stato fatto. In quel momento l'esecutivo sembrava in grado di far ingoiare qualsiasi boccone amaro ai partiti, ma ne ha approfittato troppo poco. Oggi ancora meno. I provvedimenti escono dal Consiglio dei ministri già non particolarmente rivoluzionari e durante il loro passaggio in Parlamento vengono ulteriormente annacquati, sotto lo sguardo troppo indulgente del governo. La separazione annunciata di Snam rete gas da Eni e l'effettiva apertura del mercato dei servizi pubblici locali sono impegni tutti da verificare nei prossimi mesi. Il giudizio sulla lenzuolata di liberalizzazioni resta controverso, tra dietrofront, rinvii e colpi di dirigismo. Il cosiddetto "dl semplificazioni", che non rivoluziona affatto il rapporto con il Fisco ma serve piuttosto a semplificare gli strumenti per la lotta all'evasione, nasconde nelle sue pieghe una mini-patrimoniale sui conti deposito e potrebbe persino essere ribattezzato di “complicazioni”, per la surreale procedura imposta agli esercenti sui pagamenti in contanti oltre i mille euro concessi ai turisti stranieri. Inutili complicazioni sono state reinserite anche nel dl semplificazione e sviluppo all'esame della Camera in questi giorni, che rischia tra l'altro di trasformarsi in un tipico provvedimento omnibus di spesa: per esempio, istituisce una nuova scuola di dottorato e apre la strada ad eventuali incrementi degli organici scolastici, da finanziare tramite risparmi di spesa e/o inasprendo il prelievo sui giochi.

Anche le promesse di Monti sulle tasse cominciano a somigliare in modo preoccupante a quelle "berlusconiane", con la differenza che la stampa non gliene chiede conto quando appaiono smentite dai fatti. Alcuni giorni fa il viceministro del Tesoro Grilli, nell'indifferenza generale, ha dato per scontato l'aumento dell'Iva al 23% dall'inizio di ottobre, già scritto nel "salva-Italia", mentre il presidente del Consiglio sembrava suggerire che il riordino delle agevolazioni fiscali e assistenziali potesse evitare di far scattare la cosiddetta "clausola di salvaguardia". Del cosiddetto spostamento della tassazione dalle persone, cioè dal lavoro e dall'impresa, alle cose, quindi possesso e consumi, finora abbiamo visto soltanto l'aumento delle imposte indirette – l'Iva, l'Imu, le accise e le mini-patrimoniali sui conti titoli e deposito – senza alcun alleggerimento di quelle dirette. Non si intravede alcun piano di dismissioni per abbattere lo stock del debito, né alcuna seria riduzione, nell'ordine di 5-6 punti di Pil, della spesa pubblica.

Il bilancio, insomma, è magro, e il calo dello spread, il venir meno del senso di emergenza, potrebbe persino impoverirlo. Un test definitivo sarà la riforma del mercato del lavoro.

Tuesday, December 06, 2011

Perseverare è diabolico

I mercati hanno indubbiamente promosso la manovra del governo Monti. La Borsa ieri ha guadagnato tre punti circa e lo spread è calato di 100 punti in due giorni - anche se bisogna annotare che i bonos spagnoli hanno seguito la stessa dinamica dei btp italiani rispetto ai bund tedeschi, sottolineando ancora una volta la forte influenza del contesto europeo sull'andamento dei nostri titoli. Anche le istituzioni e gli osservatori europei hanno espresso apprezzamento. Questo perché bene o male la manovra questa volta è stata concepita puntando su due riforme chiare, comprensibili, e di grande impatto sui conti presenti e futuri: pensioni e Ici. Due grossi arrosti invece dei mille coriandoli di Tremonti.

Per di più - da non trascurare - proprio il regime privilegiato di noi italiani nella tassazione sugli immobili e nell'età di pensionamento era motivo di invidia e irritazione in Europa, e soprattutto in Germania. Non credo sia stato un caso che l'azione del governo sia stata così incisiva proprio su questi due fronti. Il risultato che si voleva ottenere in termini politici è probabilmente una maggiore leva diplomatica proprio nei confronti di Berlino.

Monti ha rifiutato la concertazione con i sindacati sulla previdenza, considerandola giustamente materia di competenza esclusiva del governo, ma vi ha fatto esplicito riferimento a proposito della riforma del mercato del lavoro; di liberalizzazioni (professioni e municipalizzate) non se ne vedono; di corpose dismissioni di patrimonio pubblico nemmeno; di riduzione ordinamentale (non solo attraverso forme di deducibilità) delle tasse su lavoro e imprese neanche a parlarne, nonostante le autorità Ue avessero suggerito esplicitamente uno spostamento del carico fiscale piuttosto che un appesantimento.

Dal punto di vista fiscale quindi la manovra è un'immensa patrimoniale, sulla casa e sulle attività finanziarie, che avrà quasi certamente effetti recessivi che potrebbero rendere necessaria un'ulteriore correzione dei conti. Tagli alle spese pochissimi, tra l'altro in parte compensati dall'aumento delle addizionali regionali Irpef, quindi con nuove tasse. Troppo poco è stato fatto per la crescita e nulla per abbattere lo stock di debito. Si dirà che anche i precedenti governi negli ultimi dieci anni non hanno fatto altro che aumentare le tasse, ma questo non è un buon motivo per perseverare nell'errore, che tutti sanno essere pratica «diabolica».

Se il Financial Times promuove con riserva la manovra, il Wall Street Journal si mostra invece critico. In uno dei suoi editoriali osserva che «le nuove misure di bilancio annunciate in Italia suggeriscono che il vecchio gioco è lungi dall'essere finito». La manovra è troppo sbilanciata sugli aumenti di tasse e di corto respiro sulle riforme. Il nuovo premier, prosegue il WSJ, «sembra intenzionato a seguire la Grecia sulla via, tracciata da Ue-Fmi, di rincorrere entrate fiscali a danno della crescita economica». Bene la riforma delle pensioni, ma la manovra - sottolinea il quotidiano finanziario Usa - «non fa niente per affrontare il problema principale del mercato del lavoro italiano: l'impossibilità di licenziare per le aziende con 10 o più dipendenti. Il presunto diritto ad un posto di lavoro per la vita, iscritto nell'italiano articolo 18, è il singolo più grande ostacolo alla razionalizzazione dell'economia italiana». «Le riforme di Monti - conclude il WSJ - riflettono soltanto una mentalità comune a Bruxelles, che antepone le entrate fiscali ad una prosperità di lungo termine».

Critico anche Alberto Mingardi, direttore del Bruno Leoni: «Si chiede alle famiglie di stringere la cinghia ma non dimagrisce lo Stato: chiedere ulteriori sacrifici a cittadini già tartassatissimi, senza contemplare una privatizzazione una, sembra quasi una beffa». «Se lo Stato italiano funziona male - osserva - non è che dandogli più risorse funzionerà meglio». Nessuno continuerebbe a mettere benzina in un «serbatoio rotto». In definitiva, conclude, «la questione è molto semplice: senza libertà economica, non ci sarà crescita. E più libertà economica vuol dire meno prelievo fiscale, non di più».

Critiche anche da Lavoce.info, che mette in guardia dalla «sindrome greca», la possibilità non troppo paradossale che la manovra presentata con l'obiettivo di azzerare il deficit entro il 2013 finisca in realtà «per generare una recessione tale da far calare il Pil più di quanto faccia calare il deficit». E agire aaumentando le tasse o tagliando la spesa non è scelta neutra per la crescita:
«Nei Paesi nei quali si è scelto di tagliare il deficit aumentando le tasse la spesa pubblica è ritornata a crescere rapidamente. Nei Paesi in cui si è ridotta la spesa, le cose sono andate diversamente: le riduzioni di spesa e la parallela riduzione del deficit sono state più durature e hanno consentito l'attuazione di riduzioni di imposta nel corso del tempo».
«Per questo - conclude Lavoce - per tenere lontano la sindrome greca, Monti deve includere e dare rapida attuazione da subito all'unica svalutazione oggi alla portata di mano dell'Italia: la riduzione del costo del lavoro».

Wednesday, November 02, 2011

Doppio scherzetto Grecia-Ue

Forse per una volta negli ultimi mesi è il caso, almeno per un giorno, di prendersela non con i ritardi, le incertezze e gli errori del nostro governo, ma con una decisione sciagurata, ai limiti del criminale, del governo greco, che ha dato davvero l'impressione di voler scaricare sui propri cittadini il peso di un no all'Europa e che ci condanna a settimane di incertezza che i mercati non sembrano in grado di tollerare. Ma anche con una decisione europea sui requisiti di capitale delle banche che rischia di determinare un credit crunch letale per la nostra economia (e non solo) e che potrebbe aver avuto sui mercati, sui titoli bancari, un effetto ancora peggiore dell'annuncio del referendum greco. Almeno per la terribile giornata di ieri sembra valida l'affermazione di Sergio Cesaratto, rilanciata ieri da Il Foglio: «Possiamo ben dire che è questa Europa che sta facendo esplodere il debito italiano e non viceversa». Sappiamo bene tutti, e su questo blog l'abbiamo ripetuto per anni, che noi italiani ci siamo inguaiati da soli e abbiamo cicaleggiato persino negli anni della crisi; che nella crisi globale del 2008 ce n'era, e ce n'è, una specificamente italiana che non abbiamo affrontato. Diciamo che siamo stati noi a minare le fondamenta di casa nostra, ma sono la Grecia e l'inadeguatezza della leadership Ue che stanno attivando il detonatore. Ieri si è visto in modo tangibile.

Non ultimo, come denuncia Giannino in questo post, nella «sottovalutazione degli effetti sistemici sul canale credito-crescita ancora una volta sottintesi nelle decisioni sui requisiti di capitale delle banche europee». Decisioni a causa delle quali «le banche italiane saranno le più penalizzate di tutte, pur avendo meno eurocarta a rischio di quelle franco-tedesche». Dovranno tagliare gli impieghi verso imprese e famiglie e persino «disintermediare il debito pubblico italiano che detengono» (autolesionismo puro!). E così, a prescindere dalle riforme che è comunque urgente approvare, rischiano di mandarci al tappeto e di distruggere l'euro e loro stessi. Perché non è strangolando il debitore che si recuperano i crediti.

Ma il latte è versato, gli effetti positivi della lettera di intenti all'Ue sono svaniti, e occorre accelerare. Difficile orientarsi nell'"ibis redibis non morieris in bello" del politichese italiano, ma la nota di Napolitano, da molti letta come un ultimatum al governo, a me è suonata piuttosto come un ultimo assist a Berlusconi. Il quale deve solo spingere il pallone in porta e allora tra le parole del capo dello Stato risuonerà alto e forte il richiamo a quella «disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie» che i «gruppi di opposizione» hanno manifestato al Colle nei colloqui di ieri. Altrimenti, ecco l'ultimatum, Napolitano ritiene «suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi» in altro modo della «nuova prospettiva di larga condivisione».

Per questo Berlusconi ha una sola strada percorribile: deve riuscire ad andare in Parlamento con un decreto che trascriva in legge la lettera della Bce. E su quello, nelle aule parlamentari, alla luce del sole, andare avanti o cadere, piuttosto che aspettare di farsi disarcionare da manovre di palazzo o di poteri più o meno forti. La crisi drammatica in cui siamo, il pressing dell'Europa, dei mercati e delle altre istituzioni internazionali, rappresentano anche un'opportunità formidabile per realizzare, e far capire al Paese, le riforme strutturali che tutti sappiamo essere necessarie e ora anche «improrogabili».