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Tuesday, December 06, 2011

Perseverare è diabolico

I mercati hanno indubbiamente promosso la manovra del governo Monti. La Borsa ieri ha guadagnato tre punti circa e lo spread è calato di 100 punti in due giorni - anche se bisogna annotare che i bonos spagnoli hanno seguito la stessa dinamica dei btp italiani rispetto ai bund tedeschi, sottolineando ancora una volta la forte influenza del contesto europeo sull'andamento dei nostri titoli. Anche le istituzioni e gli osservatori europei hanno espresso apprezzamento. Questo perché bene o male la manovra questa volta è stata concepita puntando su due riforme chiare, comprensibili, e di grande impatto sui conti presenti e futuri: pensioni e Ici. Due grossi arrosti invece dei mille coriandoli di Tremonti.

Per di più - da non trascurare - proprio il regime privilegiato di noi italiani nella tassazione sugli immobili e nell'età di pensionamento era motivo di invidia e irritazione in Europa, e soprattutto in Germania. Non credo sia stato un caso che l'azione del governo sia stata così incisiva proprio su questi due fronti. Il risultato che si voleva ottenere in termini politici è probabilmente una maggiore leva diplomatica proprio nei confronti di Berlino.

Monti ha rifiutato la concertazione con i sindacati sulla previdenza, considerandola giustamente materia di competenza esclusiva del governo, ma vi ha fatto esplicito riferimento a proposito della riforma del mercato del lavoro; di liberalizzazioni (professioni e municipalizzate) non se ne vedono; di corpose dismissioni di patrimonio pubblico nemmeno; di riduzione ordinamentale (non solo attraverso forme di deducibilità) delle tasse su lavoro e imprese neanche a parlarne, nonostante le autorità Ue avessero suggerito esplicitamente uno spostamento del carico fiscale piuttosto che un appesantimento.

Dal punto di vista fiscale quindi la manovra è un'immensa patrimoniale, sulla casa e sulle attività finanziarie, che avrà quasi certamente effetti recessivi che potrebbero rendere necessaria un'ulteriore correzione dei conti. Tagli alle spese pochissimi, tra l'altro in parte compensati dall'aumento delle addizionali regionali Irpef, quindi con nuove tasse. Troppo poco è stato fatto per la crescita e nulla per abbattere lo stock di debito. Si dirà che anche i precedenti governi negli ultimi dieci anni non hanno fatto altro che aumentare le tasse, ma questo non è un buon motivo per perseverare nell'errore, che tutti sanno essere pratica «diabolica».

Se il Financial Times promuove con riserva la manovra, il Wall Street Journal si mostra invece critico. In uno dei suoi editoriali osserva che «le nuove misure di bilancio annunciate in Italia suggeriscono che il vecchio gioco è lungi dall'essere finito». La manovra è troppo sbilanciata sugli aumenti di tasse e di corto respiro sulle riforme. Il nuovo premier, prosegue il WSJ, «sembra intenzionato a seguire la Grecia sulla via, tracciata da Ue-Fmi, di rincorrere entrate fiscali a danno della crescita economica». Bene la riforma delle pensioni, ma la manovra - sottolinea il quotidiano finanziario Usa - «non fa niente per affrontare il problema principale del mercato del lavoro italiano: l'impossibilità di licenziare per le aziende con 10 o più dipendenti. Il presunto diritto ad un posto di lavoro per la vita, iscritto nell'italiano articolo 18, è il singolo più grande ostacolo alla razionalizzazione dell'economia italiana». «Le riforme di Monti - conclude il WSJ - riflettono soltanto una mentalità comune a Bruxelles, che antepone le entrate fiscali ad una prosperità di lungo termine».

Critico anche Alberto Mingardi, direttore del Bruno Leoni: «Si chiede alle famiglie di stringere la cinghia ma non dimagrisce lo Stato: chiedere ulteriori sacrifici a cittadini già tartassatissimi, senza contemplare una privatizzazione una, sembra quasi una beffa». «Se lo Stato italiano funziona male - osserva - non è che dandogli più risorse funzionerà meglio». Nessuno continuerebbe a mettere benzina in un «serbatoio rotto». In definitiva, conclude, «la questione è molto semplice: senza libertà economica, non ci sarà crescita. E più libertà economica vuol dire meno prelievo fiscale, non di più».

Critiche anche da Lavoce.info, che mette in guardia dalla «sindrome greca», la possibilità non troppo paradossale che la manovra presentata con l'obiettivo di azzerare il deficit entro il 2013 finisca in realtà «per generare una recessione tale da far calare il Pil più di quanto faccia calare il deficit». E agire aaumentando le tasse o tagliando la spesa non è scelta neutra per la crescita:
«Nei Paesi nei quali si è scelto di tagliare il deficit aumentando le tasse la spesa pubblica è ritornata a crescere rapidamente. Nei Paesi in cui si è ridotta la spesa, le cose sono andate diversamente: le riduzioni di spesa e la parallela riduzione del deficit sono state più durature e hanno consentito l'attuazione di riduzioni di imposta nel corso del tempo».
«Per questo - conclude Lavoce - per tenere lontano la sindrome greca, Monti deve includere e dare rapida attuazione da subito all'unica svalutazione oggi alla portata di mano dell'Italia: la riduzione del costo del lavoro».

Wednesday, September 15, 2010

Non abbiamo mica un'eternità

«Il consiglio che più servirebbe a Berlusconi è proprio quello che sicuramente non seguirà», premette Alberto Mingardi, su L'Occidentale, ma è l'unico che dovrebbe guidare le sue prossime mosse ed è lo stesso che da tempo in molti gli rivolgiamo. Non so se questo sia davvero il «suo ultimo giro di giostra», ma il tempo scarseggia ed è venuta l'ora di portare a casa qualcosa di storico, oltre che la solita ordinaria amministrazione con luci e ombre.
«Berlusconi dovrebbe accorgersi che sull'efficacia dell'azione del suo governo oggi si gioca davvero il giudizio che la storia darà di lui. Sedici anni fa scendeva in campo, all'apparenza, per risolvere due anomalie italiane: lo strabordante interventismo pubblico, che tracimava in corruzione, e il ruolo improprio giocato da una magistratura legittimata dal consenso popolare ma ormai irrispettosa di diritti dei singoli e procedure. Tutta l'avventura berlusconiana si è basata sull'idea che fosse necessario accettare l'anomalia Berlusconi, per liberare l'Italia da queste altre due anomalie. Per adempiere a questo patto tacito con gli elettori, il Cavaliere deve darsi tempi, obiettivi, scadenze. Come un semplice mortale, che accetta di non avere davanti a sé l'eternità».
Anche perché se pure lui ce l'avesse, saremmo noi a non avercela...

Friday, April 24, 2009

Per fortuna Silvio c'è, ma manca il dibattito delle idee

Altro che Santoro. La Rai del centrodestra è capace di operazioni di mistificazione ideologica ben più sofisticate e rivestite di rispettabilità. Mentre tutta la vis polemica è concentrata sui soliti noti, ricicciano personaggi della Prima Repubblica con le loro interviste in ginocchio, e piano piano, senza dare nell'occhio, dalla notte inoltrata risalgono le fasce orarie. A Minoli sono bastati pochi minuti. Per chi non avesse visto l'ultima puntata de "La Storia siamo noi", in onda su Raidue tra le unidici e mezzanotte di mercoledì scorso, il video dovrebbe essere disponibile on line tra qualche giorno.

Con l'uso delle tecniche audiovisive e del linguaggio tipico del documentario, Minoli ha offerto ai telespettatori una tesi - legittima ma pur sempre partigiana e ideologica - sulle cause dell'attuale crisi economica, come se fosse una indiscutibile verità storica. Partendo dalla ricostruzione dei trionfi delle coppie Thatcher-Hayek e Reagan-Friedman negli anni '80 e passando direttamente al 2007, come se nel frattempo nulla fosse avvenuto e nessuno avesse avuto responsabilità di governo, gli sono bastati pochi minuti infarciti di luoghi comuni per addossare le colpe della crisi all'«ultra-liberismo» e al «capitalismo selvaggio», lanciando un attacco suggestivo ma privo di qualsiasi argomentazione al mito thatcheriano e al mito reaganiano.

Lo ripeto. Non è la tesi - ovviamente legittima - ma il metodo che mi scandalizza. Le tecniche del racconto documentaristico sono state usate per attribuire ad una delle tante analisi sulle cause lontane della crisi i toni perentori di una pagina di storia. Possibile che il centrodestra, oggi al governo, debba lasciare ai Minoli la politica culturale della tv di stato? Possibile che non sia in grado di veicolare una sua politica culturale, in senso alto, non certo eliminando gli avversari? Perché, per esempio, non rispondere con un ciclo di interviste agli economisti dalle cui considerazioni è tratto il libro "La crisi ha ucciso il libero mercato?"

Infine - a conferma della natura politica e non storica dell'operazione - l'intervista in ginocchio all'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, solenne ed esultante per il ritorno del primato dello stato sul mercato, dell'etica e della giustizia sociale sull'avidità, dell'industria sulla finanza, nonché compiaciuto della evidente sintonia emersa sempre più negli ultimi mesi tra lui e il ministro Tremonti.

D'accordo con Tremonti sugli "Eurobond" («Li avevo proposti sul Financial Times parecchio tempo fa»); Tremonti ha «completamente ragione» anche sul fatto che bisogna tornare a leggera la Bibbia invece di troppi libri di economia. «Ma la cosa non riguarda solo l'oggi. Se avessimo letto un po' più di Bibbia anche negli anni in cui il libero mercato trionfava, oggi non saremmo nella crisi in cui siamo. L'etica era necessaria per i politici, per i finanzieri e lo è anche oggi».
E infine, Prodi spiega che dopo la crisi «tutto sarà diverso, a partire dal potere. Ci saranno nuovi Stati potentissimi e vecchi più deboli. Non ci sarà più questo comando senza controllo della finanza, ci sarà più peso della produzione reale dell'industria e anche più spazio per una maggiore giustizia sociale».

Oggi Prodi è columnist domenicale del quotidiano Il Messaggero. Molti, nei suoi editoriali degli ultimi mesi, i riconoscimenti impliciti alla politica economica di Tremonti. Su tutti quello di metà febbraio scorso sulla necessità di «una nuova Bretton Woods», la «globalizzazione delle regole» oltre che dei mercati. Editoriale che tanti complimenti ha ricevuto da parte dello stesso Tremonti, che il giorno successivo dava atto all'ex premier di aver scritto «un articolo che esprime la cifra della grande politica».

Se la politica cauta di Tremonti in questi frangenti di crisi può a ragione essere definita «immobilismo virtuoso», la sintonia tra i due ci fa tornare in mente i due statalismi nella cui morsa è stretta la politica italiana e nei cui confronti, dall'interno del centrodestra, tranne lodevoli ma minoritarie eccezioni, non si levano voci in difesa del libero mercato. Siamo messi male, insomma, come osservava su Corriere Magazine della settimana scorsa Angelo Panebianco:
Sono tempi grami per i difensori del mercato... particolarmente in Italia: Paese in cui le culture politiche dominanti hanno sempre diffidato del mercato. Che poi questa storica diffidenza sia accompagnata a una forte avversione popolare per i politici, per l'uso che essi fanno delle risorse pubbliche, non implica l'esistenza di una contraddizione. Perché l'avversione per i politici non è quasi mai tradotta nella richiesta generalizzata di meno Stato e di più spazio all'iniziativa privata... In Italia, oggi, non viviamo una fase di "ritorno dello Stato" a causa della crisi, dal momento che lo Stato non se ne è mai davvero andato. Viviamo piuttosto un momento di rivalutazione culturale del suo ruolo... Non c'è dubbio: alla politica (alle sue possibilità di controllo sulla società) conviene che tante persone si convincano che il mercato non è, in tanti campi, una buona soluzione. La maggiore sicurezza che la politica è in grado di offrire nel breve termine si paga poi, in genere, nel medio termine, con meno libertà e meno benessere.
Ma come osservava tempo fa Alberto Mingardi, «il problema di Tremonti è quello di tutto il centro destra. La sua stella brilla solo perché il cielo è sgombro. Se va reso merito all'ostinazione con cui ha frenato l'espansione della spesa, entusiasmarsi per il Tremonti-pensiero è difficile. L'immobilismo virtuoso va bene come risposta di breve periodo. Già nel medio, bisogna avere un progetto». Non basta il «curioso minestrone» tremontiano «in cui "legale" e "morale" si rincorrono». Ma per ora quasi tutti nel centrodestra se lo bevono.

Sunday, March 29, 2009

Oggi al PdL basta l'attore, domani ci vorrà anche il copione

La nascita ufficiale del PdL è stato un evento di per sé importante e positivo, sia per il centrodestra che per il sistema politico. E' innegabile. Dico "ufficiale", perché bisogna riconoscere che il PdL è nato già da molto tempo nelle urne. Gli apparati di FI e An non hanno fatto altro che registrare una situazione in cui distinguere i loro elettorati stava diventando sempre più difficile. E' anche per questo, e per la presenza di un leader indiscusso, che la fusione è riuscita meglio ai partiti del centrodestra che al Pd. Perché prima del partito era già nato, forse già dal 1994, un "popolo" di elettori che avevano in comune più denominatori.

Ma onestamente, al di là di questo, che noia, ragazzi! Capisco l'entusiasmo dei presenti alla Fiera di Roma per la "storicità" del momento, in questo nostro paese politicamente così avaro di emozioni. Però, chi ha potuto ascoltare i discorsi di Berlusconi a mente fredda, non può non aver percepito un qualcosa di inevitabilmente stantio e persino una minore verve retorica. E' ovvio che molti giovani non se ne sono potuti accorgere, ma molti dei concetti espressi, delle formule usate, a volte addirittura intere frasi - sono sicuro che lo riconosceranno anche i più entusiasti - sono sempre gli stessi da anni. Nei suoi due interventi Berlusconi si è sforzato di inquadrare una prospettiva di lungo periodo, ma senza riuscirvi. Nessuna filosofia politica dominante (ma una spolverata di tutto purché non riconducibile alla sinistra ex Pci), nessuna originale idea di partito, nessuna nuova visione a guidare l'azione di governo. Solo vecchi slogan e tanta, troppa, contingenza governativa. Al di là del ricorso a parole fin troppo abusate come "futuro" e "giovani", hanno prevalso le preoccupazioni del giorno per giorno. Insomma, i due discorsi di Berlusconi sono stati nel complesso deludenti e ripetitivi.

Rimane il fatto che Berlusconi ha innovato la politica, il linguaggio e il sistema politico, e io credo in senso positivo. Questo non potrà mai toglierlelo nessuno. Ma non ha saputo cambiare lo stato e l'Italia. E dubito che riuscirà a farlo ora, anche se non solo per colpa sua. Poteva esserci risparmiata, per esempio, la parola d'ordine - riesumata solo per questi megalo-eventi - della "rivoluzione liberale". Un abito che, come ha osservato Alberto Mingardi, su il Riformista, Berlusconi non ha mai davvero indossato.

Liberale un cazzo! Lo ha praticamente scritto un insospettabile come Vittorio Feltri, su Libero, riferendosi al «superilliberale Testamento biologico in cui è condensato il pensiero cupo dei cattolici d'ala fondamentalista; una straordinaria dimostrazione di intolleranza verso le opinioni dei laici sul cosiddetto fine-vita; un capolavoro di arroganza confessionale che si regge su questo concetto: noi credenti vogliamo morire fra atroci tormenti e pretendiamo che voi non credenti facciate altrettanto. Se il provvedimento, dopo l'esame della Camera, diventerà legge, l'Italia potrà vantare uno Stato etico più rigido di quelli islamici. Bella rivoluzione liberale». Ma il discorso si potrebbe allargare alle questioni di politica economica.

In Italia sono urgenti una riforma del governo e una della rappresentanza. Berlusconi ha sostenuto con forza la necessità di rafforzare i poteri del premier ma è stato vago sulla strada da intraprendere per rendere politicamente fattibile questo auspicabile risultato. Su questo è stato più concreto Fini, richiamando il premier alle sue responsabilità, cioè a percorrere la via delle riforme costituzionali anziché la scorciatoia dello scontro con le altre istituzioni, come la presidenza della Repubblica e il Parlamento. Ma nessuno è stato chiaro abbastanza nel merito. Per rafforzare sia il governo che il Parlamento, serve una vera separazione dei poteri, bisogna abbandonare l'istituto della fiducia e passare all'elezione diretta del premier o del presidente; per quanto riguarda la rappresentanza, però - tema che neanche Fini ha toccato - è urgente una legge elettorale al 100% uninominale. Ormai deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico e il referendum di giugno, sul quale Fini ha invitato il PdL a esprimersi, non risolverebbe questo specifico problema.

Fini ha lanciato la sua sfida anche sulla laicità, sostenendo la necessità di modificare alla Camera la legge sul testamento biologico appena passata al Senato. E dalle cronache pare che Berlusconi si sia espresso pubblicamente, dicendosi persino su questo tema d'accordo con Fini. Come già al Congresso di scioglimento di An, Fini ha pronunciato un discorso da leader di una destra moderna ed europea, pragmatica, sicuramente post-ideologica, per forza di cose moderata. Privo di populismi, il suo è stato un discorso da popolare e non da conservatore. Come spiegavo la settimana scorsa, ha finalmente capito che il PdL è per lui una grande, irripetibile, opportunità per emanciparsi da una storia politica troppo minoritaria per permettergli di puntare in alto. Nonostante divergenze politiche, di carattere, e vecchie ruggini, non remerà contro Berlusconi e lavorerà per il successo di questo partito così importante per le sue ambizioni. E questa è una grossa differenza rispetto al Pd, dove le seconde file lavorano costantemente contro il leader del momento.

Eppure, nemmeno Fini ha offerto nulla di particolarmente nuovo sul piano delle idee. Sì, certo, da liberale mi ha fatto piacere la sua presa di posizione sul testamento biologico e la laicità; così come la sua spinta per le riforme istituzionali. Ma c'è da stendere un velo pietoso, per esempio, sul consenso che è emerso un po' da tutti gli oratori - anche e soprattutto da Fini - sulla cosiddetta "economia sociale di mercato". Un concetto francamente troppo ambiguo, dove colpi di liberismo e colpi di dirigismo si alternano e si intrecciano, non si sa quanto per pragmatismo e quanto per opportunismo, per non dispiacere alle proprie clientele e, quando è il caso, colpire quelle degli avversari politici, o per nascondere le proprie debolezze e incompetenze. Fini è già proiettato nella lunghissima rincorsa alla leadership post-berlusconiana, ma francamente non è detto che gli basteranno questi suoi bei discorsi moderati e di buon senso, perché l'impressione - o la speranza - è che nella successione si possa saltare una generazione.

Oggi è inutile cercare di capire quale sia la cultura politica del PdL: è Berlusconi. Lui fa e disfa e in un certo senso è logico che sia così, perché bisogna riconoscere che giusto o sbagliato, i voti li ha sempre presi lui per tutti. Credo che nonostante la natura carismatica della sua leadership, il PdL ha buone possibilità di sopravvivergli. Ma dopo Berlusconi, il PdL dovrà camminare con le sue idee. E allora sì, avrà più importanza di quanta ne ha oggi la cultura politica con la quale si presenterà agli elettori. Nel frattempo, sono questi gli anni in cui i giovani leader dovranno seminare, perché tra qualche anno il nuovo non sia il già vecchio dei Bersani e dei Franceschini del PdL.

Ad oggi, però, ha ragione Luca Ricolfi: Pd e PdL «sono entrambi partiti conservatori di massa, che si differenziano fra loro essenzialmente per gli interessi verso cui hanno un occhio di riguardo».
Possiamo pensare che sia un male, perché l'Italia avrebbe bisogno d'innovazione più che di conservazione dell'esistente. Si può pensare anche, tuttavia, che la comune ispirazione conservatrice della destra e della sinistra non sia altro, in fondo, che l'espressione politica di quel che noi stessi siamo. Un popolo in cui l'aspirazione al cambiamento si manifesta a ondate improvvise, come ribellismo anarcoide, su un sottofondo costante, duraturo, pietroso fatto di particolarismo, di tenace attaccamento ai nostri interessi immediati, individuali e di gruppo. Se questo è ciò che siamo, non deve stupire che da noi le forze del cambiamento siano minoranza sia a destra sia a sinistra, e che alla fine della storia, dopo un quindicennio di seconda Repubblica, la competizione politica fondamentale sia diventata una sfida fra due conservatorismi. Diversi soltanto per le cose che vogliono conservare. Così, chi vuole un vero cambiamento non sa chi votare, e chi vuole votare non può aspettarsi un vero cambiamento.
Nella morsa di due statalismi, scrivevo qualche settimana fa. Berlusconi almeno parla di cambiamento, anche se non lo pratica, ma la sua fortuna è che non conta se e quanto lo pratichi davvero, perché tanto gli altri si arroccano a difesa dell'esistente. Oggi ci tiriamo su il morale dicendoci che tutto sommato l'Italia sta meno peggio di altri. Magra consolazione, e soprattutto tesi discutibile, ma quando la crisi finirà e gli altri ricominceranno a correre e a superarci, rimpiangeremo il tempo e le occasioni perdute oggi.
La nostra cultura politica resta, nonostante ogni velleità modernizzatrice, fondamentalmente figlia delle tre grandi ideologie del secolo scorso, il comunismo, il fascismo, il cattolicesimo. Oggi la patina ideologica si è ritirata quasi completamente, come un ghiacciaio sciolto dall'effetto serra, ma la scorza più dura - fatta di statalismo, dirigismo, paternalismo è ben in vista, e si sta anzi irrobustendo: la crisi economica aumenta la domanda di protezione e di tutela, mentre la libertà individuale sta diventando una sorta di bene di lusso, che viene dopo la sicurezza economica e personale.
Ebbene, chi rinuncia alla libertà economica e individuale per la sicurezza e la protezione sociale, non avrà né la prima né le seconde.

Tuesday, March 17, 2009

I paradossi di Tremonti e la rivincita degli statalisti

Come ha notato Panebianco nel suo editoriale sul Corriere di qualche giorno fa, c'è un gap - per fortuna - tra la «posizione culturale» di Tremonti e le sue «quotidiane decisioni» assunte da ministro dell'Economia. C'è coerenza, naturalmente, ma anche una certa distanza, dovuta forse a sano pragmatismo e ai vincoli esterni, tra il suo dire (il suo pensare) e il suo fare. Noi diciamo per fortuna, perché le sue idee su quale sia il migliore assetto, l'equilibrio più desiderabile, tra stato (sociale) e mercato, non le condividiamo, anche se la sua lettura della crisi è in parte condivisibile.

E' certamente vero che Tremonti «si è mosso fin qui con equilibrio, adottando una linea di azione che mira a tamponare gli aspetti più gravi della crisi tenendo però conto dei vincoli che gravano sul Paese a causa del debito pubblico. Ciò che l'opposizione giudica colpevole inazione sembra piuttosto il frutto di un calcolo in base al quale la massima prudenza è necessaria...». D'altra parte, questa cautela è condivisa anche da uno dei principali "avversari" di Tremonti, il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, che proprio oggi ha spiegato alla Commissione Finanze della Camera che interventi di stimolo o di protezione sociale che mettessero a rischio i conti pubblici finirebbero per danneggiare ancora di più sia l'economia che le condizioni dei più deboli.
In paesi come l'Italia, dove è alto il debito pubblico, interventi di breve periodo ampi e incisivi vanno compensati da misure strutturali che diano subito la certezza del riequilibrio del bilancio nel medio periodo. Allungare lo sguardo è essenziale: la sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo è fondamentale anche per assicurare l'efficacia delle politiche di breve.
Ed è una cautela, come abbiamo già osservato, condivisa anche a livello europeo. In un messaggio congiunto il presidente francese Sarkozy e la cancelliera tedesca Merkel hanno ricordato, sia alla presidenza di turno dell'Ue che e al presidente della Commissione europea Barroso, che «l'indebitamento pubblico eccessivo minaccia a lungo termine la stabilità globale» e che i paesi Ue dovranno «rinnovare l'impegno a tornare al più presto possibile agli obiettivi di bilancio di medio termine, conformemente al Patto e in sintonia con il risanamento dell'economia».

«Né sembra sbagliata - prosegue Panebianco - la tesi di Tremonti secondo cui una crisi mondiale da indebitamento ha poche probabilità di essere curata facendo ancor più debiti. Si tratta di un'implicita critica (condivisibile) alle scelte dell'amministrazione Obama e uno stop anticipato a chi vorrebbe, a casa nostra, fronteggiare la crisi dilatando ulteriormente il debito». Vedi le proposte di Franceschini e della Cgil.

Nella sua replica a Panebianco, il ministro Tremonti un po' ci tranquillizza un po' ci allarma. Ha ragione quando se la prende con una cattiva politica monetaria da parte delle autorità pubbliche, che hanno lasciato che le banche battessero la «loro moneta», «fondata sul debito», cioè «sul nulla», e lasciato quindi che la «moneta cattiva» sovrastasse quella «buona». Ma allora sarebbe il caso di ricordare che i liberisti più liberisti condividono questa lettura della crisi e sono da anni per il ritorno al Gold Standard. Ma basterebbe ad evitare le crisi?

Ancora, è persino ovvio, come dice Tremonti, che il mercato debba restare «dentro il quadrante del diritto». Non è vero però che «il mercato ha fallito» e che «nel durante della crisi e nel dopo della crisi è più probabile che la parte giusta sia quella del sociale». E non è vero soprattutto per l'Italia. Se in paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito si può discutere l'ipotesi che il pendolo abbia oscillato troppo verso il mercato, ciò non ha senso in Italia. «Nella nostra situazione, infatti, ciò che Tremonti chiama "mercatismo" ha goduto solo di un'effimera popolarità in tempi recenti. Noi veniamo da una tradizione di controllo statale sull'economia». E persino la nostra Costituzione - come ha fatto notare Alberto Mingardi, su il Riformista, a chi la ritiene immodificabile - è «antimercatista» e illiberale.

Basti pensare che l'uso dei prefetti per controllare l'attività di credito alle imprese delle banche troverebbe un appoggio costituzionale incontrovertibile nell'art. 47: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme» ma poi la stessa Repubblica «disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito». E qui si aprirebbe il dibattito sulla piena applicazione della Costituzione, di cui davvero non sentiamo alcun bisogno. Tra l'altro, continuiamo a non capire come mai l'abolizione dei prefetti, che Einaudi sosteneva già nel 1944, non faccia parte della battaglia federalista della Lega.

Ciò che più ci preoccupa è che la visione di Tremonti, «grazie al suo ruolo politico e istituzionale, è ormai un pezzo importante della "identità" del centrodestra». E temiamo, siccome ad oggi nel PdL nessuno sembra avere l'autorevolezza per contrastarla, che sia in grado nel medio-lungo periodo di produrre effetti molto negativi sulle idee di politica economica sia del PdL che, per riflesso, del Pd. Allora è possibile, come teme Panebianco, che una volta superata la crisi mondiale, «l'eredità lasciata al Paese consista più in un ritorno agli antichi vizi che nell'acquisizione di nuove virtù. Al di là e contro, certamente, le reali intenzioni di Tremonti». In sostanza, nella insperata rivincita degli statalisti nostrani.

Thursday, October 09, 2008

Una proposta: fuori i conti

«In Europa, dove ci vantiamo di avere una governance migliore di quella americana, le banche non sono al riparo dalla crisi», fa notare Francesco Giavazzi, oggi sul Corriere, in un editoriale che smonta il mito delle "regole". «La favoletta è ormai morta e sepolta», incalza Alberto Mingardi, su il Riformista. Quella «favoletta» secondo cui le regole europee sarebbero state «un efficace paracadute contro una crisi causata da un (preteso) eccesso di deregulation negli Stati Uniti»; la «favoletta» della «diversità europea (il conservatorismo europeo) contro il greed di Wall Street».

Ma «lo spirito d'emergenza trascinerà con sé tutto» e «nulla garantisce che decisioni prese per esorcizzare la paura producano gli effetti desiderati», avverte Mingardi, perché «la frenesia dei governi rallenta il "processo di scoperta" dei prezzi. Gli acquirenti privati si allontanano e hanno la tentazione di entrare in gioco soltanto con una (remunerativa) benedizione statale». I fondi di garanzia come calamita di "speculatori".

Vi è nota la mia avversione per l'intervento statale. Ma se statalismo dev'essere, che sia serio. Ieri sera il governo italiano ha annunciato un fondo di 20 miliardi di euro che il Tesoro potrà utilizzare per ricapitalizzare quelle banche a rischio di fallimento che non riuscissero a trovare sul mercato i capitali necessari. Ma lo Stato entrerebbe nella proprietà di queste banche sottoscrivendo «azioni privilegiate prive di diritto di voto». Ciò significa che proprietà, e probabilmente management, di quelle banche rimarrebbero invariati. I denari dei contribuenti non verrebbero "regalati" ma investiti - ed è già qualcosa - ma si derogherebbe pericolosamente a una delle regole fondamentali per il buon funzionamento del mercato: chi sbaglia, paga. Se vuole giocare, lo Stato giochi sul serio.

Riguardo il taglio dei tassi da parte della Fed e della Bce, osserva Mingardi, «se l'indebitamento di aziende e privati negli ultimi anni ha raggiunto livelli insostenibili a causa del tasso d'interesse troppo basso, qui stiamo dando metadone all'economia mondiale. Non cercando di disintossicarla».

Intanto, Alberto Bisin, Lakeside Capital e Phastidio.net propongono tutti la stessa soluzione: obbligare le banche ad aprire i libri contabili, in modo che si sappia chi ha commesso errori e di quale gravità, e l'erogazione di crediti possa riprendere tra chi non li ha commessi, o ne ha commessi meno. Perché di una soluzione apparentemente così semplice neanche si sente parlare? Phastidio.net individua un primo ostacolo:
«Da questa operazione-trasparenza i regolatori uscirebbero con le ossa rotte, e si avrebbe la definitiva conferma della loro cattura da parte dei regolati».
«Vi è una forte reticenza a rendere pubbliche tali informazioni e ad agire in base ad esse», osserva anche Michele Boldrin, su noiseFromAmeriKa:
«La ragione mi sembra chiara, anche se triste: rendere le informazioni pubbliche forzerebbe ad agire su di esse, portando al fallimento di alcune banche (non tutte, alcune). Le potenziali vittime non gradiscono, sperano di salvarsi ed il regolatore (parzialmente o totalmente catturato da un'industria che protegge se stessa) si adatta cercando di salvare tutte le banche. Pessima idea: solo alcune banche possono essere salvate, qualsiasi ipotesi sia vera. Tentare di salvare tutte le banche potrebbe portare alla distruzione del sistema nel suo complesso. Questo mi sembra il rischio, serio, che stiamo correndo. È necessario accettare che vi siano dei morti per evitare la strage...»
Con una efficace metafora Boldrin spiega come la crisi di fiducia tra gli istituti di credito, che potrebbe portare a una stretta creditizia anche per le imprese, e quindi causare una recessione, richieda un'operazione trasparenza:
«Il cavallo non intende bere perché teme che l'acqua sia avvelenata. L'unica soluzione, quindi, è convincere il cavallo, provandoglielo, che l'acqua avvelenata non è. Semplice no? Occorre far esaminare l'acqua e, mano a mano che arrivano i risultati, farli vedere ed intendere al cavallo, facendogli capire sia quale parte del ruscello non è avvelenata sia quale lo sia e come si intenda bonificarla».
Ciò che sta accadendo, conclude Boldrin, è che «un fatto reale relativamente piccolo (-500 miliardi in equities) ed una serie di segnali credibili e pessimisti da parte delle autorità politiche e monetarie, hanno convinto tutti di gettare al vento le aspettative ottimistiche e di assumere quelle super pessimistiche, portando l'economia su un nuovo sentiero di equilibrio, un sentiero da depressione».

Friday, September 19, 2008

Il libero mercato non è il problema, ma la soluzione

Il rischio del fallimento è essenziale per l'efficienza del sistema economico e non può essere azzerato da troppi salvataggi statali. L'ho scritto l'altro ieri. Seppure i salvataggi della Fed sono frutto di pragmatismo e non certo del cedimento all'ideologia statalista, non è chiaro se la discrezionalità esercitata dall'autorità pubblica sia nel lungo termine un bene o un male. Le banche centrali non devono pretendere di garantire la stabilità finanziaria. Il loro compito è la stabilità dei prezzi e, al massimo, cercare di impedire che l'instabilità finanziaria colpisca duramente l'economia reale. «Attribuire alla politica monetaria obiettivi aggiuntivi, come una responsabilità diretta per la stabilità finanziaria, rischierebbe di confondere le responsabilità, aumentare il moral hazard e creare un trade off laddove non esiste», ha spiegato il governatore Draghi.

Perché, come ha ricordato ieri Alberto Mingardi, su il Riformista, «la mole di informazioni da gestire per monitorare con pretese di efficacia l'andamento dei mercati è sterminata - e i mercati esistono precisamente per consentire l'uso più efficiente possibile di informazioni che sono disperse e localizzate». Per i fautori dell'interventismo, invece, «l'entrata in scena del regolatore ha sempre un profilo salvifico, il regolatore sa più e meglio, porta ordine nel caos del mercato».

I salvataggi hanno quindi l'effetto di «favorire indirettamente una condotta troppo rischiosa, evitando che i cocci si disperdano», e di «stimolare comportamenti opportunistici». L'intervento della Fed per Aig è una toppa che rischia di aprire «nuove voragini di dubbi sul reale stato del sistema», di «produrre disfunzioni di lungo periodo per garantire consenso immediato a una classe dirigente. Se il cancro che vediamo oggi è figlio delle metastasi di ieri, speriamo di non stare scambiando per una cura il germe della prossima, terribile malattia».

Innocenzo Cipolletta, su Il Sole24 Ore, non si rassegna al fatto che le colpe della crisi vengano addossate al libero mercato: «L'attuale crisi della finanza internazionale... non è il prodotto della tanto dannata globalizzazione, né di uno "sfrenato" libero mercato, ma deriva essenzialmente da azioni discrezionali delle autorità pubbliche».
«Sono state le autorità americane che, dopo l'11 settembre 2001, per ragioni politiche di tenuta nazionale, hanno avviato un'eccessiva espansione monetaria e fiscale, volta a fermare ad ogni costo la recessione che era già iniziata prima dell'attentato. Questa politica, seguita anche negli anni successivi, nonché la carenza di controlli che sono necessari proprio per far funzionare veramente il libero mercato, come ormai ammesso da tutti, hanno contribuito in larga misura a generare le bolle speculative all'origine delle crisi finanziarie attuali».
E qui arriva la strumentalizzazione politica della crisi da parte degli statalisti:
«Oggi, paradossalmente si giunge a ritenere normale e corretto l'arbitrio pubblico in economia per risolvere casi di crisi che, a loro volta, sono stati provocati proprio da azioni discrezionali dello Stato! In realtà c'è, specie in Italia, una tale voglia di tornare all'arbitrio pubblico e all'assistenza dello Stato che sono state salutate con sollievo ed entusiasmo le nazionalizzazioni americane e inglesi di alcuni istituti finanziari, fatte in circostanze ben diverse da quelle che si evocano nel nostro Paese per giustificare altri interventi. Si è inneggiato, questa volta sì con toni fondamentalisti, alla fine del libero mercato, perché si ha fretta di gettare alle ortiche le regole della concorrenza e quelle degli aiuti pubblici, al fine di rispolverare la liceità dell'intervento pubblico nei settori "strategici"».
All'origine della crisi ci sono politiche pubbliche sbagliate anche per Piero Ostellino:
«La crisi del 1929 e quella attuale si assomigliano almeno in una cosa: che a produrre entrambe è stata la Federal Reserve, cioè la massima autorità finanziaria pubblica. Nel '29, con una politica monetaria troppo restrittiva; oggi, con una politica monetaria opposta, troppo espansiva. In entrambi i casi, in base a un pregiudizio culturale e a un interesse politico. Il pregiudizio: che la politica monetaria sia una variabile politica, mentre a determinare il tasso di interesse (il costo del denaro) non dovrebbe essere, a proprio piacimento, un'autorità pubblica "esterna" (la Federal Reserve), ma dovrebbero essere le preferenze "interne" dei cittadini, che è, poi, la spontanea dinamica della domanda e dell'offerta di denaro (il mercato). L'interesse: tassi di interesse troppo alti o troppo bassi, e tenuti tali troppo a lungo, sono rispettivamente lo strumento attraverso il quale una moneta nazionale (il dollaro ieri) cerca di imporre la propria forza nel mondo e uno Stato indebitato (gli Usa oggi) riduce il servizio del debito. Che, infine, un eccesso di liquidità abbia finito (anche) col dare alla testa agli speculatori è un altro fatto incontrovertibile, come lo sarebbe rinchiudere in una cantina ben fornita di vino un bevitore di professione».

Tuesday, September 16, 2008

Il libero mercato è vivo e in mezzo a noi

Almeno una generazione di italiani ha girato il mondo come se Alitalia non fosse esistita

«Il fallimento, nel libero mercato, è la giusta sanzione che condiziona positivamente la condotta degli attori, e contribuisce a lenire il rischio di comportamenti opportunistici. Che si lasci cadere nell'abisso una grande banca d'affari come Lehman è una prova di maturità, proprio come non lo è, simmetricamente, considerare inconcepibile il fallimento di una compagnia aerea di medie dimensioni. Se, nella tragedia, possa essere un segnale persino incoraggiante, per ristabilire i corretti incentivi di mercato, lo sapremo solo fra un po'». Parole come al solito condivisibili, quelle di Alberto Mingardi su il Riformista di oggi.

I salvataggi a spese dello stato sono sempre un «azzardo», economico prima che «morale». Se gli operatori economici avvertono che «i costi vengono sostenuti dalla collettività», allora «possono sentirsi incentivati ad intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi».

C'è chi assistendo alla bancarotta della Lehman Brothers crederà di vedere la fine di un mondo, il fallimento del libero mercato e del capitalismo. "Finalmente", esclamerà tirandosi qualche sega (scusate la volgarità). Altri con un sorrisetto compiaciuto da professorini, alla Tremonti, osserveranno che il mercato da solo non basta, ci vuole l'intervento statale, o in modo più politicamente corretto "la" politica.

Eppure la bancarotta della Lehman Brothers non è il segno del fallimento, bensì del corretto funzionamento del libero mercato in un passaggio di crisi. Gli impiegati della Lehman non si arroccano nei loro uffici chiedendo l'intervento pubblico, come accadrebbe in Italia, ma raccolgono in uno scatolone i loro effetti personali e se ne vanno, pure con una certa fretta, che' nuove opportunità sono dinanzi a loro.

Anche la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo Usa ha galvanizzato politici e commentatori statalisti. Ma quanti sanno, e quanti hanno taciuto, che Fannie Mae e Freddie Mac erano colossi para-statali, e che la loro bancarotta è un fallimento non del libero mercato, bensì proprio di quel po' di interventismo statale e di politica sociale che c'è in America? A chi è capitato di leggere o ascoltare sui mainstream media le considerazioni di Marco Taradash?
«... sono nate da una scelta politica, per favorire la diffusione più ampia possibile della proprietà immobiliare negli Usa, con miliardi di dollari di linee di credito garantite dallo stato, tassi di credito di favore da parte della Fed, esenzione fiscale a livello statale e federale, e soprattutto, una garanzia di fatto assoluta di non fallire. L'effetto di questo sistema è la crisi finanziaria in corso da mesi. Freddie e Fannie sono state gestite irresponsabilmente, hanno diffuso irresponsabilità nell'intero sistema bancario americano, hanno fatto dilagare l'irresponsabilità fra i cittadini americani. Questi due istituti sono stati tenuti in vita artificialmente grazie a un enorme e costosissimo lavorio di lobby, grazie al loro essere una gallina dalle uova d'oro per decine di uomini politici, quasi tutti democratici, in attività o in pensione, e soprattutto, grazie ai falsi in bilancio».
Una versione confermata da Alberto Bisin, tra i pochi a raccontare la vera storia di Fannie Mae e Freddie Mac. Sebbene formalmente società private, si sono comportate come istituti para-statali:
«La loro origine è pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli anni '60, quando è stata privatizzata, e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli anni '70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l'anno. Ma soprattutto, l'origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta "implicita garanzia pubblica". Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti... Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio... Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia».
Ma che c'è di male, allora, a salvare Alitalia? Il fatto è che non si tratta di alcun «salvataggio», a ben vedere. Nazionalizzando i due colossi dei mutui il governo degli Stati Uniti ha di fatto evitato che un danno provocato nel corso dei decenni da sbagliate politiche pubbliche avesse effetti ancor più catastrofici su una crisi finanziaria che proprio la condotta irresponsabile delle para-statali Freddie e Fannie ha contribuito a innescare.

Il fallimento di Alitalia non avrebbe alcun contraccolpo sulla nostra economia. Ogni anno migliaia di lavoratori in Italia perdono il posto senza ricevere le attenzioni che stanno ricevendo i piloti della nostra compagnia di bandierina ed esiste almeno una intera generazione di italiani (diciamo chi ha avuto tra i 20 e i 30 anni negli anni '90 e 2000), che non ha mai neanche lontanamente immaginato di volare con Alitalia. Sarebbe potuta anche non esistere affatto, ma quelle generazioni avrebbero comunque girato l'Europa e il mondo a prezzi bassissimi come nessuna generazione prima di loro. In effetti il governo italiano non sta operando alcun «salvataggio», ma sta piuttosto garantendo «ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza», ha osservato Bisin.

Thursday, July 31, 2008

Fallisce Doha Round. Le nazioni tornano al protezionismo?

Alla fine il riflesso protezionista sembra aver contagiato Cina e India. E' anche per colpa dei due giganti asiatici, infatti, se il Doha Round si è arenato, come spiega oggi Alberto Mingardi su il Riformista. Un esito paradossale, «con le nazioni che beneficiano di manodopera low cost che temono Paesi tecnologicamente più avanzati» e proteggono i loro mercati dalle importazioni agricole americane.

Sempre il grano. Eppure, proprio l'abolizione dei dazi sul grano nell'Inghilterra del 1848 «fu uno dei pochi punti mai segnati a favore del libero scambio» e si rivelò una delle spinte più formidabili allo sviluppo dell'economia dell'epoca. Anche oggi l'abolizione dei dazi sul grano potrebbe produrre gli stessi benefici effetti, ma stavolta su scala planetaria, aiutando il libero scambio a dare impulso a una crescita economica globale.

Certo, osserva Mingardi, «se le pretese dell'Occidente a vantaggio delle proprie clientele di agricoltori fossero state più leggere, nel 2003 e nel 2005, non saremmo a questo punto. E non avremmo legittimato, col nostro, il protezionismo degli altri».

Il guaio è che i negoziati del Wto non sono guidati dalle valutazioni degli economisti, quanto piuttosto da una casta di "mercantilisti illuminati", come li ha definiti Paul Krugman. «Politica, non mercato». I riflessi protezionistici prevalgono laddove la politica fa valere le sue logiche e non quelle funzionali del mercato.

A questo punto, potrebbe aprirsi lo spazio per l'idea tremontiana di una nuova Bretton Woods. Che sia però nuova, non una Bretton Woods al contrario.

Thursday, July 17, 2008

Tagli alla spesa, ricomincia il piagnisteo bipartisan

Ciò che più mi allarma di Tremonti, come ho scritto qualche giorno fa, è la sua tendenza a guardare oltre confine, quasi che sul fronte interno ci sia poco da fare, oltre a rispettare i vincoli di bilancio, e che sul fronte esterno, nella lotta contro la "speculazione", si decida il nostro futuro economico. La crisi internazionale è seria e figurarsi se voglio negare il carattere interdipendente dell'economia globalizzata. Tuttavia, l'Italia, per la sua arretratezza, ha molti margini di miglioramento, persino in una situazione di crisi. Faremmo bene quindi a guardare più al nostro interno che ai massimi sistemi. Il nostro "male", prim'ancora che nella speculazione, è nello Stato. Mentre Tremonti sembra rassegnato al fatto che tutto si giochi fuori dall'Italia, a me pare che la partita più importante si giochi dentro.

Dovremmo smetterla però con un vecchio vizio che vedo riaffiorare sia nell'opposizione che nella maggioranza. Ci riempiamo tutti la bocca della necessità di tagliare la spesa. Poi, quando da qualche parte si comincia, ci stracciamo le vesti. Gli operatori del settore protestano e i leader dell'opposizione, Veltroni in testa, irresponsabilmente si accodano. Sulla sanità e sulla sicurezza hanno torto Formigoni e i sindacati di polizia. Ma chi l'ha detto che per migliorare un servizio servono più soldi? Che non si possa persino migliorare diminuendo i costi? E che ai tagli alle voci di spesa debbano per forza corrispondere meno servizi per i cittadini?

Proprio riguardo la sanità e la sicurezza tutti i dati - numero di addetti e bilanci - parlano chiaro: spendiamo di più, ma peggio, di molti Paesi europei. Più spesa uguale più servizi e servizi migliori, è questa la scriteriata logica che ha trainato verso l'alto la spesa pubblica e gonfiato il debito nel nostro Paese. Il compito dei ministri - e dei governatori - non è chiedere più soldi (troppo facile!), ma far funzionare la macchina con il minimo della spesa. La sfida è utilizzare in modo più efficiente le risorse che si hanno. C'è qualcuno che ai livelli di spesa in cui siamo ha forse il coraggio di sostenere che non ci siano i margini? Ricordo che in un suo articolo Ricolfi aveva addirittura parlato di 80 miliardi l'anno di sprechi. Nella sanità la "responsabilizzazione del singolo cittadino-paziente", come scrive Mingardi, per esempio rimborsando i cittadini anziché le strutture convenzionate, sarebbe elementare buon senso.

Wednesday, July 16, 2008

Il petrolio giù di 14 dollari non è una notizia?

Oltre a fornire una esauriente spiegazione sul ruolo degli «odiati speculatori» nei mercati - «contribuiscono a stabilizzare il mercato comprando quando il prezzo è basso (rendendolo così meno basso) e vendendo quando il loro prezzo è alto, contribuendo a calmierarlo» - nel suo editoriale di oggi, su il Riformista, Alberto Mingardi esprime lo stesso concetto che in qualche modo avevo tentato di esprimere in questo post: «L'Italia della crescita zero è almeno in parte altra cosa, rispetto a questo scenario» (il fallimento delle banche Usa, la crisi internazionale).
«Non abbiamo fatto le riforme di cui avevamo bisogno, e ora nemmeno si parla più, di farle. Abbiamo tasse troppo alte e regole troppo complesse, che non incentivano chi ha voglia di fare. Sarebbe il momento di usare le comprensibili paure degli italiani, per svoltare e riattivare il circuito virtuoso della creazione di ricchezza sulla base di un patto più equo, fra Stato e individuo. Sarebbe il momento del coraggio. Sarebbe».
Sempre oggi, su la Repubblica, il re saudita Abdullah ha scaricato sulla speculazione le colpe dell'aumento dei prezzi del petrolio, puntando l'indice sull'«avidità speculativa di certi personaggi, di certe imprese», che «hanno sfruttato il rialzo delle quotazioni del greggio per accumulare ricchezze, per avvantaggiarsene personalmente». Ma il re saudita è naturalmente parte in causa, interessatissima, visto che il suo regno è il primo produttore mondiale. «La speculazione (cioè l'attività finanziaria) - spiega Carlo Stagnaro in un breve commento su Il Foglio.it - dà probabilmente un contributo a trainare verso l'alto i prezzi. Però ciò è possibile oggi, mentre non lo era dieci anni fa, perché il margine tra domanda e offerta si è fatto stretto. Cioè, perché si è indebolito il paese che fino ad allora era stato il cardine dei mercati globali grazie al suo ruolo di "swing producer", ossia di produttore di ultima istanza che, modulando il suo output, ammorbidiva gli shock. Questo, però, il sovrano arabo non può ammetterlo senza riconoscere che Riad ha un grave problema di sottoinvestimenti, e che dunque si trova nella spiacevole condizione di non più governare, ma subire, i mercati. Questo è il classico caso in cui occorre concentrarsi sul dito anziché sulla luna. La speculazione è un perfetto spauracchio per giocare – mai espressione fu più appropriata – il gioco dello scaricabarile».

Intanto, tra ieri e oggi il prezzo del petrolio ha subito una decisa inversione di tendenza. Da 147 dollari al barile a 133 (qui Phastidio.net spiega tecnicamente ciò che è accaduto). Il fatto strano è che giornali, siti on line e televisioni, che strillano al nuovo record ad ogni aumento di uno o due dollari, stanno tuttora ignorando un calo dei prezzi del greggio di ben 14 dollari (circa il 10%) in 48 ore. Non è forse una notizia da sparare su tutte le prime pagine (on line e stampate) e nei titoli dei notiziari televisivi?

Friday, July 04, 2008

Tremonti e quel suo pregiudizio di sinistra sul mercato

Il ragionamento di Giavazzi di oggi si basa su una premessa: che sia aumentato - addirittura del 150% in un anno - il prezzo «reale» del petrolio (cioè «quante ore dobbiamo lavorare per acquistarne un barile»). Ciò per Giavazzi escluderebbe la speculazione tra le possibili cause.

Premetto di non essere esperto di economia e di finanza internazionale, ma a me la frase risulta un po' ambigua. A cosa si riferiva Giavazzi? Ai costi di estrazione, oppure a una crescita della domanda, che obbligherebbe a lavorare di più per l'acquisto di un barile? Oppure semplicemente al prezzo dei carburanti alla pompa?

Credo sia stato opportuno da parte della Bce alzare il tasso di interesse e, come Giavazzi, non solo ritengo che l'attuale crisi petrolifera abbia «poco a che vedere con la globalizzazione», ma anche che la globalizzazione, «che in vent'anni ha consentito a un miliardo di persone di uscire dalla povertà e iniziare a consumare», semmai «attenuerà la recessione».

Tuttavia, non escluderei che l'impennata del prezzo del greggio sia dovuta alla speculazione. A quanto mi risulta i costi di estrazione rimangono bassissimi e la domanda è cresciuta, ma non tanto, evidentemente, se i Paesi produttori si rifiutano di aumentare la produzione. Un aumento del prezzo del petrolio dovuto a maggiori costi di estrazione o ad una crescita della domanda sarebbe, credo, più graduale. La dinamica dei prezzi di questi mesi, invece, somiglia di più a un'impennata, per lo più dovuta alla debolezza del dollaro e alla speculazione. D'altra parte, non dobbiamo scordarci che il petrolio è un bene particolarmente esposto alla speculazione, essendo a domanda rigida.

Ma l'editoriale di Giavazzi nasconde in realtà un intento polemico nei confronti del ministro Tremonti, il quale attribuisce la crisi proprio alla globalizzazione e alla speculazione. E' sbagliato assolvere del tutto la speculazione, così come è ingenuo da parte del ministro vedervi un malvagio complotto ordito da un ristretto e oscuro gruppo di finanzieri e tecnocrati.

Questa visione "manichea" del mondo della finanza dimostra una scarsa dimestichezza con i mercati e una scarsa conoscenza dei loro meccanismi di funzionamento. La speculazione non è qualcosa di organizzato a tavolino da poche diaboliche menti, ma è il comportamento spontaneo di migliaia di singoli attori economici che investono i propri fondi in operazioni dove ritengono di poter massimizzare i guadagni minimizzando tempi e rischi, agendo per lo più su beni la cui domanda è rigida.

Tremonti, osserva anche Alberto Mingardi su il Riformista di oggi, tende a «personalizzare, indicandone mandanti ed esecutori in un ristretto gruppo di tecnocrati, persino il processo di globalizzazione». Pare che Henry Paulson al G8 abbia addirittura «ridicolizzato la crociata» tremontiana contro la speculazione sui «barili di carta».

Nel suo commento Mingardi cita il libro "Free Trade Nation", in cui l'autore, Frank Trentmann, annota che chi oggi si oppone alla globalizzazione in realtà attacca «un sistema di scambi globale che è stato costruito da una precedente generazione di consumatori e di progressisti», per i quali esso era sostanzialmente «a democratic ticket for the excluded».

«Parliamo di globalizzazione - riflette Mingardi - come se non fosse un processo che riguarda giorno dopo giorno, ora dopo ora, miliardi di persone che ne costituiscono non gli ingranaggi, ma gli attori. È questo il motivo per cui è più facile che sia Tremonti, e non Draghi, a intercettare simpatie. Viene facile attaccare la globalizzazione come artefatto di una "tecnocrazia internazionale", quanto sarebbe impossibile prenderla di petto per quello che è: una trama di relazioni sociali».

Tremonti ha questo riflesso, o pregiudizio, tipicamente della sinistra comunista e socialdemocratica. Del mercato non sopporta, non riesce letteralmente a concepire, l'imperscrutabilità. Lo vorrebbe prevedibile (programmabile) come un'equazione, mentre essendo una trama di relazioni umane incoercibili contiene in sé un insopprimibile quid di irrazionalità e spontaneità, dimostrandosi al tempo stesso lo strumento più efficiente e razionale a disposizione degli uomini per produrre e scambiarsi beni. E' più facile farsi una ragione dei momenti di crisi denunciando l'"untore", intravedendo una sorta di "demone" interno al mercato, gli animal spirits di keynesiana memoria, che sarebbe compito dei governi incatenare. Peccato che siano proprio questi animal spirits il motore del mercato e del benessere.

Tuesday, July 01, 2008

Sotto la Robin Hood tax un iceberg di tagli

Tito Boeri è stato insieme a Giavazzi tra i più implacabili economisti di sinistra nel criticare la politica economica del precedente governo. E' comprensibile che oggi, nei confronti di Tremonti, non voglia essere da meno, ma a nostro avviso incorre in un eccesso di zelo. Ieri, nel suo intervento su la Repubblica, definiva la Robin Hood tax «un'operazione di marketing dell'ennesimo incremento della pressione fiscale». A noi la Robin Hood tax non piace affatto, l'abbiamo scritto subito, proprio perché anche noi pensiamo che i petrolieri compenseranno i minori guadagni percepiti attraverso aumenti dei prezzi dei carburanti di cui i consumatori non avranno neanche la percezione.

Mettere però sullo stesso piano i due governi, Prodi e Berlusconi, per quanto riguarda la tendenza all'aumento della pressione fiscale, mi sembra davvero troppo. Innanzitutto, perché la manovra prevede comunque un taglio dell'Iva sui carburanti, in caso di aumento dei prezzi. Poi bisognerebbe per lo meno ricordarsi dell'abolizione dell'Ici sulla prima casa e della detassazione degli straordinari.

«Ma perché nessun governo prova a risanare i conti pubblici tagliando le spese, anziché aumentando le tasse?». Qui Boeri fa il birichino, finge di non vedere che la Robin Hood tax è la punta sotto cui si nasconde un iceberg di tagli alla spesa che il precedente governo Prodi non si è mai azzardato neanche solo di immaginare. Da liberisti avremmo voluto vedere un programma di tagli fiscali già nella manovra triennale presentata, ma se non ci sono è proprio perché Tremonti ha preferito non rischiare e acquisire prima di tutto i tagli alla spesa. Si può contestare al ministro l'assenza di uno «shock», come ha fatto giorni fa Alberto Mingardi, ma non che non ci sia il tentativo di tagliare la spesa.

E rispetto alle premesse colbertiste e "no global" del bestseller elettorale tremontiano, ci saremmo potuti aspettare di peggio. Invece troviamo, per esempio, le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, una bella spinta per liberarci del "socialismo municipale" e aggredire la spesa pubblica laddove tende a nascondersi, cioè negli enti locali.

Bisogna ipotizzare che Boeri di questi tempi si sia distratto. Fa bene a ricordare che «la spesa per studente in Italia è la quarta più alta tra i paesi Ocse» e che «ciononostante i rendimenti dell'istruzione sono da noi molto più bassi che altrove». Dimentica però le linee programmatiche del ministro Gelmini, che vuole tagliare 150 mila dei 990 mila operatori della scuola (tra insegnanti, amministrativi e bidelli) e introdurre il merito e la competizione tra istituti, basata su una stringente valutazione dei risultati; così come dimentica l'agguerrito Brunetta, che vuole riformare la pubblica amministrazione e il pubblico impiego, che ha fatto inserire nella manovra la privatizzazione delle case popolari.

Siamo ancora all'esposizione dei programmi, nulla di fatto, ma proprio non si può affermare che il governo non abbia annunciato tagli alla spesa e non si possono ignorare impegni mai presi finora da nessun governo in delicati settori come pubblico impiego, scuola, sanità e giustizia. I propositi fin qui espressi da ministri come Brunetta, Gelmini e Sacconi non li ho mai sentiti da nessun altro ministro. L'importante è che quelle cose si realizzino. Ora viene il difficile.

Friday, May 30, 2008

Il governo ha un centravanti liberista. Lo sostenga

Se il futuro dell'Italia dipende dal binomio spesa pubblica-tasse, se insomma tutti i nodi da sciogliere riguardano la pesantezza dello Stato, la partita che ha cominciato a giocare Renato Brunetta alla Funzione pubblica, per una riforma profonda e meritocratica della pubblica amministrazione, è quella forse più importante nei prossimi cinque anni, come ha intuito Alberto Mingardi, su il Riformista: «... la partita che gioca Brunetta ha una salienza se possibile maggiore di quella che appare. Sulla riforma della pubblica amministrazione, si vedrà quanto è un mito, e quanto invece triste realtà, l'ipotesi di lavoro della irriformabilità dell'Italia. Non c'è settore in cui il cancro italiano sia pronunciato e grave quanto la pubblica amministrazione. La malattia dell'Italia è lo Stato. E purtroppo non è da altrove rispetto allo Stato che possa cominciare la guarigione».

Il piano Brunetta prevede un risparmio di ben 40 miliardi nel quinquennio, otto l'anno, mediante il blocco quasi totale del turnover, la compressione delle assunzioni di precari, l'eliminazione di enti non necessari, la trasformazione di enti pubblici in società per azioni, con il conseguente snellimento dell'organico, mediante la sostituzione di personale a orario unico con personale che fa orari ordinari e straordinari veri, e la vendita di immobili che non servono più. Spendere meno, quindi, ma migliorare i servizi, conducendo una campagna contro i "fannulloni". Centrali saranno a nostro avviso gli strumenti per misurare il lavoro svolto e la responsabilizzazione dei manager.

A questo punto, conclude giustamente Il Foglio, dipenderà dal governo e dal ministro dell'Economia Tremonti. La vera svolta ci sarà se il provvedimento di anticipo della Finanziaria, previsto per giugno, conterrà il "piano Brunetta", le privatizzazioni e le liberalizzazioni degli enti e società pubbliche municipali. Sarebbe così realistico puntare al pareggio di bilancio e a una cospicua riduzione delle tasse.

Sul "piano Brunetta" i sindacati si sono divisi. Cisl e Uil trattano, la Cgil si fa prendere dalla tentazione di mettersi all'opposizione pregiudiziale, come nella legislatura 2001-2006, non accorgendosi però che opponendosi a una riforma della pubblica amministrazione avrebbe tutto il Paese contro. La gente non ne può più della burocrazia inefficiente e intoccabile.

«La sostanza - osservava Dario Di Vico sul Corriere - è che anche per quanto riguarda il pubblico impiego la Cgil sceglie per sé la parte del freno, carica sui suoi iscritti la responsabilità di ostacolare il percorso di modernizzazione ideato da Brunetta ma che riflette idee ed elaborazioni largamente presenti nei gruppi dirigenti del Pdl e del Pd». Ancora una volta la Cgil si dimostra in ritardo «nel capire lo spirito del tempo. Non è più aria di riproporre la ritualità di ieri e dell'altro ieri, la maggioranza degli italiani — e non solo quelli che hanno votato per Silvio Berlusconi — chiede servizi pubblici allineati agli standard europei e non sopporta più regimi di privilegio e tutele "rafforzate" per gli statali». Tra l'altro, l'esperienza sulle barricate del quinquennio 2001-2006 «non ha aiutato il centrosinistra a maturare una cultura di governo, ha alimentato l'illusione che si potesse ripartire da un cartello di "No"».

Thursday, May 15, 2008

Se si pianifica non è globalizzazione

Su il Riformista di oggi appare un commento del tutto condivisibile, nel quale Alberto Mingardi osserva come il forum "Società aperta" Bocconi/Corriere, considerato non a torto uno dei luoghi di elaborazione del pensiero global e liberista, tuttavia riveli anch'esso, indirettamente, le difficoltà della cultura di mercato nel nostro paese.

«Con il mercato, il difficile, il vero salto logico, sta nel comprenderlo prima ancora di accettarlo», avverte Mingardi. «Non è uno "strumento" né una "politica", ma un insieme sterminato e inestricabile di libere interazioni fra individui e imprese». E' realtà, aggiungiamo noi, allo stato puro e dinamico, vita vissuta da ciascun individuo. E la globalizzazione non è che «un'estensione di scala delle relazioni di mercato», consentita dalla tecnologia e dalle comunicazioni.

«La globalizzazione è un groviglio di scambi, non un'agenda di riforme» e per questo Mingardi, come noi, è rimasto basito quando ha letto sul Corriere che «dalla globalizzazione non si torna indietro, ma va pianificata e regolata». Ma la globalizzazione nasce come prospettiva proprio quando tramonta come ipotesi realistica e sostenibile la presunzione di poter pianificare le economie, di qualsiasi scala.
«La pianificazione fallisce per la sua "presunzione fatale". Nessuno può, dal centro, conoscere la realtà particolare e locale della vita economica, tanto bene quanto chi la affronta in prima persona».
Nei «globalizzatori che vogliono pianificare il mondo» Mingardi intravede qualcosa d'altro: «l'antica malattia degli intellettuali».
«Il pianificatore è l'erede moderno del filosofo re. Non vorremmo che la risposta ai protezionisti stesse in una variazione tecnocratica sul tema del paternalismo. Perché la lotta fra chi promette agli elettori "protezione" dei loro interessi immediati, e chi si nomina aruspice dei loro interessi futuri, vede un solo sconfitto sicuro: la libertà».

Thursday, April 24, 2008

Era meglio Air France subito, ma mi sbagliavo: la cordata c'è

Dalla qualità del partner internazionale cui Alitalia finirà dovrà essere giudicato l'operato del Governo Berlusconi nella vicenda

Al di là di quanto possa rivelarsi comprensiva la Commissione Ue, non c'è dubbio che ha ragione il Wall Street Journal: il prestito-ponte di 300 milioni concesso dal governo ad Alitalia è un aiuto di stato. I sindacati hanno fatto fuggire i francesi, trovando però in Berlusconi, che manifestava apertamente la sua contrarietà alla loro offerta, definita «irricevibile», una sponda politica importante.

Come commentava ieri Alberto Mingardi, su il Riformista, «una volta di più ce l'abbiamo messa tutta per far capire al mondo le difficoltà di fare affari in Italia».

«La politica è un crocevia obbligato. L'esecutivo uscente ha tutto il diritto di biasimare le "dichiarazioni irresponsabili" della ex opposizione: ma si farebbe fin troppo in fretta a ricordare i casi Autostrade-Abertis e Telecom-AT&T. Entrambe le volte Prodi era riuscito in qualcosa di più grave che non cedere un asset pubblico a un compratore sgradito: aveva reso impossibile ai loro proprietari di disporre liberamente di due realtà ormai privatizzate. L'immagine dell'Italia ne è uscita come sappiamo».
Continuo a pensare che avremmo dovuto svendere, e di corsa, Alitalia ad Air France. E questo a prescindere dalle condizioni offerte dai franco-olandesi. La compagnia è di fatto in fallimento, ha un valore prossimo allo zero, e quindi tutto ciò che potevamo chiedere (e che Spinetta era disposto a concedere) era la conservazione del marchio Alitalia. Bisognava svendere ad Air France soprattutto perché sarebbe stata la soluzione migliore, più rapida, di maggior prestigio e dalle prospettive di sviluppo più promettenti per l'azienda e i lavoratori.

Nel valutare l'offerta, infatti, non bisognava soffermarsi sul prezzo d'acquisto (che comunque difficilmente verrà eguagliato dai prossimi compratori), ma sul piano industriale e sull'affidabilità dell'acquirente. Con Air France saremmo entrati nel primo gruppo aereo al mondo. Era l'unica cosa che contava davvero e ieri Franco Locatelli, sul Sole 24 Ore, l'ha spiegato bene.

I criteri da seguire erano soprattutto il modello di business e la qualità del partner industriale. Sul primo aspetto, spiegava, «nell'evoluzione della moderna industria del trasporto aereo ci sono tre soli modelli di business vincenti: quello delle compagnie low cost, quello delle grandi alleanze internazionali e quello delle compagnie regionali». Nessuna «quarta via». In Europa nessuna compagnia nazionale che punti a operare su scala internazionale riesce a fare profitti e a stare sul mercato con le sue sole gambe. Da sola una compagnia nazionale può solo buttarsi sul low cost o al massimo accontentarsi di diventare un operatore regionale.

Oggi «soltanto l'ingresso in una grande alleanza internazionale può permettere ad Alitalia il raggiungimento della massa critica necessaria» per svolgere un ruolo di primo piano nel trasporto aereo mondiale. Dunque, «l'idea che possa bastare una cordata nazionale ad assicurare un futuro di lunga durata, stabile e profittevole, per Alitalia è pura illusione». Il problema quindi non è quello di trovare imprenditori italiani volonterosi o banche amiche, ma un «partner industriale efficiente, esperto e disponibile a imbarcarsi in un'avventura ad alto rischio... Più ancora di nuovi capitali, che a breve sono certamente necessari, all'Alitalia serve una gestione manageriale finalmente libera dai troppi vincoli politici e sindacali che l'hanno sempre soffocata fino ad affossarla e che solo un'alleanza internazionale può garantire». Siccome oltre ad Air France non se ne vedono molte in giro che fanno al caso nostro, provocare il ritiro della sua offerta non è stata una mossa geniale.

Già, ma adesso? Adesso non credo che Berlusconi pensi seriamente ad Aeroflot come partner industriale: trasporta un terzo dei viaggiatori di Alitalia, possiede aerei ancora più decrepiti, il record di incidenti e di piloti ubriachi. E una privatizzazione a una compagnia statale straniera suona ridicola.

Non credevo che la fantomatica cordata italiana ci fosse davvero. Invece, devo ammettere che con ogni probabilità ci sarà. Anche se continuo a ritenere che sarebbe stato più saggio e molto più semplice svendere ai francesi, devo ammettere anche che il tentativo Ermolli-Letta sembra, dalle notizie che trapelano, più serio di quanto si pensasse. L'ipotesi che si fa strada non è quella di lasciare Alitalia a una cordata di imprenditori (Ligresti e Tronchetti Provera) e banche (Intesa-San Paolo) senza alcuna esperienza nel settore, oppure al massimo ricorrendo a una fusione con AirOne di Toto.

No, il piano è rischioso ma sembra diverso. Lo stesso Oscar Giannino, che da «liberista da anni ripete che occorreva commissariarla», fa notare che «la cordata italiana è qualcosa che nella testa del premier, come di Gianni Letta o di Bruno Ermolli... è di molto diversa da come sinistra e scettici la dipingono». Nessuno di coloro che ne farà parte è «scemo», scrive Giannino: «Sanno che il traffico aereo va gestito da esperti del settore, e in una modularità complementare a una rete e a una flotta integrata nei grandi flussi e nelle grandi alleanze internazionali».

La cordata italiana, dunque, servirà per una ricapitalizzazione (700 milioni-1 miliardo di euro tra imprenditori, banche e AirOne) che consenta alla compagnia di superare lo stato di insolvenza e operare i tagli dolorosi cui accennava Berlusconi. Solo dopo, in una seconda fase, si aprirà la porta al partner estero, dinanzi al quale Alitalia potrebbe presentarsi in condizioni migliori per trattare con pari dignità un'integrazione internazionale.

«Prima o poi una soluzione per Alitalia si troverà, ma il metro di paragone di Air France-Klm resterà», avvertiva ieri Locatelli: «La nuova offerta sarà davvero migliore di quella franco-olandese? Ma migliore per chi? Per i soli dipendenti o anche per i consumatori e per i contribuenti?». La nostra impressione è che sarà certamente inferiore o uguale dal punto di vista del prezzo di acquisto e dei tagli; e che difficilmente la qualità del partner industriale sarà paragonabile al livello di Air France: Lufthansa, British, o qualche compagnia americana (con l'apertura dei corridoi atlantici e gli accordi Open Skies) sono le uniche alternative valide. Al di fuori di queste Alitalia ha solo da rimetterci e la politica avrà fallito di nuovo. E' dal nome del partner internazionale cui verrà venduta Alitalia che potremo dare un giudizio conclusivo sull'operato del governo Berlusconi in questa vicenda.

Friday, April 04, 2008

Il "giorno nero" dei sindacati e il "nuovo Fanfani"

E' stato il «giorno nero dei sindacati», come l'ha definito Piero Ostellino sul Corriere. Non solo perché la loro premeditata rottura delle trattative con Air France «è la plastica rappresentazione del fallimento del nostro sistema di relazioni industriali». Per anni, infatti, «in nome dell'occupazione, avevano retto la coda al malcostume politico di gonfiare gli organici della compagnia di bandiera per ragioni clientelari. Il malcostume politico aveva retto la coda ai sindacati pompando soldi dei contribuenti nell'azienda per tenerli buoni». I sindacati «hanno offerto lo spettacolo di un tasso di litigiosità e di un livello di divisioni fra loro, nonché di inadeguata capacità decisionale, davvero mortificante. Ma se la variabile occupazione non ubbidisce alle logiche di impresa, le aziende falliscono...».

Un «giorno nero dei sindacati» anche perché appare sempre più chiaro che molti lavoratori di Alitalia, forse una maggioranza silenziosa, è a favore della vendita ad Air France, l'unica in grado di garantire un futuro di primo piano alle loro professionalità. In 400 hanno manifestato per questa soluzione, hanno dato vita a un "comitato pro Air France", alcuni hanno iniziato uno sciopero della fame. Epifani, Bonanni e Angeletti dovrebbero dimettersi. Da tempo l'Istituto Bruno Leoni propone un referendum tra i lavoratori, ma - chissà perché - questa volta i sindacati non vi ricorrono.

Intanto, dopo l'editoriale di qualche giorno fa, il Wall Street Journal sbeffeggia la posizione di Berlusconi su Alitalia, titolando un altro commento sul tema «Air Silvio». «E' raro per un politico innescare una grave crisi prima ancora che abbia vinto le elezioni. E' quello che Silvio Berlusconi ha fatto con Alitalia. Se, come sembra, fra dieci giorni otterrà il suo terzo mandato come premier, Berlusconi si sarà meritato qualsiasi sofferenza che dovesse venirgli dalla compagnia di bandiera italiana... che perde un milione di euro al giorno e, se non sarà ristrutturata, potrebbe non arrivare all'estate prossima».

Gli stessi sindacati, ragiona il WSJ, «non avrebbero avuto tanto margine di manovra se non fossero stati sostenuti da Berlusconi, che ha apertamente osteggiato la proposta franco-olandese, facendo leva sull'orgoglio nazionale italiano». E fa notare che «chiunque sarà il prossimo premier italiano non avrà molto spazio di manovra poiché l'Ue ha ribadito che non consentirà nuovi salvataggi da parte del governo», mentre «la soluzione italiana» per cui spinge Berlusconi «non sembra avere spessore, poiché l'Eni, il colosso energetico da lui evocato, ha smentito di avere interesse nella compagnia». Forse, azzarda il WSJ - il piano di Berlusconi è invitare di nuovo l'Air France-KLM al tavolo negoziale, bypassando i sindacati, una volta che egli fosse capo del governo. Altrimenti l'Alitalia avrà bisogno di un prete che le impartisca i sacramenti dei moribondi».

Scrive invece il Financial Times:
«Il punto è se data la situazione l'Alitalia può essere ancora salvata. Se ciò avverrà sarà probabilmente la prova dell'intervento di un esorcista o di un miracolo... Perché è chiaro a tutti che l'Alitalia ha ormai raggiunto la fine della pista. Il governo uscente ha di fronte tre sgradevoli opzioni: come hanno fatto precedenti governi, potrebbe tentare di salvare la società, ingaggiando per questo una lunga battaglia con Bruxelles, che non ammette altri interventi statali per mantenere operativa la compagnia; oppure potrebbe semplicemente lasciarla precipitare e bruciare o, terza possibilità, adottare una soluzione "tipo Parmalat" e mettere la compagnia sotto amministrazione controlata. A quel punto, sarebbe necessaria una importante ristrutturazione, mediante l'intervento delle banche e di partner industriali. Tra questi potrebbe esserci Air One, così come Lufthansa e, forse, persino Air France».
Sulla triplice responsabilità Governo-Sindacati-Berlusconi si concentra il commento di Alberto Mingardi, su il Riformista: «... di una cosa ormai siamo certi: l'Alitalia è profondamente italiana. Perché italiano, nella connotazione più pregiudizialmente deteriore, è stato il concatenarsi di passi falsi che ci ha portato allo stop dei sindacati e poi alla mezza retromarcia di ieri».

La vicenda di Alitalia, sottolinea Mingardi, «è emblematica della rivoluzione del Cavaliere».
«Il quale si diverte a recitare tutte le parti in commedia: un giorno promette lotta dura all'evasione fiscale, quello dopo giustifica la resistenza ad aliquote troppo alte. Confermando che la sua agenda è molto diversa dal passato. Il nodo irrisolto del nostro Paese è l'incapacità dei ceti dinamici e produttivi di trovare adeguata rappresentanza politica. Fra tutti coloro che si sono acconciati a fornirgliela, Berlusconi è l'unico sempre in grado di sintonizzarsi col proprio elettorato. Storicamente, biograficamente, retoricamente, lui è l'Italia operosa. E ne ha consolidato le domande, con non troppa coerenza ma molta efficacia. Per anni, il barometro meglio tarato su che cosa pensasse il Paese erano i discorsi di Silvio Berlusconi. Il problema è che ora sembra che le speranze di quel pezzo d'Italia si siano talmente affievolite, da non farsi più neanche registrare nelle promesse berlusconiane».
Forza Italia, ricorda Mingardi, debutta «nell'emergenza» promettendo una "rivoluzione liberale", citando la Thatcher come suo modello. Trascorsi cinque anni all'opposizione, nel 2001, «il Cavaliere è più cauto: cambieremo l'Italia al 50%. Eppure, delle sue trentasei riforme, soltanto due (la legge Biagi e lo scalone Maroni) si fanno ricordare come tali». Ma adesso Berlusconi «oscilla verso toni consolatori. Spergiura di essere il "nuovo Fanfani", non la Thatcher italiana. Si fa votare perché è il meno peggio, senza promettere rivoluzioni».

Occorre sperare che «il Cavaliere sia sfasato rispetto al suo popolo, tornato a votare turandosi il naso» e non, invece, «che quattordici anni di vana attesa hanno spento non solo l'entusiasmo, ma persino le speranze dei ceti produttivi».

Friday, March 07, 2008

Tremonti protezionista come Obama, McCain è global

Tremonti risponde oggi all'editoriale di qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, di Giavazzi, critico nei confronti della «tentazione protezionistica» che ravvisa nel programma del PdL, laddove si proclama l'intenzione di «difendere la nostra produzione contro la concorrenza asimmetrica che viene dall'Asia», specificando, con «dazi e quote».

«Forse è il caso di avvertire Obama e McCain che anche sui loro programmi elettorali — e non solo su quello del PdL — sta per abbattersi la scomunica» di protezionismo, ironizza Tremonti. Ebbene, si sbaglia di grosso. Forse, ma solo forse, le sue politiche commerciali sono simili a quelle di Obama (e di questo avremmo - lui e noi - di che preoccuparci), ma di certo non a quelle di McCain, come dimostra questa pagina che ci segnala Christian Rocca sul suo blog.

L'ex ministro inoltre ricorda che a dazi e quote l'Ue ha già fatto ricorso, «su pressione — tra l'altro — dell'industria e del governo italiani» (tra gli artefici la "ex liberista" Emma Bonino). Ebbene, non so se Tremonti si renda conto, ma dopo essersi paragonato ad Obama sta dicendo di voler prendere esempio dal Governo Prodi. E comunque sì, è vero, il dibattito su dazi e quote non è una novità in Europa, il punto è capire se le politiche protezionistiche siano vantaggiose per le nostre imprese e la nostra economia.

Da accogliere positivamente, invece, il chiarimento di Tremonti: «Ridurre la regolamentazione comunitaria» si riferisce a quella «regolamentazione eccessiva» di tipo burocratico (anche ai sussidi previsti dalla Pac?) e non ai vincoli e ai controlli europei per il rispetto della concorrenza.

«Parlare di beni di prima necessità, di Comuni e di volontariato, in definitiva di povertà, può essere dibattuto e controverso e certo anche criticato», ma non ci si può ridere sopra, lamenta infine Tremonti. Certo, ma bisogna vedere quali sono le ricette: se assistenzialismo o riforme liberali.

A Tremonti risponde indirettamente questo articolo di Fabrizio Onida, sul Sole 24 Ore, sul «fascino illusorio dei dazi contro la Cina». Il rischio dei dazi è «di ottenere in pratica risultati nulli se non controproducenti». Ormai l'interdipendenza economica è tale che non c'è un singolo prodotto sul quale aumentare i costi d'importazione introducendo i dazi non danneggerebbe anche le imprese e/o i consumatori.

I dazi e le quote «su prodotti intermedi (destinati a usi industriali, non all'utilizzatore finale) che le imprese importano da fornitori cinesi o dalle loro stesse affiliate in Cina e altri Paesi asiatici aumentano i costi dei prodotti finali, danneggiando la competitivita dei produttori a valle: parliamo di componenti metallurgiche, chimiche e plastiche, moltissime parti e componenti meccaniche elettriche ed elettroniche», e così via...

Inoltre, la globalizzazione rende possibile l'arrivo sui nostri mercati di «prodotti finali di consumo a basso prezzo, realizzando ricchi margini di guadagno, ma pur sempre fornendo un servizio gradito alle (purtroppo numerose) famiglie di consumatori a basso reddito. Va da sé che non parliamo di prodotti illegalmente contraffatti o nocivi alla salute, contro cui è legittimo e doveroso agire con misure restrittive».

Dunque, osserva Onida, «queste misure di disperata difesa contro la concorrenza dal basso rischiano di allentare la pressione sulle aziende e sulle istituzioni per mettere in atto l'unica strategia di vera sopravvivenza nel mercato globale e di valorizzazione del capitale umano del Paese, oggi a rischio di degrado. Non potendo invocare implausibili abbassamenti dei salari e degli standard di lavoro in casa nostra... per competere con i giganti emergenti (come Cina, India, Vietnam, Brasile) occorre puntare su aumenti significativi e continui della produttività. Aumenti che vengono conquistati tramite innovazione tecnologica nei processi, innovazione e creatività nella qualità...», che i governi europei dovrebbero rendere meno costosi alle proprie imprese.

«Più che difenderci dalla nuova prorompente concorrenza con precarie e spesso dannose misure protezionistiche del mercato interno, conta mantenere aperti i nostri mercati internazionali di sbocco, puntare sull'appetibilità dei nostri prodotti e tecnologie presso una platea crescente di clienti negli altri Paesi». Anche perché si calcola che entro il 2010 «vi saranno una classe media di oltre 80 milioni di famiglie nella sola Cina e 40 milioni in India, un mercato più grande di quello paragonabile di Francia, Germania e Spagna messe insieme».

A Tremonti e al suo nuovo libro ("La paura e la speranza") rispondono anche intellettuali liberali come De Nicola, Antiseri e Mingardi.


«Da sessantottino che era in gioventù, Tremonti è diventato un conservatore ottocentesco. Assomiglia a certi aristocratici inglesi, che consideravano la rivoluzione industriale una sciagura... Ma la storia parla chiaro: l'apertura economica e culturale ha sempre generato pace e sviluppo, mentre la chiusura ha regolarmente prodotto la stagnazione e la guerra».
Alessandro De Nicola (Adam Smith Society)

«L'unico modo di fronteggiare la concorrenza internazionale è rendersi competitivi, puntando su specializzazione e innovazione. Non si può rinunciare ai benefici del libero scambio...»
Dario Antiseri
Ma l'analisi più appronfondita ed efficace del libro di Tremonti è quella di Alberto Mingardi, su il Riformista di oggi. Tremonti, scrive, «non si distanzia poi molto da una tradizione "di destra", piuttosto comune nell'Europa continentale... In Francia e in Germania "di destra" sono l'ordine e una media ponderata degli interessi rilevanti: non la spiazzante promessa di abbattere l'intermediazione politica».

«Nel tentare di ricostruire una destra d'ordine, capace di aggregare consenso attorno a una rivalutazione dell'idea di autorità, non diversamente da tanti conservatori prima di lui», Tremonti «identifica nel mercato un agente disgregante»: denuncia quindi la globalizzazione e, in questo «non lontano dai teorici della sinistra no global», il suo sistema di valori, ovvero un «liberismo impersonale e materialista, corresponsabile della deflagrazione dei buoni valori dei padri».

Tremonti lamenta il «caro-vita» mondiale, perché i Paesi emergenti fanno crescere la domanda di materie prime come petrolio e grano, ma egli stesso cita i jeans cinesi a 5 euro e i voli low cost, che hanno permesso alla nostra generazione di viaggiare come e quanto i nostri padri non hanno potuto. In realtà, ricorda Mingardi, «laddove ci sono mercati aperti i prezzi tendono comunque a ridursi». Siamo sicuri che il «caro-vita» in Italia dipenda dalla «concorrenza globale» e non dai salari più bassi d'Europa, dai più alti costi d'impresa d'Europa, dalla bolletta energetica più alta d'Europa, delle mancate liberalizzazioni e da molto altro ancora? Le merci che vengono dalla Cina (quelle contraffatte e illegali vanno naturalmente combattute) «hanno calmierato molti beni, a beneficio soprattutto dei meno abbienti».

Sulle «qualità morali del libero scambio» come minaccia all'ordine morale e sociale dell'Europa, anche qui Tremonti è in buona compagnia: «Un'ampia famiglia di reazionari e comunitaristi ha sempre pensato che locale e globale, comunità e mercato, dovessero essere coppie antinomiche». L'esperienza dimostra il contrario, se la Coca Cola «non ammazza» affato il Barolo, «il mercato globale è una costellazione di nicchie». Ma qui c'è il salto di qualità di Mingardi, che coglie l'atteggiamento culturale di fondo in cui si muove il ragionare tremontiano: «Per i socialisti e per gli artistocratici (aggiungerei, per i cattolici, n.d.r.), lo scambio è volgare prima d'essere ingiusto», e per questo l'arricchito con il commercio una figura disprezzabile.

Certo, «l'internazionalizzazione "imbastardisce" le culture», ma «in una prospettiva liberale, questo è una ricchezza, non un problema. Ma solo perché il liberalismo è naturalmente cosmopolita. Se agli individui lontani da noi migliaia di miglia riconosciamo la stessa dignità d'individui del nostro vicino di casa, l'oggetto del saggio di Tremonti diventa inconcepibile».

Tuesday, September 25, 2007

Modelli sanitari a confronto: gli Usa

Vi riassumo, brevemente, un documentato articolo di Alberto Mingardi, di qualche giorno fa, sui luoghi comuni che riguardano la sanità "made in Usa", che a ben vedere mostra segni di crisi non molto diversi da quelli della nostra sanità.

Il sistema sanitario americano «è senz'altro molto caro, fondamentalmente a causa degli alti costi di quella che l'economista Arnold Kling chiama "medicina premium", e che noi potremmo descrivere come la medicina tecnologicamente più avanzata al mondo. Il progresso della ricerca contribuisce a salvare delle vite, ma anche a fare lievitare i costi».

Il modello "assicurativo" americano «non era fuori controllo negli anni Cinquanta: lo è adesso. Parimenti, i programmi pubblici hanno costi in linea, e non inferiori, a quelli delle assicurazioni private. L'aumento dei costi della sanità è avvenuto negli ultimi vent'anni. Ovunque, i costi aumentano, perché i trattamenti sono diventati più raffinati e complessi... Negli Usa la spesa sanitaria pro capite supera i 5000$, la media nei Paesi Ocse è di circa 3000$. In termini aggregati la differenza è enorme, ma per persona la differenza è di soli 2000 dollari». Paghereste 2000 dollari in più l'anno per usufruire della sanità americana? Io sì.

La spesa sanitaria, negli Usa, «è quasi equamente divisa fra pubblico e privato. Nel 2006, la spesa complessiva è stata di oltre 2,1 mila miliardi di dollari, il 16% del PIL. Il 46% è stato speso attraverso programmi statali, il privato si è preso cura solo del 54%... Nel 2005 i beneficiari del programma "Medicare" (anziani e disabili) erano quasi 43 milioni, mentre "Medicaid" ha assistito oltre 45 milioni di americani "poveri"».

Le assicurazioni private «coprono il 68% degli americani (203 milioni di persone!), ma di questi solo 28 milioni acquistano la propria assicurazione da sé, sul mercato: il 60,2% di loro, al contrario, beneficia di un'assicurazione legata al posto di lavoro che occupa. Questi premi pagati dai datori di lavoro di fatto avvicinano sistema americano e sistema europeo più di quanto non possa sembrare: tale forma di assicurazione somiglia più al "diritto alla salute" garantito nei nostri Paesi, che ad un "bene" acquistabile dai consumatori... come in Europa, il beneficiario non ha alcun rapporto con il "prezzo" delle prestazioni che riceve».

In un mercato del lavoro flessibile come quello Usa, «questo legame fra assicurazione e posto di lavoro ha un impatto notevole sulla percentuale di non-assicurati. Buona parte di coloro che non hanno un'assicurazione sono "working poor" (troppo "ricchi" per beneficiare di Medicaid). Ma molti sono pure persone di età compresa fra i 18 e i 24 anni, che non sentono la necessità di una copertura assicurativa; persone che lavorano solo part time; uomini e donne non-assicurati fra un lavoro e l'altro».

«Ad ogni modo, non avere un'assicurazione non significa non venire curati. Dal 1986 - ricorda Mingardi - gli ospedali che accettano pazienti dei programmi Medicare o Medicaid sono obbligati a fornire cure sollecite in caso di emergenza a chiunque». Ci sono poi il pagamento diretto, programmi pubblici-privati, iniziative benefiche.

Conclude Mingardi: «E' un buon sistema, ma in crisi per gli stessi motivi che mettono a repentaglio la sostenibilità della nostra sanità: l'invecchiamento della popolazione, che va di pari passo con una domanda più complessa e importante da parte dei pazienti. I pazienti non sostengono direttamente i costi delle proprie cure, e questo ne comporta un'inflazione. Ma è difficile dedurne che un sistema che allontani ancora di più paziente e prezzo della cura, possa rivelarsi più sostenibile».