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Friday, October 14, 2011

Tirare a campare


Qualche considerazione sul voto di fiducia di venerdì scorso.

1. Governo e opposizioni. L'opposizione rimedia l'ennesima figuraccia, non perché non gli sia riuscito di "cacciare" Berlusconi, ma per il patetico tatticismo d'aula degli ultimi giorni, la cui regia questa volta si deve a Casini e all'imparzialissimo presidente della Camera, con il Pd a rimorchio. L'Aventino ha fatto tristemente passare alla storia i suoi ideatori come deboli e perdenti. E quella cui abbiamo assistito tra mercoledì e venerdì scorsi è solo una brutta copia messa in scena da epigoni ancor più spaesati e a corto di idee. Il governo tiene, ma è un tirare a campare, non c'è nulla allo stato attuale che possa far sperare in un cambio di passo, in un sussulto riformatore. Deludente, come ha scritto su La Stampa Luca Ricolfi, è stato il discorso del premier, che ha sprecato l'ennesima occasione per impegnare se stesso e la sua maggioranza nelle riforme liberali che servono al Paese. «Quel voto - ha scritto Giuliano Ferrara su Il Foglio di sabato - serve a poco se Berlusconi non si decida a fare subito due cose più che urgenti, ed entrambe indispensabili: riassumere la guida del governo, usare il governo per fare la riforma liberale del Paese». Ebbene, Berlusconi sembra voler innanzitutto durare, decidere lui, concordandolo con Bossi, il momento più opportuno per riportare il Paese al voto, convinto in questo modo di salvare il Pdl e il centrodestra dalla disgregazione.

La pubblicazione della lettera della Bce al nostro governo forniva una straordinaria leva per tentare di superare le resistenze nella maggioranza e per inchiodare l'opposizione alle sue contraddizioni politiche. Al primo elenco di ricette concrete e puntuali per venir fuori dalla crisi, giunto da un autorevole organo "tecnico", la reazione del Pd è andata infatti dalla flebile apertura del vicesegretario Letta (ci penseremo) alla totale reiezione del responsabile economico del partito. Per non parlare di Vendola e Di Pietro, sabato in piazza con gli "indignados". La Lega è contraria alla riforma delle pensioni? Gli ordini professionali e gli enti locali alle liberalizzazioni? Tremonti alle privatizzazioni? Ebbene, per riprendersi la leadership smarrita Berlusconi dovrebbe sfidare i "no" nella sua maggioranza. Rischierebbe di saltare, certo, ma per lo meno non su un incidente parlamentare, dovuto al caos o ad un complotto, bensì su una linea coraggiosa e riformatrice che rappresenterebbe comunque una preziosa eredità politica nonché una coerente piattaforma elettorale. Non sembra questa la predisposizione d'animo attuale del premier.

Il quale tuttavia si sarebbe almeno persuaso, così riferiscono i retroscena, a cavalcare il referendum per il ritorno al Mattarellum (sempre che la Consulta dichiari ammissibili i quesiti). Un modo per non farsi travolgere dall'antipolitica, ma ancor più importante, per blindare il bipolarismo, costringendo l'Udc a scegliere prima del voto pena l'irrilevanza, mentre con l'attuale legge i centristi potrebbero risultare decisivi al Senato e dunque nella posizione di scomporre l'assetto bipolare.

2. La "soluzione spagnola". Tra gli altri, anche Ricolfi sostiene che «se oggi - a differenza di ieri - i mercati giudicano la Spagna meglio dell'Italia (come risulta dall'andamento degli spread) è anche perché la promessa di Zapatero di farsi anticipatamente da parte è comunque un segnale di apertura, una finestra sul futuro», e conclude quindi che una simile soluzione - Berlusconi che dichiara «esplicitamente» che non si ricandiderà ed elezioni anticipate al 2012 - potrebbe portare gli stessi benefici anche al nostro Paese. In effetti, in Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a novembre hanno accelerato l'approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che hanno concesso una tregua a Madrid. A me pare, tuttavia, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulla politica economica del governo, difficilmente gli esiti potrebbero essere i medesimi. Prima di tutto, per una considerazione di ordine "sistemico". In Spagna il sistema politico è molto più lineare del nostro e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei Popolari di Rajoy, mentre da noi dalle urne potrebbe uscire una situazione di ulteriore stallo. Ma anche, e soprattutto, per motivi politici. Mentre in Spagna un'alternativa a Zapatero c'è, è autorevole e coesa, e non ostile alle politiche per la stabilità e la crescita caldeggiate dai mercati, in Italia l'opposizione è divisa, sulla leadership ma ancor più sul programma. Basti guardare alle sconclusionate reazioni alla lettera della Bce: respinta senz'appello da Vendola, che vi vede addirittura le politiche all'origine della crisi; criticata dal responsabile economico del Pd Fassina; timidamente difesa dal vicesegretario Letta. I principali partiti di opposizione - Pd, Idv e Sel - sono scesi in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.

3. Napolitano sconfessa Fini. Nel frattempo, tra cantonate, recrminazioni e trombonate, venerdì è passata sotto silenzio la risposta del capo dello Stato ad una lettera dei capigruppo della maggioranza sui delicati passaggi parlamentari della scorsa settimana. Ebbene, una risposta nella quale Napolitano dà educatamente torto a Fini e alle opposizioni. Riconosce che l'interpretazione del significato della bocciatura del rendiconto di bilancio rientrava «pienamente nei poteri del Presidente di Assemblea», ma nel merito spiega che non comportava obbligo di dimissioni per il governo e che l'impasse può essere superato rivotando sullo «stesso testo», come avevo fin da subito sostenuto su questo blog, compresa la citazione di Onida. L'esatto contrario, invece, di quanto il presidente Fini, facendo proprie le tesi delle opposizioni, era andato a rappresentare al Colle mercoledì pomeriggio. Queste le parole di Napolitano:
«Non ho ritenuto, confortato del resto dalla dottrina - espressasi anche nell'articolo del Presidente Onida, da me vivamente apprezzato - che vi fosse un obbligo giuridico di dimissioni a seguito della reiezione del rendiconto, ma che... fosse necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha fatto. (...) Circa l'ultima questione relativa alle modalità più corrette per superare l'inconveniente determinatosi e consentire un'attività certamente dovuta, convengo che non possono che essere le stesse per qualunque governo e consistere anche nella ripresentazione dello stesso testo, considerata la sua natura di atto ricognitivo e di legge formale di approvazione: ma era opportuno che ciò avvenisse dopo il chiarimento politico e previa nuova verifica da parte dell'organo di controllo dei conti dello Stato, come poi è in effetti avvenuto».
4. «Non ci sono più i radicali». E' sconsolato e indignato Il Post con i radicali, la cui colpa non è certo quella di aver "salvato" il governo - come purtroppo agenzie di stampa, siti internet e "sofrini" hanno riportato, evidentemente così accecati dall'antiberlusconismo da non rendersi nemmeno conto di come fossero andate davvero le votazioni - ma solo di non essersi prestati ai patetici tatticismi del Pd. In realtà, i radicali «non ci sono più» da quando hanno votato per l'arresto del deputato Alfonso Papa, le cui denunce da Poggioreale dovrebbero scuotere qualche coscienza. Ma il vero e proprio linciaggio mediatico che si è scatenato contro i radicali, sui mainstream media come sui social network, rivela la disperazione di chi non riesce più a trovare ragioni per le proprie sconfitte, e si aggrappa a qualsiasi capro espiatorio. Grazie ai radicali abbiamo scoperto che Rosy Bindi è non solo più bella che intelligente, ma anche più bella che educata. Chissà se adesso la signora Bindi riceverà le ironie riservate di solito alle rozze uscite di Bossi e Calderoli... E abbiamo anche la conferma «senza possibilità di dubbio» che al Post non sanno di cosa scrivono e devono le loro "fortune" esclusivamente ad un cognome, per altro tristemente noto.

L'obiettivo dei radicali, come potrà appurare chiunque guardi ai fatti con serenità d'animo e senza pregiudizi, era unicamente fare uno sgarbo al Pd come ripicca per come vengono trattati. I deputati radicali si sono recati a votare alla prima chiama, ma solo dopo che il quorum era di fatto già stato raggiunto, perché aveva votato "sì" uno dei tre deputati in bilico della maggioranza, e sarebbe bastato per arrivare a 315, anche se quando ha votato Beltrandi avevano votato in 297. Il fatto che siano entrati alla prima chiama è una conferma. Se infatti avessero aspettato la seconda chiama, delle due l'una: o non sarebbero riusciti a fare lo sgarbo al Pd, perché se il quorum fosse stato raggiunto alla prima sarebbero entrati anche tutti gli altri gruppi di opposizione; oppure, in assenza del quorum alla prima chiama, entrando alla seconda avrebbero davvero "salvato il governo", responsabilità e rischio che non volevano assumersi.

Wednesday, October 12, 2011

L'ultimo treno

Non si può sapere con certezza cosa sia andato a dire Fini al presidente della Repubblica, ma ho l'impressione che sperasse in tutt'altra risposta. Nell'incontro di questo pomeriggio avrebbe rappresentato al capo dello Stato le ragioni dei gruppi di opposizione (compreso il suo, dunque), secondo cui dopo la bocciatura dell'articolo 1 del rendiconto 2010 non sarebbe possibile procedere alle comunicazioni del premier, il quale invece dovrebbe salire al Quirinale a dimettersi. Stendiamo un velo pietoso sulla condotta di un presidente della Camera che invece di essere, e apparire, super partes, va a chiedere al capo dello Stato di "dimissionare" il governo. Napolitano gli ha risposto che «tocca al presidente del Consiglio indicare alla Camera la soluzione» per l'approvazione del rendiconto. E che «sulla sostenibilità di tale soluzione sono competenti a pronunciarsi le Camere e i loro presidenti». Parole che sembrano rinviare al voto di fiducia, com'era ovvio.

Nulla infatti sembra autorizzare un automatismo tra la bocciatura del rendiconto e le dimissioni del governo. Tra i costituzionalisti il parere dell'ex presidente della Consulta Valerio Onida ci sembra il più lineare, anzi l'unico possibile per superare l'impasse sul rendiconto.
«I voti negativi sulle leggi di bilancio vanno intesi come voti di sfiducia anche se formalmente non lo sono. Quindi dopo una bocciatura del genere si dovrebbe verificare la tenuta del rapporto di fiducia tra governo e Parlamento. Se il presidente del Consiglio non lo facesse potrebbe essere il presidente della Repubblica a richiederlo. La bocciatura di una legge di bilancio non richiede dimissioni automatiche, ma la verifica della fiducia, e mi sembra corretta la richiesta del governo in tal senso... Tecnicamente il rendiconto non è una legge autorizzativa, è piuttosto una legge ricognitiva. Se ci sono provvedimenti successivi che dipendono da esso c'è un condizionamento. Ma secondo me non ci sarebbero problemi a rivotarlo. Il 'ne bis in idem' (non si vota due volta una stessa legge, n.d.r.) non è un ostacolo, perché bisogna guardare alla sostanza. O il rendiconto è sbagliato, e allora si boccia; o è giusto, e allora si può rivotare lo stesso testo».
(fonte: Ansa)
Riferendosi al bilancio 2010, già autorizzato dalle Camere lo scorso anno, l'approvazione del rendiconto è un atto «ricognitivo», si "riconosce" cioè un dato di fatto: le entrate e le uscite dello Stato nel 2010 così come risultano certificate dalla Ragioneria generale. La bocciatura determina quindi un paradosso: il Parlamento non riconosce le entrate e le spese che egli stesso ha autorizzato e che si sono già realizzate. Cosa può essere accaduto? Delle due l'una: o c'è un errore di scrittura, e allora dev'essere corretto e il documento rivotato; oppure i dati sono corretti e il Parlamento ha sbagliato a respingerli, ma in questo caso il documento si può rivotare così com'è.

E' chiaramente una procedura che prescinde dal governo in carica, anche perché seguendo il ragionamento delle opposizioni e della giunta del regolamento della Camera (dove grazie a Fini la maggioranza è diversa da quella dell'aula), nemmeno un altro governo che succedesse a Berlusconi potrebbe ripresentare lo stesso rendiconto con le stesse tabelle, laddove fossero corrette. E allora come si andrebbe avanti? All'indomani di ogni elezione politica si forma un nuovo governo che sul finire dell'anno presenta al nuovo Parlamento il rendiconto dell'anno precedente, cioè le entrate e le spese autorizzate nella legislatura precedente. Cosa accadrebbe se il nuovo Parlamento non lo approvasse, non potendo imputare al nuovo governo quel bilancio? Un evidente paradosso.

Detto questo, il problema politico nella maggioranza c'è ed è gigantesco. La nuova verifica parlamentare è per Berlusconi l'ennesimo treno, ma forse stavolta è davvero l'ultimo, per tornare a governare, per recuperare lo spirito del '94 ed avviare il Paese su un percorso di vere riforme: pensioni, liberalizzazioni, privatizzazioni, meno tasse. In pratica, il "programma" Bce. O finalmente decide di impegnare il governo, e responsabilizzare il Parlamento, su queste poche riforme concrete, fattibili con un tratto di penna, elencandole in modo esplicito ed inequivocabile, e legando ad esse il proprio nome, mettendoci la faccia, o tanto vale che lasci. Se poi il disegno di Scajola è allargare la maggioranza all'Udc, fondare un nuovo partito che accolga tutti i "moderati" richiamandosi al Ppe, bene, è una linea legittima, che però non può essere imposta minacciando manovre di palazzo contro il governo, dev'essere sottoposta democraticamente al partito, discussa e votata in un congresso.

Friday, March 07, 2008

Tremonti protezionista come Obama, McCain è global

Tremonti risponde oggi all'editoriale di qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, di Giavazzi, critico nei confronti della «tentazione protezionistica» che ravvisa nel programma del PdL, laddove si proclama l'intenzione di «difendere la nostra produzione contro la concorrenza asimmetrica che viene dall'Asia», specificando, con «dazi e quote».

«Forse è il caso di avvertire Obama e McCain che anche sui loro programmi elettorali — e non solo su quello del PdL — sta per abbattersi la scomunica» di protezionismo, ironizza Tremonti. Ebbene, si sbaglia di grosso. Forse, ma solo forse, le sue politiche commerciali sono simili a quelle di Obama (e di questo avremmo - lui e noi - di che preoccuparci), ma di certo non a quelle di McCain, come dimostra questa pagina che ci segnala Christian Rocca sul suo blog.

L'ex ministro inoltre ricorda che a dazi e quote l'Ue ha già fatto ricorso, «su pressione — tra l'altro — dell'industria e del governo italiani» (tra gli artefici la "ex liberista" Emma Bonino). Ebbene, non so se Tremonti si renda conto, ma dopo essersi paragonato ad Obama sta dicendo di voler prendere esempio dal Governo Prodi. E comunque sì, è vero, il dibattito su dazi e quote non è una novità in Europa, il punto è capire se le politiche protezionistiche siano vantaggiose per le nostre imprese e la nostra economia.

Da accogliere positivamente, invece, il chiarimento di Tremonti: «Ridurre la regolamentazione comunitaria» si riferisce a quella «regolamentazione eccessiva» di tipo burocratico (anche ai sussidi previsti dalla Pac?) e non ai vincoli e ai controlli europei per il rispetto della concorrenza.

«Parlare di beni di prima necessità, di Comuni e di volontariato, in definitiva di povertà, può essere dibattuto e controverso e certo anche criticato», ma non ci si può ridere sopra, lamenta infine Tremonti. Certo, ma bisogna vedere quali sono le ricette: se assistenzialismo o riforme liberali.

A Tremonti risponde indirettamente questo articolo di Fabrizio Onida, sul Sole 24 Ore, sul «fascino illusorio dei dazi contro la Cina». Il rischio dei dazi è «di ottenere in pratica risultati nulli se non controproducenti». Ormai l'interdipendenza economica è tale che non c'è un singolo prodotto sul quale aumentare i costi d'importazione introducendo i dazi non danneggerebbe anche le imprese e/o i consumatori.

I dazi e le quote «su prodotti intermedi (destinati a usi industriali, non all'utilizzatore finale) che le imprese importano da fornitori cinesi o dalle loro stesse affiliate in Cina e altri Paesi asiatici aumentano i costi dei prodotti finali, danneggiando la competitivita dei produttori a valle: parliamo di componenti metallurgiche, chimiche e plastiche, moltissime parti e componenti meccaniche elettriche ed elettroniche», e così via...

Inoltre, la globalizzazione rende possibile l'arrivo sui nostri mercati di «prodotti finali di consumo a basso prezzo, realizzando ricchi margini di guadagno, ma pur sempre fornendo un servizio gradito alle (purtroppo numerose) famiglie di consumatori a basso reddito. Va da sé che non parliamo di prodotti illegalmente contraffatti o nocivi alla salute, contro cui è legittimo e doveroso agire con misure restrittive».

Dunque, osserva Onida, «queste misure di disperata difesa contro la concorrenza dal basso rischiano di allentare la pressione sulle aziende e sulle istituzioni per mettere in atto l'unica strategia di vera sopravvivenza nel mercato globale e di valorizzazione del capitale umano del Paese, oggi a rischio di degrado. Non potendo invocare implausibili abbassamenti dei salari e degli standard di lavoro in casa nostra... per competere con i giganti emergenti (come Cina, India, Vietnam, Brasile) occorre puntare su aumenti significativi e continui della produttività. Aumenti che vengono conquistati tramite innovazione tecnologica nei processi, innovazione e creatività nella qualità...», che i governi europei dovrebbero rendere meno costosi alle proprie imprese.

«Più che difenderci dalla nuova prorompente concorrenza con precarie e spesso dannose misure protezionistiche del mercato interno, conta mantenere aperti i nostri mercati internazionali di sbocco, puntare sull'appetibilità dei nostri prodotti e tecnologie presso una platea crescente di clienti negli altri Paesi». Anche perché si calcola che entro il 2010 «vi saranno una classe media di oltre 80 milioni di famiglie nella sola Cina e 40 milioni in India, un mercato più grande di quello paragonabile di Francia, Germania e Spagna messe insieme».

A Tremonti e al suo nuovo libro ("La paura e la speranza") rispondono anche intellettuali liberali come De Nicola, Antiseri e Mingardi.


«Da sessantottino che era in gioventù, Tremonti è diventato un conservatore ottocentesco. Assomiglia a certi aristocratici inglesi, che consideravano la rivoluzione industriale una sciagura... Ma la storia parla chiaro: l'apertura economica e culturale ha sempre generato pace e sviluppo, mentre la chiusura ha regolarmente prodotto la stagnazione e la guerra».
Alessandro De Nicola (Adam Smith Society)

«L'unico modo di fronteggiare la concorrenza internazionale è rendersi competitivi, puntando su specializzazione e innovazione. Non si può rinunciare ai benefici del libero scambio...»
Dario Antiseri
Ma l'analisi più appronfondita ed efficace del libro di Tremonti è quella di Alberto Mingardi, su il Riformista di oggi. Tremonti, scrive, «non si distanzia poi molto da una tradizione "di destra", piuttosto comune nell'Europa continentale... In Francia e in Germania "di destra" sono l'ordine e una media ponderata degli interessi rilevanti: non la spiazzante promessa di abbattere l'intermediazione politica».

«Nel tentare di ricostruire una destra d'ordine, capace di aggregare consenso attorno a una rivalutazione dell'idea di autorità, non diversamente da tanti conservatori prima di lui», Tremonti «identifica nel mercato un agente disgregante»: denuncia quindi la globalizzazione e, in questo «non lontano dai teorici della sinistra no global», il suo sistema di valori, ovvero un «liberismo impersonale e materialista, corresponsabile della deflagrazione dei buoni valori dei padri».

Tremonti lamenta il «caro-vita» mondiale, perché i Paesi emergenti fanno crescere la domanda di materie prime come petrolio e grano, ma egli stesso cita i jeans cinesi a 5 euro e i voli low cost, che hanno permesso alla nostra generazione di viaggiare come e quanto i nostri padri non hanno potuto. In realtà, ricorda Mingardi, «laddove ci sono mercati aperti i prezzi tendono comunque a ridursi». Siamo sicuri che il «caro-vita» in Italia dipenda dalla «concorrenza globale» e non dai salari più bassi d'Europa, dai più alti costi d'impresa d'Europa, dalla bolletta energetica più alta d'Europa, delle mancate liberalizzazioni e da molto altro ancora? Le merci che vengono dalla Cina (quelle contraffatte e illegali vanno naturalmente combattute) «hanno calmierato molti beni, a beneficio soprattutto dei meno abbienti».

Sulle «qualità morali del libero scambio» come minaccia all'ordine morale e sociale dell'Europa, anche qui Tremonti è in buona compagnia: «Un'ampia famiglia di reazionari e comunitaristi ha sempre pensato che locale e globale, comunità e mercato, dovessero essere coppie antinomiche». L'esperienza dimostra il contrario, se la Coca Cola «non ammazza» affato il Barolo, «il mercato globale è una costellazione di nicchie». Ma qui c'è il salto di qualità di Mingardi, che coglie l'atteggiamento culturale di fondo in cui si muove il ragionare tremontiano: «Per i socialisti e per gli artistocratici (aggiungerei, per i cattolici, n.d.r.), lo scambio è volgare prima d'essere ingiusto», e per questo l'arricchito con il commercio una figura disprezzabile.

Certo, «l'internazionalizzazione "imbastardisce" le culture», ma «in una prospettiva liberale, questo è una ricchezza, non un problema. Ma solo perché il liberalismo è naturalmente cosmopolita. Se agli individui lontani da noi migliaia di miglia riconosciamo la stessa dignità d'individui del nostro vicino di casa, l'oggetto del saggio di Tremonti diventa inconcepibile».