Pagine

Showing posts with label fini. Show all posts
Showing posts with label fini. Show all posts

Monday, January 07, 2013

Anno nuovo, vecchio squallore

Anno nuovo, solite desolazioni in campo politico. Lo spettacolo continua ad essere indecoroso, nonostante il brividino della "salita" in campo di Monti. Pdl e Lega si sono appena ri-alleati e non hanno uno straccio di accordo nemmeno sul candidato premier. Figuriamoci sul resto... Berlusconi fa l'ennesimo passo indietro (o di lato, o giravolta, come preferite) e torna a candidare Alfano, mentre Maroni candida Tremonti (ma le primarie no, eh?). La scelta è rinviata a dopo il voto, perché per ora basta indicare il "capo della coalizione" (escamotage consentito dalla legge elettorale). Se quello sul candidato premier è solo un pour parler è perché sanno bene di non poter vincere le elezioni. Ma appunto, dare agli elettori la sensazione di non credere nemmeno loro nella vittoria, tanto da non sentire l'urgenza di accordarsi sin d'ora sulla premiership, non è certo un segnale incoraggiante. Anche perché per qualcuno ritrovarsi con Tremonti piuttosto che Alfano, o chissà chi, a Palazzo Chigi potrebbe fare una certa differenza... E che addirittura rispunti il nome di Tremonti è l'ulteriore dimostrazione che non hanno capito proprio nulla del fallimento della precedente esperienza di governo.

Dall'altra parte troviamo il comunista Vendola che non si accontenta di far piangere i ricchi - no, devono proprio andarsene «al diavolo» - e il Pd a caccia di personalità di spicco della cosiddetta "società civile", secondo la vecchia pratica degli "indipendenti di sinistra", per rafforzare il suo profilo di governo e dare alle proprie liste una lucidata di competenza. E questi ben contenti di farsi reclutare: un posto assicurato in Parlamento val bene qualsiasi salto della quaglia - politico e professionale. Così l'ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli dopo aver sottoscritto il manifesto di Giannino accetta di fare il Calearo del 2013, mentre l'economista Carlo Dell'Aringa sarà il nuovo Ichino. Come andrà a finire è già scritto: isolati ma felici. Non potevano mancare, poi, il giornalista (Massimo Mucchetti, e forse anche Severgnini) e il magistrato (Pietro Grasso).

E Monti? Tutto, o quasi, avrebbe potuto fare il professore entrando in politica. E invece sulla scheda per la Camera troveremo associati al simbolo che porta il suo cognome quelli di Casini e Fini. Ha scelto un'operazione centrista, neo-democristiana di rito moroteo, cioè destinata a guardare a sinistra dopo il voto, offrendosi come zattera di salvataggio per il duo Casini-Fini. Altro che scelta civica, una scelta cinica, con un'agenda che più che un programma elettorale o un manifesto politico somiglia ad una lezioncina per l'apertura dell'anno accademico.

Tuesday, October 02, 2012

L'effetto Monti: si affolla il fronte anti-Bersani

Ma al prof. conviene chiedere agli italiani

La parziale e cauta frenata di ieri da parte di Monti («quando lasceremo ad altri, nei prossimi mesi, il governo...»), per alleggerire la tensione su Pd e Pdl, non cambia le carte in tavola: la sua  disponibilità non a candidarsi premier ma ad essere richiamato in servizio dopo il voto ha smosso le acque della politica italiana. Rischia addirittura di sconvolgere la geografia e la morfologia dei partiti. Se il discrimine degli ultimi vent'anni è stato quello tra berlusconismo e antiberlusconismo, sembrerebbe che se ne stia per costituire uno nuovo, tra montismo e antimontismo. Entrambi, in realtà, non sono che i fenomeni visibili di quella sorta di cordone sanitario che puntualmente si riattiva per evitare di consegnare la guida del paese ai post-neo-comunisti.

Il bis di Monti oggi è auspicato da Washington a Berlino, passando per Bruxelles, dal mondo finanziario ed economico, sia internazionale che nostrano – dalle elites, insomma – ma più si avvicina il momento delle elezioni e più sarà chiaro anche agli italiani, a quella parte maggioritaria che non si fida della sinistra, che è l'unica alternativa realistica ad un governo Bersani-Vendola. Com'era previdibile, Casini e Fini sono stati i primi ad aggrapparsi alla zattera Monti. Non era scontato, anche se non sorprende, che lo abbia fatto Montezemolo. Se il numero uno della Ferrari non si candida in prima persona non è perché disinteressato alle poltrone, o per rompere con i personalismi della II Repubblica. Semplicemente i sondaggi non sono favorevoli e a Luchino piace vincere facile, avere la pista tutta per sé, piuttosto che doverci mettere la faccia e sudarsela, rischiando la figuraccia: così come non si sarebbe mai candidato sfidando Silvio, oggi non osa intralciare la strada che porta al Monti-bis. Sperando, magari, di essere ricompensato con una chiamata a far parte della squadra.

Ma anche nel Pdl e nel Pd qualcosa si muove...
(...)
Insomma, Monti è in campo e nessuno può più far finta di niente. Ed è forse sbagliato chiamarlo "Monti-bis". Stavolta non si tratterebbe di una carta d'emergenza, ma di una vera e propria ipotesi politica, prospettata già prima del voto e dopo un anno e mezzo di governo. C'è tutto il tempo perché anche gli elettori più disgustati dalla politica comprendano la posta in gioco. E per chi si porrà il problema di come fermare la gioiosa macchina da guerra 2.0 di Bersani, si profila un menu abbastanza ricco da accontentare tutti i palati, dai più abitudinari ai più esigenti: c'è l'aperitivo delle primarie servito da Renzi; mentre alle politiche la vecchia zuppa Pdl, la minestra riscaldata di Casini-Fini, o nuove portate, quella «riformatrice e liberale» di Montezemolo e quella liberista di Fermareildeclino. Anche Giannino e i suoi si sono dovuti esprimere sull'ipotesi Monti e hanno colto il nodo.

Chiaro che Monti sia preferibile a Bersani, ma tranne quella delle pensioni le altre riforme sono state un bluff. Con il prof si galleggia anziché affondare, ma per tornare a navigare non basta Monti, bisogna emendare la sua "agenda" nel senso giusto, quello indicato da Fermareildeclino (meno Stato, meno tasse), ma anche dal Pdl (debito e cuneo fiscale), per quanto meno credibile per i trascorsi al governo. Non si rende conto Monti che proprio non candidandosi apertamente, non promuovendo una lista o un rassemblement, non chiedendo il consenso dei cittadini spiegando loro cosa vorrebbe fare nei prossimi cinque anni, illudendosi di diventare "politico" senza sporcarsi le mani, rischia di offrirsi come zattera di salvataggio per vecchie nomenclature parassitarie o come tram per opportunisti senza coraggio? Se il suo bis prendesse forma semplicemente da un impasse politico, rischierebbe di restare prigioniero dei veti contrapposti di una maggioranza troppo disomogenea, come accaduto da marzo in poi. Viceversa, uscendo dall'illusione dell'unità nazionale, rivelando il suo programma per ottenere una legittimazione popolare, costringerebbe i nemici della sua "agenda" ad uscire allo scoperto.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Saturday, April 21, 2012

Il predellino di Pier, ma nessuno muore dalla voglia di salirci

Un nuovo soggetto politico che nasce con l'intenzione di mettere insieme due delle etichette politiche più abusate, vuote e ormai insignificanti della nostra politica - moderati e riformisti - non parte col piede giusto.

Niente di nuovo, la nascita del Terzo polo come soggetto unitario era annunciata.
Ma il perché di questa accelerazione va rintracciato nel particolare momento politico. Si tratta infatti di cominciare a dare le ultime spallate al vecchio centrodestra prima che il quadro cambi: con la Lega alle corde, Formigoni piuttosto inguaiato, bisogna disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica. La mossa infatti ha subito provocato uno smottamento, per la verità atteso da tempo e ovviamente concordato con i vertici Udc: Pisanu e Dini, con 27 senatori (non tutti però disposti ad archiviare il Pdl), firmano un documento in cui si chiede di andare «oltre il Pdl».

Il Pdl, seppure non si possa ancora dire che sia in ripresa, alcuni segnali di vita li sta dando: parla di lavoro, tasse, debito, crescita, insomma è tornato ad occuparsi di cose concrete, dell'"arrosto". E persino con qualche successo: modifiche alla riforma del lavoro in asse con le imprese; rateizzazione dell'Imu e odg per renderla "una tantum". Ed è proprio questo ritrovato protagonismo del Pdl, di Alfano in particolare, che deve aver convinto Casini per l'accelerazione. Quello delle proposte, degli emendamenti ai testi del governo, dell'incalzare il premier Monti, è un campo di gioco in cui il Terzo polo al momento, per il suo incondizionato appoggio all'esecutivo, non può toccar palla. Ecco quindi che i tre "amigos", con la sponda di Pisanu, hanno tirato il fumogeno nel campo avversario, spostando l'attenzione dai contenuti, con i quali il Pdl si stava rilanciando, ai contenitori.

Casini è ossessionato dai contenitori piuttosto che dai contenuti, è il leader del compromesso "a prescindere". La riforma del lavoro esce fuori timida, persino dannosa? Fa niente, l'importante è lo «sforzo collettivo» in sé, la Grande Coalizione, ed esserne il celebrato architetto. Ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico può pensare di giocare una sua partita personale, che nuove offerte politiche (tra cui quella di Montezemolo) possono trovare ampi spazi nel campo dei moderati dopo il passo indietro di Berlusconi. Quindi ha deciso di giocare d'anticipo, di allestire un nuovo carro nel quale è pronto ad accogliere tutti, anche a farsi scudiero. Non ambisce alla premiership (troppo lavoro), ma alle poltrone istituzionali (il Quirinale è il sogno di tutti i democristiani). L'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso. Ma siamo sicuri che Passera o Montezemolo, o chiunque altro, se e quando scenderanno in campo, vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli?
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Friday, November 04, 2011

A breccia aperta

Quando si apre una breccia, è probabile che l'argine ceda del tutto e che si venga travolti. Ed è quello che sembra stia accadendo in queste ore alla maggioranza. Alla luce di quanto accaduto ieri notte a Cannes e del forsennato mercato parlamentare in corso, comprendiamo fino in fondo quanto sia stata determinante la scelta di procedere con il maxi-emendamento anziché con decreto. La breccia l'ha aperta proprio lo stop al decreto con le misure anticrisi. La prova finale della ormai irreversibile debolezza di leadership del presidente del Consiglio, che si è dovuto piegare al suo ministro dell'Economia e al capo dello Stato, che molti nel Pdl aspettavano. Le condizioni di «necessità e urgenza» per emanarlo c'erano tutte, anzi mai in modo così conclamato, ma serviva un passaggio parlamentare a breve, in modo da sfruttare fino in fondo questa finestra di panico politico aperta dal martedì nero delle Borse per sfilare deputati dalla maggioranza. Era, insomma, ciò che ci voleva - indebolimento ulteriore, definitivo, del premier e passaggio in aula a breve - per garantire un certo grado di successo a questa nuova fase di campagna acquisti.

Peccato che sull'altare dell'ennesima manovra di palazzo sia stato sacrificato un altro pezzo di credibilità del nostro Paese. Che Berlusconi abbia accettato o meno il monitoraggio dell'Italia da parte del Fmi, il che non è detto sia un male, è evidente che senza quel decreto, quindi senza nuove misure già in vigore, il nostro Paese si è presentato al G20 di Cannes ancor più debole politicamente di quanto già non fosse per i demeriti del governo. Tremonti e - bisogna dirlo - Napolitano portano per intero questa responsabilità. Quella che nelle intenzioni del ministro e a questo punto credo anche del capo dello Stato non era che una tattica parlamentare per favorire la caduta del premier, e quindi una «nuova prospettiva di larga convergenza», agli occhi degli interlocutori internazionali è apparsa come l'ennesima dimostrazione della mancanza di volontà delle istituzioni italiane ad agire con rapidità sulla strada delle riforme.

A ciò si aggiungano altri gravi strappi costituzionali, senza precedenti, come le consultazioni pre-crisi, il ministro dell'Economia che concerta con il capo dello Stato atti di governo alle spalle del Consiglio dei ministri, il presidente della Camera che partecipa in prima persona alla campagna acquisti per far cadere il governo. Cose cui purtroppo assisteremo anche in futuro e che contribuiranno ad aggravare l'instabilità del nostro sistema politico-istituzionale.

Per carità, i motivi di malcontento sono più che fondati e su questo blog non li abbiamo certo nascosti, ma per favore, almeno non credeteci così scemi da berci il racconto di improvvisi sussulti di responsabilità istituzionale. I movimenti di queste ore non hanno nulla a che fare né con il merito della politica del governo (anzi, sarà un caso che proprio ora che sembra costretto a cimentarsi in riforme serie, si fanno mancare i voti?), né con la credibilità di Berlusconi, né con l'assenza di dibattito nel Pdl, e nemmeno con chissà quali nobili strategie politiche. Semplicemente lo scenario è cambiato, un Berlusconi che ha provato a reagire e a rilanciarsi si è ulteriormente indebolito, forse in modo decisivo, il Pdl rischia lo sfaldamento, e ciascun deputato sta giocando la sua personalissima partita di miglior posizionamento possibile. E' così che vanno le cose in Italia perché questo è il sistema politico. E non mi si venga a raccontare che da una parte ci sono i venduti e dall'altra i "responsabili". Sono tutti venduti, chi per un posto di sottogoverno, chi per una ricandidatura, chi per un appartamento a Roma, chi per un pezzo di pane. Governo tecnico, di "larghe intese"? Con chi? E per fare cosa? Una patrimoniale e poco altro, e poi si ricomincerà come prima. Ma senza Berlusconi, questo è l'unico obiettivo che importa realmente. Ma come ha ricordato un portavoce della Casa Bianca, non è che cambiando un governo cambiano i problemi del Paese.

Non bisogna farsi distrarre dai tatticismi del momento, l'obiettivo ultimo di Casini non è governare insieme al Pdl senza Berlusconi, prospettiva da cui molti parlamentari sono ovviamente attratti, sembra così ragionevole... E' invece distruggere il Pdl (quante volte ha ripetuto di voler "disgregare" questo bipolarismo?) ed ergersi come unico soggetto aggregatore sulle macerie del centrodestra, spianando la strada alla discesa in campo di Montezemolo in quello spazio politico oggi occupato proprio dal Pdl. L'Udc è l'unico partito che in questa situazione non ha nulla da perdere, o almeno così crede. Se si forma un governo tecnico o transitorio, non potrà che acquisire una centralità sempre maggiore, da capitalizzare al momento del voto, soprattutto se nel frattempo si mettesse mano ad una riforma elettorale in senso proporzionalista; ma anche se si vota subito, con l'attuale legge (guarda caso facendo saltare il referendum per il ritorno al Mattarellum!), è probabile che al Senato risulti determinante. Ecco perché è il partito più attivo nel forzare il quadro politico, pur sapendo che al 90% si rischia di andare a votare a marzo. «Governo di larghe intese. Pdl dica sì o si dissolverà», è il titolo dell'intervista di Casini oggi al Corriere della Sera. L'impressione è che nei suoi piani/sogni il Pdl si dissolverà comunque.

Per quanto mi riguarda non riesco proprio a mandar giù questa logica del "passo indietro". Che sia auspicabile o meno la fine di questo governo e l'uscita di scena di Berlusconi, il modo più democratico e trasparente è ciò che molti, abituati ad una logica trasformistica e fangosa, chiamano "schianto", "ultima raffica", o "fucilata": un voto di sfiducia parlamentare, lineare, limpido. Nel quale ciascuno si assume le sue responsabilità guardando negli occhi l'avversario e il Paese. Non sarebbe nulla di drammatico. Sarebbe la democrazia, bellezza. Sarebbe.

Friday, October 14, 2011

Tirare a campare


Qualche considerazione sul voto di fiducia di venerdì scorso.

1. Governo e opposizioni. L'opposizione rimedia l'ennesima figuraccia, non perché non gli sia riuscito di "cacciare" Berlusconi, ma per il patetico tatticismo d'aula degli ultimi giorni, la cui regia questa volta si deve a Casini e all'imparzialissimo presidente della Camera, con il Pd a rimorchio. L'Aventino ha fatto tristemente passare alla storia i suoi ideatori come deboli e perdenti. E quella cui abbiamo assistito tra mercoledì e venerdì scorsi è solo una brutta copia messa in scena da epigoni ancor più spaesati e a corto di idee. Il governo tiene, ma è un tirare a campare, non c'è nulla allo stato attuale che possa far sperare in un cambio di passo, in un sussulto riformatore. Deludente, come ha scritto su La Stampa Luca Ricolfi, è stato il discorso del premier, che ha sprecato l'ennesima occasione per impegnare se stesso e la sua maggioranza nelle riforme liberali che servono al Paese. «Quel voto - ha scritto Giuliano Ferrara su Il Foglio di sabato - serve a poco se Berlusconi non si decida a fare subito due cose più che urgenti, ed entrambe indispensabili: riassumere la guida del governo, usare il governo per fare la riforma liberale del Paese». Ebbene, Berlusconi sembra voler innanzitutto durare, decidere lui, concordandolo con Bossi, il momento più opportuno per riportare il Paese al voto, convinto in questo modo di salvare il Pdl e il centrodestra dalla disgregazione.

La pubblicazione della lettera della Bce al nostro governo forniva una straordinaria leva per tentare di superare le resistenze nella maggioranza e per inchiodare l'opposizione alle sue contraddizioni politiche. Al primo elenco di ricette concrete e puntuali per venir fuori dalla crisi, giunto da un autorevole organo "tecnico", la reazione del Pd è andata infatti dalla flebile apertura del vicesegretario Letta (ci penseremo) alla totale reiezione del responsabile economico del partito. Per non parlare di Vendola e Di Pietro, sabato in piazza con gli "indignados". La Lega è contraria alla riforma delle pensioni? Gli ordini professionali e gli enti locali alle liberalizzazioni? Tremonti alle privatizzazioni? Ebbene, per riprendersi la leadership smarrita Berlusconi dovrebbe sfidare i "no" nella sua maggioranza. Rischierebbe di saltare, certo, ma per lo meno non su un incidente parlamentare, dovuto al caos o ad un complotto, bensì su una linea coraggiosa e riformatrice che rappresenterebbe comunque una preziosa eredità politica nonché una coerente piattaforma elettorale. Non sembra questa la predisposizione d'animo attuale del premier.

Il quale tuttavia si sarebbe almeno persuaso, così riferiscono i retroscena, a cavalcare il referendum per il ritorno al Mattarellum (sempre che la Consulta dichiari ammissibili i quesiti). Un modo per non farsi travolgere dall'antipolitica, ma ancor più importante, per blindare il bipolarismo, costringendo l'Udc a scegliere prima del voto pena l'irrilevanza, mentre con l'attuale legge i centristi potrebbero risultare decisivi al Senato e dunque nella posizione di scomporre l'assetto bipolare.

2. La "soluzione spagnola". Tra gli altri, anche Ricolfi sostiene che «se oggi - a differenza di ieri - i mercati giudicano la Spagna meglio dell'Italia (come risulta dall'andamento degli spread) è anche perché la promessa di Zapatero di farsi anticipatamente da parte è comunque un segnale di apertura, una finestra sul futuro», e conclude quindi che una simile soluzione - Berlusconi che dichiara «esplicitamente» che non si ricandiderà ed elezioni anticipate al 2012 - potrebbe portare gli stessi benefici anche al nostro Paese. In effetti, in Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a novembre hanno accelerato l'approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che hanno concesso una tregua a Madrid. A me pare, tuttavia, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulla politica economica del governo, difficilmente gli esiti potrebbero essere i medesimi. Prima di tutto, per una considerazione di ordine "sistemico". In Spagna il sistema politico è molto più lineare del nostro e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei Popolari di Rajoy, mentre da noi dalle urne potrebbe uscire una situazione di ulteriore stallo. Ma anche, e soprattutto, per motivi politici. Mentre in Spagna un'alternativa a Zapatero c'è, è autorevole e coesa, e non ostile alle politiche per la stabilità e la crescita caldeggiate dai mercati, in Italia l'opposizione è divisa, sulla leadership ma ancor più sul programma. Basti guardare alle sconclusionate reazioni alla lettera della Bce: respinta senz'appello da Vendola, che vi vede addirittura le politiche all'origine della crisi; criticata dal responsabile economico del Pd Fassina; timidamente difesa dal vicesegretario Letta. I principali partiti di opposizione - Pd, Idv e Sel - sono scesi in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.

3. Napolitano sconfessa Fini. Nel frattempo, tra cantonate, recrminazioni e trombonate, venerdì è passata sotto silenzio la risposta del capo dello Stato ad una lettera dei capigruppo della maggioranza sui delicati passaggi parlamentari della scorsa settimana. Ebbene, una risposta nella quale Napolitano dà educatamente torto a Fini e alle opposizioni. Riconosce che l'interpretazione del significato della bocciatura del rendiconto di bilancio rientrava «pienamente nei poteri del Presidente di Assemblea», ma nel merito spiega che non comportava obbligo di dimissioni per il governo e che l'impasse può essere superato rivotando sullo «stesso testo», come avevo fin da subito sostenuto su questo blog, compresa la citazione di Onida. L'esatto contrario, invece, di quanto il presidente Fini, facendo proprie le tesi delle opposizioni, era andato a rappresentare al Colle mercoledì pomeriggio. Queste le parole di Napolitano:
«Non ho ritenuto, confortato del resto dalla dottrina - espressasi anche nell'articolo del Presidente Onida, da me vivamente apprezzato - che vi fosse un obbligo giuridico di dimissioni a seguito della reiezione del rendiconto, ma che... fosse necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha fatto. (...) Circa l'ultima questione relativa alle modalità più corrette per superare l'inconveniente determinatosi e consentire un'attività certamente dovuta, convengo che non possono che essere le stesse per qualunque governo e consistere anche nella ripresentazione dello stesso testo, considerata la sua natura di atto ricognitivo e di legge formale di approvazione: ma era opportuno che ciò avvenisse dopo il chiarimento politico e previa nuova verifica da parte dell'organo di controllo dei conti dello Stato, come poi è in effetti avvenuto».
4. «Non ci sono più i radicali». E' sconsolato e indignato Il Post con i radicali, la cui colpa non è certo quella di aver "salvato" il governo - come purtroppo agenzie di stampa, siti internet e "sofrini" hanno riportato, evidentemente così accecati dall'antiberlusconismo da non rendersi nemmeno conto di come fossero andate davvero le votazioni - ma solo di non essersi prestati ai patetici tatticismi del Pd. In realtà, i radicali «non ci sono più» da quando hanno votato per l'arresto del deputato Alfonso Papa, le cui denunce da Poggioreale dovrebbero scuotere qualche coscienza. Ma il vero e proprio linciaggio mediatico che si è scatenato contro i radicali, sui mainstream media come sui social network, rivela la disperazione di chi non riesce più a trovare ragioni per le proprie sconfitte, e si aggrappa a qualsiasi capro espiatorio. Grazie ai radicali abbiamo scoperto che Rosy Bindi è non solo più bella che intelligente, ma anche più bella che educata. Chissà se adesso la signora Bindi riceverà le ironie riservate di solito alle rozze uscite di Bossi e Calderoli... E abbiamo anche la conferma «senza possibilità di dubbio» che al Post non sanno di cosa scrivono e devono le loro "fortune" esclusivamente ad un cognome, per altro tristemente noto.

L'obiettivo dei radicali, come potrà appurare chiunque guardi ai fatti con serenità d'animo e senza pregiudizi, era unicamente fare uno sgarbo al Pd come ripicca per come vengono trattati. I deputati radicali si sono recati a votare alla prima chiama, ma solo dopo che il quorum era di fatto già stato raggiunto, perché aveva votato "sì" uno dei tre deputati in bilico della maggioranza, e sarebbe bastato per arrivare a 315, anche se quando ha votato Beltrandi avevano votato in 297. Il fatto che siano entrati alla prima chiama è una conferma. Se infatti avessero aspettato la seconda chiama, delle due l'una: o non sarebbero riusciti a fare lo sgarbo al Pd, perché se il quorum fosse stato raggiunto alla prima sarebbero entrati anche tutti gli altri gruppi di opposizione; oppure, in assenza del quorum alla prima chiama, entrando alla seconda avrebbero davvero "salvato il governo", responsabilità e rischio che non volevano assumersi.

Wednesday, October 12, 2011

L'ultimo treno

Non si può sapere con certezza cosa sia andato a dire Fini al presidente della Repubblica, ma ho l'impressione che sperasse in tutt'altra risposta. Nell'incontro di questo pomeriggio avrebbe rappresentato al capo dello Stato le ragioni dei gruppi di opposizione (compreso il suo, dunque), secondo cui dopo la bocciatura dell'articolo 1 del rendiconto 2010 non sarebbe possibile procedere alle comunicazioni del premier, il quale invece dovrebbe salire al Quirinale a dimettersi. Stendiamo un velo pietoso sulla condotta di un presidente della Camera che invece di essere, e apparire, super partes, va a chiedere al capo dello Stato di "dimissionare" il governo. Napolitano gli ha risposto che «tocca al presidente del Consiglio indicare alla Camera la soluzione» per l'approvazione del rendiconto. E che «sulla sostenibilità di tale soluzione sono competenti a pronunciarsi le Camere e i loro presidenti». Parole che sembrano rinviare al voto di fiducia, com'era ovvio.

Nulla infatti sembra autorizzare un automatismo tra la bocciatura del rendiconto e le dimissioni del governo. Tra i costituzionalisti il parere dell'ex presidente della Consulta Valerio Onida ci sembra il più lineare, anzi l'unico possibile per superare l'impasse sul rendiconto.
«I voti negativi sulle leggi di bilancio vanno intesi come voti di sfiducia anche se formalmente non lo sono. Quindi dopo una bocciatura del genere si dovrebbe verificare la tenuta del rapporto di fiducia tra governo e Parlamento. Se il presidente del Consiglio non lo facesse potrebbe essere il presidente della Repubblica a richiederlo. La bocciatura di una legge di bilancio non richiede dimissioni automatiche, ma la verifica della fiducia, e mi sembra corretta la richiesta del governo in tal senso... Tecnicamente il rendiconto non è una legge autorizzativa, è piuttosto una legge ricognitiva. Se ci sono provvedimenti successivi che dipendono da esso c'è un condizionamento. Ma secondo me non ci sarebbero problemi a rivotarlo. Il 'ne bis in idem' (non si vota due volta una stessa legge, n.d.r.) non è un ostacolo, perché bisogna guardare alla sostanza. O il rendiconto è sbagliato, e allora si boccia; o è giusto, e allora si può rivotare lo stesso testo».
(fonte: Ansa)
Riferendosi al bilancio 2010, già autorizzato dalle Camere lo scorso anno, l'approvazione del rendiconto è un atto «ricognitivo», si "riconosce" cioè un dato di fatto: le entrate e le uscite dello Stato nel 2010 così come risultano certificate dalla Ragioneria generale. La bocciatura determina quindi un paradosso: il Parlamento non riconosce le entrate e le spese che egli stesso ha autorizzato e che si sono già realizzate. Cosa può essere accaduto? Delle due l'una: o c'è un errore di scrittura, e allora dev'essere corretto e il documento rivotato; oppure i dati sono corretti e il Parlamento ha sbagliato a respingerli, ma in questo caso il documento si può rivotare così com'è.

E' chiaramente una procedura che prescinde dal governo in carica, anche perché seguendo il ragionamento delle opposizioni e della giunta del regolamento della Camera (dove grazie a Fini la maggioranza è diversa da quella dell'aula), nemmeno un altro governo che succedesse a Berlusconi potrebbe ripresentare lo stesso rendiconto con le stesse tabelle, laddove fossero corrette. E allora come si andrebbe avanti? All'indomani di ogni elezione politica si forma un nuovo governo che sul finire dell'anno presenta al nuovo Parlamento il rendiconto dell'anno precedente, cioè le entrate e le spese autorizzate nella legislatura precedente. Cosa accadrebbe se il nuovo Parlamento non lo approvasse, non potendo imputare al nuovo governo quel bilancio? Un evidente paradosso.

Detto questo, il problema politico nella maggioranza c'è ed è gigantesco. La nuova verifica parlamentare è per Berlusconi l'ennesimo treno, ma forse stavolta è davvero l'ultimo, per tornare a governare, per recuperare lo spirito del '94 ed avviare il Paese su un percorso di vere riforme: pensioni, liberalizzazioni, privatizzazioni, meno tasse. In pratica, il "programma" Bce. O finalmente decide di impegnare il governo, e responsabilizzare il Parlamento, su queste poche riforme concrete, fattibili con un tratto di penna, elencandole in modo esplicito ed inequivocabile, e legando ad esse il proprio nome, mettendoci la faccia, o tanto vale che lasci. Se poi il disegno di Scajola è allargare la maggioranza all'Udc, fondare un nuovo partito che accolga tutti i "moderati" richiamandosi al Ppe, bene, è una linea legittima, che però non può essere imposta minacciando manovre di palazzo contro il governo, dev'essere sottoposta democraticamente al partito, discussa e votata in un congresso.

Friday, April 15, 2011

Dopo Fini, Pisanu?

Appena rabberciata la maggioranza alla Camera, potrebbe aprirsi un nuovo Vietnam al Senato. Oggi sul Corriere della Sera, ergendosi devo dire con considerevole faccia tosta a difensori delle virtù repubblicane, Pisanu e Veltroni invocano «un governo di decantazione per riscrivere le regole». Insomma, il solito governo di larghe intese, di responsabilità (?) nazionale (adesso lo chiamano di «decantazione»), il cui scopo sarebbe innanzitutto quello di togliere di mezzo Berlusconi, perché su come riscrivere le regole - e in particolare si parla della legge elettorale - sembra difficile che si costituisca una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne nel 2008. Neanche i due promotori dell'iniziativa infatti chiariscono quali regole vorrebbero, né quale legge elettorale, ma è facile immaginare che per loro l'importante sarebbe fare in modo che impedisca a Berlusconi, come a chiunque altro, di conquistare in solitudine o quasi la maggioranza assoluta dei seggi alle prossime elezioni quando ci saranno. Una legge che costringa le forze politiche ad allearsi per governare solo dopo il voto. Quindi una legge per l'ingovernabilità, per la palude, per il "grande centro".

Ma diversamente da quanto affermano nel loro "manifesto", il problema della legge elettorale mi sembra tutto sommato secondario in questa operazione. C'è il forte rischio, infatti, che il proposito di Pisanu sia molto più semplicemente aprire al Senato una crisi della maggioranza come Fini l'ha aperta alla Camera (senza successo ma provocando un anno di paralisi), nella speranza questa volta di costringere Berlusconi a mollare. Dopo il fallito ribaltone alla Camera, un ribaltone al Senato, insomma. Poi si vedrà. Vedremo se sono davvero queste le intenzioni di Pisanu e quanti senatori saranno disposti a seguirlo.

Wednesday, April 06, 2011

Buttarla in caciara

Oggi Fini si è superato, permettendo alla Camera un ostruzionismo senza precedenti. E da vigliacco non si è neanche fatto vedere in aula a dirigere i lavori, nonostante il clima incandescente di questi giorni richiedesse la sua presenza. Ma evidentemente sapeva che questa mattina le opposizioni avrebbero dato vita ad un ostruzionismo che l'avrebbe messo in imbarazzo. Già alcuni giorni fa aveva falsato i risultati delle votazioni non permettendo ad alcuni ministri, già in aula, tessere in mano, di votare. Oggi sulle pagine del Giornale anche Antonio Martino, un liberale non certo pasdaran berlusconiano, denuncia una situazione di scorrettezza istituzionale che ha ormai superato i limiti della decenza: «Consentirgli di restare alla presidenza della Camera - scrive - è un oltraggio al Parlamento, alla democrazia, all'Italia».

A mio avviso, questa almeno è la mia impressione, Fini sta intenzionalmente e lucidamente perseguendo, di intesa con le opposizioni, la paralisi della Camera che presiede. Ma anche a voler essere più cauti non si può non intravedere un disegno, cui il presidente della Camera sta come minimo prestando sponda, per bloccare i lavori parlamentari - buttarla in caciara, insomma - e precostituire così le condizioni per indurre il presidente Napolitano (con la leva dei suoi "cattivi consiglieri") a sciogliere le Camere nonostante il governo abbia la maggioranza. D'altra parte, per averne conferma basta notare l'insistenza sul punto di trasmissioni come Ballarò e le acrobazie pseudo-giuridiche dei soliti giuristi e notisti, in servizio permanente su certi giornali, nel sostenere che un simile scioglimento rientrerebbe nei poteri del Colle.

The Untouchables

A parte il giornalista del Corriere che ieri l'ha rilevato, ma molto gentilmente, e il giornale della famiglia Berlusconi attraverso un indignato editoriale di oggi, nessuno s'è scomposto più di tanto. Nessuna presa di posizione autorevole da parte delle figure preposte alla tutela delle istituzioni (Fini e Napolitano sono rimasti in silenzio); nessun contrito editoriale; persino poche rimostranze nel centrodestra. Ma che siano state effettuate, trascritte e pubblicate quattro intercettazioni dell'utenza telefonica di Berlusconi non è un abuso che riguarda solo il deputato Berlusconi. Si tratta di un reato contro tutta la Camera dei deputati. E si tratta di un reato grave, un attentato alla sovranità del Parlamento. Un episodio che conferma in modo lampante le peggiori preoccupazioni di quanti vedono nel modus operandi di certi magistrati nei confronti della politica - e di Berlusconi in particolare - un rischio per la democrazia stessa e che quindi ritengono necessaria e urgente una profonda - e sì, "punitiva" - riforma della giustizia. Chi dovrebbe tutelare le prerogative della Camera e dei suoi membri, il presidente Fini, è rimasto pressoché in silenzio. E tace anche quel supremo garante delle istituzioni che però si ricorda di esserlo a giorni alterni, quel chiacchierone del presidente della Repubblica Napolitano, dal quale sarebbe quasi d'obbligo attendersi una reprimenda pubblica sull'accaduto.

La legge sulle intercettazioni - quella attuale e non quella presentata dalla maggioranza, che ha suscitato l'alzata di scudi delle opposizioni e trovato a sbarrarle la strada persino il presidente della Camera in uno dei tanti sconfinamenti dal proprio ruolo - prescrive che i telefoni di deputati e senatori non possano essere intercettati. Se intercettando una terza persona, gli inquirenti si accorgono che stanno ascoltando un parlamentare, devono subito interrompere l'ascolto; se non se ne accorgono, i nastri e le trascrizioni devono essere distrutti. Per utilizzarli, invece, devono chiedere l'autorizzazione alla Camera di riferimento. Nessuna inchiesta mi risulta sia stata aperta nei confronti dei pm milanesi, né da parte di altre procure né da parte del Csm. Dell'abuso commesso all'interno della Procura di Milano (ed è difficile sostenere che si sia trattato di un errore, perché non stiamo parlando della voce anonima di un parlamentare qualsiasi) non risponderà ovviamente nessuno.

Ci si illude - molti in buona fede anche nel centrodestra - che il protagonismo politico delle Procure sia dettato dall'"anomalia" Berlusconi. Ce l'hanno con lui. Una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. La vera anomalia, invece, è la politicizzazione dei magistrati e sopravviverà a Berlusconi, anche se in pochi sembrano rendersene conto. E' un'anomalia che non inizia con Berlusconi e non finirà con lui. Altri leader del campo moderato prima di lui, come Craxi e Andreotti, sono stati sottoposti ad una persecuzione mediatico-giudiziaria e girotondina. Attacchi che subirà anche chi verrà dopo di lui, senza però avere le risorse finanziarie e il consenso politico che può mettere in campo Berlusconi per resistere. Se uscirà sconfitto, pur con tutti i suoi mezzi, quale altro leader politico sarà in grado di resistere? Se non andranno in porto in questa legislatura (ed è molto probabile) certe riforme, dopo Berlusconi rischiamo di ritrovarci con una classe politica completamente sotto ricatto, soggiogata ad un vero e proprio contropotere, tecnicamente antidemocratico e golpista, esercitato non dalla "Giustizia" ma da un pugno di magistrati politicizzati. Che impediranno qualsiasi riforma li riguardi, renderanno impossibile governare a qualsiasi leader moderato e terranno in ostaggio la sinistra.

E' di circa una settimana fa, inoltre, la notizia di un altro clamoroso abuso. Il tribunale di Bari infatti ha dichiarato inutilizzabili 11 mila intercettazioni (11.000!) perché non motivate dalle autorità giudiziarie come prescrive la legge. Il procuratore che le dispose, Michele Emiliano, nel frattempo ha fatto carriera. In magistratura? No, in politica. Oggi è sindaco di Bari. All'epoca aveva affidato le intercettazioni a un soggetto estraneo alla polizia giudiziaria senza chiedere la necessaria autorizzazione. Ebbene, dopo dieci anni (10 anni!), dopo che i testi di quelle intercettazioni sono finiti su tutti i giornali, rovinando la reputazione degli intercettati, adesso viene fuori che sono intercettazioni illecite e che non possono essere utilizzate come elementi di prova nei processi.

Soldi dei contribuenti letteralmente buttati dalla finestra. Di nuovo, chi paga? E il danno ingiustamente inflitto agli imputati, che in assenza di prove valide saranno probabilmente assolti? E se per caso fossero colpevoli, al danno si aggiungerebbe la beffa di una giustizia negata, per colpa di quei magistrati. Ma dell'abuso commesso dalla Procura nei confronti degli imputati, del denaro pubblico sperperato e dell'eventuale giustizia negata, non risponderà nessuno. Ecco perché è necessaria, direi urgente, una legge severissima sulla responsabilità civile e penale dei magistrati. Il fatto poi che le intercettazioni illegali siano state ammesse nelle udienze preliminari dimostra quanto la magistratura giudicante (soprattutto i gip) sia praticamente indistinguibile da quella inquirente, persino in presenza di evidenti violazioni della legge da parte di quest'ultima. Ed ecco perché è necessaria e urgente la più netta separazione delle carriere.

A questo punto, di fronte a tali e tante evidenze, a tanti e tali abusi, che minacciano l'ordine democratico, chi continua a opporsi a queste riforme o è in malafede o non ha la benché minima nozione dei principi su cui si fonda una democrazia liberale.

Thursday, March 31, 2011

Circo Italia

Il "presidio democratico" incoraggiato dal Pd, cui si sono uniti i forcaioli dell'Idv e del partito del presidente della Camera, si trasforma in un'aggressione squadrista proprio all'istituzione presieduta da Fini e ai suoi membri, in quel "popolo delle monetine" che quasi vent'anni fa rappresentò la pagina più brutta, incivile e insieme inquietante - perché non del tutto spontanea - del pur giustificato disgusto popolare per la corruzione imperante nella Prima Repubblica. E sono gli stessi: ex Pci, ma anche forcaioli di destra, dell'ex An, oggi divisi tra Idv e futuristi.

Nei Paesi seri il ministro della Difesa quasi non si sente e non si vede. Già le escandescenze televisive di La Russa risultano poco compatibili con il suo incarico, figuriamoci il "vaffa" di ieri all'indirizzo del presidente della Camera. Anche se interpreta l'umore di molti, non è certo un comportamento da ministro, né da coordinatore del primo partito italiano. Così come Fini che tenta di impedire a La Russa di denunciare in aula ciò che sta avvenendo a un metro dall'ingresso di Montecitorio (ancora una volta la rete di protezione di uno dei rami del Parlamento ha fatto cilecca), e che dà del «cocainomane» al ministro della Difesa, dimostra che non può essere presidente della Camera uno che nei confronti di Berlusconi e del Pdl ha gli stessi occhi iniettati di sangue dei manifestanti là fuori.

Che dire poi del Pd, che agita la piazza senza neanche rendersi conto di esserne in realtà prigioniero? Guardare sotto la voce "nullità". Ciò che è in gioco, oggetto dello scontro, come sintetizza efficacemente un titolo su Il Foglio di questa mattina, è il «diritto dei giudici ad abbattere Berlusconi». Un diritto che va negato con una riforma della giustizia rigorosa e senza compromessi che riporti la magistratura sotto controllo. Sì, sotto controllo, come ogni altro potere e ordine dello Stato. Sempre Il Foglio fa notare come la Repubblica inganni i suoi lettori. Nei suoi retroscena attribuisce al presidente Napolitano pensieri e interventi che sembrano delegittimare l'azione del governo e della maggioranza, ma si tratta spesso di pure invenzioni. Peccato che il quotidiano non abbia neanche l'onestà professionale di pubblicare le forti smentite del Quirinale.

Tutto questo mentre la crisi libica, con tutto ciò che comporta per il nostro Paese - interessi, ruolo in Europa e nel mondo, emergenza immigrazione - dovrebbe richiamare la nostra classe politica a ben altre priorità e sfide che non ad una rissa continua e sterile.

Già, la Libia. La defezione del ministro degli Esteri di Gheddafi, ed ex capo dell'intelligence del regime, Koussa è un'ottima notizia per Obama, Sarkozy e Cameron, un risultato delle loro pressioni politiche e militari, ma un po' meno per Roma. L'uomo che avrebbe dovuto tessere la trama negoziale per l'esilio del raìs pensa alla propria pelle e fugge. D'altra parte, tuttavia, l'ipotesi di armare i ribelli, che si sta facendo sempre più strada a Washington, a Parigi, così come a Londra, dimostra l'insufficienza della "strategia" adottata finora ed è la conferma che al di là delle ipocrisie l'obiettivo discriminante per il successo o meno della missione non è solo la protezione dei civili, ma la cacciata di Gheddafi. Se oggi di fatto si va verso un'escalation, è perché sì è agito con colpevole ritardo, in ossequio al ruolo dell'Onu (per ottenere una risoluzione ambigua esattamente come quella che portò alla guerra in Iraq) e al multilateralismo (se così si può chiamare una coalizione di 15 Paesi, mentre sarebbe "unilateralismo" quella di 40 per l'Iraq, ironizza Rumsfeld).

Il ritardo, infatti, ha reso insufficiente la formula della no-fly zone e dei raid aerei. E' probabile che le armi stiano già affluendo ai ribelli da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, magari via Egitto, sicuramente non dalla Nato, e non si possono escludere anche operazioni di appoggio (Obama avrebbe autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in Libia). Come al solito la nostra diplomazia non capisce al volo e si attarda in uno controcanto sterile («non è la soluzione migliore», o «è l'estrema ratio»), dal momento che sarà costretta ad accodarsi alle decisioni altrui tra pochi giorni.

Ma le difficoltà della missione voluta da Usa, Francia e Gran Bretagna, e l'escalation delle armi ai ribelli che sono costretti a valutare, non dovrebbero essere motivi di rivalsa a Roma. Confermano infatti che lo stallo militare sul terreno, con la Tripolitania saldamente nelle mani di Gheddafi e la Cirenaica ai ribelli, è una vittoria per il Colonnello, che può sperare così di sabotare i cingoli della missione internazionale e resistere indefinitamente, e una sciagura innanzitutto per l'Italia. Alla Farnesina continuano a non capire che uno stallo esclude che Gheddafi si rassegni a trattare il suo esilio, anzi sarà lui a chiedere a Obama, Sarkozy e a Berlusconi di andarsene. Non so se armare i ribelli sia l'opzione migliore (è ancora fresco il ricordo dei famosi stinger che gli Usa hanno dovuto ricomprare uno ad uno dai mujaheddin afghani), ma di certo se vuole avere un ruolo con questa carta velleitaria dell'esilio l'Italia deve augurarsi che l'intervento armato riesca a mettere Gheddafi con le spalle al muro, quindi non ha senso non bombardare oppure ostacolare soluzioni per aumentare l'efficacia dell'intervento alleato.

Tuesday, March 01, 2011

Troppi suggeritori al Quirinale

L'attacco di Berlusconi è ben mirato e non è a Napolitano, ma all'«enorme staff che circonda il presidente e che interviene puntigliosamente su tutto». Al Quirinale - non è un mistero - esiste una fitta rete burocratica che circonda il presidente, lo "consiglia", e nella sua stessa struttura somiglia a un governo parallelo, con tanto di ministri ombra (chi si occupa di giustizia, chi di finanze, chi di politica estera, eccetera). E permettetemi, ma a volte si ha proprio l'impressione che Napolitano non si renda conto che alcune decisioni, pur animate dalle sue migliori intenzioni, mettono a rischio quella "pax" istituzionale che da sempre è la bussola del suo agire. Lo dico senza giri di parole: il sospetto è che alcuni suoi "suggeritori" approfittino della loro posizione, dell'ascolto di cui godono da parte del presidente, per indurlo ad atti, pur formalmente fondati, il cui scopo primario però è squisitamente politico: mettere in difficoltà il governo ogni qual volta sembri rifiatare e ogni qual volta l'opposizione non sembri in grado di farlo autonomamente.

Guarda caso, proprio nel momento in cui Berlusconi si rafforza numericamente in Parlamento, ecco gli interventi "ritardanti" e a dir poco puntigliosi su federalismo municipale e milleproroghe, su cui il Colle ha mostrato un rigore degno di miglior causa (la questione Fini, per esempio), ma soprattutto che non ricordiamo con i governi di centrosinistra. L'uso spesso disinvolto della decretazione d'urgenza così come altre discutibili prassi parlamentari, cui governo e maggioranza di turno si vedono costretti a causa dell'inadeguatezza del nostro sistema parlamentare, sono un male bipartisan, eppure solo con Berlusconi a Palazzo Chigi il Colle è così puntuale nel rilevarle.

E' vero che la Costituzione attribuisce al capo dello Stato alcune prerogative «di controllo». Può quindi decidere di non firmare un decreto legge, oppure rispedire una legge alle Camere, essendo obbligato a firmarla qualora torni alla sua attenzione una seconda volta. Ma deve farlo nei modi prescritti. L'«attenzione» che sul Colle dedicano all'esame delle leggi non deve spingersi fino ad indurre governo e Camere a scriverle praticamente sotto dettatura. E non è affatto un mistero che ci siano leggi scritte a più mani, con il concorso attivo del Quirinale, addirittura ancora prima che i testi escano dai ministeri per arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri o dalle commissioni parlamentari per giungere in aula. Per altro verso, è ovvio che la maggioranza non deve lasciare spazi di manovra impropri al Colle, sollecitando tali interventi. Il risultato è che dietro l'espressione «prassi di consultazione e leale collaborazione» si cela spesso un potere di indirizzo politico de facto condiviso, "duale", tra Palazzo Chigi e Quirinale e questo è nettamente al di fuori e contro la Costituzione. Un governo sotto la tutela del capo dello Stato non esiste. Il controllo su leggi e decreti non può e non deve avvenire in modo preventivo, ma va esercitato con le procedure previste.

Anche la moral suasion del presidente Napolitano comincia ad essere un po' troppo discrezionale. Tutti ricordiamo con quanto vigore ha difeso le sue prerogative quando esponenti di governo e della maggioranza si sono azzardati a sostenere che in caso di crisi per loro l'unica strada è il voto anticipato. Eppure, non ha sentito nemmeno di intervenire, quando più recentemente le opposizioni hanno invocato il voto anticipato e su alcuni giornali si è teorizzato addirittura il potere, da parte del presidente della Repubblica, di sciogliere le Camere anche in presenza di un governo con la piena fiducia del Parlamento. Così come è sempre pronto a rintuzzare le uscite incaute del premier, ma permette da mesi senza battere ciglio che il corretto funzionamento del Parlamento (di entrambi i rami) sia turbato massivamente dal ruolo anomalo e anti-istituzionale del presidente della Camera Fini.

Wednesday, February 09, 2011

L'epoca del liberalismo muscolare

Su taccuinopolitico.it e rightnation.it

Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.

A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.

«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
LEGGI TUTTO

Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
People were led to believe that "multiculturalism" meant multiracialism, or pluralism. It did not. Nevertheless, for years anybody who criticized multiculturalism was immediately decried as a "racist". But the true character and effects of the policy could not be permanently hidden. State-sponsored multiculturalism treated European countries like hostelries. It judged that the state should not "impose" rules and values on newcomers. Rather, it should bend over backwards to accommodate the demands of immigrants. The resultant policy was that states treated and judged people by the criteria of whatever "community" they found themselves born into.

Friday, January 28, 2011

Quella è la porta

Anche Corriere e Foglio invitano Fini a dimettersi

Non sono il solo a ritenere che si debba muovere Napolitano per risolvere almeno una delle tante crisi istituzionali che stanno facendo sanguinare la nostra democrazia e deprimere gli italiani, cioè per spingere Fini alle dimissioni. Non per la casa di Montecarlo, su cui saranno gli elettori a giudicare visto che la magistratura proprio non ne vuole sapere di fare un simile sgarbo ad un suo prezioso alleato. Ma per l'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica di presidente della Camera, che richiede una terzietà di comportamenti che Fini ha dimostrato di non sapere né volere più garantire.

Con la diplomazia che gli appartiene, da ex ambasciatore, Sergio Romano gli indica la porta (e non è la prima volta che il Corriere la manda a dire a Fini), mentre Il Foglio invoca l'intervento del presidente Napolitano: «In una situazione delicata di questo tipo, probabilmente, avrebbe un effetto decisivo un intervento ovviamente riservato ma fermo del Quirinale, che rischia altrimenti di restare prigioniero di una situazione istituzionale ingestibile». Il quotidiano diretto da Ferrara osserva opportunamente, inoltre, che «non sta in piedi da un punto di vista logico insistere [da parte di Fini] sulla terzietà presidenziale per delegittimare come attacchi alle istituzioni le iniziative politiche che contrastano quelle messe in campo "a titolo personale" dallo stesso presidente» della Camera.

Due modi senz'altro più eleganti di quello scelto dal Giornale («Fini vattene»), ma la sostanza non cambia: Fini si dimetta.

Thursday, January 27, 2011

Caso Fini, è ora che Napolitano si muova

L'aspetto che dovrebbe far indignare non è che il centrodestra discuta in Senato il caso Fini, che è da parecchio tempo un caso istituzionale di cui finalmente pare essersi accorto persino il presidente Napolitano, ma che la Procura di Roma non abbia ritenuto né di inoltrare una rogatoria al governo di Saint Lucia, né di sentire non dico il presidente della Camera, ma almeno Giancarlo Tulliani, che per ammissione di Fini ha fatto da intermediatore nella compravendita dell'immobile al centro dell'indagine. E non mi si venga a dire che è irrilevante sapere chi è il vero proprietario dell'abitazione sulla cui vendita grava il sospetto di una truffa.

Eppure, le carte da Saint Lucia sono arrivate lo stesso, ovviamente tramite mani politicamente interessate, ma è davvero incredibile - e autorizza a nutrire più di un sospetto di un'alleanza tra Fini e le toghe - che non le abbia chieste la Procura. Procura che, riferiscono unanimi le cronache dei giornali, qualsiasi cosa dicano quelle carte non è disposta a spostarsi di una virgola dalla richiesta di archiviazione per Fini. Il punto è che, ravvisino o meno il reato i magistrati, gli italiani hanno capito da un pezzo che Fini ha svenduto una casa di lusso di proprietà del suo ex partito al cognato, probabilmente nell'ambito di un giro di immobili tutto in famiglia, così come sanno da tempo che Berlusconi ama organizzare nelle sue ville feste che terminano con spettacolini sexy e "ringraziare" le ragazze con aiuti e regali.

E' dall'aprile scorso che segnalo l'incompatibilità del ruolo politico di Fini con la sua carica istituzionale e puntualmente le scorrettezze predette si sono verificate, anche nella gestione dei lavori parlamentari e persino nella composizione del Copasir, alla faccia di chi alle richieste di dimissioni obiettava "quel che conta è che svolga in modo irreprensibile le sue funzioni". Ebbene, anche questo alibi è caduto e l'interrogativo che mesi fa sollevai (ma a che titolo salirebbe al Quirinale per le consultazioni? Come terza carica dello stato o leader di partito?) oggi si legge sui giornali. E' ora che si dimetta, se non per la promessa fatta agli italiani nel suo videomessaggio, perché non riesce più a garantire l'imparzialità della presidenza della Camera che sia la Costituzione che i regolamenti parlamentari prescrivono, o che Napolitano si decida ad esercitare la sua moral suasion.

Thursday, January 13, 2011

Rigore sì, ma nessun alibi

In un editoriale di qualche giorno fa Piero Ostellino ricordava al ministro Tremonti che «il controllo della spesa pubblica non è un fine in sé, ma il mezzo per liberare la crescita economica», e che «senza rigore non c'è sviluppo, ma senza sviluppo si piomba nella collettivizzazione della povertà». E al ministro suggeriva una lettura quanto mai appropriata, il Program for Economic Recovery del 1981 di Ronald Reagan: riduzione della spesa, della tassazione sul lavoro e sul capitale, e deregulation. Un miraggio qui da noi, soprattutto da quando con la crisi gli statalisti hanno potuto sfogare le loro frustrazioni contro il libero mercato e le politiche liberiste.

Nella sua risposta, comunque positiva, Tremonti ha abilmente dribblato il tema della riduzione della spesa e della tassazione, per concentrarsi sulla deregulation, che in un Paese come il nostro non sarebbe sufficiente ma sarebbe già tanto.

Il ministro parla di «bulimia giuridica», una «follia regolatoria ormai divenuta tanto soffocante da creare un nuovo Medioevo», che però a suo avviso non si può sciogliere per «abrogazione», «delegificazione», o «semplificazione», come è stato tentato in passato, ma «si taglia con un colpo di spada». Cioè, «con una norma che dia efficacia costituzionale e definitività al principio di responsabilità, all'autocertificazione, al controllo ex post, estendendoli con la sua forza obbligatoria a tutti i livelli dell'ordinamento, superando così i problemi del complicato riparto delle competenze legislative».

Ben venga una simile riforma, ma non serva come alibi per ritardare le tante che si possono - e si devono - fare nel frattempo. Tremonti non dimentichi una cosa: il suo immobilismo rigorista, pur prezioso e probabilmente sufficiente a farsi preferire agli arroccamenti antistorici del Pd e della sinistra, non basta però a rilanciare il nostro Paese e a "passare alla storia".

Oggi, sul Secolo, Fini interviene nella discussione tra Ostellino e Tremonti vestendo i panni del liberale e dicendo anche cose giuste. Peccato che il suo sia ormai un pulpito poco credibile. Quando si presentò, non molti anni fa, l'irripetibile occasione di realizzare la più importante riforma fiscale di sempre, fu proprio Fini infatti (insieme a Casini) a dare una spallata a Tremonti e a far sbagliare al governo di allora un calcio di rigore decisivo. Insomma, non mi pare che possa essere Fini ad alzare il ditino. Per giunta proprio adesso che, con l'intervista a la Repubblica di ieri, comincia la sua grama vita di doppione di Casini, costretto ormai a seguirne le mosse centriste come un'ombra. La sua critica alla politica economica del governo sembra impietosa: il Paese è fermo, sfiduciato, la ripresa non si vede. Ma ci va piano con Tremonti - nonostante il ministro venga additato un po' da tutte le parti come il vero freno alle riforme - non sia mai che possa decidere di smarcarsi da Berlusconi e quindi tornare utile.

Friday, December 17, 2010

Fini neocentrista perde appeal

Non sono la laicità e i temi della bioetica i principali motivi di contraddizione di un terzo polo Fini-Casini. Per due motivi. Primo, perché Fini è una banderuola, non ha problemi a "cambiare idea", e tra i suoi i liberali sono al massimo un paio; secondo, perché si può sempre dire che su quei temi c'è "libertà di coscienza" e a ben vedere è ormai da parecchio tempo che lo stesso Fini sembra averli accantonati. No, la contraddizione strategica è sull'assetto del sistema politico e sul posizionamento in esso, ed è su questa che quattro finiani hanno scelto di non votare la sfiducia.

Fli nasce bipolarista - lo ricordano oggi gli "intellettuali" finiani della prima ora Campi e Ventura - si vorrebbe proporre come "vero" e nuovo centrodestra, alternativo alla sinistra. Casini e l'Udc, invece, vogliono un "grande centro", perno del sistema e quindi pronto a governare sia con la destra (senza Lega) che con la sinistra (senza Di Pietro e i neocomunisti). Si tratta di visioni strategiche alternative e Fini non può pensare di costituire un terzo polo con Casini, anche solo tatticamente, senza dare l'idea di aver abbandonato la logica bipolare in favore di quella centrista. E' su questo, e non sui temi cari alla Chiesa, che rischia non solo di perdere parlamentari, come è accaduto il 14, ma soprattutto consensi. Ed è anche per questo che a mio avviso Fini in un terzo polo avrebbe minore capacità attrattiva sugli elettori del Pdl, per non parlare del fatto che quasi certamente non ne sarebbe il leader. La sensazione è che lo schema qualsiasi alleato, qualsiasi manovra, anche se solo tattica, pur di abbattere Berlusconi non incontri l'approvazione neanche degli elettori di centrodestra più stufi del premier. A Casini che importa? Fini rafforza le chance centriste ma si danneggia personalmente. Meglio di così...

I poveri seguaci di Fini, per lo più per debito personale, hanno visto in pochi mesi trasformarsi il progetto. All'inizio doveva essere una corrente - e nei gruppi autonomi l'hanno seguito in più di trenta. Poi si è andati verso un movimento e si faceva fatica a parlare esplicitamente di partito. Quindi la richiesta di un "nuovo patto di legislatura" in qualità di "terza gamba" nel centrodestra, che però sarebbe rimasta leale al governo e mai - si giurava - avrebbe negato la fiducia. Fin qui Fini non ha avuto problemi a tenere compatti i suoi. Dopo, con la richiesta di dimissioni del premier prima, la presentazione della sfiducia poi, mentre nel frattempo l'atteggiamento di Berlusconi e del Pdl si era fatto più dialogante, è apparso evidente che il progetto stava mutando: Fli avrebbe sommato i propri voti a quelli dell'Udc e della sinistra, rendendo inevitabile, dall'indomani, l'annuncio di terzo polo. E non ha torto Berlusconi nel denunciare, dal suo punto di vista, il terzo polo come spalla della sinistra, dal momento che nell'auspicio centrista di un sistema di fatto tripolare non si esclude affatto un'alleanza col Pd.

Altro che "calciomercato", Fini deve prendersela con la sua ambiguità, le sue sbandate e i suoi colpi di testa, che hanno portato le sue truppe molto lontano dal percorso cui inizialmente molti avevano dato il loro assenso. Non vi verrebbe qualche dubbio se avendo concordato una gita a Napoli, dopo due-tre giri sul Raccordo l'autista imbocca l'autostrada Roma-Firenze? Dopo la rottura di aprile ad ogni passo successivo Fini non ha fatto altro che confermare le peggiori accuse e i sospetti sul suo disegno politico sollevati dai suoi avversari e detrattori, da Berlusconi a Feltri.

E ora, anche se tardivamente rispetto a chi la denuncia da aprile, l'incompatibilità del suo ruolo politico di oppositore aggressivo con quello istituzionale e "terzo" viene riconosciuta da tutti i commentatori, anche i non e gli anti berlusconiani, persino gli "intellettuali" finiani, che chiedono le sue dimissioni da presidente della Camera. Su questo si legga l'editoriale di Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio, certo non pregiudizialmente ostile a Fini.

Tuesday, December 14, 2010

O Berlusconi o il voto

Vince la linea più comprensibile, più trasparente rispetto alla volontà degli elettori: o Berlusconi o il voto. E' del tutto evidente, infatti - non ci sarebbe neanche bisogno di ricordarlo - che con questi numeri (intendo quelli della Camera) non si governa. Ma il voto di oggi non per questo era senza significato. E' stata una prova di forza tra Berlusconi e la Lega da una parte e Fini e il terzo polo dall'altra. Berlusconi è riuscito a dimostrare che non ci sono i numeri in Parlamento, in nessuna delle due Camere, per governi diversi da quello uscito legittimato dalle urne, ma questo non significa che la crisi sia conclusa. Da oggi o questo governo avrà la capacità di rafforzarsi numericamente (convincendo l'Udc e/o spaccando ulteriormente Fli), oppure si tornerà al voto (probabilmente già a metà marzo). Questi sono i due scenari più probabili dopo il voto di oggi, da cui Fini esce sconfitto (probabilmente grazie allo sciagurato intervento "dipietrista" di Bocchino).

Con tre soli voti alla Camera non si va lontano, ma adesso dovrebbe essere più chiaro a tutti che l'unica alternativa a Berlusconi sono le urne, e ciò potrebbe convincere più di qualcuno a rompere gli indugi e a (ri)entrare nella maggioranza, anche se resta un esito piuttosto improbabile. E' legittimo cambiare idea e togliere la propria fiducia al governo, ma in questo caso il comportamento più lineare è rimettersi al giudizio degli elettori, per quanto essi non abbiano alcuna voglia di essere richiamati al voto e siano esausti di fronte allo spettacolo raccapricciante della politica italiana. Per questi motivi, Berlusconi, dopo il voto di oggi, non deve commettere l'errore di trascinare troppo a lungo questa fase di incertezza e ambiguità: o riesce davvero a rafforzare l'esecutivo, a renderlo pienamente operativo (e non bastano tre voti alla Camera), o si dimette. Ma il tutto in tempi stra-brevi. Potrebbe tentare di riportare nella maggioranza altri finiani, ma imbarcare Casini (è improbabile, ma Pier potrebbe essere tentato di tirare questo brutto scherzo a Fini), nonostante il via libera della Lega, significherebbe semplicemente cambiare il nome del logorante, e trascorrere un altro anno così prima di accorgersene. Gli italiani non lo perdonerebbero.

Non passi inosservato il grave comportamento, ancora una volta del presidente della Camera, che con il voto congiunto delle due mozioni di sfiducia (Pd-Idv e Fli-Udc-Api-Mpa) evitando ai firmatari l'imbarazzo di esplicite dichiarazioni di condivisione, ha sì massimizzato i voti contro il governo ma ha violato il regolamento, rischiando l'approvazione di due mozioni dall'identico esito - la sfiducia al governo - ma dalle motivazioni molto diverse tra di loro, il che avrebbe impedito una corretta valutazione delle reali intenzioni dell'assemblea.

Monday, December 13, 2010

Le colombe volano?

Berlusconi nel suo discorso rilancia quel «patto di legislatura» su cui ottenne la fiducia il 29 settembre scorso, accogliendo quella che era stata la richiesta originaria di Fini, a Mirabello, prima del passo ulteriore a Bastia Umbria, la richiesta di dimissioni. Fa appello ai «moderati», dicendosi disponibile a «rinnovare cosa c'è da rinnovare nel programma e nella compagine del governo», richiamando esplicitamente la possibilità di «ricomporre l'alleanza di tutte le forze moderate che oggi ritroviamo, oltre che nella Lega, nel Fli e nell'Udc», citate esplicitamente. Solo su un punto è irremovibile: dimissioni e crisi al buio. Disponibilità anche alla modifica della legge elettorale (di questa legge che proprio Fini e Casini - è bene ricordarlo - avevano imposto nel 2005 come condizione per ripresentarsi alle elezioni alleati con Berlusconi), ma con un solo e condivisibile «limite invalicabile: la difesa del bipolarismo». Perché il cittadino sappia chi è il leader, quali le alleanze di governo e i programmi prima di votare e non dopo aver votato.

Ieri, intanto, la tracotanza ha giocato un brutto scherzo a Fini, le cui uscite "bocchiniane" (e ancora una volta sprezzanti del suo ruolo istituzionale) a "In mezz'ora", la trasmissione di Lucia Annunziata, hanno indotto i moderati del suo gruppo a prendere le distanze.

Tempo fa aveva promesso che si sarebbe dimesso, se il "cognato" fosse risultato il vero proprietario della casa di Montecarlo. Pare essere rimasto solo lui a non essersene accorto, mentre è ancora in attesa che venga accolta la richiesta di archiviazione dell'inchiesta che lo vede ancora indagato per truffa (archiviazione ad orologeria?). Ora promette di dimettersi se alla Camera Berlusconi riconquisterà la fiducia con dieci voti di scarto. Annotiamo.

Ma quel che più conta è che Fini ha rotto gli indugi e annunciato chiaro e tondo che comunque vada a finire il voto del 14, Fli dal giorno dopo sarà all'opposizione (in compagnia di Casini, Bersani, Di Pietro e Vendola); si lascia andare ad un attacco al premier sulle vicende giudiziarie degno di Di Pietro e Bersani (resta a Palazzo Chigi solo per usufruire del legittimo impedimento) e si esprime in anticipo sulla volontà dell'aula che presiede (prevedendo la sfiducia al governo).

Se al Senato Berlusconi otterrà senza problemi la fiducia, alla Camera i numeri continuano ad essere incerti, seppure pare sia di poco in vantaggio. Se una fiducia risicata non basta certo a governare, il suo significato politico non è tuttavia trascurabile: non ci sono i numeri per altre maggioranze diverse da quella uscita dalle elezioni del 2008, come vorrebbero Fini e Casini. Quindi, o l'attuale governo riesce a rafforzarsi numericamente dopo il 14 (improbabile); o si torna alle urne (molto probabile). E anche secondo gli osservatori non certo berlusconiani le alternative paiono francamente «incredibili». Condivisibile quasi al 100% il solito Luca Ricolfi, che su La Stampa punta il dito laddove «l'opposizione rivela tutta la sua inconsistenza».

In queste ore sembra Fini nelle condizioni di dover recuperare qualche voto e dal suo studio di Montecitorio continua imperterrito nella campagna acquisti. Considerando l'astensione certa dei due deputati dell'Svp Brugger e Zeller, e quella dello stesso Fini (a meno che non osi l'ennesimo strappo istituzionale), nonché le assenze giustificate delle tre deputate in gravidanza Bongiorno, Cosenza (Fli) e Mogherini (Pd), i votanti dovrebbero essere 624. E quindi l'asticella minima per la fiducia a 313. Attualmente Berlusconi dovrebbe poter contare, oltre che su Pdl e Lega (294), su Noi Sud (12) e su altri 7 voti (Nucara, Pionati, Grassano, Calearo, Cesario, Scilipoti e Catone), arrivando proprio a 313. Incerti però sono Guzzanti e 2-3 di Fli, sulle posizioni di Moffa (stasera il summit decisivo dei finiani). I radicali, pur con tutti i distinguo e le manfrine pannelliane, credo che alla fine voteranno compatti la sfiducia. Così come faranno disciplinatamente i deputati Pd, seppure con la tremarella e levando sottovoce il coro "Sil-vio! Sil-vio! Sil-vio!".

Thursday, December 09, 2010

La paura fa 14

A dimostrazione che più passano le ore più cresce tra i finiani l'incertezza sui propri numeri per sfiduciare il governo alla Camera, ecco il loro ultimo tentativo di evitare il voto del 14: chiedono a Berlusconi di dimettersi prima, assicurandogli un reincarico «entro 72 ore», ma allo stesso tempo - dandogli un motivo per non fidarsi - intimano dimissioni "al buio" (si discute solo dopo) o sfiducia. Ora: ciò che la gente proprio non capisce, è perché sia così indispensabile che Berlusconi si dimetta per dar vita a quel nuovo patto di legislatura che il premier, accogliendo la richiesta di Fini a Mirabello, aveva avanzato, ottenendo la fiducia (dei finiani compresi) a settembre, cioè neanche tre mesi fa. A rigor di logica si chiedono le dimissioni di qualcuno se questo qualcuno non lo si vuole più, mentre se si cerca davvero un accordo politico - sull'agenda economica dell'esecutivo, o sulla legge elettorale - lo si può ottenere (dal momento che l'interlocutore su questo piano sembra ben disposto) senza esporre il Paese ad una pericolosa fase di instabilità.

E' per questo che l'insistenza nel chiedere le dimissioni fa pensare alla trappola. Di certo per i finiani sono indispensabili per potersi giocare la partita per un nuovo governo - con o senza Berlusconi - da una posizione di forza. Posizione di forza che però non possono pretendere di ottenere per gentile concessione altrui, ma solo attraverso un voto parlamentare. Voto da cui Berlusconi, dal canto suo, cerca anch'egli una posizione di forza da cui ripartire all'indomani del 14, ragion per cui non li salverà mai dal vicolo cieco in cui si sono messi.

A questo punto, comunque vada il tanto atteso voto del 14, per Fli rischia di rivelarsi una Caporetto. Se il Cav. ottiene la fiducia, sia pure striminzita, anche alla Camera, potrà negoziare il rafforzamento dell'esecutivo da una posizione di forza, e sarebbe a rischio la tenuta stessa del nuovo partito di Fini; non dovesse riuscirvi, la doppia fiducia (alla Camera oltre che al Senato) avrebbe comunque spazzato via ogni ipotesi di governi "tecnici", aprendo la strada alle elezioni anticipate, ipotesi ugualmente drammatica per Fli. Ma anche se la mozione di sfiducia dovesse passare, nel giorno della "vittoria" i finiani si troverebbero insieme a Bersani e a Di Pietro, oltre che con Casini e Rutelli, in una inedita foto di famiglia che temono - giustamente - come la prova dinanzi agli elettori non solo del "tradimento" ai danni del Cav. (e passi), ma soprattutto dell'allontanamento dal centrodestra. Senza neanche avere grandi possibilità di evitare il ritorno alle urne, dal momento che al Senato Berlusconi avrà quasi sicuramente ottenuto la fiducia. In ogni caso, dunque, non ci fanno una bella figura: o un rimpastone (tutto questo casino per qualche poltrona in più?), o il ribaltone (alleati con Casini e la sinistra per sostenere un governo senza Pdl e Lega); o elezioni anticipate.

Ecco, quindi, che le crepe sono sempre più visibili tra i finiani, se il moderato Moffa considera «non indispensabile che Berlusconi si dimetta» per dar vita a «un patto che porti l'Italia fuori dalla crisi»; se spiega di aver firmato la mozione di sfiducia solo come «strumento di pressione negoziale per arrivare a un accordo prima del voto»; e se dice apertamente di interpretare «il sentimento di molti» nel gruppo.

Friday, December 03, 2010

Rissa al buio

Altro che «responsabilità», «piena operatività», governo «solido e sicuro», «evitare il declino», è la più classica delle crisi al buio quella cui ci precipita Fini. Ed è una rissa al buio quella cui stiamo assistendo, nel senso che tutti tirano fendenti per colpire Berlusconi ma molti in realtà non sanno cosa riescono a colpire. Ed è comprensibile che, in questa situazione di estrema incertezza, ci sia spazio per il grottesco e il ridicolo.

Nessuno sa cosa accadrà dopo il 14. Al contrario di quanto affermano, neanche Fini e Casini sono del tutto certi dei propri numeri, né hanno bell'e pronte le chiavi per un nuovo governo come dicono di volerlo. Con le 85 firme mostrano i muscoli, certo, sperando ancora di convincere Berlusconi a farsi da parte, così da non essere costretti a votare la sfiducia insieme alla sinistra. Ma poiché quella che presentano sembra quasi una mozione di sfiducia "costruttiva", in cui cioè si fa riferimento ad un governo di «responsabilità nazionale», il 14 non basterà avere i numeri per sfiduciare il premier, sarà bene che già da quel voto emergano i numeri di una maggioranza alternativa, e ciò resta improbabile. Rimango convinto che il governo cadrà - di poco - alla Camera, ma otterrà la fiducia al Senato. Quindi Berlusconi si recherà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Napolitano vorrebbe evitare lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate, ma non è neanche disposto a legittimare ribaltoni. Cercherà quindi una soluzione in grado per lo meno di salvare le apparenze.

Le uniche possibilità per evitare le urne sono le seguenti: Berlusconi si rassegna e indica, come nel '95 con Dini, qualcuno a lui vicino per sostituirlo, acconsentendo a che Pdl e Lega sostengano un nuovo governo di centrodestra allargato a Fli, Udc, Mpa e Api (o accetti di guidare un Berlusconi-bis "commissariato" da Fini e Casini); la Lega, o un pezzo importante del Pdl, o entrambi, all'ultimo momento si smarcano da Berlusconi e danno vita a un governo con Fli, Udc, Mpa e Api, operazione condotta in porto da qualche personalità vicina al premier, oppure come estrema ratio guidato da una figura esterna ma eminente e "tecnica". Ovvio che più si riducono i pezzi dell'attuale maggioranza disponibili, più si renderebbe necessaria numericamente la partecipazione del Pd e dell'Idv, più precario sarebbe l'equilibrio politico del nuovo governo.

Capite bene che tutto ciò è improbabile, seppure rimane vero che nella politica italiana la caduta di un governo rappresenta un "tana libera tutti" e chi fino ad un minuto prima si era mostrato leale e compatto, un minuto dopo può essere pronto a giocare nella nuova partita con totale spregiudicatezza. A ciò si aggrappano Fini e Casini, ma la dice lunga su quanto responsabile sia questa operazione: letteralmente un salto nel buio. In generale, i due sono convinti che prima o poi - prima o dopo il 14, o eventualmente dopo il voto (non ottenendo la maggioranza al Senato per via delle legge elettorale) - Berlusconi o il suo partito saranno costretti a prendere atto che senza di loro non può esserci un governo di centrodestra. Il vero collante di questa «nuova fase» sarebbe una legge elettorale senza premio di maggioranza (con l'ironia della sorte che l'attuale legge fu praticamente imposta a Berlusconi da Casini e Fini nel 2005), mentre è letteralmente una presa per il culo far credere che l'eventuale nuova maggioranza, così eterogenea, in una situazione così avvelenata, riesca a reggere il tempo necessario, e a trovare al suo interno la coesione, per avviare un «risanamento strutturale della finanza pubblica».

Nel frattempo, lo stillicidio di rivelazioni da Wikileaks sull'Italia, sulla politica energetica dell'Eni e su Berlusconi conferma una straordinaria capacità selettiva, se pensiamo che da oltre 2 milioni di file si sia passati a oltre 250 mila, poi a qualche centinaio, da cui emergono dispacci risalenti a un periodo molto ristretto e riguardanti sempre gli stessi personaggi, mentre, per esempio, mancano tutti i pareri e le analisi dell'ambasciata Usa a Roma risalenti agli anni 2006-2008. Altro che libertà d'informazione e trasparenza totale, è lecito supporre che sui file di cui è entrato in possesso Assange si sia aperto un vero e proprio mercato, in cui si sono buttati a capofitto gruppi editoriali ed economici per far propri pacchetti di documenti molto ben selezionati utili ai loro scopi.

Sorprende che anche il Corriere della Sera abbia deciso di giocare con il fuoco. Non è credibile, infatti, anzi è ridicolo, che il quotidiano di Via Solferino, e Massimo Mucchetti, con tutte le loro fonti e i loro preziosi agganci, abbiano avuto bisogno di Wikileaks per porsi certe domande sugli affari dell'Eni in Russia, a dimostrazione della strumentalità dello stupore con cui viene accolto quanto di già arcinoto esce ogni giorno dai cables. Così come è grottesco che circolino sempre di più nel Pdl, e nel giornalismo vicino al centrodestra, teorie del complotto amerikano. Mentre guardiamo attoniti una classe dirigente - in tutte le sue componenti: politica, economica, giornalistica - che sembra impazzita, e mentre di lui dicono peste e corna, lo accusano di governare calpestando le opposizioni, gli rinfacciano persino le battute, può anche capitare che Berlusconi in privato con l'ambasciatore Usa vada a parlar bene di Bersani e D'Alema e gli confidi di voler riformare insieme a loro la giustizia. L'unica certezza al momento sembra essere solo che il Cav. c'è, non ci fa.