Un nuovo soggetto politico che nasce con l'intenzione di mettere insieme due delle etichette politiche più abusate, vuote e ormai insignificanti della nostra politica - moderati e riformisti - non parte col piede giusto.
Niente di nuovo, la nascita del Terzo polo come soggetto unitario era annunciata.
Ma il perché di questa accelerazione va rintracciato nel particolare momento politico. Si tratta infatti di cominciare a dare le ultime spallate al vecchio centrodestra prima che il quadro cambi: con la Lega alle corde, Formigoni piuttosto inguaiato, bisogna disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica. La mossa infatti ha subito provocato uno smottamento, per la verità atteso da tempo e ovviamente concordato con i vertici Udc: Pisanu e Dini, con 27 senatori (non tutti però disposti ad archiviare il Pdl), firmano un documento in cui si chiede di andare «oltre il Pdl».
Il Pdl, seppure non si possa ancora dire che sia in ripresa, alcuni segnali di vita li sta dando: parla di lavoro, tasse, debito, crescita, insomma è tornato ad occuparsi di cose concrete, dell'"arrosto". E persino con qualche successo: modifiche alla riforma del lavoro in asse con le imprese; rateizzazione dell'Imu e odg per renderla "una tantum". Ed è proprio questo ritrovato protagonismo del Pdl, di Alfano in particolare, che deve aver convinto Casini per l'accelerazione. Quello delle proposte, degli emendamenti ai testi del governo, dell'incalzare il premier Monti, è un campo di gioco in cui il Terzo polo al momento, per il suo incondizionato appoggio all'esecutivo, non può toccar palla. Ecco quindi che i tre "amigos", con la sponda di Pisanu, hanno tirato il fumogeno nel campo avversario, spostando l'attenzione dai contenuti, con i quali il Pdl si stava rilanciando, ai contenitori.
Casini è ossessionato dai contenitori piuttosto che dai contenuti, è il leader del compromesso "a prescindere". La riforma del lavoro esce fuori timida, persino dannosa? Fa niente, l'importante è lo «sforzo collettivo» in sé, la Grande Coalizione, ed esserne il celebrato architetto. Ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico può pensare di giocare una sua partita personale, che nuove offerte politiche (tra cui quella di Montezemolo) possono trovare ampi spazi nel campo dei moderati dopo il passo indietro di Berlusconi. Quindi ha deciso di giocare d'anticipo, di allestire un nuovo carro nel quale è pronto ad accogliere tutti, anche a farsi scudiero. Non ambisce alla premiership (troppo lavoro), ma alle poltrone istituzionali (il Quirinale è il sogno di tutti i democristiani). L'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso. Ma siamo sicuri che Passera o Montezemolo, o chiunque altro, se e quando scenderanno in campo, vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli?
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Saturday, April 21, 2012
Wednesday, November 24, 2010
Assalto al Senato, Montezemolo esce dal recinto
Mentre va in scena un assalto squadrista al Senato, con il contorno di un giochetto disgustoso dei finiani alla Camera sulla riforma Gelmini, una delle poche cose appena decenti fatte da questo governo, e mentre Berlusconi, Bossi e l'Udc riempiono con i loro tatticismi i giorni che ci separano dalla verifica del 14, per la prima volta Montezemolo non risponde con un "no" secco a chi gli chiede se ha intenzione di entrare in politica e le sue parole suonano come la tanto attesa discesa in campo. Che si sia deciso? Che sia finalmente l'alba di questo Terzo polo? «Ho il dovere di fare qualcosa per il mio Paese», dichiara Luchino chiudendo un convegno di ItaliaFutura sui giovani, è ora di «uscire dal proprio particolare recinto per contribuire al bene comune», ma «il periodo dell'one man show è finito», avverte. E precisa di non riferirsi a Berlusconi o a qualcuno in particolare, ma anche a se stesso: «Anche quando chiedono a me di entrare in politica... entrare in politica da soli non vuol dire assolutamente niente, ci vuole una squadra».
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
Monday, November 15, 2010
La strettoia in cui sta cacciando Fini
Solo poco più di un mese fa avevano rinnovato la fiducia al governo sui cinque punti programmatici esposti dal premier in aula e nei prossimi giorni faranno passare uno degli atti più squisitamente politici di qualsiasi governo: la legge finanziaria. Eppure, ritirano ministro e sottosegretari e sono pronti a votare la sfiducia un minuto dopo la sessione di bilancio. Perché ormai non c'è più niente di "politico" che possa bastargli e le eventuali buone ragioni hanno lasciato il posto ad un unico reale obiettivo: far fuori Berlusconi. Domani sul Colle vedremo salire Fini non si sa bene in che veste, se da presidente della Camera o da leader di Fli. E comunque la si voglia pensare, difficilmente si può ignorare l'anomalia di un presidente della Camera che si presenta dal capo dello Stato a ragionare della crisi che lui stesso ha provocato. Le sue non saranno valutazioni da presidente della Camera. Punto.
L'impressione è che l'ipotesi avanzata da Berlusconi, di sciogliere solo la Camera, sia una mossa volta a serrare le fila dei suoi al Senato e quindi ad allontanare lo spettro di un governo "tecnico" (leggasi ribaltone) e ottenere il voto anticipato. E' vero, infatti, che l'artico 88 della Costituzione prevede che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Ma ciò appare superato da quando, dagli anni '50, i mandati di Camera e Senato non sono più sfalzati (cinque e sei anni) come inizialmente previsto dai costituenti. Allora perché, si potrebbe obiettare, anche dopo l'allineamento dei mandati delle due camere il legislatore ha ritenuto di mantenere la facoltà in capo al presidente della Repubblica di scioglierne una sola?
Insomma, se dal punto di vista giuridico la questione è quanto meno controversa, è irrealistico aspettarsi che Napolitano decida di sciogliere solo la Camera. Credo che neanche Berlusconi ci creda davvero, piuttosto prova a mettere la pulce nell'orecchio dei senatori. Da quali saranno i numeri con cui verrà sfiduciato, infatti, dipenderanno le chance di un ipotetico nuovo governo. Se, come pare probabile, Berlusconi otterrà la fiducia, anche striminzita, del Senato, Napolitano si vedrà costretto a sciogliere le camere, ed è anche possibile che prima lo incarichi di tentare un Berlusconi-bis. Per ora appare quasi impossibile che riesca a strappare la fiducia anche alla Camera dividendo i finiani, ma in ogni caso quanto più ci arriva vicino tanto più si allontanano ipotesi diverse dal voto.
Credevo che in caso di elezioni Fini sarebbe andato da solo, massimizzando la sua figura di leader, la coerenza programmatica del suo nuovo partito e la sua rivendicata identità di destra (moderna ed europea, s'intende). Pare invece intenzionato ad imbarcarsi in un'impresa terzopolista (con Udc, Api, e con l'Mpa dell'inquisito Lombardo!), che nonostante la pretesa di rappresentare un nuovo centrodestra, apparirà un'operazione centrista, centralista e meridionalista. Dovrà dividersi con Casini la leadership; dovrà spiegare ai propri simpatizzanti che l'agenda laica è rinviata a data da destinarsi; spiegare molto bene agli italiani cosa lo unisce oggi all'ex arci-nemico Rutelli; e infine spiegare come mai, dopo tutto questo casino, non sarà neanche questa volta lui (probabilmente) il candidato premier di questo Terzo polo.
Come se non bastasse, stando alle parole di Bocchino - che fino ad oggi si è rivelato il migliore interprete, persino anticipatore, della linea e degli umori del suo capo - non è da escludere una sorta di "unità nazionale" con il Pd, talmente disperato da rivolgersi anche a Fini per non rimanere isolato dai giochi terzopolisti (il duetto Fini-Bersani di stasera a Vieni via con me potrebbe rivelarsi un boomerang se apparisse quasi impossibile distinguere tra valori di destra e di sinistra). Un Cln antiberlusconiano avrebbe chance di vittoria in misura direttamente proporzionale alla sensazione di pericolo per la democrazia che avvertono gli italiani con Berlusconi, quindi piuttosto basse. A occhio e croce, è più probabile che gli elettori respingano una simile santa alleanza per quello che è: un inaccettabile e indecente guazzabuglio.
Ad un'attenta analisi, inoltre, le possibilità di Berlusconi di conquistare la maggioranza anche nel prossimo Senato con l'attuale legge elettorale sono molto maggiori di quanto si creda. E' vero, se la rischia più che alla Camera, ma perché si ritrovi con meno dei 161 seggi di cui dispone oggi senza i finiani, Fini e i centristi dovrebbe compiere un'autentica impresa. E' possibile, ma molto molto difficile. Che ne siano o meno consapevoli, è ovvio che Fli, Udc e Pd non chiederebbero di meglio che un governo 'ribaltonista' per cambiare la legge elettorale, contando nel frattempo sui soliti aiutini della Corte costituzionale e della magistratura. Un sistema senza premio di maggioranza, con soglie di sbarramento più generose, metà proporzionale metà uninominale, pure che mantenga l'indicazione del premier, permetterebbe a tutti di arrivare in Parlamento e mettersi insieme solo dopo il voto, escludendo Berlusconi. Su Di Pietro (che teme la concorrenza di tanto antiberlusconismo a destra), oltre che su Napolitano, può contare il Cav. affinché la via scelta sia quella delle urne.
L'impressione è che l'ipotesi avanzata da Berlusconi, di sciogliere solo la Camera, sia una mossa volta a serrare le fila dei suoi al Senato e quindi ad allontanare lo spettro di un governo "tecnico" (leggasi ribaltone) e ottenere il voto anticipato. E' vero, infatti, che l'artico 88 della Costituzione prevede che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Ma ciò appare superato da quando, dagli anni '50, i mandati di Camera e Senato non sono più sfalzati (cinque e sei anni) come inizialmente previsto dai costituenti. Allora perché, si potrebbe obiettare, anche dopo l'allineamento dei mandati delle due camere il legislatore ha ritenuto di mantenere la facoltà in capo al presidente della Repubblica di scioglierne una sola?
Insomma, se dal punto di vista giuridico la questione è quanto meno controversa, è irrealistico aspettarsi che Napolitano decida di sciogliere solo la Camera. Credo che neanche Berlusconi ci creda davvero, piuttosto prova a mettere la pulce nell'orecchio dei senatori. Da quali saranno i numeri con cui verrà sfiduciato, infatti, dipenderanno le chance di un ipotetico nuovo governo. Se, come pare probabile, Berlusconi otterrà la fiducia, anche striminzita, del Senato, Napolitano si vedrà costretto a sciogliere le camere, ed è anche possibile che prima lo incarichi di tentare un Berlusconi-bis. Per ora appare quasi impossibile che riesca a strappare la fiducia anche alla Camera dividendo i finiani, ma in ogni caso quanto più ci arriva vicino tanto più si allontanano ipotesi diverse dal voto.
Credevo che in caso di elezioni Fini sarebbe andato da solo, massimizzando la sua figura di leader, la coerenza programmatica del suo nuovo partito e la sua rivendicata identità di destra (moderna ed europea, s'intende). Pare invece intenzionato ad imbarcarsi in un'impresa terzopolista (con Udc, Api, e con l'Mpa dell'inquisito Lombardo!), che nonostante la pretesa di rappresentare un nuovo centrodestra, apparirà un'operazione centrista, centralista e meridionalista. Dovrà dividersi con Casini la leadership; dovrà spiegare ai propri simpatizzanti che l'agenda laica è rinviata a data da destinarsi; spiegare molto bene agli italiani cosa lo unisce oggi all'ex arci-nemico Rutelli; e infine spiegare come mai, dopo tutto questo casino, non sarà neanche questa volta lui (probabilmente) il candidato premier di questo Terzo polo.
Come se non bastasse, stando alle parole di Bocchino - che fino ad oggi si è rivelato il migliore interprete, persino anticipatore, della linea e degli umori del suo capo - non è da escludere una sorta di "unità nazionale" con il Pd, talmente disperato da rivolgersi anche a Fini per non rimanere isolato dai giochi terzopolisti (il duetto Fini-Bersani di stasera a Vieni via con me potrebbe rivelarsi un boomerang se apparisse quasi impossibile distinguere tra valori di destra e di sinistra). Un Cln antiberlusconiano avrebbe chance di vittoria in misura direttamente proporzionale alla sensazione di pericolo per la democrazia che avvertono gli italiani con Berlusconi, quindi piuttosto basse. A occhio e croce, è più probabile che gli elettori respingano una simile santa alleanza per quello che è: un inaccettabile e indecente guazzabuglio.
Ad un'attenta analisi, inoltre, le possibilità di Berlusconi di conquistare la maggioranza anche nel prossimo Senato con l'attuale legge elettorale sono molto maggiori di quanto si creda. E' vero, se la rischia più che alla Camera, ma perché si ritrovi con meno dei 161 seggi di cui dispone oggi senza i finiani, Fini e i centristi dovrebbe compiere un'autentica impresa. E' possibile, ma molto molto difficile. Che ne siano o meno consapevoli, è ovvio che Fli, Udc e Pd non chiederebbero di meglio che un governo 'ribaltonista' per cambiare la legge elettorale, contando nel frattempo sui soliti aiutini della Corte costituzionale e della magistratura. Un sistema senza premio di maggioranza, con soglie di sbarramento più generose, metà proporzionale metà uninominale, pure che mantenga l'indicazione del premier, permetterebbe a tutti di arrivare in Parlamento e mettersi insieme solo dopo il voto, escludendo Berlusconi. Su Di Pietro (che teme la concorrenza di tanto antiberlusconismo a destra), oltre che su Napolitano, può contare il Cav. affinché la via scelta sia quella delle urne.
Monday, May 03, 2010
Cameron tenta l'impresa (quasi) impossible
David Cameron e Nick Clegg non hanno ancora compiuto i loro rispettivi "miracoli" - attesi come fossero in qualche modo palingenetici - che già in Italia c'è chi li assume a proprio modello. Se la 'finiana' Generazione Italia guarda a Cameron, Rutelli guarda a Clegg, soprattutto per le sue chance di scardinare il secolare bipartitismo britannico. A maggior ragione - s'illude l'ex sindaco di Roma - riuscirò a scomporre il fragilissimo bipolarismo italiano. Al di là di tutte le enormi differenze politiche e culturali, balza agli occhi come gli "stagionati" Fini e Rutelli non reggano sul piano personale il confronto con i due candidati premier britannici: mentre i primi, se non del tutto "cotti", sembrano ormai aver superato l'apice della loro trentennale carriera politica e avviarsi tristemente (e rancorosamente) verso un inarrestabile declino, i secondi sono davvero delle novità - non una minestra riscaldata - nella scena politica britannica.
La mia impressone è che i britannici vogliano a tutti i costi liberarsi di Brown, ma non sappiano come fare. Clegg offre a molti elettori di sinistra delusi un'alternativa prima di cedere all'astensione o di buttarsi a destra. Se, quindi, Cameron non riesce a mobilitare l'elettorato conservatore, e a fermare la dispersione di voti a favore dello "UK Independent", ecco che la prospettiva di un Hung Parliament diventa molto concreta. Nel primo dibattito ha brillato Clegg, entusiasmando (forse anche troppo) sondaggisti e stampa, e ha deluso Cameron, infilzato un paio di volte persino dal "bollito" Brown; nel secondo Cameron si è ritirato su, Clegg si è confermato, Brown malissimo; nell'ultimo dibattito - guarda caso quello in cui è andato meglio - finalmente Cameron ha interpretato il Tory classico, meno naif, aiutato dalla crisi greca, mentre Clegg è andato maluccio e Brown di nuovo malissimo.
Certo è che se dai dibattiti ci si aspettava che Cameron si imponesse definitivamente come astro nascente della politica britannica e che prendesse il via la sua incontrastata volata verso Downing Street, allora dobbiamo concludere che sta fallendo. A Clegg potrebbe riuscire ciò in cui sperano Casini e Rutelli in Italia, scardinare un sistema maggoritario per altro molto più consolidato del nostro, blindato da una legge elettorale uninominale a un turno, entrando di diritto negli studi politologici dei prossimi dieci-vent'anni. Non rimane che sperare nella innata saggezza dei sudditi di Sua Maestà, perché se i Lib-dem, per entrare al governo, dovessero ottenere la riforma elettorale, sarebbe una catastrofe per il Regno Unito. Andrebbe probabilmente verso un'estrema frammentazione partitica, considerando i partiti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, il Green Party, il British National Party e l'antieuropeo UK Independence Party. Rissosi governi di coalizione diventeranno attori permanenti della politica britannica, con sviluppi imprevedibili, nel lungo periodo, sull'unità stessa del Paese.
Preoccupante che sulla disponibilità eventuale dei Tories a discutere di riforma elettorale in cambio dell'appoggio dei Lib-dem, Cameron sia stato ambiguo, sollevando un certo malumore nel suo partito. Ma negli ultimi giorni lo è stato meno, ha spinto sui tasti giusti - no ad un governo di coalizione con i Lib-dem, no ad una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale - e si è mostrato convinto di potercela fare a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, dicendosi comunque pronto alla sfida di un governo di minoranza. Una iniezione di fiducia che ci voleva e, al di là dei punti percentuali, tutti i sondaggi registrano un'ascesa di Cameron, mentre Clegg sembra sgonfiarsi e Brown ormai avviato ad una debàcle. Se continua così, da Tory più classico, può ancora farcela.
In generale, il problema di Cameron - per cui non è ancora riuscito a convincere la maggioranza dei britannici nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown - è squisitamente politico (e strutturale). Banalizzando forse oltre il lecito, è troppo "di sinistra" per impersonare un'alternativa per cui mobilitarsi. Non puoi fare l'Obama di destra in Gran Bretagna, soprattutto in un momento di crisi. E' vero che contro Brown che vuole mantenere gli attuali livelli di spesa, se non aumentarli, promette un taglio di 6 miliardi di sterline al bilancio e meno sprechi (riduzione dei costi della politica del 10%), per avere (ma in futuro) anche meno tasse. Ma allo stesso tempo mostra un'assai elevata - e inconsueta per i Tories - fiducia nei servizi pubblici, un'idea ingenua e un po' naif di società civile, una sorta di "cittadinanzattiva" per cui laddove c'è un servizio inefficiente dello Stato, intervengono i singoli cittadini, o in gruppo, a dare una mano. Una sorta di ecumenismo buonista.
Un progetto dove più società civile non fa rima con meno Stato è l'idea trainante dello slogan "Big Society". Al posto di "meno Stato", c'è l'invito a join governement, per cui ciascuno dovrebbe impegnarsi in prima persona, nel proprio tempo libero evidentemente (!), a far funzionare meglio servizi pubblici come scuole e ospedali. Una collettiva assunzione di responsabilità che sfiora la filantropia, ma che è anche concettualmente difficile da afferrare per la concretezza al limite del cinismo dei conservatori britannici. Un esempio: se sono un genitore che lavora - operaio o analista della City importa poco - non posso essere contemporaneamente anche una sorta di insegnante o manager scolastico. Mi limito a pagare e a pretendere un'istruzione di livello per mio figlio. La divisione dei compiti è la base delle società moderne. Non è che se voglio comprare del pane, vado dal fornaio e lo aiuto ad impastare.
La Big Society cameroniana è certamente preferibile al Big Governement laburista, ma se "società" suona senz'altro meglio di "governo", è l'aggettivo "Big" nell'uno e nell'altro slogan ad inquietare. E a non scaldare soprattutto l'elettorato Tory. Con il volto un po' snob da studentello idealista Cameron si affida alla parolina change invece che a freedom supportata dal polveroso liberalismo classico. Ma nell'ultimo dibattito - l'unico da cui è uscito nettamente vincitore - ha abbandonato un po' delle sue suggestioni a favore di un'impostazione più concreta e classica. Forse è troppo tardi, forse no. La mia previsione? E' che può ancora farcela. La butto là: 37-27(lib-dem)-26 e maggioranza dei seggi sul filo.
La mia impressone è che i britannici vogliano a tutti i costi liberarsi di Brown, ma non sappiano come fare. Clegg offre a molti elettori di sinistra delusi un'alternativa prima di cedere all'astensione o di buttarsi a destra. Se, quindi, Cameron non riesce a mobilitare l'elettorato conservatore, e a fermare la dispersione di voti a favore dello "UK Independent", ecco che la prospettiva di un Hung Parliament diventa molto concreta. Nel primo dibattito ha brillato Clegg, entusiasmando (forse anche troppo) sondaggisti e stampa, e ha deluso Cameron, infilzato un paio di volte persino dal "bollito" Brown; nel secondo Cameron si è ritirato su, Clegg si è confermato, Brown malissimo; nell'ultimo dibattito - guarda caso quello in cui è andato meglio - finalmente Cameron ha interpretato il Tory classico, meno naif, aiutato dalla crisi greca, mentre Clegg è andato maluccio e Brown di nuovo malissimo.
Certo è che se dai dibattiti ci si aspettava che Cameron si imponesse definitivamente come astro nascente della politica britannica e che prendesse il via la sua incontrastata volata verso Downing Street, allora dobbiamo concludere che sta fallendo. A Clegg potrebbe riuscire ciò in cui sperano Casini e Rutelli in Italia, scardinare un sistema maggoritario per altro molto più consolidato del nostro, blindato da una legge elettorale uninominale a un turno, entrando di diritto negli studi politologici dei prossimi dieci-vent'anni. Non rimane che sperare nella innata saggezza dei sudditi di Sua Maestà, perché se i Lib-dem, per entrare al governo, dovessero ottenere la riforma elettorale, sarebbe una catastrofe per il Regno Unito. Andrebbe probabilmente verso un'estrema frammentazione partitica, considerando i partiti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, il Green Party, il British National Party e l'antieuropeo UK Independence Party. Rissosi governi di coalizione diventeranno attori permanenti della politica britannica, con sviluppi imprevedibili, nel lungo periodo, sull'unità stessa del Paese.
Preoccupante che sulla disponibilità eventuale dei Tories a discutere di riforma elettorale in cambio dell'appoggio dei Lib-dem, Cameron sia stato ambiguo, sollevando un certo malumore nel suo partito. Ma negli ultimi giorni lo è stato meno, ha spinto sui tasti giusti - no ad un governo di coalizione con i Lib-dem, no ad una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale - e si è mostrato convinto di potercela fare a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, dicendosi comunque pronto alla sfida di un governo di minoranza. Una iniezione di fiducia che ci voleva e, al di là dei punti percentuali, tutti i sondaggi registrano un'ascesa di Cameron, mentre Clegg sembra sgonfiarsi e Brown ormai avviato ad una debàcle. Se continua così, da Tory più classico, può ancora farcela.
In generale, il problema di Cameron - per cui non è ancora riuscito a convincere la maggioranza dei britannici nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown - è squisitamente politico (e strutturale). Banalizzando forse oltre il lecito, è troppo "di sinistra" per impersonare un'alternativa per cui mobilitarsi. Non puoi fare l'Obama di destra in Gran Bretagna, soprattutto in un momento di crisi. E' vero che contro Brown che vuole mantenere gli attuali livelli di spesa, se non aumentarli, promette un taglio di 6 miliardi di sterline al bilancio e meno sprechi (riduzione dei costi della politica del 10%), per avere (ma in futuro) anche meno tasse. Ma allo stesso tempo mostra un'assai elevata - e inconsueta per i Tories - fiducia nei servizi pubblici, un'idea ingenua e un po' naif di società civile, una sorta di "cittadinanzattiva" per cui laddove c'è un servizio inefficiente dello Stato, intervengono i singoli cittadini, o in gruppo, a dare una mano. Una sorta di ecumenismo buonista.
Un progetto dove più società civile non fa rima con meno Stato è l'idea trainante dello slogan "Big Society". Al posto di "meno Stato", c'è l'invito a join governement, per cui ciascuno dovrebbe impegnarsi in prima persona, nel proprio tempo libero evidentemente (!), a far funzionare meglio servizi pubblici come scuole e ospedali. Una collettiva assunzione di responsabilità che sfiora la filantropia, ma che è anche concettualmente difficile da afferrare per la concretezza al limite del cinismo dei conservatori britannici. Un esempio: se sono un genitore che lavora - operaio o analista della City importa poco - non posso essere contemporaneamente anche una sorta di insegnante o manager scolastico. Mi limito a pagare e a pretendere un'istruzione di livello per mio figlio. La divisione dei compiti è la base delle società moderne. Non è che se voglio comprare del pane, vado dal fornaio e lo aiuto ad impastare.
La Big Society cameroniana è certamente preferibile al Big Governement laburista, ma se "società" suona senz'altro meglio di "governo", è l'aggettivo "Big" nell'uno e nell'altro slogan ad inquietare. E a non scaldare soprattutto l'elettorato Tory. Con il volto un po' snob da studentello idealista Cameron si affida alla parolina change invece che a freedom supportata dal polveroso liberalismo classico. Ma nell'ultimo dibattito - l'unico da cui è uscito nettamente vincitore - ha abbandonato un po' delle sue suggestioni a favore di un'impostazione più concreta e classica. Forse è troppo tardi, forse no. La mia previsione? E' che può ancora farcela. La butto là: 37-27(lib-dem)-26 e maggioranza dei seggi sul filo.
Thursday, April 29, 2010
Il piano di Fini-san
Fin dalle prime ore dello strappo, la sensazione era stata che Fini avesse perso le staffe quando, già frustrato dal suo ruolo di eterno secondo, si è visto retrocedere in terza, se non in quarta posizione. Il suo malessere deriva oltre che da una irriducibile diversità da Berlusconi, dall'insicurezza di riuscire a succedergli come leader del centrodestra, accentuata da voci e ipotesi balenate sull'onda degli entusiasmi per il successo elettorale. Si è sentito ancor più superfluo e messo in un angolo, trascurato. Ha percepito che continuando così le cose, sarebbe stato sempre più marginalizzato e oscurato da altre personalità - su tutte Giulio Tremonti, perfetto trait d'union tra Lega e berlusconismo - e ipotesi, come quella di un premier leghista con Berlusconi presidente. Per cui, anche se le regionali non sono andate come sperava, ha dato inizio al "piano"...
Questa mattina arriva una conferma. Sulla base delle confidenze di alcuni ex fedelissimi del presidente della Camera, Libero ricostruisce quello che chiama «il piano di Fini contro il Pdl», con tanto di «colloqui» con Pier Ferdinando Casini e con Francesco Rutelli. Scrive Franco Bechis:
Invece di covare rancore, avrebbe dovuto porre a Berlusconi due o tre richieste concrete, obiettivi di governo da portare a casa e che potessero caratterizzarlo in chiave futura. Queste sì che sarebbero state questioni comprensibili e utili a tutti: a se stesso, al Pdl, al governo e al Paese. Due o tre cavalli di battaglia su cui gettarsi personalmente a capofitto, su cui avrebbe trovato in Berlusconi e nella Lega alleati ben disposti a trovare un compromesso alto, un accordo serio. Così avrebbe potuto giocarsi le sue carte.
Questa mattina arriva una conferma. Sulla base delle confidenze di alcuni ex fedelissimi del presidente della Camera, Libero ricostruisce quello che chiama «il piano di Fini contro il Pdl», con tanto di «colloqui» con Pier Ferdinando Casini e con Francesco Rutelli. Scrive Franco Bechis:
«Era pronto da tempo, dall'autunno scorso. E aveva subito un'accelerazione notevole proprio durante la campagna elettorale delle regionali. Gianfranco Fini era pronto ad aprire prima la crisi dentro il Pdl, poi trovare una sponda nell'area centrista e infine fare saltare il banco, smontando i due principali partiti del bipolarismo: Pd e Pdl. Ma la leva principale per realizzare tutto doveva venire da quella che per lui era una certezza: la sconfitta di Renata Polverini alle elezioni regionali del Lazio e il probabile deludente risultato complessivo».Racconta Amedeo Laboccetta, ex An e da oggi anche ex 'finiano':
«Fino alle regionali avevo compreso le sue ragioni. Ma il giorno dopo le elezioni l'ho visto e gli ho detto che bisognava prendere atto della realtà. I fatti non erano quelli che ci si immaginava, e un leader sa cambiare atteggiamento. Vero che uno dei nostri, Italo Bocchino, si era spinto troppo avanti. Ma che Berlusconi avesse vinto le elezioni e che a Roma questo fosse avvenuto proprio grazie a lui, era un dato di fatto che non si poteva negare. Gli dissi quel giorno che bisognava prendere atto della attualità, che quei dati dicevano che il progetto di una rapida scomposizione del sistema politico, tutto pronto a dissolversi, l'area di Casini e Rutelli in movimento, altri contatti con esponenti del PdL e dell'opposizione non avrebbero portato a nulla».Ma Bocchino aveva già fatto partire Generazione Italia. Prosegue Laboccetta:
«Gli dissi. "Gianfranco, fermati!" Hai ragione su molte cose, ma se la realtà è diversa... Bocchino sostenne il contrario: avanti, è il momento di spaccare tutto. Parlava da guerrigliero, e credo che sia proprio questo che avesse in mente e che vedremo in scena nei prossimi mesi: la guerriglia... Gianfranco ormai è in mano a guerriglieri come Bocchino, e mi sembra preso dal cupio dissolvi. Cosa farà? La guerriglia, poi la componente finiana, la correntina e inevitabilmente la scissione... Errori ce ne sono stati dappertutto. Vero che Fini troppo spesso è stato umiliato da Berlusconi. Vero che la responsabilità di quella brutta pagina della direzione nazionale è stata vicendevole. Io fino all'ultimo ho sperato che si potesse ancora - chissà, con una stretta di mano - riprovare. Ma non è così. Gianfranco è partito da una considerazione certa: lui non sarebbe stato il successore di Berlusconi nel Pdl. Lega o non Lega, ormai erano più forti altre ipotesi: Giulio Tremonti o altri. Non lui. Io fino all'ultimo gli ho detto: aspetta, prendi tempo. Un leader sa farlo».Un leader, appunto, ma Fini era ormai preso da un «cupio dissolvi». Da qui il "fallo di frustrazione". Ma se si è chiuso in un vicolo cieco la colpa è sua. Ha scelto di non entrare nel governo per avere le mani più libere, per giocare la stessa, comoda partita di logoramento dei suoi predecessori alla presidenza della Camera (Casini e Bertinotti), convinto che sarebbe riuscito laddove gli altri avevano fallito. Gli è andata male, anche perché ci stava un passo falso elettorale dopo due anni di governo con la crisi, un po' di immobilismo, tutte le gazzarre mediatico-giudiziarie e infine pure il caos liste. E invece... sappiamo com'è andata e Fini ha perso il contatto con la realtà.
Invece di covare rancore, avrebbe dovuto porre a Berlusconi due o tre richieste concrete, obiettivi di governo da portare a casa e che potessero caratterizzarlo in chiave futura. Queste sì che sarebbero state questioni comprensibili e utili a tutti: a se stesso, al Pdl, al governo e al Paese. Due o tre cavalli di battaglia su cui gettarsi personalmente a capofitto, su cui avrebbe trovato in Berlusconi e nella Lega alleati ben disposti a trovare un compromesso alto, un accordo serio. Così avrebbe potuto giocarsi le sue carte.
Friday, February 19, 2010
Dov'è l'imbroglio
Il «sottobosco paraistituzionale», come lo definisce oggi Massimo Franco sul Corriere, o il sistema «gelatinoso», espressione coniata dall'architetto Paolo Desideri e raccolta in una intercettazione del 2007, esiste, a prescindere dal consumarsi o meno di fatti penalmente rilevanti. Si tratta di comportamenti politicamente disdicevoli, che però sono quasi sempre trasversali, come provano le stesse figure di Balducci & soci, funzionari apprezzati da governi e amministrazioni locali in modo bipartisan.
E' un contesto tipico italiano, quello delle commistioni tra politica e affari quando ci sono "torte" da spartire. La politica "maneggia" e crea "vie gelatinose", corsie privilegiate per permettere alle imprese "amiche" di aggiudicarsi succulenti appalti. Non è detto che in tutto questo si violino in modo dimostrabile le procedure o si prendano delle mazzette, perché il compenso reciproco di una rete clientelare va ben oltre qualche migliaio di euro, che al contrario sarebbe una pistola fumante pericolosamente vistosa.
Dov'è allora il problema? Che per colpire politicamente Berlusconi, finora rivelatosi immune agli attacchi frontali diretti contro la sua persona, si prendono di mira i suoi più stretti collaboratori, non si esita a sfregiare due innegabili successi della sua "politica del fare" - ma in realtà, per una volta, successi dello Stato - facendo credere alla gente che questo sistema «gelatinoso» può essere circoscritto alle emergenze gestite dalla Protezione civile - o può addirittura esserne il frutto - e non riguarda, invece, anche la normalità degli appalti pubblici in Italia. Un'operazione o ingenua, a voler pensar bene, o in malafede. Almeno per dovere di cronaca, ogni volta che si scrive o si parla di sistema «gelatinoso» bisognerebbe ricordare che si fa riferimento a un'espressione nata durante le conversazioni intercettate tra alcuni architetti e imprenditori convinti di aver partecipato a gare d'appalto pilotate da Veltroni e Rutelli. Non dico che ciò sia vero, dico solo che giornalisticamente è lì che nasce quel termine e andrebbe ricordato ogni volta che si pretende di associarlo a Bertolaso.
Credo che difficilmente si troveranno mazzette, ma il sistema esiste e chi vive e lavora a Roma sa bene come, *grazie a chi*, si lavora nell'ambito delle commesse pubbliche o dell'edilizia. E questo nella normalità, non nelle emergenze o nei cosiddetti "Grandi Eventi". Quindi, finiamola, per colpire Bertolaso - e tramite lui Berlusconi - di dire che la "gelatina" la producono le norme e procedure eccezionali di protezione civile, o il superego del suo capo.
Laddove si gestiscono torte enormi di denaro pubblico, guarda un po', si riescono a far lavorare le ditte amiche. In modi legali o ai limiti della legalità. Lo sanno tutti, facciamocene una ragione. Come tutelare la cittadinanza? Bisogna riconoscere - laicamente - che c'è un solo modo. Che non è quello di appesantire le procedure, nell'illusione che fatta la legge più severa non si trovi l'inganno. Anzi, più sono astruse e farraginose, più garantiscono ai malintenzionati spazi di manovra coperti. E rimane il problema di chi è chiamato da noi cittadini a "fare", a farle per davvero le cose utilizzando i soldi pubblici.
Si potrebbe cominciare intanto per diminuire drasticamente l'enorme torta che mettiamo nelle mani dello Stato, la spesa pubblica. E poi, semplificare prima, per concentrare più risorse ed energie a controllare - e a punire - successivamente. L'interesse pubblico è che l'opera sia effettivamente realizzata, in tempi e costi ragionevoli. Ma che sia realizzata, che ci sia qualcosa di tangibile. Quindi, si *deve* poter fare, rispettando poche e semplici regole, responsabilizzanti. Perché in questo modo, non appesantendo di costi il processo, possiamo investire più soldi in controlli a tappeto e più efficaci.
E' un contesto tipico italiano, quello delle commistioni tra politica e affari quando ci sono "torte" da spartire. La politica "maneggia" e crea "vie gelatinose", corsie privilegiate per permettere alle imprese "amiche" di aggiudicarsi succulenti appalti. Non è detto che in tutto questo si violino in modo dimostrabile le procedure o si prendano delle mazzette, perché il compenso reciproco di una rete clientelare va ben oltre qualche migliaio di euro, che al contrario sarebbe una pistola fumante pericolosamente vistosa.
Dov'è allora il problema? Che per colpire politicamente Berlusconi, finora rivelatosi immune agli attacchi frontali diretti contro la sua persona, si prendono di mira i suoi più stretti collaboratori, non si esita a sfregiare due innegabili successi della sua "politica del fare" - ma in realtà, per una volta, successi dello Stato - facendo credere alla gente che questo sistema «gelatinoso» può essere circoscritto alle emergenze gestite dalla Protezione civile - o può addirittura esserne il frutto - e non riguarda, invece, anche la normalità degli appalti pubblici in Italia. Un'operazione o ingenua, a voler pensar bene, o in malafede. Almeno per dovere di cronaca, ogni volta che si scrive o si parla di sistema «gelatinoso» bisognerebbe ricordare che si fa riferimento a un'espressione nata durante le conversazioni intercettate tra alcuni architetti e imprenditori convinti di aver partecipato a gare d'appalto pilotate da Veltroni e Rutelli. Non dico che ciò sia vero, dico solo che giornalisticamente è lì che nasce quel termine e andrebbe ricordato ogni volta che si pretende di associarlo a Bertolaso.
Credo che difficilmente si troveranno mazzette, ma il sistema esiste e chi vive e lavora a Roma sa bene come, *grazie a chi*, si lavora nell'ambito delle commesse pubbliche o dell'edilizia. E questo nella normalità, non nelle emergenze o nei cosiddetti "Grandi Eventi". Quindi, finiamola, per colpire Bertolaso - e tramite lui Berlusconi - di dire che la "gelatina" la producono le norme e procedure eccezionali di protezione civile, o il superego del suo capo.
Laddove si gestiscono torte enormi di denaro pubblico, guarda un po', si riescono a far lavorare le ditte amiche. In modi legali o ai limiti della legalità. Lo sanno tutti, facciamocene una ragione. Come tutelare la cittadinanza? Bisogna riconoscere - laicamente - che c'è un solo modo. Che non è quello di appesantire le procedure, nell'illusione che fatta la legge più severa non si trovi l'inganno. Anzi, più sono astruse e farraginose, più garantiscono ai malintenzionati spazi di manovra coperti. E rimane il problema di chi è chiamato da noi cittadini a "fare", a farle per davvero le cose utilizzando i soldi pubblici.
Si potrebbe cominciare intanto per diminuire drasticamente l'enorme torta che mettiamo nelle mani dello Stato, la spesa pubblica. E poi, semplificare prima, per concentrare più risorse ed energie a controllare - e a punire - successivamente. L'interesse pubblico è che l'opera sia effettivamente realizzata, in tempi e costi ragionevoli. Ma che sia realizzata, che ci sia qualcosa di tangibile. Quindi, si *deve* poter fare, rispettando poche e semplici regole, responsabilizzanti. Perché in questo modo, non appesantendo di costi il processo, possiamo investire più soldi in controlli a tappeto e più efficaci.
Tuesday, February 16, 2010
Uno tsunami di mistificazioni
Par condicio, «sistema gelatinoso», Protezione civile Spa, una mistificazione al giorno e centrodestra all'angolo
Più o meno mi pare sia andata così: un'inchiesta nata a Firenze tre anni fa su magagne fiorentine, versante Pd, di intercettazione in intercettazione (con il solito, discutibile metodo dello "strascico" o "a cascata", per cui finiscono intercettati i conoscenti dei conoscenti dei conoscenti, e così via, dell'intercettato iniziale) arriva a sfiorare Bertolaso, a torto o a ragione l'eroe, il simbolo di quel "governo del fare" tanto caro a Berlusconi, che può vantare tra i pochi successi fino ad ora interamente o quasi a lui ascrivibili le pronte risposte alle emergenze dell'Aquila e dei rifiuti in Campania, proprio grazie a Bertolaso. Visto che con il premier le hanno tentate tutte, senza scalfire il consenso di cui gode, provano a macchiare l'immagine di Bertolaso e della Protezione civile, "monumenti" viventi della "politica del fare" e del decisionismo di matrice berlusconiana.
Sui quattro arrestati in effetti c'è qualche indizio pesante, ma la sensazione è che Bertolaso sia stato tirato in mezzo letteralmente per i capelli, per dare in pasto all'opinione pubblica una figura di spicco, così da colpire il governo alla vigilia delle elezioni regionali, perché da soli gli arresti di Balducci e De Santis, uomini di Rutelli o al più trasversali, sarebbero passati quasi inosservati.
Tanto ci siamo assuefatti a questa giustizia politica e ad orologeria che un paio di particolari rischiano di sfuggirci. Prima di tutto, rimango convinto che non sia normale, e comunque non rassicurante sotto il profilo delle garanzie, che una procura proceda con arresti e avvisi di garanzia pur sapendo di essere territorialmente incompetente, tanto che il giorno dopo trasmette gli atti ad un'altra. Non so - e neanche il diretto interessato pare saperlo - se la parte di inchiesta riguardante Bertolaso rimarrà a Firenze o andrà a Perugia. Mentre lor signori si decidono, una conseguenza certa è che passerà del tempo - prezioso sia politicamente che personalmente - prima che Bertolaso possa vedere un giudice per provare a scrollarsi un po' di fango di dosso, come implora in questi giorni («Voglio essere sentito al più presto dai magistrati per chiarire e dimostrare la mia estraneità alle accuse. Il problema, però, è che ancora non si sa qual è la procura competente»).
Incredibile inoltre come i magistrati di Firenze, in collaborazione con i soliti gruppi editoriali e l'accoppiata Pd-IdV, il gatto e la volpe, siano riusciti a mettere in conto a Bertolaso e alla Protezione civile espressioni-chiave dell'inchiesta, come «sistema gelatinoso» e «cricca», che abbiamo letto sui giornali e sentito in tv a ripetizione in questi giorni. Ebbene, quanti sanno che tali espressioni emergono per la prima volta nelle intercettazioni a disposizione della procura di Firenze dal 2007, e che non si riferiscono a Bertolaso, né alla Protezione civile, ma a Veltroni e a Rutelli? Magari gli intercettati vaneggiavano, ma perché la «ripassata» con Francesca e il bikini di Monica escono subito sui giornali, e le intercettazioni in cui si parla degli appalti acchittati da Veltroni e Rutelli rimangono sepolte per quasi tre anni? E perché, quando escono, il «sistema gelatinoso» e la «cricca» diventano quelli di Bertolaso?
L'impressione è che anche stavolta l'ondata mediatico-giudiziaria si ritorcerà contro chi l'ha aizzata e cavalcata. Certo, forse riusciranno a mobilitare il popolo arrabbiato e frustrato della sinistra, ma otterranno anche l'effetto uguale e contrario, cioè di mobilitare il ben più compassato popolo di centrodestra, che com'è noto è solito snobbare le elezioni regionali e amministrative, a meno di una forte politicizzazione nazionale e una polarizzazione su Berlusconi.
Un altro effetto, più immediato, dell'attacco a Bertolaso è lo stralcio dal decreto emergenze della "Protezione civile servizi Spa", su cui governo e maggioranza hanno ceduto principalmente per le divisioni emerse al loro interno. Ma anche qui è andata in scena una gigantesca mistificazione che il centrodestra non ha saputo arginare sul piano della comunicazione. C'è voluto lo stesso Bertolaso, infatti, per spiegare che non si trattava di "privatizzare" la Protezione civile, come in malafede sostenevano le opposizioni e la solita stampa (di qualche ora fa l'ennesimo sondaggio), ma di affiancarle una struttura «aggiuntiva», «di servizio» appunto, «per rendere la Protezione civile, quella vera, più agile, più funzionale e più concentrata sulle vere attività di propria competenza».
Anzi, dirò di più. Proprio alla luce del rischio corruzione, che molti hanno evocato anche nella maggioranza per affondare la Spa, una società privata di servizi di cui la Protezione civile avrebbe potuto avvalersi come "general contractor" avrebbe offerto maggiori garanzie. Più agevole, infatti, tenere sotto controllo i costi avendo a che fare con un unico interlocutore e non con una miriade di gare pubbliche e ditte appaltatrici. Ma la possibilità di un dibattito nel merito è stata del tutto travolta dall'inchiesta e dalla malafede del circo politico-mediatico-giudiziario, esattamente come avvenuto sul regolamento della Vigilanza che ha esteso la par condicio ai talk show politici, e non li ha soppressi, come invece è stato ripetuto per giorni a reti unificate. Ma di questo ho già parlato.
Abbiamo assistito quindi, in questi giorni, oltre che alla solita giustizia politicizzata, al trionfo dell'ipocrisia e dell'arroganza: prima sulla par condicio; poi sulla Protezione civile. Si è approfittato dell'inchiesta che con tempismo perfetto ha coinvolto Bertolaso, e si è fatto leva demagogicamente su singoli episodi di corruzione, per scaricare la propria invidia politica contro quel poco che bene o male ha funzionato. Pur di ergersi a campioni di moralità pubblica quali non si è, ci si tiene aggrappati a procedure burocratiche a danno dell'efficienza e della rapidità d'azione (e in definitiva anche della trasparenza) che pure all'occasione si esigono eccome dalla Protezione civile e dal governo. D'altronde, per esempio, trattare come emergenze i "Grandi Eventi", per consentire alla Protezione civile di realizzare opere in tempi brevi, è stata una politica anche del governo Prodi, e dell'allora ministro Bersani, che oggi si finge scandalizzato.
Più o meno mi pare sia andata così: un'inchiesta nata a Firenze tre anni fa su magagne fiorentine, versante Pd, di intercettazione in intercettazione (con il solito, discutibile metodo dello "strascico" o "a cascata", per cui finiscono intercettati i conoscenti dei conoscenti dei conoscenti, e così via, dell'intercettato iniziale) arriva a sfiorare Bertolaso, a torto o a ragione l'eroe, il simbolo di quel "governo del fare" tanto caro a Berlusconi, che può vantare tra i pochi successi fino ad ora interamente o quasi a lui ascrivibili le pronte risposte alle emergenze dell'Aquila e dei rifiuti in Campania, proprio grazie a Bertolaso. Visto che con il premier le hanno tentate tutte, senza scalfire il consenso di cui gode, provano a macchiare l'immagine di Bertolaso e della Protezione civile, "monumenti" viventi della "politica del fare" e del decisionismo di matrice berlusconiana.
Sui quattro arrestati in effetti c'è qualche indizio pesante, ma la sensazione è che Bertolaso sia stato tirato in mezzo letteralmente per i capelli, per dare in pasto all'opinione pubblica una figura di spicco, così da colpire il governo alla vigilia delle elezioni regionali, perché da soli gli arresti di Balducci e De Santis, uomini di Rutelli o al più trasversali, sarebbero passati quasi inosservati.
Tanto ci siamo assuefatti a questa giustizia politica e ad orologeria che un paio di particolari rischiano di sfuggirci. Prima di tutto, rimango convinto che non sia normale, e comunque non rassicurante sotto il profilo delle garanzie, che una procura proceda con arresti e avvisi di garanzia pur sapendo di essere territorialmente incompetente, tanto che il giorno dopo trasmette gli atti ad un'altra. Non so - e neanche il diretto interessato pare saperlo - se la parte di inchiesta riguardante Bertolaso rimarrà a Firenze o andrà a Perugia. Mentre lor signori si decidono, una conseguenza certa è che passerà del tempo - prezioso sia politicamente che personalmente - prima che Bertolaso possa vedere un giudice per provare a scrollarsi un po' di fango di dosso, come implora in questi giorni («Voglio essere sentito al più presto dai magistrati per chiarire e dimostrare la mia estraneità alle accuse. Il problema, però, è che ancora non si sa qual è la procura competente»).
Incredibile inoltre come i magistrati di Firenze, in collaborazione con i soliti gruppi editoriali e l'accoppiata Pd-IdV, il gatto e la volpe, siano riusciti a mettere in conto a Bertolaso e alla Protezione civile espressioni-chiave dell'inchiesta, come «sistema gelatinoso» e «cricca», che abbiamo letto sui giornali e sentito in tv a ripetizione in questi giorni. Ebbene, quanti sanno che tali espressioni emergono per la prima volta nelle intercettazioni a disposizione della procura di Firenze dal 2007, e che non si riferiscono a Bertolaso, né alla Protezione civile, ma a Veltroni e a Rutelli? Magari gli intercettati vaneggiavano, ma perché la «ripassata» con Francesca e il bikini di Monica escono subito sui giornali, e le intercettazioni in cui si parla degli appalti acchittati da Veltroni e Rutelli rimangono sepolte per quasi tre anni? E perché, quando escono, il «sistema gelatinoso» e la «cricca» diventano quelli di Bertolaso?
L'impressione è che anche stavolta l'ondata mediatico-giudiziaria si ritorcerà contro chi l'ha aizzata e cavalcata. Certo, forse riusciranno a mobilitare il popolo arrabbiato e frustrato della sinistra, ma otterranno anche l'effetto uguale e contrario, cioè di mobilitare il ben più compassato popolo di centrodestra, che com'è noto è solito snobbare le elezioni regionali e amministrative, a meno di una forte politicizzazione nazionale e una polarizzazione su Berlusconi.
Un altro effetto, più immediato, dell'attacco a Bertolaso è lo stralcio dal decreto emergenze della "Protezione civile servizi Spa", su cui governo e maggioranza hanno ceduto principalmente per le divisioni emerse al loro interno. Ma anche qui è andata in scena una gigantesca mistificazione che il centrodestra non ha saputo arginare sul piano della comunicazione. C'è voluto lo stesso Bertolaso, infatti, per spiegare che non si trattava di "privatizzare" la Protezione civile, come in malafede sostenevano le opposizioni e la solita stampa (di qualche ora fa l'ennesimo sondaggio), ma di affiancarle una struttura «aggiuntiva», «di servizio» appunto, «per rendere la Protezione civile, quella vera, più agile, più funzionale e più concentrata sulle vere attività di propria competenza».
Anzi, dirò di più. Proprio alla luce del rischio corruzione, che molti hanno evocato anche nella maggioranza per affondare la Spa, una società privata di servizi di cui la Protezione civile avrebbe potuto avvalersi come "general contractor" avrebbe offerto maggiori garanzie. Più agevole, infatti, tenere sotto controllo i costi avendo a che fare con un unico interlocutore e non con una miriade di gare pubbliche e ditte appaltatrici. Ma la possibilità di un dibattito nel merito è stata del tutto travolta dall'inchiesta e dalla malafede del circo politico-mediatico-giudiziario, esattamente come avvenuto sul regolamento della Vigilanza che ha esteso la par condicio ai talk show politici, e non li ha soppressi, come invece è stato ripetuto per giorni a reti unificate. Ma di questo ho già parlato.
Abbiamo assistito quindi, in questi giorni, oltre che alla solita giustizia politicizzata, al trionfo dell'ipocrisia e dell'arroganza: prima sulla par condicio; poi sulla Protezione civile. Si è approfittato dell'inchiesta che con tempismo perfetto ha coinvolto Bertolaso, e si è fatto leva demagogicamente su singoli episodi di corruzione, per scaricare la propria invidia politica contro quel poco che bene o male ha funzionato. Pur di ergersi a campioni di moralità pubblica quali non si è, ci si tiene aggrappati a procedure burocratiche a danno dell'efficienza e della rapidità d'azione (e in definitiva anche della trasparenza) che pure all'occasione si esigono eccome dalla Protezione civile e dal governo. D'altronde, per esempio, trattare come emergenze i "Grandi Eventi", per consentire alla Protezione civile di realizzare opere in tempi brevi, è stata una politica anche del governo Prodi, e dell'allora ministro Bersani, che oggi si finge scandalizzato.
Monday, September 14, 2009
Le prossime mosse di Rutelli fuori dal Pd
Su il Velino OreSedici
Francesco Rutelli smentisce l'indiscrezione di questa mattina, sul Corriere, secondo cui nel pamphlet che sta per dare alle stampe ci sarebbe il suo «addio al Pd». Il libro, per il quotidiano di via Solferino, si concluderebbe con l'annuncio della «svolta» di Rutelli verso il «centro»: l'Udc. «Posso semplicemente dire che questa informazione-supposizione non è vera», replica l'ex sindaco di Roma. Il mistero sul contenuto del suo libro, e sulle sue reali intenzioni, si infittisce. Si avvicina per leader "incompiuti" come Casini, Fini e lo stesso Rutelli, l'ora di decidere cosa fare da grandi, ma lo scenario che li vede tutti insieme appassionatamente in un "Grande Centro" post-berlusconiano, alternativo sia al Pdl+Lega che al Pd, è un po' fantasioso. Fini si è già smarcato. E Rutelli, con la smentita di oggi, avverte che si sta correndo un po' troppo. Fini e Rutelli, ciascuno nel proprio campo, sono i grandi scontenti dell'attuale equilibrio di potere nei due "poli", ma con i loro movimenti cercano di riguadagnare peso politico, piuttosto che scardinare il bipolarismo, come vorrebbe Casini.Se questo fosse l'esito - Pd = Ds, alleato a una "nuova Margherita" - sarebbe un palese ritorno al passato e sancirebbe il definitivo fallimento del progetto originario del Pd.
Quale, dunque, il piano di Rutelli? Non andrà al Congresso del Pd solo per uno «scioccante saluto». Aspetterà la conclusione e se Pierluigi Bersani, come sembra, dovesse uscire vincitore, solo allora, il giorno dopo, annuncerà la sua fuoriuscita dal Pd (sotto i suoi occhi diventato qualcos'altro), lancerà un soggetto suo, una "nuova Margherita", e si metterà alla finestra con uno sguardo lungo: le prossime politiche. Nella speranza che si creino le condizioni per uno spazio di centro in cui assumere, insieme a Casini, il ruolo di protagonista che nel Pd non può più recitare. In questo caso, secondo i suoi esegeti, Rutelli potrebbe persino rendersi funzionale al progetto di Bersani (e D'Alema): rifare indisturbati i Ds e allearsi con una "gamba" centrista. Al momento giusto, in Rutelli troverebbero un prezioso "pontiere".
Monday, April 28, 2008
Alemanno strappa Roma alla sinistra
Disfatta personale di Rutelli e Veltroni. La sinistra estranea alla realtà del Paese, non solo del Nord.La vittoria di Alemanno su Rutelli è sorprendente per ampiezza (53,65% a 46,35%, quasi l'8%), considerando che al primo turno era stato l'ex sindaco a staccare il candidato del PdL di circa 5 punti percentuali. Una rimonta clamorosa e un sorpasso di slancio, non il testa-a-testa che molti di noi prevedevano come ipotesi migliore possibile per Alemanno.
Rispetto al primo turno l'affluenza è calata dal 73,5% al 63% (-10,5%). Certamente Rutelli è stato tradito dalla sinistra antagonista romana, che forse ha voluto così vendicarsi per essere stata "ingannata" da Veltroni, che facendo appello al voto utile anti-berlusconiano sulla base di una rimonta inesistente ha prosciugato la sinistra determinandone la scomparsa dal Parlamento.
Ma per le sue dimensioni la disfatta di Rutelli non si può spiegare solo con l'astensionismo della sinistra estrema, che pure aveva cercato di richiamare al voto sotto la spinta del pericolo fascista. Anche i Ds, soprattutto i dalemiani, potrebbero aver tirato un brutto scherzo. Dal confronto dei voti reali tra il primo e il secondo turno sembrerebbe che Alemanno sia riuscito a ottenere tutti i suoi voti e quasi tutti quelli dell'Udc e della Destra. Ma siccome non è ipotizzabile che l'astensionismo abbia del tutto risparmiato il campo del centrodestra (da Ciocchetti a Storace), è probabile che molti elettori abbiano scelto Alemanno al ballottaggio pur avendo votato per Rutelli al primo turno, magari dopo averli visti confrontarsi in tv.
Dunque, per l'ex sindaco una sconfitta personale: è risultato antipatico a molti potenziali elettori di sinistra, che alla Provincia infatti non hanno avuto difficoltà a preferire Zingaretti ad Antoniozzi. Maturità degli elettori, che hanno saputo distinguere tra le diverse schede che si sono trovati tra le mani.
Rutelli ha perso sul tema della sicurezza? Certo, anche. Il suo approccio al problema è stato rinunciatario, le sue proposte da radical chic irritanti, veri e propri boomerang. L'immagine edificante della città e del lavoro svolto dal centrosinistra che Rutelli si è sforzato di far passare era troppo discordante con la realtà quotidiana che vivono i cittadini, che di fronte all'impostura hanno reagito: "Nun ce prova'!". Quindi, una sconfitta anche per Veltroni: è ormai chiaro che non esiste e non è mai esistito alcun "modello Roma", dal quale si è preteso di far partire una riscossa a livello nazionale: non ci hanno creduto a Roma, figuriamoci al Nord.
Ridimensionato anche il "fenomeno Lega". Dove non si presentava la Lega Nord, gli elettori comunque hanno preferito il PdL al Pd, anche al Centro e al Sud.
Chissà se questa ennesima sberla nelle urne sveglierà i vertici del Pd dal sogno di una presunta superiorità antropologica che non si è mai trasformata in superiorità politica ed elettorale. E' sempre più la sinistra dei "salotti", degli intellettuali, dei grandi giornali; rappresenta sempre più i ceti alti, che vivono comodi e non avvertono i morsi del declino. La sinistra deve modificare il suo linguaggio, reso opaco e inespressivo dal politically correct, quindi lontano dalla gente; chiamare i problemi con il loro nome e avere il coraggio di indicare con chiarezza anche soluzioni non "buoniste". Ed è forse giunto il momento che in presenza di sconfitte elettorali così cocenti venga posta la parola fine su molte carriere politiche. Serve un salto generazionale: via i cinquantenni.
Wednesday, April 23, 2008
Rutelli è vivo e lotta, e spera nei voti arcobaleno
Prendendo come metro di giudizio la performance espressiva e il tipo di elettorato cui mirava la sua comunicazione, Rutelli si è forse aggiudicato il primo duello televisivo, a Ballarò. Qualcuno gli deve aver fatto presente il rischio di apparire stanco e ingrigito, perché ieri sera l'ex sindaco ha tirato fuori gli artigli, ha saputo mantenersi per tutta la durata della trasmissione all'attacco e persino provocatorio. Alcune escandescenze, verbali e gestuali, mi sono sembrate addirittura forzate, ma non ha mai dato l'idea di perdere la calma perché rimasto senza argomenti. Nel complesso, quindi, direi che è riuscito ad apparire energico e nient'affatto dimesso, scrollandosi di dosso il grigiore delle più recenti apparizioni. Uno dei suoi obiettivi principali era naturalmente quello di motivare gli elettori della sinistra estrema, che potrebbero essere tentati dall'astensionismo per le sue posizioni centriste e moderate degli ultimi anni.Al contrario, Alemanno è apparso teso. Sudava e arrossiva e solo verso la fine della trasmissione è riuscito a trovare le misure giuste e a sentirsi a proprio agio. E' stato un duello molto combattuto, dai toni accesi al limite della rissa, durante il quale Alemanno non ha mancato di affondare il coltello nei molti punti molli del suo avversario, il quale però ha sempre saputo far fronte con abilità agli attacchi, a volte eludendo a volte mentendo spudoratamente o indignandosi, ma senza apparire mai davvero in difficoltà. Viceversa, Alemanno ha attraversato un momento molto critico, quando è rimasto ammutolito, messo letteralmente all'angolo da Rutelli, sulla questione Alitalia.
Ma i punti deboli di Rutelli sono formidabili e ieri sera emergevano spontaneamente dai suoi stessi interventi. Sul tema della sicurezza i suoi tentativi di chiamare in causa Milano, o il Governo Berlusconi, sono apparsi per quello che erano: diversivi. La sua gestione e quella di Veltroni portano tutta intera la responsabilità delle situazioni di degrado e abbandono che favoriscono il crimine e il loro lassismo nei confronti del problema dei rom è vissuto quotidianamente dai cittadini, che vedono da anni i campi abusivi ricomparire come funghi a poche centinaia di metri dai luoghi da dove solo pochi giorni prima erano stati sgombrati.
La stessa idea del braccialetto, su cui Rutelli ha insistito, mi sembra un boomerang. Può certamente essere un'arma di difesa di cui il singolo cittadino sceglie di dotarsi (come lo spray irritante, ben più efficace e stranamente rimasto fuori dal dibattito), ma non può divenire la soluzione avanzata da chi si candida a guidare l'amministrazione. Non solo perché presta il fianco a una facile battuta: invece dei braccialetti alle donne, cerchiamo di mettere le manette agli aggressori. Ma soprattutto, proponendo di risolvere il problema sicurezza con braccialetti e colonnine SOS, Rutelli sta lanciando un messaggio perdente e di resa dell'amministrazione. Sta dicendo: le aggressioni sono inevitabili, pensiamo a come attrezzare i cittadini per rendere più tempestivi i soccorsi. Sarà anche un aspetto importante, ma suona senz'altro come arrendevole.
Così come un'altra proposta, quella di scontare la bolletta elettrica a quei negozianti disposti a lasciare accese le luci durante la notte, tradisce implicitamente l'incapacità di garantire l'illuminazione notturna delle strade, tra le mansioni imprescindibili che competono a un'amministrazione comunale.
Alemanno ha avuto gioco facile nel ricordare come Rutelli sia stato già per 7 anni sindaco senza risolvere nessuno dei grandi problemi della città: traffico, trasporti, case. Quando l'ex sindaco, tirando fuori una mappa per mostrare tutti i cantieri aperti e il futuro tracciato delle metropolitane, ha annunciato l'imminente conclusione dell'ultimo tratto dell'anello ferroviario, il candidato del PdL lo ha "pizzicato" mostrando un articolo in cui Rutelli annunciava già nel 2000 il completamento di quell'opera.
Alemanno ci è sembrato efficace soprattutto perché ha saputo spiegare con parole semplici quale fosse a suo avviso l'essenza della scelta che i romani si trovano a dover compiere: tra il "continuismo" dello stesso gruppo di potere che gestisce Roma da 15 anni e il cambiamento da lui rappresentato. Tuttavia, a mio avviso, avrebbe dovuto sottolineare di più la sua scelta di «correre da solo», rinunciando all'apparentamento con "La Destra" di Storace, antitetica a quella di Rutelli, appoggiato da una coalizione di cui fa ancora parte la sinistra antagonista romana. Alemanno ha sì contestato a Rutelli che in Consiglio comunale è stato già eletto con la Sinistra Arcobaleno il famigerato "Tarzan", che rivendica le occupazioni delle case sfitte, ma in queste elezioni, nelle quali molti elettori forse per la prima volta hanno votato per il Pd perché non più alleato con Rifondazione comunista, il candidato del PdL avrebbe dovuto rimarcare di più il fatto che Rutelli, a differenza di Veltroni, si è presentato con la vecchia coalizione. Venerdì, a Matrix, il secondo e ultimo duello.
Saturday, April 19, 2008
Una riforma federalista per la sicurezza
Si mette male per Rutelli, che non può far altro che definire «strumentalizzazioni» le polemiche seguite a una nuova aggressione a Roma, ai danni di una 31enne, pugnalata e stuprata da un romeno a poca distanza dalla stazione della periferia di "La Storta". Come non è mai esistito un "modello Napoli", è bene che si capisca che non è mai esistito un "modello Roma".
La città continua a essere insicura, sia per le orde di nomadi che vivono esclusivamente di furti, sia per il manto stradale letteralmente assassino; traffico e trasporti pubblici rimangono dopo 15 anni di alternanza Rutelli-Veltroni problemi irrisolti; l'illuminazione salta anche in quartieri centrali. E con una bassa percentuale di raccolta differenziata e la chiusura imminente della discarica di Malagrotta, già posticipata di anni in attesa del termovalorizzatore (comunque insufficiente), rischiamo di fare la fine di Napoli.
Oltre alla gestione clientelare e partitocratica di municipalizzate, commesse, consulenze, manifestazioni, permessi di costruzione, ciò che ha favorito il permanere al potere di giunte di centrosinistra nella capitale è la coincidenza che spesso nelle ultime tornate elettorali si è verificata tra voto politico e amministrativo. Il dibattito sulla città è stato troppo spesso "coperto" dalla campagna per le elezioni politiche.
La «reazione pronta» dei carabinieri di cui parla Giuliano Amato - che questa volta ha evitato alla ragazza di fare la fine di Giovanna Reggiani e dell'uomo cui è stata spaccata la testa su una pista ciclabile per rubargli l'ipod - è stata possibile grazie all'allarme lanciato da due passanti, ma il punto è che la città non dovrebbe offrire zone di degrado e di abbandono tali da indurre in tentazione.
E' vero che i sindaci non hanno poteri di polizia, ma se le stazioni sono totalmente incustodite, non vi è alcuna forma di vigilanza, né personale ferroviario, né videocamere, l'illuminazione è quasi assente, e se il Municipio segnala le situazioni di pericolo ma il Comune non provvede, allora la responsabilità non può essere che del sindaco. E' un problema che riguarda anche Milano, dove il sindaco, Letizia Moratti, è del PdL.
Non direi, invece, che mancano le leggi. Leggi e direttive europee per espellere anche tutti i rom ci sono già. E' solo una questione di volontà: fuori i barbari dall'Italia.
Sorprende che in tutti questi anni la Lega non abbia condotto una vera battaglia federalista, quella per l'abolizione dei prefetti e il trasferimento ai sindaci (almeno delle città medio-grandi) della responsabilità delle forze di sicurezza. I prefetti non sono espressione della volontà popolare e dunque non rispondono politicamente della gestione delle forze dell'ordine. Al contrario, se ne fossero responsabili i sindaci, questi ne risponderebbero davanti ai cittadini che votando potrebbero sanzionare o premiare la loro gestione della sicurezza.
La città continua a essere insicura, sia per le orde di nomadi che vivono esclusivamente di furti, sia per il manto stradale letteralmente assassino; traffico e trasporti pubblici rimangono dopo 15 anni di alternanza Rutelli-Veltroni problemi irrisolti; l'illuminazione salta anche in quartieri centrali. E con una bassa percentuale di raccolta differenziata e la chiusura imminente della discarica di Malagrotta, già posticipata di anni in attesa del termovalorizzatore (comunque insufficiente), rischiamo di fare la fine di Napoli.
Oltre alla gestione clientelare e partitocratica di municipalizzate, commesse, consulenze, manifestazioni, permessi di costruzione, ciò che ha favorito il permanere al potere di giunte di centrosinistra nella capitale è la coincidenza che spesso nelle ultime tornate elettorali si è verificata tra voto politico e amministrativo. Il dibattito sulla città è stato troppo spesso "coperto" dalla campagna per le elezioni politiche.
La «reazione pronta» dei carabinieri di cui parla Giuliano Amato - che questa volta ha evitato alla ragazza di fare la fine di Giovanna Reggiani e dell'uomo cui è stata spaccata la testa su una pista ciclabile per rubargli l'ipod - è stata possibile grazie all'allarme lanciato da due passanti, ma il punto è che la città non dovrebbe offrire zone di degrado e di abbandono tali da indurre in tentazione.
E' vero che i sindaci non hanno poteri di polizia, ma se le stazioni sono totalmente incustodite, non vi è alcuna forma di vigilanza, né personale ferroviario, né videocamere, l'illuminazione è quasi assente, e se il Municipio segnala le situazioni di pericolo ma il Comune non provvede, allora la responsabilità non può essere che del sindaco. E' un problema che riguarda anche Milano, dove il sindaco, Letizia Moratti, è del PdL.
Non direi, invece, che mancano le leggi. Leggi e direttive europee per espellere anche tutti i rom ci sono già. E' solo una questione di volontà: fuori i barbari dall'Italia.
Sorprende che in tutti questi anni la Lega non abbia condotto una vera battaglia federalista, quella per l'abolizione dei prefetti e il trasferimento ai sindaci (almeno delle città medio-grandi) della responsabilità delle forze di sicurezza. I prefetti non sono espressione della volontà popolare e dunque non rispondono politicamente della gestione delle forze dell'ordine. Al contrario, se ne fossero responsabili i sindaci, questi ne risponderebbero davanti ai cittadini che votando potrebbero sanzionare o premiare la loro gestione della sicurezza.
Alemanno corre da solo, Rutelli cotto
Mossa astuta di Alemanno che annuncia di voler «correre da solo» (do you remember?) al ballottaggio per il Comune di Roma. Consapevole di ottenere la stragrande maggioranza dei voti al primo turno andati a "La Destra" e all'Udc senza bisogno di scendere a compromessi con i loro leader, Alemanno incalza Rutelli, che invece è stato costretto a elemosinare - invano - l'apparentamento con l'Udc e a presentarsi con Rifondazione comunista, di cui fa parte quel consigliere già eletto, di nome "Tarzan", che non è esattamente il miglior biglietto da visita per intercettare i voti moderati.
Rutelli avevamo già avuto modo di vederlo alla chiusura della campagna elettorale, all'Eur, e nella sua stanchezza avevamo letto la consapevolezza di dati piuttosto deludenti. L'ex sindaco appare stanco, pallido, ingrigito, opaco, direi prodizzato nel tentativo di dare un tocco di solennità a un eloquio che è solo lento e trascinato. Quasi cotto, se non fosse che il comune di Roma rappresenta ormai per tutta la sinistra una vera e propria "linea del Piave" e l'apparato del Pd verrà mobilitato per una battaglia all'ultimo voto.
Rutelli avevamo già avuto modo di vederlo alla chiusura della campagna elettorale, all'Eur, e nella sua stanchezza avevamo letto la consapevolezza di dati piuttosto deludenti. L'ex sindaco appare stanco, pallido, ingrigito, opaco, direi prodizzato nel tentativo di dare un tocco di solennità a un eloquio che è solo lento e trascinato. Quasi cotto, se non fosse che il comune di Roma rappresenta ormai per tutta la sinistra una vera e propria "linea del Piave" e l'apparato del Pd verrà mobilitato per una battaglia all'ultimo voto.
Wednesday, April 16, 2008
Il travaso Sinistra-Pd-Lega e i veri miracolati
Non credo affatto al travaso diretto di voti dalla sinistra massimalista e comunista alla Lega Nord. Certo, è una teoria comoda per il Pd, ma ci dev'essere stato un passaggio intermedio:
Ulivo -> Udc + Lega
Sinistra Arcobaleno -> Pd + Di Pietro + astensione.
Mi sembra poco probabile che un elettore di Bertinotti o di Diliberto voti la Lega. E' molto più probabile che, se scoraggiato si astenga, o se affabulato dal sogno della rimonta voti Veltroni o Di Pietro in funzione anti-berlusconiana. Se fosse così, non sarebbero Berlusconi e la Lega ad essersi spostati a destra dopo aver rinunciato all'Udc, ma Veltroni e il Pd ad essersi spostati a sinistra per fare spazio al centro, guarda un po', proprio alla Lega.
Ne parlo più ampiamente in questo articolo per Ideazione.com.
Ma i veri miracolati di queste elezioni sono i radicali, che vedono tutti eletti i 9 candidati nelle liste del Pd. Non è vero che Pannella ha mentito e Veltroni ha mantenuto la promessa dei «9 eletti sicuri», come scrivono oggi, da sponde opposte, Renato Farina su Libero e Adriano Sofri nella sua "piccola posta" su Il Foglio, i quali devono essere senz'altro più rincoglioniti di Pannella se non hanno ancora capito come funziona la legge elettorale con la quale si è votato.
I candidati radicali sono stati tutti eletti solo perché la Sinistra Arcobaleno non ha ottenuto il 4% alla Camera. Il Pd si è trovato così a spartirsi il 45% dei seggi di minoranza solo con l'Udc e con Di Pietro, mentre era previsto che almeno alla Camera la ripartizione dovesse riguardare anche l'alleanza rosso-verde. Sorprende l'ignoranza di alcuni commentatori.
E c'è da rimanere davvero ammirati del cinismo dei radicali, che senza il minimo sforzo riescono addirittura a migliorare la loro presenza parlamentare, nonostante la sconfitta della coalizione. Entrano al Senato e aumentano di due unità il numero di parlamentari. Ciò a fronte del progressivo azzeramento del loro elettorato, come dimostra il dato su Roma, dove presentandosi con il simbolo "Lista Bonino-Radicali" ottengono lo 0,68% dei voti. Tanto per capirci, la lista "Forza Roma" ha preso lo 0,32%. E nella capitale storicamente raggiungevano percentuali al di sopra della loro media nazionale. Dunque, dovrebbero ringraziare Veltroni per non avergli fatto presentare il loro simbolo collegato, che' probabilmente avrebbero fatto la fine di Boselli.
E a proposito di Roma, andiamo verso un ballottaggio interessante. Rutelli è provatissimo da un deludente 45,7 (inferiore di un punto al totale dei voti presi dalle liste che lo appoggiano), mentre Alemanno è lanciatissimo dopo aver sfondato quota 40%. Sarà una sfida all'ultimo sangue, perché dopo la sconfitta Roma per il Pd e la sinistra diventa una linea del Piave, ma Alemanno potrà sfruttare l'effetto traino della vittoria "landslide" a livello nazionale.
Ulivo -> Udc + Lega
Sinistra Arcobaleno -> Pd + Di Pietro + astensione.
Mi sembra poco probabile che un elettore di Bertinotti o di Diliberto voti la Lega. E' molto più probabile che, se scoraggiato si astenga, o se affabulato dal sogno della rimonta voti Veltroni o Di Pietro in funzione anti-berlusconiana. Se fosse così, non sarebbero Berlusconi e la Lega ad essersi spostati a destra dopo aver rinunciato all'Udc, ma Veltroni e il Pd ad essersi spostati a sinistra per fare spazio al centro, guarda un po', proprio alla Lega.
Ne parlo più ampiamente in questo articolo per Ideazione.com.
Ma i veri miracolati di queste elezioni sono i radicali, che vedono tutti eletti i 9 candidati nelle liste del Pd. Non è vero che Pannella ha mentito e Veltroni ha mantenuto la promessa dei «9 eletti sicuri», come scrivono oggi, da sponde opposte, Renato Farina su Libero e Adriano Sofri nella sua "piccola posta" su Il Foglio, i quali devono essere senz'altro più rincoglioniti di Pannella se non hanno ancora capito come funziona la legge elettorale con la quale si è votato.
I candidati radicali sono stati tutti eletti solo perché la Sinistra Arcobaleno non ha ottenuto il 4% alla Camera. Il Pd si è trovato così a spartirsi il 45% dei seggi di minoranza solo con l'Udc e con Di Pietro, mentre era previsto che almeno alla Camera la ripartizione dovesse riguardare anche l'alleanza rosso-verde. Sorprende l'ignoranza di alcuni commentatori.
E c'è da rimanere davvero ammirati del cinismo dei radicali, che senza il minimo sforzo riescono addirittura a migliorare la loro presenza parlamentare, nonostante la sconfitta della coalizione. Entrano al Senato e aumentano di due unità il numero di parlamentari. Ciò a fronte del progressivo azzeramento del loro elettorato, come dimostra il dato su Roma, dove presentandosi con il simbolo "Lista Bonino-Radicali" ottengono lo 0,68% dei voti. Tanto per capirci, la lista "Forza Roma" ha preso lo 0,32%. E nella capitale storicamente raggiungevano percentuali al di sopra della loro media nazionale. Dunque, dovrebbero ringraziare Veltroni per non avergli fatto presentare il loro simbolo collegato, che' probabilmente avrebbero fatto la fine di Boselli.
E a proposito di Roma, andiamo verso un ballottaggio interessante. Rutelli è provatissimo da un deludente 45,7 (inferiore di un punto al totale dei voti presi dalle liste che lo appoggiano), mentre Alemanno è lanciatissimo dopo aver sfondato quota 40%. Sarà una sfida all'ultimo sangue, perché dopo la sconfitta Roma per il Pd e la sinistra diventa una linea del Piave, ma Alemanno potrà sfruttare l'effetto traino della vittoria "landslide" a livello nazionale.
Monday, January 28, 2008
La vera vittoria sarà di chi si rinnova
Prodi o elezioni, era la minaccia che fino a qualche settimana fa veniva sbandierata ai quattro venti da tutti i principali maggiorenti del Pd, come prova della lealtà nei confronti del premier in carica. Un'ora dopo la caduta di Prodi, per gli stessi tornare subito alle urne diventava una sciagura, la «cosa peggiore» che si potesse pensare.
Ci vuole una nuova legge elettorale. Su questo ci sono pochi dubbi, ma su quale legge nessuno si espone. Sembra quasi che qualsiasi vada bene e che ci si divida tra sostenitori dell'attuale e promotori di una riforma, quale che sia. Se ci fosse un accordo di massima sull'assetto politico che questa nuova legge elettorale dovrebbe determinare, ci vorrebbero un paio di settimane per approvarla. Peccato che proprio il Pd sia diviso tra le correnti ad oggi più rappresentate in Parlamento (dalemiani, Popolari, rutelliani), per la bozza Bianco (sul modello tedesco), e il segretario e i suoi fedelissimi, per una versione più maggioritaria, come il vassallum. Ciascuna delle parti è spinta da un'idea diversa di Pd: per gli uni, un partito maggioritario che si allei dopo il voto, a seconda delle congiunture e delle convenienze, con la sinistra o con un "grande centro"; per gli altri, un partito maggioritario che corra e governi da solo.
Riconoscere la necessità di una nuova legge elettorale non vuol dire che vada bene una qualunque. Il modello tedesco consoliderebbe il ritorno a un sistema dagli esiti proporzionali. Dunque, se non fosse possibile approvare una legge maggioritaria e tendenzialmente bipartitica, a mio avviso sarebbe preferibile rimandare la discussione alla nuova legislatura, quando nel Pd la linea prevalente sarà quella bipartitica di Veltroni.
L'attuale legge elettorale ha accentuato l'instabilità connaturata nella coalizione prodiana, ma a ben vedere il suo effetto distorsivo ha giocato a favore di Prodi, e non contro. Non siamo partiti da una situazione in cui a fronte di una vittoria nelle urne, la legge ha prodotto una maggioranza numericamente striminzita in Senato, come erroneamente si pensa. Al contrario, l'Unione ha perso le elezioni per il Senato, ciononostante vedendosi attribuire una maggioranza, seppure risicatissima, di seggi. Dunque, Prodi e i suoi ministri dovrebbero esser grati a questa legge, che gli ha concesso di rimanere per venti mesi al governo, perché se il premio di maggioranza fosse stato assegnato a livello nazionale (come volevano Calderoli e la CdL) e non regionale (come ha voluto Ciampi), da subito il centrodestra si sarebbe trovato in maggioranza al Senato.
L'altro argomento per cui tornare subito al voto sarebbe la «cosa peggiore» è che bisogna affrontare le emergenze (le molte) che affliggono il nostro Paese, tra l'altro in un contesto economico internazionale di possibile recessione. Semmai, questo sembra un argomento a favore delle "elezioni subito", proprio per dare al Paese un governo politicamente responsabile, forte del sostegno e della legittimazione popolare per effettuare le scelte necessarie.
E tra i grandi giornali il Corriere della Sera è l'unico che si è sfilato dal coro che in questi giorni invoca un "governo per le riforme". Sergio Romano, motivando perché non si dovrebbe perdere altro tempo, ha ricordato come lo stesso Prodi abbia voluto determinare, facendosi sfiduciare dal Senato, le condizioni per una soluzione della crisi «conforme» agli interessi dell'opposizione, cioè le elezioni, mettendo così i bastoni tra le ruote a colui che ha individuato quale maggiore responsabile della sua caduta: il Pd di Veltroni.
Dal "retroscena" di Francesco Verderami, oggi sul Corriere, pare che Berlusconi e il Pd dovranno infine piegarsi dinanzi alla volontà del Quirinale di fare un tentativo, incaricando Marini o Amato per un governo "di scopo" (una nuova legge elettorale) e a termine. Aspettare un altro paio di mesi e votare a giugno sarebbe la mediazione tra le due posizioni - le elezioni subito, invocate da Berlusconi, e tra 8/12 mesi, come propone Veltroni. Certo, se Berlusconi si rifiutasse di appoggiarlo, tale governo sarebbe tutto fuorché quello che il presidente della Repubblica desidera per il Paese.
Veltroni anche oggi è tornato a chiedere all'opposizione di pazientare ancora 8/12 mesi. Un modo per ricordare che se anche le forze politiche non trovassero un accordo, entro il 15 giugno verrebbe comunque votato il referendum, vero obiettivo del segretario del Pd in merito alla legge elettorale.
Al di là delle apparenze, non c'è accordo nel Pd, neanche sul proseguimento della legislatura, e confermo che mi pare di vedere la posizione di Veltroni più compatibile con quella di Berlusconi. D'Alema, Marini e Rutelli sanno che votando subito sarebbe sconfitta certa ma, quel che è peggio, gruppi parlamentari e partito "veltroniani". Per questo vogliono innanzitutto buttare la palla avanti e, prima o poi, se sarà possibile, arruolando l'Udc far approvare una legge elettorale il più possibile ricalcata sul modello tedesco. Viceversa, Veltroni vorrebbe sì, innanzitutto, arrivare al referendum, ma si prepara ben volentieri alle elezioni anticipate, perché sa che votando entro l'estate si risparmierebbe la lunga guerra di logoramento che i suoi avversari gli stanno preparando nel partito e potrebbe plasmare il partito e i gruppi parlamentari.
Probabilmente solo chi avrà la forza e il coraggio di rinnovarsi davvero e per primo, avrà l'occasione di una vittoria vera e duratura, non solo elettorale, ma anche di governo. Così oggi il Berlusconi che vediamo correre verso le urne ripresentando il centrodestra tale e quale al 2006 - se non più deteriorato di allora nei rapporti, personali e politici, tra i leader e i partiti - si offre di tenere in mano quel cerino con il quale Prodi si è già bruciato.
Le vittorie, quella vere, solide, sono di chi sa prepararle rinnovandosi durante il tempo trascorso all'opposizione. Ds e Margherita non seppero o non vollero rinnovare il centrosinistra durante il Governo Berlusconi, ripresentandosi nel 2006 con Prodi e la sinistra comunista; non ha saputo o voluto farlo il Cav. durante questi due anni. Sembrava ben intenzionato con "l'annuncio del predellino", finito però in un nulla di fatto. Adesso si prepara sì a tornare al governo, ma in un quadro instabile, sorretto da una maggioranza probabilmente meno ampia di quella della scorsa legislatura (30 senatori di margine, se va bene, invece di 50), una coalizione ancor più litigiosa, due alleati il cui obiettivo manifesto è quello di logorarlo personalmente. E se nell'arco di un paio d'anni facesse la fine di Prodi e si tornasse a votare, «noi saremmo pronti per una vittoria vera e duratura, gli unici ad esserci rinnovati», scommette Veltroni...
Lo sosteniamo da tempo: la probabilissima sconfitta elettorale equivarrebbe ad un disastro, se il Pd si ripresentasse più o meno nella stessa formula prodiana, ma addirittura palingenetica se invece corresse da solo. Fuori dell'Unione, infatti, il Pd potenzialmente può «pescare» 10 punti percentuali in più, pur perdendo le elezioni. Anche a Berlusconi, quindi, converrebbe il referendum per lanciare il PdL e correre da solo.
Ci vuole una nuova legge elettorale. Su questo ci sono pochi dubbi, ma su quale legge nessuno si espone. Sembra quasi che qualsiasi vada bene e che ci si divida tra sostenitori dell'attuale e promotori di una riforma, quale che sia. Se ci fosse un accordo di massima sull'assetto politico che questa nuova legge elettorale dovrebbe determinare, ci vorrebbero un paio di settimane per approvarla. Peccato che proprio il Pd sia diviso tra le correnti ad oggi più rappresentate in Parlamento (dalemiani, Popolari, rutelliani), per la bozza Bianco (sul modello tedesco), e il segretario e i suoi fedelissimi, per una versione più maggioritaria, come il vassallum. Ciascuna delle parti è spinta da un'idea diversa di Pd: per gli uni, un partito maggioritario che si allei dopo il voto, a seconda delle congiunture e delle convenienze, con la sinistra o con un "grande centro"; per gli altri, un partito maggioritario che corra e governi da solo.
Riconoscere la necessità di una nuova legge elettorale non vuol dire che vada bene una qualunque. Il modello tedesco consoliderebbe il ritorno a un sistema dagli esiti proporzionali. Dunque, se non fosse possibile approvare una legge maggioritaria e tendenzialmente bipartitica, a mio avviso sarebbe preferibile rimandare la discussione alla nuova legislatura, quando nel Pd la linea prevalente sarà quella bipartitica di Veltroni.
L'attuale legge elettorale ha accentuato l'instabilità connaturata nella coalizione prodiana, ma a ben vedere il suo effetto distorsivo ha giocato a favore di Prodi, e non contro. Non siamo partiti da una situazione in cui a fronte di una vittoria nelle urne, la legge ha prodotto una maggioranza numericamente striminzita in Senato, come erroneamente si pensa. Al contrario, l'Unione ha perso le elezioni per il Senato, ciononostante vedendosi attribuire una maggioranza, seppure risicatissima, di seggi. Dunque, Prodi e i suoi ministri dovrebbero esser grati a questa legge, che gli ha concesso di rimanere per venti mesi al governo, perché se il premio di maggioranza fosse stato assegnato a livello nazionale (come volevano Calderoli e la CdL) e non regionale (come ha voluto Ciampi), da subito il centrodestra si sarebbe trovato in maggioranza al Senato.
L'altro argomento per cui tornare subito al voto sarebbe la «cosa peggiore» è che bisogna affrontare le emergenze (le molte) che affliggono il nostro Paese, tra l'altro in un contesto economico internazionale di possibile recessione. Semmai, questo sembra un argomento a favore delle "elezioni subito", proprio per dare al Paese un governo politicamente responsabile, forte del sostegno e della legittimazione popolare per effettuare le scelte necessarie.
E tra i grandi giornali il Corriere della Sera è l'unico che si è sfilato dal coro che in questi giorni invoca un "governo per le riforme". Sergio Romano, motivando perché non si dovrebbe perdere altro tempo, ha ricordato come lo stesso Prodi abbia voluto determinare, facendosi sfiduciare dal Senato, le condizioni per una soluzione della crisi «conforme» agli interessi dell'opposizione, cioè le elezioni, mettendo così i bastoni tra le ruote a colui che ha individuato quale maggiore responsabile della sua caduta: il Pd di Veltroni.
Dal "retroscena" di Francesco Verderami, oggi sul Corriere, pare che Berlusconi e il Pd dovranno infine piegarsi dinanzi alla volontà del Quirinale di fare un tentativo, incaricando Marini o Amato per un governo "di scopo" (una nuova legge elettorale) e a termine. Aspettare un altro paio di mesi e votare a giugno sarebbe la mediazione tra le due posizioni - le elezioni subito, invocate da Berlusconi, e tra 8/12 mesi, come propone Veltroni. Certo, se Berlusconi si rifiutasse di appoggiarlo, tale governo sarebbe tutto fuorché quello che il presidente della Repubblica desidera per il Paese.
Veltroni anche oggi è tornato a chiedere all'opposizione di pazientare ancora 8/12 mesi. Un modo per ricordare che se anche le forze politiche non trovassero un accordo, entro il 15 giugno verrebbe comunque votato il referendum, vero obiettivo del segretario del Pd in merito alla legge elettorale.
Al di là delle apparenze, non c'è accordo nel Pd, neanche sul proseguimento della legislatura, e confermo che mi pare di vedere la posizione di Veltroni più compatibile con quella di Berlusconi. D'Alema, Marini e Rutelli sanno che votando subito sarebbe sconfitta certa ma, quel che è peggio, gruppi parlamentari e partito "veltroniani". Per questo vogliono innanzitutto buttare la palla avanti e, prima o poi, se sarà possibile, arruolando l'Udc far approvare una legge elettorale il più possibile ricalcata sul modello tedesco. Viceversa, Veltroni vorrebbe sì, innanzitutto, arrivare al referendum, ma si prepara ben volentieri alle elezioni anticipate, perché sa che votando entro l'estate si risparmierebbe la lunga guerra di logoramento che i suoi avversari gli stanno preparando nel partito e potrebbe plasmare il partito e i gruppi parlamentari.
Probabilmente solo chi avrà la forza e il coraggio di rinnovarsi davvero e per primo, avrà l'occasione di una vittoria vera e duratura, non solo elettorale, ma anche di governo. Così oggi il Berlusconi che vediamo correre verso le urne ripresentando il centrodestra tale e quale al 2006 - se non più deteriorato di allora nei rapporti, personali e politici, tra i leader e i partiti - si offre di tenere in mano quel cerino con il quale Prodi si è già bruciato.
Le vittorie, quella vere, solide, sono di chi sa prepararle rinnovandosi durante il tempo trascorso all'opposizione. Ds e Margherita non seppero o non vollero rinnovare il centrosinistra durante il Governo Berlusconi, ripresentandosi nel 2006 con Prodi e la sinistra comunista; non ha saputo o voluto farlo il Cav. durante questi due anni. Sembrava ben intenzionato con "l'annuncio del predellino", finito però in un nulla di fatto. Adesso si prepara sì a tornare al governo, ma in un quadro instabile, sorretto da una maggioranza probabilmente meno ampia di quella della scorsa legislatura (30 senatori di margine, se va bene, invece di 50), una coalizione ancor più litigiosa, due alleati il cui obiettivo manifesto è quello di logorarlo personalmente. E se nell'arco di un paio d'anni facesse la fine di Prodi e si tornasse a votare, «noi saremmo pronti per una vittoria vera e duratura, gli unici ad esserci rinnovati», scommette Veltroni...
Lo sosteniamo da tempo: la probabilissima sconfitta elettorale equivarrebbe ad un disastro, se il Pd si ripresentasse più o meno nella stessa formula prodiana, ma addirittura palingenetica se invece corresse da solo. Fuori dell'Unione, infatti, il Pd potenzialmente può «pescare» 10 punti percentuali in più, pur perdendo le elezioni. Anche a Berlusconi, quindi, converrebbe il referendum per lanciare il PdL e correre da solo.
Tuesday, December 18, 2007
Il più bel dono di Natale (e un po' di carbone)
Una notizia buona e una cattiva per i radicali. La buona è che finalmente è stata approvata dall'Assemblea generale dell'Onu la moratoria sulla pena di morte. Una vittoria dell'Italia, che l'ha promossa prima in sede Ue e che poi è stata affiancata da grandi nazioni di tutti i continenti, il cui merito va però ai radicali. Senza la spinta decisiva di Pannella, Bonino e compagni, durata ben 14 anni, sia nei momenti più difficili che in quelli più promettenti, nessun governo avrebbe avuto la forza di volontà necessaria per raggiungere questo obiettivo, che - ricordiamolo - è simbolico. Perché da domani gli Stati in cui vige la pena di morte non saranno obbligati a rendere esecutiva la moratoria, che rimane un auspicio dell'Assemblea generale.
Dispiace, purtroppo, che in pochi vogliano riconoscere i meriti dei radicali. Tra questi non c'è sicuramente D'Alema, cui la parola "radicali" non riesce proprio a sfuggire di bocca. «Gratitudine alla società civile», dichiara genericamente il ministro degli Esteri, citando «organizzazioni non-governative come Nessuno Tocchi Caino e Amnesty International, ma senza neanche nominare quello che è un partito politico, il Partito Radicale, né Marco Pannella, che ci ha rimesso la salute, né la Bonino, che è sua collega.
Il presidente del Consiglio Prodi ringrazia «i ministri D'Alema e Bonino per il loro totale impegno, gli altri membri del governo, le istituzioni, le associazioni e i singoli cittadini che con noi si sono mobilitati per raggiungere questo risultato». Anche qui perché non fare riferimento al contributo decisivo di uno in particolare dei partiti che fanno parte della coalizione di governo. Il presidente della Repubblica Napolitano ringrazia Parlamento, Governo, Ministro degli Affari Esteri, Rappresentanza d'Italia presso le Nazioni Unite, società civile italiana. Nessun nome.
Fanno eccezione finora il presidente del Senato Franco Marini, che ha evidenziato il ruolo «in particolare» dei Radicali e di Marco Pannella, e del ministro Rutelli, che ha sottolineato «il successo sia del Governo che dell'opposizione, perché eravamo uniti. Ma anche dei radicali e del mondo delle associazioni, dalla Comunità di Sant'Egidio ad Amnesty International».
Un successo comunque subito divenuto nazional-popolare, acclamato da tutto l'arco costituzionale. E il titolo di questo post riprende una delle tante dichiarazioni - non diremo di chi - per dare il senso del genere di retorica che unisce il nostro Paese in questi momenti.
Ma il Natale non porta con sé solo doni, arriva pure un po' di carbone. E' la cattiva notizia: proprio oggi, infatti, è ufficiale che il gruppo della Rosa nel Pugno alla Camera ha finalmente cambiato denominazione, a seguito della semplice «constatazione» del fallimento dell'«esperimento politico» Rosa nel Pugno. I 21 deputati che ne fanno parte hanno all'unanimità scelto di chiamarsi "Socialisti e Radicali-Rnp".
E' prevalsa la ragione identitaria sui due aggettivi, "laici e liberali", che d'altra parte hanno fatto parte della politica della Rosa nel Pugno forse solo in un primissimo momento. Ma in questo anno e mezzo alla Camera, e soprattutto al governo, non si può certo dire che quei deputati e il ministro radicale abbiano espresso una politica liberale - semmai flebilmente riformista - né laica. Certo, hanno sposato la nuova agenda dei diritti civili, ma senza dare prova di laicità nel metodo, rispetto agli altri temi, ai rapporti con il governo e persino al loro interno.
Dispiace, purtroppo, che in pochi vogliano riconoscere i meriti dei radicali. Tra questi non c'è sicuramente D'Alema, cui la parola "radicali" non riesce proprio a sfuggire di bocca. «Gratitudine alla società civile», dichiara genericamente il ministro degli Esteri, citando «organizzazioni non-governative come Nessuno Tocchi Caino e Amnesty International, ma senza neanche nominare quello che è un partito politico, il Partito Radicale, né Marco Pannella, che ci ha rimesso la salute, né la Bonino, che è sua collega.
Il presidente del Consiglio Prodi ringrazia «i ministri D'Alema e Bonino per il loro totale impegno, gli altri membri del governo, le istituzioni, le associazioni e i singoli cittadini che con noi si sono mobilitati per raggiungere questo risultato». Anche qui perché non fare riferimento al contributo decisivo di uno in particolare dei partiti che fanno parte della coalizione di governo. Il presidente della Repubblica Napolitano ringrazia Parlamento, Governo, Ministro degli Affari Esteri, Rappresentanza d'Italia presso le Nazioni Unite, società civile italiana. Nessun nome.
Fanno eccezione finora il presidente del Senato Franco Marini, che ha evidenziato il ruolo «in particolare» dei Radicali e di Marco Pannella, e del ministro Rutelli, che ha sottolineato «il successo sia del Governo che dell'opposizione, perché eravamo uniti. Ma anche dei radicali e del mondo delle associazioni, dalla Comunità di Sant'Egidio ad Amnesty International».
Un successo comunque subito divenuto nazional-popolare, acclamato da tutto l'arco costituzionale. E il titolo di questo post riprende una delle tante dichiarazioni - non diremo di chi - per dare il senso del genere di retorica che unisce il nostro Paese in questi momenti.
Ma il Natale non porta con sé solo doni, arriva pure un po' di carbone. E' la cattiva notizia: proprio oggi, infatti, è ufficiale che il gruppo della Rosa nel Pugno alla Camera ha finalmente cambiato denominazione, a seguito della semplice «constatazione» del fallimento dell'«esperimento politico» Rosa nel Pugno. I 21 deputati che ne fanno parte hanno all'unanimità scelto di chiamarsi "Socialisti e Radicali-Rnp".
E' prevalsa la ragione identitaria sui due aggettivi, "laici e liberali", che d'altra parte hanno fatto parte della politica della Rosa nel Pugno forse solo in un primissimo momento. Ma in questo anno e mezzo alla Camera, e soprattutto al governo, non si può certo dire che quei deputati e il ministro radicale abbiano espresso una politica liberale - semmai flebilmente riformista - né laica. Certo, hanno sposato la nuova agenda dei diritti civili, ma senza dare prova di laicità nel metodo, rispetto agli altri temi, ai rapporti con il governo e persino al loro interno.
Saturday, August 25, 2007
Veltroni attacca Prodi e il prodismo
Verso una "rupture" veltroniana?Ci era parso a suo tempo che qualcosa di positivo e di nuovo, seppure ancora insufficiente, Veltroni l'avesse detto a Torino, annunciando la sua candidatura alla leadership del Partito democratico.
Registriamo oggi che Veltroni si dice pronto a far compiere al Partito democratico un passo che riteniamo assolutamente necessario: rinunciare all'alleanza con la sinistra comunista e massimalista. E' passato infatti dall'idea di un Pd «maggioritario ma non autosufficiente», esposta nel discorso di Torino, che avevamo giudicato inadeguata a garantire una rottura con l'esperienza dei riformisti nell'Ulivo e del centrosinistra formato Unione, all'idea di un partito maggioritario e, se necessario, anche autosufficiente.
«Il Partito democratico nasce per superare l'idea che quel che conta è vincere le elezioni. Ovvero battere lo schieramento avversario mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il paese». E ancora: «Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo».
Quindi il Partito democratico «non potrà presentarsi alle elezioni all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico» e «piuttosto, qualunque sistema elettorale avremo in futuro, dovrà accettare il rischio, o sperimentare l'opportunità, di correre da solo». Meglio soli che male accompagnati, anche se il prezzo da pagare fosse quello di perdere le elezioni. Una svolta di mentalità che se confermata dai fatti produrrebbe essa stessa un cambiamento politico.
Quante volte ci era capitato di denunciare il «feticcio dell'unità» della sinistra! In un lungo articolo scritto per LibMagazine sulla crisi del Governo Prodi, "L'utopia prodiana al capolinea. La sinistra ancora in ritardo con la storia", avevamo definito "utopia prodiana" proprio l'idea che l'Ulivo, alleandosi con la sinistra comunista e massimalista, potesse non solo "cacciare" Berlusconi e vincere le elezioni, ma anche governare il paese.
"Senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa". L'impegno dei vertici del centrosinistra negli ultimi undici anni è stato sempre volto a smentire la seconda di queste due proposizioni. Mai si è tentato di smentire la prima. Ebbene, questo «schema tattico ha dominato il bipolarismo italiano in questa lunga transizione», scrive oggi Veltroni. E il riferimento non può che essere all'eterogenea Unione prodiana, oggi afflitta da paralisi decisionale.
Per undici anni Prodi (come Berlusconi) è stato l'unico possibile interprete e collante dell'eterogeneità della coalizione. Il prezzo pagato nell'arco di questo lungo periodo è stato l'incapacità della sinistra di fare i conti con se stessa, di accorgersi di quanto fosse ingombrante il suo passato, seppure oggi nella veste di un antagonismo post-ideologico, e quindi di diventare forza di governo.
Se in nessun paese europeo la sinistra democratica e liberale governa insieme a quella neocomunista ci sarà pure un motivo. Il superamento di questa anomalia solo italiana passa per il fallimento dell'"utopia prodiana".
Ma è proprio vero che il Pd non vincerebbe facendo a meno dell'alleanza con l'ala comunista e massimalista? Parte dei consensi sarebbe recuperata da sinistra, da quanti farebbero confluire il loro voto su chi avrebbe chance reali di battere la destra. Ma una parte decisiva di voti verrebbe da quel "centro" politico dell'elettorato, da quel ceto medio produttivo, de-ideologizzato e pragmatico, che il "riformismo debole" alleato con i comunisti non potrà mai conquistare. Una leadership lungimirante avrebbe dovuto progettare tutto ciò anni fa, ma rinviare ancora vorrebbe dire pagare un conto ancora più salato.
In Italia è ancora diffusa la convinzione da parte dei leader di entrambi i poli che per conquistare nuovi consensi, e allargare la propria coalizione, servano alleanze con i piccoli partiti contigui piuttosto che cercarli politicamente nel paese, convincendo gli elettori della bontà della propria proposta di governo. L'assenza di un sistema elettorale veramente maggioritario e di una cultura bipartitica non aiuta, spingendo i partiti più grandi ad allearsi con i partiti minori anziché contendergli i voti. Il vantaggio del collegio uninominale, invece, sarebbe proprio quello di costringere le forze politiche maggiori a trovare candidati che possano intercettare il consenso dell'elettorato di mezzo, o addirittura avversario, allargando così la loro base elettorale politicamente, non "geograficamente", subendo i ricatti dei partiti centristi che mirano alla palude o di quelli estremisti, con i quali è impossibile governare.
Certo, tranquillizza Veltroni, nel futuro il patto con Rifondazione o con il nuovo soggetto a sinistra del Pd potrà proseguire, seppure su basi di maggiore chiarezza programmatica. Ma se si rivelasse impossibile... Infine, l'ultimo colpo a Prodi: «Le alleanze di governo si fanno e si disfano davanti agli elettori, prima del voto», ma «a regime la leadership del partito dovrà coincidere con la premiership o con la candidatura a premier».
Le «parole giuste», «contro la logica dell'Unione e del prodismo», ha riconosciuto stamattina anche Il Foglio. E' su «un programma di governo incisivamente riformatore» che va fondata la coalizione, e non il contrario, com'è accaduto, raccogliendo cioè «una coalizione per poi stilare un colossale e ambiguo documento programmatico di carattere elettorale», osserva il quotidiano di Ferrara, che conclude: «Pur nei limiti ovvii delle impostazioni generali e preliminari, quella proposta da Veltroni è giusta, coglie le contraddizioni vere, offre risposte chiare e impegnative. Si dirà che sono solo parole, ma sono le parole giuste e non vanno sottovalutate. L'averle scritte esplicitamente come premessa alla battaglia per la conquista della guida del partito, d'altra parte, ha un senso di sfida anche a se stesso, alle tentazioni di un atteggiamento più possibilista e transigente, nelle quali ora sarà più difficile e sarebbe rovinoso cadere».
E non le deve sottovalutare innanzitutto Berlusconi, al quale la possibilità di non poter usare contro il Pd l'argomento dell'Italia "in mano ai comunisti" dovrebbe suonare come campanello d'allarme.
Rutelli il passo in avanti di Veltroni lo aveva già compiuto giorni fa, parlando di «alleanze di nuovo conio», e oggi su Europa torna sull'argomento: «Gli alleati di oggi – che dureranno per la legislatura, secondo l'impegno preso con gli elettori – non è detto che lo siano a vita... Dipende dalla sinistra più radicale, se continuerà a isolarsi, a cercare una caratterizzazione su temi troppe volte conservatori e talvolta del tutto minoritari. Attenzione: non in minoranza tra i "moderati" o "la borghesia", come si diceva un tempo: minoritari nel popolo, nei ceti popolari... Negli anni a venire, l'alternativa al ritorno della destra non potrà che essere un centrosinistra di nuovo conio».
Nel frattempo, Veltroni fa muovere qualcosa anche su una questione cruciale: le tasse. Il liberal Ds Morando e Giaretta della Margherita stanno preparando la piattaforma del candidato alla guida del Pd sulla riduzione del debito e delle tasse, partendo da quella che hanno riconosciuto essere una buona idea tremontiana: alleggerire il patrimonio statale. Resta da capire, però, se ricorrendo alla Cassa Depositi e Prestiti (la nuova Iri progettata da Tremonti) e se tagliando la spesa pubblica.
Qualche boccata d'aria questi giorni di fine estate ce la stanno regalando.
Tuesday, July 31, 2007
Alleanze di nuovo conio
Il nuovo numero di LibMagazine è on line. Si tratta di una "Summer Edition". Un numero ricco prima della sospensione delle pubblicazioni per l'intero mese di agosto. In apertura l'importante contributo di Emanuele Ottolenghi sul Medio Oriente (in lingua inglese): "Arab freedom can be delayed, not denied".
Irriverente la letterina di Carlo Menegante: «Caro Direttore, il sito dei Radicali Italiani riportava la seguente nota: "La Bonino ha spiegato che renderà note domani le motivazione della sua discesa in campo: il ministro non vuol sentire parlare di ticket o di tandem e ha chiesto ai radicali di trovare una formula innovativa". Io la vedrei bene nel ruolo di badante».
Di seguito, invece, il mio articolo:
Francesco Rutelli, sulle pagine del Corriere della Sera, si chiede se la sinistra massimalista voglia «concorrere a governare il Paese», oppure preferisca «sventolare le sue bandiere». La domanda è mal posta, perché i massimalisti hanno già risposto: vogliono concorrere a governare, ovviamente, ma deviando l'azione di governo nel loro solco ideologico. A questo punto spetta ai cosiddetti "riformisti", ai promotori del Partito democratico, dare una risposta e agire di conseguenza: quale modello di società hanno in mente per il futuro del nostro Paese? E' il medesimo al quale si rifanno i massimalisti? Le divergenze riguardano solo il gradualismo, i tempi e i modi di realizzazione, oppure la meta, e quindi la direzione di marcia, sono diverse, alternative incompatibili?
Consapevole che «la rendita anti-Berlusconi è finita», Rutelli avverte che il Pd «non può essere una sorta di "piccola Unione", né un campionario delle culture "ex"» (Dc e Pci). E «che facciamo a fare il Partito democratico», si chiede, se dovrà subire i «ricatti delle minoranze»? Il vicepremier parla quindi di «alleanze di nuovo conio»: alleati e alleanze d'ora in poi «li scegliamo noi». Rutelli sembra intenzionato a voler mettere finalmente in discussione il tabù del patto politico-elettorale con l'estrema sinistra (Rifondazione, Pdci, forse Verdi), delineando la prospettiva di un Partito democratico che si presenti davanti agli elettori come forza capace di assumere autonomamente le responsabilità del governo.
Chissà cosa ne pensa Walter Veltroni, che lo stesso Rutelli appoggia come candidato leader del Pd. Nel suo discorso di candidatura il sindaco di Roma aveva attribuito al nascente partito «un'ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria». Non autosufficiente e maggioritario, all'interno del centrosinistra, è già l'Ulivo e ne sperimentiamo giorno dopo giorno i disastrosi risultati.
Su LibMagazine lo avevamo scritto (3 luglio 2007): a due condizioni il Partito democratico può rappresentare davvero una novità nel sistema politico italiano. Innanzitutto, serve una legge elettorale che assecondi la naturale «vocazione maggioritaria» del Pd. Tuttavia, né la candidatura di Veltroni, con la sua «democrazia che decide», né il rutelliano "manifesto dei coraggiosi", né i buoni propositi, e gli echi blairiani, al di là di concretezze e vaghezze programmatiche, saranno credibili se nessuno annuncerà l'essenziale, quella "rottura" senza la quale non ci può essere vero Partito democratico: che non farà alleanze elettorali con la sinistra comunista e massimalista. Che fine faranno le migliori, più moderne e liberali idee per il Paese – che pure stentano, se non latitano – se ai propri peggiori "alleati" e ai sindacati si concederà di nuovo di esercitare un potere di veto sull'azione di governo? Si tratterebbe della riesumazione, con diverso nome, dell'Ulivo, con tutti i suoi problemi di ingovernabilità.
Il Partito democratico, ha osservato Stefano Folli, «ha bisogno di presentarsi all'opinione pubblica libero da ipoteche». Data per scontata in ossequio al mito dell'unità della sinistra, l'alleanza con le forze comuniste e massimaliste non solo svolge una funzione di blocco conservatore, ma fornisce anche un comodo alibi ai riformisti, che dietro le intransigenze degli alleati nascondono all'opinione pubblica anche le proprie inadeguatezze e la loro cronica incapacità di decidere.
Un partito «disposto ad attraversare il deserto», come l'ha definito Bersani, è un partito disposto a perdere le elezioni e a stare all'opposizione pur di presentare agli elettori un progetto di governo credibile, non alterato dalle tinte ideologiche della sinistra comunista.
L'idea di una politica «ad alta velocità» al posto di una politica che non decide è alla base del network Decidere.net, nato su iniziativa di Daniele Capezzone e altri promotori per sollecitare la politica a decidere su alcune riforme che vanno nella direzione della società della scelta, del superamento dell'obsoleto, anacronistico spartiacque ideologico tra destra e sinistra, di una maggiore equità nell'unico modo in cui oggi essa è realizzabile: con maggiore libertà.
Credendo nel bipolarismo, i promotori di Decidere.net sceglieranno da che parte stare, ma lo faranno sulla base delle risposte che riceveranno dal centrodestra e dal centrosinistra sui 13 "cantieri" che hanno aperto. Immaginata da Rutelli con il riferimento ad «alleanze di nuovo conio», la "rottura" strategica del Pd con i partiti comunisti e massimalisti, in quanto condizione necessaria per una sinistra di governo capace di "decidere", sarebbe anche il presupposto per un eventuale "contratto" del network Decidere.net con essa.
Quelle proposte da Decidere.net sono riforme radicali, perché puntano a una profonda trasformazione; ma moderate, perché praticabili e ragionevoli. Per esempio, portare gradualmente l'età pensionabile a 65 anni per uomini e donne, e con le risorse risparmiate realizzare una vera rete di ammortizzatori sociali, sostituendo i miseri strumenti esistenti (che tutelano 17 lavoratori licenziati su 100) con un ammortizzatore universale di un anno secondo la logica del welfare-to-work; abolire il sostituto d'imposta per i lavoratori dipendenti; superare gli ordini professionali, per rendere più aperto l'accesso alle professioni; ridurre il tragico deficit di meritocrazia, vissuto oggi sulla propria pelle da coloro che fanno tutti i giorni il proprio dovere, ma non hanno una rete di relazioni che li sostiene e li protegge (dal lavoratore flessibile che produce dieci volte il nullafacente inamovibile, agli studenti che pagano per un'istruzione scadente mentre i figli dei ricchi vengono spediti negli Stati Uniti o sistemati nelle aziende di famiglia).
Si tratta di riforme che rispondono a grandi questioni sociali, che investono milioni di persone, da affrontare nell'unico modo possibile per una sinistra moderna e liberale: convincendosi sinceramente che il capitalismo non è un male necessario da sopportare e da correggere, ma una forza positiva senza la quale non sono realizzabili benessere e giustizia sociale; colpendo la società corporativa e di casta a vantaggio della mobilità sociale; guardando ai veri deboli della nostra società, quelli che pagano i costi di mantenimento dei privilegiati, protetti da partiti e sindacati che frustrano il merito, deprimono l'impresa, bloccano l'accesso al lavoro più qualificato e professionale; rivolgendosi al ceto produttivo, fatto di imprenditori e lavoratori, per liberarlo dalle catene dei burocrati e dei parassiti, e agli outsider, gli esclusi e i non garantiti, per farli rientrare in gioco, con merito e responsabilità.
Se a determinare le differenze sociali, il successo o l'insuccesso dei singoli e delle imprese, non è il merito – il più democratico, il più liberale, e il più rispettoso dell'individuo tra i fattori di disuguaglianza, posto che la disuguaglianza è un dato ineliminabile nelle società umane – saranno in modo più odioso il censo, le clientele, le amicizie politiche, i privilegi corporativi. I mercati hanno bisogno di concorrenza e di regole che li facciano funzionare secondo le dinamiche del profitto; hanno bisogno di espandersi, di liberalizzazioni del mercato del lavoro, le cui bardature corporative e stataliste sono d'ostacolo alla causa dell'equità.
In un'epoca di consapevolezza e di aspirazioni di libertà individuali sempre maggiori, e di competizione globale, occorre investire nelle persone per "aiutarle ad aiutarsi da sé". Gli obiettivi di crescita economica, mobilità sociale, e servizi di qualità, richiedono il concetto blairiano dell'"Enabling State". Lo Stato che abilita, accresce le facoltà e le opportunità degli individui secondo l'inscindibile binomio libertà/responsabilità e rende i cittadini capaci di scegliere e decidere in proprio, senza padrini né tutori. "Possiamo creare delle opportunità, ma non possiamo gestire le vite o gli affari delle persone", è la chiave con cui Tony Blair ha aperto alla sinistra le porte del XXI secolo.
Riconoscere il valore sociale della responsabilità individuale e della ricerca del successo personale come migliori strumenti del successo collettivo della nazione, e rispondere alle esigenze dei ceti medi e produttivi, a quel centro pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi benessere e dinamismo, sono due delle lezioni più importanti del blairismo, sulle quali Decidere.net, con i suoi 13 "cantieri" aperti, invita Rutelli, i "coraggiosi", e quanti nel Pd sono alla ricerca di «alleanze di nuovo conio», a riflettere.
Irriverente la letterina di Carlo Menegante: «Caro Direttore, il sito dei Radicali Italiani riportava la seguente nota: "La Bonino ha spiegato che renderà note domani le motivazione della sua discesa in campo: il ministro non vuol sentire parlare di ticket o di tandem e ha chiesto ai radicali di trovare una formula innovativa". Io la vedrei bene nel ruolo di badante».
Di seguito, invece, il mio articolo:
Consapevole che «la rendita anti-Berlusconi è finita», Rutelli avverte che il Pd «non può essere una sorta di "piccola Unione", né un campionario delle culture "ex"» (Dc e Pci). E «che facciamo a fare il Partito democratico», si chiede, se dovrà subire i «ricatti delle minoranze»? Il vicepremier parla quindi di «alleanze di nuovo conio»: alleati e alleanze d'ora in poi «li scegliamo noi». Rutelli sembra intenzionato a voler mettere finalmente in discussione il tabù del patto politico-elettorale con l'estrema sinistra (Rifondazione, Pdci, forse Verdi), delineando la prospettiva di un Partito democratico che si presenti davanti agli elettori come forza capace di assumere autonomamente le responsabilità del governo.
Chissà cosa ne pensa Walter Veltroni, che lo stesso Rutelli appoggia come candidato leader del Pd. Nel suo discorso di candidatura il sindaco di Roma aveva attribuito al nascente partito «un'ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria». Non autosufficiente e maggioritario, all'interno del centrosinistra, è già l'Ulivo e ne sperimentiamo giorno dopo giorno i disastrosi risultati.
Su LibMagazine lo avevamo scritto (3 luglio 2007): a due condizioni il Partito democratico può rappresentare davvero una novità nel sistema politico italiano. Innanzitutto, serve una legge elettorale che assecondi la naturale «vocazione maggioritaria» del Pd. Tuttavia, né la candidatura di Veltroni, con la sua «democrazia che decide», né il rutelliano "manifesto dei coraggiosi", né i buoni propositi, e gli echi blairiani, al di là di concretezze e vaghezze programmatiche, saranno credibili se nessuno annuncerà l'essenziale, quella "rottura" senza la quale non ci può essere vero Partito democratico: che non farà alleanze elettorali con la sinistra comunista e massimalista. Che fine faranno le migliori, più moderne e liberali idee per il Paese – che pure stentano, se non latitano – se ai propri peggiori "alleati" e ai sindacati si concederà di nuovo di esercitare un potere di veto sull'azione di governo? Si tratterebbe della riesumazione, con diverso nome, dell'Ulivo, con tutti i suoi problemi di ingovernabilità.
Il Partito democratico, ha osservato Stefano Folli, «ha bisogno di presentarsi all'opinione pubblica libero da ipoteche». Data per scontata in ossequio al mito dell'unità della sinistra, l'alleanza con le forze comuniste e massimaliste non solo svolge una funzione di blocco conservatore, ma fornisce anche un comodo alibi ai riformisti, che dietro le intransigenze degli alleati nascondono all'opinione pubblica anche le proprie inadeguatezze e la loro cronica incapacità di decidere.
Un partito «disposto ad attraversare il deserto», come l'ha definito Bersani, è un partito disposto a perdere le elezioni e a stare all'opposizione pur di presentare agli elettori un progetto di governo credibile, non alterato dalle tinte ideologiche della sinistra comunista.
L'idea di una politica «ad alta velocità» al posto di una politica che non decide è alla base del network Decidere.net, nato su iniziativa di Daniele Capezzone e altri promotori per sollecitare la politica a decidere su alcune riforme che vanno nella direzione della società della scelta, del superamento dell'obsoleto, anacronistico spartiacque ideologico tra destra e sinistra, di una maggiore equità nell'unico modo in cui oggi essa è realizzabile: con maggiore libertà.
Credendo nel bipolarismo, i promotori di Decidere.net sceglieranno da che parte stare, ma lo faranno sulla base delle risposte che riceveranno dal centrodestra e dal centrosinistra sui 13 "cantieri" che hanno aperto. Immaginata da Rutelli con il riferimento ad «alleanze di nuovo conio», la "rottura" strategica del Pd con i partiti comunisti e massimalisti, in quanto condizione necessaria per una sinistra di governo capace di "decidere", sarebbe anche il presupposto per un eventuale "contratto" del network Decidere.net con essa.
Quelle proposte da Decidere.net sono riforme radicali, perché puntano a una profonda trasformazione; ma moderate, perché praticabili e ragionevoli. Per esempio, portare gradualmente l'età pensionabile a 65 anni per uomini e donne, e con le risorse risparmiate realizzare una vera rete di ammortizzatori sociali, sostituendo i miseri strumenti esistenti (che tutelano 17 lavoratori licenziati su 100) con un ammortizzatore universale di un anno secondo la logica del welfare-to-work; abolire il sostituto d'imposta per i lavoratori dipendenti; superare gli ordini professionali, per rendere più aperto l'accesso alle professioni; ridurre il tragico deficit di meritocrazia, vissuto oggi sulla propria pelle da coloro che fanno tutti i giorni il proprio dovere, ma non hanno una rete di relazioni che li sostiene e li protegge (dal lavoratore flessibile che produce dieci volte il nullafacente inamovibile, agli studenti che pagano per un'istruzione scadente mentre i figli dei ricchi vengono spediti negli Stati Uniti o sistemati nelle aziende di famiglia).
Si tratta di riforme che rispondono a grandi questioni sociali, che investono milioni di persone, da affrontare nell'unico modo possibile per una sinistra moderna e liberale: convincendosi sinceramente che il capitalismo non è un male necessario da sopportare e da correggere, ma una forza positiva senza la quale non sono realizzabili benessere e giustizia sociale; colpendo la società corporativa e di casta a vantaggio della mobilità sociale; guardando ai veri deboli della nostra società, quelli che pagano i costi di mantenimento dei privilegiati, protetti da partiti e sindacati che frustrano il merito, deprimono l'impresa, bloccano l'accesso al lavoro più qualificato e professionale; rivolgendosi al ceto produttivo, fatto di imprenditori e lavoratori, per liberarlo dalle catene dei burocrati e dei parassiti, e agli outsider, gli esclusi e i non garantiti, per farli rientrare in gioco, con merito e responsabilità.
Se a determinare le differenze sociali, il successo o l'insuccesso dei singoli e delle imprese, non è il merito – il più democratico, il più liberale, e il più rispettoso dell'individuo tra i fattori di disuguaglianza, posto che la disuguaglianza è un dato ineliminabile nelle società umane – saranno in modo più odioso il censo, le clientele, le amicizie politiche, i privilegi corporativi. I mercati hanno bisogno di concorrenza e di regole che li facciano funzionare secondo le dinamiche del profitto; hanno bisogno di espandersi, di liberalizzazioni del mercato del lavoro, le cui bardature corporative e stataliste sono d'ostacolo alla causa dell'equità.
In un'epoca di consapevolezza e di aspirazioni di libertà individuali sempre maggiori, e di competizione globale, occorre investire nelle persone per "aiutarle ad aiutarsi da sé". Gli obiettivi di crescita economica, mobilità sociale, e servizi di qualità, richiedono il concetto blairiano dell'"Enabling State". Lo Stato che abilita, accresce le facoltà e le opportunità degli individui secondo l'inscindibile binomio libertà/responsabilità e rende i cittadini capaci di scegliere e decidere in proprio, senza padrini né tutori. "Possiamo creare delle opportunità, ma non possiamo gestire le vite o gli affari delle persone", è la chiave con cui Tony Blair ha aperto alla sinistra le porte del XXI secolo.
Riconoscere il valore sociale della responsabilità individuale e della ricerca del successo personale come migliori strumenti del successo collettivo della nazione, e rispondere alle esigenze dei ceti medi e produttivi, a quel centro pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi benessere e dinamismo, sono due delle lezioni più importanti del blairismo, sulle quali Decidere.net, con i suoi 13 "cantieri" aperti, invita Rutelli, i "coraggiosi", e quanti nel Pd sono alla ricerca di «alleanze di nuovo conio», a riflettere.
Friday, July 27, 2007
Niente di buono sul fronte romano
E' tempo di riprendere confidenza con le tristezze della politica nostrana. Perché sono tornato dal Giappone e da Hong Kong? Be', diciamo che si è trattato di un sopralluogo, con esito più che positivo. In queste settimane pare che siano accadute molte cose, ma come ormai ci ha abituati la politica italiana, stringi-stringi e ti accorgi con una punta di amarezza e rassegnazione che non è accaduto nulla.
Ricapitolando. Ci siamo persi la "mastellata" della Bonino. Giova ricordare che a quanti per un anno hanno chiesto all'esponente radicale al governo un atteggiamento più duro e critico è sempre stato risposto in modo un po' stizzito che no, la "scuola radicale" era ben diversa dai metodi ricattatori di un Mastella qualsiasi. Torni dopo qualche giorno di assenza e scopri che la Bonino si è prodigata in un bel balletto "Ceppaloni style".
«Senza minacciare alcunché, dimissioni o altro», ha usato parole durissime nei confronti del Governo a proposito dell'accordo che si andava prefigurando sullo "scalone" e ha rimesso (solo virtualmente) nelle mani di Prodi il suo mandato, «perché sia il presidente a decidere se il mio permanere al governo sia opportuno o comunque compatibile con le ragioni stesse per le quali abbiamo fin qui sostenuto e speriamo di continuare a fare il suo compito e il suo mandato, o se invece lo siano le posizioni conservatrici, quando non reazionarie della sinistra comunista e sindacale».
Solo la "mossa", hai visto mai che dimissioni vere venissero accettate? A fare il Mastella, però, è più bravo Mastella, di gran lunga più credibile: avrebbe almeno ottenuto il suo contentino. Possibile che la Bonino non sia ancora riuscita a trovare un proprio ruolo politico nella compagine governativa, un equilibrio tra senso di lealtà all'Esecutivo di cui fa parte e adeguato senso critico - della decenza, direi - rispetto a un operato disastroso? Passa dalla totale e silenziosa subalternità alla brutta copia di Mastella. Vedremo più avanti, comunque, l'esito di questo giorno da leonessa.
Enrico Letta ha lanciato la sua sfida a Walter Veltroni, candidandosi alla guida del Partito democratico. Alcuni giorni fa, sul Corriere, una frase in particolare ci aveva impressionato positivamente: «C'è una generazione tra i trenta e i quarant'anni che nella politica è poco rappresentata... Certo non mi rivolgo soltanto ai miei coetanei. Ma non mi chiamo fuori: di quella generazione faccio parte; e credo che abbia molto da dare, soprattutto al partito democratico. Perché il Pd è il primo partito postideologico. E noi siamo la prima generazione postideologica. Ci siamo formati negli anni Ottanta; anni bistrattati, che in realtà sono stati straordinari. E non soltanto per la musica, la tv, il cinema, il design. Non è vero che siano stati soltanto gli anni del riflusso; la formazione di chi era ragazzo allora è stata forse più equilibrata di quella della generazione precedente. Questo ci rende per certi aspetti più liberi».
La prima generazione post-ideologica; gli anni '80 «bistrattati», dal moralismo catto-comunista, ma in realtà «straordinari». Gli anni '80 si sono ripresi da sé la rivincita sul coattume intellettuale e politico che li ha bistrattati, seppellendo insieme al Muro di Berlino le macerie ideologiche di cui quegli intellettuali e politici hanno nutrito il proprio ego e la propria pretesa superiorità antropologica. Ha fatto comunque bene Letta a ricordarlo e a rivendicare la formazione politica di una generazione educata dagli anni '80 alla libertà e alla democrazia molto più di quanto Dc e Pci avessero saputo fare fino ad allora.
Peccato, però, che poche righe più in basso Letta abbia anche rivendicato con orgoglio di essere tra gli artefici dell'accordo tra Governo e Sindacati sulle pensioni. Una controriforma che - unica in Europa - abbassa l'età di pensionamento: dal prossimo gennaio si potrà andare in pensione con 35 anni di contributi e a soli 58 anni di età, due in meno di quanto prevedeva la legge Maroni. L'entrata in vigore dell'età pensionabile a 60 anni slitta dal 2008 al 2011. Costo: dieci miliardi di euro correnti di maggiori spese, 3,5 dei quali verranno fatti sborsare ai lavoratori atipici, nei confronti dei quali il cuneo contributivo aumenterà di un punto l'anno fino a tre punti.
Un intervento che non garantirà ai giovani parasubordinati una pensione dignitosa, ma darà nell'immediato solo una spinta ulteriore al lavoro giovanile sommerso, a tutto danno anche delle casse dell'Inps. Dunque, per prolungare di qualche anno a 130 mila lavoratori di 57 anni il privilegio della pensione a 58 anni, Letta ha già rubato (e ne va fiero) dalle tasche dei giovani che ora si candida a rappresentare, quelli più in difficoltà a entrare nel mondo del lavoro.
«Ancora una volta i sindacati sono riusciti a far prevalere l'interesse di una piccola minoranza – i lavoratori vicini alla pensione – sugli interessi generali, in primis dei giovani, i quali dovranno continuare a pagare contributi salati per consentire all'Inps di erogare pensioni a una minoranza di fortunati». Così Francesco Giavazzi.
«Detto in breve: siamo di fronte ad un aumento della spesa previdenziale finanziato attraverso un aumento delle entrate contributive, con buona pace di chi aveva invocato il superamento della sinistra "tassa e spendi"», ha osservato Nicola Rossi.
Per Oscar Giannino, non è altro che il proseguimento dell'«odiosa guerra sociale portata ai lavoratori più disagiati, ma naturalmente meno sindacalizzati e dunque per questo da sempre più bastonati»: i parasubordinati. Questo aumento dell'aliquota contributiva si aggiunge all'aggravio per loro già disposto dalla sinistra nell'ultima finanziaria, «uno spaventoso aumento di nove punti di aliquota nell'arco di un decennio, per lavoratori dai redditi più che bassi. Come fa la sinistra a vantarne il merito? E' una carognata, una vera e propria guerra sociale contro chi già se la passa male», e la sinistra proclama di voler strappare alla precarietà.
Il 35% (3,5 miliardi di euro) di copertura finanziaria della controriforma dovrebbe essere coperto dal «riordino» e dalla «razionalizzazione» degli enti previdenziali, che dovrebbero portare a circa 7000 licenziamenti. Licenziamenti nel pubblico impiego? Pura utopia. E infatti è già prevista un'ipocrita «clausola di salvaguardia»: in caso di mancato conseguimento dei risparmi da riordino e razionalizzazione degli enti previdenziali, aumento generalizzato della pressione contributiva.
A ciò si accompagna la riforma del welfare, nella direzione esattamente opposta all'approccio blariano del welfare to work. Nell'impianto legislativo di Marco Biagi la lotta al precariato andava condotta proprio attraverso una rete di ammortizzatori universali secondo la logica del welfare to work, mentre il Governo Prodi ha deciso di combattere la precarietà mettendo fuori legge le forme di lavoro flessibile e aumentando la contribuzione dei parasubordinati. Ma in questo modo gli unici effetti saranno l'aumento del sommerso, a danno anche delle casse dell'Inps, e dei lavoratori senza più alcuna garanzia.
Il rafforzamento degli ammortizzatori sociali sbandierato dal Governo riguarda quelli già esistenti, che coprono appena 17 lavoratori su 100, cioè la Cassa integrazione, che serve a mascherare, e a mettere sul conto della fiscalità generale, i licenziamenti inevitabili delle grandi industrie (vedi Fiat).
Ma la controriforma delle pensioni ha fatto strage della credibilità di due altre iniziative. Del «manifesto dei coraggiosi», lanciato proprio in quei giorni da Rutelli «per il coraggio delle riforme», in appoggio alla candidatura di Veltroni; e della "mastellata" Bonino, che da virtualmente dimissionaria non ha avuto ciglio da battere quando in Consiglio dei ministri l'accordo con i Sindacati è stato politicamente ratificato: sinistra sconfitta, ma ci voleva più coraggio, è tutto ciò che è riuscita a dire. A tutto danno dei giovani e delle generazioni di baby boomers che andranno in pensione dal 2030, l'accordo non è riuscito nemmeno a placare gli appetiti dell'estrema sinistra (altro che sconfitta), che ritornerà alla carica a settembre, quando dovrà essere formalmente varato nella Finanziaria.
E la candidatura di Pannella alla segreteria del Partito democratico? La situazione dei radicali continua a essere grave ma non seria, con il leader storico che salta di palo in frasca non sapendo più come uscire dal vicolo cieco strategico in cui si è cacciato: come rimanere attaccati alle poltrone di un governo fallimentare senza perdere la faccia? Alla lunga serie di manovre diversive si aggiunge anche questa candidatura. Se invece di salvare il Partito democratico Pannella riflettesse su come salvarsi da se stesso sarebbe appprezzato da tutti i militanti radicali.
E' sotto gli occhi di tutti che le regole cervellotiche di queste primarie nulla hanno a che vedere con le primarie americane, infarcite come sono di espedienti per riprodurre nel nuovo partito più o meno i rapporti di forza esistenti tra le due oligarchie della Margherita e dei Ds. Non è ancora "partito", ma già non è democratico. Ma in tutto questo, il no alla candidatura di Pannella sembra la cosa più ragionevole: o Pannella abbandona i soggetti radicali, o questi partecipano al processo costituente come Ds e Margherita, cioè prevedendo lo scioglimento. Sembra ragionevole, altrimenti potrebbero candidarsi anche Berlusconi e Bertinotti.
Ad oggi nessuno saprebbe dire due o tre cose che il Pd vorrà fare sicuramente per il Paese, né tantomeno si può affermare che la cultura liberale gli appartenga, ma non perché viene respinta la candidatura di Pannella. Pannella e i radicali non sarebbero incompatibili con l'ispirazione ideale del Pd, ma tutti coloro che si sono impegnati nella fase costituente hanno accettato di prevedere lo scioglimento dei loro partiti di origine. Non si può pretendere di tenere il piede in due staffe. Solo se annunciasse lo scioglimento del suo partito in Italia, allora un eventuale "no" a Pannella si aggiungerebbe ai tanti altri aspetti che già connotano il nascente Pd in senso anti-democratico e anti-liberale.
Thursday, May 24, 2007
Politica spazzatura
Puzza di politica l'immondizia partenopea, come ha ben detto Gian Antonio Stella, come puzza di partitocrazia l'arroganza del viceministro Visco, che abusa della carica pubblica che ricopre per punire chi nello svolgimento del suo dovere si trova a "intralciare" i disegni finanziari del suo partito.
«Visco mi ha impartito l'ordine di avvicendare gli ufficiali (...) senza indicarne le motivazioni (...). Visco mi disse che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro. Alla mia obiezione che sarebbe stato opportuno informare l'autorità giudiziaria di Milano, Visco mi ha risposto categoricamente che non avrebbe costituito alcun problema il non avvertirla o farlo successivamente... Poi incontrai il procuratore Minale che mi disse di essere quanto mai sorpreso e allarmato... e mi annunciò l'invio di una sua missiva per chiedere delucidazioni. Il 17 luglio il viceministro mi disse di non aver rispettato alcuna regola deontologica per non aver dato esecuzione istantanea a quanto mi era stato da lui ordinato».
Parole del Generale Roberto Speciale, che risultano da un atto giudiziario. Non è possibile prendersela con un quotidiano di opposizione che ha fatto il suo mestiere. Dunque, o Visco è in grado di smentire le dichiarazioni del generale, o dovrebbe dimettersi. In ogni caso, il Giornale ha portato alla luce comportamenti scorretti da parte di almeno uno tra due alti rappresentanti delle istituzioni.
Il fatto che non siano emersi elementi di reato a carico di Visco - e d'altra parte, come ha ricordato il Procuratore Blandini, l'indagine preliminare serviva a stabilire se avviare un procedimento disciplinare, che poi non fu mai avviato, nei confronti dei finanzieri rimossi, e non del viceministro - non significa che il suo comportamento dal punto di vista politico e istituzionale non sia tale da chiederne le dimissioni. Le dichiarazioni rese dal Generale Speciale non vengono smentite dal procuratore, il quale si limita a chiarire che non contengono elementi penalmente rilevanti. Politicamente sì, invece.
Mentre Rutelli riflette sul fatto che la liquidazione di un banchiere valga come gli stipendi del Senato - se non che la prima la pagano gli azionisti, cioè dei privati, e non i contribuenti - le conclusioni che i più traggono dalle inchieste sugli sprechi e i privilegi della «casta» politica appaiono pericolosamente ovvie e riduttive: «Dove ci sono privilegi assurdi, vanno rimossi. Dove c'è corruzione, va spazzata via». Semplice, no?
Fanno orecchie da mercanti i politicanti, se Mario Monti oggi è dovuto reintervenire per chiarire ciò che a una lettura attenta o non interessata del suo articolo del 22 maggio, appariva già chiaro: proponeva «l'esatto contrario» del governi dei "tecnici", spiegando come ciò che il nostro ceto politico pretende di definire "politica" non lo sia affatto, ma sia solo tecnicismo politicante.
Non solo quella politica, ne esistono tante di «caste» nella società italiana. Per liberarcene occorrono soluzioni strutturali, «il disarmo reciproco dei privilegi corporativi e delle chiusure verso gli esclusi», e altri principi su cui fondare la nostra organizzazione politica, economica e sociale, come il merito e la concorrenza.
Insomma, lo sforzo è quello di evitare che tutte le periodiche denunce della «casta» politica, e delle molte altre «caste» che per mantenere i propri privilegi impongono ai cittadini costi iniqui, si riducano a un'effimera campagna di moralizzazione e di trovare soluzioni "di sistema". Come quelle indicate da Monti, e quel «nuovo contratto sociale tra le generazioni» di cui parla Giuliano Amato, che però, essendo al governo, è chiamato a darsi una mossa in Consiglio dei ministri, piuttosto che a pubblicare saggi su riviste prestigiose.
Né è valido il giochetto smascherato da Piero Ignazi, sul Sole 24 Ore, per cui i nostri politici si difendono confondendo la sfiducia dell'opinione pubblica nel sistema dei partiti con pericolosi atteggiamenti anti-politici o, addirittura, di rigetto della democrazia. E' la partitocrazia anti-politica e anti-democratica, e per ciò va abbattuta.
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