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Thursday, November 18, 2010

Modelli tedeschi

Tempo fa qualche finiano un po' confuso e ignorantello, per giustificare il ruolo politico "attivo" (è un eufemismo) del presidente della Camera, paragonava Fini a Nancy Pelosi, come se la Speaker della House Usa potesse rimanere tale se ad un tratto si mettesse alla testa di un gruppetto di deputati per fare la fronda al presidente Obama. Pare che Fini abbia un buon rapporto con la Pelosi, che lascerà presto il ruolo di Speaker. Ma a quanto pare non è riuscito ad affascinare il presidente del Bundestag, Norbert Lammert, incontrato giorni fa a Roma. Nel suo recente giro per l'accreditamento nelle capitali europee (sfruttando le migliori chance di essere ricevuto per la carica istituzionale che ricopre in Italia), Fini aveva cercato di incontrare il suo omologo tedesco, il quale però, impegnato in un'importante seduta, non l'aveva potuto ricevere. Ma Lammert ha rimediato durante la sua recente trasferta romana.

I due si sono incontrati, ma il presidente della Camera tedesca, dello stesso partito della cancelliera Merkel, non deve essere rimasto ben impressionato, stando a quanto ha raccontato a Enzo Piergianni, di Libero: «Gianfranco Fini mi ha ricevuto con grande cortesia e mi ha raccontato di avere letto da qualche parte che io gli somiglio perché cercherei di mettere i bastoni tra le ruote all'azione di governo della cancelliera Merkel». In realtà, com'è fisiologico che sia, tra la cancelliera e il suo compagno di partito alla presidenza del Bundestag non sempre fila tutto liscio, per l'inevitabile dialettica tra il governo che ha fretta di far passare i suoi provvedimenti e lo scrupoloso rispetto delle procedure parlamentari. Ma niente di paragonabile a come sta interpretando il suo ruolo Fini. «Io gli ho risposto che la somiglianza proprio non esiste - spiega Lammert - Perché tra noi c'è una differenza fondamentale: io non ho l'ambizione di diventare il capo del governo. La guida di un partito la ritengo inconciliabile con la presidenza di un'assemblea legislativa. Io non potrei mantenere le due cariche contemporaneamente», perché «occorre essere al di sopra delle parti, con massima equidistanza e trasparenza».

Purtroppo, non sono concetti che ha condiviso con il nostro presidente della Camera nei 45 minuti di conversazione a Montecitorio: «No, perché nell'incontro Fini non ha chiesto la mia opinione sull'argomento. Se me l'avesse domandata, gliela avrei detta». Possibile che serva un "modello tedesco" anche per imparare un minimo di correttezza istituzionale? La cosa, naturalmente, è passata sotto silenzio, ma naturalmente a Berlino c'è molto imbarazzo per il "caso Ruby", quello sì, è passato.

Thursday, April 29, 2010

Il piano di Fini-san

Fin dalle prime ore dello strappo, la sensazione era stata che Fini avesse perso le staffe quando, già frustrato dal suo ruolo di eterno secondo, si è visto retrocedere in terza, se non in quarta posizione. Il suo malessere deriva oltre che da una irriducibile diversità da Berlusconi, dall'insicurezza di riuscire a succedergli come leader del centrodestra, accentuata da voci e ipotesi balenate sull'onda degli entusiasmi per il successo elettorale. Si è sentito ancor più superfluo e messo in un angolo, trascurato. Ha percepito che continuando così le cose, sarebbe stato sempre più marginalizzato e oscurato da altre personalità - su tutte Giulio Tremonti, perfetto trait d'union tra Lega e berlusconismo - e ipotesi, come quella di un premier leghista con Berlusconi presidente. Per cui, anche se le regionali non sono andate come sperava, ha dato inizio al "piano"...

Questa mattina arriva una conferma. Sulla base delle confidenze di alcuni ex fedelissimi del presidente della Camera, Libero ricostruisce quello che chiama «il piano di Fini contro il Pdl», con tanto di «colloqui» con Pier Ferdinando Casini e con Francesco Rutelli. Scrive Franco Bechis:
«Era pronto da tempo, dall'autunno scorso. E aveva subito un'accelerazione notevole proprio durante la campagna elettorale delle regionali. Gianfranco Fini era pronto ad aprire prima la crisi dentro il Pdl, poi trovare una sponda nell'area centrista e infine fare saltare il banco, smontando i due principali partiti del bipolarismo: Pd e Pdl. Ma la leva principale per realizzare tutto doveva venire da quella che per lui era una certezza: la sconfitta di Renata Polverini alle elezioni regionali del Lazio e il probabile deludente risultato complessivo».
Racconta Amedeo Laboccetta, ex An e da oggi anche ex 'finiano':
«Fino alle regionali avevo compreso le sue ragioni. Ma il giorno dopo le elezioni l'ho visto e gli ho detto che bisognava prendere atto della realtà. I fatti non erano quelli che ci si immaginava, e un leader sa cambiare atteggiamento. Vero che uno dei nostri, Italo Bocchino, si era spinto troppo avanti. Ma che Berlusconi avesse vinto le elezioni e che a Roma questo fosse avvenuto proprio grazie a lui, era un dato di fatto che non si poteva negare. Gli dissi quel giorno che bisognava prendere atto della attualità, che quei dati dicevano che il progetto di una rapida scomposizione del sistema politico, tutto pronto a dissolversi, l'area di Casini e Rutelli in movimento, altri contatti con esponenti del PdL e dell'opposizione non avrebbero portato a nulla».
Ma Bocchino aveva già fatto partire Generazione Italia. Prosegue Laboccetta:
«Gli dissi. "Gianfranco, fermati!" Hai ragione su molte cose, ma se la realtà è diversa... Bocchino sostenne il contrario: avanti, è il momento di spaccare tutto. Parlava da guerrigliero, e credo che sia proprio questo che avesse in mente e che vedremo in scena nei prossimi mesi: la guerriglia... Gianfranco ormai è in mano a guerriglieri come Bocchino, e mi sembra preso dal cupio dissolvi. Cosa farà? La guerriglia, poi la componente finiana, la correntina e inevitabilmente la scissione... Errori ce ne sono stati dappertutto. Vero che Fini troppo spesso è stato umiliato da Berlusconi. Vero che la responsabilità di quella brutta pagina della direzione nazionale è stata vicendevole. Io fino all'ultimo ho sperato che si potesse ancora - chissà, con una stretta di mano - riprovare. Ma non è così. Gianfranco è partito da una considerazione certa: lui non sarebbe stato il successore di Berlusconi nel Pdl. Lega o non Lega, ormai erano più forti altre ipotesi: Giulio Tremonti o altri. Non lui. Io fino all'ultimo gli ho detto: aspetta, prendi tempo. Un leader sa farlo».
Un leader, appunto, ma Fini era ormai preso da un «cupio dissolvi». Da qui il "fallo di frustrazione". Ma se si è chiuso in un vicolo cieco la colpa è sua. Ha scelto di non entrare nel governo per avere le mani più libere, per giocare la stessa, comoda partita di logoramento dei suoi predecessori alla presidenza della Camera (Casini e Bertinotti), convinto che sarebbe riuscito laddove gli altri avevano fallito. Gli è andata male, anche perché ci stava un passo falso elettorale dopo due anni di governo con la crisi, un po' di immobilismo, tutte le gazzarre mediatico-giudiziarie e infine pure il caos liste. E invece... sappiamo com'è andata e Fini ha perso il contatto con la realtà.

Invece di covare rancore, avrebbe dovuto porre a Berlusconi due o tre richieste concrete, obiettivi di governo da portare a casa e che potessero caratterizzarlo in chiave futura. Queste sì che sarebbero state questioni comprensibili e utili a tutti: a se stesso, al Pdl, al governo e al Paese. Due o tre cavalli di battaglia su cui gettarsi personalmente a capofitto, su cui avrebbe trovato in Berlusconi e nella Lega alleati ben disposti a trovare un compromesso alto, un accordo serio. Così avrebbe potuto giocarsi le sue carte.

Friday, January 29, 2010

La "rossa" Polverini e i casini del centrodestra

Gli elementi che a mio avviso rendono atipico il duello Polverini-Bonino nel Lazio trovano oggi alcune conferme. Così come cresce, nella stampa di centrodestra, la sensazione di mancare il colpo del Ko, come scrivevo un paio di giorni fa, su un Pd che sembra allo sbando, e che potrebbe persino essere troppo tardi per rimediare agli errori commessi per troppa sicurezza di sé. Libero parla di «vittoria mutilata».

Oggi è il manifesto a raccontare le disfunzioni della macchina organizzativa del Pd nel Lazio, che stenta a mettersi in moto, frenata dagli strascichi polemici e da misere invidie tra i vari capi-corrente, generati dal travaglio che ha portato all'appoggio del partito alla Bonino, che non sembra ancora aver superato le ultime resistenze interne. Ma al quotidiano comunista non sfugge il tipo di campagna che si appresta a fare la Polverini:
«L'immancabile giacca rossa la indossa anche sul nuovo manifesto elettorale. E ora arriva anche il simbolo, sfondo rosso, pure lì, e un baffo tricolore sotto la scritta Renata Polverini presidente. Praticamente lo stesso logo della Sinistra democratica di Claudio Fava, con il bianco rosso e verde al posto dell'arcobaleno. E così, ammiccando a sinistra, la leader dell'Ugl dalla sede del suo comitato lancia la seconda parte della campagna elettorale».
E della simpatia, o quanto meno non antipatia, che la Polverini riscuote a sinistra si è accorto anche il navigato Ugo Sposetti, che ieri faceva notare: «Avete visto la Polverini a Ballarò? Stranamente anche Floris e Epifani facevano il tifo per lei...». «Qualcuno a sinistra vuol dare il Lazio a Fini, Casini e famiglia? C'è chi nel Pd è convinto che sia così», osserva Laura Cesaretti su il Giornale. Ma più che qualche improbabile complotto dalemiano, la verità è che la Polverini, per la sua storia, esercita una naturale, spontanea attrazione a sinistra e nel pubblico impiego.

Sempre più osservatori si stanno accorgendo che per il centrodestra le prospettive di un landslide si allontanano. Libero parla di «aspettative ridimensionate», di «vittoria mutilata», e avverte che «sta cambiando la definizione stessa di vittoria». Il 7 a 6 per il centrosinistra non è impossibile. E se la Puglia regge, se Piemonte e Liguria, dove l'alleanza con l'Udc tiene, restano al Pd, e se le regioni date per certe (Toscana, Emilia, Umbria, Marche e Basilicata) si confermano, può arrivare addirittura ad 8 contro 5. Senza contare che per ora la Bonino è avanti nel Lazio. L'«involontario aiuto» del Pd, scrive Libero, «potrebbe non bastare a compensare gli sbagli e le incertezze del centrodestra, nonché il ruolo giocato dall'Udc» (come in Puglia, Piemonte e Liguria). Tuttavia, «il resto dei casini il centrodestra se li sta creando da solo»:
«Delle tredici regioni in cui si voterà, solo in quattro oggi il centrodestra ha la ragionevole certezza di vincere: Lombardia, Veneto, Campania e Calabria. Anche il Pd può sentirsi la vittoria in tasca in quattro regioni: Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata. Alle quali, se non si troverà una candidatura che unisca PdL e Udc, andrà aggiunta la Puglia. In Piemonte, Liguria e Marche la bilancia pende in favore del centrosinistra. Infine nel Lazio, nonostante il disastro lasciato da Piero Marrazzo, quella vittoria che sembrava facile appare ora un obiettivo alla portata, ma duro da raggiungere. Il titolo con cui ieri Repubblica avvertiva che Berlusconi rischia "di perdere 7 a 6", potrebbe rivelarsi persino troppo ottimistico per il premier».

Friday, January 22, 2010

Polverini vs Bonino, duello atipico

Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.

Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.

Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.

Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.

Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".

Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.

Monday, August 31, 2009

E due. Il Corriere conferma le indiscrezioni di Libero

Oggi il Corriere della Sera anticipa quanto già anticipato il 19 agosto scorso da Libero sul delitto di Garlasco. Anche secondo il Corriere, infatti, l'esito della super-perizia disposta dal gup avvalorerebbe l'alibi fin dall'inizio sostenuto da Alberto Stasi: la mattina in cui Chiara fu uccisa lui era al pc. Adesso dunque sono due i quotidiani ad anticipare le stesse conclusioni. Se fossero davvero queste, come appare sempre più probabile, crollerebbe l'intero teorema accusatorio imbastito dal pm Rosa Muscio sulla base delle analisi dei Ris.

Ma l'aspetto più tragicomico della vicenda è che proprio per venire incontro alla perizia - sbagliata - dei Ris sul pc di Alberto, la Muscio ha insistito nel collocare l'ora del decesso tra le 10.30 e le 12, con «maggior centratura» tra le 11 e le 11.30, bocciando senz'appello, invece, l'ipotesi - tra le 9 e le 10 - sostenuta dal consulente della difesa, che oggi avrebbe permesso al suo impianto accusatorio di reggere. In un tribunale serio il giudice non dovrebbe consentire alla pubblica accusa di cambiare la sua ricostruzione a processo in corso. In un paese serio i pm come la Muscio non farebbero carriera, né ci sarebbero sceneggiati sui Ris.

Come se non bastasse, l'unica testimone continua a dire che quella che vide la mattina dell'omicidio davanti a casa Poggi non era affatto la bicicletta di Stasi, e una simulazione ripetuta più volte dall'imputato dimostrerebbe che era possibile scoprire il cadavere senza calpestare le tracce di sangue sul pavimento.

Thursday, July 30, 2009

Feltri torna al Giornale

Dal 24 agosto il Giornale esce in edicola con Vittorio Feltri direttore. Lo aveva già diretto dal '94 fino alla fine del '97, dopo Montanelli. Prova «una punta di dolore lancinante a lasciare Libero, che ho fondato e portato in questi nove anni a conquistarsi un posto di assoluta autorevolezza nel panorama editoriale», confida a il Velino. E' facile immaginare quanti lettori di Libero adesso emigreranno verso il Giornale. Sarà dura per Libero senza Feltri. Ci auguriamo che invece con Feltri il Giornale riesca a fare un salto di qualità e di autorevolezza. Il centrodestra avrebbe tanto bisogno di un giornale intelligente, di grande diffusione e autorevole, capace sì di sostenere, ma anche di informare, criticare quando ci vuole, e soprattutto di provocare dibattiti di idee e di stimolare la corteccia cerebrale del ceto dirigente pdellino.