Vince la linea più comprensibile, più trasparente rispetto alla volontà degli elettori: o Berlusconi o il voto. E' del tutto evidente, infatti - non ci sarebbe neanche bisogno di ricordarlo - che con questi numeri (intendo quelli della Camera) non si governa. Ma il voto di oggi non per questo era senza significato. E' stata una prova di forza tra Berlusconi e la Lega da una parte e Fini e il terzo polo dall'altra. Berlusconi è riuscito a dimostrare che non ci sono i numeri in Parlamento, in nessuna delle due Camere, per governi diversi da quello uscito legittimato dalle urne, ma questo non significa che la crisi sia conclusa. Da oggi o questo governo avrà la capacità di rafforzarsi numericamente (convincendo l'Udc e/o spaccando ulteriormente Fli), oppure si tornerà al voto (probabilmente già a metà marzo). Questi sono i due scenari più probabili dopo il voto di oggi, da cui Fini esce sconfitto (probabilmente grazie allo sciagurato intervento "dipietrista" di Bocchino).
Con tre soli voti alla Camera non si va lontano, ma adesso dovrebbe essere più chiaro a tutti che l'unica alternativa a Berlusconi sono le urne, e ciò potrebbe convincere più di qualcuno a rompere gli indugi e a (ri)entrare nella maggioranza, anche se resta un esito piuttosto improbabile. E' legittimo cambiare idea e togliere la propria fiducia al governo, ma in questo caso il comportamento più lineare è rimettersi al giudizio degli elettori, per quanto essi non abbiano alcuna voglia di essere richiamati al voto e siano esausti di fronte allo spettacolo raccapricciante della politica italiana. Per questi motivi, Berlusconi, dopo il voto di oggi, non deve commettere l'errore di trascinare troppo a lungo questa fase di incertezza e ambiguità: o riesce davvero a rafforzare l'esecutivo, a renderlo pienamente operativo (e non bastano tre voti alla Camera), o si dimette. Ma il tutto in tempi stra-brevi. Potrebbe tentare di riportare nella maggioranza altri finiani, ma imbarcare Casini (è improbabile, ma Pier potrebbe essere tentato di tirare questo brutto scherzo a Fini), nonostante il via libera della Lega, significherebbe semplicemente cambiare il nome del logorante, e trascorrere un altro anno così prima di accorgersene. Gli italiani non lo perdonerebbero.
Non passi inosservato il grave comportamento, ancora una volta del presidente della Camera, che con il voto congiunto delle due mozioni di sfiducia (Pd-Idv e Fli-Udc-Api-Mpa) evitando ai firmatari l'imbarazzo di esplicite dichiarazioni di condivisione, ha sì massimizzato i voti contro il governo ma ha violato il regolamento, rischiando l'approvazione di due mozioni dall'identico esito - la sfiducia al governo - ma dalle motivazioni molto diverse tra di loro, il che avrebbe impedito una corretta valutazione delle reali intenzioni dell'assemblea.
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Tuesday, December 14, 2010
Monday, November 22, 2010
Confusi e storditi
Non ne sentivamo il bisogno, ma alle già numerose formule astruse della politica italiana, da buon democristiano Casini ne ha aggiunta un'altra, proponendo a Berlusconi un «governo di armistizio», con «le forze migliori di destra e di sinistra» (il solito pastrocchio, insomma). «Non ci fidiamo del premier e non ci piace l'egemonia della Lega» non sembrano parole da «armistizio» e le condizioni poste suonano come lievemente irricevibili (per avere l'Udc, Fli e le non meglio precisate «migliori forze di sinistra» nel governo, Berlusconi dovrebbe rinunciare alla Lega!), ma probabilmente la nuova boutade serve al leader Udc solo per recuperare un po' di scena su Fini.
L'escalation finiana, infatti - con richiesta di dimissioni di Berlusconi per aprire una crisi extraparlamentare al buio e conseguente uscita dal governo - non ha prodotto i risultati sperati e, anzi, sembra aver restituito l'iniziativa al premier e cacciato Fli e centristi in un vicolo cieco, mentre Montezemolo si gode il «cinepanettone» dalla finestra e tutto fa pensare che alla finestra ha intenzione di restare ancora per un bel po'. Consapevoli che con questi numeri, in Senato ma anche alla Camera, non c'è spazio alcuno per governi "ribaltone", dunque non c'è possibilità di far fuori Berlusconi senza venire trascinati dritti alle urne, Fli e Udc si agitano nella speranza che chissà quali manovre o sviste altrui li aiutino ad uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Assistiamo quindi in questi giorni ad una congerie di uscite scomposte e tra di loro contraddittorie, una cortina fumogena di chiacchiere da cui emerge una sola certezza: la modesta statura di Fini e Casini, due teatranti della vecchia politica capaci solo di piccolo cabotaggio e del tutto privi, al contrario di quanto vorrebbero far credere, del minimo barlume di serietà e senso di responsabilità.
Dai finiani i soliti segnali contrastanti. Da una parte, i più miti consigli di un Della Vedova, che dopo il mal celato tentativo di dare il benservito a Berlusconi, riapre ad un Berlusconi-bis con una maggioranza più ampia, allargata all'Udc, e un nullaosta al Cav. ancora premier. Ma per quale strano miracolo questo preteso «nuovo» centrodestra, in realtà identico al vecchio del 2001-2006, dovrebbe «rafforzare» il governo stentiamo ad afferrarlo. Dall'altra resta Bocchino, che oggi torna a gettare benzina sul fuoco aprendo una sterile querelle su nome e simbolo del Pdl. Fumo, nient'altro che fumo.
L'escalation finiana, infatti - con richiesta di dimissioni di Berlusconi per aprire una crisi extraparlamentare al buio e conseguente uscita dal governo - non ha prodotto i risultati sperati e, anzi, sembra aver restituito l'iniziativa al premier e cacciato Fli e centristi in un vicolo cieco, mentre Montezemolo si gode il «cinepanettone» dalla finestra e tutto fa pensare che alla finestra ha intenzione di restare ancora per un bel po'. Consapevoli che con questi numeri, in Senato ma anche alla Camera, non c'è spazio alcuno per governi "ribaltone", dunque non c'è possibilità di far fuori Berlusconi senza venire trascinati dritti alle urne, Fli e Udc si agitano nella speranza che chissà quali manovre o sviste altrui li aiutino ad uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Assistiamo quindi in questi giorni ad una congerie di uscite scomposte e tra di loro contraddittorie, una cortina fumogena di chiacchiere da cui emerge una sola certezza: la modesta statura di Fini e Casini, due teatranti della vecchia politica capaci solo di piccolo cabotaggio e del tutto privi, al contrario di quanto vorrebbero far credere, del minimo barlume di serietà e senso di responsabilità.
Dai finiani i soliti segnali contrastanti. Da una parte, i più miti consigli di un Della Vedova, che dopo il mal celato tentativo di dare il benservito a Berlusconi, riapre ad un Berlusconi-bis con una maggioranza più ampia, allargata all'Udc, e un nullaosta al Cav. ancora premier. Ma per quale strano miracolo questo preteso «nuovo» centrodestra, in realtà identico al vecchio del 2001-2006, dovrebbe «rafforzare» il governo stentiamo ad afferrarlo. Dall'altra resta Bocchino, che oggi torna a gettare benzina sul fuoco aprendo una sterile querelle su nome e simbolo del Pdl. Fumo, nient'altro che fumo.
Friday, November 12, 2010
Il cerino in mano a Fini. E lo userà
Se Fini e Casini si sono spinti così in avanti verso il punto di non ritorno, allora, si ragiona in queste ore, devono avere i numeri e un premier pronti per un governo "tecnico", se non addirittua per un governo senza Berlusconi ma di centrodestra (quindi un po' meno "ribaltone"), se, come Verderami, oggi sul Corriere della Sera, attribuisce a Bocchino, un «pezzo significativo» del Pdl si staccasse dal Cav. e legittimasse la nuova fase. Un «pezzo di Pdl» o la Lega, o magari entrambi. Chiusa ogni possibilità di un Berlusconi-bis e di un rimpastone come nel 2005, i finiani guardano al '94, sperano nel "tradimento" della Lega e fanno i nomi di Tremonti e Maroni.
Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.
Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.
Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.
P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!
Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.
Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.
Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.
P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!
Thursday, October 28, 2010
La strategia del binario morto
Sarà pure un "falco", ma bisogna riconoscere che Italo Bocchino è tra i finiani colui che meglio interpreta non solo la linea, ma anche gli umori più profondi del capo. Basta guardare alle uscite degli ultimi mesi: sono quasi sempre apparse azzardate, sopra le righe, a volte è stato ripreso dai moderati (Moffa, Menia, Viespoli, Ronchi), ma poi, quando ha aperto bocca Fini, si sono rivelate quasi sempre in linea.
Adesso Bocchino butta là una previsione che appare subito piuttosto realistica, ma che allo stesso tempo rivela un auspicio e una linea politica: che il Lodo Alfano finirà su un «binario morto». Sono favorevoli al lodo, ripetono ai fliniani, ma stanno facendo e faranno di tutto per farlo finire in un cassetto: non va bene questo, anzi no, quell'altro, distinguo e spossanti trattative, ma l'unico scopo è il «binario morto», dove già è finito il ddl intercettazioni (parte del programma del Pdl).
Ma il concetto di «binario morto» esprime perfettamente una vera e propria strategia dei finiani per questo governo e questa legislatura. Il governo ha il diritto-dovere di governare, sì, e la legislatura deve proseguire, sì, ma accompagnando l'uno e l'altra su un «binario morto». Di logoramento in logoramento l'utopia del governo "del fare" sarà svanita: Fini potrà allora rimproverare al Cav. 16 anni di inconcludenza, a cui lui ha pienamente e deliberatamente contribuito; e il Cav. potrà a sua volta esibire l'alibi dell'alleato infedele. Magra consolazione. Il copione è scritto e ad andarci di mezzo, come al solito, sarà il Paese. Diciamo che se i finiani sono sulla buona strada per realizzare i loro intenti, Berlusconi e il Pdl ci stanno mettendo del loro per aiutarli. Ancora qualche mese così e ci porteranno tutti su un «binario morto».
Adesso Bocchino butta là una previsione che appare subito piuttosto realistica, ma che allo stesso tempo rivela un auspicio e una linea politica: che il Lodo Alfano finirà su un «binario morto». Sono favorevoli al lodo, ripetono ai fliniani, ma stanno facendo e faranno di tutto per farlo finire in un cassetto: non va bene questo, anzi no, quell'altro, distinguo e spossanti trattative, ma l'unico scopo è il «binario morto», dove già è finito il ddl intercettazioni (parte del programma del Pdl).
Ma il concetto di «binario morto» esprime perfettamente una vera e propria strategia dei finiani per questo governo e questa legislatura. Il governo ha il diritto-dovere di governare, sì, e la legislatura deve proseguire, sì, ma accompagnando l'uno e l'altra su un «binario morto». Di logoramento in logoramento l'utopia del governo "del fare" sarà svanita: Fini potrà allora rimproverare al Cav. 16 anni di inconcludenza, a cui lui ha pienamente e deliberatamente contribuito; e il Cav. potrà a sua volta esibire l'alibi dell'alleato infedele. Magra consolazione. Il copione è scritto e ad andarci di mezzo, come al solito, sarà il Paese. Diciamo che se i finiani sono sulla buona strada per realizzare i loro intenti, Berlusconi e il Pdl ci stanno mettendo del loro per aiutarli. Ancora qualche mese così e ci porteranno tutti su un «binario morto».
Wednesday, October 13, 2010
A carte sempre più scoperte/2
Senza pudore, Fini si aggrappa ad argomenti insulsi per convincere Schifani che la Camera e non il Senato (che ha già iniziato l'iter) si deve occupare per prima della legge elettorale. Ma non sarà per caso perché alla Camera il suo gruppo è numericamente determinante e può dar vita ad una maggioranza ad hoc sulla legge elettorale senza Pdl e Lega, mettendo questi ultimi sotto pressione? Tutto tranne che imparziale e rispettoso del suo ruolo, è la dimostrazione lampante che Fini esercita le sue funzioni e determina le sue scelte da presidente della Camera in base all'agenda politica del suo movimento.
Il tutto mentre Bocchino vaneggia di un «vero centrodestra» che dovrebbe prendere vita da un'alleanza tra Fini, Casini e Lombardo, guidati da Montezemolo come leader. Queste sono le manovre al cui altare potrebbero essere sacrificate la legislatura e la maggioranza votata dagli italiani nel 2008. Al cospetto di Fli le vecchie correnti Dc erano educande.
«Appare opportuno che, alla luce del significativo carico di lavoro che grava attualmente sulla commissiona Affari costituzionali del Senato e coerentemente con lo spirito dell'intesa già assunta all'inizio della legislatura, la priorità della trattazione della materia elettorale, non limitata alla sola legge per l'elezione del Parlamento europeo, ma comprensiva anche delle iniziative riferite alla legge elettorale nazionale, possa essere riservata alla Camera».A dispetto di chi dice che nonostante il suo ruolo politico il comportamento di Fini è corretto nell'esercizio delle sue funzioni di presidente della Camera, ecco l'ennesimo smaccato uso della sua carica per perseguire il suo personale disegno politico. Vale la pena di ricordare i casi più clamorosi, che hanno riguardato la calendarizzazione del ddl intercettazioni, della mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo, della riforma dell'università, e non ultima la decisione di sollecitare, come richiesto da Udc e Pd, il presidente della Commissione Affari costituzionali di Montecitorio ad incardinare il dibattito sulla legge elettorale. La medesima Commissione del Senato ha giocato d'anticipo, ma Fini non ci sta.
Il tutto mentre Bocchino vaneggia di un «vero centrodestra» che dovrebbe prendere vita da un'alleanza tra Fini, Casini e Lombardo, guidati da Montezemolo come leader. Queste sono le manovre al cui altare potrebbero essere sacrificate la legislatura e la maggioranza votata dagli italiani nel 2008. Al cospetto di Fli le vecchie correnti Dc erano educande.
Wednesday, October 06, 2010
A carte sempre più scoperte
Un altro smaccato caso della sopravvenuta incompatibilità tra il ruolo politico che ormai da mesi Fini ha deciso di giocare e la carica istituzionale che ricopre. Come richiesto dai capigruppo dell'opposizione contro il parere di quelli di maggioranza, Fini sollecita il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, Donato Bruno, ad incardinare il dibattito sulla legge elettorale. Evidentemente sacrificando altre priorità, ma per una buona causa: quella del suo nuovo partito. C'è da ridurre le soglie di sbarramento e abolire il premio di maggioranza. Con buona pace del credo bipolarista e uninominalista sempre professato da Fini e dai suoi. Le priorità oggi sono altre: si tratta di porre le basi per il prossimo "ribaltone". La semplice prospettiva di modifiche alla legge elettorale che impediscano a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi potrebbe infatti favorire il formarsi di una inedita maggioranza (da Fli a Di Pietro passando per Casini, Rutelli e il Pd), pronta in caso di crisi a dar vita a un governo tecnico al solo scopo, appunto, di cambiare il sistema di voto. Al Senato i numeri necessari all'operazione ancora mancano, ma ci stanno lavorando - il presidente della Camera primo fra tutti - facendo leva anche sull'accelerazione, che Fini grazie al suo ruolo può garantire, dell'esame delle proposte di riforma della legge elettorale.
Con l'avvio del percorso fondativo del nuovo partito finiano, dell'incompatibilità di Fini con le funzioni di terza carica dello Stato sembra aver preso atto finalmente il Corriere della Sera:
Con l'avvio del percorso fondativo del nuovo partito finiano, dell'incompatibilità di Fini con le funzioni di terza carica dello Stato sembra aver preso atto finalmente il Corriere della Sera:
«La mutazione del presidente della Camera in leader di partito gli impone però di dare alcune risposte al Paese. Alcune riguardano il passato: Fini ha bloccato il processo breve, che avrebbe mandato in fumo migliaia di processi per fermare quelli di Berlusconi; ma ha votato il lodo Alfano, il legittimo impedimento e altre numerose leggi ad personam nei sedici anni in cui è stato alleato di Berlusconi. Altre risposte riguardano il futuro, e in particolare il suo ruolo istituzionale.Ma soprattutto non è mai accaduto e rappresenta un vero scandalo politico e istituzionale - che Napolitano con il suo silenzio ha la gravissima responsabilità di legittimare - che gruppi parlamentari che fanno riferimento al presidente della Camera lavorino nell'ombra per sfilare dalla maggioranza dei senatori (altri la chiamerebbero "campagna acquisti") per rendere possibile un "ribaltone" e un governo tecnico che vedrebbe relegati all'opposizione i partiti usciti vincitori dalle elezioni del 2008 (il che sarebbe un altro inedito nell'intera storia repubblicana, persino rispetto al "ribaltone" del 1995). Ma è un disegno che ormai viene teorizzato alla luce del sole da Bocchino, e quindi riconducibile a Fini. Conclude il Corriere:
È vero, sia Casini sia Bertinotti sono stati nel contempo presidenti della Camera e capi di partito. Anche nella prima Repubblica è accaduto che sullo scranno più alto di Montecitorio sedessero leader politici, oltretutto a capo di correnti avverse alla segreteria del loro partito, dal democristiano Gronchi al comunista Ingrao. Ma non è mai accaduto che il presidente in carica si mettesse alla testa di una nuova forza, nata da una scissione del partito di maggioranza relativa, che compatto l'aveva indicato per la terza carica dello Stato».
«Ora però dovrebbe valutare se il difficile lavoro di costruire un partito, con la ragionevole prospettiva di condurlo presto in una durissima campagna elettorale, sia compatibile con la presidenza della Camera. Nessuno può obbligarlo a dimettersi; la scelta può essere soltanto sua. L'intellettuale di maggior spicco tra quelli vicini al nuovo partito, il professor Alessandro Campi, auspica che il leader si concentri sulla battaglia politica, con la piena libertà di adeguarsi alle asprezze con cui sarà combattuta nei prossimi tempi. È un consiglio su cui Fini, prima di prendere la sua decisione, farebbe bene a riflettere».
Friday, September 24, 2010
Alle comiche finiane/2
Lasciatemi dire, la ricostruzione di Bocchino ad Annozero, con tanto di agenti italiani, libici e russi, tutti a Saint Lucia a cercare di incastrare Fini, con l'aiuto di un certo Lavitola, e di un'agenzia di stampa, Il Velino, e gli articoli di oggi della Sarzanini e del "commissario Davanzoni" (che tra l'altro indicano in Capezzone il «proprietario» del Velino, mentre ha venduto la quota - di minoranza - che aveva, la primavera scorsa, e sarebbe stato facile accertarlo); ebbene, tutta questa ricostruzione (che Bordin questa mattina ha sintetizzato magnificamente «a metà tra un romanzo di Ken Follett e un film della Pantera rosa») mi conferma, almeno personalmente, che i finiani stanno alla frutta, alla disperazione. Brancolano nel buio. Se pensano che dietro alla presunta patacca ci sia "Il Velino", Vittorugo Mangiavillani, allora sono alla frutta. Ci sarà da ridere, diceva Fini da Mentana. No, caro presidente, già stiamo ridendo.
E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.
In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".
UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.
In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".
UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
«Le colleghe e i colleghi che hanno avuto l'amabile sensibilità di coinvolgermi, a prescindere, nello scontro fra Italo Bocchino e i giornali che da mesi indagano sulla vicenda legata alla casa di Montecarlo, dovrebbero indicarmi tempi e luoghi nei quali si sarebbe consumata la mia "amicizia" con il signor Pio Pompa. E ciò perché come ben sa anche qualche brillante signora, gaia frequentatrice di "certi ambienti", chi trova "certi amici" trova un tesoro e un'ottima tribuna dalla quale propalare affari e notizie preconfezionate».UPDATE ore 18:44 - St. Lucia ha confermato ufficialmente l'autenticità del documento. Domani Fini esporrà in un video la sua verità. A prescindere dal merito del caso Montecarlo e dalle dimissioni (che io continuo a ritenere doverose per l'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica di presidente della Camera), a questo punto però Fini e finiani almeno una cosa dovrebbero farla: chiedere scusa ai giornalisti, ai servizi e a Berlusconi per le accuse di "dossieraggio". Solo questo, almeno questo. E forse qualcuno dovrebbe scusarsi anche con St. Lucia, su cui è stata fatta fin troppa ironia. Non conosco questa piccola isola caraibica, ma dai minimi indicatori istituzionali ed economici non mi pare un "Bananas" qualsiasi. Certo, se poi la teoria è "Berlusconi tanto si compra tutti", allora si può sostenere davvero di tutto...
Monday, August 23, 2010
Alle comiche finiane
Inevitabile e doverosa la richiesta di chiarimento che il governo chiederà al Parlamento a settembre. Nulla di trascendentale e di rivoluzionario, i cinque punti ricalcano il programma votato dagli elettori e riprendono né più né meno la linea che il governo sta già portando avanti, tanto che i finiani hanno subito annunciato che voteranno la fiducia. Ma la novità non sta nel merito dei cinque punti, quanto piuttosto nell'atteggiamento di Berlusconi, che ha finalmente chiarito che non intende farsi «logorare» in trattative «al ribasso» su ogni singolo provvedimento del programma come quelle che hanno portato allo snaturamento del ddl intercettazioni. Un «prendere o lasciare» estraneo alla politica, da «mercato rionale», ha commentato il presidente della Camera Fini.
Se volete invece conoscere le intenzioni dei finiani, seguite Bocchino, che non le nasconde e conferma la linea del logoramento: sì alla fiducia sui cinque punti, ma poi nel merito si vedrà nelle commissioni. Fini e i suoi pensano di logorare Berlusconi come si faceva durante la "Prima Repubblica", quando il presidente del Consiglio in carica era costretto dalle correnti avversarie all'interno della Dc ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo e sulle poltrone. Fino alla caduta, avanti il prossimo e nuovo giro di giostra. Oggi Bocchino se ne è uscito con un altra delle sue, ma davvero molto, molto emblematica.
Vuole salvare Berlusconi dalla «trappola» che starebbero tessendo Bossi e Tremonti, che spingerebbero per andare a elezioni anticipate «il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi». Senza maggioranza al Senato, sarebbe Bossi a «chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l'alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima» con l'obiettivo di «mandare a casa Berlusconi». Ma Bocchino offre al Cav. la via per salvarsi: allargare la maggioranza ai «partiti di Fini, Casini e Rutelli» e ai «moderati del Pd ormai delusi». Dai numeri, soprattutto a Palazzo Madama, e dalla ben nota contrarietà della Lega al rientro dei centristi, si dedurrebbe che Bocchino stia proponendo di sostituire la Lega con i quattro pezzetti che cita, ma poi precisa di proporre un semplice «allargamento» della maggioranza.
Si tratta di una provocazione indicativa del tipo di rendita di posizione che i finiani si illudono di ricavare con le loro mosse di questi ultimi mesi. Berlusconi costretto a trattare non solo con un alleato su due temi precisi e concreti, ma con minimo altri tre che hanno solo l'obiettivo di logorarlo e che ambiscono a guidare un centrodestra deberlusconizzato e deleghizzato. Insomma, come nella legislatura 2001-2006, solo un po' più vecchi e un po' più frustrati. Ma tra le righe si può anche leggere che il partito Fini lo farà (Bocchino scrive già di «partiti di Fini, Casini e Rutelli») e dedurre che questo delirio sia frutto anche del presidente della Camera, almeno a voler prendere sul serio Bocchino quando parla di «strategia degli uomini del presidente della Camera» che «vanno considerati un tutt'uno con il loro leader».
La verifica di settembre sarà un impegno non da poco per i finiani, che da una parte si trovano a dover esprimere, o a negare, la fiducia per il 95% al programma con il quale si sono presentati agli elettori; dall'altra alla continuità dell'azione di governo rispetto a temi (soprattutto giustizia, immigrazione e sicurezza) su cui in questi mesi hanno espresso apertamente le loro critiche; nonché per il restante 5% al cosiddetto "processo breve", di cui però hanno già approvato la versione uscita dal Senato, e apparirebbe quindi pretestuoso volerla rimettere in discussione alla Camera.
Se poi a settembre daranno vita ad un partito, cadranno anche gli ultimi dubbi sui reali obiettivi di Fini e dei suoi, cioè ricostituire quella rendita di posizione che An e Udc avevano nella Cdl prima dell'avvento del partito unico. E si aggraverebbe ulteriormente l'incompatibilità del ruolo politico che sta giocando Fini nella maggioranza e nei confronti del governo con la carica di presidente della Camera, ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Come ha spiegato anche il ministro Brunetta a il Giornale, confessando il «disagio e dolore» che prova dal banco del governo quando Fini presiede le sedute a Montecitorio:
Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini).
UPDATE ore 19:44
Se volete invece conoscere le intenzioni dei finiani, seguite Bocchino, che non le nasconde e conferma la linea del logoramento: sì alla fiducia sui cinque punti, ma poi nel merito si vedrà nelle commissioni. Fini e i suoi pensano di logorare Berlusconi come si faceva durante la "Prima Repubblica", quando il presidente del Consiglio in carica era costretto dalle correnti avversarie all'interno della Dc ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo e sulle poltrone. Fino alla caduta, avanti il prossimo e nuovo giro di giostra. Oggi Bocchino se ne è uscito con un altra delle sue, ma davvero molto, molto emblematica.
Vuole salvare Berlusconi dalla «trappola» che starebbero tessendo Bossi e Tremonti, che spingerebbero per andare a elezioni anticipate «il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi». Senza maggioranza al Senato, sarebbe Bossi a «chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l'alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima» con l'obiettivo di «mandare a casa Berlusconi». Ma Bocchino offre al Cav. la via per salvarsi: allargare la maggioranza ai «partiti di Fini, Casini e Rutelli» e ai «moderati del Pd ormai delusi». Dai numeri, soprattutto a Palazzo Madama, e dalla ben nota contrarietà della Lega al rientro dei centristi, si dedurrebbe che Bocchino stia proponendo di sostituire la Lega con i quattro pezzetti che cita, ma poi precisa di proporre un semplice «allargamento» della maggioranza.
Si tratta di una provocazione indicativa del tipo di rendita di posizione che i finiani si illudono di ricavare con le loro mosse di questi ultimi mesi. Berlusconi costretto a trattare non solo con un alleato su due temi precisi e concreti, ma con minimo altri tre che hanno solo l'obiettivo di logorarlo e che ambiscono a guidare un centrodestra deberlusconizzato e deleghizzato. Insomma, come nella legislatura 2001-2006, solo un po' più vecchi e un po' più frustrati. Ma tra le righe si può anche leggere che il partito Fini lo farà (Bocchino scrive già di «partiti di Fini, Casini e Rutelli») e dedurre che questo delirio sia frutto anche del presidente della Camera, almeno a voler prendere sul serio Bocchino quando parla di «strategia degli uomini del presidente della Camera» che «vanno considerati un tutt'uno con il loro leader».
La verifica di settembre sarà un impegno non da poco per i finiani, che da una parte si trovano a dover esprimere, o a negare, la fiducia per il 95% al programma con il quale si sono presentati agli elettori; dall'altra alla continuità dell'azione di governo rispetto a temi (soprattutto giustizia, immigrazione e sicurezza) su cui in questi mesi hanno espresso apertamente le loro critiche; nonché per il restante 5% al cosiddetto "processo breve", di cui però hanno già approvato la versione uscita dal Senato, e apparirebbe quindi pretestuoso volerla rimettere in discussione alla Camera.
Se poi a settembre daranno vita ad un partito, cadranno anche gli ultimi dubbi sui reali obiettivi di Fini e dei suoi, cioè ricostituire quella rendita di posizione che An e Udc avevano nella Cdl prima dell'avvento del partito unico. E si aggraverebbe ulteriormente l'incompatibilità del ruolo politico che sta giocando Fini nella maggioranza e nei confronti del governo con la carica di presidente della Camera, ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Come ha spiegato anche il ministro Brunetta a il Giornale, confessando il «disagio e dolore» che prova dal banco del governo quando Fini presiede le sedute a Montecitorio:
«Il fatto che Fini sia identificato ora come il capo di una nuova area, forse di un partito, non lo rende più garante tra maggioranza e opposizione, ma soprattutto non ne fa più il garante del governo. Da libero pensatore o da segretario politico può far quello che vuole. Ma un presidente della Camera non può essere uomo di parte... Quello che vorrei è che sentisse l'esigenza morale oltre che politica e istituzionale dell'incompatibilità. Non è pensabile che chi siede sul più alto scranno della Camera possa generare il dubbio di utilizzare quel suo ruolo a fini di lotta politica interna o addirittura a fini di logoramento della maggioranza che l'ha eletto. A quel punto, meglio andare al voto senza trucchi e senza inganni, assumendosi ognuno le proprie responsabilità».E se il capo dello Stato avesse davvero avuto a cuore la stabilità del Paese e la tenuta della legislatura, e voluto scongiurare l'ipotesi delle elezioni - che certo non è Berlusconi a volere, sapendo che rappresentano comunque un rischio - avrebbe dovuto chiamare Fini a rispondere del suo uso politico della carica istituzionale che ricopre, fino ad imporgli le dimissioni. Detto questo, credo che sbaglino gli esponenti di centrodestra a insistere sulla cosiddetta "costituzione materiale". A suggerire il ritorno alle urne - in caso di crisi di governo e di indisponibilità di Pdl e Lega a formare nuovi esecutivi - è la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, a prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico.
Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini).
UPDATE ore 19:44
Un sempre più ridicolo Bocchino costretto a ben due precisazioni nell'arco di poche ore. La prima per correggere il tiro: non di una sostituzione della Lega con i centristi si tratterebbe ma di un «democratico allargamento della maggioranza»; la seconda, da cui fa sparire il riferimento ai «moderati del Pd ormai delusi», resa necessaria dalla netta dissociazione di tre finiani (Moffa, Viespoli e Menia).
Thursday, August 19, 2010
Non proprio delle aquile/2
Seconda puntata dell'"illuminazione" di Filippo Rossi, che sembra giungere al traguardo del suo - immaginiamo travagliato (o travagliesco?) - percorso interiore di presa di coscienza della vera natura del "berlusconismo". Ormai è chiaro, scrive Rossi, che il berlusconismo «coincide con il dossieraggio e con i ricatti», con gli «editti bulgari», con «la propaganda stupida e intontita», con «slogan, signorsì e canzoncine ebeti da spot pubblicitario». Ma stavolta la dice tutta: per sedici anni ci siamo sbagliati, avevano ragione gli «antiberlusconiani di professione», ammette Rossi, confessando i propri «sensi di colpa», e anche «un pizzico di vergogna», «per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa».
Ben risvegliati! Ecco la destra moderna che stanno cucinando quelli di Fare Futuro. Per carità, non è mai troppo tardi per correggersi, o convertirsi, ma in questi sedici anni sono stati decine, centinaia, i giornali, le trasmissioni tv, i partiti, i pm, gli intellettuali, che denunciavano al mondo intero il berlusconismo. Quindi, le cose sono due: o la politica non è il loro mestiere; o questo improvviso ravvedimento cela motivazioni un poco più prosaiche. In ogni caso, l'antiberlusconismo ha pagato poco a sinistra, figuriamoci a destra... Auguri.
UPDATE - In serata arrivano le dissociazioni dall'editoriale di Rossi, da cui in realtà i parlamentari finiani non si dissociano mica tanto. Il deputato e coordinatore di Fli Silvano Moffa si "dissocia totalmente", ma non entra nel merito dei giudizi sul berlusconismo. I capigruppo di Fli alla Camera e al Senato, Italo Bocchino e Pasquale Viespoli, ci tengono a far sapere che non si fanno dettare la linea da Filippo Rossi, se la prendono con chi tenta di alimentare la polemica su quelle che definiscono «libere e personali riflessioni intellettuali», ma nel merito non vanno oltre un «fuori misura». Pare di capire che abbiano ritenuto l'articolo di Rossi sbagliato nei toni ma non nella sostanza. Elusivo il commento di Urso, che di Fare Futuro è il segretario generale e che la mattina stessa aveva fatto delle aperture sulla giustizia: si tratta del «commento di un giornalista, il giudizio su Berlusconi e su di noi lo daranno gli storici, che come sempre si divideranno». Insomma, personalmente credo che il ravvedimento di Rossi non sia minoritario tra i finiani, ed è questo il problema (la frustrazione di Fini e dei suoi nei confronti della leadership di Berlusconi ha finito per sfociare nell'antiberlusconismo), non c'entrano nulla questioni politiche su cui tra l'altro sono più divisi tra di loro di quanto lo sia il Pdl.
Ben risvegliati! Ecco la destra moderna che stanno cucinando quelli di Fare Futuro. Per carità, non è mai troppo tardi per correggersi, o convertirsi, ma in questi sedici anni sono stati decine, centinaia, i giornali, le trasmissioni tv, i partiti, i pm, gli intellettuali, che denunciavano al mondo intero il berlusconismo. Quindi, le cose sono due: o la politica non è il loro mestiere; o questo improvviso ravvedimento cela motivazioni un poco più prosaiche. In ogni caso, l'antiberlusconismo ha pagato poco a sinistra, figuriamoci a destra... Auguri.
UPDATE - In serata arrivano le dissociazioni dall'editoriale di Rossi, da cui in realtà i parlamentari finiani non si dissociano mica tanto. Il deputato e coordinatore di Fli Silvano Moffa si "dissocia totalmente", ma non entra nel merito dei giudizi sul berlusconismo. I capigruppo di Fli alla Camera e al Senato, Italo Bocchino e Pasquale Viespoli, ci tengono a far sapere che non si fanno dettare la linea da Filippo Rossi, se la prendono con chi tenta di alimentare la polemica su quelle che definiscono «libere e personali riflessioni intellettuali», ma nel merito non vanno oltre un «fuori misura». Pare di capire che abbiano ritenuto l'articolo di Rossi sbagliato nei toni ma non nella sostanza. Elusivo il commento di Urso, che di Fare Futuro è il segretario generale e che la mattina stessa aveva fatto delle aperture sulla giustizia: si tratta del «commento di un giornalista, il giudizio su Berlusconi e su di noi lo daranno gli storici, che come sempre si divideranno». Insomma, personalmente credo che il ravvedimento di Rossi non sia minoritario tra i finiani, ed è questo il problema (la frustrazione di Fini e dei suoi nei confronti della leadership di Berlusconi ha finito per sfociare nell'antiberlusconismo), non c'entrano nulla questioni politiche su cui tra l'altro sono più divisi tra di loro di quanto lo sia il Pdl.
Wednesday, August 11, 2010
Finiani divisi e Bersani "frontista"
E' continuata anche oggi l'improvvisa presa di coscienza dei "finiani": si sono accorti del «plurimputato Berlusconi» e del suo conflitto di interessi. Le intenzioni, le tentazioni, o meglio le illusioni dei "finiani" emergono dalla rabbiosa reazione di Bocchino alle richieste di dimissioni di Fini che giungono dal Pdl (più per l'incompatibilità del ruolo di "capofazione" con la carica di presidente della Camera che per la casa a Montecarlo). Se da una parte provoca (Berlusconi con tutti i suoi ministri inquisiti, e non Fini, si dovrebbe dimettere), dall'altra Bocchino pretende una verifica di metà legislatura, un vertice di maggioranza dei tre gruppi, mostrando come il vero intento dei "finiani" non è certo correre dagli elettori a far benedire la loro operazione, ma ricostituire quella rendita di posizione e quella forza di interdizione da "Prima Repubblica" di cui hanno goduto An e Udc nel centrodestra e che sono venute meno con il partito unico.
Ma i più esasperati tra i "finiani" fanno anche capire che non disdegnerebbero il "ribaltone": non è detto che il voto sia lo sbocco di una eventuale crisi di governo, avverte Bocchino, può darsi anche che l'istinto di autoconservazione porti le forze di minoranza a trovare l'accordo per un governo tecnico o di transizione. Briguglio al Tg3 denuncia il «golpe istituzionale» di Berlusconi contro Fini, un'emergenza tale da spingerlo a ipotizzare un «governo di garanzia» per il quale propone anche un premier (il presidente dell'Antimafia Beppe Pisanu). Ma i "finiani" non sono poi così compatti. Accanto agli scalmanati, infatti, ci sono i più dialoganti Moffa e Conte alla Camera, i membri del governo Ronchi, Viespoli e Menia, e i dieci senatori, che oggi con una nota si sono palesemente distinti dai comportamenti degli estremisti, tentando di riportare il confronto su un piano più politico.
Difficilissima, quasi proibitiva, la strada verso un governo diverso da quello Berlusconi in questa legislatura, e oggi Bossi è tornato a escludere in modo sprezzante tali ipotesi. Ma conviene un po' a tutte le forze di opposizione dare a Berlusconi l'impressione che la volontà ci sarebbe. Temendo le urne, sperano infatti che temendo manovre strane il premier non provochi la crisi e si faccia logorare dai "finiani". Anche Di Pietro, l'unico dell'opposizione a chiedere il voto prima possibile, adesso si dice disponibile a un governo tecnico, a termine, per riformare la legge elettorale e garantire il pluralismo dell'informazione. Bersani avverte che in caso di crisi «la parola passerebbe al capo dello Stato e al Parlamento» e «il 'golpista' è chi nega questo e non chi lo afferma».
Ma se le elezioni fossero inevitabili, il Pd non si farebbe cogliere impreparato, cerca di far credere il segretario: chiamerebbe tutte «le forze del centrosinistra e dell'opposizione per una strategia comune di cui siamo già pronti a proporre e a discutere le basi politiche e programmatiche». Insomma, il Pd di Bersani pensa a un variopinto cartello elettorale, il più ampio possibile, il fronte comune in nome dell'antiberlusconismo («liberiamoci di Berlusconi», è la sua la parola d'ordine). D'altronde, è l'unico modo per il Pd di conservare una certa centralità tra le opposizioni, perché se esclude il centro o la sinistra dai suoi orizzonti rischia di trovarsi schiacciato o troppo a sinistra o troppo al centro. Auguri.
Ma i più esasperati tra i "finiani" fanno anche capire che non disdegnerebbero il "ribaltone": non è detto che il voto sia lo sbocco di una eventuale crisi di governo, avverte Bocchino, può darsi anche che l'istinto di autoconservazione porti le forze di minoranza a trovare l'accordo per un governo tecnico o di transizione. Briguglio al Tg3 denuncia il «golpe istituzionale» di Berlusconi contro Fini, un'emergenza tale da spingerlo a ipotizzare un «governo di garanzia» per il quale propone anche un premier (il presidente dell'Antimafia Beppe Pisanu). Ma i "finiani" non sono poi così compatti. Accanto agli scalmanati, infatti, ci sono i più dialoganti Moffa e Conte alla Camera, i membri del governo Ronchi, Viespoli e Menia, e i dieci senatori, che oggi con una nota si sono palesemente distinti dai comportamenti degli estremisti, tentando di riportare il confronto su un piano più politico.
Difficilissima, quasi proibitiva, la strada verso un governo diverso da quello Berlusconi in questa legislatura, e oggi Bossi è tornato a escludere in modo sprezzante tali ipotesi. Ma conviene un po' a tutte le forze di opposizione dare a Berlusconi l'impressione che la volontà ci sarebbe. Temendo le urne, sperano infatti che temendo manovre strane il premier non provochi la crisi e si faccia logorare dai "finiani". Anche Di Pietro, l'unico dell'opposizione a chiedere il voto prima possibile, adesso si dice disponibile a un governo tecnico, a termine, per riformare la legge elettorale e garantire il pluralismo dell'informazione. Bersani avverte che in caso di crisi «la parola passerebbe al capo dello Stato e al Parlamento» e «il 'golpista' è chi nega questo e non chi lo afferma».
Ma se le elezioni fossero inevitabili, il Pd non si farebbe cogliere impreparato, cerca di far credere il segretario: chiamerebbe tutte «le forze del centrosinistra e dell'opposizione per una strategia comune di cui siamo già pronti a proporre e a discutere le basi politiche e programmatiche». Insomma, il Pd di Bersani pensa a un variopinto cartello elettorale, il più ampio possibile, il fronte comune in nome dell'antiberlusconismo («liberiamoci di Berlusconi», è la sua la parola d'ordine). D'altronde, è l'unico modo per il Pd di conservare una certa centralità tra le opposizioni, perché se esclude il centro o la sinistra dai suoi orizzonti rischia di trovarsi schiacciato o troppo a sinistra o troppo al centro. Auguri.
Thursday, July 15, 2010
Di "P3" e altra noiosissima fuffa
Mai vista tanta fuffa in giro, e tanti creduloni finti o veri come in questo periodo. Che barba che noia, per fortuna che tra poco stacco per qualche giorno, ma non sarà mai abbastanza per trovare qualcosa di diverso al mio ritorno. C'è ancora chi crede che le vicende cui assistiamo da giorni abbiano a che fare con la legalità, o con l'etica addirittura. Si tratta invece di meschine lotte di potere all'interno di un partito, su cui le opposizioni fuori e dentro il Parlamento tentano pateticamente di far leva. Non credo che ci siano politici - di primo piano o di sottobosco - imprenditori, intrallazzatori o millantatori di ogni genere che non abbiano mai attivato le proprie conoscenze - vere o presunte - per ottenere un favore (a buon rendere), un aiuto, una raccomandazione, una certa nomina o una decisione gradita, o anche solo un briciolo di notorietà in questo teatrino. Piaccia o non piaccia, la politica è anche questo. Il guaio è quando è solo questo, ma qui si apre un altro discorso, che su questo blog ho già trattato parecchie volte: più girano soldi, più è grande la somma di denari che lo Stato - quindi la politica - si trova a gestire, più questo circo cresce di dimensioni e di intensità, e non ci puoi fare niente.
Ma il guaio è anche quando per ipocrisia o interesse si guarda da una parte sola. Ed ecco un gruppo di sfigati che diventano i "furbetti" dell'eolico, mentre non si va a rovistare tra le telefonate e i contatti mossi dai veri padroni dell'eolico in Italia. Poco importa che il termine "cricca" sia emerso da un'intercettazione in cui ci si lamenta del fatto che se non sei amico di Veltroni o Rutelli non lavori; poco importa che i giudici della Consulta - come d'altra parte tutti, giudici e politici - non vivono sotto una campana di vetro, hanno le loro frequentazioni, i loro contatti, persino le loro idee politiche. Solo che certi contatti diventano un'associazione segreta eversiva, altri li chiamano salotti buoni. Cosa importa se un presidente della Camera abusa sfacciatamente della sua carica istituzionale per mettere in difficoltà il suo avversario all'interno del suo partito, che guarda caso è anche premier (ma i "guardiani" della Costituzione tacciono). Stiamo oltrepassando il senso del ridicolo.
Tutti colpevoli nessun colpevole? Mai, questo mai. Ma ho la vaga sensazione che tra qualche mese o anno sarà più o meno questo il verdetto che uscirà dalle sentenze, quelle vere, emesse dai tribunali. E noi staremo qui a polemizzare sui trafiletti che i giornali avranno dedicato ai proscioglimenti o alle assoluzioni di quanti oggi vengono additati al pubblico ludibrio. Personaggi sgradevoli quanto si vuole, poco presentabili, con la sola colpa di sgomitare, come tutti, ma per il verso politicamente scorretto. Qui non si hanno certezze, ma diciamo che visti i precedenti non scommetterei i famosi due euri su condanne eclatanti. Intanto, però, il polverone di questi giorni sarà servito ai disegni di molti. Va bene così, dimissioni a go-go, godetene tutti, date sfogo al vostro moralismo, nutrite la bestia, ma poi non lamentatevi quando capiterà a voi.
A Bocchino è già capitato di finire nel tritacarne per le sue frequentazioni e qualche telefonata un po' ingenua, e dovrebbe ringraziare il fatto che all'epoca nel suo partito di Bocchino come oggi non ce ne fossero. Granata fa il moralista a Roma, ma in Sicilia quanto si sentiva a suo agio da assessore nella giunta dell'indagato per mafia Cuffaro... e quanto si sente a suo agio ancora oggi, a sostenere l'indagato Lombardo. E' vero, le stagioni politiche cambiano, le idee anche, ed è legittimo, per carità, ma se cominciano a sventolare come bandierine da un mese all'altro, qualche sospetto dovrebbe cominciare a sorgere.
Devo dire che qui si era capito da mesi quale sarebbe stato il vero punto di rottura di Fini. Certo non questioni come l'immigrazione, la cittadinanza, la bioetica, il Mezzogiorno, la politica economica, temi su cui il Pdl è in grado di assorbire posizioni diverse. Ciò su cui non è possibile alcuna mediazione, almeno finché c'è Berlusconi, è il no al giustizialismo. Fini, con buona pace di Ferrara, ha trovato nella legalità l'arma perfetta per la sua guerriglia di logoramento a Berlusconi. Perché è pur sempre un tema "di destra", e perché può trovare preziosi fiancheggiatori dentro e fuori il Parlamento: può sfruttare gli spunti offerti da procure e gazzette delle procure, e pazienza se il prezzo da pagare è venire sfruttato a sua volta.
E' anche vero che il governo ci sta mettendo del suo. Solo una manica di incapaci buoni a nulla può farsi dare dell'"imbavagliatore" per due anni per portare a casa una legge inutile, quando avrebbe potuto metter mano ad una vera e trasparente riforma complessiva della giustizia che prevedesse, tra le altre cose, pesanti disincentivi in capo ai magistrati per scoraggiare fughe di notizie durante le indagini. Non che sarebbe servito ad evitare le polemiche, ma almeno avrebbero combattuto per qualcosa di davvero efficace.
Ormai al giustizialismo ci siamo assuefatti. Fini ha dato la stura a tutti i forcaioli di destra. Lo cavalca per rifarsi una verginità politica (prima era il fascismo, oggi il berlusconismo), ma la cosa patetica è che non si rende conto che, dovesse un giorno arrivare dove spera di arrivare (non succede, ma se succede...), verrà spazzato via in men che non di dica dalla bestia che lui stesso sta contribuendo ad alimentare. Auguri.
Ma il guaio è anche quando per ipocrisia o interesse si guarda da una parte sola. Ed ecco un gruppo di sfigati che diventano i "furbetti" dell'eolico, mentre non si va a rovistare tra le telefonate e i contatti mossi dai veri padroni dell'eolico in Italia. Poco importa che il termine "cricca" sia emerso da un'intercettazione in cui ci si lamenta del fatto che se non sei amico di Veltroni o Rutelli non lavori; poco importa che i giudici della Consulta - come d'altra parte tutti, giudici e politici - non vivono sotto una campana di vetro, hanno le loro frequentazioni, i loro contatti, persino le loro idee politiche. Solo che certi contatti diventano un'associazione segreta eversiva, altri li chiamano salotti buoni. Cosa importa se un presidente della Camera abusa sfacciatamente della sua carica istituzionale per mettere in difficoltà il suo avversario all'interno del suo partito, che guarda caso è anche premier (ma i "guardiani" della Costituzione tacciono). Stiamo oltrepassando il senso del ridicolo.
Tutti colpevoli nessun colpevole? Mai, questo mai. Ma ho la vaga sensazione che tra qualche mese o anno sarà più o meno questo il verdetto che uscirà dalle sentenze, quelle vere, emesse dai tribunali. E noi staremo qui a polemizzare sui trafiletti che i giornali avranno dedicato ai proscioglimenti o alle assoluzioni di quanti oggi vengono additati al pubblico ludibrio. Personaggi sgradevoli quanto si vuole, poco presentabili, con la sola colpa di sgomitare, come tutti, ma per il verso politicamente scorretto. Qui non si hanno certezze, ma diciamo che visti i precedenti non scommetterei i famosi due euri su condanne eclatanti. Intanto, però, il polverone di questi giorni sarà servito ai disegni di molti. Va bene così, dimissioni a go-go, godetene tutti, date sfogo al vostro moralismo, nutrite la bestia, ma poi non lamentatevi quando capiterà a voi.
A Bocchino è già capitato di finire nel tritacarne per le sue frequentazioni e qualche telefonata un po' ingenua, e dovrebbe ringraziare il fatto che all'epoca nel suo partito di Bocchino come oggi non ce ne fossero. Granata fa il moralista a Roma, ma in Sicilia quanto si sentiva a suo agio da assessore nella giunta dell'indagato per mafia Cuffaro... e quanto si sente a suo agio ancora oggi, a sostenere l'indagato Lombardo. E' vero, le stagioni politiche cambiano, le idee anche, ed è legittimo, per carità, ma se cominciano a sventolare come bandierine da un mese all'altro, qualche sospetto dovrebbe cominciare a sorgere.
Devo dire che qui si era capito da mesi quale sarebbe stato il vero punto di rottura di Fini. Certo non questioni come l'immigrazione, la cittadinanza, la bioetica, il Mezzogiorno, la politica economica, temi su cui il Pdl è in grado di assorbire posizioni diverse. Ciò su cui non è possibile alcuna mediazione, almeno finché c'è Berlusconi, è il no al giustizialismo. Fini, con buona pace di Ferrara, ha trovato nella legalità l'arma perfetta per la sua guerriglia di logoramento a Berlusconi. Perché è pur sempre un tema "di destra", e perché può trovare preziosi fiancheggiatori dentro e fuori il Parlamento: può sfruttare gli spunti offerti da procure e gazzette delle procure, e pazienza se il prezzo da pagare è venire sfruttato a sua volta.
E' anche vero che il governo ci sta mettendo del suo. Solo una manica di incapaci buoni a nulla può farsi dare dell'"imbavagliatore" per due anni per portare a casa una legge inutile, quando avrebbe potuto metter mano ad una vera e trasparente riforma complessiva della giustizia che prevedesse, tra le altre cose, pesanti disincentivi in capo ai magistrati per scoraggiare fughe di notizie durante le indagini. Non che sarebbe servito ad evitare le polemiche, ma almeno avrebbero combattuto per qualcosa di davvero efficace.
Ormai al giustizialismo ci siamo assuefatti. Fini ha dato la stura a tutti i forcaioli di destra. Lo cavalca per rifarsi una verginità politica (prima era il fascismo, oggi il berlusconismo), ma la cosa patetica è che non si rende conto che, dovesse un giorno arrivare dove spera di arrivare (non succede, ma se succede...), verrà spazzato via in men che non di dica dalla bestia che lui stesso sta contribuendo ad alimentare. Auguri.
Thursday, June 17, 2010
Manovra accerchiata
No, non mi fido. Non mi fido dei cambiamenti che da più parti si vorrebbero apportare alla manovra, per lo più in nome della crescita. A saldi invariati, il governo si dice aperto a contributi e modifiche migliorative. Quindi, ben vengano altri tagli, ma qui e là si riaffacciano brutti modi di ri-spendere subito le poche risorse raccolte. La manovra va difesa così com'è, purtroppo in Italia non c'è spazio per i distinguo, perché nel dibattito su come migliorarla si nascondono in troppi che vogliono solo annacquarla per favorire le loro clientele. Se si apre un pertugio, non si sa mai chi ci si può infilare.
I 'finiani', per esempio, abboccano in toto alla versione keynesiana di Bankitalia secondo cui ogni cent tagliato di spesa pubblica frena la crescita, già fioca, e quindi giù con le proposte per sostenerla, rischiando però di ricadere nel vizio dei pacchetti di stimolo (per giunta con pochissime risorse). In breve, la ricetta prevederebbe non meglio identificati investimenti "tecnologici" qui e là e il ritorno del credito d'imposta per le imprese, a sostituire, scrivono, la «marea di miliardi di euro che ogni anno lo Stato dà alle imprese sotto forma di contributi a fondo perduto». Ma Lakeside Capital si è già incaricato di segnalare le controdindicazioni di questa politica. E il dubbio è che i maggiori tagli proposti (ripeto: ben vengano) servano a dispensare gli amati statali dai "sacrifici" previsti dalla manovra, come si poteva facilmente scorgere in un post di due giorni fa dell'on. Bocchino.
Diffido anche delle reali intenzioni delle regioni e delle buone ragioni di bravi governatori come Formigoni. E' vero che tagli uguali per tutte le regioni, in proporzione ai trasferimenti ricevuti, non è il migliore dei modi di procedere, perché non si distingue tra virtuosi e viziosi, premiando i primi e colpendo i secondi. Ma, primo, anche nelle regioni più virtuose la spesa è tale che esistono ampi margini per tagliare (pensioni di invalidità, eccessi di personale, sussidi vari, enti e imprese inutili); secondo, proviamo solo ad immaginare cosa accadrebbe se il governo, d'un tratto, dicesse, alla Lombardia che è stata brava togliamo 5, e alla Calabria che è stata pessima togliamo 15, e in mezzo tutte le altre. E' vero che sarebbe questa una logica coerente con il federalismo fiscale, ma per ora il meccanismo ancora non c'è e un criterio simile per questa manovra sarebbe visto come ancora più arbitrario.
Resta inoltre un pesante interrogativo. Se Tremonti e Berlusconi hanno dall'inizio assicurato disponibilità a discutere sul come tagliare, fermo restando il quanto, non dovrebbero esserci problemi. Perché, se il problema è davvero non punire le regioni virtuose, la Conferenza delle Regioni non propone al governo un meccanismo per cui i tagli colpiscano meno chi ha ben governato? Dunque, o mentono Tremonti e Berlusconi (non sono disponibili a discutere, neanche sul come), oppure le regioni ci marciano: in realtà, vogliono solo subire minori tagli complessivamente, e non distribuirli in modo più intelligente e meritocratico.
I 'finiani', per esempio, abboccano in toto alla versione keynesiana di Bankitalia secondo cui ogni cent tagliato di spesa pubblica frena la crescita, già fioca, e quindi giù con le proposte per sostenerla, rischiando però di ricadere nel vizio dei pacchetti di stimolo (per giunta con pochissime risorse). In breve, la ricetta prevederebbe non meglio identificati investimenti "tecnologici" qui e là e il ritorno del credito d'imposta per le imprese, a sostituire, scrivono, la «marea di miliardi di euro che ogni anno lo Stato dà alle imprese sotto forma di contributi a fondo perduto». Ma Lakeside Capital si è già incaricato di segnalare le controdindicazioni di questa politica. E il dubbio è che i maggiori tagli proposti (ripeto: ben vengano) servano a dispensare gli amati statali dai "sacrifici" previsti dalla manovra, come si poteva facilmente scorgere in un post di due giorni fa dell'on. Bocchino.
Diffido anche delle reali intenzioni delle regioni e delle buone ragioni di bravi governatori come Formigoni. E' vero che tagli uguali per tutte le regioni, in proporzione ai trasferimenti ricevuti, non è il migliore dei modi di procedere, perché non si distingue tra virtuosi e viziosi, premiando i primi e colpendo i secondi. Ma, primo, anche nelle regioni più virtuose la spesa è tale che esistono ampi margini per tagliare (pensioni di invalidità, eccessi di personale, sussidi vari, enti e imprese inutili); secondo, proviamo solo ad immaginare cosa accadrebbe se il governo, d'un tratto, dicesse, alla Lombardia che è stata brava togliamo 5, e alla Calabria che è stata pessima togliamo 15, e in mezzo tutte le altre. E' vero che sarebbe questa una logica coerente con il federalismo fiscale, ma per ora il meccanismo ancora non c'è e un criterio simile per questa manovra sarebbe visto come ancora più arbitrario.
Resta inoltre un pesante interrogativo. Se Tremonti e Berlusconi hanno dall'inizio assicurato disponibilità a discutere sul come tagliare, fermo restando il quanto, non dovrebbero esserci problemi. Perché, se il problema è davvero non punire le regioni virtuose, la Conferenza delle Regioni non propone al governo un meccanismo per cui i tagli colpiscano meno chi ha ben governato? Dunque, o mentono Tremonti e Berlusconi (non sono disponibili a discutere, neanche sul come), oppure le regioni ci marciano: in realtà, vogliono solo subire minori tagli complessivamente, e non distribuirli in modo più intelligente e meritocratico.
Monday, June 14, 2010
Soccorso finiano
Ecco come un 'finiano' che si reputa più furbo degli altri cerca di passare per uno che chiede di «abbassare le tasse», mentre sta solo cercando di salvare i dipendenti pubblici dai "sacrifici" della manovra. Sarebbe lodevole l'intenzione di tagliare di più la spesa per poterci permettere «sgravi fiscali» alle imprese e alle famiglie (applicando nei confronti di queste ultime «il primo modulo del quoziente familiare»). Se non fosse che il titolo («Tagliare gli sprechi e abbassare le tasse») nasconde la vera preoccupazione dell'on. Bocchino, che si scorge proseguendo nella lettura: «E' meglio bloccare la spesa delle regioni ai parametri dell'anno precedente che prendercela con gli statali e i pensionati».
Bocchino propone di bloccare ai livelli del 2009 la spesa per l'acquisto di «beni e servizi». Non so dire se ciò produrrebbe, come sostiene, un risparmio di 15 miliardi, ma so che regioni ed enti locali contribuiscono già con tagli ai trasferimenti pari a circa 13 miliardi in due anni, e i ministeri con tagli ai bilanci del 10 per cento. Tagli cui adempiranno presumibilmente con una contrazione degli acquisti di beni e servizi. Per carità, ovunque si tagli qui si è contenti e si è convinti che margini per tagliare ancora ce ne siano eccome. Ma come risponderebbe, l'on. Bocchino, ad un'opposizione che gridasse al taglio di materiale scolastico, di garze e siringhe, di benzina per le auto della polizia? E non è stato forse qualche 'finiano' a fare della demagogia proprio sulle auto della polizia a corto di carburante?
Secondo Bocchino, la manovra «frena di circa l'1% la crescita del Pil» (Bankitalia dice forse - solo forse - lo 0,5% in due anni) e «rappresenta un taglio di un 2% circa allo sviluppo dell'economia italiana» (qui non capiamo proprio a cosa si riferisca). Bocchino si preoccupa molto dell'impatto recessivo della manovra, ma ammesso e non concesso che ad ogni cent di spesa pubblica in meno corrisponda automaticamente (e molto keynesianamente) una riduzione del Pil, i tagli da lui proposti a ben vedere aggraverebbero questo presunto effetto recessivo, annullando di fatto l'effetto pro-crescita degli sgravi fiscali per imprese e famiglie che vuole finanziarci. Quei 15 miliardi in meno di spesa in «beni e servizi», infatti, sarebbero altrettanti minori incassi per chi produce quei «beni e servizi».
Se si parte dal presupposto che tagliare la spesa pubblica significa frenare la crescita, dove si taglia non è così importante. Bocchino propone solo di spostare i tagli dagli statali (in realtà il blocco degli aumenti di stipendi cresciuti del 40% negli ultimi 10 anni) ai fornitori di beni e servizi per la pubblica amministrazione, cioè quelle imprese che poi vorrebbe aiutare con gli sgravi fiscali. Un'operazione legittima, ma che poco ha a che vedere con la crescita e molto più con il proprio elettorato di riferimento, e in perfetta continuità con le grane che piantò nel 2005 l'An di Fini per garantire agli statali il massimo dell'aumento. E qui si scommette che a breve rispunterà tra i finiani l'idea di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie.
Bocchino propone di bloccare ai livelli del 2009 la spesa per l'acquisto di «beni e servizi». Non so dire se ciò produrrebbe, come sostiene, un risparmio di 15 miliardi, ma so che regioni ed enti locali contribuiscono già con tagli ai trasferimenti pari a circa 13 miliardi in due anni, e i ministeri con tagli ai bilanci del 10 per cento. Tagli cui adempiranno presumibilmente con una contrazione degli acquisti di beni e servizi. Per carità, ovunque si tagli qui si è contenti e si è convinti che margini per tagliare ancora ce ne siano eccome. Ma come risponderebbe, l'on. Bocchino, ad un'opposizione che gridasse al taglio di materiale scolastico, di garze e siringhe, di benzina per le auto della polizia? E non è stato forse qualche 'finiano' a fare della demagogia proprio sulle auto della polizia a corto di carburante?
Secondo Bocchino, la manovra «frena di circa l'1% la crescita del Pil» (Bankitalia dice forse - solo forse - lo 0,5% in due anni) e «rappresenta un taglio di un 2% circa allo sviluppo dell'economia italiana» (qui non capiamo proprio a cosa si riferisca). Bocchino si preoccupa molto dell'impatto recessivo della manovra, ma ammesso e non concesso che ad ogni cent di spesa pubblica in meno corrisponda automaticamente (e molto keynesianamente) una riduzione del Pil, i tagli da lui proposti a ben vedere aggraverebbero questo presunto effetto recessivo, annullando di fatto l'effetto pro-crescita degli sgravi fiscali per imprese e famiglie che vuole finanziarci. Quei 15 miliardi in meno di spesa in «beni e servizi», infatti, sarebbero altrettanti minori incassi per chi produce quei «beni e servizi».
Se si parte dal presupposto che tagliare la spesa pubblica significa frenare la crescita, dove si taglia non è così importante. Bocchino propone solo di spostare i tagli dagli statali (in realtà il blocco degli aumenti di stipendi cresciuti del 40% negli ultimi 10 anni) ai fornitori di beni e servizi per la pubblica amministrazione, cioè quelle imprese che poi vorrebbe aiutare con gli sgravi fiscali. Un'operazione legittima, ma che poco ha a che vedere con la crescita e molto più con il proprio elettorato di riferimento, e in perfetta continuità con le grane che piantò nel 2005 l'An di Fini per garantire agli statali il massimo dell'aumento. E qui si scommette che a breve rispunterà tra i finiani l'idea di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie.
Friday, May 14, 2010
Generazione Italia continua a far danni (a Fini)
Prima la gaffe sull'interventismo del presidente della Camera che dovrebbe essere accettabile in ragione del ruolo che ha la Speaker della Camera Nancy Pelosi negli Stati Uniti (notoriamente il "controcanto" di Obama ed espressione della minoranza del partito...); oggi Generazione Italia ci delizia con nuovi paralleli-autogol, non facendo certo un favore a Gianfranco Fini. A prescindere dal merito della lettera di Bondi oggi a Il Foglio, sono le pietre di paragone che utilizza Bocchino nella sua replica a destare serie perplessità. Personalmente ritengo più che ammissibile lavorare ad «un'altra destra» dall'interno del Pdl (e quella che auspico è infinitamente più lontana da quella di oggi rispetto a quanto lo sia l'idea di destra che coltivano i 'finiani'), anche se Bocchino ci fa sapere che «non è così, o meglio non è proprio così».
Ci ricorda le due diversissime idee di destra che si fronteggiavano nel Gop negli anni '60, nei Tories negli anni '70, e in tempi più recenti in Francia tra Chirac e la "rupture" di Sarkozy. Duelli che «hanno creato grandi discussioni interne ai rispettivi partiti». Certamente grandi e laceranti confronti. Potrei sbagliarmi, ma non mi risulta che qualcuno nel Gop, o la Thatcher, o Sarkozy, abbiano dato vita ad un movimento nel loro partito aprendo sedi in tutto il Paese, istituendo un comitato nazionale e responsabili regionali propri, né abbiano minacciato di costituire propri gruppi parlamentari. Né che abbiano assunto cariche istituzionali da dove impallinare tutti i giorni la politica del governo sostenuto dal loro partito. E se qualcuno proprio non ne può più, sfida il partito in campo aperto candidandosi da indipendente, per dimostrare che gli elettori di centrodestra sono con lui e non con la "linea ufficiale".
Più insistono con questo genere di paragoni, più si danno torto da soli. Tra Hillary Clinton e Obama si sono svolte «primarie sanguinosissime», ma la Clinton è entrata al governo, non si è appollaiata su una comoda carica onorifica per sparare a zero un giorno sì e l'altro pure sul presidente, vagheggiando di «un'altra sinistra», nonostante tutti sappiano benissimo quanto la separi da Obama.
Nelle democrazie mature e bipartitiche (quelle citate da Bocchino) le guerre di successione alla leadership nei grandi partiti, i laceranti confronti su quale idea di destra o di sinistra debba prevalere, si aprono dopo le sconfitte elettorali. Quando si governa, il partito quasi scompare, esistono solo gli eletti. Alle diverse visioni nessuno rinuncia, ma rimangono quasi sotto-traccia. Il dibattito non manca di certo, e ciascuno continua a perseguire l'idea di destra che ritiene, ma nessuno si permette di scommettere sulle "bombe" giudiziarie alla Spatuzza, o di tentare la via del logoramento, autolesionista per tutti.
Ci ricorda le due diversissime idee di destra che si fronteggiavano nel Gop negli anni '60, nei Tories negli anni '70, e in tempi più recenti in Francia tra Chirac e la "rupture" di Sarkozy. Duelli che «hanno creato grandi discussioni interne ai rispettivi partiti». Certamente grandi e laceranti confronti. Potrei sbagliarmi, ma non mi risulta che qualcuno nel Gop, o la Thatcher, o Sarkozy, abbiano dato vita ad un movimento nel loro partito aprendo sedi in tutto il Paese, istituendo un comitato nazionale e responsabili regionali propri, né abbiano minacciato di costituire propri gruppi parlamentari. Né che abbiano assunto cariche istituzionali da dove impallinare tutti i giorni la politica del governo sostenuto dal loro partito. E se qualcuno proprio non ne può più, sfida il partito in campo aperto candidandosi da indipendente, per dimostrare che gli elettori di centrodestra sono con lui e non con la "linea ufficiale".
Più insistono con questo genere di paragoni, più si danno torto da soli. Tra Hillary Clinton e Obama si sono svolte «primarie sanguinosissime», ma la Clinton è entrata al governo, non si è appollaiata su una comoda carica onorifica per sparare a zero un giorno sì e l'altro pure sul presidente, vagheggiando di «un'altra sinistra», nonostante tutti sappiano benissimo quanto la separi da Obama.
Nelle democrazie mature e bipartitiche (quelle citate da Bocchino) le guerre di successione alla leadership nei grandi partiti, i laceranti confronti su quale idea di destra o di sinistra debba prevalere, si aprono dopo le sconfitte elettorali. Quando si governa, il partito quasi scompare, esistono solo gli eletti. Alle diverse visioni nessuno rinuncia, ma rimangono quasi sotto-traccia. Il dibattito non manca di certo, e ciascuno continua a perseguire l'idea di destra che ritiene, ma nessuno si permette di scommettere sulle "bombe" giudiziarie alla Spatuzza, o di tentare la via del logoramento, autolesionista per tutti.
Thursday, April 29, 2010
Il piano di Fini-san
Fin dalle prime ore dello strappo, la sensazione era stata che Fini avesse perso le staffe quando, già frustrato dal suo ruolo di eterno secondo, si è visto retrocedere in terza, se non in quarta posizione. Il suo malessere deriva oltre che da una irriducibile diversità da Berlusconi, dall'insicurezza di riuscire a succedergli come leader del centrodestra, accentuata da voci e ipotesi balenate sull'onda degli entusiasmi per il successo elettorale. Si è sentito ancor più superfluo e messo in un angolo, trascurato. Ha percepito che continuando così le cose, sarebbe stato sempre più marginalizzato e oscurato da altre personalità - su tutte Giulio Tremonti, perfetto trait d'union tra Lega e berlusconismo - e ipotesi, come quella di un premier leghista con Berlusconi presidente. Per cui, anche se le regionali non sono andate come sperava, ha dato inizio al "piano"...
Questa mattina arriva una conferma. Sulla base delle confidenze di alcuni ex fedelissimi del presidente della Camera, Libero ricostruisce quello che chiama «il piano di Fini contro il Pdl», con tanto di «colloqui» con Pier Ferdinando Casini e con Francesco Rutelli. Scrive Franco Bechis:
Invece di covare rancore, avrebbe dovuto porre a Berlusconi due o tre richieste concrete, obiettivi di governo da portare a casa e che potessero caratterizzarlo in chiave futura. Queste sì che sarebbero state questioni comprensibili e utili a tutti: a se stesso, al Pdl, al governo e al Paese. Due o tre cavalli di battaglia su cui gettarsi personalmente a capofitto, su cui avrebbe trovato in Berlusconi e nella Lega alleati ben disposti a trovare un compromesso alto, un accordo serio. Così avrebbe potuto giocarsi le sue carte.
Questa mattina arriva una conferma. Sulla base delle confidenze di alcuni ex fedelissimi del presidente della Camera, Libero ricostruisce quello che chiama «il piano di Fini contro il Pdl», con tanto di «colloqui» con Pier Ferdinando Casini e con Francesco Rutelli. Scrive Franco Bechis:
«Era pronto da tempo, dall'autunno scorso. E aveva subito un'accelerazione notevole proprio durante la campagna elettorale delle regionali. Gianfranco Fini era pronto ad aprire prima la crisi dentro il Pdl, poi trovare una sponda nell'area centrista e infine fare saltare il banco, smontando i due principali partiti del bipolarismo: Pd e Pdl. Ma la leva principale per realizzare tutto doveva venire da quella che per lui era una certezza: la sconfitta di Renata Polverini alle elezioni regionali del Lazio e il probabile deludente risultato complessivo».Racconta Amedeo Laboccetta, ex An e da oggi anche ex 'finiano':
«Fino alle regionali avevo compreso le sue ragioni. Ma il giorno dopo le elezioni l'ho visto e gli ho detto che bisognava prendere atto della realtà. I fatti non erano quelli che ci si immaginava, e un leader sa cambiare atteggiamento. Vero che uno dei nostri, Italo Bocchino, si era spinto troppo avanti. Ma che Berlusconi avesse vinto le elezioni e che a Roma questo fosse avvenuto proprio grazie a lui, era un dato di fatto che non si poteva negare. Gli dissi quel giorno che bisognava prendere atto della attualità, che quei dati dicevano che il progetto di una rapida scomposizione del sistema politico, tutto pronto a dissolversi, l'area di Casini e Rutelli in movimento, altri contatti con esponenti del PdL e dell'opposizione non avrebbero portato a nulla».Ma Bocchino aveva già fatto partire Generazione Italia. Prosegue Laboccetta:
«Gli dissi. "Gianfranco, fermati!" Hai ragione su molte cose, ma se la realtà è diversa... Bocchino sostenne il contrario: avanti, è il momento di spaccare tutto. Parlava da guerrigliero, e credo che sia proprio questo che avesse in mente e che vedremo in scena nei prossimi mesi: la guerriglia... Gianfranco ormai è in mano a guerriglieri come Bocchino, e mi sembra preso dal cupio dissolvi. Cosa farà? La guerriglia, poi la componente finiana, la correntina e inevitabilmente la scissione... Errori ce ne sono stati dappertutto. Vero che Fini troppo spesso è stato umiliato da Berlusconi. Vero che la responsabilità di quella brutta pagina della direzione nazionale è stata vicendevole. Io fino all'ultimo ho sperato che si potesse ancora - chissà, con una stretta di mano - riprovare. Ma non è così. Gianfranco è partito da una considerazione certa: lui non sarebbe stato il successore di Berlusconi nel Pdl. Lega o non Lega, ormai erano più forti altre ipotesi: Giulio Tremonti o altri. Non lui. Io fino all'ultimo gli ho detto: aspetta, prendi tempo. Un leader sa farlo».Un leader, appunto, ma Fini era ormai preso da un «cupio dissolvi». Da qui il "fallo di frustrazione". Ma se si è chiuso in un vicolo cieco la colpa è sua. Ha scelto di non entrare nel governo per avere le mani più libere, per giocare la stessa, comoda partita di logoramento dei suoi predecessori alla presidenza della Camera (Casini e Bertinotti), convinto che sarebbe riuscito laddove gli altri avevano fallito. Gli è andata male, anche perché ci stava un passo falso elettorale dopo due anni di governo con la crisi, un po' di immobilismo, tutte le gazzarre mediatico-giudiziarie e infine pure il caos liste. E invece... sappiamo com'è andata e Fini ha perso il contatto con la realtà.
Invece di covare rancore, avrebbe dovuto porre a Berlusconi due o tre richieste concrete, obiettivi di governo da portare a casa e che potessero caratterizzarlo in chiave futura. Queste sì che sarebbero state questioni comprensibili e utili a tutti: a se stesso, al Pdl, al governo e al Paese. Due o tre cavalli di battaglia su cui gettarsi personalmente a capofitto, su cui avrebbe trovato in Berlusconi e nella Lega alleati ben disposti a trovare un compromesso alto, un accordo serio. Così avrebbe potuto giocarsi le sue carte.
Se questa non è una corrente (la sceneggiata di Bocchino)
Ieri sera a Porta a Porta Fini non ha certo contribuito a stemperare le tensioni. Da una parte continua con il suo ripiegamento tattico e la sua dissimulazione, sostiene di volere solo «dibattito», rispetto e diritto di cittadinanza per le sue opinioni (che nessuno gli nega), si mostra rassicurante («il logoramento non lo vuole nessuno») e ragionevole. Ma così non si capisce perché solo pochi giorni fa minacciava di costituire gruppi autonomi, quindi una scissione. E non si capisce nemmeno se su due cose concrete che ha posto si è scoperto d'accordo - come lui stesso ha riferito - con due importanti ministri (con Brunetta sui tagli alla spesa non lineari ma selettivi e con Sacconi sulla riforma della previdenza), segno che spazi per discutere di contenuti, se è questo che interessa, ce ne sono eccome. Dall'altra, non rinuncia a nessuno degli spunti polemici di questi mesi, anche i più pretestuosi e demagogici, nei confronti di Berlusconi e nel merito dell'azione di governo.
Di nuovo sugli attacchi del Giornale («non si sa perché soltanto oggi la solidarietà» del premier - mentre non è stata la prima volta); sulla giustizia (riforme «indispensabili», ma «non bisogna denigrare la magistratura che è baluardo della legalità», né «si può dare l'idea di allargare le sacche di illegalità» - come un Bersani o un Di Pietro qualsiasi); persino su Saviano (è meglio che il presidente del Consiglio non parli); sul federalismo («non è possibile discutere di federalismo senza sapere quanto costa» - il che è ovvio, ampiamente condiviso ed è per questo che i lavori sono in corso); sul reato di immigrazione clandestina (provocherebbe «aberrazioni» contrarie alla dignità umana - mentre siamo molto più morbidi di altri Paesi europei governati dalla sinistra o dal Ppe); infine, sul ruolo di presidente della Camera, che ricopre, puntualizza Fini, «non perché ho vinto un concorso né per un cadeau del presidente del Consiglio». «Continuerò a dire queste cose piaccia o non piaccia, all'interno del mio partito e ovunque ci sia occasione», avverte. E a Vespa, che gli chiede se è possibile una «serena collaborazione» con Berlusconi, risponde che è possibile piuttosto un «sereno confronto».
Ma il passaggio a mio modo di vedere scandaloso e preoccupante di ieri sera, non degno di Fini, è sulle dimissioni-farsa di Bocchino, una sceneggiata patetica che questa mattina si è conclusa nel solo modo possibile. Con una soluzione che avrebbe dovuto calmare gli animi, mentre la reazione scomposta di Bocchino rischia di incendiare ancora di più il clima. Se accettano le sue dimissioni o lo sfiduciano, diceva ieri anche Fini, allora è «epurazione». Ma allora ci si chiede: perché Bocchino ha presentato dimissioni che nessuno gli ha chiesto. Purtroppo la realtà è che le sue dimissioni, condizionate a quelle di Cicchitto, miravano ad un azzeramento dei vertici del gruppo del Pdl alla Camera, in vista di una ridistribuzione dei ruoli (il rinnovo dei presidenti delle commissioni parlamentari è previsto per metà maggio, l'ha ricordato lo stesso Fini) che tenesse conto del peso della componente 'finiana'. Rivotare capogruppo e vice «per consentire alla minoranza - come ha messo nero su bianco lo stesso Bocchino - di esercitare il suo ruolo, di verificare le sue forze e conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso».
In breve, una "conta" per poter reclamare "posti" in una quota 'finiana'. Fini ieri sera ha ribadito di non volere una corrente, ricordando di aver definito lui stesso le correnti «metastasi» e spiegando che «il correntismo è una posizione pregiudiziale», mentre lui vuole solo «animare il dibattito» interno. Ma che cosa è stata, se non il manifestarsi del correntismo deteriore, in pieno stile Prima Repubblica, questa vicenda delle dimissioni di Bocchino? Il fatto che l'operazione non sia riuscita non ne cambia certo la natura.
Poi qualcuno dovrebbe ricordare a Fini che sulle riforme Berlusconi non ha affatto cambiato idea: innumerevoli volte ha dichiarato (così come i leghisti) che sarebbe auspicabile arrivare a «riforme condivise», con il «coinvolgimento» delle opposizioni, mentre c'è stata almeno un'occasione in cui Fini ha fatto notare - giustamente - che non ci devono neanche essere diritti di veto, e che una maggioranza è comunque legittimata ad andare avanti da sola. Si lamenta che il Pdl non ha ancora una sua bozza sulle riforme istituzionali, mentre Calderoli ha già presentato la sua al capo dello Stato, ma se quella bozza ci fosse stata c'è da scommettere che avrebbe lamentato l'assenza di un sufficiente dibattito.
La carica polemica dei suoi interventi, ora anche televisivi, e l'ampiezza dei temi su cui si pronuncia nel merito, persino su provvedimenti all'esame delle Camere, non fanno che offrire argomenti alla tesi di uno sconfinamento del suo ruolo istituzionale: il presidente di una Camera che interviene nel merito di leggi in via di approvazione, che fa le pulci all'azione di governo e "controcanto" rispetto al presidente del Consiglio, sembra rivendicare un ruolo, che non può avere, nella determinazione dell'indirizzo politico del governo. Lo ripetiamo: non è l'esprimere opinioni politiche, o continuare ad essere un leader politico, in contrasto con le sue funzioni, ma l'essere capocorrente, in qualche modo oppositore, come sempre più si sta configurando - sia pure interno al suo partito - del presidente del Consiglio. Un doppio ruolo sempre meno sostenibile.
Di nuovo sugli attacchi del Giornale («non si sa perché soltanto oggi la solidarietà» del premier - mentre non è stata la prima volta); sulla giustizia (riforme «indispensabili», ma «non bisogna denigrare la magistratura che è baluardo della legalità», né «si può dare l'idea di allargare le sacche di illegalità» - come un Bersani o un Di Pietro qualsiasi); persino su Saviano (è meglio che il presidente del Consiglio non parli); sul federalismo («non è possibile discutere di federalismo senza sapere quanto costa» - il che è ovvio, ampiamente condiviso ed è per questo che i lavori sono in corso); sul reato di immigrazione clandestina (provocherebbe «aberrazioni» contrarie alla dignità umana - mentre siamo molto più morbidi di altri Paesi europei governati dalla sinistra o dal Ppe); infine, sul ruolo di presidente della Camera, che ricopre, puntualizza Fini, «non perché ho vinto un concorso né per un cadeau del presidente del Consiglio». «Continuerò a dire queste cose piaccia o non piaccia, all'interno del mio partito e ovunque ci sia occasione», avverte. E a Vespa, che gli chiede se è possibile una «serena collaborazione» con Berlusconi, risponde che è possibile piuttosto un «sereno confronto».
Ma il passaggio a mio modo di vedere scandaloso e preoccupante di ieri sera, non degno di Fini, è sulle dimissioni-farsa di Bocchino, una sceneggiata patetica che questa mattina si è conclusa nel solo modo possibile. Con una soluzione che avrebbe dovuto calmare gli animi, mentre la reazione scomposta di Bocchino rischia di incendiare ancora di più il clima. Se accettano le sue dimissioni o lo sfiduciano, diceva ieri anche Fini, allora è «epurazione». Ma allora ci si chiede: perché Bocchino ha presentato dimissioni che nessuno gli ha chiesto. Purtroppo la realtà è che le sue dimissioni, condizionate a quelle di Cicchitto, miravano ad un azzeramento dei vertici del gruppo del Pdl alla Camera, in vista di una ridistribuzione dei ruoli (il rinnovo dei presidenti delle commissioni parlamentari è previsto per metà maggio, l'ha ricordato lo stesso Fini) che tenesse conto del peso della componente 'finiana'. Rivotare capogruppo e vice «per consentire alla minoranza - come ha messo nero su bianco lo stesso Bocchino - di esercitare il suo ruolo, di verificare le sue forze e conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso».
In breve, una "conta" per poter reclamare "posti" in una quota 'finiana'. Fini ieri sera ha ribadito di non volere una corrente, ricordando di aver definito lui stesso le correnti «metastasi» e spiegando che «il correntismo è una posizione pregiudiziale», mentre lui vuole solo «animare il dibattito» interno. Ma che cosa è stata, se non il manifestarsi del correntismo deteriore, in pieno stile Prima Repubblica, questa vicenda delle dimissioni di Bocchino? Il fatto che l'operazione non sia riuscita non ne cambia certo la natura.
Poi qualcuno dovrebbe ricordare a Fini che sulle riforme Berlusconi non ha affatto cambiato idea: innumerevoli volte ha dichiarato (così come i leghisti) che sarebbe auspicabile arrivare a «riforme condivise», con il «coinvolgimento» delle opposizioni, mentre c'è stata almeno un'occasione in cui Fini ha fatto notare - giustamente - che non ci devono neanche essere diritti di veto, e che una maggioranza è comunque legittimata ad andare avanti da sola. Si lamenta che il Pdl non ha ancora una sua bozza sulle riforme istituzionali, mentre Calderoli ha già presentato la sua al capo dello Stato, ma se quella bozza ci fosse stata c'è da scommettere che avrebbe lamentato l'assenza di un sufficiente dibattito.
La carica polemica dei suoi interventi, ora anche televisivi, e l'ampiezza dei temi su cui si pronuncia nel merito, persino su provvedimenti all'esame delle Camere, non fanno che offrire argomenti alla tesi di uno sconfinamento del suo ruolo istituzionale: il presidente di una Camera che interviene nel merito di leggi in via di approvazione, che fa le pulci all'azione di governo e "controcanto" rispetto al presidente del Consiglio, sembra rivendicare un ruolo, che non può avere, nella determinazione dell'indirizzo politico del governo. Lo ripetiamo: non è l'esprimere opinioni politiche, o continuare ad essere un leader politico, in contrasto con le sue funzioni, ma l'essere capocorrente, in qualche modo oppositore, come sempre più si sta configurando - sia pure interno al suo partito - del presidente del Consiglio. Un doppio ruolo sempre meno sostenibile.
Wednesday, April 28, 2010
Flop di Floris (e di Luca Sofri)
C'era grande attesa per la partecipazione (preregistrata) di Fini ieri sera a Ballarò ma si può dire che abbia deluso le aspettative di molti. Evidentemente Floris non era stato molto attento alle ultime mosse del presidente della Camera, perché i suoi insistenti tentativi di metterlo frontalmente contro Berlusconi sono tutti andati a vuoto. A mio avviso per ragioni puramente tattiche, Fini è in una fase di ripiegamento, per ora si accontenta che passi il messaggio "un dissenso nel Pdl c'è ed è ammesso", anche rischiando - come ieri sera - di non far capire al pubblico i veri motivi che solo pochi giorni fa lo avevano portato vicino alla rottura e di avallare uno spettacolo squallido come le finte dimissioni di Bocchino.
Una mossa da correntismo in pieno stile Prima Repubblica: le dimissioni infatti sono "condizionate" a quelle del capogruppo Cicchitto, in pratica sono una richiesta di dimissioni di Cicchitto, in modo da portare il gruppo del Pdl a rivotare per il presidente e il suo vice, «per consentire alla minoranza di esercitare il suo ruolo, di verificare le sue forze e conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso». In breve, una "conta" per poter reclamare "posti" in una quota 'finiana'.
Ma torniamo al Ballarò di ieri sera per annotare qualcosa a futura memoria.
Fini si è mostrato rassicurante e ragionevole, in fondo chiedendo solo che si discuta delle questioni che ritiene importanti e che in effetti lo sono. Niente, agli occhi dei telespettatori, che giustifichi le minacce di scissione dei giorni scorsi. Anche ieri sera sono rimaste nel cassetto le sue idee "avanzate" su bioetica, immigrazione e cittadinanza. Ha sollevato la questione dei costi del federalismo fiscale, l'esigenza di discutere dei decreti attuativi guardando alla coesione sociale e all'unità del Paese, e che le riforme della giustizia vadano nell'interesse della legalità. Quando Floris ha cercato di condurlo su qualche cosa di concreto, cose molto care al Cav. (come interessi di Mediaset e giustizia), sui cui magari potrebbe decidere di distinguersi in Parlamento, non c'è stato verso. Sul conflitto di interessi, ha detto che è stato risolto da una legge fatta dal centrodestra. E in studio la 'finiana' Flavia Perina, direttrice del Secolo d'Italia, ha argomentato più efficacemente di Bondi a favore del ddl intercettazioni: una questione di stato di diritto, ancor prima che di privacy.
E' sul federalismo che la Perina ha invece mostrato un'inquietante riserva mentale, un pregiudizio centralista. Perché mai un ente locale - regione, provincia o comune - non dovrebbe essere in grado di conservare e valorizzare un bene demaniale, culturale o artistico, sul suo territorio? Perché i provveditori nominati dal governo di Roma dovrebbero essere più saggi e responsabili delle autorità locali? E' ovvio che i grandi patrimoni museali e artistici rimarranno allo Stato centrale, ma in Italia opere d'arte sono disseminate su tutto il territorio e sono spesso trascurate. Chi avrebbe maggior interesse di un comune, una provincia o una regione a valorizzare quel sito archeologico o quel palazzo storico semi-sconosciuto? E i cittadini saprebbero con chi prendersela per la cattiva gestione di quel bene.
Non so se le riserve, a mio modo di vedere sostanziali, espresse ieri sera dalla Perina appartengano anche a Fini e ai 'finiani', ma certo se sono contro il federalismo non dovrebbero girarci intorno, dovrebbero dirlo chiaramente, anche se arrivano fuori tempo massimo.
Ultime osservazioni. Ieri sera Floris ha dato un po' di visibilità a Luca Sofri, a pochi giorni dall'avvio del suo "Il Post". Un paio di stronzate e antipaticissimo: gli altri sono demagogici e superficiali, ma al dunque anche lui non è andato oltre qualche battutina stupida. Ad un certo punto ha provato a sostenere che Bossi figlio era stato "raccomandato" dal padre non so dove. Sarà anche vero, ma proprio lui, Luca Sofri, che non ci venga a dire che non deve alla celebrità e alle relazioni politico-intellettuali del padre le attenzioni di cui è circondato. E nei suoi confronti - diciamolo - Cota è stato un signore: gli ha fatto capire dove si sarebbe andato a infilare se avesse insistito. Senza affondare. Lui ha capito e se ne è stato zitto per un po'. Superfluo.
Grandioso invece Edward Luttwak. Sulle intercettazioni telefoniche ha ricordato che in America, se vengono pubblicati atti coperti da segreto, si indaga sul colpevole della fuga di notizie e c'è la prigione (anche per i procuratori, mentre da noi non gli si può neanche togliere il caso); sull'oppressione fiscale che c'è in Italia ha incalzato sugli stipendi di giudici e politici, enormemente superiori a quelli Usa. Di Pietro e Sofri hanno rosicato non poco.
Una mossa da correntismo in pieno stile Prima Repubblica: le dimissioni infatti sono "condizionate" a quelle del capogruppo Cicchitto, in pratica sono una richiesta di dimissioni di Cicchitto, in modo da portare il gruppo del Pdl a rivotare per il presidente e il suo vice, «per consentire alla minoranza di esercitare il suo ruolo, di verificare le sue forze e conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso». In breve, una "conta" per poter reclamare "posti" in una quota 'finiana'.
Ma torniamo al Ballarò di ieri sera per annotare qualcosa a futura memoria.
Fini si è mostrato rassicurante e ragionevole, in fondo chiedendo solo che si discuta delle questioni che ritiene importanti e che in effetti lo sono. Niente, agli occhi dei telespettatori, che giustifichi le minacce di scissione dei giorni scorsi. Anche ieri sera sono rimaste nel cassetto le sue idee "avanzate" su bioetica, immigrazione e cittadinanza. Ha sollevato la questione dei costi del federalismo fiscale, l'esigenza di discutere dei decreti attuativi guardando alla coesione sociale e all'unità del Paese, e che le riforme della giustizia vadano nell'interesse della legalità. Quando Floris ha cercato di condurlo su qualche cosa di concreto, cose molto care al Cav. (come interessi di Mediaset e giustizia), sui cui magari potrebbe decidere di distinguersi in Parlamento, non c'è stato verso. Sul conflitto di interessi, ha detto che è stato risolto da una legge fatta dal centrodestra. E in studio la 'finiana' Flavia Perina, direttrice del Secolo d'Italia, ha argomentato più efficacemente di Bondi a favore del ddl intercettazioni: una questione di stato di diritto, ancor prima che di privacy.
E' sul federalismo che la Perina ha invece mostrato un'inquietante riserva mentale, un pregiudizio centralista. Perché mai un ente locale - regione, provincia o comune - non dovrebbe essere in grado di conservare e valorizzare un bene demaniale, culturale o artistico, sul suo territorio? Perché i provveditori nominati dal governo di Roma dovrebbero essere più saggi e responsabili delle autorità locali? E' ovvio che i grandi patrimoni museali e artistici rimarranno allo Stato centrale, ma in Italia opere d'arte sono disseminate su tutto il territorio e sono spesso trascurate. Chi avrebbe maggior interesse di un comune, una provincia o una regione a valorizzare quel sito archeologico o quel palazzo storico semi-sconosciuto? E i cittadini saprebbero con chi prendersela per la cattiva gestione di quel bene.
Non so se le riserve, a mio modo di vedere sostanziali, espresse ieri sera dalla Perina appartengano anche a Fini e ai 'finiani', ma certo se sono contro il federalismo non dovrebbero girarci intorno, dovrebbero dirlo chiaramente, anche se arrivano fuori tempo massimo.
Ultime osservazioni. Ieri sera Floris ha dato un po' di visibilità a Luca Sofri, a pochi giorni dall'avvio del suo "Il Post". Un paio di stronzate e antipaticissimo: gli altri sono demagogici e superficiali, ma al dunque anche lui non è andato oltre qualche battutina stupida. Ad un certo punto ha provato a sostenere che Bossi figlio era stato "raccomandato" dal padre non so dove. Sarà anche vero, ma proprio lui, Luca Sofri, che non ci venga a dire che non deve alla celebrità e alle relazioni politico-intellettuali del padre le attenzioni di cui è circondato. E nei suoi confronti - diciamolo - Cota è stato un signore: gli ha fatto capire dove si sarebbe andato a infilare se avesse insistito. Senza affondare. Lui ha capito e se ne è stato zitto per un po'. Superfluo.
Grandioso invece Edward Luttwak. Sulle intercettazioni telefoniche ha ricordato che in America, se vengono pubblicati atti coperti da segreto, si indaga sul colpevole della fuga di notizie e c'è la prigione (anche per i procuratori, mentre da noi non gli si può neanche togliere il caso); sull'oppressione fiscale che c'è in Italia ha incalzato sugli stipendi di giudici e politici, enormemente superiori a quelli Usa. Di Pietro e Sofri hanno rosicato non poco.
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