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Thursday, August 19, 2010

Non proprio delle aquile/2

Seconda puntata dell'"illuminazione" di Filippo Rossi, che sembra giungere al traguardo del suo - immaginiamo travagliato (o travagliesco?) - percorso interiore di presa di coscienza della vera natura del "berlusconismo". Ormai è chiaro, scrive Rossi, che il berlusconismo «coincide con il dossieraggio e con i ricatti», con gli «editti bulgari», con «la propaganda stupida e intontita», con «slogan, signorsì e canzoncine ebeti da spot pubblicitario». Ma stavolta la dice tutta: per sedici anni ci siamo sbagliati, avevano ragione gli «antiberlusconiani di professione», ammette Rossi, confessando i propri «sensi di colpa», e anche «un pizzico di vergogna», «per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa».

Ben risvegliati! Ecco la destra moderna che stanno cucinando quelli di Fare Futuro. Per carità, non è mai troppo tardi per correggersi, o convertirsi, ma in questi sedici anni sono stati decine, centinaia, i giornali, le trasmissioni tv, i partiti, i pm, gli intellettuali, che denunciavano al mondo intero il berlusconismo. Quindi, le cose sono due: o la politica non è il loro mestiere; o questo improvviso ravvedimento cela motivazioni un poco più prosaiche. In ogni caso, l'antiberlusconismo ha pagato poco a sinistra, figuriamoci a destra... Auguri.

UPDATE - In serata arrivano le dissociazioni dall'editoriale di Rossi, da cui in realtà i parlamentari finiani non si dissociano mica tanto. Il deputato e coordinatore di Fli Silvano Moffa si "dissocia totalmente", ma non entra nel merito dei giudizi sul berlusconismo. I capigruppo di Fli alla Camera e al Senato, Italo Bocchino e Pasquale Viespoli, ci tengono a far sapere che non si fanno dettare la linea da Filippo Rossi, se la prendono con chi tenta di alimentare la polemica su quelle che definiscono «libere e personali riflessioni intellettuali», ma nel merito non vanno oltre un «fuori misura». Pare di capire che abbiano ritenuto l'articolo di Rossi sbagliato nei toni ma non nella sostanza. Elusivo il commento di Urso, che di Fare Futuro è il segretario generale e che la mattina stessa aveva fatto delle aperture sulla giustizia: si tratta del «commento di un giornalista, il giudizio su Berlusconi e su di noi lo daranno gli storici, che come sempre si divideranno». Insomma, personalmente credo che il ravvedimento di Rossi non sia minoritario tra i finiani, ed è questo il problema (la frustrazione di Fini e dei suoi nei confronti della leadership di Berlusconi ha finito per sfociare nell'antiberlusconismo), non c'entrano nulla questioni politiche su cui tra l'altro sono più divisi tra di loro di quanto lo sia il Pdl.

Tuesday, August 10, 2010

Non proprio delle aquile

Come dicevamo, se colpisce gli altri (per mezzo di veline dalle procure, intercettazioni, gossip, pentiti) si chiama libertà di stampa, se sono gli avversari vecchi e nuovi di Berlusconi a incappare in qualche campagna di stampa negativa (non scopiazzata da verbali belli e pronti) si tratta di «manganellate», di «killeraggio e squadrismo mediatico». Ma lo sfogo, oggi su FfWebMagazine, di Filippo Rossi - che se la prende con i giornali «di famiglia», anche se "la famiglia" che fa notizia in questi giorni (e non solo sui giornali di centrodestra) sembra un'altra - mi pare di averlo già letto da qualche parte... Ah, sì, ora mi sovviene: chissà quante altre volte negli ultimi 15 anni hanno scritto cose identiche - ma proprio letteralmente identiche - Massimo Giannini e gli altri di Repubblica.

Può darsi che abbiano avuto fin dall'inizio ragione loro sulla natura oscura del "potere" berlusconiano, che sia davvero Berlusconi la grande anomalia di questo Paese, il "Cavaliere nero". Ma certo, quelli che se ne accorgono solo adesso - dopo che per 15 anni hanno gozzovigliato all'ombra di quel potere, mentre non qualche sconosciuto e silenziato dissidente, ma decine, centinaia tra giornali, trasmissioni tv, partiti, pm, intellettuali, lo gridavano al mondo intero - non ne escono certo come aquile dall'istinto infallibile alle quali accodarsi. Per carità, non è mai troppo tardi per correggersi, ma i tanti nuovi "Massimo Giannini" non si illudano: ci sarà da mettersi in fila, e la fila degli antiberlusconiani è già molto lunga.

Wednesday, May 12, 2010

Il Pil venderà cara la pelle

C'è chi vorrebbe superarlo come indicatore economico, chi più cautamente ammette che «è indispensabile» ma non sufficiente. Ben vengano altri indicatori del «benessere effettivo» di una società, che si aggiungano alla misura meramente quantitativa offerta dal Pil. Sarà un po' rozzo, riduttivo, eccessivamente semplificante, ma come ha dimostrato la recente crisi dell'Eurozona, al dunque è il Pil quello che conta: se fai deficit, se il tuo debito pubblico aumenta, ma non cresci il necessario per poterti indebitare, allora sei nei guai. Stupidamente gli investitori ti prestano il loro denaro solo se dimostri di saperlo utilizzare bene, cioè per produrre ricchezza. Valli a convincere che per quanto inefficiente possa essere il nostro welfare state, nulla vale di più della "serenità" che ci trasmette (?!), o di un bel tramonto e di un inverno mite. D'altronde, per tutto il resto non c'è Mastercard? L'impressione invece è che ancora a lungo i governi dovranno pendere dalle labbra del Pil, pregare giorno e notte per ogni decimale di punto in più.

Per questo è apparso particolarmente intempestivo il convegno sul superamento del Pil organizzato ieri da FareFuturo, a cui ha partecipato il presidente della Camera Fini, proprio nei giorni in cui arriva la "sveglia" dei mercati sui problemi di crescita di alcuni Paesi dell'area Euro. E guarda caso a guardare con sempre maggiore insofferenza al Pil sono i leader o i politici di Paesi dove il welfare e una spesa pubblica elevata appaiono totem intoccabili. Pare proprio che Fini si associ puntualmente al mainstream anti-mercato dei leader di centrodestra europei - tedeschi, francesi e italiani. Fu Tremonti il primo in Italia a rincorrere le suggestioni di Sarkozy-Fitoussi sul Pil, sostenendo che la realtà del nostro Belpaese non fosse «completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo», colpevoli di ignorare la bellezza, l'ambiente, la storia e il clima italiani. Chissà se Tremonti ripeterebbe quel concetto anche oggi. Di sicuro lo ha fatto proprio Fini, che di Tremonti sembra non condividere solo il modo in cui in questi mesi ha tenuto stretti i cordoni della borsa, soprattutto nei confronti del Sud.

A proposito di Fini, se da una parte rifiuta comprensibilmente d'incontrare gli ambasciatori di "pace" del premier, dall'altro uno dei suoi scudieri, Adolfo Urso, ieri a Ballarò è apparso insolitamente "berlusconiano", allineato. Chissà che la pace, o almeno una tregua, non passi per il Ministero dello Sviluppo economico, lasciato libero da Scajola, di cui Urso è viceministro...

Monday, September 14, 2009

Campi, la toppa peggiore del buco

Lanciato il sasso, a riparare le vetrate infrante da Fini è il direttore di Fare futuro, Alessandro Campi, con questo editoriale sul web magazine della fondazione, dal titolo "Fare politica, oltre il presentismo", in cui assicura che Fini «non abbandonerà mai Berlusconi» e che «il Popolo della libertà è e rimane il suo partito», e in cui si dedica ad un'analisi della strategia politica del presidente della Camera. Fini sarebbe consapevole di non avere alcuna convenienza «ad apparire come colui che colpisce alle spalle il suo antico alleato», l'elettorato «non apprezzerebbe quello che a tutti gli effetti sarebbe un tradimento».

Fini vorrebbe il Pdl «diverso da come è attualmente». Non si può dar torto a Fini quando avverte il problema del passaggio da una situazione in cui la gente vota solo e soltanto Berlusconi, ad una nella quale impari a votare il Pdl. Un partito capace di «dare continuità storica al berlusconismo, farlo diventare una famiglia politica stabile» è - o dovrebbe essere - nell'interesse di tutti. A questo punto però sorgono due questioni. Una riguarda la forma-partito. C'è da chiedersi, cioè, se il «partito vero» come lo intendono Fini e Campi sia davvero la soluzione più idonea nella politica di oggi; l'altra, riguarda il modo scelto da Fini per dare, come dice Campi, un futuro al berlusconismo, su cui ho già espresso i miei dubbi qui e qui.

Scendendo su un terreno appena un po' più concreto, Campi si produce in un elenco di soggetti con i quali a suo avviso il Pdl sbaglia a polemizzare:
«Si sospetta degli industriali perché dialogano con la Cigl. Si polemizza con la Chiesa. Si inveisce contro il culturame come ai tempi di Scelba. Si considerano i giornali un covo di sovversivi. Si mortifica il pubblico impiego con le campagne contro i fannulloni. Si inveisce contro il sistema bancario. Si vede nella magistratura una minaccia all'ordine costituito. Si impreca contro i 'poteri forti'. Si trascurano le forze dell'ordine per fare posto alle ronde. Si trattano gli immigrati come ospiti indesiderati. Si tolgono risorse alla scuola nella convinzione che tanto i professori votino tutti a sinistra».
Un elenco indicativo: industriali, sindacati, Chiesa, intelligentsia, giornali, pubblico impiego, banche, magistratura, scuola. Qui proprio non ci siamo. Si tratta di istituzioni/soggetti sociali iperprotetti, in alcuni casi vere e proprie caste, che rendono inefficiente la nostra economia (e il nostro welfare) e la nostra pubblica amministrazione, non di rado esercitando un indebito potere di ricatto sulla politica. Per lo più, la grande industria e i sindacati, il pubblico impiego, il "culturame", sono per la conservazione economico-sociale in modo da perpetuare i propri privilegi a scapito dei ceti produttivi del Paese.

Su questo Campi ha torto marcio e se «dare continuità storica al berlusconismo» significa allearsi con questi "poteri", allora meglio il «diluvio». Proprio perché ha scelto di allearsi ad essi, ciò che ha ottenuto il centrosinistra nelle sue varie formule è esattamente «isolamento politico ed elettorale». Sarebbe il tradimento del berlusconismo, che pur non avendo mantenuto le sue promesse, è stato ed è una spinta al cambiamento.

Friday, May 08, 2009

L'idea della rappresentanza: né casting né concorso

Curioso che sia l'opposizione a deviare l'attenzione dell'opinione pubblica dall'operato del governo e dai temi che interessano davvero i cittadini, per alimentare una campagna moralistica sulle debolezze private (vere o presunte) del premier, che con ogni probabilità finirà per rivelarsi come l'ennesimo atto di autolesionismo. E' sulle veline, sulle battute e sulle frequentazioni del premier che il Pd, ovviamente l'IdV, e altri partiti minori sedicenti "laici e liberali", stanno conducendo queste prime fasi di campagna elettorale per le europee.

Persino Massimo Franco, non certo quinta colonna berlusconiana, oggi sul Corriere osserva che «sta emergendo una strategia tesa ad assegnare a Berlusconi un ruolo che prescinde dalla sua azione governativa; anzi, in qualche misura la fa passare in secondo piano, esaltando aspetti personali che si ritiene l'opinione pubblica possa percepire come negativi». Il rischio per il Pd è che l'opinione pubblica invece si convinca che sia l'opposizione a cercare «un'occasione, si vedrà se maldestra o ben scelta, per parlare d'altro», nulla potendo di fronte ai successi del governo. Operazioni che, avverte Franco, «le urne in passato hanno frustrato ripetutamente».

Ormai qualsiasi politico che si rispetti dovrebbe aver imparato che ogni polemica che prenda di mira Berlusconi sul personale ha un plot già scritto e personaggi assegnati. Da una parte c'è lui, il Cav, che comunque la si pensi riesce ad incarnare agli occhi della stragrande maggioranza dei cittadini i panni dell'italiano medio, pop, con i suoi vizi e le sue virtù, un po' simpatica canaglia ma anche sveglio e svelto al governo. Insomma, uno vivo. Dall'altra, i "parrucconi", che sanno benissimo denunciare i vizi e le debolezze umane dall'altra parte della barricata, ma non vedono al di là del loro naso in casa loro.

O di qua o di là. Per quanti distinguo si possano fare, queste polemiche si trasformano sempre in altrettanti referendum sulla persona di Berlusconi e sappiamo tutti come vanno a finire. Chi volesse attaccare Berlusconi per i suoi vizi (o gusti) e le sue vicende private senza passare per antiberlusconiano è chiamato ad un'ardua impresa: spiegare con dovizia di argomenti razionali, e non moralisteggianti, cosa c'entrano con la politica e quali danni recano al paese. Compito difficile, ma necessario, se non si vuole finire a riempire la già folta schiera degli antiberlusconiani battuti e strabattuti. A fare del moralismo sono buoni tutti, ma tutti hanno da perderci. Ad Avvenire, per esempio, ha risposto Brunetta (come hanno trattato i vescovi lo scandalo dei preti pedofili?).

Ma c'è una questione che mi preme toccare. Quella della selezione della classe politica, e quindi, della rappresentanza. Qual è l'idea della rappresentanza democratica che esprimono i promotori della polemica sulla candidatura (rimasta presunta) delle veline? Fare futuro ha sollevato meritoriamente il tema, ma a mio avviso in modo sbagliato, e oltre tutto non sgombrando il sospetto che si volesse imbarazzare il premier su commissione di Fini. Oggi il direttore, Alessandro Campi, intervistato da La Stampa, osserva che l'«accesso alla sfera pubblica», il «ricambio delle classi dirigenti», non dovrebbero essere regolati come un «casting televisivo», o seguire criteri estetici e di simpatia, ma dovrebbero «premiare la competenza e la dedizione».

Bene, bravo, bis. Il discorso però per essere onesto dovrebbe innanzitutto essere allargato a tutti i partiti. A ben vedere i criteri di selezione non mi garantiscono né su Mara Carfagna né su Marianna Madia. E se qualcuno volesse curiosare tra le registrazioni delle sedute parlamentari avrebbe qualche sorpresa. Se può scandalizzare la candidatura di una bella donna di spettacolo che magari il leader si è portato a letto, come elettore non mi garantisce certo la candidatura di un oscuro funzionario di partito che per tutta la vita non ha fatto altro che passare (o imbrogliare) carte, o della ex del figlio del presidente della Repubblica.

Qualche giornale si è preso forse la briga di dare un'occhiata alla lista dell'Udc, ormai diventata la succursale della famiglia Caltagirone? Roberto Carlino di Immobildream ("Uno di casa", bisogna vedere casa di chi) ed Emanuele Filiberto (conosce metà dei regnanti europei, e dell'altra metà è parente, ci tiene a farci sapere), offrono maggiori garanzie di una velina? Qualcuno forse si preoccupa dello spessore culturale (e degli autentici "sfondoni") del personale politico portato in Parlamento da piccoli partiti che rivendicano da anni di avere una classe di governo bell'e pronta? Qualcuno ha forse notato partiti-suoceri, partiti-famiglia, o persino partiti-setta?

Campi se la prende con la «personalizzazione» della politica, rimpiangendo il ruolo dei partiti, quando la personalizzazione è la soluzione, non il problema. Personalizzare, certo, ma a tutti i livelli. Chi si lamenta della selezione della classe politico-parlamentare ma non sostiene, e non solo a parole, un sistema elettorale uninominale, non ha le carte in regola per lamentarsi. E' dai singoli collegi uninominali che nasce quella personalizzazione che "costringe" i partiti (tramite le primarie o tramite selezione interna) a fare i conti con il territorio, ad adottare come criterio se non unico almeno prevalente la presentabilità e la rappresentatività dei candidati. E a pagare i propri errori con la perdita del seggio.

«Chi è chiamato ad assegnare una carica pubblica dovrebbe farlo con criteri che prescindono da legami di parentela, di simpatia, da questioni individuali», osserva Campi. Dipende. Se si tratta di una carica elettiva io sono per far scegliere gli elettori. Non m'importa né della «competenza», né della «dedizione», né tanto meno dell'anzianità di partito. Se è democratica la rappresentanza prescinde anche da quei criteri. Va bene la velina, l'incompetente, l'ex terrorista, il lobbista, l'immobiliarista. Va bene tutto, purché siano gli elettori a scegliere per davvero: con l'uninominale. Con l'uninominale scegli il singolo rappresentante; con il proporzionale il partito, e tutt'al più il suo leader.

«Si va verso forme di trasmissione del potere di tipo monarchico. Con le corti. Col potere che diventa un fatto di famiglia, da trasmettere da padre in figlio», teme Campi. Non ne sarei così sicuro. Negli Stati Uniti, a cui si riferisce con gli esempi di Kennedy, Bush e Clinton, Campi è stato smentito dall'elezione di Obama, che ha battuto la superfavorita Hillary. In Italia, poi, ho l'impressione che Berlusconi non avrà eredi politici (né li vorrà), perché il suo è un potere più carismatico che "monarchico". Se poi Fare Futuro ha sollevato tutto questo solo per convincerci che la successione spetta a Fini in quanto politico "professionista", be', allora non facciamo fatica a capire come mai il discorso non sia stato ben impostato. Rappresentanza vera! Uni-no-mi-na-le!