Anche su Notapolitica e L'Opinione
Tre giorni sono trascorsi da quando il presidente della Repubblica ha conferito al segretario del Pd l'incarico di verificare preliminarmente «l'esistenza di un sostegno parlamentare certo», tramite consultazioni aperte a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento. E in questi tre giorni Bersani tutto ha fatto fuorché quanto gli è stato chiesto dal presidente, dal momento che né i sindacati, né le associazioni imprenditoriali, né Roberto Saviano e don Luigi Ciotti possono esprimere un «sostegno parlamentare». Perché, a che titolo consultarli? Non solo, dunque, non ha ancora iniziato a verificare ed "esplorare" alcunché - forse, si potrebbe sospettare, per prendere tempo essendo indeciso sul da farsi - ma ha alimentato un'indebita confusione tra rappresentanza sindacale, sociale e politica, se non addirittura un'interferenza istituzionale. A meno di ritenere che il metodo della concertazione con le parti sociali, già controverso rispetto ai dossier di loro interesse, debba essere esteso anche alla formazione dei governi. Le rappresentanze sindacali/imprenditoriali hanno forse ricevuto dai loro iscritti anche un mandato a rappresentare le loro posizioni politiche in merito alla formazione del nuovo governo? E perché mai gli iscritti a queste associazioni di categoria dovrebbero godere di una sorta di doppia rappresentanza politica, la prima espressa tramite il voto, alla quale si aggiunge quella esercitata come corporazione?
Ma non solo tempi (lunghi) e metodo (concertativo), anche il merito. Nel week end Bersani ha tratteggiato «la strada di un doppio registro», sperando che «si possa trovare un equilibrio di responsabilità». In sostanza, ritiene di poter ottenere dagli eletti del M5S la fiducia su un programma di "cambiamento", politico e sociale, e dal centrodestra quanto meno una tregua per raggiungere "larghe intese" su alcune riforme istituzionali («di cui si parla da 15 anni»), compresa la legge elettorale. La sua proposta si rivolge quindi a tutte le forze parlamentari, «su uno schema che consente a ciascuna di riconoscervisi». In pratica, Bersani continua a proporre un governo monocolore Pd-Sel, sostenuto da maggioranze variabili su una sorta di menù "a la carte". Ma Napolitano nel conferirgli l'incarico aveva chiesto altro. Difficilmente, infatti, uno schema a maggioranze variabili è garanzia di «un sostegno parlamentare certo» e di un governo con «pieni poteri».
Il problema è che se interpretato per quello che davvero è, per come Napolitano l'ha spiegato venerdì scorso incontrando la stampa, l'incarico a Bersani rischia di spaccare il Pd, visto che per assicurare un governo con «pieni poteri», non esposto all'umore piuttosto instabile di maggioranze variabili, occorre una qualche forma di collaborazione con il Pdl, che invece il segretario del Pd, e diversi esponenti del partito a lui vicini, continuano ad escludere: «Non mi vengano a parlare di concordia quelli che cinque mesi prima delle elezioni hanno lasciato il cerino in mano ad altri sui danni che avevano provocato».
Dopo Confindustria, con l'allarme lanciato dal suo presidente Giorgio Squinzi («l'ossigeno per il nostro sistema industriale è ormai pochissimo»), anche i sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) chiedono un governo «a tutti i costi» e al più presto. Un governo forte, non di minoranza. «Siamo contrarissimi a che si torni al voto, il quel caso l'Italia potrebbe somigliare alla Germania all'epoca della Repubblica di Weimar», ha osservato Bonanni della Cisl. E sulle cose da fare, sulle tasse, una Camusso quasi "berlusconiana": «Via l'Imu sulla prima casa fino ad un importo massimo di 1.000 euro. La tassa sulla casa, insieme alla Tares e al rincaro dell'Iva sono minacce da disinnescare».
Anche nel contesto di una prova muscolare come sono sempre le manifestazioni di piazza, sabato scorso, e ancora oggi, Berlusconi ha chiarito che il Pdl è pronto a condividere con il Pd la responsabilità del governo (proponendo Bersani premier e Alfano vicepremier). A patto che il Pd si disponga ad una scelta condivisa per un «moderato» come prossimo inquilino del Colle e che la priorità del nuovo esecutivo sia l'economia (sottinteso, dunque, niente provvedimenti ostili a Berlusconi), mentre è ragionevole supporre che sul piano delle riforme istituzionali la proposta del Pdl resti lo scambio tra doppio turno di collegio e presidenzialismo.
Berlusconi sta chiedendo "l'impossibile" per farsi dire di no? Forse, ma in qualsiasi trattativa si parte chiedendo "l'impossibile". Di sicuro però, per dare al paese un governo forte, con numeri certi, la distribuzione dei seggi parlamentari parla chiaro: stante il "no" di Grillo, servono i voti del Pdl, che però il Pd ritiene «impresentabile». Posizione legittima, purché si ammetta che è il frutto non di uno stato di necessità, ma di una libera scelta politica, di natura identitaria, che implica il ritorno immediato alle urne e che significa di fatto disattendere gli auspici alla base dell'incarico che il presidente Napolitano ha attribuito al segretario del Pd. Viceversa, se qualcuno nel Pd ritiene che occorra una "politica oltre Bersani", è questo il momento in cui dovrebbe manifestarsi.
Il dilemma che deve sciogliere il Pd nelle prossime ore, probabilmente già nella Direzione di stasera, è di quelli da far tremare i polsi: dopo aver nutrito il proprio popolo a pane e antiberlusconismo per vent'anni, è ovvio infatti che qualsiasi "inciucio" col "giaguaro" verrebbe pagato a caro prezzo. Il rischio è una spaccatura del partito e un sonoro "vaffa" anche da parte degli elettori più fedeli, quindi meglio il voto subito che sedersi al governo con Berlusconi o uno dei suoi. Ma è anche vero che la "scissione" del Pd, tra i suoi elettori, è già strisciante, come prova la decisione di molti di essi di dare il proprio voto a Grillo. Ed essere richiamati alle urne già a giugno, ritrovandosi Bersani candidato premier (magari a Palazzo Chigi da sfiduciato, come spera ancora il segretario), non farebbe cambiare idea a molti.
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Monday, March 25, 2013
Friday, February 15, 2013
Una Repubblica fondata sull'ipocrisia
«Quando la praticano gli americani [ma aggiungerei gli inglesi, i francesi, i tedeschi...], si chiama lobby; quando la fanno gli altri [ma direi, noi italiani] diventa corruzione». Questa la significativa battuta che Jagdish Bhagwati, del Council on Foreign Relations, ha rilasciato a La Stampa sul caso Finmeccanica, spiegata così:
Certo, il reato esiste, la convenzione internazionale anche. La magistratura fa il suo dovere. Ma se vogliamo ragionare sui fatti laicamente e conservando un minimo di contatto con la realtà, ci sono almeno un paio di pesanti "però".
Il primo riguarda il fatto che le commissioni pagate da Finmeccanica devono ancora essere giudicate come reato, quindi come tangenti, a seguito di un reale processo. Insomma, si tratta ancora di una tesi dell'accusa. Se qualcuno di quei 50 milioni è tornato indietro, nelle tasche di Orsi o di qualche politico, sarebbe un fatto gravissimo, che però va dimostrato e per ora mi pare ci siano solo illazioni a mezzo stampa. Se invece quei soldi sono serviti a corrompere solo qualche politico o funzionario indiano, allora c'è da augurarsi che la procura abbia in mente qualche nome indiano, ma pare di capire di no. Perché resta difficile provare la corruzione se non si conosce nemmeno il nome di chi si è fatto corrompere. Nonostante quindi la corruzione sia ben lungi dall'essere provata, l'azione della procura di Busto Arsizio ha già determinato a Finmeccanica e al suo indotto un danno di 550 milioni di euro e la perdita di milioni di ore di lavoro.
Una grande responsabilità, ammetterete. E' accettabile un simile danno patrimoniale ed economico per inseguire quello che è, ad oggi, un indizio, una pista d'indagine? Assumiamo che sì, abbiamo una visione massimalista della giustizia per cui al minimo sospetto non si guarda in faccia a nulla, in totale spregio del rischio di sbagliarci e dell'entità dei danni provocati dal nostro eventuale errore. Questa grave responsabilità si può affidare ai pm di Busto Arsizio, dove a stento si potrebbe giustificare che abbia sede una procura?? O non richiederebbe, semmai, di essere in capo a magistrati di ben altra esperienza e responsabilità? Chi risarcirà a Finmeccanica e ai suoi lavoratori un danno di 550 milioni di euro se la procura si sbaglia? Se, come tutti, anche i magistrati fossero chiamati a rispondere dei loro errori professionali, in termini sia di carriera che patrimoniali, ci sarebbero tanti più scrupoli e verifiche prima di avviare l'azione penale quanto più alta è la posta in gioco. E si ridurrebbero sensibilmente le possibilità d'errore. La sensazione, francamente, è che la magistratura spesso spari nel mucchio, preoccupandosi solo in un secondo momento - a danno ormai provocato - di procurarsi delle prove. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura sì, l'irresponsabilità e l'arbitrarietà, solo alla ricerca del clamore e della fama personale, costi quel che costi, no, non è accettabile.
Il timing delle manette, poi, per inchieste che duravano da mesi, se non anni, fa pensare ad un uso spettacolare della giustizia, ad una deriva verso il «populismo giudiziario», come la definisce Antonio Polito sul Corriere: una giustizia anch'essa lenta e impotente come la politica, e quindi alla ricerca della condanna mediatica. Le prove, il processo, diventano dettagli di cui preoccuparsi anni dopo.
C'è, poi, l'aspetto politico ed economico. Se Finmeccanica ha violato la legge, benissimo: che paghi. Se così fan tutti, però, e a tagliarci i cosiddetti siamo solo noi italiani, be' la questione esce dai confini strettamente giudiziari e coinvolge l'interesse generale: la nostra industria, la nostra economia, quindi il benessere di tutti noi. Senza moralismi, dobbiamo preoccuparcene e addivenire a soluzioni un poco più elastiche. Nel mondo reale non ci sono feticci, né soluzioni perfette. E' evidente che estremizzando il concetto di "tangente", bisognerebbe per coerenza concludere che il lobbismo interno, per esempio dei sindacati, o l'intera diplomazia commerciale tra Stati, e forse la diplomazia tout court, è un immenso intreccio di corruzione e scambio di favori più o meno nobili. E non credo neanche che nella vicenda Finmeccanica c'entri la governance influenzata dalla politica, come per Mps: fosse stata privata, la presunta tangente per aggiudicarsi la preziosa commessa indiana l'avrebbe versata comunque.
A proposito, oggi è trascorso esattamente un anno dal "sequestro" dei nostri marò proprio da parte delle autorità indiane: «Un anno di inerzia, silenzi e gaffe internazionali», come ricorda Pautasso. Se non ricordo male lo Stato italiano versò, o era disposto a versare, centinaia di migliaia di euro alle famiglie dei pescatori indiani uccisi, prim'ancora che iniziasse il processo per stabilire la responsabilità dei due marò, ma evidentemente come gesto di amicizia e generosità volto a migliorare la posizione dei nostri soldati. Non è forse anche questa una forma di tangente?
«Supponiamo che un Paese importante mandi una delegazione in India guidata dal capo del governo, e prometta alle autorità di nuova Delhi di aiutarle in Kashmir, in cambio di una grande commessa a cui tiene. Non si spostano soldi, non ci sono tangenti, ma arriva sostegno politico a livello internazionale e magari qualche fornitura di armi. Come la chiamate, questa? Oppure si costruiscono scuole, ospedali, strade, in cambio dello sfruttamento di un giacimento [non era proprio questo che tutti i nostri governi hanno fatto per decenni con Gheddafi?]. I più sofisticati si comportano così e sono inattaccabili, quasi generosi. Gli altri, un livello più sotto, pagano le tangenti, e finiscono nel mirino dei procuratori».Piaccia o meno, il ragionamento non è molto distante da quello di Berlusconi, che ovviamente ha destato un ipocrita polverone di indignazione.
Certo, il reato esiste, la convenzione internazionale anche. La magistratura fa il suo dovere. Ma se vogliamo ragionare sui fatti laicamente e conservando un minimo di contatto con la realtà, ci sono almeno un paio di pesanti "però".
Il primo riguarda il fatto che le commissioni pagate da Finmeccanica devono ancora essere giudicate come reato, quindi come tangenti, a seguito di un reale processo. Insomma, si tratta ancora di una tesi dell'accusa. Se qualcuno di quei 50 milioni è tornato indietro, nelle tasche di Orsi o di qualche politico, sarebbe un fatto gravissimo, che però va dimostrato e per ora mi pare ci siano solo illazioni a mezzo stampa. Se invece quei soldi sono serviti a corrompere solo qualche politico o funzionario indiano, allora c'è da augurarsi che la procura abbia in mente qualche nome indiano, ma pare di capire di no. Perché resta difficile provare la corruzione se non si conosce nemmeno il nome di chi si è fatto corrompere. Nonostante quindi la corruzione sia ben lungi dall'essere provata, l'azione della procura di Busto Arsizio ha già determinato a Finmeccanica e al suo indotto un danno di 550 milioni di euro e la perdita di milioni di ore di lavoro.
Una grande responsabilità, ammetterete. E' accettabile un simile danno patrimoniale ed economico per inseguire quello che è, ad oggi, un indizio, una pista d'indagine? Assumiamo che sì, abbiamo una visione massimalista della giustizia per cui al minimo sospetto non si guarda in faccia a nulla, in totale spregio del rischio di sbagliarci e dell'entità dei danni provocati dal nostro eventuale errore. Questa grave responsabilità si può affidare ai pm di Busto Arsizio, dove a stento si potrebbe giustificare che abbia sede una procura?? O non richiederebbe, semmai, di essere in capo a magistrati di ben altra esperienza e responsabilità? Chi risarcirà a Finmeccanica e ai suoi lavoratori un danno di 550 milioni di euro se la procura si sbaglia? Se, come tutti, anche i magistrati fossero chiamati a rispondere dei loro errori professionali, in termini sia di carriera che patrimoniali, ci sarebbero tanti più scrupoli e verifiche prima di avviare l'azione penale quanto più alta è la posta in gioco. E si ridurrebbero sensibilmente le possibilità d'errore. La sensazione, francamente, è che la magistratura spesso spari nel mucchio, preoccupandosi solo in un secondo momento - a danno ormai provocato - di procurarsi delle prove. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura sì, l'irresponsabilità e l'arbitrarietà, solo alla ricerca del clamore e della fama personale, costi quel che costi, no, non è accettabile.
Il timing delle manette, poi, per inchieste che duravano da mesi, se non anni, fa pensare ad un uso spettacolare della giustizia, ad una deriva verso il «populismo giudiziario», come la definisce Antonio Polito sul Corriere: una giustizia anch'essa lenta e impotente come la politica, e quindi alla ricerca della condanna mediatica. Le prove, il processo, diventano dettagli di cui preoccuparsi anni dopo.
C'è, poi, l'aspetto politico ed economico. Se Finmeccanica ha violato la legge, benissimo: che paghi. Se così fan tutti, però, e a tagliarci i cosiddetti siamo solo noi italiani, be' la questione esce dai confini strettamente giudiziari e coinvolge l'interesse generale: la nostra industria, la nostra economia, quindi il benessere di tutti noi. Senza moralismi, dobbiamo preoccuparcene e addivenire a soluzioni un poco più elastiche. Nel mondo reale non ci sono feticci, né soluzioni perfette. E' evidente che estremizzando il concetto di "tangente", bisognerebbe per coerenza concludere che il lobbismo interno, per esempio dei sindacati, o l'intera diplomazia commerciale tra Stati, e forse la diplomazia tout court, è un immenso intreccio di corruzione e scambio di favori più o meno nobili. E non credo neanche che nella vicenda Finmeccanica c'entri la governance influenzata dalla politica, come per Mps: fosse stata privata, la presunta tangente per aggiudicarsi la preziosa commessa indiana l'avrebbe versata comunque.
A proposito, oggi è trascorso esattamente un anno dal "sequestro" dei nostri marò proprio da parte delle autorità indiane: «Un anno di inerzia, silenzi e gaffe internazionali», come ricorda Pautasso. Se non ricordo male lo Stato italiano versò, o era disposto a versare, centinaia di migliaia di euro alle famiglie dei pescatori indiani uccisi, prim'ancora che iniziasse il processo per stabilire la responsabilità dei due marò, ma evidentemente come gesto di amicizia e generosità volto a migliorare la posizione dei nostri soldati. Non è forse anche questa una forma di tangente?
Thursday, January 24, 2013
Più che la Cgil a resistere, fu Monti a calarsi le brache
Lo scaricabarile di Monti sulla riforma del lavoro
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Pochi giorni fa abbiamo ricordato le parole di Draghi per smentire la linea difensiva di Monti sulle tasse, l'idea che per salvare il paese non avesse altra scelta che aumentarle. Oggi bisogna fare un altro piccolo sforzo di memoria, ricostruire i passaggi finali della stesura della riforma del lavoro, per smascherare un nuovo scaricabarile del premier uscente. Il Mario Monti che lo scorso 4 aprile presentava in pompa magna come «storica», una «svolta epocale», la riforma del lavoro, è lo stesso che oggi riconosce che «non è andata avanti abbastanza», scaricando la «colpa» su «un sindacato che ha resistito decisamente al cambiamento e non ha firmato l'accordo che gli altri avevano firmato».
Quella di Monti è una verità molto parziale. E' senz'altro vero che la Cgil è il sindacato più conservatore e regressista, che ha opposto resistenza alla riforma, soprattutto sull'articolo 18 (come anche gli altri sindacati), ma Monti s'è calato le brache prim'ancora che fosse convocato un solo sciopero o una sola manifestazione. Ha tenuto il punto per una decina di giorni, ma la riforma è uscita annacquata già da Palazzo Chigi. Il testo arrivato alle Camere era già un fallimento. Fu un aborto spontaneo del governo.
Più che la Cgil a resistere, quindi, fu Monti a calarsi le brache. Questa la lettura anche dei principali quotidiani del mondo finanziario internazionale, che per la prima volta criticarono duramente il premier proprio per il flop, la sua «resa», sulla riforma più importante per la crescita e l'occupazione.
Il Financial Times parlò di «appeasement», offrendosi allo sfogo di Emma Marcegaglia, che definì la riforma «very bad». Ritenendo «preoccupante» che proprio il premier avesse finito per «annacquarla», il Wall Street Journal fu costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti con la Thatcher, azzardato solo pochi giorni prima, proponendo un'altra analogia "britannica", ma molto meno lusinghiera: quella con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il WSJ aveva bocciato persino la bozza originaria della riforma, quella che non aveva ancora subito il veto della Cgil, perché prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un paese con i problemi economici dell'Italia». Lapidaria, e sarcastica, la conclusione del quotidiano: «Diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». E non a caso, una settimana dopo il varo della riforma assistemmo al primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Borsa giù del 5% e spread di nuovo oltre i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio.
In quel momento, tra marzo e aprile scorsi, la popolarità e l'autorevolezza di Monti erano all'apice. Troppo poco tempo era trascorso dal suo insediamento perché i partiti potessero sfiduciarlo, assumendosi la responsabilità di ri-precipitare il paese nel baratro, e lo spread era calato in modo sensibile. Monti avrebbe quindi potuto imporre alle forze politiche e sociali qualsiasi scelta di politica economica, ma decise di non spendere l'enorme capitale politico personale che aveva accumulato. Perché?
In un primo momento il premier difese la bozza uscita il 23 marzo dal confronto con le parti sociali, dichiarando «chiuso» l'argomento articolo 18. Poi smentì se stesso, accettando il passo indietro. Ma fu davvero così decisivo il veto della Cgil, o furono altre considerazioni, di natura politica, a pesare? Secondo il Financial Times, dalla sua visita in Asia il premier dedusse che a preoccupare gli investitori era più l'instabilità politica che una riforma non proprio incisiva. Nel frattempo, le resistenze della Cgil erano state fatte proprie dal Pd, e probabilmente il Quirinale giocò un ruolo decisivo nell'ammorbidire le posizioni del premier, proprio con l'argomento della stabilità politica della "strana coalizione". Un testo più coraggioso nel superamento dell'articolo 18 rischiava di spaccare il Pd sul sostegno al governo, o quanto meno di pregiudicare l'ipotesi di una collaborazione futura tra il professore e il centrosinistra, scenario caro al capo dello Stato. Il Monti politico prevalse sul Monti economista, anteponendo un disegno politico per il post-elezioni del 2013 all'agenda riformatrice che il suo governo era stato incaricato di attuare.
E' allora che furono poste le basi dei buoni rapporti tra il premier e Bersani che domani, dopo il voto, renderanno possibile un accordo di governo. L'articolo 18, invece, doveva offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata, il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" e un "partito Grecia". Adesso, invece, Monti è obbligato ad accordarsi col "partito Grecia". Peccato che una coalizione tra centristi e un Pd a trazione Cgil può partorire solo topolini come la riforma del lavoro.
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Pochi giorni fa abbiamo ricordato le parole di Draghi per smentire la linea difensiva di Monti sulle tasse, l'idea che per salvare il paese non avesse altra scelta che aumentarle. Oggi bisogna fare un altro piccolo sforzo di memoria, ricostruire i passaggi finali della stesura della riforma del lavoro, per smascherare un nuovo scaricabarile del premier uscente. Il Mario Monti che lo scorso 4 aprile presentava in pompa magna come «storica», una «svolta epocale», la riforma del lavoro, è lo stesso che oggi riconosce che «non è andata avanti abbastanza», scaricando la «colpa» su «un sindacato che ha resistito decisamente al cambiamento e non ha firmato l'accordo che gli altri avevano firmato».
Quella di Monti è una verità molto parziale. E' senz'altro vero che la Cgil è il sindacato più conservatore e regressista, che ha opposto resistenza alla riforma, soprattutto sull'articolo 18 (come anche gli altri sindacati), ma Monti s'è calato le brache prim'ancora che fosse convocato un solo sciopero o una sola manifestazione. Ha tenuto il punto per una decina di giorni, ma la riforma è uscita annacquata già da Palazzo Chigi. Il testo arrivato alle Camere era già un fallimento. Fu un aborto spontaneo del governo.
Più che la Cgil a resistere, quindi, fu Monti a calarsi le brache. Questa la lettura anche dei principali quotidiani del mondo finanziario internazionale, che per la prima volta criticarono duramente il premier proprio per il flop, la sua «resa», sulla riforma più importante per la crescita e l'occupazione.
Il Financial Times parlò di «appeasement», offrendosi allo sfogo di Emma Marcegaglia, che definì la riforma «very bad». Ritenendo «preoccupante» che proprio il premier avesse finito per «annacquarla», il Wall Street Journal fu costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti con la Thatcher, azzardato solo pochi giorni prima, proponendo un'altra analogia "britannica", ma molto meno lusinghiera: quella con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il WSJ aveva bocciato persino la bozza originaria della riforma, quella che non aveva ancora subito il veto della Cgil, perché prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un paese con i problemi economici dell'Italia». Lapidaria, e sarcastica, la conclusione del quotidiano: «Diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». E non a caso, una settimana dopo il varo della riforma assistemmo al primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Borsa giù del 5% e spread di nuovo oltre i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio.
In quel momento, tra marzo e aprile scorsi, la popolarità e l'autorevolezza di Monti erano all'apice. Troppo poco tempo era trascorso dal suo insediamento perché i partiti potessero sfiduciarlo, assumendosi la responsabilità di ri-precipitare il paese nel baratro, e lo spread era calato in modo sensibile. Monti avrebbe quindi potuto imporre alle forze politiche e sociali qualsiasi scelta di politica economica, ma decise di non spendere l'enorme capitale politico personale che aveva accumulato. Perché?
In un primo momento il premier difese la bozza uscita il 23 marzo dal confronto con le parti sociali, dichiarando «chiuso» l'argomento articolo 18. Poi smentì se stesso, accettando il passo indietro. Ma fu davvero così decisivo il veto della Cgil, o furono altre considerazioni, di natura politica, a pesare? Secondo il Financial Times, dalla sua visita in Asia il premier dedusse che a preoccupare gli investitori era più l'instabilità politica che una riforma non proprio incisiva. Nel frattempo, le resistenze della Cgil erano state fatte proprie dal Pd, e probabilmente il Quirinale giocò un ruolo decisivo nell'ammorbidire le posizioni del premier, proprio con l'argomento della stabilità politica della "strana coalizione". Un testo più coraggioso nel superamento dell'articolo 18 rischiava di spaccare il Pd sul sostegno al governo, o quanto meno di pregiudicare l'ipotesi di una collaborazione futura tra il professore e il centrosinistra, scenario caro al capo dello Stato. Il Monti politico prevalse sul Monti economista, anteponendo un disegno politico per il post-elezioni del 2013 all'agenda riformatrice che il suo governo era stato incaricato di attuare.
E' allora che furono poste le basi dei buoni rapporti tra il premier e Bersani che domani, dopo il voto, renderanno possibile un accordo di governo. L'articolo 18, invece, doveva offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata, il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" e un "partito Grecia". Adesso, invece, Monti è obbligato ad accordarsi col "partito Grecia". Peccato che una coalizione tra centristi e un Pd a trazione Cgil può partorire solo topolini come la riforma del lavoro.
Monday, October 22, 2012
No alla scuola come assumificio né per fare cassa
Da una parte il governo, che inserendo nella legge di stabilità l'aumento delle ore di lezione per docente a stipendio invariato dimostra di essere interessato unicamente a fare cassa; dall'altra la difesa corporativa degli insegnanti e la levata di scudi, «a tutela dei docenti», della solita sinistra politica e sindacale, che perseverano nella loro concezione della scuola pubblica come "assumificio", principale causa del disastro educativo italiano. Nessuno sembra attribuire la giusta centralità all'interesse degli studenti, né porsi il problema della qualità del servizio e dell'efficienza del sistema. E intanto infuria il dibattito: tra chi difende gli insegnanti, ricordando la centralità del loro ruolo educativo e quanto siano sottopagati, e sottolineando l'ingiustizia di dover lavorare sei ore in più a settimana a paga invariata; e chi li attacca, considerandoli alla stregua di "fannulloni", dal momento che nessuna categoria può nemmeno sognarsi un orario di 18 o 24 ore settimanali e, anzi, molti lavoratori di fatto sono più vicini alle 50 che alle 40 ore.
Hanno ragione e torto entrambi gli schieramenti. Il problema è che per come è strutturato oggi il nostro sistema scolastico ci sono insegnanti - pochi, si ha l’impressione - che per la gloria, per senso del dovere o per passione lavorano molto più di 18 ore, offrendo un servizio di qualità. Sono costoro che mandano avanti la "baracca", tra mille difficoltà e mal pagati. Dovrebbe però essere interesse proprio di questi insegnanti che venga smantellato un sistema che permette a troppi loro colleghi di "imboscarsi", di fare il minimo sindacale e, quindi, di abbassare il livello qualitativo della nostra istruzione, pur percependo esattamente lo stesso stipendio. Dall'esperienza delle famiglie e dalle testimonianze degli insegnanti, che parlano di classi ormai di 30 alunni, emerge un quadro smentito dalle statistiche ufficiali (Ocse su dati del 2010, gli ultimi disponibili). In Italia...
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Hanno ragione e torto entrambi gli schieramenti. Il problema è che per come è strutturato oggi il nostro sistema scolastico ci sono insegnanti - pochi, si ha l’impressione - che per la gloria, per senso del dovere o per passione lavorano molto più di 18 ore, offrendo un servizio di qualità. Sono costoro che mandano avanti la "baracca", tra mille difficoltà e mal pagati. Dovrebbe però essere interesse proprio di questi insegnanti che venga smantellato un sistema che permette a troppi loro colleghi di "imboscarsi", di fare il minimo sindacale e, quindi, di abbassare il livello qualitativo della nostra istruzione, pur percependo esattamente lo stesso stipendio. Dall'esperienza delle famiglie e dalle testimonianze degli insegnanti, che parlano di classi ormai di 30 alunni, emerge un quadro smentito dalle statistiche ufficiali (Ocse su dati del 2010, gli ultimi disponibili). In Italia...
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Tuesday, September 18, 2012
Non Marchionne, l'Italia deve decidere cosa vuole fare
Anche su L'Opinione
Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.
La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.
L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.
La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.
I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?
Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.
Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.
La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.
L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.
La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.
I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?
Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.
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Wednesday, September 12, 2012
Monti tra verità e contraddizioni
Bisogna dare atto al premier Mario Monti di non essersi nascosto dietro un dito: «In parte le nostre decisioni hanno contribuito ad aggravare» la crisi. Quale capo di governo, quale politico, avrebbe avuto l'onestà intellettuale di una simile ammissione? Negare, negare anche l'evidenza, è la parola d'ordine dei politici (e non solo). Monti ha dunque parlato con il linguaggio della verità, e va apprezzato per questo, ma la sua autostima gli ha impedito di evitare di giustificarsi dicendo che si è trattato di scelte inevitabili.
«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.
E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.
Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.
Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.
Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.
Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.
«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.
E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.
Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.
Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.
Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.
Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.
Thursday, September 06, 2012
Basta tavoli e appelli. Decisioni e meno tasse
Anche su L'Opinione
L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale
L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.
All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.
Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).
All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.
Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?
L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale
L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.
All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.
Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).
All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.
Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?
Tuesday, July 10, 2012
Né con Monti né con Squinzi
La dura polemica dello scorso week end tra Monti e Squinzi è uno specchio della farsa italiana, di cui i due si dimostrano interpreti all'altezza. Da una parte, abbiamo un numero uno di Confindustria che anziché difendere i primi, timidi tagli alla spesa pubblica, parla come il leader della Cgil. Peggio ancora, si contraddice pur di accattivarsi le simpatie di una platea di sindacalisti e della segretaria Camusso.
(...)
Nei "taglietti" della spending review non c'è affatto il rischio di una "macelleria sociale", semmai l'opposto, dello status quo, e nell'atteggiamento di Squinzi nei confronti della Cgil s'intravede la ricerca di un quieto vivere, di un modello consociativo tra Confindustria e sindacati i cui costi sociali e fiscali storicamente sono stati scaricati sulle spalle dei contribuenti.
Dall'altra, abbiamo un presidente del Consiglio insofferente alle critiche, soprattutto a quelle dei suoi colleghi economisti (come Alesina e Giavazzi) e a quelle confindustriali.
(...)
Come brucia a Monti che alla prova dei fatti le sue previsioni si stiano rivelando più da politico (quindi eccessivamente ottimistiche) che da economista! Nel documento governativo di economia e finanza, approvato non un secolo fa ma ad aprile, il Pil veniva stimato in calo dell'1,2%, mentre ormai appare sempre più chiaro che viaggia verso il -3%.
In teoria è un tecnico, ma alle critiche Monti mostra di reagire da puro politico, anzi da politicante. Sostenere che certe dichiarazioni «fanno aumentare lo spread e i tassi d'interesse» non solo è discutibile nel merito, ma significa bollare chiunque osi criticare l'operato del governo come traditore della patria, echeggiando lo storico motto fascista "Tacete! Il nemico vi ascolta". Esattamente lo stesso fallo di reazione che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, quando puntava l'indice sull'opposizione e la stampa "anti-italiane". Con l'aggravante che Monti non viene provocato tutti i giorni da una campagna mediatico-giudiziaria senza scrupoli volta a demolire l'immagine del capo del governo e delle istituzioni. Al contrario, i grandi giornali fanno a gara per accorrere in suo aiuto. Però dovrebbero mettersi d'accordo con loro stessi: contro Berlusconi un diritto di critica da difendere, anche se dannoso per l'immagine del paese, e contro Monti un "fuoco amico" da condannare?
Qualsiasi alibi è buono per Monti: la scarsa credibilità dei meccanismi anti-crisi messi in campo dall'Eurozona; l'incertezza che avvertono i mercati riguardo gli scenari della politica italiana dopo le elezioni del 2013; le affermazioni «inappropriate» di alcuni paesi del Nord Europa (Finlandia e Olanda) che «hanno avuto l'effetto di ridurre la credibilità delle decisioni prese a Bruxelles»; e, ovviamente, le dichiarazioni come quelle di Squinzi nel dibattito interno. Tutto serve a spiegare il livello ancora troppo elevato, insostenibile, dello spread e dei tassi d'interesse, tranne l'azione di governo, tranne che forse l'Italia non ha ancora fatto i suoi "compiti a casa", nonostante i "tecnici" siano in carica ormai da 9 mesi.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
(...)
Nei "taglietti" della spending review non c'è affatto il rischio di una "macelleria sociale", semmai l'opposto, dello status quo, e nell'atteggiamento di Squinzi nei confronti della Cgil s'intravede la ricerca di un quieto vivere, di un modello consociativo tra Confindustria e sindacati i cui costi sociali e fiscali storicamente sono stati scaricati sulle spalle dei contribuenti.
Dall'altra, abbiamo un presidente del Consiglio insofferente alle critiche, soprattutto a quelle dei suoi colleghi economisti (come Alesina e Giavazzi) e a quelle confindustriali.
(...)
Come brucia a Monti che alla prova dei fatti le sue previsioni si stiano rivelando più da politico (quindi eccessivamente ottimistiche) che da economista! Nel documento governativo di economia e finanza, approvato non un secolo fa ma ad aprile, il Pil veniva stimato in calo dell'1,2%, mentre ormai appare sempre più chiaro che viaggia verso il -3%.
In teoria è un tecnico, ma alle critiche Monti mostra di reagire da puro politico, anzi da politicante. Sostenere che certe dichiarazioni «fanno aumentare lo spread e i tassi d'interesse» non solo è discutibile nel merito, ma significa bollare chiunque osi criticare l'operato del governo come traditore della patria, echeggiando lo storico motto fascista "Tacete! Il nemico vi ascolta". Esattamente lo stesso fallo di reazione che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, quando puntava l'indice sull'opposizione e la stampa "anti-italiane". Con l'aggravante che Monti non viene provocato tutti i giorni da una campagna mediatico-giudiziaria senza scrupoli volta a demolire l'immagine del capo del governo e delle istituzioni. Al contrario, i grandi giornali fanno a gara per accorrere in suo aiuto. Però dovrebbero mettersi d'accordo con loro stessi: contro Berlusconi un diritto di critica da difendere, anche se dannoso per l'immagine del paese, e contro Monti un "fuoco amico" da condannare?
Qualsiasi alibi è buono per Monti: la scarsa credibilità dei meccanismi anti-crisi messi in campo dall'Eurozona; l'incertezza che avvertono i mercati riguardo gli scenari della politica italiana dopo le elezioni del 2013; le affermazioni «inappropriate» di alcuni paesi del Nord Europa (Finlandia e Olanda) che «hanno avuto l'effetto di ridurre la credibilità delle decisioni prese a Bruxelles»; e, ovviamente, le dichiarazioni come quelle di Squinzi nel dibattito interno. Tutto serve a spiegare il livello ancora troppo elevato, insostenibile, dello spread e dei tassi d'interesse, tranne l'azione di governo, tranne che forse l'Italia non ha ancora fatto i suoi "compiti a casa", nonostante i "tecnici" siano in carica ormai da 9 mesi.
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Friday, July 06, 2012
Tagli poco ambiziosi, ma ora vanno difesi dai pescecani della spesa
Non si tratta del taglio della spesa pubblica che servirebbe, tale (non ci stancheremo di ripeterlo) da trasformare i risparmi in meno tasse su cittadini e imprese per far ripartire l'economia; e non è certo questo il passo con cui la Germania è riuscita a tagliare le sue spese di 5-6 punti di Pil in pochi anni. Nell'ultimo decennio la nostra spesa pubblica è cresciuta di quasi 200 miliardi; la spesa primaria, come certificato dalla Corte dei Conti, di circa il 5% in media l'anno. Ebbene, se nessuno ha notato clamorosi miglioramenti nei servizi pubblici e nelle prestazioni sociali rispetto a dieci anni fa (anzi!), vuol dire che almeno 100 di quei miliardi in più spesi si potrebbero recuperare senza "macelleria sociale".
Ma sapevamo che l'approccio seguito da questo governo è quello della manutenzione. Bisogna per lo meno riconoscere al premier Mario Monti di essere riuscito a non farsi spolpare il marlin appena pescato già durante la prima notte di navigazione. Al rientro in porto, però, ossia alla conversione in legge del decreto, mancano ancora parecchie notti in cui i pescecani (burocrazie, regioni ed enti locali, sindacati, partiti, demagoghi di ogni razza) ritorneranno all'assalto. E' per questo che non conviene sparare sul pianista, nonostante l’approccio poco ambizioso, il ritardo con cui il governo si è mosso (spinto solo dall'incubo spread), i dietrofront e i punti deboli.
Se non altro - dopo l'incauto rilassamento dei mesi scorsi (quando la crisi sembrava «quasi superata»), che ha contribuito al flop della riforma del lavoro - con il riacutizzarsi della tensione sul debito e la necessità di presentarsi con le carte in regola in Europa, Monti ha recuperato un certo senso di urgenza, riuscendo a superare quasi tutti i veti interni ed evitando di imbarcarsi in estenuanti trattative con sindacati ed enti territoriali, convocati solo per "comunicazioni". Non mancano, tuttavia, le retromarce: salvi i "mini-ospedali" e il fondo degli atenei, saltata la soppressione di alcuni enti, e forse anche la riduzione dei permessi sindacali e dei trasferimenti ai Caf.
Ma va detto innanzitutto che dei risparmi complessivi (4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014), una parte cospicua andrà a finanziare nuove spese: nobili, come la ricostruzione nelle aree terremotate (2 miliardi), e meno nobili (altri 55 mila "esodati", che ci costeranno 4,1 miliardi nel periodo 2014-2020). E come mai, nonostante il risparmio di 10 miliardi su base annua l'aumento dell'Iva non è ancora scongiurato, ma solo ritardato di 9 mesi (luglio 2013) e ridotto dal 2014? Probabile che i brutti dati Istat sui conti pubblici nel I trimestre 2012 abbiano indotto alla cautela, ma non sarà il caso di chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nella ricetta?
Si chiama spending review, ma solo parte dei tagli è affidata a qualcosa di somigliante ad una riforma strutturale della spesa sul modello britannico. In realtà, si fa ampio ricorso ai tagli lineari, che però qui non demonizziamo affatto.
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Ma sapevamo che l'approccio seguito da questo governo è quello della manutenzione. Bisogna per lo meno riconoscere al premier Mario Monti di essere riuscito a non farsi spolpare il marlin appena pescato già durante la prima notte di navigazione. Al rientro in porto, però, ossia alla conversione in legge del decreto, mancano ancora parecchie notti in cui i pescecani (burocrazie, regioni ed enti locali, sindacati, partiti, demagoghi di ogni razza) ritorneranno all'assalto. E' per questo che non conviene sparare sul pianista, nonostante l’approccio poco ambizioso, il ritardo con cui il governo si è mosso (spinto solo dall'incubo spread), i dietrofront e i punti deboli.
Se non altro - dopo l'incauto rilassamento dei mesi scorsi (quando la crisi sembrava «quasi superata»), che ha contribuito al flop della riforma del lavoro - con il riacutizzarsi della tensione sul debito e la necessità di presentarsi con le carte in regola in Europa, Monti ha recuperato un certo senso di urgenza, riuscendo a superare quasi tutti i veti interni ed evitando di imbarcarsi in estenuanti trattative con sindacati ed enti territoriali, convocati solo per "comunicazioni". Non mancano, tuttavia, le retromarce: salvi i "mini-ospedali" e il fondo degli atenei, saltata la soppressione di alcuni enti, e forse anche la riduzione dei permessi sindacali e dei trasferimenti ai Caf.
Ma va detto innanzitutto che dei risparmi complessivi (4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014), una parte cospicua andrà a finanziare nuove spese: nobili, come la ricostruzione nelle aree terremotate (2 miliardi), e meno nobili (altri 55 mila "esodati", che ci costeranno 4,1 miliardi nel periodo 2014-2020). E come mai, nonostante il risparmio di 10 miliardi su base annua l'aumento dell'Iva non è ancora scongiurato, ma solo ritardato di 9 mesi (luglio 2013) e ridotto dal 2014? Probabile che i brutti dati Istat sui conti pubblici nel I trimestre 2012 abbiano indotto alla cautela, ma non sarà il caso di chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nella ricetta?
Si chiama spending review, ma solo parte dei tagli è affidata a qualcosa di somigliante ad una riforma strutturale della spesa sul modello britannico. In realtà, si fa ampio ricorso ai tagli lineari, che però qui non demonizziamo affatto.
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Thursday, July 05, 2012
Cominciano a calarsi le brache anche sui tagli?
Mentre la Bce taglia di un altro 0,25% i tassi (al minimo storico di 0,75%) - insomma, Draghi sta facendo il suo dovere, lui sì - a poche ore dal Cdm che dovrebbe varare il secondo decreto di tagli alla spesa, quello più corposo, emergono le prime nefandezze che fanno temere l'ennesimo flop montiano. I sindacati piagnoni intanto i loro interessi se li sono fatti: si sarebbero salvati dai tagli, infatti, i permessi sindacali degli statali e i finanziamenti ai Caf e ai patronati. Anche i piccoli ospedali sarebbero salvi: il taglio delle strutture con meno di 80 posti letto avverrà eventualmente in un secondo momento, dopo "attenta riflessione". Il taglio praticamente diventa un "invito" alla razionalizzazione rivolto alle regioni. Scommettiamo che la stessa sorte subirà il taglio dei tribunali e delle sezioni distaccate? E' il paradigma di come viene pretestuosamente usata l'accusa dei "tagli lineari": tagliare indiscriminatamente è da infami, ma quando il governo affonda il bisturi, ecco che spunta l'autonomia, la "potestà" di regioni ed enti locali. Rinviati al terzo decreto (semmai ci sarà) anche il taglio delle Province, la sforbiciata del 20% agli enti pubblici e il riordino dei piccoli Comuni.
Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).
Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.
Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.
Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.
Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.
Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).
Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.
Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.
Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.
Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.
Sui tagli alla spesa si giocano la faccia anche i partiti
Se sui tagli alla spesa Mario Monti si gioca un’altra grossa fetta della sua credibilità, interna ed europea, il tema è di quelli decisivi anche per i partiti che in parlamento saranno chiamati ad esaminare in concreto, ed infine ad approvare, i provvedimenti governativi.
(...)
Dal comportamento che terranno nel merito dei tagli, nei confronti delle proteste che susciteranno, e più in generale sulla revisione della spesa, dipenderà molto del profilo politico dei partiti nel prossimo futuro, la loro credibilità agli occhi dei mercati, dei partner europei e delle istituzioni internazionali. Insomma, la loro idoneità a guidare il Paese nel post-Monti. Per farla breve: chi si oppone ai tagli oggi, gridando demagogicamente alla "macelleria sociale" con il solito armamentario retorico, oppure più furbescamente cercando di sabotarli in silenzio nelle aule parlamentari, non offre alcuna garanzia che una volta al governo proseguirà sulla strada della riduzione della spesa pubblica e si rivela quindi "unfit" a guidare il paese.
Nulla di buono fa presagire il Pd. D'accordo non aumentare l'Iva, d'accordo i risparmi strutturali, ma non toccare le «prestazioni sociali», cioè sanità, istruzione e servizi sociali. Va bene risparmiare sul costo della siringa, ma non sull'iniezione, avverte Bersani, invitando il governo al confronto per evitare «errori». Magari in Parlamento il Pd assumerà una posizione più realistica, ma per ora fa il solito gioco di sponda con i sindacati.
Di gran lunga più avvilente il Pdl. Da tre giorni non si parla d'altro che di spending review ma Alfano tace e le voci contrastanti confermano lo sfaldamento in atto del partito. Dal vuoto di linea ad emergere sono le voci più corporative, assistenzialiste e campanilistiche, quelle dei parlamentari che difendono le loro clientele di riferimento e quelle allarmate dei governatori e dei sindaci. Mentre i cittadini, che siano a favore o contro, concentrano la loro attenzione sui tagli alla spesa, il Pdl sembra appassionarsi di più al cda Rai o alla reintroduzione delle preferenze, temi certamente non in cima alle preoccupazioni degli italiani. Lo stesso errore commesso mesi fa sulla riforma del lavoro: anziché incalzare il governo su due temi, come il lavoro e la spesa pubblica, su cui il Pd può essere messo in difficoltà, si ritrae nel proprio caos interno.
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(...)
Dal comportamento che terranno nel merito dei tagli, nei confronti delle proteste che susciteranno, e più in generale sulla revisione della spesa, dipenderà molto del profilo politico dei partiti nel prossimo futuro, la loro credibilità agli occhi dei mercati, dei partner europei e delle istituzioni internazionali. Insomma, la loro idoneità a guidare il Paese nel post-Monti. Per farla breve: chi si oppone ai tagli oggi, gridando demagogicamente alla "macelleria sociale" con il solito armamentario retorico, oppure più furbescamente cercando di sabotarli in silenzio nelle aule parlamentari, non offre alcuna garanzia che una volta al governo proseguirà sulla strada della riduzione della spesa pubblica e si rivela quindi "unfit" a guidare il paese.
Nulla di buono fa presagire il Pd. D'accordo non aumentare l'Iva, d'accordo i risparmi strutturali, ma non toccare le «prestazioni sociali», cioè sanità, istruzione e servizi sociali. Va bene risparmiare sul costo della siringa, ma non sull'iniezione, avverte Bersani, invitando il governo al confronto per evitare «errori». Magari in Parlamento il Pd assumerà una posizione più realistica, ma per ora fa il solito gioco di sponda con i sindacati.
Di gran lunga più avvilente il Pdl. Da tre giorni non si parla d'altro che di spending review ma Alfano tace e le voci contrastanti confermano lo sfaldamento in atto del partito. Dal vuoto di linea ad emergere sono le voci più corporative, assistenzialiste e campanilistiche, quelle dei parlamentari che difendono le loro clientele di riferimento e quelle allarmate dei governatori e dei sindaci. Mentre i cittadini, che siano a favore o contro, concentrano la loro attenzione sui tagli alla spesa, il Pdl sembra appassionarsi di più al cda Rai o alla reintroduzione delle preferenze, temi certamente non in cima alle preoccupazioni degli italiani. Lo stesso errore commesso mesi fa sulla riforma del lavoro: anziché incalzare il governo su due temi, come il lavoro e la spesa pubblica, su cui il Pd può essere messo in difficoltà, si ritrae nel proprio caos interno.
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Wednesday, July 04, 2012
Monti rischia il flop anche sui tagli alla spesa
Se, dopo aver battuto i pugni sul tavolo davanti alla Merkel al Consiglio Ue, arrivando a minacciare il veto sugli altri capitoli del vertice pur di ottenere un paragrafetto sullo scudo anti-spread, non si dimostrasse in grado di portare a casa un taglio significativo della spesa, Monti perderebbe molta della credibilità così ultimativamente messa sul piatto a Bruxelles. Ma come, si chiederebbero i nostri partner più severi, l'Italia viene a chiederci di cucirle praticamente addosso un meccanismo per far calare lo spread, e intanto dimostra di non procedere con la determinazione necessaria nella riforma della propria spesa pubblica? Dunque, immediati e tangibili tagli alla spesa come vera e propria condizione non scritta in cambio del firewall finanziario a lungo invocato da Monti, ma le cui modalità operative devono ancora essere fissate e dipenderanno anche dalla serietà che dimostreremo nelle riforme.
La domanda chiave quindi ora è: Monti batterà i pugni sul tavolo anche al cospetto dei sindacati, dei partiti e, soprattutto, delle mille burocrazie centrali e locali?
In modo bipartisan governatori di regioni e sindaci lamentano il taglio ai servizi, piuttosto che agli sprechi, torna l'accusa di "tagli lineari", mentre anche l’Anm è in rivolta per i tagli alla giustizia e i sindacati minacciano lo sciopero generale contro i tagli nel pubblico impiego: chiedono "concertazione" e si aspettano l'applicazione dell’accordo con il ministro della funzione pubblica. Tra l'avvertimento e la minaccia, la Camusso suggerisce di «non mettere altra benzina sul fuoco» e paventa il rischio di «conflitto sociale». Ma attenzione a non farsi ingannare dalle vuvuzelas di sindacati e partiti. Le resistenze più insidiose per Monti sono quelle silenziose dei ministeri, delle burocrazie, quindi interne al suo stesso governo, con i ministri che - proprio in quanto tecnici - tendono a comportarsi più da rappresentanti corporativi del proprio settore che da manager.
Ma un errore strategico, di fondo, il governo l'ha già commesso: limitare l'obiettivo della spending review allo stretto necessario per evitare l'aumento dell'Iva da ottobre, per scudare gli esodati e far fronte alle spese per gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Per queste ultime due esigenze serve una cifra maggiore dei 4,2 miliardi preventivati, ha avvertito ieri Monti. Ma a quanto pare di capire difficilmente si raggiungerà l'1% della spesa pubblica al netto degli interessi sul debito. Lo schema nel quale si muove il governo, insomma, è quello della mera manutenzione, non del cambiamento di paradigma. Credibilità maggiore avrebbe avuto un grande piano triennale per ridurre la spesa di diversi punti di Pil (6-8%), come ha fatto la Germania, che avrebbe legato le mani anche al futuro governo, rassicurando così mercati e partner europei sulla rotta che l'Italia intende seguire nel post-Monti.
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La domanda chiave quindi ora è: Monti batterà i pugni sul tavolo anche al cospetto dei sindacati, dei partiti e, soprattutto, delle mille burocrazie centrali e locali?
In modo bipartisan governatori di regioni e sindaci lamentano il taglio ai servizi, piuttosto che agli sprechi, torna l'accusa di "tagli lineari", mentre anche l’Anm è in rivolta per i tagli alla giustizia e i sindacati minacciano lo sciopero generale contro i tagli nel pubblico impiego: chiedono "concertazione" e si aspettano l'applicazione dell’accordo con il ministro della funzione pubblica. Tra l'avvertimento e la minaccia, la Camusso suggerisce di «non mettere altra benzina sul fuoco» e paventa il rischio di «conflitto sociale». Ma attenzione a non farsi ingannare dalle vuvuzelas di sindacati e partiti. Le resistenze più insidiose per Monti sono quelle silenziose dei ministeri, delle burocrazie, quindi interne al suo stesso governo, con i ministri che - proprio in quanto tecnici - tendono a comportarsi più da rappresentanti corporativi del proprio settore che da manager.
Ma un errore strategico, di fondo, il governo l'ha già commesso: limitare l'obiettivo della spending review allo stretto necessario per evitare l'aumento dell'Iva da ottobre, per scudare gli esodati e far fronte alle spese per gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Per queste ultime due esigenze serve una cifra maggiore dei 4,2 miliardi preventivati, ha avvertito ieri Monti. Ma a quanto pare di capire difficilmente si raggiungerà l'1% della spesa pubblica al netto degli interessi sul debito. Lo schema nel quale si muove il governo, insomma, è quello della mera manutenzione, non del cambiamento di paradigma. Credibilità maggiore avrebbe avuto un grande piano triennale per ridurre la spesa di diversi punti di Pil (6-8%), come ha fatto la Germania, che avrebbe legato le mani anche al futuro governo, rassicurando così mercati e partner europei sulla rotta che l'Italia intende seguire nel post-Monti.
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Monday, June 25, 2012
L'Italia dei soviet fa fuggire le imprese
Anche su L'Opinione
Prima di commentare una sentenza bisognerebbe leggerla. Ma in questo caso, che i giudici abbiano applicato alla lettera le leggi, oppure si siano lasciati prendere la mano da considerazioni ideologiche, qualche riflessione si può anticipare sulle cause profonde, culturali, di certe distorsioni, in presenza delle quali un’economia semplicemente non può funzionare.
Nei giorni scorsi il Wall Street Journal pubblicava un articolo nel quale con toni sarcastici si dava conto di tutta la selva di oneri fiscali, contributivi e burocratici cui un imprenditore in Italia deve far fronte per "creare" lavoro. Dal che desumeva che la riforma del lavoro, la «boiata» di cui cui però si chiede una rapida approvazione, e il recente decreto sviluppo, di cui va così orgoglioso il ministro Corrado Passera, possono risolvere i problemi dell’economia italiana «solo nel senso che si potrebbe, teoricamente, svuotare il Lago di Como con un mestolo e una cannuccia».
Ebbene, rispetto ai mestoli e alle cannucce del governo Monti la sentenza che condanna la Fiat ad assumere nello stabilimento di Pomigliano 145 lavoratori iscritti alla Fiom rappresenta un diluvio universale. Non c'è riforma, intervista per rassicurare gli "Herr Muller", road show del nostro premier, o curriculum personali che reggano. Una sentenza simile, anche se dovesse essere riformata in appello, spazza via tutto (figuriamoci le timide riforme che sono state fatte). Dimostra al di là di ogni buona intenzione riformatrice che per le imprese l’Italia è sempre più un paese da cui fuggire. Non solo fornisce alla Fiat di Sergio Marchionne ottimi motivi per trasferire tutta la produzione all’estero, ma allontana chiunque, italiano o straniero, volesse investire nel nostro paese.
Si badi bene: non siamo di fronte ad un normale caso di discriminazione, in cui alcuni lavoratori licenziati ingiustamente per la loro affiliazione sindacale vengono reintegrati. In questo caso i giudici obbligano la Fiat ad assumere ex novo 145 lavoratori iscritti alla Fiom. Dunque, non solo costringono l’azienda ad ampliare l’organico della fabbrica, a prescindere da qualsiasi valutazione di economicità, ma scelgono i nuovi assunti sulla base della loro tessera di iscrizione a un sindacato, quindi prescindendo da qualsiasi criterio di merito, competenze o mansioni.
Ma l'aspetto ancora più assurdo della vicenda è che la prova della discriminazione da parte di Fiat consiste in una simulazione statistica: un professore di Birmingham ha infatti calcolato che le possibilità che su 2.093 assunti a Pomigliano nessuno fosse iscritto alla Fiom risultano meno di una su dieci milioni. Ma com'è possibile che un semplice dato statistico sia accettato come prova decisiva? Bisogna ringraziare uno dei capolavori illiberali che ci ha regalato il governo Berlusconi, oltre al "mostro" Equitalia: l'art. 28 del decreto legislativo 150 del 2011 stabilisce, infatti, che i comportamenti discriminatori sul luogo di lavoro possono essere «desunti anche da dati di carattere statistico», e in questo caso «spetta al convenuto l'onere di provare l'insussistenza della discriminazione».
La sentenza quindi stabilisce una rigida regola di proporzionalità: nelle assunzioni va mantenuta la percentuale di iscritti tra i vari sindacati, anche se uno di essi (come la Fiom a Pomigliano) non ha sottoscritto il contratto collettivo aziendale, altrimenti c'è discriminazione. Altro che merito, siamo al manuale Cencelli delle tessere sindacali. Ma se di discriminazione si tratta, che dire di quelle di genere, razza, lingua, religione, opinioni politiche e orientamento sessuale, esplicitamente vietate dalla nostra Costituzione? Se il criterio da seguire per non discriminare è statistico, le aziende dovranno rispettare le percentuali di uomini e donne, o di musulmani, omosessuali, o di qualsisi minoranza, censiti nella società. E perché non anche delle diverse fedi calcistiche, o del colore dei capelli? E i non iscritti ad alcun sindacato? Vengono tutelati anch'essi, in modo da essere assunti in proporzione al proprio numero rispetto ai colleghi iscritti?
Evidentemente non può funzionare così. Ma purtroppo chi ha un po' d'esperienza diretta del mondo del lavoro sa che per evitare simili problemi sono gli stessi imprenditori che assumono lavoratori indicati dai rappresentanti sindacali e degli ordini professionali. Esistono veri e propri accordi di "precedenza" nelle assunzioni, che penalizzano i non iscritti, non "leccaculo", anche se magari più meritevoli.
In Italia, dunque, sindacati e magistratura non solo decidono chi le aziende possono o non possono licenziare, ma anche chi devono assumere. Si può anche essere convinti che astratti principi di uguaglianza (ammesso e non concesso che di uguaglianza si tratti) debbano sempre e comunque prevalere su qualsiasi criterio di economicità e di mercato. Basta però essere consapevoli che così l’economia semplicemente non funziona, le aziende fuggono all'estero e si cancellano posti di lavoro anziché crearli.
Ma c’è una causa profonda, culturale, per cui in Italia il legislatore e coloro che sono chiamati ad applicare le leggi aprono le porte a delle forme di vero e proprio collettivismo: c'è un gigantesco equivoco sul concetto di proprietà e una radicata e diffusa ignoranza economica. Un'impresa è di proprietà di chi ci mette i soldi. E' spiacevole rammentarlo ma è così. Si può tirare la corda quanto si vuole con i diritti sociali, finché poi si esagera e costui non ci mette più i soldi, chiude la baracca, i lavoratori sono a spasso e il paese si impoverisce. Questa realtà basilare ce la siamo dimenticata. Non riuscirà a liberare e rilanciare la nostra economica nessun governo, nessuna maggioranza politica, che non ne sia consapevole e che non sia disposta ad ingaggiare una dura battaglia ideologica, di piglio thatcheriano, su questi temi. Anche su questo il governo Monti, con il suo patetico compromesso sull’articolo 18, ha fallito.
Prima di commentare una sentenza bisognerebbe leggerla. Ma in questo caso, che i giudici abbiano applicato alla lettera le leggi, oppure si siano lasciati prendere la mano da considerazioni ideologiche, qualche riflessione si può anticipare sulle cause profonde, culturali, di certe distorsioni, in presenza delle quali un’economia semplicemente non può funzionare.
Nei giorni scorsi il Wall Street Journal pubblicava un articolo nel quale con toni sarcastici si dava conto di tutta la selva di oneri fiscali, contributivi e burocratici cui un imprenditore in Italia deve far fronte per "creare" lavoro. Dal che desumeva che la riforma del lavoro, la «boiata» di cui cui però si chiede una rapida approvazione, e il recente decreto sviluppo, di cui va così orgoglioso il ministro Corrado Passera, possono risolvere i problemi dell’economia italiana «solo nel senso che si potrebbe, teoricamente, svuotare il Lago di Como con un mestolo e una cannuccia».
Ebbene, rispetto ai mestoli e alle cannucce del governo Monti la sentenza che condanna la Fiat ad assumere nello stabilimento di Pomigliano 145 lavoratori iscritti alla Fiom rappresenta un diluvio universale. Non c'è riforma, intervista per rassicurare gli "Herr Muller", road show del nostro premier, o curriculum personali che reggano. Una sentenza simile, anche se dovesse essere riformata in appello, spazza via tutto (figuriamoci le timide riforme che sono state fatte). Dimostra al di là di ogni buona intenzione riformatrice che per le imprese l’Italia è sempre più un paese da cui fuggire. Non solo fornisce alla Fiat di Sergio Marchionne ottimi motivi per trasferire tutta la produzione all’estero, ma allontana chiunque, italiano o straniero, volesse investire nel nostro paese.
Si badi bene: non siamo di fronte ad un normale caso di discriminazione, in cui alcuni lavoratori licenziati ingiustamente per la loro affiliazione sindacale vengono reintegrati. In questo caso i giudici obbligano la Fiat ad assumere ex novo 145 lavoratori iscritti alla Fiom. Dunque, non solo costringono l’azienda ad ampliare l’organico della fabbrica, a prescindere da qualsiasi valutazione di economicità, ma scelgono i nuovi assunti sulla base della loro tessera di iscrizione a un sindacato, quindi prescindendo da qualsiasi criterio di merito, competenze o mansioni.
Ma l'aspetto ancora più assurdo della vicenda è che la prova della discriminazione da parte di Fiat consiste in una simulazione statistica: un professore di Birmingham ha infatti calcolato che le possibilità che su 2.093 assunti a Pomigliano nessuno fosse iscritto alla Fiom risultano meno di una su dieci milioni. Ma com'è possibile che un semplice dato statistico sia accettato come prova decisiva? Bisogna ringraziare uno dei capolavori illiberali che ci ha regalato il governo Berlusconi, oltre al "mostro" Equitalia: l'art. 28 del decreto legislativo 150 del 2011 stabilisce, infatti, che i comportamenti discriminatori sul luogo di lavoro possono essere «desunti anche da dati di carattere statistico», e in questo caso «spetta al convenuto l'onere di provare l'insussistenza della discriminazione».
La sentenza quindi stabilisce una rigida regola di proporzionalità: nelle assunzioni va mantenuta la percentuale di iscritti tra i vari sindacati, anche se uno di essi (come la Fiom a Pomigliano) non ha sottoscritto il contratto collettivo aziendale, altrimenti c'è discriminazione. Altro che merito, siamo al manuale Cencelli delle tessere sindacali. Ma se di discriminazione si tratta, che dire di quelle di genere, razza, lingua, religione, opinioni politiche e orientamento sessuale, esplicitamente vietate dalla nostra Costituzione? Se il criterio da seguire per non discriminare è statistico, le aziende dovranno rispettare le percentuali di uomini e donne, o di musulmani, omosessuali, o di qualsisi minoranza, censiti nella società. E perché non anche delle diverse fedi calcistiche, o del colore dei capelli? E i non iscritti ad alcun sindacato? Vengono tutelati anch'essi, in modo da essere assunti in proporzione al proprio numero rispetto ai colleghi iscritti?
Evidentemente non può funzionare così. Ma purtroppo chi ha un po' d'esperienza diretta del mondo del lavoro sa che per evitare simili problemi sono gli stessi imprenditori che assumono lavoratori indicati dai rappresentanti sindacali e degli ordini professionali. Esistono veri e propri accordi di "precedenza" nelle assunzioni, che penalizzano i non iscritti, non "leccaculo", anche se magari più meritevoli.
In Italia, dunque, sindacati e magistratura non solo decidono chi le aziende possono o non possono licenziare, ma anche chi devono assumere. Si può anche essere convinti che astratti principi di uguaglianza (ammesso e non concesso che di uguaglianza si tratti) debbano sempre e comunque prevalere su qualsiasi criterio di economicità e di mercato. Basta però essere consapevoli che così l’economia semplicemente non funziona, le aziende fuggono all'estero e si cancellano posti di lavoro anziché crearli.
Ma c’è una causa profonda, culturale, per cui in Italia il legislatore e coloro che sono chiamati ad applicare le leggi aprono le porte a delle forme di vero e proprio collettivismo: c'è un gigantesco equivoco sul concetto di proprietà e una radicata e diffusa ignoranza economica. Un'impresa è di proprietà di chi ci mette i soldi. E' spiacevole rammentarlo ma è così. Si può tirare la corda quanto si vuole con i diritti sociali, finché poi si esagera e costui non ci mette più i soldi, chiude la baracca, i lavoratori sono a spasso e il paese si impoverisce. Questa realtà basilare ce la siamo dimenticata. Non riuscirà a liberare e rilanciare la nostra economica nessun governo, nessuna maggioranza politica, che non ne sia consapevole e che non sia disposta ad ingaggiare una dura battaglia ideologica, di piglio thatcheriano, su questi temi. Anche su questo il governo Monti, con il suo patetico compromesso sull’articolo 18, ha fallito.
Tuesday, June 19, 2012
Esodati, il vero scandalo è l'assalto alla diligenza
Sulla vicenda "esodati" un parere controcorrente. Si può spezzare una lancia in difesa della Fornero? Ha fatto confusione e ormai è intimidita, ma il vero problema è che non può dire la verità: non è uno scandalo mandare in pensione anticipata migliaia di cinquantenni in deroga alla riforma che vale per milioni di italiani? Non è una truffa che la previdenza funzioni come ammortizzatore sociale? E non sono aiuti di Stato, le aziende che usufruiscono del cosiddetto "scivolo" (guarda caso quelle partecipate dallo Stato, Poste, banche e grandi gruppi industriali)? L'unica colpa della Fornero è non avere il coraggio di denunciare il privilegio: gli esodati sono privilegiati o aspiranti tali, non vittime. La toppa è di buon senso se vale solo per quelli già usciti o prossimi all'uscita concordata dal lavoro, purché davvero vicini alla pensione. Tutti gli altri "esodandi" possono rinegoziare l'accordo con l'azienda, mentre per i disoccupati vicini alla pensione secondo i vecchi requisiti è un problema di welfare, non di previdenza.
Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
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Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
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Friday, April 06, 2012
Finita la melassa, WSJ molla Monti
Dopo il Financial Times, che ieri ha dato voce allo sfogo - colpevolmente tardivo ma nel merito ineccepibile, e non solo sulla riforma del lavoro - di Emma Marcegaglia, un altro schiaffone in mondovisione a Monti arriva dal quotidiano finanziario Usa, il Wall Street Journal, costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti alla Thatcher, azzardato solo pochi giorni fa. Dietrofront: la miglior analogia "britannica" può essere con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il che però ci sembra un tantino ottimistico riguardo il successore di Monti.
Ma il WSJ boccia anche la bozza originaria della riforma Monti-Fornero, che prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un Paese con i problemi economici dell'Italia» (tasso di disoccupazione al 9,3%; tasso di occupazione al 56.9%, contro il 64.5% del Portogallo e il 66,8 degli Usa). Ma almeno si muoveva nella «giusta direzione».
La conclusione del quotidiano Usa è lapidaria, e sarcastica: «Gli ottimisti in Italia - sì, ce ne sono alcuni - diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio Paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». La sensazione è che presto, molto presto, ci ritroveremo con il problema della caduta di credibilità di Monti e allora saranno guai, di "tecnici" savatori della patria non se ne vedono più.
Duro anche il direttore del giornale di Confindustria, il Sole24Ore, che accusa Monti di scorrettezze poco da tecnico e molto da politico:
Ma il WSJ boccia anche la bozza originaria della riforma Monti-Fornero, che prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un Paese con i problemi economici dell'Italia» (tasso di disoccupazione al 9,3%; tasso di occupazione al 56.9%, contro il 64.5% del Portogallo e il 66,8 degli Usa). Ma almeno si muoveva nella «giusta direzione».
La conclusione del quotidiano Usa è lapidaria, e sarcastica: «Gli ottimisti in Italia - sì, ce ne sono alcuni - diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio Paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». La sensazione è che presto, molto presto, ci ritroveremo con il problema della caduta di credibilità di Monti e allora saranno guai, di "tecnici" savatori della patria non se ne vedono più.
Duro anche il direttore del giornale di Confindustria, il Sole24Ore, che accusa Monti di scorrettezze poco da tecnico e molto da politico:
«La regola aurea che il professor Mario Monti non può non conoscere è che un presidente del Consiglio in visita all'estero parla del suo Paese, vende il titolo Italia (lui lo sa fare benissimo, è giusto rendergliene merito), ma non si occupa delle vicende interne, non risponde alle polemiche domestiche, non scrive lettere ai giornali sui rapporti tra governo e partiti. Purtroppo, tutto ciò che non doveva avvenire è successo con la missione in Asia guidata da Monti e ha trovato la sua logica conclusione in un vertice notturno, a Roma, con i segretari dei partiti che lo sostengono».E' stato Monti a dichiarare «chiuso» l'argomento articolo 18 e poi a rimangiarsi la sua parola. E nel modo peggiore:
«Si sono inventate coperture rozze (che cosa c'entrano i rincari su casa, auto aziendali, biglietti aerei?), si è indebolita la flessibilità in uscita e sono rimasti intatti oneri contributivi e rigidità sui contratti in entrata in una dimensione tale da rischiare di ridurre le occasioni di occupazione per i giovani e i tanti (troppi) quarantenni e cinquantenni che si sono ritrovati dalla sera alla mattina senza un reddito. Non ci resta che una speranza: si rifacciano di giorno i conti maldestramente impostati di notte».Interessante anche il commento, nel merito della riforma, di Alesina e A. Ichino sul Corriere della Sera. Premessa sugli effetti dannosi dell'art. 18:
«L'aumento dei vincoli alla libertà di impresa, riguardo ai licenziamenti per motivo economico, si riflette in perdite retributive per i lavoratori che in Italia sono state stimate nell'ordine del 5-11%. Altrettanto dimostrato è l'effetto negativo sulle assunzioni (13-15% in meno, ad esempio, nelle piccole imprese in cui la protezione contro i licenziamenti è aumentata nel 1990). Insomma, il sistema basato sull'art. 18 dà sicurezza a chi ne può godere (ormai quasi solo i lavoratori anziani, in maggioranza uomini). Ma tiene in piedi posti di lavoro poco produttivi con una perdita generale di efficienza economica e lascia briciole di precariato ai giovani».Qual è il rischio con una riforma che si ferma «in mezzo al guado?»
«Le imprese in crisi approfitteranno immediatamente di ogni spiraglio nella diga per liberarsi dei lavoratori improduttivi. Ma quelle che potrebbero espandersi non assumeranno perché non avranno sufficienti garanzie di poter ridurre in futuro l'occupazione se e quando questa eventualità si rendesse necessaria. Il peggio dei due sistemi quindi: licenziamenti senza assunzioni».Il giudizio quindi è tranchant: «Ci sono riforme che anche se fatte a metà sono comunque un utile passo avanti. Ce ne sono altre che, invece, se fatte a metà peggiorano la situazione e sarebbe meglio non iniziarle nemmeno. La riforma del mercato del lavoro di cui si sta discutendo appartiene a questa seconda categoria».
Riforma sacrificata sull'altare della Grande Coalizione
Meglio non compromettere le premesse di una Grande Coalizione con una rottura sull'articolo 18. Il compromesso al ribasso sulla riforma del lavoro può essere considerato a tutti gli effetti una prova tecnica di GC. Ma se è così, bisogna anche ammettere che l'esito è very bad. Prelude a riforme sempre più sbiadite, inutili, persino dannose. L'idea di una GC in cui diverse forze politiche mettano mano ai nostri problemi strutturali nell'emergenza non è campata in aria. Sarebbe senz'altro possibile se fosse limitata alle forze moderate e riformiste. Bisogna tuttavia fare i conti con quella che è da sempre la grande anomalia del sistema politico italiano. Se si pretende di mettere insieme una coalizione che va dai moderati ad un Pd a trazione Cgil, il rischio è che partorisca topolini rachitici come questa riforma. L'articolo 18, invece, poteva (anzi doveva) offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata – il Pd che fa cadere il governo e tenta la "rivoluzione d'ottobre" – il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" (anche senza Monti) e un "partito Grecia". La gioiosa macchina da guerra di Vasto si sarebbe infranta sul muro di un nuovo, ampio fronte moderato. Uno scenario in cui anche i mercati avrebbero potuto intravedere finalmente una certa chiarezza nella politica italiana.
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Thursday, April 05, 2012
La giornata: l'addio di Bossi e la non riforma che smaschera il Bluff-Italia
La notiziona del giorno sono senz'altro le dimissioni di Bossi (al suo posto il triumvirato Maroni-Calderoli-Dal Lago), che chiudono un'era politica, anche se quella che si apre non è detto abbia le caratteristiche del nuovo che avanza. Evito di riportare particolari che troverete su siti molto più autorevoli, e mi limito a un interrogativo e ad una considerazione. Mi e vi chiedo: come mai, se i beneficiari della truffa e dell'appropriazione indebita contestate al tesoriere della Lega Belsito sono Bossi e i suoi figli, non risultano ancora indagati? Una curiosa anomalia. La riflessione - amara - è che in Italia funziona così il ricambio delle classi dirigenti: tutti hanno scheletri negli armadi; quando è ora di sbarazzarsene, basta passare le chiavi alla magistratura. Chi sarà stato in questo caso? Ovvio che i sospetti si concentrino su Maroni, ex ministro degli interni. Nel caso di Bossi, inoltre, si ha la triste impressione che dopo la malattia qualcuno (anche in famiglia) se ne sia approfittato, ma questo sarà il processo a stabilirlo. Di certo non mi unisco allo sport nazionale: Piazzale Loreto.
Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.
Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).
E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.
Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.
Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.
Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.
Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).
E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.
Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.
Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.
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Tuesday, March 27, 2012
Dal salva-Italia al bluffa-Italia
E' come scrive Stefano Menichini su Europa, e cioè che il Pd è semplicemente entrato in campagna elettorale, ma ha compiuto il «piccolo capolavoro» di portare in Parlamento il confronto sull'articolo 18, facendo così un favore a Monti; oppure c'è di più, in realtà il Pd ha iniziato a fremere per tornare a Palazzo Chigi, teme possa sfuggirgli come gli è sfuggito dopo la parentesi tecnica '92-'94, e quindi ha avviato, come sostiene Mario Sechi su Il Tempo, il piano di liquidamonti, sullo slancio del probabile successo alle amministrative?
A prescindere da quale siano i piani del Pd, resta il nodo dell'articolo 18: reintegro come opzione anche per i licenziamenti economici, come vorrebbero il Pd e i sindacati, o solo indennizzo, come vorrebbe il governo? Qualcuno dovrà cedere.
Sia come sia, sembra avverarsi ciò che avevamo predetto fin da subito, pochi giorno dopo l'insediamento del governo tecnico, e cioè che Monti avrebbe avuto se non poche settimane, «due/tre mesi, non oltre febbraio-marzo», certamente non oltre le amministrative, per la sua azione riformatrice, dopo di che rischiava di essere inghiottito dal ritorno dei partiti e indebolito, paradossalmente, dall'auspicabile allentamento della tensione sui nostri titoli di Stato. Avevamo per tempo segnalato che avrebbe commesso un errore fatale programmando la sua azione - prima i conti, poi le riforme - in un arco temporale troppo lungo. La stagione delle riforme era l'inverno, non la primavera. E ora che l'inverno è finito, sembra chiudersi anzitempo.
E quindi il pericolo che intravedevamo già a novembre - e che contrapponevamo su questo umile blog all'entusiasmo che nutrivano per l'ipotesi tecnica autorevoli economisti-blogger e professori - sembra materializzarsi: l'esperienza del governo tecnico rischia di concludersi, come le precedenti, con l'ennesima tosatura (e repressione) fiscale, il completamento di una sola riforma, quelle delle pensioni, e un'operazione credibilità, tutta fondata sull'autorevolezza personale di Monti, presso gli investitori internazionali. Le liberalizzazioni sono all'acqua di rose o tutte ancora da attuare; la riforma del mercato del lavoro è in alto mare e comunque quella uscita da Palazzo Chigi è di stampo socialdemocratico, timida sull'articolo 18 e gli ammortizzatori sociali, costosa e dannosa sulla flessibilità in entrata. Spesa pubblica? Intatta. Stock di debito pubblico? Intatto pure quello. L'annunciata "spending review" resta nel cassetto, e comunque produrrebbe briciole, e di privatizzazioni neanche a parlarne, come scrive Barbera su La Stampa. Il vero problema, il perimetro e il peso dello Stato nell'economia italiana, non è stato nemmeno scalfito.
Dopo il salva-Italia e il cresci-Italia, a chiudere il trittico riformista del governo Monti potrebbe essere il ddl bluffa-Italia.
A prescindere da quale siano i piani del Pd, resta il nodo dell'articolo 18: reintegro come opzione anche per i licenziamenti economici, come vorrebbero il Pd e i sindacati, o solo indennizzo, come vorrebbe il governo? Qualcuno dovrà cedere.
Sia come sia, sembra avverarsi ciò che avevamo predetto fin da subito, pochi giorno dopo l'insediamento del governo tecnico, e cioè che Monti avrebbe avuto se non poche settimane, «due/tre mesi, non oltre febbraio-marzo», certamente non oltre le amministrative, per la sua azione riformatrice, dopo di che rischiava di essere inghiottito dal ritorno dei partiti e indebolito, paradossalmente, dall'auspicabile allentamento della tensione sui nostri titoli di Stato. Avevamo per tempo segnalato che avrebbe commesso un errore fatale programmando la sua azione - prima i conti, poi le riforme - in un arco temporale troppo lungo. La stagione delle riforme era l'inverno, non la primavera. E ora che l'inverno è finito, sembra chiudersi anzitempo.
E quindi il pericolo che intravedevamo già a novembre - e che contrapponevamo su questo umile blog all'entusiasmo che nutrivano per l'ipotesi tecnica autorevoli economisti-blogger e professori - sembra materializzarsi: l'esperienza del governo tecnico rischia di concludersi, come le precedenti, con l'ennesima tosatura (e repressione) fiscale, il completamento di una sola riforma, quelle delle pensioni, e un'operazione credibilità, tutta fondata sull'autorevolezza personale di Monti, presso gli investitori internazionali. Le liberalizzazioni sono all'acqua di rose o tutte ancora da attuare; la riforma del mercato del lavoro è in alto mare e comunque quella uscita da Palazzo Chigi è di stampo socialdemocratico, timida sull'articolo 18 e gli ammortizzatori sociali, costosa e dannosa sulla flessibilità in entrata. Spesa pubblica? Intatta. Stock di debito pubblico? Intatto pure quello. L'annunciata "spending review" resta nel cassetto, e comunque produrrebbe briciole, e di privatizzazioni neanche a parlarne, come scrive Barbera su La Stampa. Il vero problema, il perimetro e il peso dello Stato nell'economia italiana, non è stato nemmeno scalfito.
Dopo il salva-Italia e il cresci-Italia, a chiudere il trittico riformista del governo Monti potrebbe essere il ddl bluffa-Italia.
Thursday, March 22, 2012
La riforma c'è, l'accordo no. E ora si balla
Anche su Notapolitica
Si terrà oggi tra il governo e le parti sociali l'incontro conclusivo per le ultime limature, ma il dado è tratto. La riforma c'è, l'accordo no. E forse proprio perché non c'è l'accordo, potrebbe trattarsi di una buona riforma. Non c'è l'accordo inteso come un testo da tutti sottoscritto, ma la formula della «verbalizzazione» permette a Monti di stringere un patto di non belligeranza, e persino un'intesa di fondo, con le organizzazioni imprenditoriali e con i sindacati meno conservatori. Il premier potrà così provare a "vendere" la svolta sull'articolo 18 già nella sua missione in Asia della prossima settimana, nei suoi «roadshow» all'estero per convincere gli investitori che almeno uno degli ostacoli alla competitività dell'economia italiana è venuto meno.
Non sappiamo se il metodo della concertazione sia definitivamente seppellito, come molti osservano, o riposto solo momentaneamente in soffitta in attesa di tempi migliori, ma al governo va dato atto di aver impostato con le parti sociali un confronto serrato e in tempi tutto sommato ragionevoli, senza concedere potere di veto ad alcuno, inaugurando una prassi politica di per sé preziosa, che costituisce comunque un precedente. Si può fare.
Nel merito è difficile esprimere un giudizio complessivo sulla riforma, per l'eterogeneità degli interventi. In generale è una riforma che sembra affetta da una certa schizofrenia, laddove, in ossequio alle opposte ideologie sul tema del lavoro, l'obiettivo di superare la logica del posto fisso viene perseguito con le nuove norme sui licenziamenti senza giusta causa ma contraddetto da un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità in entrata, perpetuando così l'illusione che si possa risuscitare il posto fisso. Una contraddizione che apparirà sempre meno tale solo quando ci accorgeremo che la flessibilità in entrata è destinata a perdere rilevanza dal momento in cui il contratto «dominante» non potrà più dirsi, di fatto, «a tempo indeterminato». La realtà, che fa così orrore riconoscere, è che si va verso un contratto "finché dura": come nel matrimonio, anche sul lavoro ci si promette amore eterno, salvo constatare che l'amore è finito. Si soppesano torti e ragioni e si procede oltre.
In particolare, sull'articolo 18 il ministro Fornero ha scansato la trappola del modello tedesco: in Italia lasciare alla discrezionalità dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo avrebbe significato non liberare affatto i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che hanno funzionato da deterrente ad assumere. La discrezionalità del giudice tra le due forme di sanzione resta limitata ai licenziamenti disciplinari, mentre per quelli economici si prevede solo l'indennizzo. Il problema però è che gli indennizzi di legge previsti, quelli ai quali le parti faranno riferimento per risolvere il rapporto senza finire davanti al giudice, sono costosissimi, soprattutto per le piccole imprese, a cui l'articolo 18 viene esteso. E' dalle piccole-medie imprese che ci si aspetta, venuto meno lo spauracchio della reintegra, il maggior contributo alla crescita dell'occupazione, ma certi indennizzi se li può permettere solo la grande impresa. Così il rischio di mettere a repentaglio la propria attività assumendo nuovi lavoratori resta troppo alto per i piccoli-medi imprenditori.
L'indole dirigista del governo si sfoga, come già sul dl liberalizzazioni, sui contratti atipici, appesantiti da ulteriori oneri fiscali e contributivi (che finiranno ovviamente per gravare sulle spalle dei lavoratori precari) e vincoli burocratici. L'idea alla base, da "Stato etico", è di costringere le aziende ad assumere a tempo indeterminato, ma l'effetto che si rischia di ottenere è che preferiranno non assumere affatto, soprattutto le piccole e medie. Dunque, a fronte di un indiscutibile merito, il superamento dell'articolo 18, la riforma non solo non riduce il cuneo fiscale, perché il governo non riesce, o non vuole, tagliare la spesa pubblica, ma il costo del lavoro aumenta, mentre come ci ricorda Oscar Giannino «non c'è grande riforma del lavoro che abbia avuto successo, da quella tedesca a quella svedese, che non sia partita da questo primo passo». Anche la revisione degli ammortizzatori sociali, per passare dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto, risente di tempi troppo lunghi, della mancata cancellazione della Cigs, sempre per la riluttanza a reperire le risorse necessarie da tagli ad altre voci di spesa.
Abbiamo finalmente una riforma del lavoro sul tavolo, ma la partita è solo all'inizio, il governo sarà chiamato a nuove prove di forza. La Cgil è pronta a far marciare migliaia di persone (già annunciate 16 ore di sciopero generale), ma soprattutto ad esercitare tutta la propria influenza sui partiti di sinistra per bloccare o annacquare la riforma in Parlamento. Il mancato accordo non facilita quindi i passaggi parlamentari, perché pone il Pd – su cui, come sul Pci-Pds-Ds, la Cgil ha sempre esercitato un forte potere di condizionamento, impedendo ogni sua svolta riformista – in una posizione difficilissima, a rischio spaccatura, come dimostra l'irritazione del segretario Bersani. Eppure, proprio sulla rottura con la Cgil sul tema della riforma del mercato del lavoro e sull'appoggio al governo Monti il Pd potrebbe costruire un profilo finalmente riformista, blariano, ma non sembra questa una sfida nelle corde dell'attuale classe dirigente.
Si terrà oggi tra il governo e le parti sociali l'incontro conclusivo per le ultime limature, ma il dado è tratto. La riforma c'è, l'accordo no. E forse proprio perché non c'è l'accordo, potrebbe trattarsi di una buona riforma. Non c'è l'accordo inteso come un testo da tutti sottoscritto, ma la formula della «verbalizzazione» permette a Monti di stringere un patto di non belligeranza, e persino un'intesa di fondo, con le organizzazioni imprenditoriali e con i sindacati meno conservatori. Il premier potrà così provare a "vendere" la svolta sull'articolo 18 già nella sua missione in Asia della prossima settimana, nei suoi «roadshow» all'estero per convincere gli investitori che almeno uno degli ostacoli alla competitività dell'economia italiana è venuto meno.
Non sappiamo se il metodo della concertazione sia definitivamente seppellito, come molti osservano, o riposto solo momentaneamente in soffitta in attesa di tempi migliori, ma al governo va dato atto di aver impostato con le parti sociali un confronto serrato e in tempi tutto sommato ragionevoli, senza concedere potere di veto ad alcuno, inaugurando una prassi politica di per sé preziosa, che costituisce comunque un precedente. Si può fare.
Nel merito è difficile esprimere un giudizio complessivo sulla riforma, per l'eterogeneità degli interventi. In generale è una riforma che sembra affetta da una certa schizofrenia, laddove, in ossequio alle opposte ideologie sul tema del lavoro, l'obiettivo di superare la logica del posto fisso viene perseguito con le nuove norme sui licenziamenti senza giusta causa ma contraddetto da un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità in entrata, perpetuando così l'illusione che si possa risuscitare il posto fisso. Una contraddizione che apparirà sempre meno tale solo quando ci accorgeremo che la flessibilità in entrata è destinata a perdere rilevanza dal momento in cui il contratto «dominante» non potrà più dirsi, di fatto, «a tempo indeterminato». La realtà, che fa così orrore riconoscere, è che si va verso un contratto "finché dura": come nel matrimonio, anche sul lavoro ci si promette amore eterno, salvo constatare che l'amore è finito. Si soppesano torti e ragioni e si procede oltre.
In particolare, sull'articolo 18 il ministro Fornero ha scansato la trappola del modello tedesco: in Italia lasciare alla discrezionalità dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo avrebbe significato non liberare affatto i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che hanno funzionato da deterrente ad assumere. La discrezionalità del giudice tra le due forme di sanzione resta limitata ai licenziamenti disciplinari, mentre per quelli economici si prevede solo l'indennizzo. Il problema però è che gli indennizzi di legge previsti, quelli ai quali le parti faranno riferimento per risolvere il rapporto senza finire davanti al giudice, sono costosissimi, soprattutto per le piccole imprese, a cui l'articolo 18 viene esteso. E' dalle piccole-medie imprese che ci si aspetta, venuto meno lo spauracchio della reintegra, il maggior contributo alla crescita dell'occupazione, ma certi indennizzi se li può permettere solo la grande impresa. Così il rischio di mettere a repentaglio la propria attività assumendo nuovi lavoratori resta troppo alto per i piccoli-medi imprenditori.
L'indole dirigista del governo si sfoga, come già sul dl liberalizzazioni, sui contratti atipici, appesantiti da ulteriori oneri fiscali e contributivi (che finiranno ovviamente per gravare sulle spalle dei lavoratori precari) e vincoli burocratici. L'idea alla base, da "Stato etico", è di costringere le aziende ad assumere a tempo indeterminato, ma l'effetto che si rischia di ottenere è che preferiranno non assumere affatto, soprattutto le piccole e medie. Dunque, a fronte di un indiscutibile merito, il superamento dell'articolo 18, la riforma non solo non riduce il cuneo fiscale, perché il governo non riesce, o non vuole, tagliare la spesa pubblica, ma il costo del lavoro aumenta, mentre come ci ricorda Oscar Giannino «non c'è grande riforma del lavoro che abbia avuto successo, da quella tedesca a quella svedese, che non sia partita da questo primo passo». Anche la revisione degli ammortizzatori sociali, per passare dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto, risente di tempi troppo lunghi, della mancata cancellazione della Cigs, sempre per la riluttanza a reperire le risorse necessarie da tagli ad altre voci di spesa.
Abbiamo finalmente una riforma del lavoro sul tavolo, ma la partita è solo all'inizio, il governo sarà chiamato a nuove prove di forza. La Cgil è pronta a far marciare migliaia di persone (già annunciate 16 ore di sciopero generale), ma soprattutto ad esercitare tutta la propria influenza sui partiti di sinistra per bloccare o annacquare la riforma in Parlamento. Il mancato accordo non facilita quindi i passaggi parlamentari, perché pone il Pd – su cui, come sul Pci-Pds-Ds, la Cgil ha sempre esercitato un forte potere di condizionamento, impedendo ogni sua svolta riformista – in una posizione difficilissima, a rischio spaccatura, come dimostra l'irritazione del segretario Bersani. Eppure, proprio sulla rottura con la Cgil sul tema della riforma del mercato del lavoro e sull'appoggio al governo Monti il Pd potrebbe costruire un profilo finalmente riformista, blariano, ma non sembra questa una sfida nelle corde dell'attuale classe dirigente.
Monday, March 19, 2012
Riforma del lavoro, giù le carte
Anche su Notapolitica
Si apre una settimana decisiva per la riforma del mercato del lavoro – se il governo intenderà far rispettare la scadenza del 23 marzo. Al tavolo dei negoziati con le parti sociali verrà girata l’ultima carta, proprio come nel poker alla texana. Martedì il premier e il ministro Fornero incontreranno sindacati e imprese con l’intenzione di tirare le fila del discorso e giungere ad un accordo di massima su tutti i dossier aperti. Sabato al convegno di Confindustria Monti ha confermato per questa settimana la chiusura delle trattative, facendo appello allo «spirito di coesione» delle parti e chiedendo a ciascuna di «cedere qualcosa rispetto al legittimo interesse di parte». Nel vertice di giovedì sera con il presidente del Consiglio l’ABC – il tridente dei leader di partito alle spalle di Monti, la prima punta – aveva sostanzialmente espresso il proprio via libera all’impostazione della riforma, rimettendosi comunque all’eventuale accordo tra il governo e le parti sociali. Una concordia, immortalata dallo scatto fotografico di Casini, che aveva autorizzato un certo entusiasmo, come se ormai l’accordo fosse cosa fatta. Un pressing però non molto gradito dalle parti sociali, che tra venerdì e sabato hanno bruscamente frenato. Tutti sono tornati a rimarcare i punti di distanza tra di loro e con le proposte avanzate dal governo. L’accordo, insomma, è ancora possibile ma né scontato né facile.
Sull’articolo 18 «tutte le soluzioni» appaiono «lontane da ogni possibile ipotesi di un accordo», ha messo le mani avanti la Camusso dal palco del convegno di Confindustria, poco prima che prendesse la parola il presidente del Consiglio. «Fondare tutto sul tema dell’articolo 18 – lamentava la leader della Cgil – significa far passare l’idea che l’unico problema sia quello di licenziare». Poi la doccia gelata: «Siamo belli lontani» dal raggiungere l’accordo, «impossibile chiudere martedì». Dagli incontri informali di sabato mattina «sono emersi estremismi», ha commentato Bonanni, della Cisl, avvertendo che senza accordo «il governo farà da solo e sarà una riforma più dura» e spiegando di comprendere la posizione delle imprese ma «non quella di altri», riferendosi senza citarla alla Cgil. Dubbioso anche Angeletti della Uil, che non scommetterebbe soldi sull’accordo perché «allo stato attuale non ci sono soluzioni condivise».
L’impressione tuttavia è che per la Cgil, e in misura minore per gli altri sindacati, meno oltranzisti, ormai non sia questione di trattare, ma di trattare una resa onorevole. Il tabù dell’articolo 18 in un modo o nell’altro verrà infranto. I mercati hanno probabilmente già scontato la riforma, sulla fiducia nel professor Monti, e una delusione costerebbe al governo la sua credibilità. Ma il premier si sforzerà di offrire un compromesso che non abbia il sapore dell’umiliazione per i sindacati, in modo da poter esibire la loro firma sulla riforma, che addolcirebbe enormemente la pillola per il Pd facilitando, quindi, i passaggi parlamentari; per i sindacati si tratta di arrivare all’accordo, se accordo ci dev’essere, in frenata, puntando i piedi, per non dare alla base, intransigente nel denunciare gli "inciuci" con i "padroni", l’impressione di una resa.
D’altra parte Emma Marcegaglia non ci sta ad un «compromesso al ribasso», se è così «meglio non farla, o quanto meno non avrà la firma di Confindustria». Nel suo intervento conclusivo sabato ha ripetuto le obiezioni della laconica nota diffusa venerdì sera da Abi, Cooperative, Ania, Confindustria, Rete Imprese Italia: «La riforma del lavoro che il governo va delineando non pare ancora in grado di individuare le giuste soluzioni». Diverse le preoccupazioni degli imprenditori: la restrizione e il significativo aumento di oneri e vincoli burocratici delle forme "buone" di flessibilità in entrata; l’aumento del costo del lavoro che dovranno sopportare per finanziare i nuovi ammortizzatori, che non sarebbero comunque in grado di agevolare i processi di ristrutturazione; e la mancanza di chiarezza sulle soluzioni, «che anche l’Europa chiede all’Italia, per migliorare la flessibilità in uscita». Il rischio che paventano le imprese italiane è, quindi, di trovarsi «indebolite di fronte alla concorrenza internazionale», ma al tempo stesso rinnovano la disponibilità a lavorare per raggiungere «un accordo pienamente condiviso».
Il ministro Fornero ribadisce che un accordo con le parti sociali è «imprescindibile», perché darebbe «un valore aggiunto di notevole importanza alla qualità della riforma», ma ci sono molte ragioni per dubitarne: una buona riforma con l’accordo di tutti i sindacati è come i neutrini più veloci della luce, come sfidare le leggi della fisica. Se infatti non si può disconoscere il valore politico e sociale di un accordo tra le parti, ciò che dovrebbe essere imprescindibile, al di sopra degli interessi di parte, è l’efficacia della riforma rispetto agli obiettivi che si prefigge per favorire la crescita economica e dell’occupazione. E sono essenzialmente tre: ridurre il dualismo del mercato del lavoro superando la logica del posto fisso, quindi aumentando la flessibilità in uscita; semplificare la selva di contratti flessibili senza irrigidire il mercato in entrata; passare gradualmente ma in modo incisivo dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto. Il tutto, se possibile, senza aumentare il cuneo fiscale, già a livelli massimi e fuori mercato.
Un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità "buona", così come il mantenimento della centralità della cassa integrazione chissà per quanti anni ancora, contraddirebbero gli obiettivi proclamati della riforma. Sull’articolo 18, il riferimento al modello tedesco è pericoloso: in Germania funziona perché storicamente i sindacati, più coinvolti nella gestione delle aziende, si comportano più responsabilmente, e la giustizia del lavoro viene amministrata in modo ultra-rapido e pragmatico. In Italia lasciare alla discrezione dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo significherebbe non liberare i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che fungono da deterrente ad assumere. Il ricorso al modello tedesco quindi può prestarsi ad una doppia interpretazione: un assist offerto ai sindacati per incoraggiarli a sottoscrivere una riforma che si richiama esplicitamente ad un sistema produttivo in cui i sindacati svolgono un ruolo centrale e in cui non vige certo il licenziamento facile; oppure un espediente, che si rivelerebbe ben presto velleitario, per nascondere ai mercati, dietro il riferimento all’efficienza germanica, una piccola riforma e per compiacere il partner tedesco.
Si apre una settimana decisiva per la riforma del mercato del lavoro – se il governo intenderà far rispettare la scadenza del 23 marzo. Al tavolo dei negoziati con le parti sociali verrà girata l’ultima carta, proprio come nel poker alla texana. Martedì il premier e il ministro Fornero incontreranno sindacati e imprese con l’intenzione di tirare le fila del discorso e giungere ad un accordo di massima su tutti i dossier aperti. Sabato al convegno di Confindustria Monti ha confermato per questa settimana la chiusura delle trattative, facendo appello allo «spirito di coesione» delle parti e chiedendo a ciascuna di «cedere qualcosa rispetto al legittimo interesse di parte». Nel vertice di giovedì sera con il presidente del Consiglio l’ABC – il tridente dei leader di partito alle spalle di Monti, la prima punta – aveva sostanzialmente espresso il proprio via libera all’impostazione della riforma, rimettendosi comunque all’eventuale accordo tra il governo e le parti sociali. Una concordia, immortalata dallo scatto fotografico di Casini, che aveva autorizzato un certo entusiasmo, come se ormai l’accordo fosse cosa fatta. Un pressing però non molto gradito dalle parti sociali, che tra venerdì e sabato hanno bruscamente frenato. Tutti sono tornati a rimarcare i punti di distanza tra di loro e con le proposte avanzate dal governo. L’accordo, insomma, è ancora possibile ma né scontato né facile.
Sull’articolo 18 «tutte le soluzioni» appaiono «lontane da ogni possibile ipotesi di un accordo», ha messo le mani avanti la Camusso dal palco del convegno di Confindustria, poco prima che prendesse la parola il presidente del Consiglio. «Fondare tutto sul tema dell’articolo 18 – lamentava la leader della Cgil – significa far passare l’idea che l’unico problema sia quello di licenziare». Poi la doccia gelata: «Siamo belli lontani» dal raggiungere l’accordo, «impossibile chiudere martedì». Dagli incontri informali di sabato mattina «sono emersi estremismi», ha commentato Bonanni, della Cisl, avvertendo che senza accordo «il governo farà da solo e sarà una riforma più dura» e spiegando di comprendere la posizione delle imprese ma «non quella di altri», riferendosi senza citarla alla Cgil. Dubbioso anche Angeletti della Uil, che non scommetterebbe soldi sull’accordo perché «allo stato attuale non ci sono soluzioni condivise».
L’impressione tuttavia è che per la Cgil, e in misura minore per gli altri sindacati, meno oltranzisti, ormai non sia questione di trattare, ma di trattare una resa onorevole. Il tabù dell’articolo 18 in un modo o nell’altro verrà infranto. I mercati hanno probabilmente già scontato la riforma, sulla fiducia nel professor Monti, e una delusione costerebbe al governo la sua credibilità. Ma il premier si sforzerà di offrire un compromesso che non abbia il sapore dell’umiliazione per i sindacati, in modo da poter esibire la loro firma sulla riforma, che addolcirebbe enormemente la pillola per il Pd facilitando, quindi, i passaggi parlamentari; per i sindacati si tratta di arrivare all’accordo, se accordo ci dev’essere, in frenata, puntando i piedi, per non dare alla base, intransigente nel denunciare gli "inciuci" con i "padroni", l’impressione di una resa.
D’altra parte Emma Marcegaglia non ci sta ad un «compromesso al ribasso», se è così «meglio non farla, o quanto meno non avrà la firma di Confindustria». Nel suo intervento conclusivo sabato ha ripetuto le obiezioni della laconica nota diffusa venerdì sera da Abi, Cooperative, Ania, Confindustria, Rete Imprese Italia: «La riforma del lavoro che il governo va delineando non pare ancora in grado di individuare le giuste soluzioni». Diverse le preoccupazioni degli imprenditori: la restrizione e il significativo aumento di oneri e vincoli burocratici delle forme "buone" di flessibilità in entrata; l’aumento del costo del lavoro che dovranno sopportare per finanziare i nuovi ammortizzatori, che non sarebbero comunque in grado di agevolare i processi di ristrutturazione; e la mancanza di chiarezza sulle soluzioni, «che anche l’Europa chiede all’Italia, per migliorare la flessibilità in uscita». Il rischio che paventano le imprese italiane è, quindi, di trovarsi «indebolite di fronte alla concorrenza internazionale», ma al tempo stesso rinnovano la disponibilità a lavorare per raggiungere «un accordo pienamente condiviso».
Il ministro Fornero ribadisce che un accordo con le parti sociali è «imprescindibile», perché darebbe «un valore aggiunto di notevole importanza alla qualità della riforma», ma ci sono molte ragioni per dubitarne: una buona riforma con l’accordo di tutti i sindacati è come i neutrini più veloci della luce, come sfidare le leggi della fisica. Se infatti non si può disconoscere il valore politico e sociale di un accordo tra le parti, ciò che dovrebbe essere imprescindibile, al di sopra degli interessi di parte, è l’efficacia della riforma rispetto agli obiettivi che si prefigge per favorire la crescita economica e dell’occupazione. E sono essenzialmente tre: ridurre il dualismo del mercato del lavoro superando la logica del posto fisso, quindi aumentando la flessibilità in uscita; semplificare la selva di contratti flessibili senza irrigidire il mercato in entrata; passare gradualmente ma in modo incisivo dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto. Il tutto, se possibile, senza aumentare il cuneo fiscale, già a livelli massimi e fuori mercato.
Un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità "buona", così come il mantenimento della centralità della cassa integrazione chissà per quanti anni ancora, contraddirebbero gli obiettivi proclamati della riforma. Sull’articolo 18, il riferimento al modello tedesco è pericoloso: in Germania funziona perché storicamente i sindacati, più coinvolti nella gestione delle aziende, si comportano più responsabilmente, e la giustizia del lavoro viene amministrata in modo ultra-rapido e pragmatico. In Italia lasciare alla discrezione dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo significherebbe non liberare i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che fungono da deterrente ad assumere. Il ricorso al modello tedesco quindi può prestarsi ad una doppia interpretazione: un assist offerto ai sindacati per incoraggiarli a sottoscrivere una riforma che si richiama esplicitamente ad un sistema produttivo in cui i sindacati svolgono un ruolo centrale e in cui non vige certo il licenziamento facile; oppure un espediente, che si rivelerebbe ben presto velleitario, per nascondere ai mercati, dietro il riferimento all’efficienza germanica, una piccola riforma e per compiacere il partner tedesco.
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