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Tuesday, June 19, 2012

Esodati, il vero scandalo è l'assalto alla diligenza

Sulla vicenda "esodati" un parere controcorrente. Si può spezzare una lancia in difesa della Fornero? Ha fatto confusione e ormai è intimidita, ma il vero problema è che non può dire la verità: non è uno scandalo mandare in pensione anticipata migliaia di cinquantenni in deroga alla riforma che vale per milioni di italiani? Non è una truffa che la previdenza funzioni come ammortizzatore sociale? E non sono aiuti di Stato, le aziende che usufruiscono del cosiddetto "scivolo" (guarda caso quelle partecipate dallo Stato, Poste, banche e grandi gruppi industriali)? L'unica colpa della Fornero è non avere il coraggio di denunciare il privilegio: gli esodati sono privilegiati o aspiranti tali, non vittime. La toppa è di buon senso se vale solo per quelli già usciti o prossimi all'uscita concordata dal lavoro, purché davvero vicini alla pensione. Tutti gli altri "esodandi" possono rinegoziare l'accordo con l'azienda, mentre per i disoccupati vicini alla pensione secondo i vecchi requisiti è un problema di welfare, non di previdenza.

Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
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Thursday, December 01, 2011

Caro Monti, è ora di "smontare" le pensioni

I dati diffusi oggi dall'Inps sull'età effettiva di pensionamento in Italia chiudono il dibattito sulle pensioni per chiunque dotato di onestà intellettuale e minimo senso di realtà. L'età media dei pensionati Inps per anzianità nei primi 10 mesi del 2011 è di 58,7 anni. L'età media di uscita nel complesso (vecchiaia e anzianità) è stata di 60,2 anni, addirittura in calo rispetto ai 60,4 anni del 2010. Se poi si guarda solo ai lavoratori dipendenti, l'età media di uscita nel 2011 è stata, tra vecchiaia e anzianità, di 59,7 anni e dunque la più bassa degli ultimi 3 anni; era stata infatti di 60,9 anni nel 2009 e di 60 anni nel 2010. Per i lavoratori autonomi l'età media complessiva di uscita è stata di 61,1 anni, in calo rispetto ai 61,4 del 2009.

L'età effettiva dunque si sta addirittura abbassando: a stento tocca i 60, per anzianità siamo a 58 ed è scandaloso nei confronti di chi in pensione ci andrà, se ci andrà, forse a 70 anni e con nemmeno i 2/3 dello stipendio. Che cosa stiamo aspettando ad abolire le pensioni d'anzianità e a portare subito tutti a 65 anni con il contributivo? Il nervosismo di queste ore dei sindacati e del Pd lascia ben sperare, speriamo che Monti e la Fornero non si facciano irretire o la sua manovra non sarà affatto «equa».

Tra l'altro, da più parti (anche dal precedente governo) si sente il ritornello che il sistema pensionistico italiano sarebbe «in equilibrio», tra i migliori d'Europa. Ecco, ciò è falso. Facile infatti parlare di «equilibrio» quando la fiscalità generale ci mette ben 84 miliardi di euro, mentre i contributi rappresentano appena il 62% delle entrate dell'Inps (dati Corte dei Conti). Quindi sottoscriviamo questa frase di Rondolino su FrontPage: «La democrazia dei liberi mercati ha sferrato un attacco mortale all'oligarchia partitocratica della spesa pubblica».

Friday, February 27, 2009

Nella morsa di due statalismi

Ho avuto la sfortuna di passare su Annozero proprio mentre Tremonti esibiva il suo campionario di enormità vetero-stataliste. Da moralizzatore, come un Travaglio della finanza. Mentre è proprio di questi tempi di crisi di cui l'Italia dovrebbe approfittare per fare quelle riforme strutturali di cui ha bisogno per afferrare con dinamismo la ripresa, Tremonti ha sostenuto invece che «se in un momento di incertezza e paura ti metti a fare le riforme a caso, non fai le riforme sociali, fai la recessione sociale». Sostituite il termine «recessione» con «macelleria», e vedrete che la retorica con cui Tremonti respinge l'ipotesi delle riforme non è così dissimile da quella che userebbe Bertinotti.

Tremonti saluta con entusiasmo il mondo che a suo avviso si aprirà all'indomani della crisi. Un mondo in cui le opere pubbliche, le opere di utilità collettiva, assumeranno la centralità che oggi hanno i beni di consumo. Basta con tutto questo consumismo frivolo! Basta televisori lcd, più case del popolo!

E' contrario a una riforma delle pensioni come patto intergenerazionale per finanziare un sistema di sussidi di disoccupazione universale. Nonostante la spesa previdenziale in Italia sia una delle più elevate in occidente e impedisca di destinare risorse adeguate ad altre spese sociali altrettanto importanti - come gli ammortizzatori sociali e una politica di sostegno al lavoro femminile - per Tremonti il nostro sistema è «uno dei più solidi, il migliore rispetto a tutti questi sistemi "americanoidi"... che ci hanno raccontato in giro». Cito a memoria, ma il senso è questo: «Per fortuna in Italia c'è ancora l'Inps. In America se Wall Street va male, vai a finire in una roulotte a mangiare KitKat».
«Non dobbiamo ragionare stile Goldman Sachs, per cui la riforma la fai con i numeri. I numeri della matematica sono una cosa, quelli della vita sono diversi. Il sistema delle pensioni non lo cambi come i prodotti finanziari, come questi "schizzati" che ti dicono che si fa con i modelli matematici».
Queste banalità dice Tremonti in tv, le stesse che ti direbbe un qualsiasi militante comunista parlando di modello americano al pub. E non ci si può aspettare nulla di diverso da chi è convinto che questo sia il momento della «verità», quindi non il momento «per leggere i libri d'economia, ma la Bibbia».

Se le stesse cose avesse osato pronunciarle un ministro dell'economia di centrosinistra si sarebbe aperta una polemica politica lunga una settimana. Tremonti dice queste cose quasi tutti i giorni ma in pochi si scandalizzano. Ed è questa una delle ragioni per cui sebbene la sua politica economica sia ben poco market-oriented, gli elettori continuano a vedere in Berlusconi il male minore.

Nel centrodestra in pochi si scandalizzano, perché Tremonti è pur sempre un autorevole esponente della compagine governativa che sostengono. Per il Ministero dell'economia purtroppo non ha rivali interni. Per ora. Ma perché quelle cose non suscitano scandalo nel Pd e nei suoi referenti economico-finanziari, mediatici e intellettuali? Semplice. Perché in fondo condividono le cose che dice il ministro, il loro stomaco se ne è nutrito per decenni. Il massimo del sentimento che provano nel sentire Tremonti è invidia: "Perché noi, dicendo le stesse cose, perdiamo le elezioni?" Per necessità devono fingersi "libero-mercatisti", anche se non ne sono convinti e non ne sono nemmeno capaci. E gli elettori se ne sono accorti.

Dunque ecco la situazione in cui siamo. Immaginatevi uno spettro che va da un massimo di libero mercato (100%) ad un massimo di statalismo (0%). Se il Pd non sa andare oltre un 30%, a Berlusconi basta fermarsi ad un misero 40% per coprire tutto il mercato politico-elettorale. Avrà con sé i voti dei più liberisti, dei moderati, e grazie alle sparate di Tremonti anche dei nostalgici dello statalismo socialdemocratico. Non c'è competizione.

Diciamo che una differenza c'è tra l'approccio statalista di Tremonti e quello dei governi di centrosinistra. Diciamo che Tremonti è appena un po' più pragmatico. Un po' più attento a non aggredire il ceto medio e la piccola impresa; non abbassa le tasse ma nemmeno le alza; non taglia la spesa, ma la contiene. Quello dell'attuale governo è uno statalismo più rigoroso e decisionista, che interpreta in tre ambiti fondamentali dello stato le aspettative dei cittadini: basta opere pubbliche bloccate da veti ambientali e da interessi particolaristici; basta fannulloni nella pubblica amministrazione; basta cittadini ostaggi degli scioperi. E qualcosa di buono si vede: la riforma Brunetta; l'approccio della Gelmini sull'università; la regolamentazione degli scioperi; il nucleare comunque la si pensi.

Quello dei governi di centrosinistra invece si è rivelato finora uno statalismo lassista, rissoso e inconcludente. Sembra che il compito della politica sia spendere. Non importa come vengono utilizzati i soldi pubblici, o che i servizi funzionino, l'importante è poter dire di aver aumentato il budget a questo o a quel programma. Vivi e lascia vivere. A rimetterci siamo tutti, stretti nella morsa di due statalismi.

UPDATE: A proposito, da leggere questo magnifico articolo di Alberto Mingardi: «Sembrava essersi compiuta un'evoluzione, a sinistra: ora abbiamo davanti un'involuzione della destra».

Monday, August 06, 2007

Affamare i sindacati

I tre segretario di Cgil, Uil e Cisl insieme a Romano ProdiSe nel libro-denuncia di Stella e Rizzo, sui loro enormi costi e i mille privilegi a carico dello Stato, i partiti e la politica sono "La casta", i sindacati incassano la copertina su L'Espresso di questa settimana venendo additati come «L'altra casta». Finalmente anche L'Espresso si accorge dello strapotere dei sindacati, in larga misura parassitario delle risorse della comunità, grazie a un'accurata inchiesta di Stefano Livadiotti, che però da queste parti non rivela nulla di nuovo, e al commento di Bernardo Giorgio Mattarella.

Fatturati miliardari; bilanci segreti; uno sterminato patrimonio immobiliare; organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. «I numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione».

Nell'articolo si elencano i principali meccanismi di finanziamento, i rispettivi gettiti, e la loro origine. Tutti, più o meno, sono derivati da privilegi e da posizioni di monopolio elargite dalla politica con la complicità di Confindustria.

Ci sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti, in media l'1% della paga-base, un po' di meno per i pensionati (intorno ai 30-40 euro all'anno). Non vi sarebbe nulla di male, se non che il sindacato non deve fare neanche la fatica dell'esattore. Come per le tasse, nel caso dei lavoratori dipendenti ci pensano infatti le aziende, che trattengono direttamente dalle buste paga le quote di iscrizione. I pensionati forse non lo sanno o non se ne ricordano, ma hanno delegato a vita gli enti di previdenza a detrarre dalle loro mensilità la quota e a versarla al sindacato.

Nel '95 i radicali proposero un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore, ma il meccanismo fu "ripescato" nei contratti collettivi, quindi con la collaborazione delle imprese.

Poi ci sono i famigerati Caf, i Centri di assistenza fiscale, che per aiutare i dipendenti a compilare il modello 730 ricevono sia circa 15 euro a pratica dal Ministero del Tesoro, sia una contribuzione "volontaria" del lavoratore di circa 25 euro. Le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono invece pagate non dal Tesoro ma dagli enti previdenziali. Un regime di monopolio che nel 2005 la Corte di Giustizia europea ha condannato perché contrario ai trattati comunitari e che da allora la Commissione europea sta cercando di intaccare, seppure con scarsi risultati.

Così come operano in regime di monopolio i patronati, una rete che si estende persino all'estero. Convenzionati con l'Inps, assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione). I patronati sono «fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute» («con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni», sostiene Giuliano Cazzola). Chi paga? Ancora gli enti previdenziali. Così abbiamo una vaga idea di chi dobbiamo ringraziare per il dissesto delle casse dell'Inps, uno dei più generosi (perché costretto) clienti dei sindacati.

I Caf e i patronati, conclude Mattarella, «costituiscono veicoli di finanziamento pubblico dei sindacati, legittimo ma poco trasparente, e strumenti di proselitismo agevolato: attratti dall'assistenza fiscale gratuita (ma in realtà pagata dallo Stato), ci si iscrive al sindacato».

Ma i sindacati possono usufruire anche di forza lavoro gratuita, «quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione». Pubblica amministrazione che continua generosamente a pagare lo stipendio a quei 3.077 dipendenti che costano al contribuente, Irap e oneri sociali compresi, 116 milioni di euro. E per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell'intera collettività. E' bene inoltre ricordare che i dipendenti dei sindacati non sono sottoposti al regime del reintegro secondo quanto previsto dall'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Fu anche quella per la sua abolizione una ex battaglia radicale.

Inoltre, ci sono fondi europei di un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale, oltre ai circa 700 milioni dell'ex fondo di rotazione. Circa la metà di questi soldi sono gestiti da 14 enti, dieci dei quali partecipati da Cgil, Cisl e Uil, che non incassano direttamente i finanziamenti, ma decidono le assunzioni e la distribuzione degli incarichi.

L'assenza di bilanci consolidati, infine, «non consente di far luce sull'immenso patrimonio immobiliare» dei sindacati. Molti dei beni immobili appartenevano un tempo alle corporazioni dell'epoca fascista, ma furono graziosamente e gratuitamente assegnati ai sindacati dai partiti della Repubblica.

Nell'ottobre 2002, in concomitanza con lo sciopero generale indetto dalla Cgil, una delle prime iniziative di Daniele Capezzone come segretario di Radicali italiani fu una campagna contro la trattenuta direttamente in busta paga, per informare i cittadini sulle modalità con le quali è possibile decidere la disdetta dell'iscrizione al sindacato. Con tanto di moduli sul sito internet radicali.it e tavoli in tutta Italia. Fu un'occasione anche per denunciare la mancanza di trasparenza dei bilanci delle confederazioni e un giro d'affari stimato, al ribasso, in «3 mila e 500 miliardi di vecchie lire». Iniziativa che causò a Capezzone non poche inimicizie a sinistra e dalla quale purtroppo organi di stampa come Corriere della Sera ed Espresso rimasero piuttosto distanti.

E' per difendere i loro privilegi, e quelli dei pochi che rappresentano, da cui deriva tutto il potere di pressione che sono in grado di esercitare, che i sindacati si oppongono con successo a qualsiasi riforma che vada nell'interesse generale, a vantaggio degli outsider, gli esclusi e i non garantiti, e del merito. «Il potere sindacale è spesso utilizzato a vantaggio di alcuni, poco meritevoli, e a danno di tutti», riassume Mattarella.

Sulle pensioni, per esempio, tutelano gli interessi immediati di una parte numericamente minoritaria di lavoratori, quelli più prossimi alla soglia del pensionamento, a scapito sia dei lavoratori futuri, che rischiano di non avere pensioni, sia della possibilità di introdurre un sistema di ammortizzatori universali che attenui i costi sociali della flessibilità. Difendendo il posto di lavoro dei nullafacenti e la rigidità del mercato del lavoro sono proprio i sindacati i primi ad alimentare il lavoro sommerso e precario, costringendo nei call-center i neolaureati che non trovano posto in aziende e università dove il merito non conta nulla. Firmando il Memorandum sul pubblico impiego e la riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, che riguarda i servizi resi ai cittadini, è stato permesso loro di disporre di materie che non dovrebbero essere negoziabili, come l'affidamento e la rotazione delle funzioni dirigenziali.

I privilegi, le fonti di finanziamento, la concertazione, i contratti collettivi nazionali, gli scioperi contro gli utenti. Ogni aspetto dello strapotere sindacale va attaccato, se vogliamo contrastare davvero la deriva corporativa, quindi anti-democratica e anti-costituzionale, del sindacalismo e del sistema politico-sociale in Italia.