Pubblicato su formiche
Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".
Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".
Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.
Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.
Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.
Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.
E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.
Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.
La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.
Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).
Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.
Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.
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Monday, May 08, 2017
Wednesday, October 27, 2010
Professionisti (e dilettanti) dell'odio politico
Ormai ci siamo assuefatti a sentire di politici o sindacalisti minacciati, aggrediti, presi a pugni e fumogeni. La violenza politica - a senso unico, va detto - non sorprende più, non indigna, non solleva le coscienze una volta esperita quella doverosa, rituale e stucchevole pratica dei comunicati di solidarietà, che il più delle volte suonano falsi se non in cattiva fede. Questa volta ad averne fatto le spese è Daniele Capezzone, che paga sì un clima di odio politico generale, ma anche una vera e propria demonizzazione multimediatica personale. E tra quanti oggi offrono la loro solidarietà, dovrebbe fermarsi a riflettere chi via web, televisione o radio (!) in questi mesi ha sparso odio e gettato stereotipi addosso a Capezzone, non preoccupandosi di dipingerlo in ogni occasione come tipo quasi sub-umano. Quello che è accaduto ieri dovrebbe indurli a riflettere, ma non c'è da illudersi troppo.
Friday, September 24, 2010
Alle comiche finiane/2
Lasciatemi dire, la ricostruzione di Bocchino ad Annozero, con tanto di agenti italiani, libici e russi, tutti a Saint Lucia a cercare di incastrare Fini, con l'aiuto di un certo Lavitola, e di un'agenzia di stampa, Il Velino, e gli articoli di oggi della Sarzanini e del "commissario Davanzoni" (che tra l'altro indicano in Capezzone il «proprietario» del Velino, mentre ha venduto la quota - di minoranza - che aveva, la primavera scorsa, e sarebbe stato facile accertarlo); ebbene, tutta questa ricostruzione (che Bordin questa mattina ha sintetizzato magnificamente «a metà tra un romanzo di Ken Follett e un film della Pantera rosa») mi conferma, almeno personalmente, che i finiani stanno alla frutta, alla disperazione. Brancolano nel buio. Se pensano che dietro alla presunta patacca ci sia "Il Velino", Vittorugo Mangiavillani, allora sono alla frutta. Ci sarà da ridere, diceva Fini da Mentana. No, caro presidente, già stiamo ridendo.
E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.
In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".
UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.
In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".
UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
«Le colleghe e i colleghi che hanno avuto l'amabile sensibilità di coinvolgermi, a prescindere, nello scontro fra Italo Bocchino e i giornali che da mesi indagano sulla vicenda legata alla casa di Montecarlo, dovrebbero indicarmi tempi e luoghi nei quali si sarebbe consumata la mia "amicizia" con il signor Pio Pompa. E ciò perché come ben sa anche qualche brillante signora, gaia frequentatrice di "certi ambienti", chi trova "certi amici" trova un tesoro e un'ottima tribuna dalla quale propalare affari e notizie preconfezionate».UPDATE ore 18:44 - St. Lucia ha confermato ufficialmente l'autenticità del documento. Domani Fini esporrà in un video la sua verità. A prescindere dal merito del caso Montecarlo e dalle dimissioni (che io continuo a ritenere doverose per l'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica di presidente della Camera), a questo punto però Fini e finiani almeno una cosa dovrebbero farla: chiedere scusa ai giornalisti, ai servizi e a Berlusconi per le accuse di "dossieraggio". Solo questo, almeno questo. E forse qualcuno dovrebbe scusarsi anche con St. Lucia, su cui è stata fatta fin troppa ironia. Non conosco questa piccola isola caraibica, ma dai minimi indicatori istituzionali ed economici non mi pare un "Bananas" qualsiasi. Certo, se poi la teoria è "Berlusconi tanto si compra tutti", allora si può sostenere davvero di tutto...
Wednesday, August 25, 2010
Cadono la maschere "riformiste"
Sulla vicenda Fiat-Fiom la politica continua a restare alla finestra. Al massimo sa andare in curva, si divide tra chi tifa per la Fiom e chi per la Fiat, ma quanto a interventi legislativi volti a riformare la contrattazione e lo statuto dei lavoratori per modernizzare i rapporti di lavoro dando ossigeno alla nostra economia, nulla si muove e nessuno si esprime. Il superamento di vecchie logiche e di vecchi contratti è lasciato alle buone intenzioni e agli sforzi, inevitabilmente insufficienti, delle singole parti. Che per lo più stanno agendo in modo responsabile (come Confindustria, Cisl, Uil e Fiat), ma non manca chi, come Cgil e Fiom, prosegue nelle sue battaglie ideologiche sulla pelle dei lavoratori, quelli veri, potendo avvalersi di una sintonia politica con la quasi totalità dei magistrati del lavoro.
Il presidente Napolitano ha perso un'altra buona occasione per tacere. Offrendo un'improvvida sponda agli operai della Fiat di Melfi licenziati e reintegrati (in teoria, dovrebbe essere rispettata la sentenza del giudice, dal momento che la Fiat, consentendo loro l'attività sindacale in azienda, ha rimosso il comportamento giudicato antisindacale), mostra di non aver capito nulla di cosa ci sia in gioco: sulla base dell'accordo di Pomigliano l'azienda e i sindacati stanno trattando per il ritorno in Italia di produzioni delocalizzate. Ma se si tollera che durante uno sciopero a cui aderiscono in poche decine su 1.750, tre operai blocchino la produzione non permettendo agli altri di lavorare, se cioè si tollera che lavoratori e sindacati del tutto minoritari possano sabotare accordi e produzione, allora Fiat potrebbe decidere di andarsene a produrre all'estero. E se persino Fiat non rimane in Italia, perché dovrebbero rimanervi, o arrivarvi, imprese straniere? Il messaggio che questa vicenda sta mandando al mondo intero è: non investite in Italia. E ci rimettiamo tutti, signor presidente, dando l'impressione di un Paese in cui prevale una cultura anti-impresa.
E quando la battaglia si fa dura, quando si arriva al dunque delle questioni, non c'è più spazio per "terzismi" e riformismi da salotti televisivi. E così Ichino e Treu gettano la maschera di "riformisti", criticando Fiat. La Chiesa parla addirittura di «errore etico» e «diritti della persona negati», mentre tutta l'ipocrisia e l'imbarazzo del Pd nell'appello di Bersani all'azienda, e non alla Fiom, la prima a ricorrere alle carte bollate. Il ministro Matteoli è stato il primo del governo a pronunciarsi, e malamente come spesso gli capita, mentre la Gelmini e Capezzone sono stati finora gli unici a schierarsi senza se e senza ma con Marchionne. E a mostrare una certa insofferenza per l'intervento di Napolitano è il segretario della Uil Angeletti, che fa notare - e questo la dovrebbe dire lunga - che non c'è alcuno sciopero in corso a Melfi. Insomma, la Fiom e i tre reintegrati sono del tutto isolati anche tra i lavoratori e i sindacati.
Il presidente Napolitano ha perso un'altra buona occasione per tacere. Offrendo un'improvvida sponda agli operai della Fiat di Melfi licenziati e reintegrati (in teoria, dovrebbe essere rispettata la sentenza del giudice, dal momento che la Fiat, consentendo loro l'attività sindacale in azienda, ha rimosso il comportamento giudicato antisindacale), mostra di non aver capito nulla di cosa ci sia in gioco: sulla base dell'accordo di Pomigliano l'azienda e i sindacati stanno trattando per il ritorno in Italia di produzioni delocalizzate. Ma se si tollera che durante uno sciopero a cui aderiscono in poche decine su 1.750, tre operai blocchino la produzione non permettendo agli altri di lavorare, se cioè si tollera che lavoratori e sindacati del tutto minoritari possano sabotare accordi e produzione, allora Fiat potrebbe decidere di andarsene a produrre all'estero. E se persino Fiat non rimane in Italia, perché dovrebbero rimanervi, o arrivarvi, imprese straniere? Il messaggio che questa vicenda sta mandando al mondo intero è: non investite in Italia. E ci rimettiamo tutti, signor presidente, dando l'impressione di un Paese in cui prevale una cultura anti-impresa.
E quando la battaglia si fa dura, quando si arriva al dunque delle questioni, non c'è più spazio per "terzismi" e riformismi da salotti televisivi. E così Ichino e Treu gettano la maschera di "riformisti", criticando Fiat. La Chiesa parla addirittura di «errore etico» e «diritti della persona negati», mentre tutta l'ipocrisia e l'imbarazzo del Pd nell'appello di Bersani all'azienda, e non alla Fiom, la prima a ricorrere alle carte bollate. Il ministro Matteoli è stato il primo del governo a pronunciarsi, e malamente come spesso gli capita, mentre la Gelmini e Capezzone sono stati finora gli unici a schierarsi senza se e senza ma con Marchionne. E a mostrare una certa insofferenza per l'intervento di Napolitano è il segretario della Uil Angeletti, che fa notare - e questo la dovrebbe dire lunga - che non c'è alcuno sciopero in corso a Melfi. Insomma, la Fiom e i tre reintegrati sono del tutto isolati anche tra i lavoratori e i sindacati.
Friday, September 25, 2009
Il Pdl, la modernità, la persona. Nuove sfide strategiche
Tutti ad aspettare un programma da Fini. E invece il programma che raccoglie «le sfide della stagione politica che si apre» arriva da Brunetta e Capezzone:
Ma nel contempo, nonostante quando si è al potere è sempre più difficile farlo, Brunetta e Capezzone provano ad arricchire il dibattito interno al Pdl con un approccio e delle proposte che ad un esame più attento vanno oltre e si differenziano non poco dall'attuale corso governativo, pur riconoscendone lealmente i meriti. Non a caso Brunetta e Capezzone fanno più volte riferimento alle «sfide strategiche» per la «fase politica che si apre», hanno in mente «i prossimi lustri della politica italiana». Forse sul tema tasse potevano osare di più, facendone un punto autonomo, ma Fini con la sua «geniale» intuizione della «lotta al mercatismo» non pensi che "dopo Berlusconi il nulla".
Da una parte, c'è l'Italia - ultramaggioritaria - che rischia tutti i giorni; che è legata al merito, alla competitività, alla trasparenza; che sta sul mercato; che è esposta al vento della concorrenza; che mette in gioco se stessa, la propria famiglia, i propri beni. E' l'Italia che lavora e produce; è l'Italia dei lavoratori dipendenti che rischiano il posto; è l'Italia delle piccole e piccolissime imprese dell'industria, del commercio, dell'artigianato, dei servizi; è l'Italia dei professionisti; è l'Italia dei disoccupati e dei sottoccupati non tutelati; è l'Italia di quanti, oggi anziani, hanno già dato il loro contributo alla propria famiglia e al Paese. Dall'altra parte, c'è l'Italia - più piccola e minoritaria - che non vive con queste regole: è l'Italia della rendita, delle corporazioni, dei furbi, dei fannulloni, dei garantiti. Naturalmente, non si può e non si deve fare di ogni erba un fascio, ma questo aggregato è composto dall'Italia dei cattivi dipendenti pubblici, della cattiva politica, della cattiva magistratura, delle cattive banche e della cattiva finanza, della cattiva editoria, dei cattivi sindacati (arricchiti economicamente ma impoveriti politicamente e civilmente dalla trattenuta automatica praticata su lavoratori e pensionati spesso ignari); in altre parole, siamo dinanzi all'Italia che vive in modo parassitario e improduttivo sulle spalle della prima Italia.Questa la diagnosi dalla quale prende avvio il ragionamento di Brunetta e Capezzone, che passando per un giudizio positivo e ottimistico dell'attuale esperienza di governo, indicano sette campi d'azione, le «nuove sfide strategiche», l'embrione di un programma. Ok, il giudizio sull'azione di governo è forse fin troppo benevolo, ma è comprensibile che sia così per chi non mira al logoramento della leadership attuale e della "casa" di cui ha scelto di far parte, per chi non si candida a raccoglierne i cocci ed è consapevole che dal fallimento del governo e dalla rissa continua non potranno nascere i successi del domani.
Ma nel contempo, nonostante quando si è al potere è sempre più difficile farlo, Brunetta e Capezzone provano ad arricchire il dibattito interno al Pdl con un approccio e delle proposte che ad un esame più attento vanno oltre e si differenziano non poco dall'attuale corso governativo, pur riconoscendone lealmente i meriti. Non a caso Brunetta e Capezzone fanno più volte riferimento alle «sfide strategiche» per la «fase politica che si apre», hanno in mente «i prossimi lustri della politica italiana». Forse sul tema tasse potevano osare di più, facendone un punto autonomo, ma Fini con la sua «geniale» intuizione della «lotta al mercatismo» non pensi che "dopo Berlusconi il nulla".
Monday, September 07, 2009
Una Fox News per il centrodestra
«Al centrodestra servirebbe una Fox news italiana». Da leggere il Taccuino di questa settimana di Daniele Capezzone, su il Velino:
Contrariamente a chi pensa che le tv berlusconiane siano un fucile perfettamente oliato e carico in funzione politico-elettorale... io credo che al centrodestra italiano manchi drammaticamente uno strumento televisivo (e/o radiofonico) da battaglia. Servirebbe una Fox News italiana, e forse è un triplo scandalo parlarne: perché apparirà oltraggioso, per qualcuno, il solo pensare ad un irrobustimento mediatico del centrodestra; perché i fautori del politically correct ci spiegherebbero che Fox News è più a destra di Gengis Khan; e perché - vi dirà qualche berlusconiano ortodosso - la Fox appartiene a Rupert Murdoch, il cui gruppo appare oggi globalmente orientato in modo ostile rispetto alla maggioranza politica affermatasi in Italia. Eppure il caso Fox andrebbe studiato e vivisezionato, e invece non sorprende che, con l'unica consueta eccezione rappresentata da un'attenta analisi di Christian Rocca, gli osservatori italiani sembrino così distratti rispetto a quel "paradigma".Nonostante infatti non si possa certo dire che a Berlusconi manchino tv e tg "amici", questi "amici" non fanno quasi mai informazione, e il più delle volte annoiano il pubblico, mentre Fox News sta sulla notizia, parte dai fatti e offre inchieste e approfondimenti informatissimi, fa parlare esperti, incalza i Democratici senza sconti.
Thursday, October 30, 2008
Con quelle facce lì
Riemerge «l'incubo dell'Unione», osserva in una nota Daniele Capezzone. E' esattamente ciò che mi è venuto in mente sfogliando questa mattina su larepubblica.it il "fotoracconto" del corteo di oggi contro le legge Gelmini. Una sequenza di facce che una dopo l'altra sussurrano una parola fantasma: "U n i o n e". Sono tutti di nuovo insieme appassionatamente. Nell'ordine: Boselli, Bindi, Mussi, Di Pietro, Vendola, Finocchiaro, Ferrero, Diliberto, Pezzotta, Bertinotti, Giordano, Damiano e, naturalmente, Veltroni. Mi chiedo: siete sicuri che vada tutto bene, se a un anno dalla grande svolta veltroniana, quella che avrebbe dovuto sancire la chiusura della «vecchia stagione» e il passaggio alla «vocazione maggioritaria» di un partito riformista di massa, Veltroni si ritrova a sfilare con i vecchi compagni dell'Unione? No, c'è qualcosa che non torna.Fu dettata dal narcisismo la decisione di andare da solo alle elezioni? Che ne è di quel progetto politico, se all'opposizione ci si ritrova appiattiti sulle posizioni degli ex compagni di viaggio, con i quali governare si è dimostrato impossibile? E' solo nei toni la differenza tra il Pd e "gli altri" massimalisti? Qual è la specificità politica del nuovo partito rispetto al vecchio Ulivo? Mi pare che Veltroni aderendo alle proteste di questi giorni abbia definitivamente sepolto il suo discorso del Lingotto e sia tornato a frequentare "amicizie" ideologicamente più rassicuranti. Oggi in piazza si è rivista, in tutte le sue componenti, la stessa identica opposizione degli anni 2001-2006, il cui prodotto di governo è stata l'Unione di Prodi.
Non ricordo se chi c'era,
aveva quelle facce lì,
non mi dire che è proprio così...
Monday, March 10, 2008
Quando almeno far finta di essere liberali serviva
Dopo l'infelice uscita su Alitalia e Malpensa, il programma in cui si propongono «dazi e quote» europei contro la «concorrenza asimmetrica» asiatica, il libro "no global" e protezionista di Tremonti, per altro indicato come eventuale futuro ministro dell'Economia, Berlusconi ha completato l'opera di autolesionismo di questo inizio di campagna elettorale con le liste. I volti "nuovi" rispondono ai nomi di Loreno Bittarelli - capopopolo dei tassisti romani e simbolo delle resistenze corporative a ogni ipotesi di liberalizzazione, anche in forme illegali (non confligge con il proposito, dichiarato nel programma, della «tutela dell'ordine pubblico dagli attacchi alla legalità dei vari "disobbedienti"») - e Ciarrapico, il cui "orgoglio fascista" ha provocato le prime crepe interne al PdL (Fini, Cicchitto, Nirenstein), ovviamente subito sfruttate dal Pd e dai giornali "nemici".
Nelle liste del PdL non compare, invece, Capezzone, il cui comunicato pacato e propositivo lascia comunque intravedere che non sia chiuso ogni discorso per un suo coinvolgimento.
Anche il PdL sembra assumere come atteggiamento di fondo il "ma anche" veltroniano. Liberisti ma anche statalisti; Fiamma Nirenstein ma anche Ciarrapico.
Segnali comunque non incoraggianti da entrambi i fronti e l'involuzione è letta in modo che ci pare corretto da Salvatore Carrubba, che ieri sul Sole 24 Ore scriveva: «Quando tutti si dicevano liberali, ora non più».
«La parabola del mercato ridotto a mercatismo, ossia della condizione dell'assetto capitalista mortificata a patologia della dimensione globalizzata, riassume bene l'opacità di contenuti dalla quale prende ufficialmente le mosse la campagna elettorale. L'eterogeneità delle liste finalmente chiuse è solo la conseguenza dello sforzo di definire più che un profilo di proposte una galleria di profili: di facce, di persone, di tipi umani, di categorie professionali. La logica di acchiappare voti ha prevalso sulla capacità di fabbricare idee, premiando fedeltà che (certamente) non daranno problemi e notorietà che (probabilmente) non avranno soddisfazione».
Se i programmi dei due partiti maggiori si somigliano (e potrebbe trattarsi anche di un «buon segno»), tuttavia non si può dire che in «questa piattaforma comune prevalga un forte orientamento liberale». Stupisce, considerando che «tutti fino a pochi anni fa correvano a dirsi liberali».
Carrubba si chiede cosa sia successo, in un così breve lasso di tempo, «per far sì che la rivoluzione liberista del Berlusconi del 1994 abbia lasciato il posto alla seria ipotesi di proporre dazi e invocare difese dell'italianità e che la svolta modernizzatrice di Veltroni abbia finito con l'imboccare la via di un dirigismo dolce». Scorrendo le liste dei candidati di PdL e Pd, ci si accorge che «della vecchia, e già sparuta, presenza liberale, in entrambi gli schieramenti resta ben poco».
Eppure, non è che di liberali e di politiche liberali non ci sia più bisogno. Le 12 proposte avanzate dall'Istituto Bruno Leoni nel rapporto "Liberare l'Italia" «riassumono bene il carattere rivoluzionario che oggi assumerebbe un'offerta politica basata sulla fiducia nella competizione, nel merito e nella responsabilità individuale».
In una certa fase della politica italiana dirsi "liberali" conveniva, era funzionale a una riverniciatura post-ideologica di cui avevano bisogno sia quanti provenivano dal vecchio Msi o dal comunismo, sia quanto avevano fatto parte dei partiti della Prima Repubblica travolti da Tangentopoli. Adesso è come se quell'abito non servisse più, se persino nel fingersi liberali non ci sia più alcuna convenienza. Conclude Carrubba: «Quando in Italia liberali si dichiaravano tutti e nel mondo le riforme di mercato si facevano, il nostro Paese è rimasto fermo, bloccato dai veti e dalle corporazioni, a partire da quelle sindacali... Così, dalla fase in cui (quasi) tutti si proclamavano liberali senza esserlo siamo passati a quella in cui (quasi) tutti fanno gli statalisti senza dirlo».
Nelle liste del PdL non compare, invece, Capezzone, il cui comunicato pacato e propositivo lascia comunque intravedere che non sia chiuso ogni discorso per un suo coinvolgimento.
Anche il PdL sembra assumere come atteggiamento di fondo il "ma anche" veltroniano. Liberisti ma anche statalisti; Fiamma Nirenstein ma anche Ciarrapico.
Segnali comunque non incoraggianti da entrambi i fronti e l'involuzione è letta in modo che ci pare corretto da Salvatore Carrubba, che ieri sul Sole 24 Ore scriveva: «Quando tutti si dicevano liberali, ora non più».
«La parabola del mercato ridotto a mercatismo, ossia della condizione dell'assetto capitalista mortificata a patologia della dimensione globalizzata, riassume bene l'opacità di contenuti dalla quale prende ufficialmente le mosse la campagna elettorale. L'eterogeneità delle liste finalmente chiuse è solo la conseguenza dello sforzo di definire più che un profilo di proposte una galleria di profili: di facce, di persone, di tipi umani, di categorie professionali. La logica di acchiappare voti ha prevalso sulla capacità di fabbricare idee, premiando fedeltà che (certamente) non daranno problemi e notorietà che (probabilmente) non avranno soddisfazione».
Se i programmi dei due partiti maggiori si somigliano (e potrebbe trattarsi anche di un «buon segno»), tuttavia non si può dire che in «questa piattaforma comune prevalga un forte orientamento liberale». Stupisce, considerando che «tutti fino a pochi anni fa correvano a dirsi liberali».
Carrubba si chiede cosa sia successo, in un così breve lasso di tempo, «per far sì che la rivoluzione liberista del Berlusconi del 1994 abbia lasciato il posto alla seria ipotesi di proporre dazi e invocare difese dell'italianità e che la svolta modernizzatrice di Veltroni abbia finito con l'imboccare la via di un dirigismo dolce». Scorrendo le liste dei candidati di PdL e Pd, ci si accorge che «della vecchia, e già sparuta, presenza liberale, in entrambi gli schieramenti resta ben poco».
Eppure, non è che di liberali e di politiche liberali non ci sia più bisogno. Le 12 proposte avanzate dall'Istituto Bruno Leoni nel rapporto "Liberare l'Italia" «riassumono bene il carattere rivoluzionario che oggi assumerebbe un'offerta politica basata sulla fiducia nella competizione, nel merito e nella responsabilità individuale».
In una certa fase della politica italiana dirsi "liberali" conveniva, era funzionale a una riverniciatura post-ideologica di cui avevano bisogno sia quanti provenivano dal vecchio Msi o dal comunismo, sia quanto avevano fatto parte dei partiti della Prima Repubblica travolti da Tangentopoli. Adesso è come se quell'abito non servisse più, se persino nel fingersi liberali non ci sia più alcuna convenienza. Conclude Carrubba: «Quando in Italia liberali si dichiaravano tutti e nel mondo le riforme di mercato si facevano, il nostro Paese è rimasto fermo, bloccato dai veti e dalle corporazioni, a partire da quelle sindacali... Così, dalla fase in cui (quasi) tutti si proclamavano liberali senza esserlo siamo passati a quella in cui (quasi) tutti fanno gli statalisti senza dirlo».
Monday, February 11, 2008
Una chance per il bipartitismo
«La classe politica è riuscita a rinviare di un anno il referendum sulla legge elettorale, ma sembra comportarsi come se il popolo italiano ne avesse approvato lo spirito». E Veltroni «farebbe bene a non schernire con espressioni irridenti ("maquillage") un evento di cui è lui stesso in parte responsabile». Parole di Sergio Romano, oggi sul Corriere della Sera.Verso elezioni bipartitiche o quasi, dunque, e il vento delle entusiasmanti primarie Usa arriva fino a noi: irrompono nella campagna di Veltroni i tipici cartelli rettangolari e colorati alzati dai fan dei candidati Usa. I "berluscones", è facile prevedere, non vorranno essere da meno.
Pur rimanendo scettico, se non pessimista, riguardo la qualità generale dei nostri politici e i contenuti, ancora molto vaghi, bisogna riconoscere che è in atto una semplificazione, in ogni caso benefica, dell'offerta partitica: cinque, massimo sei liste-partito, di cui due oltre il 30%, una tra il 7 e il 10%, le altre probabilmente sotto il 5%.
E' innegabile che sia in corso un'evoluzione bipartitica del nostro sistema. Che sia irreversibile naturalmente non è per nulla scontato, anche perché qui da noi sembra che il meglio sia imprevedibile e il peggio prevedibilissimo.
Devo confessare che mai avrei pensato che ciò potesse accadere senza una legge elettorale uninominale. E invece devo ricredermi. Il processo in atto è reso possibile anche in assenza dei collegi uninominali per un paio di circostanze, una tecnica e l'altra politica. Quella tecnica è una legge elettorale proporzionale dagli effetti maggioritari grazie ai premi di maggioranza alla Camera e al Senato. Quella politica è il fallimento del prodismo (l'utopia cioè che i riformisti potessero vincere le elezioni e anche governare alleati con la sinistra comunista e massimalista), che ha reso una necessità non più rinviabile, per il Partito democratico, correre da solo. Una svolta, quella impressa da Veltroni, che si può definire coraggiosa, oltre che obbligata, solo perché in almeno un altro paio di occasioni i vertici di Ds e Margherita avevano perso il treno della storia, arrivando con oltre un decennio di ritardo laddove prima o poi era ovvio che dovessero trovarsi.
Un terzo elemento ora potrebbe accelerare, forse fino a renderla irreversibile, oppure interrompere, questa evoluzione bipartitica: il voto degli elettori. C'è da augurarsi che entrambi i partiti maggiori, PdL e Pd, ottengano dalle urne risultati solidi, legittimazioni forti. Quota 40% per il primo e quota 30% per il secondo ci sembrano i livelli di guardia al di sotto dei quali le due operazioni potrebbero dirsi bocciate dagli elettori.
Dietro il collegio uninominale rimangono una moralità, una filosofia politica, un'idea intrinsecamente liberale della rappresentanza e della governabilità. Dunque, non smetteremo di sostenere la necessità di una legge elettorale uninominale. Ma chiunque sia sinceramente a favore del bipartitismo non può non riconoscere quanto sia promettente lo scenario che si sta aprendo in questa campagna elettorale.
Ed è un peccato che proprio il partito che più di ogni altro si era battuto per il bipartitismo in Italia stia mancando questo appuntamento. Mai siamo stati così vicini alla sua realizzazione e i radicali - il partito di Pannella e Bonino - si trovano impreparati, senza un progetto per questo momento, rischiando di scomparire senza giocarsi la possibilità di fecondare in senso liberale uno dei due partiti in costruzione o persino entrambi: PdL o Pd, uno quale che fosse. Eppure era facile - forse per loro più di chiunque altro - prevedere e preparare per tempo questa crisi, facendosi trovare al posto giusto al momento giusto.
I radicali hanno commesso l'errore paradossale di legarsi a una delle due articolazioni del regime, e a quel particolare assetto del centrosinistra di cui Prodi era il garante, non comprendendo quanto proprio il superamento del prodismo fosse propedeutico a quella riforma liberale della sinistra che essi stessi da sempre auspicavano; e proprio nel momento dell'imminente disgregazione del prodismo. Eppure, non mancò all'interno del partito chi avvertisse per tempo il pericolo, proponendo fin da subito mani libere e una più spregiudicata azione politica, di sfida anche nei confronti della maggioranza di cui si faceva parte, per non rimanere sotto le macerie che inevitabilmente ne sarebbero rimaste.
Basta guardarsi intorno (Pd, "Cosa rossa", Di Pietro, Mastella) e più o meno brillantemente tutti sono riusciti ad evitare di rimanere sotto quelle macerie. Tranne chi? Radicali e socialisti dello Sdi.
Ricordo che due anni fa (ero nella Direzione di Radicali italiani) eravamo consapevoli che le elezioni dell'aprile 2006 avrebbero provocato lo sfaldamento delle due coalizioni, a cominciare da quella perdente. Il pareggio uscito dalle urne avrebbe poi ritardato i tempi, anticipando la fine dell'Unione, ma solo apparentemente, visto che pochi giorni dopo la caduta del Governo Prodi e lo scioglimento delle Camere, Berlusconi e Fini hanno messo in soffitta anche la CdL. E ricordo bene che già all'indomani del voto, Capezzone e altri con lui avevano previsto questa fase di decomposizione e ricomposizione, e volevano che i radicali si facessero trovare pronti ad incidere, semmai favorendola anziché contrastandola.
Quella prodiana doveva essere un'«alternanza» provvisoria, «per l'alternativa» vera da costruire, e invece i radicali hanno cominciato a schierarsi contro tutto ciò che minacciasse Prodi e il suo schema di alleanze (e le poche e poco influenti poltrone su cui si erano appena accomodati), mentre persino i vertici di Ds e Margherita ne comprendevano la fragilità e preparavano già il dopo, in una certa misura accelerandone i tempi.
Non hanno mai voluto affrontare e risolvere il problema del loro ruolo nella coalizione. E quasi per inerzia sono finiti nell'attuale vicolo cieco. Ora è chiaro: puntando sull'emergenza economica e sociale, con il loro bagaglio liberista, i radicali avrebbero dovuto porsi alla destra del Pd (pronti anche a farne parte sciogliendosi) e non in un territorio indefinito per divenire neanche il baluardo, ma le macchiette del laicismo.
Thursday, February 07, 2008
Il rischio della CdL di presentarsi decrepita
Da non perdere il solito esilerante Daw in "Tutto Prodi in 10 minuti". E vi segnalo anche questo articolo in cui Alessio Vinci (Cnn) racconta agli americani - forse nell'unico modo possibile - l'ultima fase da operetta della politica italiana.
Detto questo, sembra sempre più evidente che la scelta di Veltroni di far correre da solo il Pd - vedremo se il segretario saprà resistere alla tentazione di opache desistenze e rimanere coerente - è destinata ad aumentare le fibrillazioni nella CdL, se non a destabilizzarla.
Visto e sentito Veltroni ieri a Matrix, Berlusconi è rimasto di nuovo folgorato dall'idea di correre da solo. E in effetti se entrambi decidessero di correre da soli produrrebbero più o meno l'effetto maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.
Ma Berlusconi difficilmente potrà strappare di nuovo con gli alleati, a pochi giorni dalle elezioni, addossandosi stavolta la responsabilità della rottura. Quanto meno, però, vorrebbe che i partiti della CdL si presentassero in una lista unica, per dare almeno il segnale di voler intraprendere la via di un partito unitario del centrodestra. La Lega è contraria all'ingresso dell'Udeur di Mastella nella coalizione che, dice Maroni, dovrà essere composta unicamente dai quattro soci fondatori. Anche Fini lascia intendere di non gradire altri ospiti: «Spero che la coalizione sia quanto di più semplificato possibile». Tradotto: i quattro soci fondatori.
La CdL è in ogni caso chiamata a dare un segnale non scontato di novità e compattezza rispetto al 2006, se non vuole esporsi agli attacchi di Veltroni, che tenterà di giocare la carta del nuovo (il Pd da solo) contro il vecchio (Berlusconi con i soliti noti). Certo, d'accordo, sappiamo tutti che Veltroni non è il "nuovo" ma bisogna riconoscere che il Pd che corre da solo sarà l'unica novità politica delle prossime elezioni e gli elettori sono alla disperata ricerca di una boccata d'aria fresca, di qualcosa di inedito anche solo in termini di sfida e coraggio politico.
L'errore che vedo all'orizzonte, in cui Berlusconi potrebbe essere indotto anche dalla necessità di accontentare gli alleati, è pretendere di presentare la CdL, con in tasca il largo vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono, tale e quale al 2006, come se nulla fosse accaduto, seguendo la logica per cui Prodi non ha mai veramente vinto e quindi resta valida la proposta, sia in termini di coalizione che di programma, della CdL di allora. E già vedo Tremonti che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati.
Sarebbe buona, invece, l'idea di Capezzone, non solo di un programma di pochi punti per i "primi 100 giorni", ma anche di un programma per le "prime 100 ore", attraverso decreti legge da emanare in 100 ore e far approvare dal Parlamento entro 60 giorni.
Detto questo, sembra sempre più evidente che la scelta di Veltroni di far correre da solo il Pd - vedremo se il segretario saprà resistere alla tentazione di opache desistenze e rimanere coerente - è destinata ad aumentare le fibrillazioni nella CdL, se non a destabilizzarla.
Visto e sentito Veltroni ieri a Matrix, Berlusconi è rimasto di nuovo folgorato dall'idea di correre da solo. E in effetti se entrambi decidessero di correre da soli produrrebbero più o meno l'effetto maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.
Ma Berlusconi difficilmente potrà strappare di nuovo con gli alleati, a pochi giorni dalle elezioni, addossandosi stavolta la responsabilità della rottura. Quanto meno, però, vorrebbe che i partiti della CdL si presentassero in una lista unica, per dare almeno il segnale di voler intraprendere la via di un partito unitario del centrodestra. La Lega è contraria all'ingresso dell'Udeur di Mastella nella coalizione che, dice Maroni, dovrà essere composta unicamente dai quattro soci fondatori. Anche Fini lascia intendere di non gradire altri ospiti: «Spero che la coalizione sia quanto di più semplificato possibile». Tradotto: i quattro soci fondatori.
La CdL è in ogni caso chiamata a dare un segnale non scontato di novità e compattezza rispetto al 2006, se non vuole esporsi agli attacchi di Veltroni, che tenterà di giocare la carta del nuovo (il Pd da solo) contro il vecchio (Berlusconi con i soliti noti). Certo, d'accordo, sappiamo tutti che Veltroni non è il "nuovo" ma bisogna riconoscere che il Pd che corre da solo sarà l'unica novità politica delle prossime elezioni e gli elettori sono alla disperata ricerca di una boccata d'aria fresca, di qualcosa di inedito anche solo in termini di sfida e coraggio politico.
L'errore che vedo all'orizzonte, in cui Berlusconi potrebbe essere indotto anche dalla necessità di accontentare gli alleati, è pretendere di presentare la CdL, con in tasca il largo vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono, tale e quale al 2006, come se nulla fosse accaduto, seguendo la logica per cui Prodi non ha mai veramente vinto e quindi resta valida la proposta, sia in termini di coalizione che di programma, della CdL di allora. E già vedo Tremonti che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati.
Sarebbe buona, invece, l'idea di Capezzone, non solo di un programma di pochi punti per i "primi 100 giorni", ma anche di un programma per le "prime 100 ore", attraverso decreti legge da emanare in 100 ore e far approvare dal Parlamento entro 60 giorni.
Friday, January 04, 2008
Primarie Usa. Esordio amaro per Hillary
Se sono esatte le sue parole riportate oggi sul Corriere da Ennio Caretto, spesso impreciso, Bill Kristol ha centrato in pieno il pronostico delle primarie democratiche in Iowa. «Hillary ha ammonito gli elettori dell'Iowa che il mondo li guarda. Ebbene, forse oggi il mondo la vedrà sconfitta. Potrebbe finire terza non soltanto dietro Obama, ma anche dietro Edwards. Ha perso slancio... Hillary non è neppure la seconda scelta degli elettori democratici: alla fine, si schiereranno o per Obama o per Edwards». Ebbene, così è andata. Nel campo repubblicano ha trionfato Huckabee.
Per un bilancio di questo primo round vi segnalo un commento di Daniele Capezzone per Il Velino; Christian Rocca si sofferma sulla strategia controcorrente di Rudy Giuliani (il nostro favorito); chi rimane incollato alle ultimissime da oltreoceano, sempre pronto a riportare i sondaggi appena sfornati, è naturalmente The Right Nation, ideale per chi volesse seguire passo passo. Martedì si replica, sarà la volta del New Hempshire.
Per un bilancio di questo primo round vi segnalo un commento di Daniele Capezzone per Il Velino; Christian Rocca si sofferma sulla strategia controcorrente di Rudy Giuliani (il nostro favorito); chi rimane incollato alle ultimissime da oltreoceano, sempre pronto a riportare i sondaggi appena sfornati, è naturalmente The Right Nation, ideale per chi volesse seguire passo passo. Martedì si replica, sarà la volta del New Hempshire.
Thursday, November 29, 2007
Roma ostaggio dei tassisti
Veltroni si gioca la faccia riformista, An e Udc l'hanno persaVeri e propri tumulti di piazza quelli dei tassisti. Un blocco selvaggio, del tutto illegale, che paralizza Roma. Una violenza perpetrata sui cittadini e sui migliaia di turisti costretti a interminabili attese alla stazione Termini o all'aeroporto di Fiumicino, con grave danno arrecato all'immagine della città. Ma di fronte alla patente illegalità del blocco dei tassisti nessuna autorità interviene né minaccia sanzioni, neanche una multa per sosta non autorizzata. Ai tassisti che interrompono illegalmente un servizio pubblico andrebbe invece immediatamente sospesa la licenza.
Dobbiamo dire che oggi Veltroni, che un anno fa indebolì la proposta Bersani, intervistato su la Repubblica ha definito «inaccettabile» il blocco. «Il taxi è un servizio pubblico: si può proclamare uno sciopero, purché nei tempi e modi previsti dalla legge. Non si può invece... bloccare all'improvviso una città intera». E sembra intenzionato a tenere il punto su un pacchetto che prevede due proposte inscindibili: il Comune accetta l'aumento delle tariffe del 18%, come richiesto dai tassisti, ma in cambio di 500 nuove licenze. «Questo è il pacchetto, non si può prenderne solo una parte, quella più conveniente, e lasciare l'altra».
E' ciò che ha fatto scoppiare la rivolta dei tassisti, che pretendono di aumentare le tariffe senza il "disturbo" di nuovi possessori di licenza, mantenendo quindi scarsa l'offerta del servizio nella capitale. «Se la trattativa non fosse degenerata, avremmo potuto continuare a discutere. Ora i margini sono stretti, i paletti fissati. I tassisti devono sapere che il pacchetto è unico, si prende o si lascia tutto», insiste Veltroni, che come sulla sicurezza ha davanti quella che qualcuno chiama «una prova di leadership».
Da sindaco, spiega Antonio Polito al Corriere, Veltroni «ha l'occasione di giocare una partita fondamentale per dimostrare la sua volontà riformatrice... È un leader riformista. Se ne desse anche una dimostrazione concreta si rafforzerebbe di certo. Non si preoccupi del consenso, perché nei confronti di queste categorie corporative c'è un giudizio negativo. Tutti i modernizzatori cercano addirittura delle battaglie simboliche per dimostrare la propria forza», fa notare Polito.
Vedremo, ma è certo che Veltroni in questo braccio di ferro si gioca un'importante fetta di credibilità riformista. Chi se l'è ormai giocata, quella credibilità, sono An e Udc. Com'era prevedibile, infatti, a schierarsi con i tassisti sono An, La Destra e Udc. «Diciamo no alle nuove 500 licenze proposte da Veltroni e chiediamo di convocare subito, anche oggi, un consiglio comunale straordinario», si affrettava a dichiarare ieri il consigliere dell'Udc, Gasperini. Qualche crepa in An, con Urso (Farefuturo) più cauto: in linea di principio è giusto liberalizzare; e Alemanno a spada tratta coi tassisti, come Storace e Buontempo.
Intanto, Daniele Capezzone rilancia la proposta di legge elaborata e presentata insieme all'Istituto Bruno Leoni oltre un anno fa. Si tratta, ha spiegato, di «regalare (sottolineo: regalare) ad ogni tassista proprietario di licenza un'altra licenza, che poi potrà usare, far usare o vendere (l'unica cosa che non potrà fare sarà tenerla in un cassetto). In questo modo, si ottiene una doppia soddisfazione: degli utenti (che vedranno clamorosamente aumentare il numero delle auto a disposizione) e dei tassisti (che avranno una doppia "buonuscita")».
Wednesday, November 28, 2007
Assist troppo invitanti
Dall'intervista di Claudio Landi al senatore Lamberto Dini (Radio Radicale, 27 novembre 2007).
Intervistatore: Tra poco lei, insieme con altri senatori, presenterete un nuovo gruppo, o per meglio dire, una componente di un nuovo gruppo. Di che cosa si tratta, quali sono i vostri obiettivi...
Dini: Mah, noi vogliamo portare avanti quelle che noi consideriamo le politiche di cultura liberale, e liberaldemocratiche, di cui noi pensiamo il paese abbia bisogno, abbia fortemente bisogno, per superare il declino nel quale è caduto.
Intervistatore: In un tale gruppo ci starebbe benissimo Marco Pannella...
Dini: Come?
Intervistatore: In un tale gruppo ci starebbe benis...
Dini: Ci starebbe benissimo Daniele Capezzone. Marco Pannella non lo so. (ride)
Intervistatore: Perché dice così?
Dini: Perché è caleidoscopico Marco Pannella, quindi, con tutto l'ammirazione e il rispetto che abbiamo per lui...
L'intervistatore alza involontariamente la palla e Dini schiaccia impietosamente.
Intervistatore: Tra poco lei, insieme con altri senatori, presenterete un nuovo gruppo, o per meglio dire, una componente di un nuovo gruppo. Di che cosa si tratta, quali sono i vostri obiettivi...
Dini: Mah, noi vogliamo portare avanti quelle che noi consideriamo le politiche di cultura liberale, e liberaldemocratiche, di cui noi pensiamo il paese abbia bisogno, abbia fortemente bisogno, per superare il declino nel quale è caduto.
Intervistatore: In un tale gruppo ci starebbe benissimo Marco Pannella...
Dini: Come?
Intervistatore: In un tale gruppo ci starebbe benis...
Dini: Ci starebbe benissimo Daniele Capezzone. Marco Pannella non lo so. (ride)
Intervistatore: Perché dice così?
Dini: Perché è caleidoscopico Marco Pannella, quindi, con tutto l'ammirazione e il rispetto che abbiamo per lui...
L'intervistatore alza involontariamente la palla e Dini schiaccia impietosamente.
Tanta voglia di '94
Attesa per l'incontro di venerdì tra Veltroni e Berlusconi, ma non sarà in nessun modo decisivo. Anzi, noi ci auguriamo che i due sotto-sotto siano già d'accordo. Berlusconi ha ammorbidito le sue condizioni per il dialogo: la «buona fede», cioè che non serva a tergiversare con questa legislatura; e non più la data certa delle elezioni, ma la presa d'atto «della necessità di andare al voto. Non perché sia materia di scambio con l'accordo sulla legge elettorale, ma semplicemente perché è chiaro a tutti l'esaurimento di questa maggioranza».
«Non mi pare - dice di Veltroni - abbia la vocazione di certi soldati giapponesi, che continuarono a combattere per l'imperatore non rendendosi conto che la guerra era finita da un pezzo». Fischiano a qualcuno le orecchie?
Lanciato il nuovo partito, che ambisce al ruolo di contenitore unico del centrodestra - quanto ad elettorato se non a ceto politico - Berlusconi dovrà mantenere i suoi impegni (è stato lui a parlare di elezioni interne e primarie) per un partito che non dev'essere per forza di tipo tradizionale, che sia anche leggero e moderno, all'americana, ma aperto e democratico nella formazione delle leadership e delle proposte politiche.
Berlusconi avrebbe potuto chiamare a raccolta attorno a un tavolo le oligarchie dei partiti di centrodestra, come hanno fatto dall'altra parte Margherita e Ds per il Pd, impiegandoci anni a trovare l'equilibrio che quelle oligarchie preservasse, ma ha scelto un approccio che gli si addice di più, verticistico e carismatico. A patto, però, che sia solo la fase di avvio di un processo e che non pretenda di riempire lui tutte le caselle vuote. Lo spessore del nuovo partito lo verificheremo anche dai contenuti. Chi ha più filo, tesserà.
Ieri tre interventi su il Giornale sono apparsi incoraggianti. Nicola Porro parla senza mezzi termini di «progetto politico liberale, senza mediazioni». Per «recuperare l'ispirazione originaria che una certa pratica di governo ha compromesso» bisogna seguire «tre capisaldi»: innanzitutto, «una ricetta liberista nei commerci. Nessuna tentazione "anti-mercatista", riduzione drastica della pressione fiscale, generalizzata, per imprese e contribuenti»; poi, uno Stato «meno ingombrante. Meno burocrazia, meno norme e meno adempimenti per la collettività». Perché gettare al mare alcune «buone ricette liberalizzatrici immaginate, ma non realizzate, dal governo Prodi»? Meglio riprenderle «estendendole all'intera società e non solo a specifiche corporazioni da punire»; infine, una riforma del sistema pensionistico che «disboschi i privilegi e soprattutto faccia i conti con un'Italia matura, in tutti i sensi. E che dunque non può permettersi l lusso di perdere forza lavoro cinquantenne».
Paolo Del Debbio suggerisce di puntare a rappresentare «la forza lavoro senza certezze». Si tratta degli outsider, dei produttori (sia imprenditori che lavoratori) non garantiti. Una nostra fissazione non da oggi.
Poi c'è Renato Brunetta, che si concentra sulla forma partito: per il centrodestra «è ora di tornare alla rivoluzione liberale e popolare del 1994 di Silvio Berlusconi, e alla forma partito-rete delle origini». Che sia un «network con un forte centro, costruito attorno a "reti" economico-associative e a persone di destra e di sinistra - e né di destra né di sinistra - con un semplice programma: cambiare l'Italia». Per Brunetta la parola chiave è «competizione»: un «partito-rete, più di un partito tradizionale, chiuso nella sua ideologia e nella sua organizzazione, ha bisogno di visioni, di programmi, di idee, e di strumenti democratici per la loro elaborazione e la loro sintesi politica. Ha bisogno di gruppi dirigenti aperti e in competizione. Televisioni, internet, blog, radio, giornali, riviste: la direzione della comunicazione non sarà più solo "verticale", ma diventerà sempre più orizzontale». Berlusconi «a fare da catalizzatore di una nuova forma partito, hub di reti e di nodi, di movimenti, con il comune obiettivo di cambiare l'Italia... E chi ci sta, ci sta».
Ci sta sicuramente Daniele Capezzone - di cui si parla per un ruolo certo non di secondo piano - che auspica un partito sul modello di quello repubblicano negli Usa, un «gigante dalle tante anime». «Con il contributo di tutti può nascere una formazione capace di segnare la politica italiana per lustri. Berlusconi ha avuto grande coraggio e generosità, adesso i liberali devono venirgli incontro». E, magari, accerchiarlo.
La situazione generale resta pessima, e i cittadini hanno tutti i motivi per diffidare, ma ai politici si chiede di scommettere, di rischiare (pena il "non essere"), guardando anche un po' a quando inevitabilmente Berlusconi lascerà un vuoto politico.
«Non mi pare - dice di Veltroni - abbia la vocazione di certi soldati giapponesi, che continuarono a combattere per l'imperatore non rendendosi conto che la guerra era finita da un pezzo». Fischiano a qualcuno le orecchie?
Lanciato il nuovo partito, che ambisce al ruolo di contenitore unico del centrodestra - quanto ad elettorato se non a ceto politico - Berlusconi dovrà mantenere i suoi impegni (è stato lui a parlare di elezioni interne e primarie) per un partito che non dev'essere per forza di tipo tradizionale, che sia anche leggero e moderno, all'americana, ma aperto e democratico nella formazione delle leadership e delle proposte politiche.
Berlusconi avrebbe potuto chiamare a raccolta attorno a un tavolo le oligarchie dei partiti di centrodestra, come hanno fatto dall'altra parte Margherita e Ds per il Pd, impiegandoci anni a trovare l'equilibrio che quelle oligarchie preservasse, ma ha scelto un approccio che gli si addice di più, verticistico e carismatico. A patto, però, che sia solo la fase di avvio di un processo e che non pretenda di riempire lui tutte le caselle vuote. Lo spessore del nuovo partito lo verificheremo anche dai contenuti. Chi ha più filo, tesserà.
Ieri tre interventi su il Giornale sono apparsi incoraggianti. Nicola Porro parla senza mezzi termini di «progetto politico liberale, senza mediazioni». Per «recuperare l'ispirazione originaria che una certa pratica di governo ha compromesso» bisogna seguire «tre capisaldi»: innanzitutto, «una ricetta liberista nei commerci. Nessuna tentazione "anti-mercatista", riduzione drastica della pressione fiscale, generalizzata, per imprese e contribuenti»; poi, uno Stato «meno ingombrante. Meno burocrazia, meno norme e meno adempimenti per la collettività». Perché gettare al mare alcune «buone ricette liberalizzatrici immaginate, ma non realizzate, dal governo Prodi»? Meglio riprenderle «estendendole all'intera società e non solo a specifiche corporazioni da punire»; infine, una riforma del sistema pensionistico che «disboschi i privilegi e soprattutto faccia i conti con un'Italia matura, in tutti i sensi. E che dunque non può permettersi l lusso di perdere forza lavoro cinquantenne».
Paolo Del Debbio suggerisce di puntare a rappresentare «la forza lavoro senza certezze». Si tratta degli outsider, dei produttori (sia imprenditori che lavoratori) non garantiti. Una nostra fissazione non da oggi.
Poi c'è Renato Brunetta, che si concentra sulla forma partito: per il centrodestra «è ora di tornare alla rivoluzione liberale e popolare del 1994 di Silvio Berlusconi, e alla forma partito-rete delle origini». Che sia un «network con un forte centro, costruito attorno a "reti" economico-associative e a persone di destra e di sinistra - e né di destra né di sinistra - con un semplice programma: cambiare l'Italia». Per Brunetta la parola chiave è «competizione»: un «partito-rete, più di un partito tradizionale, chiuso nella sua ideologia e nella sua organizzazione, ha bisogno di visioni, di programmi, di idee, e di strumenti democratici per la loro elaborazione e la loro sintesi politica. Ha bisogno di gruppi dirigenti aperti e in competizione. Televisioni, internet, blog, radio, giornali, riviste: la direzione della comunicazione non sarà più solo "verticale", ma diventerà sempre più orizzontale». Berlusconi «a fare da catalizzatore di una nuova forma partito, hub di reti e di nodi, di movimenti, con il comune obiettivo di cambiare l'Italia... E chi ci sta, ci sta».
Ci sta sicuramente Daniele Capezzone - di cui si parla per un ruolo certo non di secondo piano - che auspica un partito sul modello di quello repubblicano negli Usa, un «gigante dalle tante anime». «Con il contributo di tutti può nascere una formazione capace di segnare la politica italiana per lustri. Berlusconi ha avuto grande coraggio e generosità, adesso i liberali devono venirgli incontro». E, magari, accerchiarlo.
La situazione generale resta pessima, e i cittadini hanno tutti i motivi per diffidare, ma ai politici si chiede di scommettere, di rischiare (pena il "non essere"), guardando anche un po' a quando inevitabilmente Berlusconi lascerà un vuoto politico.
Wednesday, November 14, 2007
Turco eletto col trucco. Gruppo senza Rosa
Maurizio Turco è il nuovo presidente della Commissione Attività produttive della Camera. Il parlamentare radicale della Rosa nel Pugno prende il posto del dimissionario Daniele Capezzone. Turco è stato eletto alla prima votazione con 27 voti. Due schede nulle, quattro bianche, mentre Luigi Lazzari (FI) ha ottenuto 17 voti e Ruggero Ruggeri (Pd) uno.
Intervenendo in aula, Antonio Leone (FI) ha spiegato che fino a ieri sera i componenti della Commissione Attività produttive della Camera risultavano essere 48. A Turco occorrevano quindi 25 voti per essere eletto al primo turno. Stranamente, però, oggi poco prima delle votazioni il numero dei membri è salito a 51 e Turco è stato eletto con 27 voti. Alcuni deputati afferenti alla Commissione sono stati sostituiti e tre nuovi sono stati aggiunti da gruppi della maggioranza (Idv, Udeur e Sd), evidentemente, secondo il deputato Leone, perché dei 48 membri della Commissione fino a ieri, ben meno di 25 (quorum richiesto) erano disponibili a votare Turco.
La presidenza resta così alla componente radicale della... Rosa nel Pugno?
«Martedì sera tutti i socialisti si riuniranno (quelli dello Sdi, Turci, Grillini, Spini, Baratella, assieme a me) per aderire al nuovo gruppo Socialisti-Radicali della Camera». Così Mauro Del Bue, motivando le sue dimissioni dall'ufficio di presidenza della Camera.
Intervenendo in aula, Antonio Leone (FI) ha spiegato che fino a ieri sera i componenti della Commissione Attività produttive della Camera risultavano essere 48. A Turco occorrevano quindi 25 voti per essere eletto al primo turno. Stranamente, però, oggi poco prima delle votazioni il numero dei membri è salito a 51 e Turco è stato eletto con 27 voti. Alcuni deputati afferenti alla Commissione sono stati sostituiti e tre nuovi sono stati aggiunti da gruppi della maggioranza (Idv, Udeur e Sd), evidentemente, secondo il deputato Leone, perché dei 48 membri della Commissione fino a ieri, ben meno di 25 (quorum richiesto) erano disponibili a votare Turco.
La presidenza resta così alla componente radicale della... Rosa nel Pugno?
«Martedì sera tutti i socialisti si riuniranno (quelli dello Sdi, Turci, Grillini, Spini, Baratella, assieme a me) per aderire al nuovo gruppo Socialisti-Radicali della Camera». Così Mauro Del Bue, motivando le sue dimissioni dall'ufficio di presidenza della Camera.
Friday, November 09, 2007
20 anni dal referendum del no. Nucleare sì: informare per scegliere
I vent'anni dal referendum che ne bandì l'uso in Italia, ma anche l'aumento esponenziale del prezzo del greggio, che in questi giorni ha sfiorato i 100 dollari al barile, fa tornare di attualità la questione dell'energia nucleare e della differenziazione delle fonti energetiche nel nostro paese.
Certo, riguardo la correlazione tra i prezzi e il presunto esaurimento della risorsa, ci sono studi, come il libro "L'era del petrolio", del direttore Strategie e sviluppo dell'Eni, Leonardo Maugeri, citato oggi da Il Foglio, che documenterebbero come «i prezzi di oggi sono frutto della lunga stagione dei bassi prezzi e bassi investimenti che si è protratta fino alla fine degli anni Novanta. E gli alti prezzi sono la premessa di una nuova ondata di investimenti: quando i loro effetti si saranno materializzati, le quotazioni del petrolio scenderanno. Il problema, dunque, più che fisico è politico: le bestia nere dei liberisti americani sono quelle regolamentazioni, spesso di matrice ambientalista, che impediscono l'accesso alle risorse», osserva Il Foglio.
Ma il ripensamento sul nucleare sta finalmente per riprendere slancio. La rivista Formiche ha scelto proprio il giorno del ventesimo anniversario del referendum che mise la parola fine alla produzione di energia nucleare nel nostro paese, per promuovere una giornata di libera informazione a favore dell'opzione atomica.
Una vera e propria maratona trasmessa in streaming audio video sul canale web Sherpa Tv - Live, sabato 10 novembre. Quattro ore di dibattito e approfondimento con i protagonisti del mondo scientifico e istituzionale, in due finestre dalle 11 alle 13 e dalle 16:30 alle 18:30, che vedranno protagonisti parlamentari, docenti universitari, tecnici ed esperti. Interverranno, tra gli altri, Casini, Oscar Giannino, Polito, Tabacci, Chicco Testa, Adolfo Urso e Daniele Capezzone.
«Bisogna riaprire con coraggio il discorso del nucleare», ha dichiarato Capezzone, rendendo noto che il suo ultimo atto da Presidente di Commissione Attività produttive, approvato all'unanimità, è stato «il varo di una indagine conoscitiva sul tema... per ragionare e decidere su come ripartire», e denunciando il «troppo immobilismo, troppo conservatorismo» della politica. «E' il momento di dire no alla cultura dei no». C'è, appunto, il tema del fabbisogno energetico e dell'ambiente e c'è il tema geostrategico, della dipendenza energetica dell'Europa, e dell'Italia in particolare, da paesi poco o nient'affatto democratici, come Russia, Algeria, Iran.
Ieri, intervistato dal Corriere della Sera, l'ex primo ministro francese Michel Rocard affrontava tutte le problematiche sul tappeto e concludeva chiaro e tondo che il no al nucleare dell'87 «fu una scelta tremendamente sbagliata, l'Italia allora non è stata seria. La questione è grave e complessa e non andava affrontata in modo emotivo».
Certo, riguardo la correlazione tra i prezzi e il presunto esaurimento della risorsa, ci sono studi, come il libro "L'era del petrolio", del direttore Strategie e sviluppo dell'Eni, Leonardo Maugeri, citato oggi da Il Foglio, che documenterebbero come «i prezzi di oggi sono frutto della lunga stagione dei bassi prezzi e bassi investimenti che si è protratta fino alla fine degli anni Novanta. E gli alti prezzi sono la premessa di una nuova ondata di investimenti: quando i loro effetti si saranno materializzati, le quotazioni del petrolio scenderanno. Il problema, dunque, più che fisico è politico: le bestia nere dei liberisti americani sono quelle regolamentazioni, spesso di matrice ambientalista, che impediscono l'accesso alle risorse», osserva Il Foglio.
Ma il ripensamento sul nucleare sta finalmente per riprendere slancio. La rivista Formiche ha scelto proprio il giorno del ventesimo anniversario del referendum che mise la parola fine alla produzione di energia nucleare nel nostro paese, per promuovere una giornata di libera informazione a favore dell'opzione atomica.
Una vera e propria maratona trasmessa in streaming audio video sul canale web Sherpa Tv - Live, sabato 10 novembre. Quattro ore di dibattito e approfondimento con i protagonisti del mondo scientifico e istituzionale, in due finestre dalle 11 alle 13 e dalle 16:30 alle 18:30, che vedranno protagonisti parlamentari, docenti universitari, tecnici ed esperti. Interverranno, tra gli altri, Casini, Oscar Giannino, Polito, Tabacci, Chicco Testa, Adolfo Urso e Daniele Capezzone.
«Bisogna riaprire con coraggio il discorso del nucleare», ha dichiarato Capezzone, rendendo noto che il suo ultimo atto da Presidente di Commissione Attività produttive, approvato all'unanimità, è stato «il varo di una indagine conoscitiva sul tema... per ragionare e decidere su come ripartire», e denunciando il «troppo immobilismo, troppo conservatorismo» della politica. «E' il momento di dire no alla cultura dei no». C'è, appunto, il tema del fabbisogno energetico e dell'ambiente e c'è il tema geostrategico, della dipendenza energetica dell'Europa, e dell'Italia in particolare, da paesi poco o nient'affatto democratici, come Russia, Algeria, Iran.
Ieri, intervistato dal Corriere della Sera, l'ex primo ministro francese Michel Rocard affrontava tutte le problematiche sul tappeto e concludeva chiaro e tondo che il no al nucleare dell'87 «fu una scelta tremendamente sbagliata, l'Italia allora non è stata seria. La questione è grave e complessa e non andava affrontata in modo emotivo».
Thursday, November 08, 2007
"Guarda, io lo conosco bene"
«Adesso si rifarà. Guarda, io lo conosco bene. Adesso lui comincerà a fare davvero seriamente il presidente della Commissione. Perché? Uno, perché deve valorizzarsi un po' di più di quanto non abbia fatto, perché lui come presidente di quella commissione ha fatto due cose: ci ha annunciato che in realtà, già dodici mesi fa, avremmo avuto in modo lampo i 7 giorni per l'impresa - non se ne parla più, siamo a tredici mesi - e l'altra è fare dichiarazioni quotidiane in quanto presidente della Commissione su tutto lo scibile umano, ma nulla di... Allora adesso siccome è bravo, e comprende, lui comincerà a far funzionare bene questa roba. Anche perché, è evidente, che lui ha qualcosa in meno rispetto a De Gregorio. De Gregorio si è fatto eleggere in Parlamento, dall'opposione e non... cioè si è fatto eleggere contro il candidato in Parlamento della sinistra, e del suo partito. Lui c'è una piccola differenza: lui è stato nominato e ha accettato la nomina dei suoi compagni radicali, dell'Unione, e dopo un mese ha cominciato a fare molto peggio di De Gregorio. Ma nemmeno nel lavoro specifico, come De Gregorio temo che stia facendo alla Commissione Difesa del Senato... no... Ma solo poi facendo tante belle dichiarazioni. Quindi io prevedo che fra due mesi verrà fuori, quando in fondo l'Unione, o altri, o anche avvicinandosi con giugno il rinnovo automatico di mezza legislatura, degli incarichi di commissione e tutto quanto, e qualcuno gli dirà "be', 'nsomma, questa roba era assegnata all'Unione nell'accordo con gli altri..." E allora verrà fuori lo scandalo: "Perché funziono! Perché ho fatto quelle hearings!" ... Accadde domani».
Marco Pannella (Padova, conversazione con Bordin del 4 novembre 2007)
Marco Pannella (Padova, conversazione con Bordin del 4 novembre 2007)
Wednesday, November 07, 2007
Né facili né dovute, ma una volta tanto: dimissioni
Dunque, Daniele Capezzone una decisione, difficile, l'ha presa. Oggi ha annunciato in una conferenza stampa di aver trasmesso al Presidente della Camera Bertinotti la sua lettera di dimissioni dalla Presidenza della Commissione Attività produttive e dal Gruppo della Rosa nel Pugno, chiedendo di aderire al Gruppo Misto. «Vi sono circostanze - scrive - nelle quali il rispetto delle istituzioni, il rispetto di se stessi e il rispetto delle proprie idee ed obiettivi politici impongono scelte difficili e costose. Questo è a maggior ragione necessario ed opportuno se riteniamo che non tutto sia "Casta"...»In un paese come il nostro, «l'istituto delle dimissioni vive una curiosa vicenda: le dimissioni vengono annunciate, ventilate, minacciate, magari richieste, ma - nella maggior parte dei casi - non si presentano, non si danno. E prevale, anche nei luoghi teoricamente meno sospettabili, un tetragono attaccamento al potere, o alle briciole di potere più o meno fragilmente e provvisoriamente conquistate». Le dimissioni - più spesso minacciate che presentate - servono non come atto di chiarezza, ma come strumento di ricatto per difendere o conquistare posizioni nell'abbuffata partitocratica.
Capezzone si dimette perché considera «esauriti, starei per dire esausti, la fase e l'assetto politici che determinarono» anche la sua elezione alla Presidenza della Commissione Attività produttive.
«Invano» Capezzone dice di aver «atteso che giungessero non parole o "segnali", ma fatti politici rilevanti, in particolare dalle componenti cosiddette riformiste di Governo e maggioranza... travolte e umiliate punto su punto, sistematicamente». Non solo il Governo, ma anche il Parlamento, data la situazione al Senato, non è nelle condizioni di decidere alcunché di positivo.
Elezioni subito, dunque? Sarebbe senz'altro meglio che ci fosse una nuova legge elettorale, meno oligarchica e possibilmente maggioritaria, ma sappiamo bene che ad oggi sembra irrealistico solo farci un pensierino. E il pensierino rischia invece di essere strumentalizzato per altri giochi. Basterebbero «pochi giorni, al limite alcune settimane, per capire se esiste davvero la volontà politica comune di cambiare la legge», osserva Capezzone.
Il rischio invece è che si utilizzi la ragionevole esigenza di modificare la legge elettorale per prolungare l'«agonia» di questa legislatura in modo da rafforzare la propria posizione in vista del ritorno alle urne. Mi riferisco in particolare a Veltroni, che sull'argomento non ha saputo fornire per ora un'indicazione, né una preferenza chiara, fosse anche un sì al referendum ed elezioni subito dopo. Certo, anche Berlusconi si muove per convenienza, e ha tutto l'interesse perché si voti quanto prima, ma dalla sua vi sono anche argomenti obiettivamente fondati.
Infatti, il prolungamento dell'«agonia» del Governo Prodi e della legislatura non è solo brutto a vedersi, è anche tremendamente costoso e dannoso per il paese. E' sotto gli occhi di tutti l'«uso politicamente assai grave del denaro e della spesa pubblica» in cui la maggioranza si sta esercitando in questi giorni. Ogni giorno che passa, non avendo la forza di porre la fiducia, il Governo è costretto a vedere saccheggiate le finanze pubbliche per centinaia di milioni di euro. Boeri e Garibaldi (lavoce.info) hanno denunciato il meccanismo del "tax push": «Quando le entrate tributarie aumentano, si finisce sempre per trovare un modo di spendere queste risorse aggiuntive anziché utilizzarle per tagliare il debito». Altro che rientro dal debito pubblico, la voragine aumenta senza freni e verrà consegnata in eredità alle generazioni future.
Elezioni "salto nel buio"? Forse, ma c'è da chiedersi se non siamo già nel buio pesto per cui convenga tentare un salto.
Capezzone si dimette anche dal Gruppo parlamentare della Rosa nel pugno e chiede di aderire al Gruppo misto. E' ormai evidente a tutti che il Gruppo della Rosa nel pugno «sopravvive oggi, di fatto, pressoché esclusivamente come strumento tecnico attraverso il quale diverse organizzazioni e realtà partitiche perseguono i loro attuali (e fra loro diversi) scopi e traiettorie». Ma soprattutto, questi appaiono ben diversi dagli obiettivi dichiarati in campagna elettorale. Capezzone esercita dunque la sua libertà di mandato: agli elettori spetta giudicare chi abbia disatteso quel mandato, se Capezzone, i Radicali italiani e/o lo Sdi.
La decisione di dimettersi porta con sé vantaggi e svantaggi. In un paese così cinico il bel gesto, oggi premiato con affettuose e interessate pacche sulle spalle, verrà pagato con una minore visibilità e una minore influenza all'interno della "casta" e delle lobby. Capezzone ha però rimarcato un'importante differenza dal resto del ceto politico e si potrà dedicare maggiormente a Decidere.net e a rilanciare la scommessa sui 13 punti.
Le dimissioni da un ruolo di tale visibilità, soprattutto per un politico così giovane e non ancora radicato nella "casta", non sono affatto una scelta facile, e di sicuro non dovuta, come qualcuno pretende. Dimissioni non dovute per la sua "sfiducia" al governo, dal momento che la presidenza di una commissione è una carica parlamentare e non governativa, e poiché il singolo deputato è l'unico responsabile di come interpreta il mandato conferitogli dagli elettori.
Né dovute per il semplice fatto di ritenere le elezioni anticipate, pur con l'attuale pessima legge elettorale, un male minore rispetto all'«agonia» di governo e legislatura. Anche una valutazione radicalmente negativa dell'operato del Parlamento non comporta automaticamente l'abbandono di tutte le posizioni da cui si può incidere, seppure certamente sia tra i comportamenti coerenti dopo che si sono lungamente, ma invano, invocati e attesi fatti politici nuovi. Dimissioni, semmai, che la componente riformista della maggioranza potrebbe cogliere come occasione ulteriore di riflessione su se stessa (che però, a giudicare da queste prime ore, non sembra voglia raccogliere).
P.S. Pare che l'occupazione di qualcuno sia diventata quella di impartire lezioni e pretendere di farlo, in modo assai poco elegante, sulla base della propria ricostruzione di conversazioni telefoniche e riunioni riservate, al fine di far apparire (ex) amici degli stupidi portaborse. Il fatto che io non smentisca, che non replichi, non significa certo che sottoscriva tali ricostruzioni. Il fatto che non opponga mie ricostruzioni non significa che non ne abbia. Il fatto che pubblicamente non lamenti scorrettezze nei miei confronti non significa che non siano accadute; né il fatto che mi astenga dal fare ironia (o satira) significa che non abbia del materiale per poterla fare. Sono consapevole di correre il rischio che mi si rinfacci di non avere argomenti, ma lo preferisco di gran lunga al partecipare ad una zuffa che mi addolora ancora di più.
Thursday, October 18, 2007
Decidere, ma decidere bene
Francesco, la tua lettera è un contributo importante alla riflessione.
Devo dire che per quanto riguarda la laicità non ho provato lo stesso disagio. Se davvero la laicità è innanzitutto metodo, e non solo temi eticamente sensibili, be', i 13 punti propongono una radicale laicizzazione del nostro sistema economico e politico. Sono sempre più convinto che la sudditanza della politica nei confronti della gerarchia vaticana sia strettamente connessa all'enorme quantità di risorse pubbliche che i partiti si trovano a gestire, per quel meccanismo per cui sono ben contenti di servire clientele e corporazioni per averne in cambio il sostegno necessario, soprattutto in legittimazione, a rimanere al potere, aiutati da un sistema istituzionale ed elettorale che nasconde i volti e le scelte dietro i simboli e il richiamo del "dna" politico. Credimi, un Dico non vale quanto la flat tax, anche in termini di laicità.
Sono d'accordo, però, che sia necessario non tanto il richiamo a questo o a quel tema, ma il palesare a tutti i livelli il metodo della laicità, come rispondenza delle politiche che si propongono, in ogni settore, ai fatti concreti valutati razionalmente.
L'intervento di Capezzone su Il Foglio di oggi mi è parso condivisibile nel possibile scenario che traccia, e anche laddove individua una carenza di proposta dell'attuale frastagliato centrodestra, che rischia di farsi trovare impreparato quando, prima o poi, si ripresenterà l'occasione per la rivincita elettorale.
Come ho avuto modo di scrivere sia sul mio blog sia su LibMagazine, non credo affatto che da qui a quel momento sia scontato che Berlusconi si presenti con un progetto più credibile in termini liberali di quello di Veltroni, il quale potrebbe, in questi mesi, dotarsi della patente non solo "giusta" ma proprio giusta, meno vecchia e ingiallita di quella di Berlusconi. Dipenderà dai temi, dalle allenze, dai nomi. Inutile che mi soffermi sui segnali, perché ne ho già trattato sull'ultimo numero di LibMagazine.
Certo, sbaglierebbe Capezzone, se avesse già tratto il dado. Di questa opinione sembra essere anche Paolo Messa.
Detto questo, è certamente opportuno che Capezzone continui a sollecitare il centrodestra sui punti di Decidere.net (e mi pare che questo intervento sia di gran lunga più mirato dei precedenti) e che corrisponda alle attenzioni che riceve, ma è urgente creare le condizioni per fare altrettando nei confronti di un centrosinistra che potrebbe presentarsi con un "nuovo conio" (se non altro, per poter rivendicare di averle tentate tutte). Sarebbe un fatto politico nuovo in presenza del quale sarebbe grave farsi trovare impreparati. Anche perché il rischio, di tutta evidenza, è il "venire decisi" anziché il "decidere".
Non userei il termine "trasversalità", ma il concetto dell'opa mi sembra quello da seguire con coerenza, non nascondendoci però le oggettive difficoltà che, per vari motivi, il nostro prodotto riscontra presso certi "mercati", e un contesto le cui variabili sfuggono al nostro controllo.
Le risorse liberali sono scarse in questo paese e dobbiamo continuare a offrire il nostro contributo di ragionamento affinché vengano spese nel migliore dei modi, poiché l'alternativa sarebbe il ripiego verso la sfera privata che, se non altro per ragioni anagrafiche (per citare Montanelli), noi non possiamo permetterci.
Devo dire che per quanto riguarda la laicità non ho provato lo stesso disagio. Se davvero la laicità è innanzitutto metodo, e non solo temi eticamente sensibili, be', i 13 punti propongono una radicale laicizzazione del nostro sistema economico e politico. Sono sempre più convinto che la sudditanza della politica nei confronti della gerarchia vaticana sia strettamente connessa all'enorme quantità di risorse pubbliche che i partiti si trovano a gestire, per quel meccanismo per cui sono ben contenti di servire clientele e corporazioni per averne in cambio il sostegno necessario, soprattutto in legittimazione, a rimanere al potere, aiutati da un sistema istituzionale ed elettorale che nasconde i volti e le scelte dietro i simboli e il richiamo del "dna" politico. Credimi, un Dico non vale quanto la flat tax, anche in termini di laicità.
Sono d'accordo, però, che sia necessario non tanto il richiamo a questo o a quel tema, ma il palesare a tutti i livelli il metodo della laicità, come rispondenza delle politiche che si propongono, in ogni settore, ai fatti concreti valutati razionalmente.
L'intervento di Capezzone su Il Foglio di oggi mi è parso condivisibile nel possibile scenario che traccia, e anche laddove individua una carenza di proposta dell'attuale frastagliato centrodestra, che rischia di farsi trovare impreparato quando, prima o poi, si ripresenterà l'occasione per la rivincita elettorale.
Come ho avuto modo di scrivere sia sul mio blog sia su LibMagazine, non credo affatto che da qui a quel momento sia scontato che Berlusconi si presenti con un progetto più credibile in termini liberali di quello di Veltroni, il quale potrebbe, in questi mesi, dotarsi della patente non solo "giusta" ma proprio giusta, meno vecchia e ingiallita di quella di Berlusconi. Dipenderà dai temi, dalle allenze, dai nomi. Inutile che mi soffermi sui segnali, perché ne ho già trattato sull'ultimo numero di LibMagazine.
Certo, sbaglierebbe Capezzone, se avesse già tratto il dado. Di questa opinione sembra essere anche Paolo Messa.
Detto questo, è certamente opportuno che Capezzone continui a sollecitare il centrodestra sui punti di Decidere.net (e mi pare che questo intervento sia di gran lunga più mirato dei precedenti) e che corrisponda alle attenzioni che riceve, ma è urgente creare le condizioni per fare altrettando nei confronti di un centrosinistra che potrebbe presentarsi con un "nuovo conio" (se non altro, per poter rivendicare di averle tentate tutte). Sarebbe un fatto politico nuovo in presenza del quale sarebbe grave farsi trovare impreparati. Anche perché il rischio, di tutta evidenza, è il "venire decisi" anziché il "decidere".
Non userei il termine "trasversalità", ma il concetto dell'opa mi sembra quello da seguire con coerenza, non nascondendoci però le oggettive difficoltà che, per vari motivi, il nostro prodotto riscontra presso certi "mercati", e un contesto le cui variabili sfuggono al nostro controllo.
Le risorse liberali sono scarse in questo paese e dobbiamo continuare a offrire il nostro contributo di ragionamento affinché vengano spese nel migliore dei modi, poiché l'alternativa sarebbe il ripiego verso la sfera privata che, se non altro per ragioni anagrafiche (per citare Montanelli), noi non possiamo permetterci.
Tuesday, October 09, 2007
Contrordine compagni radicali
Possiamo ragionevolmente supporre che l'intervista di Luca Telese a Marco Pannella (il Giornale, 9 ottobre) sia il primo frutto di una lettera che il leader radicale nei giorni scorsi ha spedito a un selezionato indirizzario di direttori, giornalisti e politici.Alla domanda «Il governo dura?», Pannella ha risposto dando dello "stronzo" al governo. Come interpretare altrimenti le parole «le materie organiche stanno a galla»? Ed è già un segnale, se fino a pochi giorni prima Capezzone veniva sculacciato semplicemente perché si permetteva di assegnare brutte pagelle all'operato di Prodi.
Ma veniamo alla polpa. «Se Prodi cade ci riprendiamo la libertà», è il virgolettato che dà il titolo all'intervista, che per una volta rispecchia fedelmente quanto viene attribuito a Pannella nel testo: «Siamo vincolati a un patto di fedeltà con gli elettori. Ma se cade il governo ci riprendiamo la nostra libertà».
Ecco, agli ultimi giapponesi di Prodi, dispersi nella giungla, è giunta voce che la guerra sia finita, o che stia finendo. E mettono il naso fuori dalla trincea.
Ma cosa significa riprendersi la libertà? Non si poteva forse sostenere il governo lealmente, ma più criticamente, conservando ampi spicchi di quella libertà? Oggi, come ampiamente prevedibile, i radicali si trovano in un vicolo cieco. La Rosa nel Pugno non esiste più e il simbolo non è utilizzabile fino al 2011. I compagni dello Sdi si sono dati, impegnati nella ricostituente socialista. Non si intravede alcuna bicicletta elettorale che li possa riportare in Parlamento se la situazione dovesse precipitare. Da una parte c'è il Partito democratico, dall'altra la "cosa rossa" e i comunisti. A destra del Pd la strada è inagibile a causa del totale appiattimento che ha caratterizzato la presenza dei radicali al governo e alla maggioranza.
E' arrivato il momento di guardarsi intorno, di incrociare sguardi. Ed ecco che Pannella detta la sua "minuta" di lettera e la invia ai suoi più stretti collaboratori, tra cui casualmente mi ritrovo. La "minuta" finisce sotto gli occhi di Malvino, che a tempo di record ne fa un post.
Non sappiamo se la lettera poi inviata, da cui presumibilmente è scaturita l'intervista a il Giornale, contenesse le due frasi chiave della sua "minuta", ma possiamo dire che in quelle due frasi ci fosse ben più di un «se cade il governo ci riprendiamo la libertà».
«... da un mese prima del manifesto dei coraggiosi, rutelliano, ho formalmente dichiarato... che occorreva, urgeva ormai preparare un "dopo" questo Governo essendo chiaro che la situazione italiana, per potere formare nuove maggioranze, comunque dovesse dare priorità assoluta alle riforme economico sociali, liberali e liberiste da una parte o, dall'altra, priorità alla lotta civile contro potere, prepotere e aggressione vaticana... Per mio conto, a chiarissime lettere, ossessivamente, ho ripetuto che nelle presenti condizioni do senza dubbio [priorità, n.d.r.], anche se con molta difficoltà soggettiva e oggettiva, alla prima di queste due ipotesi. Cioè pagare gli scotti filoclericali, per procedere alle radicali riforme strutturali liberali e liberiste.
(...)
ci siamo messi subito all'opera, a nostro solito, anche da secchioni, per cercare di tessere rapporti, collaborazioni, azioni comuni con quanti più possibile dell'area di centro-destra...»
Finalmente Pannella, con questa lettera, accetta che si parli del problema dell'appoggio dei radicali al governo Prodi, argomento che lui e la Bonino hanno rifiutato sdegnosamente di affrontare quando, mesi fa, comprensibilmente, più di qualcuno sottolineava in ogni occasione che il problema esistesse e dovesse essere affrontato con urgenza.
Oggi sembra arrivato il "contrordine compagni" rispetto alla linea governativa portata avanti in questo anno e mezzo da Pannella e Bonino. E il leader radicale rispolvera una linea che le malelingue interne, i Bandinelli e gli Spadaccia, direbbero con sprezzo "economicista". Il problema che si pone oggi Pannella, e la risposta che sembra orientato a darsi - non nascondiamocelo - somigliano al problema e alla risposta avanzati mesi fa da Capezzone.
Alcuni diranno che allora era troppo presto, altri che era una lungimiranza scontata, obbligata dai fatti. In ogni caso, oggi abbiamo la peggiore conferma del fatto che un dibattito interno che sarebbe stato utile affrontare laicamente all'interno del partito si è impedito, perché la priorità era scrollarsi di dosso l'ingombrante presenza (e leadership) di Capezzone. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: chi ci ha guadagnato?
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