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Monday, July 11, 2016

L'America lacerata di Obama: le divisioni razziali rischiano di incendiare la corsa alla Casa Bianca

Pubblicato su Ofcs Report

Dallas è ancora una volta per gli Stati Uniti crocevia della storia e insieme catalizzatore di conflitti. Con la presidenza di Barack Obama, il primo presidente nero, si riteneva chiusa per sempre la questione razziale e suggellata la riconciliazione tra bianchi e neri. D’altronde, cosa più dell’elezione di un presidente nero può rappresentare l’effettiva parità di condizioni e opportunità? Eppure, gli episodi di violenza di questi ultimi anni e di questi giorni, sembrano riaprire ferite mai davvero rimarginate. Il presidente che più di ogni altro avrebbe dovuto unire l’America, rischia di lasciarla più divisa e rancorosa che mai. Molti neri rimproverano a Obama di non difendere la “sua gente”. Molti bianchi lo accusano di alimentare il risentimento dei neri e persino di legittimarne la violenza.

Il fenomeno che emerge invece inequivocabilmente dai numeri e che riguarda tutti i cittadini americani senza distinzioni di pelle, è proprio quello degli abusi e delle uccisioni ingiustificate da parte della polizia, che secondo le statistiche potrebbero essere una su quattro.

Ma l’America non è più quella degli anni ’60: le leggi segregazioniste sono un lontano ricordo. L’uguaglianza davanti alla legge è piena e anzi è stata introdotta in molti ambiti una “discriminazione positiva“: quote, sussidi e programmi pubblici volti a favorire l’integrazione e una uguaglianza anche sostanziale. La questione razziale però sembra aver cambiato pelle. Oggi ha a che fare più con l’ideologia, i risentimenti reciproci, i fantasmi del passato.

Osservando freddamente le statistiche, balza agli occhi un grave problema di violenza della polizia, ma non un problema di razzismo. Secondo dati del 2015 riportati dal Washington Post, il 26% delle vittime della polizia è di colore.

Essendo le persone di colore il 13% della popolazione americana, in proporzione si può dire che muoiono più neri per mano dei poliziotti, che non persone di altre etnie. Tuttavia, è anche vero che pur essendo il 13% della popolazione, i neri commettono il 24% di tutti i crimini violenti e quasi la stessa quantità di omicidi commessi dai bianchi. La presenza di agenti di colore nella polizia è del 12%, quindi perfettamente proporzionata alla popolazione afro-americana. Non si possono certo escludere uccisioni per motivi razziali da parte di qualche agente, ma vanno dimostrate singolarmente, caso per caso. Non si possono desumere dalle statistiche, né dalla compresenza di una vittima di colore e di un’uccisione ingiustificata.

Anziché “Black Lives Matter“, sembrerebbe più appropriato un movimento “All Lives Matter“. Le vite dei neri sembrano importare solo quando vengono tolte dai poliziotti, ha osservato l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, ricordando che accade 50 volte di più che una giovane vita di colore, venga spezzata da un giovane anch’esso di colore. “Quando dici le vite dei neri importano, questo è intrinsecamente razzista e anti-americano. Le vite dei neri importano. Le vite dei bianchi importano. Le vite degli asiatici importano. Le vite degli ispanici importano”.

Per otto anni Obama ha focalizzato la sua attenzione sul controllo delle armi e sulla questione razziale, sottovalutando invece il problema dell’eccessiva violenza della polizia in molti Stati. Commentando le violenze di Ferguson nel 2015, ha sposato le tesi di Blm, riconoscendo “un problema specifico che riguarda la comunità afroamericana e non le altre”, un “problema specifico” di violenza delle autorità contro i neri. Anche nel commentare gli ultimi episodi, da Varsavia, in Polonia, Obama ha, senza esitazioni, attribuito ad attitudini razziste le uccisioni in Louisiana e Minnesota (“symptomatic of a broader set of racial disparities that exist in our criminal-justice system”) senza preoccuparsi che tali fossero realmente le attitudini degli agenti coinvolti, mentre ha omesso qualsiasi riferimento al movente razzista nel caso degli agenti uccisi a Dallas, nonostante fosse dichiarato esplicitamente dall’omicida (voleva “uccidere bianchi, specialmente poliziotti bianchi”).

Un doppio standard che solleva dubbi sulla capacità di giudizio del presidente, rischia di alimentare le divisioni e allontana l’analisi dal vero problema: le uccisioni ingiustificate della polizia. Ogni volta che un afroamericano viene ucciso da un poliziotto si tratta di un caso di razzismo, mentre il tema vero di una violenza generalizzata e sempre più fuori controllo della polizia passa in secondo piano.

Difficile dire come la questione razziale impatterà sulla corsa alla Casa Bianca. Di sicuro un impatto lo avrà. Da una parte, proprio in questi giorni, il presidente Obama ha iniziato a partecipare agli eventi elettorali di Hillary Clinton, la quale ha quindi deciso di puntare forte sulla continuità. E il suo messaggio dopo i fatti di questi giorni è all’America bianca: “I bianchi devono sforzarsi di più di ascoltare quando gli afroamericani parlano delle barriere che incontrano”. Da subito Donald Trump si è presentato come il paladino dell’America bianca, interpretando la voglia di riscatto dei bianchi impoveriti che non ne possono più del “politicamente corretto”. Da decenni non si affrontavano due candidati alla Casa Bianca così agli antipodi su un tema incendiario come le divisioni razziali: una miscela esplosiva.

Monday, October 17, 2011

Quelle tracce scomode che tentano di cancellare dalla scena del crimine


Ciò che non bisogna permettere adesso è che vengano cancellate le tracce politico-ideologiche dalla scena del crimine di sabato a Roma. Parlare di «Black Bloc», di «infiltrati», di «frange», di una piccola minoranza di violenti, o addirittura di «due manifestazioni», come ha fatto Nichi Vendola, significa cercare di occultare la matrice politica della violenza. I Black Bloc non esistono. Sono un'invenzione giornalistica, una rassicurante bugia per illudere il pubblico che i violenti siano un'esigua minoranza che non ha nulla a che fare con la maggioranza pacifica della manifestazione. Sono una comoda copertura per tentare di salvare le «ragioni» della protesta. Si chiamano Black Bloc perché ormai a quella sigla è associata nell'immaginario collettivo una violenza urbana senza firma e senza impronte digitali. Si fa credere che i violenti si materializzino dal nulla, puff, fino a quel momento invisibili, e che nel nulla ritornino subito dopo le devastazioni. Nessuno sa chi siano e cosa vogliono, e così la manifestazione viene assolta da qualsiasi responsabilità, politica naturalmente. Si può parlare di «gruppetti», di «infiltrati» e di una «minoranza» quando i violenti si contano nell'ordine delle decine, non delle migliaia. E' ovvio che la maggioranza in una manifestazione di 20, 30 mila, al massimo 50 mila persone, rimanga "pacifica", altrimenti sarebbe stata una rivolta. Ma davvero si può pensare che 2-3 mila violenti - perché non ci son dubbi, tanti dovevano essere per mettere a ferro e fuoco chilometri e chilometri di corteo e per resistere alle forze dell'ordine per quattro ore asserragliati a San Giovanni - non siano rappresentativi di una manifestazione, non siano politicamente qualificanti? All'inizio le agenzie riferivano di «gruppetti di violenti che si staccano dal corteo», alla fine i «gruppetti» che si staccavano dal corteo che si sono visti erano quelli di manifestanti pacifici.

In teoria, i Black Bloc sono gruppi di anarchici che nelle manifestazioni in cui è stata accertata la loro presenza (Seattle, Praga, per esempio) non erano affatto infiltrati e nascosti, ma ben visibili e orgogliosamente compatti. L'abbigliamento di colore nero viene usato anzi per rendersi identificabili e per incutere timore alle forze dell'ordine. Non è da escludere che sabato a Roma, come a Genova nel 2001, ce ne fossero, ma le immagini televisive, soprattutto quelle degli scontri a San Giovanni, e delle devastazioni a Via Labicana e a Via Emanuele Filiberto, dimostrano inequivocabilmente il gran numero dei violenti, la maggior parte dei quali nient'affatto vestiti di nero. Esattamente come a Genova: Carlo Giuliani era forse un Black Bloc? Se sì, allora d'accordo. Anche quelli di ieri lo erano, i tanti Carlo Giuliani, identici a lui, che assaltavano quel blindato dei carabinieri rimasto isolato al centro della piazza, da cui due agenti sono riusciti ad uscire appena in tempo per salvarsi dal bruciare vivi. Solo grazie alla loro professionalità e freddezza non c'è scappato il morto. Dovremmo chiederci tra l'altro come mai in una giornata in cui gli "indignados" manifestavano in tutto il mondo, gli scontri siano avvenuti solo a Roma e, stando ai primi arresti e alle cronache televisive, non risultano stranieri tra i violenti. No, la violenza di sabato a Roma era italianissima. I violenti vanno ricercati nei centri sociali, tollerati e molte volte coccolati dalle amministrazioni locali, persino di destra (vero Alemanno?), nei collettivi studenteschi ospitati dagli atenei, tra i militanti dei partiti e dei sindacati più estremisti e anti-sistema, tra gli auto-riciclati dell'arcipelago no global, nella galassia dei gruppi anarco-insurrezionalisti. Studiano, lavorano, manifestano le loro idee, su internet e a volte persino in tv e sui giornali. Sono in mezzo a noi, insomma, non vivono in clandestinità. Tutti lo sappiamo, ma poi ci beviamo questa balla dei Black Bloc.

E' vero che tra i manifestanti c'è stato chi ha provato a ribellarsi ai violenti, ma dai microfoni delle televisioni abbiamo sentito anche molte persone all'apparenza "per bene" solidarizzare in vario modo («loro sono noi, noi siamo loro», «fa più schifo la nomina dei sottosegretari», «quando scoppia una pentola a pressione non la controlli»). E i "pacifici", la "parte buona" della manifestazione, sarebbero quelli che hanno riempito di insulti e sputi Marco Pannella all'inizio del corteo. A proposito, dove si erano nascosti i Di Pietro, i De Magistris, i Vendola, che avevano annunciato la loro presenza alla manifestazione? La voce della sincerità è stata quella di uno studente della Sapienza, il quale ha spiegato che «è la dialettica di sempre, che ci sarà sempre, nel Movimento». Appunto, c'è UNA manifestazione, UN movimento, con UNA ideologia (o piuttosto il suo simulacro). Un movimento con una pur primordiale dialettica interna sui mezzi, che si differisce tra chi sceglie mezzi violenti e chi pacifici. Una grande, decisiva differenza dal punto di vista penale, ma minima dal punto di vista politico. Le «ragioni» della protesta, le fondamenta ideologiche, sono comuni: teorie paranoiche della realtà; idee e obiettivi di sovversione dell'ordine sociale ed economico, un'utopia collettivistica da inseguire con un'accozzaglia informe di politiche redistributive. Se non si riconosce legittimità democratica alle istituzioni politiche ed economiche; se il sogno è abbattere il capitalismo, o più prosaicamente in Italia Berlusconi, allora la critica allo status quo diventa talmente radicale da rendere inevitabile che qualcuno, anzi molti, paradossalmente i più coerenti e i più "coraggiosi", ricorrano a pratiche violente. Ecco in che modo i violenti c'entrano eccome con la manifestazione di sabato.

E' ovvio che dal punto di vista penale la responsabilità è personale, ma se vogliamo comprendere ciò che è accaduto, allora non possiamo sottrarci ad una riflessione che vada oltre quegli aspetti. Quella violenza non nasce dal nulla, è una violenza che ha una matrice politica ben precisa, che affonda le proprie radici in una sinistra estrema e anti-sistema, ma che si nutre anche del clima da guerra civile che i partiti di sinistra, e persino di centro, alimentano all'interno delle istituzioni e sui media. Ecco perché a Roma sì e nelle altre capitali no. Perché a Roma i partiti di sinistra hanno voluto persino dedicare un'aula parlamentare ad uno di quei violenti, a Carlo Giuliani, che a Genova nel 2001 ha dato l'assalto ad una camionetta dei carabinieri esattamente come i suoi compagni hanno fatto ieri a San Giovanni. L'aula bisognava intitolarla al carabiniere che gli ha sparato. Tendiamo a relativizzare e a giustificare con l'esasperazione le violenze, perché c'è sempre qualcosa e qualcuno contro cui è comunemente ritenuto "politicamente corretto" e "figo" ribellarsi, c'è una parte di Italia che non riconosce all'avversario politico il diritto di governare: i democristiani prima, Berlusconi oggi, persino i cantieri dell'Alta Velocità. Siamo in perenne guerra civile e le forze politiche e sociali, i media, per i loro interessi non fanno che alimentare questa condizione.

C'è da scommettere che nelle interrogazioni di lunedì i parlamentari dell'opposizione chiederanno "come è stato possibile", insinuando una grave e sospetta sottovalutazione da parte del ministro Maroni e delle forze dell'ordine. Già oggi la Repubblica e Il Fatto quotidiano accusano il Viminale di aver lasciato fare («tempi di reazione lunghi e farraginosi») e il segretario del Pd Bersani si chiede «come è possibile tenere in scacco per ore il centro di Roma». E' possibile, caro Bersani, se non ci si vuole assumere il rischio di dieci Carlo Giuliani. Non si può, è DISONESTO, contemporaneamente criticare la passività delle forze dell'ordine, pronti però a denunciarne la brutalità appena reagiscono. Sabato a Roma hanno fatto il massimo, il massimo considerando l'uso della forza che è socialmente e politicamente accettato. In piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare», pronti a sacrificare la loro di vita, piuttosto che rischiare la morte di un manifestante. Dunque, mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quanto abbiamo visto ieri, senza però poi prendercela con le forze dell'ordine perché non hanno saputo garantire l'ordinato svolgimento di quella cazzo di manifestazione.

Wednesday, April 08, 2009

Previsioni no, ma almeno un'attenta valutazione del rischio

Lasciamo per un momento da parte Giuliani e il suo radon, perché mi pare che il parlarne ci distolga da un aspetto più importante in tutta questa tragica vicenda.

I terremoti sono imprevedibili, si è detto. Eppure, il 31 marzo si riuniva a L'Aquila la Commissione Grandi rischi, con i massimi esperti italiani di terremoti. Si riuniva per fare che cosa, esattamente, se comunque non è possibile "prevedere" un terremoto? Di logica sembrerebbe essercene poca. E' ovvio però che dalla Commissione Grandi rischi non ci si aspettava una "previsione" in senso stretto, tale da dar luogo ad una evacuazione, ma almeno - come dice il nome stesso - un'attenta e scientificamente informata valutazione del rischio, che in qualche modo è a sua volta una previsione, sia pure probabilistica.

Molti aquilani sopravvissuti al terremoto hanno lamentato il fatto che fino a quella maledetta notte tra il 5 e il 6 aprile gli sia stato ripetuto di restare «tranquilli». Il signor Giuliani sarà anche "solo" un perito elettronico, un «imbecille», un cialtrone, ma i tanti signor "restate tranquilli"?

Ebbene, il dibattito sulla scientificità, o sulla semplice attendibilità, del modello predittivo di Giuliani sta nascondendo il fatto che Barberi, Boschi e gli altri sismologi "ufficiali" non hanno saputo effettuare una corretta valutazione del rischio con gli elementi in loro possesso. Prim'ancora che per non aver dato ascolto a Giuliani, hanno fallito perché non hanno saputo utilizzare al meglio i loro strumenti e le loro conoscenze: era in corso da tre mesi uno sciame sismico piuttosto anomalo, vista la grande quantità di scosse avvertite dalla popolazione negli ultimi giorni; lo sciame interessava una zona sismica considerata - non da Giuliani, ma dall'Ingv - tra le più a rischio, se non la più a rischio, d'Italia; e per di più, si poteva notare (a cavallo tra marzo e aprile) una tendenza all'aumento della frequenza e dell'intensità delle scosse (come provano la scossa di Sulmona di magnitudo 4 e le due ravvicinate a L'Aquila poche ore prima quella tremenda delle 3.32). Forse da quella riunione non si poteva proprio uscire ripetendo alla popolazione di restare «tranquilla».

Sbaglia chi critica Bertolaso. Il quale, a ben vedere, non ha del tutto ignorato l'allarme lanciato da Giuliani, come può far pensare la reazione scomposta nei suoi confronti, l'avergli dato dell'«imbecille», e poi persino la denuncia per procurato allarme. Proprio a seguito del perdurante sciame sismico, dell'allarme di Giuliani e della scossa del 29 marzo a Sulmona, Bertolaso decideva molto saggiamente di cautelarsi mettendo comunque in preallarme la Protezione civile e convocando a L'Aquila la Commissione Grandi rischi. Non potendo certo lanciare l'allarme catastrofe sulla base di una rilevazione non fondata dal punto di vista scientifico, almeno non sottovalutava la situazione e chiamava ad esprimersi i maggiori sismologi italiani.

Sono questi, gli scienziati "ufficiali", che hanno fallito e di cui troppo poco si parla in queste ore, anzi quasi per niente. Qui Giuliani non c'entra nulla. Hanno fallito non perché non hanno dato retta a Giuliani, o perché hanno sbagliato la "previsione" - che sappiamo essere impossibile allo stato delle conoscenze scientifiche attuali - ma perché non hanno effettuato una corretta valutazione del rischio, che era possibile con i dati di cui disponevano. A che serve una Commissione Grandi rischi se poi nessuno si assume la responsabilità del suo operato? Nel caso di Barberi, poi, siamo di fronte a un recidivo. Fu sempre lui, da capo della Protezione civile, a tranquillizzare tutti la mattina dopo la prima scossa del terremoto di Assisi nel 1997, dicendo che sarebbero seguite solo scosse di assestamento, minori rispetto all'evento della notte, mentre alle 11.42 una seconda e più devastante scossa fece crollare la volta della Basilica. Com'è che sono sempre le stesse facce da oltre dieci anni?

Monday, April 06, 2009

Terremoti ancora imprevedibili, ma la scienza "ufficiale" non è senza macchia

La domanda che si fa particolarmente angosciante in queste ore è se il terremoto che ha devastato l'Abruzzo ieri notte era prevedibile. L'opinione diffusa è che i terremoti non siano prevedibili in modo tale da allertare le popolazioni interessate. Ma questa convinzione è messa in forte dubbio in queste stesse ore da un ricercatore, Giampaolo Giuliani, che in seguito allo sciame sismico che stava interessando l'Abruzzo da più di un mese aveva lanciato l'allarme sulla possibilità che si verificasse un terremoto "disastroso".

Non gli hanno creduto e lo hanno persino denunciato per procurato allarme. Cerchiamo di guardare ai fatti. La previsione di Giuliani non si è dimostrata di un'accuratezza tale da poter salvare delle vite, perché annunciava un terremoto "disastroso" domenica 29 marzo con epicentro a Sulmona. Se fossero stati evacuati i cittadini di Sulmona e delle zone limitrofe, trascorsa una settimana sarebbero rientrati nelle loro case giusto in tempo per venire colpiti dal terremoto che si è effettivamente verificato. E' un fatto anche che allo stato attuale nessuna ricerca sui cosiddetti "precursori sismici", in nessuna parte del mondo (neanche in Giappone o in California, dove di terremoti se ne intendono) ha fornito un'attendibilità tale da giustificare l'evacuazione delle popolazioni.

Anche perché se parliamo di misure così estreme come un'evacuazione, oltre ai costi esiste una seria questione di credibilità dell'allarme stesso. Se infatti l'evento non si verifica, l'allarme rischia di perdere credibilità presso la stessa popolazione. I falsi allarme rischiano di rendere sempre meno credibili gli allarmi successivi. Mi pare quindi che Bertolaso abbia agito per il meglio, secondo le informazioni in suo possesso. Ha denunciato gli allarmismi di Giuliani, ma nel contempo ha riunito la Commissione Grandi rischi con i più autorevoli sismologi italiani, mettendo in preallarme le strutture della Protezione civile, che a quanto sembra hanno prestato un soccorso tempestivo e di proporzioni adeguate alle dimensioni della tragedia.

D'altra parte però bisogna riconoscere che effettivamente lo sciame sismico che stava interessando l'Abruzzo era anomalo, perché se è vero che di solito questi sciami passano senza eventi rilevanti, questa volta molte scosse erano state avvertite dalla popolazione, e una di queste il 31 marzo aveva raggiunto una più che allarmante magnitudo 4. Uno sciame anomalo che forse avrebbe dovuto destare maggiori preoccupazioni nei nostri sismologi "ufficiali", visto anche che l'Abruzzo risulta dalle loro mappe tra le regioni a più elevato grado di pericolosità sismica. E' vero poi che Franco Barberi, vicepresidente della Commissione Grandi rischi, è lo stesso Barberi che da capo della Protezione civile la mattina dopo la prima scossa del terremoto di Assisi nel 1997 disse che sarebbero seguite solo scosse di assestamento minori rispetto all'evento della notte, mentre alle 11.42 una seconda e più devastante scossa colpì la zona, facendo crollare la volta della Basilica.

Se i terremoti non sono prevedibili, come ci dicono dall'Ingv, perché così spesso dopo un terremoto di una certa intensità ci assicurano che seguiranno solo scosse minori? Come fanno a saperlo? Non lo sanno affatto: una cosa che i terremoti dell'Umbria del 1997 e di ieri ci hanno dimostrato è che un forte terremoto non sempre e comunque è seguito solo da scosse di assestamento, ma a volte anche da scosse di potenza maggiore.

E' vero inoltre che dal punto di vista scientifico è discutibile non aspettare che le proprie teorie ricevano una verifica da parte della comunità scientifica prima di basare su di esse allarmi rivolti ai sindaci e alla stampa, alla quale ci si rivolge di regola solo dopo una pubblicazione. E' anche vero però che spesso le scoperte più importanti sono merito di personaggi al di fuori, o addirittura estromessi dalla scienza "ufficiale", e che la nostra comunità scientifica è particolarmente chiusa, asfittica e oligarchica, ed è difficile che le risorse seguano il merito. E' vero che la sensazionale "scoperta" di Giuliani non è stata pubblicata su nessuna rivista scientifica, ma è anche vero che non è facile pubblicare se non si ricevono i fondi adeguati e se non si fa parte delle conventicole giuste.

Insomma, non sarebbe stato prudente dare credito all'allarme di Giuliani, che tra l'altro non avrebbe salvato alcuna vita. Tuttavia, sarà solo un «perito elettronico», può essere stato solo un caso, ma siccome innegabilmente è andato molto, molto vicino alla previsione che avrebbe fatto la differenza, piuttosto che dargli dell'«imbecille», rinnegarlo come dipendente, come ha fatto l'Infn, o screditarlo (è solo un «tecnico, non un ricercatore», che lavora sui terremoti «a scopo personale») come ha fatto l'Inaf, Bertolaso, Boschi e i nostri istituti nazionali dovrebbero spiegare pacatamente all'opinione pubblica che non siamo ancora in grado di giustificare un'evacuazione su basi scientifiche, ma che allo stesso tempo alle ricerche di Giuliani verrà dato tutto lo spazio, l'attenzione e le risorse che meritano, e che verrà coinvolto in quelle che sono in corso.

Wednesday, October 15, 2008

Obama non è Kerry, e McCain non è Reagan

Potrebbe sembrare ovvio, ma pare che a qualcuno non lo sia. Questa notte l'ultimo debate tra Obama e McCain, ma ormai mi sembra che questa sfida si giochi pochissimo sui duelli tv. A McCain tocca l'impresa, come a quelle squadre costrette a vincere fuori casa per superare il turno di "Champions League". Certo, dalle urne per definizione può sempre uscire fuori la sorpresa, ma Obama non è Kerry.

Come ci segnala l'incoraggiante Creez Dogg in tha Houze, sia l'esperto in sondaggi Michael Barone che il politologo Victor Davis Hanson, di National Review, sostengono che sia ancora troppo presto per dare per sconfitto il ticket repubblicano. Motivo? Se c'è un uomo politico che, negli anni, ha dimostrato in più di un'occasione di saper ribaltare situazioni di svantaggio a proprio favore, smentendo ogni previsione, quello è proprio McCain. E' vero, McCain ha alle spalle entusiasmanti "rinascite", ma anche molte sconfitte. E ad oggi lui e i suoi adviser mi sembrano in un empasse strategico. Detto con parole povere: non sanno che pesci pigliare.

Le presidenziali del 1980, sentiamo ripetere, furono decise soltanto nell'ultima domenica prima del voto. Gli elettori indecisi decisero per Reagan contro Carter. Il problema è che McCain non sembra avere la freschezza di Reagan, né le capacità comunicative, né una visione politica innovativa, né la disastrosa presidenza di un Carter alle spalle. McCain è l'affidabilità, i piedi per terra, in un tempo in cui gli americani sentono di aver bisogno di "sognare".

E se proprio si vuole chiamare in causa Reagan, ricordo che nell'84 si comportò in maniera opposta a McCain per ribaltare a suo vantaggio il fattore età:
«I will not make age an issue of this campaign. I am not going to exploit, for political purposes, my opponent's youth and inexperience».
A questo punto, il giudizio non potrà che essere ex post. Se dovesse riuscirgli la rimonta, si dirà che motivi razziali hanno impedito a Obama di arrivare alla Casa Bianca; se tutto andrà secondo le previsioni, il giorno dopo sembrerà a tutti ovvio che il "bollito" McCain non avrebbe mai potuto farcela. La parola fine non è ancora scritta, ma diciamocelo chiaramente: il rischio che McCain-Palin ripetano la figura di Mondale-Ferraro nell'84 è piuttosto elevato.

Ci sarebbe voluto un Giuliani, se non si fosse politicamente "suicidato" ancor prima di iniziare la campagna.

Thursday, January 31, 2008

Peccato per Giuliani, ora con MacCain

Le Primarie per le presidenziali Usa stanno riservando parecchie sorprese e oggi ne parlano, con approcci diversi ma entrambi interessanti, Christian Rocca, su Il Foglio, e Alberto Alesina, su Il Sole 24 Ore.

Una di queste sorprese mi ha provocato una profonda delusione. Rudy Giuliani ha perso in Florida, stato da cui aveva deciso di far partire la sua corsa verso la Casa Bianca, e si è ritirato. «Aveva il Paese in mano», secondo tutti i sondaggi prima che iniziassero le primarie, ma l'ha perso adottando una strategia suicida, che l'ha portato a snobbare la campagna nei primi piccoli stati, come Iowa e New Hampshire, puntando tutto sulla Florida come trampolino di lancio.

Scommetteva sul fatto che nessuno degli altri candidati repubblicani si sarebbe aggiudicato tutti gli staterelli insidiando la sua "pole position" e divenendo così il suo antagonista. Ciò in parte è avvenuto, ma è successo anche che Huckabee si è dimostrato più debole del previsto, Romney si è mantenuto competitivo, seppure a fatica, e McCain, dato per spacciato, è praticamente risorto dal nulla. Così, in Florida, Giuliani si è trovato di fronte due candidati già rodati che l'hanno sorpassato di slancio.

Una grave perdita per i Repubblicani, perché Giuliani, il Sindaco d'America, pur non essendo molto amato nel partito e palesemente odiato dai social conservative e dalla destra religiosa, perché troppo liberal e newyorchese, con il suo seguito negli stati dell'Est sembrava il candidato più adatto a contendere la presidenza a Hillary o ad Obama, sospinti dal vento democratico che spira negli Usa.

La lezione che si può trarre dalla sua sconfitta è che negli Stati Uniti nulla si deve mai dare per scontato. Si può venire sconfitti pur partendo da favoriti, per cui bisogna sempre giocarsela, dall'inizio, senza supponenza, e fino in fondo.

Annunciando il suo ritiro Giuliani ha subito espresso il suo appoggio a John MacCain: «Dio ti benedica John». Adesso speriamo che John ricambi e gli offra la vicepresidenza, ma un ticket del genere rischierebbe di alienargli le già tiepide simpatie dei social conservative. Un altro endorsement che potrebbe rivelarsi chiave per il senatore dell'Arizona è quello giunto dal governatore della California, Schwarzenegger, che forse avrebbe appoggiato Giuliani se non fosse uscito sconfitto dalle primarie in Florida.

Ancor di più di Giuliani McCain è odiato dall'establishment del partito per il suo spirito indipendente e bipartisan, anche se rispetto all'ex sindaco gode di una maggiore indulgenza da parte di social conservative e destra religiosa. I libertari come Ed Crane, del Cato Institute, e gli "anti-tasse" come Grover Norquist si fidano poco e lo considerano piuttosto un avversario. Anche McCain però, come Giuliani, è capace di esercitare una certa attrazione sugli elettori indipendenti e i democratici moderati, come il suo amico Lieberman, e quindi potrebbe avere qualche chance contro Hillary e soprattutto Obama.

Ecco il ritratto che ne fa Christian Rocca: «E' accusato di non essere un vero repubblicano, ma dall'aborto alla sicurezza nazionale, dalla politica fiscale alla limitazione della spesa pubblica è quanto di più repubblicano possa esistere. A differenza dei colleghi di partito, però, McCain crede che il surriscaldamento terrestre sia un vero problema, che la raccolta dei fondi elettorali debba essere regolata, che l'America debba restare un paese aperto all'immigrazione, che i giudici federali non possano essere ideologi, che i bilanci debbano tendere al pareggio e che spesso i leader della destra religiosa si comportino da "agenti di intolleranza"».

A poco a poco McCain sta conquistando la fiducia di «pezzi dell'establishment» e, sul fronte intellettuale, lo sostengono i neoconservatori del Weekly Standard, a cominciare da Bill Kristol che lo aveva sostenuto anche nel 2000 contro Bush. Bush, appunto, «il suo antico avversario». Il rapporto tra i due, ci informa Rocca, «ora è buono»: «McCain è stato l'unico alleato di Bush, quando il presidente ha deciso di mandare Petraeus in Iraq per cambiare rotta. Alle primarie Bush non si schiera, ma il suo ultimo discorso sullo Stato dell'Unione, pronunciato lunedì sera al Congresso e centrato su tutti i temi cari al senatore dell'Arizona (Iraq, veterani, spesa pubblica e immigrazione), a leggerlo bene è stato un semi endorsement per McCain».

Seppure a malincuore per l'uscita di scena di Giuliani, anche il mio irrilevante sostegno va ora a McCain.

Tuesday, January 29, 2008

Per Rudy la prima che potrebbe essere l'ultima

Mentre Obama incassa gli endorsement convinti ed entusiasti di Ted Kennedy e di mezza famiglia Kennedy, che potrebbero aiutarlo nelle Primarie ma rischiano di essergli letali nella eventuale corsa alla Casa Bianca, per Rudy Giuliani si avvicina il momento del debutto - e forse anche dell'addio - nelle Primarie repubblicane.

La rischiosa strategia di snobbare i primi Stati e concentrarsi sul voto in Florida (oggi dalle 13 all'una, ore italiane) e poi sul Big Tuesday del 5 febbraio ha permesso a due rivali ostici come McCain e Romney di prendersi la scena, i sondaggi e, forse, anche i voti.

Il paradosso per Rudy è che la prima spiaggia potrebbe in realtà rivelarsi anche l'ultima. Sarebbe un peccato, perché Giuliani rappresenta forse anche l'ultima spiaggia per i Repubblicani. Senza di lui in corsa aumentano le probabilità del ritorno dei Democratici alla Casa Bianca. Forse solo contro Obama McCain e Romney avrebbero qualche speranza. Tutti gli aspetti in questo punto della situazione di Andrea Mancia.

Friday, January 11, 2008

Giuliani ha il piano fiscale più convincente

Ieri l'endorsement di Grover Norquist, presidente e fondatore della Americans for Tax Reform, oggi Rudy Giuliani diffonde il suo spot sulle tasse.

Norquist - leggiamo dal blog Italian blogger for Giuliani - promuove il piano di riforma fiscale presentato, qualche giorno fa, da Giuliani e comunica che, a differenza di John McCain, Fred Thompson e di tutti i candidati democratici, ha firmato il pledge con cui si impegna ad opporsi a qualsiasi aumento delle tasse se eletto presidente. Secondo Norquist, il piano di Rudy porterebbe «al più grande taglio delle tasse nella storia americana» ed è il progetto "pro-growth" più convincente tra tutti quelli presentati dai candidati repubblicani alla presidenza.
«Il taglio alle tasse proposto da Giuliani rappresenterebbe un gigantesco salto in avanti per i contribuenti americani e per l'economia degli Stati Uniti. In particolare, il taglio della corporate income tax e dei capital gain sarebbe esattamente quello di cui abbiamo bisogno per evitare una fase di recessione. In più, il piano di tagli alle tasse proposto da Giuliani porterebbe alla creazione di un sistema alternativo (FAST: Fair and Simple Tax) che potrebbe, di anno in anno, essere scelto dalle famiglie americane e dai piccoli imprenditori; un sistema a tre aliquote (con quella massima al 30%) basato soltanto sulle deduzioni più utilizzate. La maggior parte degli americani, se liberi di scegliere questo sistema semplificato, opterebbero per esso senza più tornare indietro. Per anni Hong Kong ha utilizzato un sistema fiscale alternativo di questo tipo e la maggioranza dei cittadini lo ha utilizzato con soddisfazione».
Anche il Club for Growth, presieduto da Pat Toomey, definisce il piano di Giuliani «una proposta coraggiosa ed innovativa che ricompensa il lavoro e il merito, incoraggia gli investimenti e promuove la crescita ecomomica degli Stati Uniti».

Friday, January 04, 2008

Primarie Usa. Esordio amaro per Hillary

Se sono esatte le sue parole riportate oggi sul Corriere da Ennio Caretto, spesso impreciso, Bill Kristol ha centrato in pieno il pronostico delle primarie democratiche in Iowa. «Hillary ha ammonito gli elettori dell'Iowa che il mondo li guarda. Ebbene, forse oggi il mondo la vedrà sconfitta. Potrebbe finire terza non soltanto dietro Obama, ma anche dietro Edwards. Ha perso slancio... Hillary non è neppure la seconda scelta degli elettori democratici: alla fine, si schiereranno o per Obama o per Edwards». Ebbene, così è andata. Nel campo repubblicano ha trionfato Huckabee.

Per un bilancio di questo primo round vi segnalo un commento di Daniele Capezzone per Il Velino; Christian Rocca si sofferma sulla strategia controcorrente di Rudy Giuliani (il nostro favorito); chi rimane incollato alle ultimissime da oltreoceano, sempre pronto a riportare i sondaggi appena sfornati, è naturalmente The Right Nation, ideale per chi volesse seguire passo passo. Martedì si replica, sarà la volta del New Hempshire.

Tuesday, November 27, 2007

Un aperitivo per Rudy

Per chi ci sarà, ci vediamo stasera, alle 19:00, all'hotel Aleph (sala lettura) in Via San Basilio 48, Roma.

Monday, June 11, 2007

Cuore di mamma

Si è presa un bel «e levati, stronza» dai manifestanti di sabato scorso, al corteo anti-Bush, la madre di Carlo Giuliani, Haidi, oggi senatrice.

Al giornalista che per La Stampa le ha chiesto se tra quei ragazzi avesse «rivisto suo figlio», ha risposto decisa: «No. A Genova i manifestanti sono stati aggrediti dalla polizia e hanno resistito alle violenze delle forze dell'ordine, nel caso di Carlo dei carabinieri. Sabato in Corso Vittorio Emanuele la polizia non aveva fatto nulla. Quindi mi sembra che la differenza fondamentale sia questa».

Insomma, se sono i figli degli altri ad attaccare le forze dell'ordine e a spaccare vetrine allora non sono più "resistenti", ma "compagni che sbagliano": «Sono ragazzi che hanno perfettamente ragione ad essere arrabbiati. Solo che usano molto male la loro rabbia... non hanno gli strumenti culturali per capire perché lo sono, e per capire che cosa sia utile fare. Dovrebbero capire che la rivoluzione non si fa a bottigliate». Con gli estintori, forse? O con qualcos'altro?