Pur restando contrario alla pena di morte (essenzialmente perché non nutro nello Stato una fiducia tale da ritenerlo in grado di assumere decisioni così definitive), mi dissocio dalle campagne abolizioniste, che ormai hanno ceduto al peggior relativismo culturale e politico. Sakineh Ashtiani come Teresa Lewis. Ahmadinejad ha così accusato l'Occidente di «doppio standard» e direi che la provocazione ha fatto una certa presa sui benpensanti e gli attivisti occidentali. Oggi, sul Fatto quotidiano, ma è solo l'ultimo in ordine di tempo, uno dei principali protagonisti in Italia, oltre ad "Amnesy" international, della battaglia contro la pena capitale, Sergio D'Elia (Nessuno Tocchi Caino) scrive che Sakineh e Teresa «restano le due diverse facce della stessa, fasulla e arcaica medaglia della pena di morte». No, proprio no, si tratta di due "medaglie" completamente diverse: una è d'oro, l'altra di latta. Non accorgersene significa rendersi semplicemente non credibili.
Nel perseguire l'obiettivo o coltivare l'auspicio dell'abolizione della pena di morte, è a mio avviso un errore gravissimo mettere sullo stesso piano sistemi politici e giudiziari agli antipodi. Per la causa in sé, ma anche per quella a mio avviso più grande per la democrazia e i diritti umani. Non c'è «la legge islamica del taglione» da una parte e «la legge biblica dell'occhio per occhio» dall'altra, come crede D'Elia. In Iran sì, c'è letteralmente la legge islamica, e nessuna garanzia per l'imputato; negli Usa, invece, parlare di legge biblica è solo un'iperbole, in realtà c'è uno stato di diritto ed è garantito (molto più che in Italia) il giusto processo. Persino il metodo di esecuzione fa eccome la differenza. Una società in cui si può essere lapidati per adulterio è oggettivamente primitiva rispetto ad una dove per un efferato duplice omicidio si arriva all'iniezione letale. Da non sottovalutare anche la possibilità di appellarsi e di fare campagne pubbliche alla luce del sole. Da una parte, infatti, abbiamo un Paese democratico, gli Stati Uniti, dove il dibattito sulla pena di morte fa parte da sempre del libero confronto delle idee e in qualsiasi momento lo decidano, gli americani possono con un voto democratico abrogarla.
In questo senso, non riconoscere che certi sistemi politici e giudiziari sono superiori, di gran lunga superiori (non uso a caso questo termine: superiore) ad altri, è un errore di approccio che spalanca le porte alla propaganda delle peggiori dittature, proprio laddove la campagna contro la pena capitale non ha nemmeno diritto di cittadinanza, al contrario che in America. Ed è proprio questo a mio avviso, la comodità del "fare" campagna (in un Paese più trasparente, dove c'è accesso ai documenti e ai dati, è garantito diritto di cronaca e di critica, ci si può appellare a giudici indipendenti e si possono condurre campagne d'opinione e culturali, anche attraverso il cinema) che spinge molte organizzazioni e molti intellettuali non solo a mettere sullo stesso piano Paesi dai regimi molto diversi tra di loro, ma addirittura a concentrarsi ossessivamente sugli Stati Uniti piuttosto che su Paesi dove sarebbe molto più difficile, persino a rischio della propria vita, far passare certi messaggi. L'effetto che ne deriva è che questi attivisti (non certo la gente normale) si scandalizzano per la pena di morte negli Usa, mentre "razzisticamente" sembrano ritenere quasi inevitabile che gli iraniani o i cinesi patiscano certe "usanze".
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Tuesday, October 05, 2010
Friday, August 24, 2007
Velleitarismo prodiano
Qualche tempo fa l'apertura di Prodi ad Hamas, che subito ci era sembrata rompere in modo unilaterale con la posizione comune del Quartetto.
La sinistra italiana ha invocato il ritorno a una diplomazia multilaterale — fino al punto di fare dell'Onu una sorta di improbabile "governo mondiale" — ogni volta che gli Stati Uniti, come nel caso della guerra in Iraq, si sono esposti all'accusa di volersi muovere da posizioni unilaterali. Sarebbe davvero singolare se — adesso che Washington partecipa a una iniziativa multilaterale — il governo di centrosinistra si comportasse in modo unilaterale, violando i "vincoli" multilaterali che le impone la sua partecipazione all'iniziativa di pace in Medio Oriente. Il sospetto di pretestuosa multilateralità, prima, e di pelosa unilateralità, poi, entrambe dettate solo dal pregiudizio anti-americano, sarebbe allora legittimo. E non solo da parte di Washington.
Piero Ostellino (Corriere della Sera, 24 agosto 2007)
La sinistra italiana ha invocato il ritorno a una diplomazia multilaterale — fino al punto di fare dell'Onu una sorta di improbabile "governo mondiale" — ogni volta che gli Stati Uniti, come nel caso della guerra in Iraq, si sono esposti all'accusa di volersi muovere da posizioni unilaterali. Sarebbe davvero singolare se — adesso che Washington partecipa a una iniziativa multilaterale — il governo di centrosinistra si comportasse in modo unilaterale, violando i "vincoli" multilaterali che le impone la sua partecipazione all'iniziativa di pace in Medio Oriente. Il sospetto di pretestuosa multilateralità, prima, e di pelosa unilateralità, poi, entrambe dettate solo dal pregiudizio anti-americano, sarebbe allora legittimo. E non solo da parte di Washington.
Piero Ostellino (Corriere della Sera, 24 agosto 2007)
Monday, August 20, 2007
Nascita di una dittatura annunciata
A chi ha imparato qualche lezione dalla storia del secolo scorso - il secolo delle ideologie - sono bastate le sue prime misure, i primi vertici con altri capi di Stato (da Ahmadinejad a Fidel Castro), ed è stato sufficiente udirne la retorica, per capire che quella che si andava scrivendo in Venezuela era la storia dell'ennesimo dispotismo rivoluzionario «animato da propositi palingenetici di giustizia sociale», come lo ha descritto qualche giorno fa Pierluigi Battista sul Corriere della Sera.
Ogni cosa faceva presagire che sarebbe andata a finire così, con la nascita di una nuova dittatura, la «nuova bandiera di una mitologia rivoluzionaria», un nuovo castrismo che già «elettrizza i cuori dei sempre inappagati turisti della rivoluzione mondiale».
Una modifica alla Costituzione e Chavez si garantirà l'"elezione" a vita, dopo le nazionalizzazioni e l'abrogazione della proprietà privata, dopo aver schiacciato le opposizioni accentrando su di sé potere politico, economico e mediatico.
Ma ovviamente, com'era prevedibile, nessuno sdegno, né nazionale né internazionale, per il golpe di Chavez. Come al solito - come i cubani, per esempio - saranno i venezuelani, consapevoli o meno, le prime vittime delle politiche di Chavez, mentre in Occidente l'immagine di «agitatore antimperialista» gli garantirà «un'atmosfera di indulgenza, di bonaria accondiscendenza, quando non addirittura di adesione alle sue invettive antiamericane».
Ignorati gli allarmi di un intellettuale scomodo, perché liberale, come Mario Vargas Llosa, una mosca bianca tra gli intellettuali anti-imperialisti latino-americani, sempre molto ascoltati. Nessuno che abbia voglia di indagare il perché di questa «maledizione» che condanna l'America Latina a una sorta di eterno ritorno dell'autoritarismo rivoluzionario.
Ogni cosa faceva presagire che sarebbe andata a finire così, con la nascita di una nuova dittatura, la «nuova bandiera di una mitologia rivoluzionaria», un nuovo castrismo che già «elettrizza i cuori dei sempre inappagati turisti della rivoluzione mondiale».
Una modifica alla Costituzione e Chavez si garantirà l'"elezione" a vita, dopo le nazionalizzazioni e l'abrogazione della proprietà privata, dopo aver schiacciato le opposizioni accentrando su di sé potere politico, economico e mediatico.
Ma ovviamente, com'era prevedibile, nessuno sdegno, né nazionale né internazionale, per il golpe di Chavez. Come al solito - come i cubani, per esempio - saranno i venezuelani, consapevoli o meno, le prime vittime delle politiche di Chavez, mentre in Occidente l'immagine di «agitatore antimperialista» gli garantirà «un'atmosfera di indulgenza, di bonaria accondiscendenza, quando non addirittura di adesione alle sue invettive antiamericane».
Ignorati gli allarmi di un intellettuale scomodo, perché liberale, come Mario Vargas Llosa, una mosca bianca tra gli intellettuali anti-imperialisti latino-americani, sempre molto ascoltati. Nessuno che abbia voglia di indagare il perché di questa «maledizione» che condanna l'America Latina a una sorta di eterno ritorno dell'autoritarismo rivoluzionario.
Monday, June 11, 2007
Cuore di mamma
Si è presa un bel «e levati, stronza» dai manifestanti di sabato scorso, al corteo anti-Bush, la madre di Carlo Giuliani, Haidi, oggi senatrice.
Al giornalista che per La Stampa le ha chiesto se tra quei ragazzi avesse «rivisto suo figlio», ha risposto decisa: «No. A Genova i manifestanti sono stati aggrediti dalla polizia e hanno resistito alle violenze delle forze dell'ordine, nel caso di Carlo dei carabinieri. Sabato in Corso Vittorio Emanuele la polizia non aveva fatto nulla. Quindi mi sembra che la differenza fondamentale sia questa».
Insomma, se sono i figli degli altri ad attaccare le forze dell'ordine e a spaccare vetrine allora non sono più "resistenti", ma "compagni che sbagliano": «Sono ragazzi che hanno perfettamente ragione ad essere arrabbiati. Solo che usano molto male la loro rabbia... non hanno gli strumenti culturali per capire perché lo sono, e per capire che cosa sia utile fare. Dovrebbero capire che la rivoluzione non si fa a bottigliate». Con gli estintori, forse? O con qualcos'altro?
Al giornalista che per La Stampa le ha chiesto se tra quei ragazzi avesse «rivisto suo figlio», ha risposto decisa: «No. A Genova i manifestanti sono stati aggrediti dalla polizia e hanno resistito alle violenze delle forze dell'ordine, nel caso di Carlo dei carabinieri. Sabato in Corso Vittorio Emanuele la polizia non aveva fatto nulla. Quindi mi sembra che la differenza fondamentale sia questa».
Insomma, se sono i figli degli altri ad attaccare le forze dell'ordine e a spaccare vetrine allora non sono più "resistenti", ma "compagni che sbagliano": «Sono ragazzi che hanno perfettamente ragione ad essere arrabbiati. Solo che usano molto male la loro rabbia... non hanno gli strumenti culturali per capire perché lo sono, e per capire che cosa sia utile fare. Dovrebbero capire che la rivoluzione non si fa a bottigliate». Con gli estintori, forse? O con qualcos'altro?
Sunday, June 10, 2007
Patetiche e marginali le manifestazioni anti-Bush
Non più di 10-15 mila al corteo "No War", dove "Prodi = Bush". In piazza del Popolo 50, 100, 200. Questo l'ordine di grandezza dei presenti al «presidio» per "L'altra America", convocati da tre partiti di governo: Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Verdi.
Se un dato politico si può trarre dalle manifestazioni di ieri contro Bush è che pur essendo fenomeno diffuso l'antiamericanismo nel nostro paese, rispetto a qualche anno fa oggi la quantità di italiani che ritengono di scendere in piazza per la "pace", contro la politica americana, si è assottigliata fino all'irrilevanza. Una triste marginalità ben descritta da questo articolo di Aldo Cazzullo.
«Alle tre e mezzo c'era più folla intorno al presidente emerito che sotto il palco», ironizza Luca Telese su il Giornale, che si riferisce al gelato "americano" preso proprio a piazza del Popolo dall'ex presidente Cossiga, che in mattinata dalle finistre del suo appartamento in Prati aveva esposto ben cinque bandiere: americana, britannica, israeliana, italiana, sarda.
Anche Pannella insiste con la sua versione di "Altra America", che si riconosce in Lincoln, Martin Luther King e Ike Eisenhower. Nomi che secondo il leader radicale dovrebbero far riflettere Bush. Avevamo già invitato Pannella, invece, a riflettere e a leggere un po' di stampa in lingua inglese.
Per quanto riguarda il bilancio politico della visita del presidente Bush in Italia e dei suoi incontri con Napolitano e Prodi, Maurizio Molinari osserva che «a prevalere sono stati i dossier che consentono ai due leader di operare in sintonia e in tempi stretti» (clima, interdipendenza globale, Kosovo e Libano), mentre sono rimasti «sullo sfondo i dissensi su Afghanistan, Iraq, Abu Omar e Calipari».
«Un nuovo inizio», lo ha definito Molinari, nei rapporti tra Prodi e Bush, «apparso convinto dell'esistenza di un'agenda compatibile con il governo italiano nel lungo termine».
Simile la lettura di Augusto Minzolini: «Il primo comandamento della diplomazia prevede che quando non si è d'accordo su un argomento, è meglio accantonarlo». E' quello che hanno fatto Bush e Prodi. Obiettivo della diplomazia Usa era «attutire», «rammendare». E «con George W. che in queste commedie è un vero mattatore».
Il rapporto tra Bush e Prodi «non è quello della pacca sulle spalle, ma la classica amicizia che secondo il protocollo diplomatico debbono dimostrare i capi di governo di due Paesi alleati, specie se hanno litigato da poco». Un'«amicizia diplomatica», appunto, mentre quella che unisce Bush e Berlusconi è «vera, personale, non fosse altro perché i due si piacciono. Parlano lo stesso linguaggio e quasi sempre la pensano allo stesso modo».
Ma il sigillo che ha colto l'aspetto più rilevante dei buoni rapporti ostentati sia da Bush che da Prodi l'ha messo Mario Sechi: «Ogni volta che George Bush gli dava una pacca sulla spalla, Romano Prodi perdeva voti dalla tasca della giacca», sfotte. E, aggiungiamo noi, gli si vedeva bene una ruga di paura sul viso. «Dopo le urne, anche le piazze, care al centrosinistra, si sono svuotate», osserva Sechi, mettendo il dito proprio là dove più duole alla classe dirigente della sinistra italiana, «in larghissima parte figlia del Sessantotto», che può «abbandonare perfino il controllo delle istituzioni, ma non può permettersi di perdere quel consenso popolare che le ha consentito di perpetuarsi, credere di essere nel giusto e perseverare nei propri errori».
Se un dato politico si può trarre dalle manifestazioni di ieri contro Bush è che pur essendo fenomeno diffuso l'antiamericanismo nel nostro paese, rispetto a qualche anno fa oggi la quantità di italiani che ritengono di scendere in piazza per la "pace", contro la politica americana, si è assottigliata fino all'irrilevanza. Una triste marginalità ben descritta da questo articolo di Aldo Cazzullo.
«Alle tre e mezzo c'era più folla intorno al presidente emerito che sotto il palco», ironizza Luca Telese su il Giornale, che si riferisce al gelato "americano" preso proprio a piazza del Popolo dall'ex presidente Cossiga, che in mattinata dalle finistre del suo appartamento in Prati aveva esposto ben cinque bandiere: americana, britannica, israeliana, italiana, sarda.
Anche Pannella insiste con la sua versione di "Altra America", che si riconosce in Lincoln, Martin Luther King e Ike Eisenhower. Nomi che secondo il leader radicale dovrebbero far riflettere Bush. Avevamo già invitato Pannella, invece, a riflettere e a leggere un po' di stampa in lingua inglese.
Per quanto riguarda il bilancio politico della visita del presidente Bush in Italia e dei suoi incontri con Napolitano e Prodi, Maurizio Molinari osserva che «a prevalere sono stati i dossier che consentono ai due leader di operare in sintonia e in tempi stretti» (clima, interdipendenza globale, Kosovo e Libano), mentre sono rimasti «sullo sfondo i dissensi su Afghanistan, Iraq, Abu Omar e Calipari».
«Un nuovo inizio», lo ha definito Molinari, nei rapporti tra Prodi e Bush, «apparso convinto dell'esistenza di un'agenda compatibile con il governo italiano nel lungo termine».
Simile la lettura di Augusto Minzolini: «Il primo comandamento della diplomazia prevede che quando non si è d'accordo su un argomento, è meglio accantonarlo». E' quello che hanno fatto Bush e Prodi. Obiettivo della diplomazia Usa era «attutire», «rammendare». E «con George W. che in queste commedie è un vero mattatore».
Il rapporto tra Bush e Prodi «non è quello della pacca sulle spalle, ma la classica amicizia che secondo il protocollo diplomatico debbono dimostrare i capi di governo di due Paesi alleati, specie se hanno litigato da poco». Un'«amicizia diplomatica», appunto, mentre quella che unisce Bush e Berlusconi è «vera, personale, non fosse altro perché i due si piacciono. Parlano lo stesso linguaggio e quasi sempre la pensano allo stesso modo».
Ma il sigillo che ha colto l'aspetto più rilevante dei buoni rapporti ostentati sia da Bush che da Prodi l'ha messo Mario Sechi: «Ogni volta che George Bush gli dava una pacca sulla spalla, Romano Prodi perdeva voti dalla tasca della giacca», sfotte. E, aggiungiamo noi, gli si vedeva bene una ruga di paura sul viso. «Dopo le urne, anche le piazze, care al centrosinistra, si sono svuotate», osserva Sechi, mettendo il dito proprio là dove più duole alla classe dirigente della sinistra italiana, «in larghissima parte figlia del Sessantotto», che può «abbandonare perfino il controllo delle istituzioni, ma non può permettersi di perdere quel consenso popolare che le ha consentito di perpetuarsi, credere di essere nel giusto e perseverare nei propri errori».
Friday, June 08, 2007
Gli antiamericani cambiano i piani di Bush a Roma
Naturalmente l'opposizione ha chiesto al ministro dell'Interno, Giuliano Amato, di riferire in Parlamento, accusando il governo di non essere in grado di garantire la sicurezza. Ma chi potrebbe garantirla proprio a Trastevere, a cospetto dei toni minacciosi e dei precedenti violenti della galassia di sigle antiamericane che domani confluiranno su Roma per sfilare contro Bush? Cosa sarebbe potuto accadere se qualcuno si fosse messo in testa di assediare Trastevere? Un disastro. Conoscendo il quartiere, e i suoi stretti vicoli, la mission sarebbe stata impossible per chiunque in presenza di un tale stato di allerta. E forse ancora più impossible se al governo ci fosse stato Berlusconi.
La responsabilità del governo non è tanto quella di non essere riuscito a dare ai servizi Usa sufficienti garanzie per quanto riguarda l'ordine pubblico e l'incolumità dell'illustre ospite nel famoso quartiere romano. Sì, certo, il presidente degli Stati Uniti, le istituzioni italiane, le forze di polizia, tutti sotto scacco dei disobbedienti, dei no global, della sinistra comunista di lotta e di governo, dei sedicenti "pacifisti" casco & spranga.
Il problema, più che di incapacità "tecnica" del governo, è di natura politica. La visita di Bush a Trastevere sarebbe stata possibile se non ci fosse stato nel nostro paese un diffuso sentimento di odio antiamericano incanalato in movimenti organizzati. Tanto che la stessa ambasciata Usa ha esortato i cittadini americani in città a «evitare le manifestazioni», tenendo presente che potrebbero esserci episodi di «violenza».
La responbsabilità di chi oggi è al governo è di non aver combattuto e isolato politicamente, anzi, di aver alimentato e legittimato, per anni, l'ideologia antiamericana, figlia orfana del comunismo. Scritte come «Bush Roma sarà la tua tomba» e «Bush massone servo degli ebrei Roma ti schifa» danno la misura del livello di odio e di razzismo di settori minoritari ma non irrilevanti della sinistra italiana.
E perché, vi sembra da paese civile che ogni volta che questi teppisti scendono in piazza centinaia di onesti commercianti debbano vivere ore di panico, sudare freddo per paura che la loro attività venga devastata? Non è giusto, ma è questa la cultura che il nostro paese esprime. Lo Stato gli paga pure il biglietto del treno per farli venire a Roma a sfasciare vetrine. L'unica cosa da fare è augurarsi che il primo che si muove venga riempito di mazzate. Solo questo.
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