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Wednesday, January 20, 2010

Obama anno I, risultati zero

Un anno fa il presidente Obama entrava ufficialmente in carica ed il destino ha voluto che lo scoccare di un anno esatto di presidenza coincidesse con l'elezione di un repubblicano, Scott Brown, al seggio senatoriale lasciato libero dalla morte di Ted Kennedy. Una vittoria dal forte valore simbolico ma anche politico. Simbolico perché quel seggio era stato di Ted Kennedy per 47 anni ininterrotti dal 1962 (e della famiglia Kennedy per 57 anni, dal 1952), e perché il Massachusetts è uno degli stati più di sinistra d'America. L'ultima volta che ha eletto un repubblicano al Senato è stato nel 1972. Politico, perché con l'elezione di Brown ora i repubblicani possono contare su 41 seggi al Senato e quindi ai democratici sfugge quella maggioranza di 60 senatori che per effetto dei regolamenti mette al riparo dall'ostruzionismo dell'opposizione.

Ma a parte l'incauta apparizione di Obama a Boston due giorni prima del voto per sostenere la candidata sconfitta, si tratta del più classico dei campanelli d'allarme per il presidente e il suo partito. Perdere inaspettatamente in uno dei propri feudi più inespugnabili è un segnale inequivocabile a meno di un anno dalle elezioni di medio termine. Ancor di più se si considera che Brown ha focalizzato la sua campagna sulla promessa di essere proprio quel 41esimo senatore che può opporsi alla "ObamaCare". E il paradosso è che in Massachusetts vige un prototipo della riforma Obama approvato nel 2006. I primi in America ad avere avuto quel tipo di sistema sanitario sono stati anche i primi a pronunciarsi contro la sua estensione a livello nazionale.

E' crisi per Obama? Troppo presto per dirlo ma certamente la fiducia che gli americani hanno concesso a Obama, principalmente per la forte promessa di cambiamento e per i tratti altamente simbolici ed evocativi nella sua carta d'identità, non sono disposti a concederla al suo partito, che rischia a novembre prossimo di andare incontro ad una sonora sconfitta. E' comunque tempo di bilanci per Obama ad un anno dal suo ingresso alla Casa Bianca. Sul fronte interno l'impressione è che la crisi stia facendo il suo corso e che il suo interventismo finora abbia prodotto solo nuove spese e ulteriore deficit. Sulla riforma sanitaria va in scena il solito psicodramma degli americani. Il sogno di un sistema sanitario universale esercita una grande attrazione ben oltre i confini di consenso del partito democratico. Per questo prima delle elezioni presidenziali sembra sempre che quasi tutti gli americani vogliano una riforma sanitaria che garantisca loro una copertura universale; quando si accorgono, dopo le elezioni, quanto costa, e come procede il Congresso, quella maggioranza nel Paese si rompe.

Per quanto riguarda la politica estera, l'unica decisione giusta che ha preso è quella di mandare nuove truppe in Afghanistan e di avallare la strategia di contro-insurrezione del generale McChrystal. Solo che ci ha messo quasi quattro mesi di troppo. Come prevedibile, l'apertura all'Iran non sta funzionando e l'ultimatum implicito del 31 dicembre è trascorso da 20 giorni senza cambiamenti sensibili nell'approccio Usa. Il dibattito su nuove sanzioni con interlocutori difficili come Mosca e Pechino non ci pare nemmeno partito. La porta è ancora aperta, la mano è ancora tesa, al prezzo del mancato appoggio al movimento di opposizione iraniano e con grande rischio di indebolire la credibilità della deterrenza Usa agli occhi degli iraniani.

A prescindere dai diritti umani, che da anni nei rapporti con la Cina sono stati messi in secondo piano, al di là della pur importante retorica ufficiale, l'impressione è che l'amministrazione Obama stia sopravvalutando Pechino (equivocandone intenzioni e obiettivi di lungo termine) come secondo pilastro di una governance globale il cui vertice sia ristretto a due sole superpotenze, e mettendo troppo presto da parte i suoi alleati europei e nel sudest asiatico. Ricordiamo inoltre la sbandata iniziale, poi parzialmente corretta, sulla crisi in Honduras, ma a parte questo non ci pare che gli Stati Uniti abbiano recuperato il terreno perso in America Latina e in Africa. Se l'ondata rossa e antiamericana nel "cortile davanti casa" sembra essersi arrestata lo devono a Micheletti e a Pinera in Cile. In generale, si può dire che tutte le aperture e disponibilità di Obama ad avversari o a nemici dichiarati dell'America non abbiano finora prodotto risultati di rilievo.

Un anno è troppo poco? Può darsi. Siamo qui. Ma se le difficoltà e le ostilità con le quali gli Usa si sono scontrati negli ultimi anni in più parti del mondo non fossero dipese da un loro atteggiamento troppo aggressivo e "imperialistico", e al contrario questo si fosse reso necessario per rispondere alle sfide?

Wednesday, July 01, 2009

Obama consegna a Chavez le chiavi dell'America Latina

La condanna della comunità internazionale è stata forte e unanime, ma è consentito far notare sommessamente che per quanto può esserlo un golpe militare, quello dello scorso weekend in Honduras è stato un golpe "democratico"? L'esercito non ha rimosso il presidente Manuel Zelaya di sua iniziativa, ma eseguendo un ordine della Corte Suprema. Il Congresso si è riunito in sessione straordinaria e ha nominato il presidente dell'assemblea (appartenente allo stesso partito di Zelaya), come prevede la costituzione honduregna, a capo dell'esecutivo, confermando le nuove elezioni presidenziali già previste per novembre. Il Parlamento e le altre istituzioni quindi non sono state liquidate, ma sono nel pieno dei loro poteri. Purtroppo è da un po' che il mondo va alla rovescia, perché il vero golpe l'hanno tentato il presidente Zelaya e Chavez, mentre in questo caso l'esercito è intervenuto a difesa dello stato di diritto e della costituzione.

Si tratta di «dettagli» di non poco conto, soprattutto mentre il mondo e il presidente Obama, osserva il Wall Street Journal, denunciano il piccolo Honduras in termini che non hanno mai usato, per esempio, nei confronti dell'Iran. Possibile che ritrovarsi sulle stesse posizioni di Castro e Chavez non susciti alcun sospetto, e neanche il minimo disagio, nell'amministrazione Usa? Obama con eccesso di zelo tenta in ogni occasione di dimostrare al mondo e ai suoi vicini di aver impresso una svolta radicale alla politica estera americana, e che è finita l'epoca dell'ingerenza Usa negli affari interni dei paesi latinoamericani, ma stavolta ha combinato forse il suo pasticcio peggiore. Peccato infatti che la non-ingerenza degli Stati Uniti non rende automaticamente il mondo più buono, e di certo non più padroni del loro destino i piccoli paesi come l'Honduras. L'influenza degli Stati Uniti sui paesi del Centro e del Sud America viene anzi sostituita da influenze non meno invasive, e certamente non più benevole, come quelle del Venezuela di Chavez, ma anche dell'Iran di Ahmadinejad e della Cina.

Il presidente Zelaya voleva indire un referendum per forzare il Congresso a modificare la Costituzione in modo da potersi candidare per un secondo mandato consecutivo di quattro anni. Simili «intimidazioni populiste» hanno funzionato ovunque nel continente. E' attraverso questi plebisciti che in America Latina i presidenti diventano dittatori, come insegna il caso venezuelano. Zelaya non faceva altro che emulare la "carriera" del suo maggiore sponsor, Hugo Chavez. Per questo è scattata la legittima difesa dei contrappesi costituzionali honduregni: la Corte suprema ha dichiarato illegale il voto (solo il Congresso ha il potere di indire quel tipo di referendum), avvertendo il presidente che sarebbe stato perseguito se avesse insistito.

Per tutta risposta, Zelaya si è messo alla testa di una folla di suoi sostenitori per impossessarsi delle schede elettorali, fatte arrivare - guarda il caso - dal Venezuela, e distribuirle. Certo, la via più appropriata era quella legale dell'impeachment, ma il golpe in Honduras va compreso nel contesto dello chavismo. Chavez, democraticamente eletto nel 1998 in Venezuela, ha usato da allora tutti i mezzi a sua disposizione, legali ed illegali, per rimanere al potere, soffocando le opposizioni e sovvertendo di fatto l'ordine democratico. Ed è Chavez che con i suoi agenti e i suoi soldi sostiene Zelaya per portare l'Honduras nel proprio asse di alleanze. Mentre Obama è bloccato dal "complesso" dell'ingerenza Usa, Chavez ha reso suoi vassalli uno dopo l'altro la Bolivia, l'Ecuador, il Nicaragua, e ora ci prova con l'Honduras.

Quanto all'amministrazione Obama - conclude il WSJ - «sembra ansiosa di intromettersi in Honduras in un modo che aveva definito controproducente nel caso dell'Iran», nonostante la rielezione di Ahmadinejad fosse molto più anti-democratica del golpe in Honduras.

Chavez è il vero «vincitore» in Hounduras, ha scritto oggi sul New York Times Álvaro Vargas Llosa, non certo un "falco" della CIA. Cercando di forzare la costituzione per aprirsi la strada verso la rielezione, il presidente Zelaya ha teso una trappola in cui i militari sono caduti. Sebbene infatti il golpe sia "popolare" in Honduras, i militari hanno regalato a Chavez una vittoria morale e politica, e nel tentativo di impedirgli di portare l'Honduras dalla sua parte, di fatto hanno rafforzato la sua influenza nella regione e l'Alternativa bolivariana.

Thursday, May 28, 2009

Venezuela e Iran, le relazioni pericolose

L'Iran si sta facendo aiutare dai suoi alleati in Sud America per aggirare le sanzioni economiche del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. E' quanto emerge da un rapporto ufficiale del Ministero degli Esteri israeliano - di cui Ynetnews ha ottenuto una copia - secondo cui Venezuela e Bolivia forniscono uranio a Teheran per il suo programma nucleare. Si sospetta anche che Hezbollah stia fondando cellule terroristiche nel nord del paese di Chavez e sull'isola Margarita, anch'essa territorio venezuelano. Si tratta di un «dettagliato dossier sulle attività iraniane in Sud America», spiega il sito del quotidiano israeliano in un articolo del 25 maggio. E' stato preparato in vista della visita del ministro degli Esteri Lieberman nella regione e si basa su informazioni provenienti da fonti di intelligence e diplomatiche israeliane e straniere.

L'Iran ha iniziato la sua «infiltrazione» dell'America Latina nel 1982, stringendo legami con Cuba. Poi, negli anni, ha aperto ambasciate in Messico, Brasile, Colombia, Argentina, Cile, Venezuela e Uruguay. Nel rapporto si ricorda il coinvolgimento dell'Iran negli attacchi terroristici all'ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992 e all'AMIA Jewish Community Center nel 1994, sempre nella capitale argentina.

«Da quando il presidente iraniano Ahmadinejad è arrivato al potere - si legge nel dossier - Teheran ha cominciato a promuovere una politica aggressiva mirata a rafforzare i suoi legami con i paesi dell'America Latina, con lo scopo dichiarato di mettere l'America in ginocchio» e comunque di allentare il suo isolamento internazionale. Ahmadinejad e Chavez hanno in comune la volontà di sfidare gli Stati Uniti. I due paesi hanno già siglato oltre 200 accordi, istituito un volo diretto che serve regolarmente i «tecnici iraniani» e un fondo di 200 miliardi di dollari per guadagnare il sostegno di altri paesi dell'America Latina alla causa della «liberazione dall'imperialismo Usa». Il presidente Chavez in persona, secondo il dossier, ha contribuito a rafforzare i legami tra l'Iran e la Bolivia, l'Ecuador e il Nicaragua, invitando Ahmadinejad alle cerimonie di insediamento dei presidenti tenute in quei paesi.

Il dossier riporta anche lo stato dei rapporti commerciali tra l'Iran e i paesi del Sud America. Il commercio con il Brasile equivale a un miliardo di dollari; l'Uruguay vende riso a Teheran per 100 milioni di dollari; mentre il Cile acquista petrolio iraniano. Anche paesi filo-americani come Honduras, Repubblica Domenicana e Guatemala, che ricevono aiuti dal Venezuela, possono essere soggetti all'influenza iraniana, e persino l'Argentina sta costantemente accrescendo le sue relazioni commerciali con Teheran. Durante la sua prossima visita nel continente, il ministro degli Esteri israeliano intende informare i paesi dell'America Latina delle violazioni dei diritti umani di cui è responsabile il regime iraniano.

Anche l'Associated Press ha ottenuto una copia del dossier israeliano che «per la prima volta accusa Venezuela e Boliva di essere coinvolti nello sviluppo dell'atomica iraniana». Mentre la Bolivia ha depositi di uranio, a quanto risulta il Venezuela non sta estraendo uranio dalle sue riserve, che vengono stimate in 50 mila tonnellate da un'analisi pubblicata nel dicembre scorso dal Carnegie Endowment for International Peace. Secondo il rapporto del Carnegie, tuttavia, la recente collaborazione con l'Iran sui «minerali strategici» ha sollevato sospetti. In effetti, il Venezuela potrebbe estrarre uranio per l'Iran.

L'agenzia di stampa ricorda anche che il Venezuela ha espulso l'ambasciatore israeliano durante l'ultima offensiva a Gaza e Israele ha risposto espellendo a sua volta l'incaricato venezuelano. Anche la Bolivia ha tagliato i suoi legami con Israele dopo l'offensiva contro Hamas.

Il ruolo dell'Iran in America Latina è ben noto anche agli Stati Uniti. Il segretario alla Difesa, Robert Gates, nel gennaio scorso ha espresso le sue preoccupazioni circa le attività iraniane nella regione: «Sono preoccupato per il livello di un'attività francamente sovversiva che gli iraniani stanno conducendo in molti luoghi dell'America Latina. Stanno aprendo molti uffici e molte attività di facciata dietro cui interferiscono negli affari di alcuni di questi paesi», ha dichiarato Gates al Senato.

In "Iran Global Ambition", un paper del marzo 2008, Michael Rubin, dell'American Enterprise Institute, metteva in guardia l'amministrazione Usa sull'influenza iraniana in America Latina e in Africa, ravvisando un'«ambizione globale» da parte dell'Iran. «Mentre gli Stati Uniti hanno concentrato la loro attenzione sulle attività iraniane nel Grande Medio Oriente, l'Iran ha lavorato assiduamente per espandere la sua influenza in America Latina e in Africa». Solo con il presidente Ahmadinejad ha fatto significativi passi avanti nel tentativo di rafforzare il blocco anti-americano costituito da Venezuela, Bolivia e Nicaragua. E anche in Africa sta stringendo forti legami. Questi sforzi, secondo Rubin, suggeriscono che la Repubblica Islamica «sta cercando di divenire una potenza globale» e di mettere un piede sulla «soglia di casa» degli Stati Uniti.

Per espandere l'influenza iraniana in quei continenti, Ahmadinejad ha dato impulso a una «coordinata strategia diplomatica, economica e militare, che ha avuto successo non solo in Venezuela, Nicaragua, e Bolivia, ma anche in Senegal, Zimbabwe, e Sud Africa». Queste nuove alleanze sono in grado di «sfidare gli interessi americani in questi paesi e nelle rispettive regioni». La pietra angolare della politica latinoamericana di Ahmadinejad è la formazione di un asse anti-americano con il Venezuela. Mentre i rapporti con gli altri paesi poveri si basano su aiuti economici più che su una comune visione strategica, Iran e Venezuela sono ricchi di petrolio e la loro relazione è più cooperativa e strategica, e insieme hanno usato i loro petroldollari per coinvolgere altre nazioni latinoamericane e africane in iniziative contro gli interessi degli Stati Uniti.

Mentre Stati Uniti ed Europa per lo più ignorano l'Africa, l'Iran è interessato ad ogni stato africano – musulmano o no – in rotta con l'Occidente in generale e con gli Stati Uniti in particolare. Appena Sudan e Zimbabwe sono stati isolati, Teheran ha subito cercato di riempire il vuoto. L'Iran, conclude Rubin, ha una «strategia globale che Washington è stata incapace di fronteggiare: per ogni tre viaggi di Ahmadinejad in America Latina, Bush ne ha compiuto uno». Le possibilità di un successo iraniano di lunga durata sono poche, essendo i rapporti con i paesi latinoamericani e africani basati per la maggior parte su aiuti economici e non su una «solidarietà ideologica».

Tuttavia, come minimo, i nuovi alleati consentono a Teheran di mitigare l'isolamento in cui si trova e potrebbero ospitare programmi militari segreti. Nella peggiore delle ipotesi, Teheran potrebbe cooperare con Caracas per destabilizzare la Colombia di Uribe o lanciare attacchi terroristici contro gli interessi americani. Il Pentagono può aver rafforzato le difese nel Golfo Persico, ma l'Iran e i suoi alleati potrebbero colpire nel centroamerica, è lo scenario evocato da Rubin. Nel frattempo, è spuntato questo dossier israeliano secondo cui Venezuela e Bolivia forniscono all'Iran l'uranio necessario per dotarsi di armi nucleari.

Wednesday, April 22, 2009

A forza di stringere mani rischia di scottarsi

Mentre Obama va in giro per il mondo a stringere mani e a sorridere, il ruolo del "poliziotto cattivo" sembra affidato a H. Clinton, che oggi avverte così la leadership iraniana:
«Siamo più che pronti a tendere la mano all'Iran per discutere diversi problemi. Ma stiamo preparando tutto per sanzioni molto dure, che potrebbero essere necessarie se le nostre offerte fossero respinte o se il processo dovesse fallire. Sviluppiamo nuovi approcci alla minaccia iraniana, e lo facciamo con gli occhi ben aperti e senza illusioni».
Un sollievo le parole della Clinton, ma le foto della calorosa stretta di mano e dei sorrisi tra il presidente Obama e il caudillo venezuelano Chavez, il leader sudamericano in assoluto più ostile agli Stati Uniti, hanno fatto il giro del mondo, rafforzando la percezione di una svolta nella politica estera americana e l'immagine di un'America ora pronta a mostrare il suo volto più disponibile al dialogo e accomodante.

Ai nostri occhi quella che è stata già ribattezzata da qualche commentatore Usa "politica delle strette di mano" dovrebbe ricordare qualcosa: la politica delle "pacche sulle spalle" del nostro Berlusconi. Nasce spontaneo l'interrogativo: dove ci porterà questa diplomazia delle strette di mano di Obama? Quanto vale una stretta di mano a Chavez, o la mano tesa all'Iran? Prima o poi Obama si scotterà la mano, a forza di tenderla verso i nemici?

La sensazione è che una stretta di mano possa voler dire tutto o niente. Bisognerà vedere se stringendo mani e sorridendo sarà Obama a metterlo amabilmente in quel posto a Chavez e ad Ahmadinejad; o se saranno questi ultimi ad approfittare dello sprovveduto mentre fa il "piacione" con le opinioni pubbliche mondiali.

Alla Casa Bianca ripetono che una stretta di mano è una stretta di mano. «Niente di più», riporta Politico.com. Per molti repubblicani invece, il caloroso saluto di Obama al presidente venezuelano è stato molto di più. Un'altra dimostrazione di come Obama sia troppo amichevole con i nemici degli Stati Uniti. In ogni caso, anche in questo suo secondo viaggio Obama si è rivelato coerente con quanto promesso durante la campagna presidenziale, cioè di mostrare al mondo un volto più amichevole rispetto al suo predecessore, e di tendere la mano alle altre nazioni, sia alleate che rivali.

Se il Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago rappresentava una sorta di prova del fuoco per la politica estera di Obama, il bilancio non sembra entusiasmante. Gli analisti hanno rimproverato all'amministrazione precedente di aver perso progressivamente influenza in America Latina, e di essersi concentrata troppo sul Medio Oriente. Ora si aspettano che Obama riguadagni il terreno perduto, anche se nel frattempo nel continente si sono affermati e rafforzati regimi molto ostili agli Stati Uniti. Ma al di là di sorrisi e strette di mano, e tra un "mea culpa" e l'altro per le "cattive" azioni compiute in passato da Washington negli affari dei paesi latinoamericani, il vertice si è chiuso senza l'attesa dichiarazione finale, per l'opposizione dei leader della cosiddetta "ala bolivariana". La stretta di mano di Obama non è valsa nemmeno una firmetta su un pezzo di carta poco più che retorico.

Monday, August 20, 2007

Nascita di una dittatura annunciata

A chi ha imparato qualche lezione dalla storia del secolo scorso - il secolo delle ideologie - sono bastate le sue prime misure, i primi vertici con altri capi di Stato (da Ahmadinejad a Fidel Castro), ed è stato sufficiente udirne la retorica, per capire che quella che si andava scrivendo in Venezuela era la storia dell'ennesimo dispotismo rivoluzionario «animato da propositi palingenetici di giustizia sociale», come lo ha descritto qualche giorno fa Pierluigi Battista sul Corriere della Sera.

Ogni cosa faceva presagire che sarebbe andata a finire così, con la nascita di una nuova dittatura, la «nuova bandiera di una mitologia rivoluzionaria», un nuovo castrismo che già «elettrizza i cuori dei sempre inappagati turisti della rivoluzione mondiale».

Una modifica alla Costituzione e Chavez si garantirà l'"elezione" a vita, dopo le nazionalizzazioni e l'abrogazione della proprietà privata, dopo aver schiacciato le opposizioni accentrando su di sé potere politico, economico e mediatico.

Ma ovviamente, com'era prevedibile, nessuno sdegno, né nazionale né internazionale, per il golpe di Chavez. Come al solito - come i cubani, per esempio - saranno i venezuelani, consapevoli o meno, le prime vittime delle politiche di Chavez, mentre in Occidente l'immagine di «agitatore antimperialista» gli garantirà «un'atmosfera di indulgenza, di bonaria accondiscendenza, quando non addirittura di adesione alle sue invettive antiamericane».

Ignorati gli allarmi di un intellettuale scomodo, perché liberale, come Mario Vargas Llosa, una mosca bianca tra gli intellettuali anti-imperialisti latino-americani, sempre molto ascoltati. Nessuno che abbia voglia di indagare il perché di questa «maledizione» che condanna l'America Latina a una sorta di eterno ritorno dell'autoritarismo rivoluzionario.

Wednesday, May 23, 2007

Qualche ombra nella grazia divina

«Certo, il ricordo di un passato glorioso non può ignorare le ombre che accompagnarono l'opera di evangelizzazione del continente latinoamericano: non è possibile infatti dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene, spesso calpestate nei loro diritti umani fondamentali». La doverosa menzione di tali crimini tuttavia, «non deve impedire di prender atto con gratitudine dell'opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso di questi secoli».

Nel corso dell'udienza generale il Papa ha usato queste parole per correggere parzialmente quanto ebbe a dire in merito durante il suo recente viaggio in Brasile, ricevendo critiche più che giustificate per avere di fatto "ritirato" la richiesta di perdono fatta a nome della Chiesa da Papa Giovanni Paolo II.

«L'annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un'alienazione delle culture precolombiane, né fu un'imposizione di una cultura straniera... In ultima istanza, solo la verità unifica e la sua prova è l'amore. Per questo motivo Cristo, essendo realmente il Logos incarnato, "l'amore fino alla fine", non è estraneo ad alcuna cultura né ad alcuna persona; al contrario, la risposta desiderata nel cuore delle culture è quella che dà ad esse la loro identità ultima, unendo l'umanità e rispettando contemporaneamente la ricchezza delle diversità, aprendo tutti alla crescita nella vera umanizzazione, nell'autentico progresso. Il Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche storia e cultura. L'utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso».

Se possibile, le parole di oggi, a parziale correzione di queste pronunciate in Brasile, peggiorano l'impressione che Benedetto XVI abbia ritirato le "scuse" offerte da Papa Wojtyla. Non riconoscere fatti storici precisi, ma parlare vagamente di «ombre» e genericamente di non meglio identificati «colonizzatori» sa di reticenza, quasi a voler ribadire il concetto espresso in Brasile.

Che poi con tanta facilità si ammetta che ci possano essere ombre nell'opera della grazia divina inquieta. Si è persino disposti a dare la colpa a Dio e allo Spirito Santo, piuttosto che condannare gli errori dei Papi precedenti?