Manifestazioni e repressione in Iran continuano lontano dagli sguardi dei media, concentrati sulla guerra civile scoppiata in Libia. Dei leader dell'opposizione Moussavi e Karroubi non si hanno notizie dal 14 febbraio e ieri un pezzo da novanta del regime, ma prezioso contrappeso interno al potere quasi assoluto di Khamenei e Ahmadinejad, l'ex presidente Rafsanjani è uscito di scena. Occupava ancora una posizione chiave: la presidenza del Consiglio degli Esperti, un organo di 86 "mujtahed", o giurisperiti, con il compito di controllare l'operato del leader supremo, nominare un suo successore in caso di morte e, in casi estremi, perfino destituirlo.
E' stato costretto dalle intimidazioni del regime a ritirare la sua candidatura per il rinnovo della carica: gli attacchi dei basiji alla figlia Faezeh; il mandato di cattura nei confronti del terzo figlio, Mehdi, esule a Londra; le pressioni che hanno indotto il figlio Mohsen Hashemi a dimettersi dalla guida della Metro di Teheran. Ahmadinejad sembra aver eliminato ogni punto di riferimento dell'opposizione "lealista" (almeno a parole) rispetto al sistema messo in piedi da Khomeini.
Gran parte di quel movimento verde che si era ribellato alla rielezione truffaldina di Ahmadinejad infatti non mirava a sovvertire la Repubblica islamica, ma a riformarla, a "democratizzarla". Ma adesso che i leader riformatori Moussavi e Karroubi sono fuori gioco, che il pragmatico Rafsanjani è stato costretto a farsi da parte, la speranza è che il venir meno per la seconda volta (dopo l'illusione Khatami) dell'opzione riformista radicalizzi il movimento di protesta, che tutti si convincano che il regime non è riformabile dall'interno e che va abbattuto.
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Wednesday, March 09, 2011
Tuesday, November 23, 2010
I frutti avvelenati dell'appeasement
Myanmar, Corea del Nord, Iran. Tre regimi sanguinari e disumani per i popoli che opprimono, pericolosi per gli altri; tre insuccessi dell'Occidente e in particolare della strategia obamiana della "mano tesa" (o, piuttosto, del "porgere l'altra guancia"), ma anche di una certa realpolitik convinta che si possa escludere dall'analisi il fattore natura del regime.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.
Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.
Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.
L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.
MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.
Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.
IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.
E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.
Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.
Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.
L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.
MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.
Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.
IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.
E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.
Tuesday, October 05, 2010
Abolizionisti da salotto
Pur restando contrario alla pena di morte (essenzialmente perché non nutro nello Stato una fiducia tale da ritenerlo in grado di assumere decisioni così definitive), mi dissocio dalle campagne abolizioniste, che ormai hanno ceduto al peggior relativismo culturale e politico. Sakineh Ashtiani come Teresa Lewis. Ahmadinejad ha così accusato l'Occidente di «doppio standard» e direi che la provocazione ha fatto una certa presa sui benpensanti e gli attivisti occidentali. Oggi, sul Fatto quotidiano, ma è solo l'ultimo in ordine di tempo, uno dei principali protagonisti in Italia, oltre ad "Amnesy" international, della battaglia contro la pena capitale, Sergio D'Elia (Nessuno Tocchi Caino) scrive che Sakineh e Teresa «restano le due diverse facce della stessa, fasulla e arcaica medaglia della pena di morte». No, proprio no, si tratta di due "medaglie" completamente diverse: una è d'oro, l'altra di latta. Non accorgersene significa rendersi semplicemente non credibili.
Nel perseguire l'obiettivo o coltivare l'auspicio dell'abolizione della pena di morte, è a mio avviso un errore gravissimo mettere sullo stesso piano sistemi politici e giudiziari agli antipodi. Per la causa in sé, ma anche per quella a mio avviso più grande per la democrazia e i diritti umani. Non c'è «la legge islamica del taglione» da una parte e «la legge biblica dell'occhio per occhio» dall'altra, come crede D'Elia. In Iran sì, c'è letteralmente la legge islamica, e nessuna garanzia per l'imputato; negli Usa, invece, parlare di legge biblica è solo un'iperbole, in realtà c'è uno stato di diritto ed è garantito (molto più che in Italia) il giusto processo. Persino il metodo di esecuzione fa eccome la differenza. Una società in cui si può essere lapidati per adulterio è oggettivamente primitiva rispetto ad una dove per un efferato duplice omicidio si arriva all'iniezione letale. Da non sottovalutare anche la possibilità di appellarsi e di fare campagne pubbliche alla luce del sole. Da una parte, infatti, abbiamo un Paese democratico, gli Stati Uniti, dove il dibattito sulla pena di morte fa parte da sempre del libero confronto delle idee e in qualsiasi momento lo decidano, gli americani possono con un voto democratico abrogarla.
In questo senso, non riconoscere che certi sistemi politici e giudiziari sono superiori, di gran lunga superiori (non uso a caso questo termine: superiore) ad altri, è un errore di approccio che spalanca le porte alla propaganda delle peggiori dittature, proprio laddove la campagna contro la pena capitale non ha nemmeno diritto di cittadinanza, al contrario che in America. Ed è proprio questo a mio avviso, la comodità del "fare" campagna (in un Paese più trasparente, dove c'è accesso ai documenti e ai dati, è garantito diritto di cronaca e di critica, ci si può appellare a giudici indipendenti e si possono condurre campagne d'opinione e culturali, anche attraverso il cinema) che spinge molte organizzazioni e molti intellettuali non solo a mettere sullo stesso piano Paesi dai regimi molto diversi tra di loro, ma addirittura a concentrarsi ossessivamente sugli Stati Uniti piuttosto che su Paesi dove sarebbe molto più difficile, persino a rischio della propria vita, far passare certi messaggi. L'effetto che ne deriva è che questi attivisti (non certo la gente normale) si scandalizzano per la pena di morte negli Usa, mentre "razzisticamente" sembrano ritenere quasi inevitabile che gli iraniani o i cinesi patiscano certe "usanze".
Nel perseguire l'obiettivo o coltivare l'auspicio dell'abolizione della pena di morte, è a mio avviso un errore gravissimo mettere sullo stesso piano sistemi politici e giudiziari agli antipodi. Per la causa in sé, ma anche per quella a mio avviso più grande per la democrazia e i diritti umani. Non c'è «la legge islamica del taglione» da una parte e «la legge biblica dell'occhio per occhio» dall'altra, come crede D'Elia. In Iran sì, c'è letteralmente la legge islamica, e nessuna garanzia per l'imputato; negli Usa, invece, parlare di legge biblica è solo un'iperbole, in realtà c'è uno stato di diritto ed è garantito (molto più che in Italia) il giusto processo. Persino il metodo di esecuzione fa eccome la differenza. Una società in cui si può essere lapidati per adulterio è oggettivamente primitiva rispetto ad una dove per un efferato duplice omicidio si arriva all'iniezione letale. Da non sottovalutare anche la possibilità di appellarsi e di fare campagne pubbliche alla luce del sole. Da una parte, infatti, abbiamo un Paese democratico, gli Stati Uniti, dove il dibattito sulla pena di morte fa parte da sempre del libero confronto delle idee e in qualsiasi momento lo decidano, gli americani possono con un voto democratico abrogarla.
In questo senso, non riconoscere che certi sistemi politici e giudiziari sono superiori, di gran lunga superiori (non uso a caso questo termine: superiore) ad altri, è un errore di approccio che spalanca le porte alla propaganda delle peggiori dittature, proprio laddove la campagna contro la pena capitale non ha nemmeno diritto di cittadinanza, al contrario che in America. Ed è proprio questo a mio avviso, la comodità del "fare" campagna (in un Paese più trasparente, dove c'è accesso ai documenti e ai dati, è garantito diritto di cronaca e di critica, ci si può appellare a giudici indipendenti e si possono condurre campagne d'opinione e culturali, anche attraverso il cinema) che spinge molte organizzazioni e molti intellettuali non solo a mettere sullo stesso piano Paesi dai regimi molto diversi tra di loro, ma addirittura a concentrarsi ossessivamente sugli Stati Uniti piuttosto che su Paesi dove sarebbe molto più difficile, persino a rischio della propria vita, far passare certi messaggi. L'effetto che ne deriva è che questi attivisti (non certo la gente normale) si scandalizzano per la pena di morte negli Usa, mentre "razzisticamente" sembrano ritenere quasi inevitabile che gli iraniani o i cinesi patiscano certe "usanze".
Friday, September 24, 2010
Quale dialogo?
Pare che le sanzioni ultimamente imposte dall'Onu all'Iran, e quelle unilaterali americane ed europee, funzionino meglio del previsto. Pare. Non ho elementi per contraddire questa tesi, ma prendiamola per buona. D'altra parte, il divieto firmato dal presidente russo Medvedev di vendere armamenti a Teheran e soprattutto lo stop alla vendita del sistema di missili S-300 è un risultato innegabile e per nulla scontato. Pare, che gli iraniani stiano addivenendo a più miti consigli ed acconciandosi a riaprire al dialogo. Anche qui: pare. In effetti, le ultime uscite - al netto delle solite sparate - sembrano più aperturiste.
Ma il problema è: quale tipo di dialogo, quello fine a se stesso, nel quale gli iraniani e in genere i mediorientali sono maestri assoluti, o il mezzo per arrivare ad un risultato diplomatico concreto? Troppo spesso si dà per scontato il secondo, per poi scoprire che si trattava del dialogo del primo tipo (e intanto sono trascorsi altri mesi). Il problema della politica della «mano tesa», ora pare sia diventata una «porta aperta» (arriveremo anche al «cappello in mano»?) è di fondo. Senza un termine preciso e invalicabile, una sorta di ultimatum, è una politica che si presta a mille strumentalizzazioni. Una porta non può rimanere aperta indefinitivamente senza che qualche ladro o male intenzionato non si decida prima o poi a varcarla. Allora, forse, meglio chiuderla. E se qualche pecorella smarrita busserà, le sarà aperto.
Non mi stupirei se Teheran aprisse al dialogo. Ma con l'intenzione di dimostrare finalmente gli intenti pacifici del suo programma nucleare, oppure con l'obiettivo tattico di allentare le maglie delle sanzioni e dell'isolamento internazionale, e quello personale di Ahmadinejad di placare i suoi critici all'interno? Si dirà che l'amministrazione Obama è consapevole e ha calcolato questo rischio; si dirà che bisogna andare a vedere comunque le carte di Teheran. E sì, bisogna. Ma se non si mette un punto, questo giochetto potrebbe durare anni, senza cavare dal buco nulla di concreto. Dopo di ché, un bel giorno, la «mano tesa» te la tagliano.
Ma il problema è: quale tipo di dialogo, quello fine a se stesso, nel quale gli iraniani e in genere i mediorientali sono maestri assoluti, o il mezzo per arrivare ad un risultato diplomatico concreto? Troppo spesso si dà per scontato il secondo, per poi scoprire che si trattava del dialogo del primo tipo (e intanto sono trascorsi altri mesi). Il problema della politica della «mano tesa», ora pare sia diventata una «porta aperta» (arriveremo anche al «cappello in mano»?) è di fondo. Senza un termine preciso e invalicabile, una sorta di ultimatum, è una politica che si presta a mille strumentalizzazioni. Una porta non può rimanere aperta indefinitivamente senza che qualche ladro o male intenzionato non si decida prima o poi a varcarla. Allora, forse, meglio chiuderla. E se qualche pecorella smarrita busserà, le sarà aperto.
Non mi stupirei se Teheran aprisse al dialogo. Ma con l'intenzione di dimostrare finalmente gli intenti pacifici del suo programma nucleare, oppure con l'obiettivo tattico di allentare le maglie delle sanzioni e dell'isolamento internazionale, e quello personale di Ahmadinejad di placare i suoi critici all'interno? Si dirà che l'amministrazione Obama è consapevole e ha calcolato questo rischio; si dirà che bisogna andare a vedere comunque le carte di Teheran. E sì, bisogna. Ma se non si mette un punto, questo giochetto potrebbe durare anni, senza cavare dal buco nulla di concreto. Dopo di ché, un bel giorno, la «mano tesa» te la tagliano.
Tuesday, February 09, 2010
L'Iran tira il suo cazzotto, l'Occidente all'angolo
Ci sarebbe da ridere se la situazione non volgesse al drammatico, ripensando a come media e ministri degli Esteri avevano accolto la settimana scorsa l'ennesima finta «apertura» di Ahmadinejad sul nucleare. Il balletto continua e pochi giorni dopo Teheran ha deciso di assestare il «cazzotto». Ahmadinejad l'aveva preannunciato nei giorni scorsi, e dopo la notifica formale di ieri all'Aiea, ecco l'annuncio ufficiale dell'avvio del processo di arricchimento dell'uranio al 20%, mentre Khamenei nel frattempo torna a minacciare l'Occidente e l'opposizione al regime.
L'Iran dunque rinnova la sua sfida e la comunità internazionale - l'Occidente - a questo punto è di fronte a un test di credibilità. Non procedere in tempi brevi a nuove sanzioni sarebbe un segnale deleterio. Tuttavia, se la Russia sembra ormai disponibile, evidentemente appagata dalla rinuncia Usa allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, rimane l'ostacolo della Cina. Può essere anche l'irremovibilità cinese sulla questione iraniana ad aver indotto Washington ad alzare la tensione con Pechino nelle ultime settimane. Ma sono proprio curioso di vedere come l'auspicio espresso oggi (sanzioni «entro qualche settimana, non mesi») dal segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, possa coniugarsi con il veto cinese.
Teheran potrebbe aver deciso di forzare la situazione vedendo l'Occidente all'angolo, nell'impossibilità di imporre sanzioni efficaci a causa della copertura cinese, e comunque molto lontano persino dal considerare l'opzione militare. Insomma, almeno per ora agli occhi iraniani la minaccia non è credibile e a Teheran devono essersi convinti che una volta avviato l'arricchimento al 20 per cento del loro uranio al 3,5, dai 5+1 arriverà un'offerta migliore per ottenerne la sospensione.
Intanto, Usa e Ue, per la prima volta congiuntamente e così esplicitamente, condannano le violazioni dei diritti umani in Iran. Una nota formale, che suona però come un avvertimento al regime. Le potenze occidentali potrebbero davvero schierarsi attivamente - almeno a parole, ma sarebbe già qualcosa - al fianco degli oppositori. E' vero, la strategia dell'engagement ha reso evidente il fatto che sia l'Iran a non voler collaborare. Ma ora? Dopo mesi di controproposte più simili a provocazioni, segnali contraddittori, aperture e chiusure, sarebbe ora di svegliarsi e di dimostrare a Teheran risolutezza. Un fardello che pesa interamente sulle spalle di Obama, mentre si rafforza il sospetto che alla fine si voglia addossare a Israele l'onere di compiere il lavoro "sporco".
L'Iran dunque rinnova la sua sfida e la comunità internazionale - l'Occidente - a questo punto è di fronte a un test di credibilità. Non procedere in tempi brevi a nuove sanzioni sarebbe un segnale deleterio. Tuttavia, se la Russia sembra ormai disponibile, evidentemente appagata dalla rinuncia Usa allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, rimane l'ostacolo della Cina. Può essere anche l'irremovibilità cinese sulla questione iraniana ad aver indotto Washington ad alzare la tensione con Pechino nelle ultime settimane. Ma sono proprio curioso di vedere come l'auspicio espresso oggi (sanzioni «entro qualche settimana, non mesi») dal segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, possa coniugarsi con il veto cinese.
Teheran potrebbe aver deciso di forzare la situazione vedendo l'Occidente all'angolo, nell'impossibilità di imporre sanzioni efficaci a causa della copertura cinese, e comunque molto lontano persino dal considerare l'opzione militare. Insomma, almeno per ora agli occhi iraniani la minaccia non è credibile e a Teheran devono essersi convinti che una volta avviato l'arricchimento al 20 per cento del loro uranio al 3,5, dai 5+1 arriverà un'offerta migliore per ottenerne la sospensione.
Intanto, Usa e Ue, per la prima volta congiuntamente e così esplicitamente, condannano le violazioni dei diritti umani in Iran. Una nota formale, che suona però come un avvertimento al regime. Le potenze occidentali potrebbero davvero schierarsi attivamente - almeno a parole, ma sarebbe già qualcosa - al fianco degli oppositori. E' vero, la strategia dell'engagement ha reso evidente il fatto che sia l'Iran a non voler collaborare. Ma ora? Dopo mesi di controproposte più simili a provocazioni, segnali contraddittori, aperture e chiusure, sarebbe ora di svegliarsi e di dimostrare a Teheran risolutezza. Un fardello che pesa interamente sulle spalle di Obama, mentre si rafforza il sospetto che alla fine si voglia addossare a Israele l'onere di compiere il lavoro "sporco".
Tuesday, February 02, 2010
L'Opa di Mousavi sul movimento "verde"
Con l'intervista apparsa sul suo sito, Kaleme.org, in occasione del 31mo anniversario dalla caduta della dinastia Pahlevi, Mousavi sembra voler lanciare un'Opa sul movimento "verde", e candidarsi a divenirne il leader. Per portarlo dove lo vedremo. Le sue parole infatti lo pongono sempre più non solo all'opposizione del presidente Ahmadinejad, suo avversario alle presidenziali del giugno scorso, ma del regime stesso, accusato di aver tradito i principi della rivoluzione che portò alla caduta della dittatura dello Scià. La rivoluzione del 1979 «ha fallito il suo obiettivo» di estirpare la dittatura in Iran. «Non credo più che la rivoluzione abbia rimosso tutte quelle strutture che possono portare alla tirannia e alla dittatura. Oggi si possono riconoscere le radici e i fattori che sono all'origine della dittatura, così come la resistenza contro un ritorno alla dittatura. Mettere a tacere i mass media, riempire le prigioni ed uccidere brutalmente gente che chiede in modo pacifico il rispetto dei propri diritti sono cose che mostrano come le radici della tirannia e della dittatura dell'epoca della monarchia esistono ancora... Non credo che la rivoluzione abbia raggiunto i suoi obiettivi». «Per preservare la libertà e la democrazia - spiega - è necessario cambiare la Costituzione».
Ricordando che Ahmadinejad definì l'estate scorsa «polvere e sterpaglia» i manifestanti scesi nelle piazze per protestare contro i risultati delle elezioni che lo vedevano rieletto, Mousavi ha ammonito che «quella interpretazione dell'Islam che definisce la gente "polvere e sterpaglia" e crea divisioni tra il popolo è influenzata dalla cultura della monarchia». L'eredità migliore, «più preziosa», delle proteste del 1979 che portarono alla rivoluzione islamica vivono oggi nell'«opposizione della gente alla menzogna, all'imbroglio e alla corruzione». Il Paese corre il rischio di essere riportato «ad un dispotismo peggiore di quello di prima della rivoluzione», perché «il dispotismo esercitato in nome della religione è il peggiore possibile». Ma «il movimento verde - assicura - non abbandonerà la sua lotta pacifica... finché i diritti del popolo non saranno rispettati».
Ricordando che Ahmadinejad definì l'estate scorsa «polvere e sterpaglia» i manifestanti scesi nelle piazze per protestare contro i risultati delle elezioni che lo vedevano rieletto, Mousavi ha ammonito che «quella interpretazione dell'Islam che definisce la gente "polvere e sterpaglia" e crea divisioni tra il popolo è influenzata dalla cultura della monarchia». L'eredità migliore, «più preziosa», delle proteste del 1979 che portarono alla rivoluzione islamica vivono oggi nell'«opposizione della gente alla menzogna, all'imbroglio e alla corruzione». Il Paese corre il rischio di essere riportato «ad un dispotismo peggiore di quello di prima della rivoluzione», perché «il dispotismo esercitato in nome della religione è il peggiore possibile». Ma «il movimento verde - assicura - non abbandonerà la sua lotta pacifica... finché i diritti del popolo non saranno rispettati».
Tuesday, January 05, 2010
Obama tiri fuori il "piano B"... se ce l'ha
Anno nuovo, vecchi tentennamenti alla Casa Bianca di Obama. Il fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit, le minacce crescenti che giungono dallo Yemen, il panico di ieri a Newark, richiedono che il presidente mostri il suo volto più duro all'opinione pubblica, ricorrendo a una misura controversa come il "racial profiling", che neanche Bush aveva osato adottare. Ma questo genera la collera dei progressisti e delle associazioni per le libertà civili, senza placare l'opposizione dei repubblicani, che accusano l'amministrazione di debolezza. Tuttavia, è sull'Iran che il presidente dovrà far vedere al più presto di che pasta è fatto.
Come molti tra i più autorevoli analisti avevano previsto l'estate scorsa - e non avevo mancato di segnalarlo - nella Repubblica islamica si è messo in moto un processo di cui forse non è possibile anticipare gli esiti, ma che certamente non si concluderà con il mero ritorno allo status quo ante. La Repubblica islamica non è, e non sarà più la stessa, ha cambiato natura. E qualcosa si è rotto al suo interno.
Nonostante le successive ondate di sanguinose repressioni e di arresti, il movimento di protesta di giugno non si è spento. Anzi, di settimana in settimana è cresciuto e si è trasformato. E' diventato un vero e proprio movimento di opposizione temuto dal regime. Nel quale, come sempre accade in queste situazioni, convivono diverse anime e personaggi, ciascuno dei quali gioca - o crede di giocare - la sua partita, mentre è più probabile che nessuno degli attori sia in grado di influenzare più di tanto gli eventi. Che l'esito di quanto sta accadendo in Iran sia o meno una rivoluzione democratica è impossibile prevederlo, ma certo sembrano essercene le condizioni, al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti.
Dalla «rabbia per un'elezione rubata» a una «rivolta contro il sistema iraniano di governo islamico», ha osservato qualche giorno fa Con Coughlin sul Wall Street Journal. E nonostante la brutale repressione, «il movimento di opposizione è cresciuto sostanzialmente dai disordini del giugno scorso». Sei mesi fa, nelle strade, gli iraniani gridavano "Dov'è il mio voto?!". Da lì è partita la "Rivoluzione verde". Ma ora, secondo Coughlin, «i manifestanti non cercano più solamente elezioni democratiche, vogliono il regime change». I loro slogan sono: "Khamenei è un assassino"; "Né Gaza, né Libano, offro la mia vita solo per l'Iran" e "Independenza, Libertà e Repubblica iraniana". «In altre parole, chiedono di fermare il sostegno dell'Iran ai terroristi in Palestina, Libano e in Iraq; la separazione tra stato e religione; e considerano Khamenei il nemico pubblico numero uno».
I manifestanti ora chiedono una «Repubblica iraniana, non islamica!», notava il mese scorso anche un attento osservatore come Amir Taheri. E i presunti "leader" di questa rivoluzione? Rafsanjani rimane nell'ombra, ma è significativo che non voglia in alcun modo farsi vedere vicino o "riconciliato" con Khamenei e Ahmadinejad. Mousavi e Karroubi sembrano aver abbandonato la loro precedente idea di «realizzare il pieno potenziale della costituzione esistente». Un consigliere di Mousavi ha confidato a Taheri che ormai «hanno realizzato che la gente si è mossa più rapidamente di quanto immaginassero».
Anche Obama sembra prendere atto che il movimento di opposizione tiene e che l'instabilità interna è destinata a durare, se non ad aggravarsi. Il 28 dicembre ha commentato con toni più duri ed espliciti la recente repressione del regime contro i manifestanti, ma ci aspettiamo che nei prossimi giorni muova passi concreti in una nuova direzione. Siccome l'insabilità interna non sembra aver convinto i leader della Repubblica islamica ad accettare la mano tesa di Obama sul nucleare, è arrivato per il presidente americano il momento di dimostrare di saper mutare strategia nei confronti del regime iraniano, e di avere un "piano B" con il quale rispondere all'evidente fallimento del tentativo di engagement.
La politica di engagement di Obama era iniziata con la rinuncia al cambio di regime, riconoscendo per la prima volta esplicitamente la natura islamica della Repubblica iraniana; era proseguita con messaggi scritti e video per invitare l'establishment al dialogo; era stata accompagnata da gesti tangibili come il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti umani. Obama aveva evitato di sostenere le manifestazioni dell'opposizione per non irritare Ahmadinejad e Khamenei e di intromettersi nei brogli elettorali del giugno scorso. Ma soprattutto, tramite l'Aiea, ha proposto agli ayatollah un accordo molto favorevole sul nucleare. Nulla di tutto questo è bastato.
Venerdì scorso Teheran ha respinto l'ultimatum implicito degli Stati Uniti e dei loro partner, che chiedevano di accettare entro il 31 dicembre la proposta dell'Aiea per il trasferimento dell'uranio iraniano all'estero in cambio di uranio arricchito al 19,75%. Gli iraniani hanno replicato ponendo a loro volta un ultimatum all'Occidente, perché accetti entro un mese (il 31 gennaio) la loro controproposta al piano Aiea. L'oggetto del contendere è sempre la modalità dello scambio di uranio. L'Iran infatti rifiuta di trasferire in blocco le quantità richieste del suo uranio debolmente arricchito, come prevede la proposta dell'Aiea. «Se la controparte accetta il principio dello scambio progressivo, per tappe, noi potremmo discutere gli altri dettagli», fa sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast.
Di fronte al gioco degli iraniani, che di tutta evidenza è quello di prendere tempo, è urgente che l'America dimostri di avere un "piano B", più chiaro e minaccioso della semplice evocazione di non meglio specificate nuove sanzioni, il cui effetto è tutto da dimostrare consideranto le perplessità dei russi e, soprattutto, dei cinesi. Altrimenti, la credibilità della sua deterrenza agli occhi degli ayatollah precipiterà sotto zero.
Ray Takeyh, che continua ad essere favorevole all'engagement, suggerisce però a Obama di seguire l'esempio di Ronald Reagan quando definì l'Urss «l'impero del male». «E' prematuro - è l'analisi di Takeyh - annunciare la morte immediata del regime teocratico. L'Iran può benissimo entrare in un prolungato periodo di caos e violenza. Tuttavia - osserva - è ovvio che la durata di vita della Repubblica islamica si è considerevolmente accorciata». «Disastrosa», secondo Takeyh, si è dimostrata la decisione del regime di rifiutare ogni compromesso con l'opposizione dopo la frode elettorale del giugno scorso. Le «modeste richieste» di figure chiave dell'establishment, come Rafsanjani, sono state respinte «con arroganza». Quindi, le posizioni si sono radicalizzate e le concessioni che potevano essere fatte allora «oggi apparirebbero come un segno di debolezza e rafforzerebbero l'opposizione».
Da qui un regime senza più «orizzonte politico». Che per uno strano scherzo del destino si trova nello stesso «dilemma» dello shah, «che fece troppo tardi concessioni per rafforzare il suo potere e ampliare la base sociale» del suo consenso. La Repubblica islamica è guidata oggi da un «politico tentennante come fu lo shah». Come lo shah, oggi anche Khamenei sembra «riluttante a ordinare una repressione di massa». Il regime ha optato per una strategia repressiva ma di «contenimento». Mentre il movimento continua a sfidare le autorità, è probabile che si radicalizzi. «Al contrario del 1979, tuttavia, al movimento di opposizione mancano la coesione e leader riconoscibili». Mousavi e Karroubi agli occhi di Takeyh sembrano «più osservatori incuriositi che le menti dei recenti eventi. Ma più a lungo il movimento sopravvive, più è probabile che produca da sé i suoi leader». E' incredibile come finora senza un'ideologia, senza leader carismatici e un network organizzato, il movimento abbia potuto dar vita a manifestazioni così imponenti.
Per dirla in breve, secondo Takeyh la Repubblica islamica «è arrivata a un punto morto: non può né riconciliarsi con l'opposizione, né cancellarla di forza dalla faccia della terra». Cosa possono fare, dunque, gli Stati Uniti di fronte a questa nuova situazione che si è creata? Innanzitutto, «farebbero bene a riconoscere i cambiamenti del contesto». «L'amministrazione Obama dovrebbe prendere esempio da Ronald Reagan e sfidare con perseveranza la legittimità dello stato teocratico, denunciando gli abusi dei diritti umani. L'idea che un linguaggio duro ostacoli un accordo sul nucleare è falsa. A questo punto - spiega Takeyh - la sola ragione per cui Teheran potrebbe accettare un accordo è per attenuare le pressioni internazionali mentre deve fare i conti con l'insurrezione al suo interno».
E anche se il regime dovesse adeguarsi alle richieste internazionali sul programma nucleare, «gli Stati Uniti dovrebbero restare fermi nel sostenere i diritti umani». Reagan, ricorda Takeyh, «non ebbe scrupoli nel denunciare l'Unione sovietica come l'"impero del male", mentre firmava con il Cremlino i trattati per il controllo degli armamenti. La Repubblica islamica, come l'Unione sovietica, è un fenomento transitorio».
«Sono fiducioso - ha dichiarato Obama riguardo la recente repressione - che la storia sarà dalla parte di coloro che cercano giustizia». Ma per William Kristol il presidente Obama ripone «troppa fiducia nel corso della storia». Il popolo iraniano invece «ha bisogno di aiuto». «La storia del XX secolo, con le sue guerre, i genocidi e il terrorismo, non insegna forse che la parte di coloro che cercano giustizia non prevale facilmente? Che la giustizia ha bisogno di tutto l'energico sostegno possibile? E che l'aiuto degli Stati Uniti è cruciale? Gli Stati Uniti non hanno ancora cominciato a fare ciò che è in loro potere - a parole e concretamente, diplomaticamente ed economicamente, pubblicamente e in segreto, multilateralmente e unilateralmente - per provare ad aiutare il popolo iraniano a cambiare il regime di paura e tirannia che nega loro giustizia. Regime change in Iran nel 2010 - ora questo sarebbe il cambiamento in cui credere».
Come molti tra i più autorevoli analisti avevano previsto l'estate scorsa - e non avevo mancato di segnalarlo - nella Repubblica islamica si è messo in moto un processo di cui forse non è possibile anticipare gli esiti, ma che certamente non si concluderà con il mero ritorno allo status quo ante. La Repubblica islamica non è, e non sarà più la stessa, ha cambiato natura. E qualcosa si è rotto al suo interno.
Nonostante le successive ondate di sanguinose repressioni e di arresti, il movimento di protesta di giugno non si è spento. Anzi, di settimana in settimana è cresciuto e si è trasformato. E' diventato un vero e proprio movimento di opposizione temuto dal regime. Nel quale, come sempre accade in queste situazioni, convivono diverse anime e personaggi, ciascuno dei quali gioca - o crede di giocare - la sua partita, mentre è più probabile che nessuno degli attori sia in grado di influenzare più di tanto gli eventi. Che l'esito di quanto sta accadendo in Iran sia o meno una rivoluzione democratica è impossibile prevederlo, ma certo sembrano essercene le condizioni, al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti.
Dalla «rabbia per un'elezione rubata» a una «rivolta contro il sistema iraniano di governo islamico», ha osservato qualche giorno fa Con Coughlin sul Wall Street Journal. E nonostante la brutale repressione, «il movimento di opposizione è cresciuto sostanzialmente dai disordini del giugno scorso». Sei mesi fa, nelle strade, gli iraniani gridavano "Dov'è il mio voto?!". Da lì è partita la "Rivoluzione verde". Ma ora, secondo Coughlin, «i manifestanti non cercano più solamente elezioni democratiche, vogliono il regime change». I loro slogan sono: "Khamenei è un assassino"; "Né Gaza, né Libano, offro la mia vita solo per l'Iran" e "Independenza, Libertà e Repubblica iraniana". «In altre parole, chiedono di fermare il sostegno dell'Iran ai terroristi in Palestina, Libano e in Iraq; la separazione tra stato e religione; e considerano Khamenei il nemico pubblico numero uno».
I manifestanti ora chiedono una «Repubblica iraniana, non islamica!», notava il mese scorso anche un attento osservatore come Amir Taheri. E i presunti "leader" di questa rivoluzione? Rafsanjani rimane nell'ombra, ma è significativo che non voglia in alcun modo farsi vedere vicino o "riconciliato" con Khamenei e Ahmadinejad. Mousavi e Karroubi sembrano aver abbandonato la loro precedente idea di «realizzare il pieno potenziale della costituzione esistente». Un consigliere di Mousavi ha confidato a Taheri che ormai «hanno realizzato che la gente si è mossa più rapidamente di quanto immaginassero».
Anche Obama sembra prendere atto che il movimento di opposizione tiene e che l'instabilità interna è destinata a durare, se non ad aggravarsi. Il 28 dicembre ha commentato con toni più duri ed espliciti la recente repressione del regime contro i manifestanti, ma ci aspettiamo che nei prossimi giorni muova passi concreti in una nuova direzione. Siccome l'insabilità interna non sembra aver convinto i leader della Repubblica islamica ad accettare la mano tesa di Obama sul nucleare, è arrivato per il presidente americano il momento di dimostrare di saper mutare strategia nei confronti del regime iraniano, e di avere un "piano B" con il quale rispondere all'evidente fallimento del tentativo di engagement.
La politica di engagement di Obama era iniziata con la rinuncia al cambio di regime, riconoscendo per la prima volta esplicitamente la natura islamica della Repubblica iraniana; era proseguita con messaggi scritti e video per invitare l'establishment al dialogo; era stata accompagnata da gesti tangibili come il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti umani. Obama aveva evitato di sostenere le manifestazioni dell'opposizione per non irritare Ahmadinejad e Khamenei e di intromettersi nei brogli elettorali del giugno scorso. Ma soprattutto, tramite l'Aiea, ha proposto agli ayatollah un accordo molto favorevole sul nucleare. Nulla di tutto questo è bastato.
Venerdì scorso Teheran ha respinto l'ultimatum implicito degli Stati Uniti e dei loro partner, che chiedevano di accettare entro il 31 dicembre la proposta dell'Aiea per il trasferimento dell'uranio iraniano all'estero in cambio di uranio arricchito al 19,75%. Gli iraniani hanno replicato ponendo a loro volta un ultimatum all'Occidente, perché accetti entro un mese (il 31 gennaio) la loro controproposta al piano Aiea. L'oggetto del contendere è sempre la modalità dello scambio di uranio. L'Iran infatti rifiuta di trasferire in blocco le quantità richieste del suo uranio debolmente arricchito, come prevede la proposta dell'Aiea. «Se la controparte accetta il principio dello scambio progressivo, per tappe, noi potremmo discutere gli altri dettagli», fa sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast.
Di fronte al gioco degli iraniani, che di tutta evidenza è quello di prendere tempo, è urgente che l'America dimostri di avere un "piano B", più chiaro e minaccioso della semplice evocazione di non meglio specificate nuove sanzioni, il cui effetto è tutto da dimostrare consideranto le perplessità dei russi e, soprattutto, dei cinesi. Altrimenti, la credibilità della sua deterrenza agli occhi degli ayatollah precipiterà sotto zero.
Ray Takeyh, che continua ad essere favorevole all'engagement, suggerisce però a Obama di seguire l'esempio di Ronald Reagan quando definì l'Urss «l'impero del male». «E' prematuro - è l'analisi di Takeyh - annunciare la morte immediata del regime teocratico. L'Iran può benissimo entrare in un prolungato periodo di caos e violenza. Tuttavia - osserva - è ovvio che la durata di vita della Repubblica islamica si è considerevolmente accorciata». «Disastrosa», secondo Takeyh, si è dimostrata la decisione del regime di rifiutare ogni compromesso con l'opposizione dopo la frode elettorale del giugno scorso. Le «modeste richieste» di figure chiave dell'establishment, come Rafsanjani, sono state respinte «con arroganza». Quindi, le posizioni si sono radicalizzate e le concessioni che potevano essere fatte allora «oggi apparirebbero come un segno di debolezza e rafforzerebbero l'opposizione».
Da qui un regime senza più «orizzonte politico». Che per uno strano scherzo del destino si trova nello stesso «dilemma» dello shah, «che fece troppo tardi concessioni per rafforzare il suo potere e ampliare la base sociale» del suo consenso. La Repubblica islamica è guidata oggi da un «politico tentennante come fu lo shah». Come lo shah, oggi anche Khamenei sembra «riluttante a ordinare una repressione di massa». Il regime ha optato per una strategia repressiva ma di «contenimento». Mentre il movimento continua a sfidare le autorità, è probabile che si radicalizzi. «Al contrario del 1979, tuttavia, al movimento di opposizione mancano la coesione e leader riconoscibili». Mousavi e Karroubi agli occhi di Takeyh sembrano «più osservatori incuriositi che le menti dei recenti eventi. Ma più a lungo il movimento sopravvive, più è probabile che produca da sé i suoi leader». E' incredibile come finora senza un'ideologia, senza leader carismatici e un network organizzato, il movimento abbia potuto dar vita a manifestazioni così imponenti.
Per dirla in breve, secondo Takeyh la Repubblica islamica «è arrivata a un punto morto: non può né riconciliarsi con l'opposizione, né cancellarla di forza dalla faccia della terra». Cosa possono fare, dunque, gli Stati Uniti di fronte a questa nuova situazione che si è creata? Innanzitutto, «farebbero bene a riconoscere i cambiamenti del contesto». «L'amministrazione Obama dovrebbe prendere esempio da Ronald Reagan e sfidare con perseveranza la legittimità dello stato teocratico, denunciando gli abusi dei diritti umani. L'idea che un linguaggio duro ostacoli un accordo sul nucleare è falsa. A questo punto - spiega Takeyh - la sola ragione per cui Teheran potrebbe accettare un accordo è per attenuare le pressioni internazionali mentre deve fare i conti con l'insurrezione al suo interno».
E anche se il regime dovesse adeguarsi alle richieste internazionali sul programma nucleare, «gli Stati Uniti dovrebbero restare fermi nel sostenere i diritti umani». Reagan, ricorda Takeyh, «non ebbe scrupoli nel denunciare l'Unione sovietica come l'"impero del male", mentre firmava con il Cremlino i trattati per il controllo degli armamenti. La Repubblica islamica, come l'Unione sovietica, è un fenomento transitorio».
«Sono fiducioso - ha dichiarato Obama riguardo la recente repressione - che la storia sarà dalla parte di coloro che cercano giustizia». Ma per William Kristol il presidente Obama ripone «troppa fiducia nel corso della storia». Il popolo iraniano invece «ha bisogno di aiuto». «La storia del XX secolo, con le sue guerre, i genocidi e il terrorismo, non insegna forse che la parte di coloro che cercano giustizia non prevale facilmente? Che la giustizia ha bisogno di tutto l'energico sostegno possibile? E che l'aiuto degli Stati Uniti è cruciale? Gli Stati Uniti non hanno ancora cominciato a fare ciò che è in loro potere - a parole e concretamente, diplomaticamente ed economicamente, pubblicamente e in segreto, multilateralmente e unilateralmente - per provare ad aiutare il popolo iraniano a cambiare il regime di paura e tirannia che nega loro giustizia. Regime change in Iran nel 2010 - ora questo sarebbe il cambiamento in cui credere».
Tuesday, December 15, 2009
Teheran-Caracas, nuove prove della relazione "radioattiva"
Su il Velino
La cooperazione nel campo nucleare tra Iran e Venezuela non è un mistero, tanto da essere stata rivendicata dai due Paesi nei recenti incontri ufficiali. Ma il puzzle di questa cooperazione si arricchisce di un nuovo tassello con il memorandum d'intesa di cui è entrato in possesso - da una «credibile fonte di intelligence straniera» - l'editorialista del Wall Street Journal Bret Stephens. Le basi ufficiali della cooperazione nucleare tra Teheran e Caracas sembrano gettate in un «memorandum d'intesa» datato 14 novembre 2008 e firmato dai ministri della Scienza e della Tecnologia dei due Paesi. «Le due parti concordano di cooperare nel campo della tecnologia nucleare», si legge nella versione in lingua spagnola del documento, in cui si menziona anche «l'uso pacifico delle energie alternative». Alcuni giorni dopo, il governo venezuelano ha consegnato all'Agenzia internazionale per l'energia atomica un documento riguardante l'"Introduzione di un Programma per l'Energia nucleare"...
Nel suo articolo l'editorialista del WSJ ricorda gli altri "indizi" della cooperazione nucleare tra Iran e Venezuela. I 22 container etichettati come "parti di trattori" scoperti dalle autorità turche...
(...)
L'Iran, inoltre, secondo quanto riporta oggi il Washington Post, è ormai virtualmente in grado di costruire una testata nucleare. Nonostante le sanzioni e l'isolamento, Teheran avrebbe infatti da tempo intrapreso con successo uno sforzo per sostituire le capacità e i materiali acquisiti dall'estero con "know how" proprio. E' la conclusione cui sarebbero giunti analisti dell'intelligence Usa e di altri Paesi occidentali, così come di quelli dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. «L'Iran ha informazioni sufficienti per essere in grado di progettare e produrre un ordigno nucleare in grado di funzionare», si legge nel memorandum firmato dagli esperti dell'Aiea citato dal quotidiano Usa. I progressi tecnici iraniani riguarderebbero la metallurgia dell'uranio, la produzione di acqua pesante e gli esplosivi di alta precisione necessari per innescare un'esplosione nucleare. I timori sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano sono avvalorati dalla recente scoperta, da parte degli ispettori dell'Aiea, di 600 barili di acqua pesante nel sito di Khonab, vicino a Isfahan, una quantità incompatibile con le capacità dell'impianto denunciato dagli iraniani.
(...)
«Piano piano stanno emancipandosi dalla dipendenza dalle importazioni di tecnologie critiche che invece stanno riuscendo a produrre da soli», ha spiegato Rolf Mowatt-Larssen, un ex funzionario della Cia ed ex direttore dell'intelligence del dipartimento dell'Energia, sentito dal Washington Post. «Stanno eliminando i colli di bottiglia del processo di costruzione di un ordigno nucleare. Non ho prove di una decisione iraniana di costruirli, ma d'altra parte, svolgere attività come quelle descritte nel memorandum è ben lungi dall'idea che l'Iran abbia completamente cessato il suo impegno nello sviluppo di testate nucleari nel 2003 e non l'abbia più ripreso», spiega David Albright, ex ispettore Aiea e ora analista dell'Isis.
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La cooperazione nel campo nucleare tra Iran e Venezuela non è un mistero, tanto da essere stata rivendicata dai due Paesi nei recenti incontri ufficiali. Ma il puzzle di questa cooperazione si arricchisce di un nuovo tassello con il memorandum d'intesa di cui è entrato in possesso - da una «credibile fonte di intelligence straniera» - l'editorialista del Wall Street Journal Bret Stephens. Le basi ufficiali della cooperazione nucleare tra Teheran e Caracas sembrano gettate in un «memorandum d'intesa» datato 14 novembre 2008 e firmato dai ministri della Scienza e della Tecnologia dei due Paesi. «Le due parti concordano di cooperare nel campo della tecnologia nucleare», si legge nella versione in lingua spagnola del documento, in cui si menziona anche «l'uso pacifico delle energie alternative». Alcuni giorni dopo, il governo venezuelano ha consegnato all'Agenzia internazionale per l'energia atomica un documento riguardante l'"Introduzione di un Programma per l'Energia nucleare"...
Nel suo articolo l'editorialista del WSJ ricorda gli altri "indizi" della cooperazione nucleare tra Iran e Venezuela. I 22 container etichettati come "parti di trattori" scoperti dalle autorità turche...
(...)
L'Iran, inoltre, secondo quanto riporta oggi il Washington Post, è ormai virtualmente in grado di costruire una testata nucleare. Nonostante le sanzioni e l'isolamento, Teheran avrebbe infatti da tempo intrapreso con successo uno sforzo per sostituire le capacità e i materiali acquisiti dall'estero con "know how" proprio. E' la conclusione cui sarebbero giunti analisti dell'intelligence Usa e di altri Paesi occidentali, così come di quelli dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. «L'Iran ha informazioni sufficienti per essere in grado di progettare e produrre un ordigno nucleare in grado di funzionare», si legge nel memorandum firmato dagli esperti dell'Aiea citato dal quotidiano Usa. I progressi tecnici iraniani riguarderebbero la metallurgia dell'uranio, la produzione di acqua pesante e gli esplosivi di alta precisione necessari per innescare un'esplosione nucleare. I timori sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano sono avvalorati dalla recente scoperta, da parte degli ispettori dell'Aiea, di 600 barili di acqua pesante nel sito di Khonab, vicino a Isfahan, una quantità incompatibile con le capacità dell'impianto denunciato dagli iraniani.
(...)
«Piano piano stanno emancipandosi dalla dipendenza dalle importazioni di tecnologie critiche che invece stanno riuscendo a produrre da soli», ha spiegato Rolf Mowatt-Larssen, un ex funzionario della Cia ed ex direttore dell'intelligence del dipartimento dell'Energia, sentito dal Washington Post. «Stanno eliminando i colli di bottiglia del processo di costruzione di un ordigno nucleare. Non ho prove di una decisione iraniana di costruirli, ma d'altra parte, svolgere attività come quelle descritte nel memorandum è ben lungi dall'idea che l'Iran abbia completamente cessato il suo impegno nello sviluppo di testate nucleari nel 2003 e non l'abbia più ripreso», spiega David Albright, ex ispettore Aiea e ora analista dell'Isis.
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Tuesday, November 10, 2009
Obama come un disco rotto con l'Iran
Come un disco rotto la Casa Bianca continua a chiedere a Teheran una risposta in tempi brevi (nel frattempo sono passate quasi due settimane) alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. L'aspetto surreale, e un po' patetico, della vicenda è che una risposta, anche se negativa, gli iraniani l'hanno già data, a tutti i livelli, ma da quest'altra parte fanno finta di non aver sentito/capito. Può non piacere, ma la risposta è un "no". Più precisamente, l'Iran offre controproposte che nella sostanza rifiutano di concedere ciò che l'Occidente sperava di ottenere con la proposta dell'arricchimento all'estero: privare Teheran della quantità di uranio a basso arricchimento necessaria per, se ulteriormente arricchito, fabbricare una bomba atomica. Si trattava di prendersi un anno di tempo per cercare, poi, un accordo complessivo. Questo retroscena del New York Times descrive piuttosto lo stato di negazione che impedisce all'amministrazione Obama di prendere la risposta iraniana per quella che è.
Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.
Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.
Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.
Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.
Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.
Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.
Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.
Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.
Thursday, November 05, 2009
Iran, i leader "per caso" del movimento verde
Mentre il regime usa il "diversivo" dei negoziati sul nucleare
Nonostante divieti e minacce, ieri il movimento di opposizione iraniano è tornato a protestare nelle strade. Ma lo ha fatto in un giorno particolare, il 4 novembre. L'anniversario - il trentesimo - dell'assalto all'ambasciata americana di Teheran, celebrato come sempre con un comizio di piazza convocato dal regime da cui si sono levati i soliti slogan antiamericani («Morte all'America»), quest'anno si è trasformato in un'occasione di protesta contro il regime, nelle persone della Guida Suprema Khamenei e del presidente Ahmadinejad. Un nuovo, palese sintomo della loro debolezza e della perdita di autorità dopo le contestate elezioni del 12 giugno scorso. Grandi manifestazioni hanno preso vita non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città come Shiraz, Isfahan, Tabriz, Kermanshah, Zahedan, Arak, Mazandaran e Rasht. Foto e video sui blog dei dissidenti testimoniano la folla e la repressione ancora una volta violenta da parte dei pasdaran e dalla milizia Bassiji, con arresti, pestaggi e spari sui dimostranti.
Un'altra giornata di imbarazzo per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, stretto tra l'esigenza di non mostrarsi insensibile alle manifestazioni di piazza ma anche di tenere aperta la porta del dialogo con la leadership della Repubblica islamica sul programma nucleare: «L'Iran deve scegliere. Per trent'anni - ha dichiarato ieri Obama - abbiamo ascoltato a cosa il governo iraniano è contrario; ora, il problema è quale tipo di futuro vuole. Il popolo americano ha grande rispetto per il popolo dell'Iran e la sua ricca storia. Il mondo continua ad essere testimone della sua richiesta di giustizia e della sua coraggiosa ricerca di diritti universali. E' tempo per il governo iraniano di decidere se vuole concentrarsi sul passato, o se fare quelle scelte che apriranno la porta a una maggiore opportunità, prosperità e giustizia per il suo popolo».
Ma ha anche aggiunto che gli Stati Uniti «cercano una relazione con la Repubblica islamica basata sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto» e che non intendono «interferire negli affari interni» iraniani. Il movimento di opposizione sembra percepire la difficoltà in cui si barcamena Obama, e a sua volta, a suo modo, gli chiede di decidere: «Obama, Obama, o stai con noi o contro di noi!», hanno gridato ieri i dimostranti in piazza, insieme ad altri slogan significativi come «Morte al dittatore», «Khamenei assassino, la sua leadership è finita», «Ambasciata russa covo di spie» (un'accusa rivolta dal regime a quella americana) e, infine, anche «l'Iran verde non vuole una bomba atomica».
Gli Stati Uniti e i loro alleati devono decidere come reagire dinanzi a questa tattica «che nasce dal cinico desiderio di porre un freno all'opposizione impunemente». L'attenzione internazionale, osserva Takeyh, rimane concentrata sul programma nucleare, ma «lontano dal clamore la struttura e l'orientamento delle Guardie rivoluzionarie stanno cambiando», il regime sta rafforzando la propria «infrastruttura repressiva». Negli ultimi mesi, gli ex candidati dissidenti Karroubi e Mousavi «sono stati minacciati di arresto», le università sono state oggetto di «campagne di purificazione», gli attivisti della società civile condannati sulla base di processi-farsa. E' stata mobilitata «la macchina statale per una spietata purga» all'interno del sistema.
Nel tentativo di ristabilire la sua presa sul Paese, il regime «si muove ancora una volta in modo contraddittorio», spiega Takeyh: da una parte accusa gli oppositori di essere agenti dell'Occidente, dall'altra si mostra disponibile al dialogo con le potenze straniere. Così Teheran «si offrirà sporadicamente di discutere del nucleare per stimolare l'appetito delle potenze occidentali... nella speranza che un prolungato e inconcludente processo negoziale» le induca ad abbandonare il loro atteggiamento critico e le ipotesi di nuove sanzioni. Secondo lo studioso del Council on Foreign Relations, l'errore in cui l'Occidente ha perseverato nel trattare con l'Iran è stato porre il tema del nucleare al di sopra di ogni altro.
Il problema iraniano «non è limitato alle attività nucleari illecite, ed è incomprensibile che gli Stati Uniti e le altre nazioni possano concepire transazioni sul nucleare con un regime che mantiene legami con una vasta gamma di organizzazioni terroristiche e che attua una repressione interna brutale». L'ala dura del regime, conclude Takeyh sul Washington Post, «deve sapere che il prezzo per una simile condotta può essere la fine di qualsiasi dialogo con l'Occidente. Solo con una politica simile gli Stati Uniti possono perseguire i loro obiettivi strategici allo stesso tempo non rinunciando ai loro valori morali».
Dopo quasi sei mesi dalle proteste per la rielezione di Ahmadinejad e la brutale repressione, il movimento verde è forte «come non mai», come hanno dimostrato le manifestazioni di ieri. Ma chi sono i suoi leader? Se lo chiede Mehdi Khalaji, analista del Washington Institute for Near East Policy. La sua tesi, esposta in un articolo per Foreign Policy, è che Mousavi, Karroubi e Khatami si siano ritrovati quasi «per caso, e loro malgrado», come «leader simbolici» del movimento di protesta, in realtà mantenendosi a una debita distanza. Più che guidare la piazza, la inseguono cercando di cavalcarla ma anche temendola. Questi leader «apparenti» sono tutti ex funzionari di alto livello della Repubblica islamica, ricorda Khalaji, che «vorrebbero mantenere in vita molta parte di essa», mentre «i dimostranti mirano a far cadere l'intero sistema di cui i loro leader fanno ancora parte».
«Nonostante siano lodati come modernizzatori», Mousavi e i suoi due colleghi «sono profondamente leali agli ideali dell'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, e sostengono un sistema politico teocratico». Loro sono leader riformisti, mentre il popolo è «sovversivo». Se Mousavi fosse diventato presidente, sostiene Khalaji, non avrebbe modificato la posizione dell'Iran sul nucleare, o la sua politica estera, limitandosi ad introdurre riforme economico-sociali, e non politiche, all'interno dei principi della Repubblica islamica. «Come sono arrivati questi moderati alla guida di una rivoluzione? Per caso», secondo Khalaji, perché - spiega - erano gli unici cui il regime aveva permesso di candidarsi in alternativa alla rielezione di Ahmadinejad, ma nessuno di loro aveva previsto che dalle proteste di massa a seguito delle elezioni presidenziali del 12 giugno sarebbe sorto un movimento popolare.
Questi apparenti leader hanno avuto «un ruolo minore sia nella nascita che nell'organizzazione del movimento, ma sono stati catapultati alla sua testa da un'ondata spontanea e improvvisa», spiega l'analista del Washington Institute for Near East Policy. La differenza tra i leader dell'"Onda verde" e la gente nelle strade «si sta ampliando». «Mousavi e Khatami hanno ripetuto che il loro obiettivo è ritornare agli ideali di Khomenei e ai principi originali della Repubblica islamica», mentre «i manifestanti nelle strade sono consapevoli del fallimento delle riforme del passato e hanno poche speranze che la Repubblica islamica possa essere salvata». Essi ritengono che l'islamismo politico, l'esperimento di "democrazia islamica", sia ormai fallito e che sia tardi anche per un tentativo riformista calato dall'alto. L'ex presidente Khatami, in un recente discorso, riferisce Khalaji nel suo articolo, «ha cercato di distinguere i partecipanti alle attuali proteste, che rifiutano l'intero sistema esistente, e i suoi seguaci, che vogliono lavorare all'interno della struttura politica della Repubblica islamica».
«I veri leader di questo movimento, dunque - osserva Khalaji - sono studenti, donne, attivisti per i diritti umani e attivisti politici che non hanno alcun desiderio di operare in un regime teocratico, all'interno della cornice legale dell'attuale Costituzione». E il movimento di oggi, fa notare, è molto più ampio di quello riformista di Khatami degli anni '90, che non portò mai in strada più di 50 mila persone. «Ecco perché non solo il regime, ma anche i leader riformisti che pretendono di guidarlo, temono il successo del movimento verde. La democrazia in Iran - conclude Khalaji su Foreign Policy - emergerà solo attraverso una rottura con gli ideali di Khomeini e l'ideologia islamica, concetti ai quali i leader 'per caso' del movimento verde sono ancora leali».
Nonostante divieti e minacce, ieri il movimento di opposizione iraniano è tornato a protestare nelle strade. Ma lo ha fatto in un giorno particolare, il 4 novembre. L'anniversario - il trentesimo - dell'assalto all'ambasciata americana di Teheran, celebrato come sempre con un comizio di piazza convocato dal regime da cui si sono levati i soliti slogan antiamericani («Morte all'America»), quest'anno si è trasformato in un'occasione di protesta contro il regime, nelle persone della Guida Suprema Khamenei e del presidente Ahmadinejad. Un nuovo, palese sintomo della loro debolezza e della perdita di autorità dopo le contestate elezioni del 12 giugno scorso. Grandi manifestazioni hanno preso vita non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città come Shiraz, Isfahan, Tabriz, Kermanshah, Zahedan, Arak, Mazandaran e Rasht. Foto e video sui blog dei dissidenti testimoniano la folla e la repressione ancora una volta violenta da parte dei pasdaran e dalla milizia Bassiji, con arresti, pestaggi e spari sui dimostranti.
Un'altra giornata di imbarazzo per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, stretto tra l'esigenza di non mostrarsi insensibile alle manifestazioni di piazza ma anche di tenere aperta la porta del dialogo con la leadership della Repubblica islamica sul programma nucleare: «L'Iran deve scegliere. Per trent'anni - ha dichiarato ieri Obama - abbiamo ascoltato a cosa il governo iraniano è contrario; ora, il problema è quale tipo di futuro vuole. Il popolo americano ha grande rispetto per il popolo dell'Iran e la sua ricca storia. Il mondo continua ad essere testimone della sua richiesta di giustizia e della sua coraggiosa ricerca di diritti universali. E' tempo per il governo iraniano di decidere se vuole concentrarsi sul passato, o se fare quelle scelte che apriranno la porta a una maggiore opportunità, prosperità e giustizia per il suo popolo».
Ma ha anche aggiunto che gli Stati Uniti «cercano una relazione con la Repubblica islamica basata sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto» e che non intendono «interferire negli affari interni» iraniani. Il movimento di opposizione sembra percepire la difficoltà in cui si barcamena Obama, e a sua volta, a suo modo, gli chiede di decidere: «Obama, Obama, o stai con noi o contro di noi!», hanno gridato ieri i dimostranti in piazza, insieme ad altri slogan significativi come «Morte al dittatore», «Khamenei assassino, la sua leadership è finita», «Ambasciata russa covo di spie» (un'accusa rivolta dal regime a quella americana) e, infine, anche «l'Iran verde non vuole una bomba atomica».
The regime is using the Obama administration’s overweening desire to talk - and refusal to take "no" for an answer - as a way of deflecting any international pressure regarding its domestic crackdown. And the regime's strategy is succeeding. The longer the Obama administration plays this game, the more time the regime will have to crush its opponents while the West looks on in self-imposed impotence. Unpleasant as it may be for the president to hear, his policy is objectively aiding the Tehran regime and harming the opposition in their ongoing struggle. The chanters are right. The United States can either be with them or against them. Right now, President Obama is against them. But it’s not too late for him to switch sides.I negoziati sulla bozza dell'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero sono in una situazione di stallo, dopo la non risposta da parte di Teheran, che chiede modifiche sostanziali che eluderebbero ciò che l'Occidente cerca di ottenere dall'accordo, e dopo la recente chiusura di Khamenei. Per Ray Takeyh, studioso del Council on Foreign Relations, il regime sta usando i negoziati sul nucleare come «diversivo» e l'amministrazione Obama è «alle prese con l'enigma» iraniano dovendo «bilanciare le sue preoccupazioni per la proliferazione nucleare con le sue responsabilità morali» di fronte alle violazioni dei diritti umani. La protesta per la rielezione di Ahmadinejad è tutt'altro che sopita e il regime «vede il dialogo sul programma nucleare come un mezzo per mettere a tacere le critiche che il suo comportamento interno meriterebbe». L'Iran, prevede Takeyh nella sua analisi per il Washington Post, «cercherà senza dubbio di prolungare i negoziati accettando, e poi rigettando, gli accordi pattuiti e offrendo innumerevoli controproposte».
Robert Kagan
Gli Stati Uniti e i loro alleati devono decidere come reagire dinanzi a questa tattica «che nasce dal cinico desiderio di porre un freno all'opposizione impunemente». L'attenzione internazionale, osserva Takeyh, rimane concentrata sul programma nucleare, ma «lontano dal clamore la struttura e l'orientamento delle Guardie rivoluzionarie stanno cambiando», il regime sta rafforzando la propria «infrastruttura repressiva». Negli ultimi mesi, gli ex candidati dissidenti Karroubi e Mousavi «sono stati minacciati di arresto», le università sono state oggetto di «campagne di purificazione», gli attivisti della società civile condannati sulla base di processi-farsa. E' stata mobilitata «la macchina statale per una spietata purga» all'interno del sistema.
Nel tentativo di ristabilire la sua presa sul Paese, il regime «si muove ancora una volta in modo contraddittorio», spiega Takeyh: da una parte accusa gli oppositori di essere agenti dell'Occidente, dall'altra si mostra disponibile al dialogo con le potenze straniere. Così Teheran «si offrirà sporadicamente di discutere del nucleare per stimolare l'appetito delle potenze occidentali... nella speranza che un prolungato e inconcludente processo negoziale» le induca ad abbandonare il loro atteggiamento critico e le ipotesi di nuove sanzioni. Secondo lo studioso del Council on Foreign Relations, l'errore in cui l'Occidente ha perseverato nel trattare con l'Iran è stato porre il tema del nucleare al di sopra di ogni altro.
Il problema iraniano «non è limitato alle attività nucleari illecite, ed è incomprensibile che gli Stati Uniti e le altre nazioni possano concepire transazioni sul nucleare con un regime che mantiene legami con una vasta gamma di organizzazioni terroristiche e che attua una repressione interna brutale». L'ala dura del regime, conclude Takeyh sul Washington Post, «deve sapere che il prezzo per una simile condotta può essere la fine di qualsiasi dialogo con l'Occidente. Solo con una politica simile gli Stati Uniti possono perseguire i loro obiettivi strategici allo stesso tempo non rinunciando ai loro valori morali».
Dopo quasi sei mesi dalle proteste per la rielezione di Ahmadinejad e la brutale repressione, il movimento verde è forte «come non mai», come hanno dimostrato le manifestazioni di ieri. Ma chi sono i suoi leader? Se lo chiede Mehdi Khalaji, analista del Washington Institute for Near East Policy. La sua tesi, esposta in un articolo per Foreign Policy, è che Mousavi, Karroubi e Khatami si siano ritrovati quasi «per caso, e loro malgrado», come «leader simbolici» del movimento di protesta, in realtà mantenendosi a una debita distanza. Più che guidare la piazza, la inseguono cercando di cavalcarla ma anche temendola. Questi leader «apparenti» sono tutti ex funzionari di alto livello della Repubblica islamica, ricorda Khalaji, che «vorrebbero mantenere in vita molta parte di essa», mentre «i dimostranti mirano a far cadere l'intero sistema di cui i loro leader fanno ancora parte».
«Nonostante siano lodati come modernizzatori», Mousavi e i suoi due colleghi «sono profondamente leali agli ideali dell'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, e sostengono un sistema politico teocratico». Loro sono leader riformisti, mentre il popolo è «sovversivo». Se Mousavi fosse diventato presidente, sostiene Khalaji, non avrebbe modificato la posizione dell'Iran sul nucleare, o la sua politica estera, limitandosi ad introdurre riforme economico-sociali, e non politiche, all'interno dei principi della Repubblica islamica. «Come sono arrivati questi moderati alla guida di una rivoluzione? Per caso», secondo Khalaji, perché - spiega - erano gli unici cui il regime aveva permesso di candidarsi in alternativa alla rielezione di Ahmadinejad, ma nessuno di loro aveva previsto che dalle proteste di massa a seguito delle elezioni presidenziali del 12 giugno sarebbe sorto un movimento popolare.
Questi apparenti leader hanno avuto «un ruolo minore sia nella nascita che nell'organizzazione del movimento, ma sono stati catapultati alla sua testa da un'ondata spontanea e improvvisa», spiega l'analista del Washington Institute for Near East Policy. La differenza tra i leader dell'"Onda verde" e la gente nelle strade «si sta ampliando». «Mousavi e Khatami hanno ripetuto che il loro obiettivo è ritornare agli ideali di Khomenei e ai principi originali della Repubblica islamica», mentre «i manifestanti nelle strade sono consapevoli del fallimento delle riforme del passato e hanno poche speranze che la Repubblica islamica possa essere salvata». Essi ritengono che l'islamismo politico, l'esperimento di "democrazia islamica", sia ormai fallito e che sia tardi anche per un tentativo riformista calato dall'alto. L'ex presidente Khatami, in un recente discorso, riferisce Khalaji nel suo articolo, «ha cercato di distinguere i partecipanti alle attuali proteste, che rifiutano l'intero sistema esistente, e i suoi seguaci, che vogliono lavorare all'interno della struttura politica della Repubblica islamica».
«I veri leader di questo movimento, dunque - osserva Khalaji - sono studenti, donne, attivisti per i diritti umani e attivisti politici che non hanno alcun desiderio di operare in un regime teocratico, all'interno della cornice legale dell'attuale Costituzione». E il movimento di oggi, fa notare, è molto più ampio di quello riformista di Khatami degli anni '90, che non portò mai in strada più di 50 mila persone. «Ecco perché non solo il regime, ma anche i leader riformisti che pretendono di guidarlo, temono il successo del movimento verde. La democrazia in Iran - conclude Khalaji su Foreign Policy - emergerà solo attraverso una rottura con gli ideali di Khomeini e l'ideologia islamica, concetti ai quali i leader 'per caso' del movimento verde sono ancora leali».
Friday, October 23, 2009
"Non hanno bisogno del nucleare per ucciderci". Intervista a Michael Ledeen
Su il Velino
Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».
Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
LEGGI TUTTO
UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.
Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.
Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».
Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
LEGGI TUTTO
UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.
Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.
Wednesday, September 30, 2009
Se 30 anni di tentativi di dialogo hanno fallito... regime change
Su il Velino
Contrariamente a quanto si crede, tutte le amministrazioni americane che si sono succedute dalla rivoluzione islamica in avanti hanno parlato, e tentato di instaurare un dialogo, con l'Iran degli ayatollah. Lo sostiene, nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal, Michael Ledeen, tentando di smentire la convinzione, «quasi universalmente accettata», che accompagna i colloqui dell'amministrazione Obama con l'Iran che avranno luogo domani a Ginevra. Non è vero che le precedenti amministrazioni Usa si siano rifiutate di negoziare con i leader iraniani. La verità, scrive Ledeen, come ha spiegato nell'ottobre scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, alla National Defense University, è che «ogni amministrazione dal 1979 ha teso la mano agli iraniani in un modo o nell'altro, ma tutte hanno fallito».
L'amministrazione Carter ha tentato di stabilire buoni rapporti con la Repubblica islamica offrendo «aiuti, armi e comprensione», ma i colloqui sono finiti con la presa dell'ambasciata americana a Teheran. Anche l'amministrazione Reagan, ricorda Ledeen, ha cercato un «modus vivendi» con l'Iran nel mezzo della guerra con l'Iraq a metà degli anni '80. Funzionari americani di alto livello come Robert McFarlane si sono incontrati segretamente con rappresentanti del governo iraniano, ma questo sforzo è finito con lo scandalo Iran-Contra alla fine del 1986. L'amministrazione Clinton ha abolito le sanzioni imposte dai presidenti Carter e Reagan. Inoltre, sia il presidente Clinton che il segretario di Stato Albright si sono pubblicamente scusati con l'Iran per le colpe del passato, incluso il rovesciamento del governo Mossadegh da parte della Cia e dei servizi britannici nell'agosto del 1953. Un mea culpa ribadito dal presidente Obama nelle sue molteplici aperture di quest'anno.
Persino l'amministrazione Bush jr, «invariabilmente e falsamente accusata di rifiutarsi di parlare ai mullah, ha invece negoziato ampiamente con Teheran». Si sono tenuti, ricorda Ledeen, «dozzine di incontri di cui è stato riferito in pubblico, e almeno una serie molto segreta di negoziati», di cui raramente però la stampa ha parlato. Nel settembre del 2006, sembrava che un accordo fosse stato raggiunto. Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e Nicholas Burns, il suo massimo consigliere per il Medio Oriente, racconta Ledeen, «volarono a New York ad aspettare l'arrivo annunciato di un'ampia delegazione iraniana, per la quale erano stati appositamente concessi circa 300 visti». Il capo negoziatore sul nucleare, Larijani, «avrebbe dovuto annunciare la sospensione dell'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni» da parte Usa. Ma «Larijani e la sua delegazione non sono mai arrivati».
Tutti i presidenti da Carter in poi, oltre ai tentativi di dialogo, andati a vuoto, hanno imposto sanzioni all'Iran di svariati tipi. In questi trent'anni, osserva Ledeen, «i nostri alleati» hanno sempre insistito per continuare negli sforzi diplomatici e non con le sanzioni, finché, nel 2006, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di Teheran. «Trent'anni di negoziati e sanzioni non sono riusciti a porre fine al programma nucleare iraniano e alla sua guerra contro l'Occidente. Perché si dovrebbe pensare che funzionino adesso? Un cambiamento in Iran richiede un cambiamento nel governo...».
Anche secondo Robert Kagan, gli Stati Uniti, gli europei e i media dovrebbero lasciare da parte la loro «ossessione» per l'atomica, gli impianti segreti e i missili iraniani, perché «l'obiettivo più fruttuoso è l'indebolimento del regime». Eppure, la grave crisi politica che Teheran attraversa non è nei pensieri occidentali. Le democrazie occidentali tendono a sottovalutare ciò che può accadere quando un regime è spaventato e insicuro. «In tali situazioni - spiega Kagan nel suo editoriale mensile sul Washington Post - la paura più grande di un regime autocratico, storicamente, è che gli oppositori interni possano raccogliere il sostegno delle potenze straniere. La caduta dei dittatori - Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i comunisti polacchi - è stata di frequente agevolata, in qualche caso in modo decisivo, dall'intervento esterno, attraverso l'appoggio alle forze di opposizioni o le sanzioni contro il governo». E' questa oggi anche la principale «fissazione» del regime iraniano.
Il primo obiettivo del regime dopo le elezioni è stato quello di riprendere il controllo ed evitare interferenze dall'esterno. E Teheran ci è riuscita in «modo egregio», osserva Kagan, «anche con l'aiuto» dell'amministrazione Obama, che si è rivelata, «forse involontariamente, un partner collaborativo», rifiutandosi di «rendere la questione della sopravvivenza del regime parte della sua strategia». Obama ha trattato la crisi come una «distrazione» dal dialogo sul nucleare, «esattamente ciò che i governanti a Teheran vogliono che faccia: concentrarsi sulle atomiche e ignorare l'instabilità del regime». Al contrario, secondo Kagan, «sarebbe meglio che si concentrasse sull'instabilità del regime piuttosto che sul nucleare».
Ahmadinejad e Khamenei vedono il programma nucleare e la loro sopravvivenza al potere «intimamente collegati». Per questo, ciò di cui c'è bisogno è «un tipo di sanzioni capace di aiutare l'opposizione iraniana a far cadere questi governanti ancora vulnerabili», suggerisce Kagan. L'argomento secondo cui le sanzioni rafforzerebbero il sostegno popolare al governo non regge più dopo la crisi innescata dalle elezioni del 12 giugno, che «ha aperto una breccia irreparabile tra il regime e ampia parte della società iraniana, persino del clero». Quando le sanzioni cominceranno ad avere effetto, prevede Kagan, l'opposizione sosterrà che il regime sta portanto l'Iran alla rovina.
Non necessariamente le sanzioni porteranno alla caduta del regime, «ma le probabilità che possa cadere sotto il giusto mix di opposizione interna e pressione esterna sono maggiori delle probabilità che abbandoni volontariamente il suo programma nucleare - forse molto maggiori», conclude Kagan. Se l'amministrazione Obama rivendica il suo «realismo pragmatico», dovrebbe perseguire la politica che «ha maggiori possibilità di successo».
Contrariamente a quanto si crede, tutte le amministrazioni americane che si sono succedute dalla rivoluzione islamica in avanti hanno parlato, e tentato di instaurare un dialogo, con l'Iran degli ayatollah. Lo sostiene, nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal, Michael Ledeen, tentando di smentire la convinzione, «quasi universalmente accettata», che accompagna i colloqui dell'amministrazione Obama con l'Iran che avranno luogo domani a Ginevra. Non è vero che le precedenti amministrazioni Usa si siano rifiutate di negoziare con i leader iraniani. La verità, scrive Ledeen, come ha spiegato nell'ottobre scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, alla National Defense University, è che «ogni amministrazione dal 1979 ha teso la mano agli iraniani in un modo o nell'altro, ma tutte hanno fallito».
L'amministrazione Carter ha tentato di stabilire buoni rapporti con la Repubblica islamica offrendo «aiuti, armi e comprensione», ma i colloqui sono finiti con la presa dell'ambasciata americana a Teheran. Anche l'amministrazione Reagan, ricorda Ledeen, ha cercato un «modus vivendi» con l'Iran nel mezzo della guerra con l'Iraq a metà degli anni '80. Funzionari americani di alto livello come Robert McFarlane si sono incontrati segretamente con rappresentanti del governo iraniano, ma questo sforzo è finito con lo scandalo Iran-Contra alla fine del 1986. L'amministrazione Clinton ha abolito le sanzioni imposte dai presidenti Carter e Reagan. Inoltre, sia il presidente Clinton che il segretario di Stato Albright si sono pubblicamente scusati con l'Iran per le colpe del passato, incluso il rovesciamento del governo Mossadegh da parte della Cia e dei servizi britannici nell'agosto del 1953. Un mea culpa ribadito dal presidente Obama nelle sue molteplici aperture di quest'anno.
Persino l'amministrazione Bush jr, «invariabilmente e falsamente accusata di rifiutarsi di parlare ai mullah, ha invece negoziato ampiamente con Teheran». Si sono tenuti, ricorda Ledeen, «dozzine di incontri di cui è stato riferito in pubblico, e almeno una serie molto segreta di negoziati», di cui raramente però la stampa ha parlato. Nel settembre del 2006, sembrava che un accordo fosse stato raggiunto. Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e Nicholas Burns, il suo massimo consigliere per il Medio Oriente, racconta Ledeen, «volarono a New York ad aspettare l'arrivo annunciato di un'ampia delegazione iraniana, per la quale erano stati appositamente concessi circa 300 visti». Il capo negoziatore sul nucleare, Larijani, «avrebbe dovuto annunciare la sospensione dell'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni» da parte Usa. Ma «Larijani e la sua delegazione non sono mai arrivati».
Tutti i presidenti da Carter in poi, oltre ai tentativi di dialogo, andati a vuoto, hanno imposto sanzioni all'Iran di svariati tipi. In questi trent'anni, osserva Ledeen, «i nostri alleati» hanno sempre insistito per continuare negli sforzi diplomatici e non con le sanzioni, finché, nel 2006, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di Teheran. «Trent'anni di negoziati e sanzioni non sono riusciti a porre fine al programma nucleare iraniano e alla sua guerra contro l'Occidente. Perché si dovrebbe pensare che funzionino adesso? Un cambiamento in Iran richiede un cambiamento nel governo...».
Anche secondo Robert Kagan, gli Stati Uniti, gli europei e i media dovrebbero lasciare da parte la loro «ossessione» per l'atomica, gli impianti segreti e i missili iraniani, perché «l'obiettivo più fruttuoso è l'indebolimento del regime». Eppure, la grave crisi politica che Teheran attraversa non è nei pensieri occidentali. Le democrazie occidentali tendono a sottovalutare ciò che può accadere quando un regime è spaventato e insicuro. «In tali situazioni - spiega Kagan nel suo editoriale mensile sul Washington Post - la paura più grande di un regime autocratico, storicamente, è che gli oppositori interni possano raccogliere il sostegno delle potenze straniere. La caduta dei dittatori - Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i comunisti polacchi - è stata di frequente agevolata, in qualche caso in modo decisivo, dall'intervento esterno, attraverso l'appoggio alle forze di opposizioni o le sanzioni contro il governo». E' questa oggi anche la principale «fissazione» del regime iraniano.
Il primo obiettivo del regime dopo le elezioni è stato quello di riprendere il controllo ed evitare interferenze dall'esterno. E Teheran ci è riuscita in «modo egregio», osserva Kagan, «anche con l'aiuto» dell'amministrazione Obama, che si è rivelata, «forse involontariamente, un partner collaborativo», rifiutandosi di «rendere la questione della sopravvivenza del regime parte della sua strategia». Obama ha trattato la crisi come una «distrazione» dal dialogo sul nucleare, «esattamente ciò che i governanti a Teheran vogliono che faccia: concentrarsi sulle atomiche e ignorare l'instabilità del regime». Al contrario, secondo Kagan, «sarebbe meglio che si concentrasse sull'instabilità del regime piuttosto che sul nucleare».
Ahmadinejad e Khamenei vedono il programma nucleare e la loro sopravvivenza al potere «intimamente collegati». Per questo, ciò di cui c'è bisogno è «un tipo di sanzioni capace di aiutare l'opposizione iraniana a far cadere questi governanti ancora vulnerabili», suggerisce Kagan. L'argomento secondo cui le sanzioni rafforzerebbero il sostegno popolare al governo non regge più dopo la crisi innescata dalle elezioni del 12 giugno, che «ha aperto una breccia irreparabile tra il regime e ampia parte della società iraniana, persino del clero». Quando le sanzioni cominceranno ad avere effetto, prevede Kagan, l'opposizione sosterrà che il regime sta portanto l'Iran alla rovina.
Non necessariamente le sanzioni porteranno alla caduta del regime, «ma le probabilità che possa cadere sotto il giusto mix di opposizione interna e pressione esterna sono maggiori delle probabilità che abbandoni volontariamente il suo programma nucleare - forse molto maggiori», conclude Kagan. Se l'amministrazione Obama rivendica il suo «realismo pragmatico», dovrebbe perseguire la politica che «ha maggiori possibilità di successo».
Tuesday, September 15, 2009
Ci penserà Israele
Come molti hanno in questi mesi pronosticato, alla fine a togliere le castagne dal fuoco del nucleare iraniano potrebbe essere Israele. Così la pensa anche Bret Stephens, il cui editoriale di oggi sul Wall Street Journal s'intitola: «Obama sta spingendo Israele verso la guerra».
La strategia iraniana riguardo la risposta da dare all'offerta di dialogo rinnovata dal presidente Obama e dal gruppo 5+1 sul programma nucleare si sta delineando: deciso no in pubblico, dalle più alte cariche; ni più sottovoce, presentando funzionari di medio livello a qualche incontro, elargendo qualche concessione all'Aiea. Quanto basta per illudere l'Occidente ancora per qualche mese che una porta possa aprirsi. Un andazzo che sembra avvalorare l'ipotesi di Amir Taheri, secondo cui Teheran sa che tutto sommato le conviene una qualche forma di dialogo, sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo. Un anno o due di negoziati con Obama - è il ragionamento di Taheri - sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
E infatti, a fronte di dichiarazioni pubbliche di estrema chiusura sul nucleare da parte dei leader supremi della Repubblica islamica - il presidente Ahmadinejad e l'ayatollah Khamenei - ad un livello più basso qualcosa si sta muovendo. Il capo negoziatore Jalili ha accettato di incontrare il primo ottobre prossimo i rappresentanti del gruppo 5+1, i quali per preparare l'incontro si riuniranno a New York in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, quando tra l'altro è atteso l'intervento di Ahmadinejad. Tra squilli di tromba i mainstream media già annunciano l'inizio dei negoziati, ma le cose stanno molto diversamente e anche l'amministrazione Obama sembra cauta. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, aveva chiesto a Jalili un incontro probabilmente per comprendere meglio il significato del «deludente» pacchetto di proposte inviato da Teheran, in cui non si menziona il programma nucleare. Per capire, insomma, se va intepretato come un "no".
L'incontro del primo ottobre, probabilmente in Turchia, non rappresenta quindi un inizio formale dei negoziati sul dossier nucleare iraniano. «Pensiamo di affrontare di petto la questione del mancato rispetto dei loro obblighi», ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. Ma «non abbiamo intenzione di iniziare un intero nuovo processo; andremo a sederci e avremo l'occasione di spiegare loro direttamente qual è loro scelta». Per gli Stati Uniti a capo della delegazione ci sarà il sottosegretario agli Esteri William Burns.
Ma già si intravede il copione dei prossimi mesi: dopo qualche settimana di annusamenti per capire se davvero Teheran ha scelto il dialogo, con l'Occidente abilmente impantanato nel sondare ogni minimo spiraglio, Usa e Ue adotteranno nuove sanzioni (forse, ma è improbabile, anche sui prodotti petroliferi raffinati, come benzina e gasolio, di cui Teheran è bisognosa). Russia e Cina si opporranno e quindi l'Iran potrà tranquillamente aggirarle. Intanto, il tempo trascorrerà velocemente e arriverà il momento in cui Israele non potrà più permettersi di aspettare e attaccherà gli impianti nucleari iraniani. Forse la prossima primavera. D'altronde, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva chiesto al premier Netanyahu di aspettare l'esito della "mano tesa" di Obama e di far condurre i giochi agli Usa senza intromettersi, ma non ha negato in linea di principio il diritto di Israele a difendersi preventivamente, né il via libera dell'America.
«Più gli Usa ritarderanno ad agire duramente nei confronti di Teheran, più è probabile che Israele attacchi quanto prima», osserva Stephens. Forse Obama pensa di lasciare che sia Israele a risolvere il problema, per poi unirsi al coro di condanne internazionali per non dare l'impressione di aver avallato l'attacco? Probabile, ma secondo Stephens non è nell'interesse degli Stati Uniti che Israele sia «lo strumento del disarmo dell'Iran». Il fatto è che presumibilmente un attacco di Israele potrà solo ritardare il nucleare iraniano, non azzerarlo come forse può riuscire a fare la potenza di fuoco americana. E gli effetti sul prezzo del petrolio sarebbero imprevedibili, così come la rappresaglia iraniana, che potrebbe coinvolgere obiettivi americani, o interessi strategici americani in Iraq e nel Golfo persico. Ma soprattutto, conclude Stephens, «sarebbe come abdicare alle responsabilità di superpotenza appaltare a un altro stato, anche se stretto alleato, le questioni di guerra e di pace».
La strategia iraniana riguardo la risposta da dare all'offerta di dialogo rinnovata dal presidente Obama e dal gruppo 5+1 sul programma nucleare si sta delineando: deciso no in pubblico, dalle più alte cariche; ni più sottovoce, presentando funzionari di medio livello a qualche incontro, elargendo qualche concessione all'Aiea. Quanto basta per illudere l'Occidente ancora per qualche mese che una porta possa aprirsi. Un andazzo che sembra avvalorare l'ipotesi di Amir Taheri, secondo cui Teheran sa che tutto sommato le conviene una qualche forma di dialogo, sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo. Un anno o due di negoziati con Obama - è il ragionamento di Taheri - sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
E infatti, a fronte di dichiarazioni pubbliche di estrema chiusura sul nucleare da parte dei leader supremi della Repubblica islamica - il presidente Ahmadinejad e l'ayatollah Khamenei - ad un livello più basso qualcosa si sta muovendo. Il capo negoziatore Jalili ha accettato di incontrare il primo ottobre prossimo i rappresentanti del gruppo 5+1, i quali per preparare l'incontro si riuniranno a New York in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, quando tra l'altro è atteso l'intervento di Ahmadinejad. Tra squilli di tromba i mainstream media già annunciano l'inizio dei negoziati, ma le cose stanno molto diversamente e anche l'amministrazione Obama sembra cauta. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, aveva chiesto a Jalili un incontro probabilmente per comprendere meglio il significato del «deludente» pacchetto di proposte inviato da Teheran, in cui non si menziona il programma nucleare. Per capire, insomma, se va intepretato come un "no".
L'incontro del primo ottobre, probabilmente in Turchia, non rappresenta quindi un inizio formale dei negoziati sul dossier nucleare iraniano. «Pensiamo di affrontare di petto la questione del mancato rispetto dei loro obblighi», ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. Ma «non abbiamo intenzione di iniziare un intero nuovo processo; andremo a sederci e avremo l'occasione di spiegare loro direttamente qual è loro scelta». Per gli Stati Uniti a capo della delegazione ci sarà il sottosegretario agli Esteri William Burns.
Ma già si intravede il copione dei prossimi mesi: dopo qualche settimana di annusamenti per capire se davvero Teheran ha scelto il dialogo, con l'Occidente abilmente impantanato nel sondare ogni minimo spiraglio, Usa e Ue adotteranno nuove sanzioni (forse, ma è improbabile, anche sui prodotti petroliferi raffinati, come benzina e gasolio, di cui Teheran è bisognosa). Russia e Cina si opporranno e quindi l'Iran potrà tranquillamente aggirarle. Intanto, il tempo trascorrerà velocemente e arriverà il momento in cui Israele non potrà più permettersi di aspettare e attaccherà gli impianti nucleari iraniani. Forse la prossima primavera. D'altronde, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva chiesto al premier Netanyahu di aspettare l'esito della "mano tesa" di Obama e di far condurre i giochi agli Usa senza intromettersi, ma non ha negato in linea di principio il diritto di Israele a difendersi preventivamente, né il via libera dell'America.
«Più gli Usa ritarderanno ad agire duramente nei confronti di Teheran, più è probabile che Israele attacchi quanto prima», osserva Stephens. Forse Obama pensa di lasciare che sia Israele a risolvere il problema, per poi unirsi al coro di condanne internazionali per non dare l'impressione di aver avallato l'attacco? Probabile, ma secondo Stephens non è nell'interesse degli Stati Uniti che Israele sia «lo strumento del disarmo dell'Iran». Il fatto è che presumibilmente un attacco di Israele potrà solo ritardare il nucleare iraniano, non azzerarlo come forse può riuscire a fare la potenza di fuoco americana. E gli effetti sul prezzo del petrolio sarebbero imprevedibili, così come la rappresaglia iraniana, che potrebbe coinvolgere obiettivi americani, o interessi strategici americani in Iraq e nel Golfo persico. Ma soprattutto, conclude Stephens, «sarebbe come abdicare alle responsabilità di superpotenza appaltare a un altro stato, anche se stretto alleato, le questioni di guerra e di pace».
Friday, September 11, 2009
Teheran non risponde, Usa e Ue pensano a sanzioni unilaterali
Il giudizio di Stati Uniti e Unione europea sul pacchetto di proposte presentato mercoledì dall'Iran al gruppo 5+1 è «negativo» e prende quota, quindi, l'ipotesi di sanzioni unilaterali Usa-Ue, non in ambito Onu, perché Russia e Cina rimangono contrarie. Il documento presentato da Teheran, infatti, sia per Washington che per Bruxelles «non risponde alle questioni chiave». L'Iran si offre di discutere di tutto, tranne di ciò che all'amministrazione Obama, e alla comunità internazionale, sta veramente a cuore: il suo programma nucleare.
Gli iraniani propongono addirittura un piano globale per il disarmo nucleare e la nonproliferazione, forme di cooperazione sull'Afghanistan, sull'energia e sul commercio, sulla lotta al terrorismo, al traffico di droghe, all'immigrazione illegale e al crimine organizzato. Su tutto, insomma, sono pronti a «negoziati onnicomprensivi e costruttivi». Ma il documento, intitolato "Cooperazione per la pace, la giustizia e il progresso", di cui il sito web ProPublica ha diffuso una copia, non contiene alcuna novità rispetto alle argomentazioni con le quali Teheran risponde da anni alle preoccupazioni della comunità internazionale circa il suo programma nucleare.
D'altra parte, non si può certo dire che i leader iraniani non l'avessero già fatto capire in precedenza. Il documento sembra rispecchiare alla perfezione la posizione ribadita solo pochi giorni fa dal presidente Ahmadinejad, che dichiarava «chiusa» la questione del nucleare iraniano e che rilanciava, invece, il dialogo su tutte le principali «sfide globali che sono di fronte all'umanità». Un evidente tentativo da parte di Teheran di essere accettata nel consesso delle grandi potenze, per vedersi a sua volta legittimata come grande potenza. E oggi è intervenuta anche la Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei, facendo del "no" a qualsiasi cedimento sul nucleare una questione di sopravvivenza stessa del regime. «Bisogna restare fermi sulle posizioni per difendere il diritto al nucleare. Qualsiasi compromesso sui diritti della nazione, che riguardi il nucleare o altro, equivarrebbe al declino politico».
Eppure, Amir Taheri, sul New York Post, ancora non esclude la possibilità di una risposta positiva - sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo - da parte di Teheran alla mano tesa di Obama. In fondo, è il suo ragionamento, un anno o due di negoziati con Obama sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
Per adesso, in attesa del discorso di Ahmadinejad all'apertura della nuova sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, c'è il documento fatto pervenire da Teheran alle potenze del 5+1. Ed è «inadeguato» secondo la Casa Bianca, perché «non risponde veramente alla nostra preoccupazione centrale, che riguarda le ambizioni nucleari iraniane», spiegava ieri un portavoce del Dipartimento di Stato Usa. Ma anche quello giunto oggi dall'Europa è un «giudizio molto negativo». Il documento «non contiene nulla di nuovo», mentre «l'Iran sta intensamente progredendo con il suo programma nucleare», osservano fonti diplomatiche europee.
A questo punto, rivelano le stesse fonti, l'Ue dovrà considerare come sostenere l'azione degli Usa, tenendo conto che Russia e Cina non sembrano propense ad adottare nuove sanzioni. Tradotto, vuol dire che l'Europa sarebbe pronta ad adottare nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran, anche se in accordo solo con gli Stati Uniti e non in ambito Onu, dove permane il "no" di Russia e Cina, membri del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Sembra improbabile, comunque, visti gli enormi interessi energetici ed economici coinvolti, che tra i 27 emerga un consenso per un embargo sulle esportazioni in Iran di prodotti raffinati come benzina e gasolio, come invece si ipotizza a Washington.
Il documento iraniano dev'essere ritenuto debole anche da Mosca, se oggi il presidente russo Putin è intervenuto - oltre che per ribadire il "no" della Russia a nuove sanzioni e l'inaccettabilità di un eventuale attacco militare contro l'Iran - per esortare gli iraniani a collaborare. L'Iran, ha spiegato Putin, ha diritto al nucleare civile, ma «deve capire in quale regione del mondo» si trova, e quindi «deve dimostrarsi responsabile e tenere conto delle preoccupazioni di Israele. Intendo dire - ha precisato Putin - che sul programma nucleare deve dare prova di contenimento».
Gli iraniani propongono addirittura un piano globale per il disarmo nucleare e la nonproliferazione, forme di cooperazione sull'Afghanistan, sull'energia e sul commercio, sulla lotta al terrorismo, al traffico di droghe, all'immigrazione illegale e al crimine organizzato. Su tutto, insomma, sono pronti a «negoziati onnicomprensivi e costruttivi». Ma il documento, intitolato "Cooperazione per la pace, la giustizia e il progresso", di cui il sito web ProPublica ha diffuso una copia, non contiene alcuna novità rispetto alle argomentazioni con le quali Teheran risponde da anni alle preoccupazioni della comunità internazionale circa il suo programma nucleare.
D'altra parte, non si può certo dire che i leader iraniani non l'avessero già fatto capire in precedenza. Il documento sembra rispecchiare alla perfezione la posizione ribadita solo pochi giorni fa dal presidente Ahmadinejad, che dichiarava «chiusa» la questione del nucleare iraniano e che rilanciava, invece, il dialogo su tutte le principali «sfide globali che sono di fronte all'umanità». Un evidente tentativo da parte di Teheran di essere accettata nel consesso delle grandi potenze, per vedersi a sua volta legittimata come grande potenza. E oggi è intervenuta anche la Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei, facendo del "no" a qualsiasi cedimento sul nucleare una questione di sopravvivenza stessa del regime. «Bisogna restare fermi sulle posizioni per difendere il diritto al nucleare. Qualsiasi compromesso sui diritti della nazione, che riguardi il nucleare o altro, equivarrebbe al declino politico».
Eppure, Amir Taheri, sul New York Post, ancora non esclude la possibilità di una risposta positiva - sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo - da parte di Teheran alla mano tesa di Obama. In fondo, è il suo ragionamento, un anno o due di negoziati con Obama sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
Per adesso, in attesa del discorso di Ahmadinejad all'apertura della nuova sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, c'è il documento fatto pervenire da Teheran alle potenze del 5+1. Ed è «inadeguato» secondo la Casa Bianca, perché «non risponde veramente alla nostra preoccupazione centrale, che riguarda le ambizioni nucleari iraniane», spiegava ieri un portavoce del Dipartimento di Stato Usa. Ma anche quello giunto oggi dall'Europa è un «giudizio molto negativo». Il documento «non contiene nulla di nuovo», mentre «l'Iran sta intensamente progredendo con il suo programma nucleare», osservano fonti diplomatiche europee.
A questo punto, rivelano le stesse fonti, l'Ue dovrà considerare come sostenere l'azione degli Usa, tenendo conto che Russia e Cina non sembrano propense ad adottare nuove sanzioni. Tradotto, vuol dire che l'Europa sarebbe pronta ad adottare nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran, anche se in accordo solo con gli Stati Uniti e non in ambito Onu, dove permane il "no" di Russia e Cina, membri del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Sembra improbabile, comunque, visti gli enormi interessi energetici ed economici coinvolti, che tra i 27 emerga un consenso per un embargo sulle esportazioni in Iran di prodotti raffinati come benzina e gasolio, come invece si ipotizza a Washington.
Il documento iraniano dev'essere ritenuto debole anche da Mosca, se oggi il presidente russo Putin è intervenuto - oltre che per ribadire il "no" della Russia a nuove sanzioni e l'inaccettabilità di un eventuale attacco militare contro l'Iran - per esortare gli iraniani a collaborare. L'Iran, ha spiegato Putin, ha diritto al nucleare civile, ma «deve capire in quale regione del mondo» si trova, e quindi «deve dimostrarsi responsabile e tenere conto delle preoccupazioni di Israele. Intendo dire - ha precisato Putin - che sul programma nucleare deve dare prova di contenimento».
Wednesday, September 09, 2009
Se i missili iraniani finiscono in Venezuela
Su il Velino
Nei recenti colloqui a Teheran tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sarebbe discussa - come riportato lunedì scorso da il Velino - anche l'ipotesi di un "backup" del programma nucleare iraniano, cioè di trasferire o replicare in Venezuela gli impianti e le strutture chiave del programma, per salvaguardarlo da eventuali attacchi americani o israeliani. Una sorta di copia di "backup", appunto. La prospettiva di missili iraniani installati in Sud America non dovrebbe essere esclusa a cuor leggero. Lo scrive oggi il Wall Street Journal, ospitando nelle sue pagine ampi stralci di un intervento sull'"asse" Iran-Venezuela pronunciato dal procuratore distrettuale della contea di New York (Manhattan), Robert M. Morgenthau, alla Brookings Institution, think tank progressista vicino ai Democratici. Il procuratore Morgenthau è un profondo conoscitore delle attività iraniane all'estero.
Sotto le lenti attente del suo ufficio passano infatti i movimenti finanziari sospettati di riciclaggio di denaro iraniano e di violazione delle sanzioni finanziarie americane e internazionali nei confronti di Teheran. Nel maggio scorso è stato ascoltato sulla minaccia iraniana dalla Commissione Affari esteri del Senato Usa, alla quale ha riferito che il suo ufficio ha scoperto un «diffuso sistema di pratiche illegali e fraudolente impiegate da enti iraniani per muovere denaro in tutto il mondo senza essere scoperti, anche attraverso banche che operano nella mia giurisdizione - Manhattan». Quella tra Iran e Venezuela, ha spiegato Morgenthau alla Brookings, è una «cordiale partnership finanziaria, politica e militare», che si basa su di un «comune sentimento antiamericano». «E' giunto il momento di elaborare politiche per assicurare che questa partnership non produca frutti avvelenati». Le prove raccolte dal suo ufficio sui movimenti iraniani in America Latina lo inducono a lanciare l'allarme.
(...)
A preoccupare Morgenthau sono le notizie giunte al suo ufficio secondo cui «negli ultimi tre anni un certo numero di fabbriche di proprietà e controllo iraniani sono spuntate in zone remote e non sviluppate del Venezuela, ideali per ubicarvi una produzione illecita di armi». Ancora non si hanno prove precise dell'attività effettivamente condotta in queste fabbriche, ma c'è di che esserne allarmati se nel dicembre del 2008, ha aggiunto ancora Morgenthau, «autorità turche hanno trattenuto una nave iraniana diretta in Venezuela dopo aver scoperto attrezzatura da laboratorio per la produzione di esplosivi in 22 container contrassegnati come parti di trattori».
(...)
Sulla base delle informazioni in possesso del suo ufficio, il procuratore Morgenthau ritiene che gli iraniani, con l'aiuto del governo di Chavez e attraverso il sistema finanziario venezuelano, possano riuscire ad aggirare le sanzioni economiche... Secondo Morgenthau, Stati Uniti e comunità internazionale "devono considerare molto attentamente i modi per monitorare e sanzionare il sistema bancario del Venezuela", attraverso il quale l'Iran riuscirebbe a effettuare i pagamenti necessari per il suo "shopping" nucleare.
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Nei recenti colloqui a Teheran tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sarebbe discussa - come riportato lunedì scorso da il Velino - anche l'ipotesi di un "backup" del programma nucleare iraniano, cioè di trasferire o replicare in Venezuela gli impianti e le strutture chiave del programma, per salvaguardarlo da eventuali attacchi americani o israeliani. Una sorta di copia di "backup", appunto. La prospettiva di missili iraniani installati in Sud America non dovrebbe essere esclusa a cuor leggero. Lo scrive oggi il Wall Street Journal, ospitando nelle sue pagine ampi stralci di un intervento sull'"asse" Iran-Venezuela pronunciato dal procuratore distrettuale della contea di New York (Manhattan), Robert M. Morgenthau, alla Brookings Institution, think tank progressista vicino ai Democratici. Il procuratore Morgenthau è un profondo conoscitore delle attività iraniane all'estero.
Sotto le lenti attente del suo ufficio passano infatti i movimenti finanziari sospettati di riciclaggio di denaro iraniano e di violazione delle sanzioni finanziarie americane e internazionali nei confronti di Teheran. Nel maggio scorso è stato ascoltato sulla minaccia iraniana dalla Commissione Affari esteri del Senato Usa, alla quale ha riferito che il suo ufficio ha scoperto un «diffuso sistema di pratiche illegali e fraudolente impiegate da enti iraniani per muovere denaro in tutto il mondo senza essere scoperti, anche attraverso banche che operano nella mia giurisdizione - Manhattan». Quella tra Iran e Venezuela, ha spiegato Morgenthau alla Brookings, è una «cordiale partnership finanziaria, politica e militare», che si basa su di un «comune sentimento antiamericano». «E' giunto il momento di elaborare politiche per assicurare che questa partnership non produca frutti avvelenati». Le prove raccolte dal suo ufficio sui movimenti iraniani in America Latina lo inducono a lanciare l'allarme.
(...)
A preoccupare Morgenthau sono le notizie giunte al suo ufficio secondo cui «negli ultimi tre anni un certo numero di fabbriche di proprietà e controllo iraniani sono spuntate in zone remote e non sviluppate del Venezuela, ideali per ubicarvi una produzione illecita di armi». Ancora non si hanno prove precise dell'attività effettivamente condotta in queste fabbriche, ma c'è di che esserne allarmati se nel dicembre del 2008, ha aggiunto ancora Morgenthau, «autorità turche hanno trattenuto una nave iraniana diretta in Venezuela dopo aver scoperto attrezzatura da laboratorio per la produzione di esplosivi in 22 container contrassegnati come parti di trattori».
(...)
Sulla base delle informazioni in possesso del suo ufficio, il procuratore Morgenthau ritiene che gli iraniani, con l'aiuto del governo di Chavez e attraverso il sistema finanziario venezuelano, possano riuscire ad aggirare le sanzioni economiche... Secondo Morgenthau, Stati Uniti e comunità internazionale "devono considerare molto attentamente i modi per monitorare e sanzionare il sistema bancario del Venezuela", attraverso il quale l'Iran riuscirebbe a effettuare i pagamenti necessari per il suo "shopping" nucleare.
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Monday, September 07, 2009
Chavez-Ahmadinejad, spunta l'ipotesi di un "backup" del programma nucleare
Su il Velino
Molto si è parlato, in occasione del vertice dello scorso weekend tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad, del "patto d'acciaio" che lega i due leader in funzione antiamericana. Particolarmente significativo, tra gli accordi firmati il 5 e il 6 settembre a Teheran, quello che impegna il Venezuela a fornire all'Iran 20mila barili di benzina al giorno. Anche se l'Iran è un paese ricco di petrolio e gas, la sua industria della raffinazione è molto debole, ma l'accordo è significativo soprattutto perché tra le nuove sanzioni che l'amministrazione Usa potrebbe prendere in considerazione se Teheran non dovesse rispondere, o dovesse rispondere negativamente, all'offerta di dialogo sul nucleare, c'è anche un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. In quel caso i 20 mila barili di Chavez tornerebbero davvero molto utili a Teheran. Ma oltre agli investimenti reciproci per lo sviluppo dei propri giacimenti di gas e petrolio, per un volume d'affari di oltre 1,5 miliardi di dollari, Iran e Venezuela starebbero rafforzando anche la loro collaborazione sul nucleare.
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Molto si è parlato, in occasione del vertice dello scorso weekend tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad, del "patto d'acciaio" che lega i due leader in funzione antiamericana. Particolarmente significativo, tra gli accordi firmati il 5 e il 6 settembre a Teheran, quello che impegna il Venezuela a fornire all'Iran 20mila barili di benzina al giorno. Anche se l'Iran è un paese ricco di petrolio e gas, la sua industria della raffinazione è molto debole, ma l'accordo è significativo soprattutto perché tra le nuove sanzioni che l'amministrazione Usa potrebbe prendere in considerazione se Teheran non dovesse rispondere, o dovesse rispondere negativamente, all'offerta di dialogo sul nucleare, c'è anche un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. In quel caso i 20 mila barili di Chavez tornerebbero davvero molto utili a Teheran. Ma oltre agli investimenti reciproci per lo sviluppo dei propri giacimenti di gas e petrolio, per un volume d'affari di oltre 1,5 miliardi di dollari, Iran e Venezuela starebbero rafforzando anche la loro collaborazione sul nucleare.
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Ahmadinejad non apre, chiude. La cantonata dei media italiani
Teheran "apre" a un dialogo che la legittimi come grande potenza (nucleare)Altro che apertura, la solita mossa ambigua, la solita provocazione. Contrariamente da quanto sbandierato dai maggiori siti di informazione italiani, dal presidente iraniano Ahmadinejad non è giunta alcuna "apertura", né alcunché di nuovo. Quelle espresse oggi sono posizioni già più volte ribadite in passato, compreso quell'invito a un dibattito televisivo rivolto al presidente americano Obama, così come all'allora presidente Bush: «Once again, I announce that I'm ready for debate and dialogue in front of global media on global issues».
Non una richiesta di incontro, come suggerito da molti titoli, ma una patente provocazione. Chiedere un incontro non è la stessa cosa che sfidare in un dibattito televisivo, ma le nostre agenzie e i nostri giornali online sembrano non comprendere la differenza. Titoli praticamente identici su Corriere.it (Ahmadinejad apre: «Sono pronto a incontrare Obama») e Repubblica.it (Ahmadinejad apre al dialogo: «Pronto a incontrare Obama»). Non molto diversamente le nostre agenzie di stampa. Ma la stessa notizia veniva lanciata in modo molto diverso da Reuters (Iran rules out [esclude] talks on its nuclear "rights"), AP (Ahmadinejad: Iran won't halt nuclear work) e AFP (Ahmadinejad bars talks on Iran's nuclear rights).
Piuttosto che mettere in evidenza la proposta-provocazione di Ahmadinejad, che i nostri media interpretano erroneamente come un'apertura, le più autorevoli agenzie di stampa internazionali sottolineano la chiusura: «From our view point our nuclear issue is finished». Più chiaro di così: «Dal nostro punto di vista, la questione del nucleare iraniano è chiusa. Continuiamo il nostro lavoro nella cornice dei regolamenti internazionali e in stretta cooperazione con l'Aiea», ma «non negozieremo mai sugli ovvii diritti della nazione iraniana».
La sostanza di quanto ha detto Ahmadinejad stamattina è che l'Iran non fermerà l'arricchimento dell'uranio né negozierà sui suoi "diritti" nucleari, ma è pronto - è qui l'ambiguità del messaggio - a sedere con le potenze mondiali e a discutere con esse delle «sfide globali che sono di fronte all'umanità», anzi addirittura con l'obiettivo di «riformare le relazioni globali». Un po' come dire che l'Iran si sente grande potenza e ambisce a sedere nel consesso delle grandi potenze, per modificare l'ordine internazionale. Insomma, il dialogo cui il presidente Ahmadinejad ha "aperto" è quello sui grandi «temi globali», per vedere il suo Iran legittimato come grande potenza, non il dialogo sul programma nucleare iraniano, questione che invece l'Iran ritiene «chiusa».
Friday, September 04, 2009
Nessun segnale dall'Iran. Ue pronta a sanzioni
Su il Velino
L'annuncio, alcuni giorni fa, da parte del capo negoziatore iraniano sul nucleare, Said Jalili, secondo cui l'Iran «ha preparato una nuova proposta sul nucleare ed è pronto a riprendere i negoziati» con il gruppo "5+1" aveva fatto sperare che Teheran stesse prendendo in considerazione un'apertura all'offerta di dialogo americana. Oggi, l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, Javier Solana, ha fatto però sapere di non avere ricevuto alcuna comunicazione. «Spero di avere un colloquio telefonico nelle prossime ore». Ma il segnale giunto dal presidente Ahmadinejad ieri, subito dopo aver incassato l'approvazione del suo nuovo governo da parte del Parlamento, non è stato molto incoraggiante: l'Iran, ha detto, è «pronto ad affrontare ulteriori sanzioni» e non si inchina «alle pressioni o agli ultimatum imposti dai Paesi occidentali».
Nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran, la Casa Bianca ha fatto capire che scatterà un tentativo da parte degli Usa di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. A quanto pare gli alleati europei si faranno trovare pronti. Oggi, infatti, i ministri degli Esteri dell'Unione europea si sono incontrati a Stoccolma per discutere l'ipotesi di nuove sanzioni. E dalla riunione è emersa una posizione possibilista. Rimaniamo pronti al dialogo, è il messaggio dei Paesi Ue, ma anche ad un duro confronto se dall'Iran non arriveranno segnali positivi sul nucleare.
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L'annuncio, alcuni giorni fa, da parte del capo negoziatore iraniano sul nucleare, Said Jalili, secondo cui l'Iran «ha preparato una nuova proposta sul nucleare ed è pronto a riprendere i negoziati» con il gruppo "5+1" aveva fatto sperare che Teheran stesse prendendo in considerazione un'apertura all'offerta di dialogo americana. Oggi, l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, Javier Solana, ha fatto però sapere di non avere ricevuto alcuna comunicazione. «Spero di avere un colloquio telefonico nelle prossime ore». Ma il segnale giunto dal presidente Ahmadinejad ieri, subito dopo aver incassato l'approvazione del suo nuovo governo da parte del Parlamento, non è stato molto incoraggiante: l'Iran, ha detto, è «pronto ad affrontare ulteriori sanzioni» e non si inchina «alle pressioni o agli ultimatum imposti dai Paesi occidentali».
Nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran, la Casa Bianca ha fatto capire che scatterà un tentativo da parte degli Usa di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. A quanto pare gli alleati europei si faranno trovare pronti. Oggi, infatti, i ministri degli Esteri dell'Unione europea si sono incontrati a Stoccolma per discutere l'ipotesi di nuove sanzioni. E dalla riunione è emersa una posizione possibilista. Rimaniamo pronti al dialogo, è il messaggio dei Paesi Ue, ma anche ad un duro confronto se dall'Iran non arriveranno segnali positivi sul nucleare.
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Friday, August 21, 2009
Iran, alla Difesa volto noto del terrorismo internazionale
Da il Velino
Il ministro della Difesa appena designato dal presidente iraniano Ahmadinejad è un volto noto del terrorismo internazionale. Nei suoi confronti, dando seguito ad una specifica richiesta delle autorità argentine, l'Interpol ha spiccato un mandato di arresto internazionale e nel 2007 lo ha inserito nella lista dei maggiori ricercati. Ahmad Vahidi era a capo delle famigerate brigate al Qods quando nel 1994 ordinarono e organizzarono l'attacco terroristico al Centro ebraico di Buenos Aires, in cui rimasero uccise 85 persone. Il gruppo fa parte delle Guardie rivoluzionarie iraniane ed è noto per essere responsabile delle operazioni terroristiche nei paesi stranieri... Negli anni recenti Vahidi è stato viceministro della Difesa con delega allo sviluppo della missilistica.
«Vahidi - ricorda Kenneth Katzman, analista del Servizio ricerche del Congresso Usa - è anche sospettato di aver avuto un ruolo nell'attacco del 1996 alla caserma dell'Air Force Usa in Arabia Saudita nota come Khobar Towers»... La nomina di Vahidi alla guida del Ministero della Difesa lascia presupporre che il presidente Ahmadinejad abbia tutta l'intenzione di proseguire nella sua politica di sfida nei confronti dell'Occidente.
(...)
La scelta di Vahidi, secondo Katzman... è un «segnale forte», che indica che «Ahmadinejad ha intenzione di continuare, e forse anche accelerare, il supporto materiale dell'Iran ai gruppi e alle milizie della regione». E' proprio Vahidi, infatti, a sovrintendere da anni alla distribuzione di armi e missili a gruppi terroristici come Hezbollah, Hamas e Jihad islamica, riferisce un ex agente Cia infiltrato nelle Guardie rivoluzionarie...
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Il ministro della Difesa appena designato dal presidente iraniano Ahmadinejad è un volto noto del terrorismo internazionale. Nei suoi confronti, dando seguito ad una specifica richiesta delle autorità argentine, l'Interpol ha spiccato un mandato di arresto internazionale e nel 2007 lo ha inserito nella lista dei maggiori ricercati. Ahmad Vahidi era a capo delle famigerate brigate al Qods quando nel 1994 ordinarono e organizzarono l'attacco terroristico al Centro ebraico di Buenos Aires, in cui rimasero uccise 85 persone. Il gruppo fa parte delle Guardie rivoluzionarie iraniane ed è noto per essere responsabile delle operazioni terroristiche nei paesi stranieri... Negli anni recenti Vahidi è stato viceministro della Difesa con delega allo sviluppo della missilistica.
«Vahidi - ricorda Kenneth Katzman, analista del Servizio ricerche del Congresso Usa - è anche sospettato di aver avuto un ruolo nell'attacco del 1996 alla caserma dell'Air Force Usa in Arabia Saudita nota come Khobar Towers»... La nomina di Vahidi alla guida del Ministero della Difesa lascia presupporre che il presidente Ahmadinejad abbia tutta l'intenzione di proseguire nella sua politica di sfida nei confronti dell'Occidente.
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La scelta di Vahidi, secondo Katzman... è un «segnale forte», che indica che «Ahmadinejad ha intenzione di continuare, e forse anche accelerare, il supporto materiale dell'Iran ai gruppi e alle milizie della regione». E' proprio Vahidi, infatti, a sovrintendere da anni alla distribuzione di armi e missili a gruppi terroristici come Hezbollah, Hamas e Jihad islamica, riferisce un ex agente Cia infiltrato nelle Guardie rivoluzionarie...
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Friday, August 07, 2009
Usa-Iran, come sta cambiando la politica di Obama
Dopo le "carote", settembre potrebbe essere il mese del "bastone"
La principale svolta di Obama nella politica estera americana, l'apertura al dialogo con l'Iran, è stata travolta dagli eventi in soli sei mesi. La crisi politica scoppiata dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad - lungi dall'essere superata - rende prossime allo zero le già esigue possibilità di risposta positiva da parte di Teheran. Ancor più di prima, infatti, la paranoia del nemico esterno, la corsa all'atomica e la chiusura verso qualsiasi compromesso con il "Grande Satana", saranno per Khamenei e Ahmadinejad strumenti irrinunciabili per ricompattare il regime e rinsaldare il loro potere. A meno che Ahmadinejad non sia tentato dal calcolo ipotizzato qualche giorno fa da Amir Taheri.
A Washington sono consapevoli della mutata situazione. Tra l'altro, ad una lettera personale che secondo il Washington Times il presidente Obama avrebbe segretamente inviato ad Ali Khamenei agli inizi di maggio, la Guida Suprema, rivela il New York Times, avrebbe risposto in modo «deludente». Ufficialmente le porte rimangono aperte, ma Obama si aspetta una risposta entro la fine dell'anno e sono allo studio i passi successivi nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran. Il piano "B", nel caso in cui la diplomazia fallisse, non prevede solo nuove sanzioni, ma anche l'opzione militare.
La mattina del 3 agosto il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presieduto una videoconferenza con 20 funzionari del Dipartimento di Stato in servizio in sei località del mondo elette «punti di osservazione» privilegiati sull'Iran. Gli «occhi e le orecchie» dell'America sulla Repubblica islamica. Tra i funzionari è emerso un ampio consenso nel ritenere che la crisi in corso indurrà Teheran a concentrarsi sulla politica interna piuttosto che sulle sue relazioni bi e multilaterali. La Clinton ha ribadito la volontà americana di aprire con gli iraniani un «canale bilaterale», ma ha tenuto a sottolineare di aver «più volte ripetuto che in assenza di una risposta positiva da parte del governo iraniano la comunità internazionale si consulterà sui prossimi passi, e certamente i prossimi passi possono includere sanzioni».
Ma non è l'unico segnale che l'amministrazione Obama ritiene che si siano affievolite, se non del tutto azzerate, le possibilità di una risposta in tempi brevi da parte iraniana alla sua offerta di "engagement". Durante la sua visita in Israele della settimana scorsa, il segretario alla Difesa Gates ha delineato la tempistica Usa: l'Iran ha più o meno fino all'Assemblea generale Onu di metà settembre per rispondere positivamente all'offerta di negoziati bilaterali o multilaterali sul suo programma nucleare, dopo di che scatterà il tentativo di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. E' improbabile che Russia e Cina saranno d'accordo, ma gli Usa sembrano intenzionati a ottenere un regime più aggressivo di sanzioni, per aumentare la pressione e spingere l'Iran a rispondere all'offerta di dialogo, nonché per dissuadere Israele dall'agire unilateralmente.
L'amministrazione Obama in ogni caso non sembrerebbe affatto essersi rassegnata a un Iran nucleare, come aveva fatto credere l'incauta uscita di Hillary Clinton sull'«ombrello difensivo» da offrire ai Paesi arabi e del Golfo, che ha indotto molti a pensare che Obama non considerasse più inaccettabile l'atomica iraniana e che si preparasse al contenimento e alla deterrenza - linea dei realisti Scowcroft e Brzezinski, secondo cui l'Iran può essere contenuto come si è fatto con l'Urss. Una delle opzioni è quella definita dall'analista della Brookings Institution, Kenneth Pollack, «Leave it to Bibi», cioè lasciare che sia Israele ad attaccare gli impianti nucleari iraniani. Ma il messaggio recapitato da Gates ai leader israeliani sembra essere esattamente il contrario.
Secondo fonti militari e di intelligence israeliane, infatti, il segretario alla Difesa Usa avrebbe assicurato a Israele che, oltre a nuove e più dure sanzioni, l'amministrazione Obama è tornata a considerare, sia pure come ultima risorsa, l'opzione militare unilaterale contro l'Iran. Ma gli Usa avrebbero anche chiesto allo stato ebraico di lasciare che siano loro ad occuparsene. Ad avvalorare il ritorno dell'opzione militare sul tavolo, la notizia che il Pentagono sta cercando di ottenere dal Congresso i fondi necessari per accelerare il programma di costruzione della Massive Ordnance Penetrator. Una bomba da 13,6 tonnellate, che trasportata dai bombardieri invisibili ai radar B-2 sarebbe in grado di distruggere i bunker sotterranei penetrando a una profondità di 60 metri prima di esplodere.
Oggi, sul Wall Street Journal, il generale Chuck Wald ha contestato le convinzioni diffuse secondo cui le forze armate Usa sarebbero troppo «stressate», che non disporrebbero di un'adeguata intelligence per individuare i siti nucleari iraniani, né di armi in grado di distruggere i bunker sotterranei. «Se le pressioni diplomatiche ed economiche falliscono - assicura - quella militare è un’opzione tecnicamente fattibile e credibile».
La principale svolta di Obama nella politica estera americana, l'apertura al dialogo con l'Iran, è stata travolta dagli eventi in soli sei mesi. La crisi politica scoppiata dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad - lungi dall'essere superata - rende prossime allo zero le già esigue possibilità di risposta positiva da parte di Teheran. Ancor più di prima, infatti, la paranoia del nemico esterno, la corsa all'atomica e la chiusura verso qualsiasi compromesso con il "Grande Satana", saranno per Khamenei e Ahmadinejad strumenti irrinunciabili per ricompattare il regime e rinsaldare il loro potere. A meno che Ahmadinejad non sia tentato dal calcolo ipotizzato qualche giorno fa da Amir Taheri.
A Washington sono consapevoli della mutata situazione. Tra l'altro, ad una lettera personale che secondo il Washington Times il presidente Obama avrebbe segretamente inviato ad Ali Khamenei agli inizi di maggio, la Guida Suprema, rivela il New York Times, avrebbe risposto in modo «deludente». Ufficialmente le porte rimangono aperte, ma Obama si aspetta una risposta entro la fine dell'anno e sono allo studio i passi successivi nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran. Il piano "B", nel caso in cui la diplomazia fallisse, non prevede solo nuove sanzioni, ma anche l'opzione militare.
La mattina del 3 agosto il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presieduto una videoconferenza con 20 funzionari del Dipartimento di Stato in servizio in sei località del mondo elette «punti di osservazione» privilegiati sull'Iran. Gli «occhi e le orecchie» dell'America sulla Repubblica islamica. Tra i funzionari è emerso un ampio consenso nel ritenere che la crisi in corso indurrà Teheran a concentrarsi sulla politica interna piuttosto che sulle sue relazioni bi e multilaterali. La Clinton ha ribadito la volontà americana di aprire con gli iraniani un «canale bilaterale», ma ha tenuto a sottolineare di aver «più volte ripetuto che in assenza di una risposta positiva da parte del governo iraniano la comunità internazionale si consulterà sui prossimi passi, e certamente i prossimi passi possono includere sanzioni».
Ma non è l'unico segnale che l'amministrazione Obama ritiene che si siano affievolite, se non del tutto azzerate, le possibilità di una risposta in tempi brevi da parte iraniana alla sua offerta di "engagement". Durante la sua visita in Israele della settimana scorsa, il segretario alla Difesa Gates ha delineato la tempistica Usa: l'Iran ha più o meno fino all'Assemblea generale Onu di metà settembre per rispondere positivamente all'offerta di negoziati bilaterali o multilaterali sul suo programma nucleare, dopo di che scatterà il tentativo di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. E' improbabile che Russia e Cina saranno d'accordo, ma gli Usa sembrano intenzionati a ottenere un regime più aggressivo di sanzioni, per aumentare la pressione e spingere l'Iran a rispondere all'offerta di dialogo, nonché per dissuadere Israele dall'agire unilateralmente.
L'amministrazione Obama in ogni caso non sembrerebbe affatto essersi rassegnata a un Iran nucleare, come aveva fatto credere l'incauta uscita di Hillary Clinton sull'«ombrello difensivo» da offrire ai Paesi arabi e del Golfo, che ha indotto molti a pensare che Obama non considerasse più inaccettabile l'atomica iraniana e che si preparasse al contenimento e alla deterrenza - linea dei realisti Scowcroft e Brzezinski, secondo cui l'Iran può essere contenuto come si è fatto con l'Urss. Una delle opzioni è quella definita dall'analista della Brookings Institution, Kenneth Pollack, «Leave it to Bibi», cioè lasciare che sia Israele ad attaccare gli impianti nucleari iraniani. Ma il messaggio recapitato da Gates ai leader israeliani sembra essere esattamente il contrario.
Secondo fonti militari e di intelligence israeliane, infatti, il segretario alla Difesa Usa avrebbe assicurato a Israele che, oltre a nuove e più dure sanzioni, l'amministrazione Obama è tornata a considerare, sia pure come ultima risorsa, l'opzione militare unilaterale contro l'Iran. Ma gli Usa avrebbero anche chiesto allo stato ebraico di lasciare che siano loro ad occuparsene. Ad avvalorare il ritorno dell'opzione militare sul tavolo, la notizia che il Pentagono sta cercando di ottenere dal Congresso i fondi necessari per accelerare il programma di costruzione della Massive Ordnance Penetrator. Una bomba da 13,6 tonnellate, che trasportata dai bombardieri invisibili ai radar B-2 sarebbe in grado di distruggere i bunker sotterranei penetrando a una profondità di 60 metri prima di esplodere.
Oggi, sul Wall Street Journal, il generale Chuck Wald ha contestato le convinzioni diffuse secondo cui le forze armate Usa sarebbero troppo «stressate», che non disporrebbero di un'adeguata intelligence per individuare i siti nucleari iraniani, né di armi in grado di distruggere i bunker sotterranei. «Se le pressioni diplomatiche ed economiche falliscono - assicura - quella militare è un’opzione tecnicamente fattibile e credibile».
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