L'ambasciatore iracheno a Roma è contrario alla pena di morte e ha preso in consegna la richiesta di grazia dei legali del figlio di Tarek Aziz, che trasmetterà, assicura, alle «più alte cariche». Ai microfoni di Radio radicale, però, aggiunge anche che «gli iracheni si chiedono spesso perché tutta questa attenzione per Aziz. Il sistema giudiziario iracheno, ricostruito anche con l'aiuto degli italiani nel 2003, ha sentenziato che questa persona è un criminale. Se si intende non riconoscere l'autorità irachena è un conto; se questa mobilitazione è legata al fatto che Aziz è cristiano, si tratta di una questione personale che non sappiamo neppure se sia vera». Un'affermazione che desta stupore. L'ambasciatore ipotizza che Aziz possa non essere cristiano e comunque, ricordando le vittime cristiane del regime di Saddam (270 chiese distrutte, gente uccisa perché andava in chiesa), dice di non aver «mai sentito Aziz difendere le persone che hanno perduto la loro chiesa, né pentirsi ora di ciò che ha fatto».
Ma si sa, l'ambasciatore deve difendere d'ufficio le scelte del suo Paese. Piuttosto, degno di nota è l'allarme di un deputato iracheno cristiano, Yonadam Kanna, intervistato dall'AdnKronos: la campagna internazionale per salvare Tareq Aziz rischia di danneggiare proprio i cristiani che vivono in Iraq. Definisce le «pressioni» per sospendere la condanna una «intromissione negli affari iracheni» e avverte che «l'insistenza» nel voler salvare Aziz «in quanto cristiano rischia di alimentare ancora di più l'ostilità per la nostra comunità». E ciò è comprensibile, dal momento che l'appartenenza religiosa dell'ex numero due di Saddam ha alimentato la convinzione - vera o falsa che sia a questo punto è secondario - che i cristiani fossero una componente privilegiata dell'ex regime. Ecco perché oggi sono così malvisti e perché graziare Aziz potrebbe acuire anziché allentare le tensioni religiose.
Qualcuno sembra voler «seminare il panico tra i cristiani e spingerli a lasciare il Paese», mentre per evitare questo scenario, riferisce Kanna, vari gruppi parlamentari iracheni «hanno formulato una serie di raccomandazioni a garanzia della sicurezza dei cristiani e della loro permanenza nel Paese».
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Wednesday, December 01, 2010
Wednesday, October 27, 2010
La cattiva coscienza di chi giudica gli iracheni
Si mobilitano per Saddam e Tarek Aziz come mai si sono mobilitati per il popolo iracheno perseguitato da Saddam e Aziz. Ma non è tutta qui la cattiva coscienza di chi oggi più che voler fermare un boia che sa di non poter fermare, vuole in realtà fare la classica bella figura a costo zero, nelle comodità del proprio salotto. E l'effetto più o meno consapevole è quello di delegittimare presso l'opinione pubblica il nuovo Iraq che così faticosamente e tra mille contraddizioni sta emergendo da quarant'anni di dittatura nazionalsocialista. Letteralmente nazionalsocialista, val la pena di ricordarlo. Per chi ci crede, il giudizio ultimo su Saddam e Aziz lo darà Dio. Qui sulla terra, non c'è giustizia umana più legittimita a giudicare di quella dei tribunali iracheni. Il punto non è essere a favore o contro la pena di morte. Il punto è non giudicare gli iracheni che giudicano i loro carnefici, riconoscere agli iracheni il diritto a giudicare i responsabili delle atrocità commesse contro il loro stesso popolo sotto un regime sterminatore. Un diritto che nei Paesi di molti di coloro che oggi protestano contro la condanna di Aziz è stato esercitato in modo molto, ma molto più brutale.
Chi proprio non può salire sul pulpito della morale e del diritto è chi non ha mai pronunciato una parola critica su un antifascismo fondato sull'assassinio e sull'oltraggio al cadavere del dittatore e sul "sangue dei vinti". Non si vedono sui giornali e in tv altrettante analisi pensose e autocritiche sulla sentenza di morte che alcuni partigiani eseguirono nei confronti di Mussolini e della sua amante (immaginiamo coinvolta molto più di Aziz nei crimini del fascismo...), nonché di migliaia di fascisti senza aver prima accertato in un processo le loro responsabilità dirette. Noi italiani al nostro dittatore nemmeno una parvenza di processo abbiamo concesso, nemmeno il rispetto del suo cadavere, così come non l'abbiamo saputo garantire ai migliaia di "vinti" di cui è stato sparso il sangue nel dopoguerra. E l'Europa che oggi si indigna per Saddam e Aziz è la stessa Europa che mi pare non metta sotto accusa - e giustamente non lo fa - Norimberga come giustizia dei vinti esercitata anche con la pena di morte.
Tarek Aziz ha subìto in questi anni diversi processi per fatti diversi, con verdetti ognuno diverso dall'altro (dall'assoluzione a condanne a 7 e a 14 anni), a dimostrazione di una giustizia forse non perfetta, né completamente distaccata (e come potrebbe esserlo del tutto?), ma le cui sentenze probabilmente non sono già scritte a priori. E mentre si stringerà il cappio al collo di Aziz, di sicuro non verserò lacrime, ma rivedrò negli occhi le vergognose immagini di quando gli fu permesso - al "cristiano" Aziz (!!!) - di insozzare con la sua sacrilega presenza la basilica di San Francesco d'Assisi (in rete non si trovano foto, se non questa di "Life"), con la brutale dittatura di Saddam Hussein ancora al potere. Come allora la Chiesa non avrebbe dovuto accostarsi al "cristiano" Aziz, così oggi la legittima e condivisibile posizione contro la pena di morte non ha alcun bisogno di venire accostata ai peggiori carnefici. Non temete, si può essere contro la pena di morte anche non versando lacrime per Saddam e Aziz.
Chi proprio non può salire sul pulpito della morale e del diritto è chi non ha mai pronunciato una parola critica su un antifascismo fondato sull'assassinio e sull'oltraggio al cadavere del dittatore e sul "sangue dei vinti". Non si vedono sui giornali e in tv altrettante analisi pensose e autocritiche sulla sentenza di morte che alcuni partigiani eseguirono nei confronti di Mussolini e della sua amante (immaginiamo coinvolta molto più di Aziz nei crimini del fascismo...), nonché di migliaia di fascisti senza aver prima accertato in un processo le loro responsabilità dirette. Noi italiani al nostro dittatore nemmeno una parvenza di processo abbiamo concesso, nemmeno il rispetto del suo cadavere, così come non l'abbiamo saputo garantire ai migliaia di "vinti" di cui è stato sparso il sangue nel dopoguerra. E l'Europa che oggi si indigna per Saddam e Aziz è la stessa Europa che mi pare non metta sotto accusa - e giustamente non lo fa - Norimberga come giustizia dei vinti esercitata anche con la pena di morte.
Tarek Aziz ha subìto in questi anni diversi processi per fatti diversi, con verdetti ognuno diverso dall'altro (dall'assoluzione a condanne a 7 e a 14 anni), a dimostrazione di una giustizia forse non perfetta, né completamente distaccata (e come potrebbe esserlo del tutto?), ma le cui sentenze probabilmente non sono già scritte a priori. E mentre si stringerà il cappio al collo di Aziz, di sicuro non verserò lacrime, ma rivedrò negli occhi le vergognose immagini di quando gli fu permesso - al "cristiano" Aziz (!!!) - di insozzare con la sua sacrilega presenza la basilica di San Francesco d'Assisi (in rete non si trovano foto, se non questa di "Life"), con la brutale dittatura di Saddam Hussein ancora al potere. Come allora la Chiesa non avrebbe dovuto accostarsi al "cristiano" Aziz, così oggi la legittima e condivisibile posizione contro la pena di morte non ha alcun bisogno di venire accostata ai peggiori carnefici. Non temete, si può essere contro la pena di morte anche non versando lacrime per Saddam e Aziz.
Tuesday, October 05, 2010
Abolizionisti da salotto
Pur restando contrario alla pena di morte (essenzialmente perché non nutro nello Stato una fiducia tale da ritenerlo in grado di assumere decisioni così definitive), mi dissocio dalle campagne abolizioniste, che ormai hanno ceduto al peggior relativismo culturale e politico. Sakineh Ashtiani come Teresa Lewis. Ahmadinejad ha così accusato l'Occidente di «doppio standard» e direi che la provocazione ha fatto una certa presa sui benpensanti e gli attivisti occidentali. Oggi, sul Fatto quotidiano, ma è solo l'ultimo in ordine di tempo, uno dei principali protagonisti in Italia, oltre ad "Amnesy" international, della battaglia contro la pena capitale, Sergio D'Elia (Nessuno Tocchi Caino) scrive che Sakineh e Teresa «restano le due diverse facce della stessa, fasulla e arcaica medaglia della pena di morte». No, proprio no, si tratta di due "medaglie" completamente diverse: una è d'oro, l'altra di latta. Non accorgersene significa rendersi semplicemente non credibili.
Nel perseguire l'obiettivo o coltivare l'auspicio dell'abolizione della pena di morte, è a mio avviso un errore gravissimo mettere sullo stesso piano sistemi politici e giudiziari agli antipodi. Per la causa in sé, ma anche per quella a mio avviso più grande per la democrazia e i diritti umani. Non c'è «la legge islamica del taglione» da una parte e «la legge biblica dell'occhio per occhio» dall'altra, come crede D'Elia. In Iran sì, c'è letteralmente la legge islamica, e nessuna garanzia per l'imputato; negli Usa, invece, parlare di legge biblica è solo un'iperbole, in realtà c'è uno stato di diritto ed è garantito (molto più che in Italia) il giusto processo. Persino il metodo di esecuzione fa eccome la differenza. Una società in cui si può essere lapidati per adulterio è oggettivamente primitiva rispetto ad una dove per un efferato duplice omicidio si arriva all'iniezione letale. Da non sottovalutare anche la possibilità di appellarsi e di fare campagne pubbliche alla luce del sole. Da una parte, infatti, abbiamo un Paese democratico, gli Stati Uniti, dove il dibattito sulla pena di morte fa parte da sempre del libero confronto delle idee e in qualsiasi momento lo decidano, gli americani possono con un voto democratico abrogarla.
In questo senso, non riconoscere che certi sistemi politici e giudiziari sono superiori, di gran lunga superiori (non uso a caso questo termine: superiore) ad altri, è un errore di approccio che spalanca le porte alla propaganda delle peggiori dittature, proprio laddove la campagna contro la pena capitale non ha nemmeno diritto di cittadinanza, al contrario che in America. Ed è proprio questo a mio avviso, la comodità del "fare" campagna (in un Paese più trasparente, dove c'è accesso ai documenti e ai dati, è garantito diritto di cronaca e di critica, ci si può appellare a giudici indipendenti e si possono condurre campagne d'opinione e culturali, anche attraverso il cinema) che spinge molte organizzazioni e molti intellettuali non solo a mettere sullo stesso piano Paesi dai regimi molto diversi tra di loro, ma addirittura a concentrarsi ossessivamente sugli Stati Uniti piuttosto che su Paesi dove sarebbe molto più difficile, persino a rischio della propria vita, far passare certi messaggi. L'effetto che ne deriva è che questi attivisti (non certo la gente normale) si scandalizzano per la pena di morte negli Usa, mentre "razzisticamente" sembrano ritenere quasi inevitabile che gli iraniani o i cinesi patiscano certe "usanze".
Nel perseguire l'obiettivo o coltivare l'auspicio dell'abolizione della pena di morte, è a mio avviso un errore gravissimo mettere sullo stesso piano sistemi politici e giudiziari agli antipodi. Per la causa in sé, ma anche per quella a mio avviso più grande per la democrazia e i diritti umani. Non c'è «la legge islamica del taglione» da una parte e «la legge biblica dell'occhio per occhio» dall'altra, come crede D'Elia. In Iran sì, c'è letteralmente la legge islamica, e nessuna garanzia per l'imputato; negli Usa, invece, parlare di legge biblica è solo un'iperbole, in realtà c'è uno stato di diritto ed è garantito (molto più che in Italia) il giusto processo. Persino il metodo di esecuzione fa eccome la differenza. Una società in cui si può essere lapidati per adulterio è oggettivamente primitiva rispetto ad una dove per un efferato duplice omicidio si arriva all'iniezione letale. Da non sottovalutare anche la possibilità di appellarsi e di fare campagne pubbliche alla luce del sole. Da una parte, infatti, abbiamo un Paese democratico, gli Stati Uniti, dove il dibattito sulla pena di morte fa parte da sempre del libero confronto delle idee e in qualsiasi momento lo decidano, gli americani possono con un voto democratico abrogarla.
In questo senso, non riconoscere che certi sistemi politici e giudiziari sono superiori, di gran lunga superiori (non uso a caso questo termine: superiore) ad altri, è un errore di approccio che spalanca le porte alla propaganda delle peggiori dittature, proprio laddove la campagna contro la pena capitale non ha nemmeno diritto di cittadinanza, al contrario che in America. Ed è proprio questo a mio avviso, la comodità del "fare" campagna (in un Paese più trasparente, dove c'è accesso ai documenti e ai dati, è garantito diritto di cronaca e di critica, ci si può appellare a giudici indipendenti e si possono condurre campagne d'opinione e culturali, anche attraverso il cinema) che spinge molte organizzazioni e molti intellettuali non solo a mettere sullo stesso piano Paesi dai regimi molto diversi tra di loro, ma addirittura a concentrarsi ossessivamente sugli Stati Uniti piuttosto che su Paesi dove sarebbe molto più difficile, persino a rischio della propria vita, far passare certi messaggi. L'effetto che ne deriva è che questi attivisti (non certo la gente normale) si scandalizzano per la pena di morte negli Usa, mentre "razzisticamente" sembrano ritenere quasi inevitabile che gli iraniani o i cinesi patiscano certe "usanze".
Wednesday, March 25, 2009
La Cina spadroneggia e alza il tiro delle sue pretese
Il rilancio della cooperazione Usa-Cina fino al livello della "partnership strategica", il declassamento dei diritti umani a tema di secondo ordine, esiti della recente visita di H. Clinton, devono aver galvanizzato il regime di Pechino, il cui attivismo nella repressione interna, nella censura di internet, e nell'intimidazione internazionale continua a mietere successi senza trovare opposizioni nemmeno verbali.
Partiamo dagli ultimi episodi in ordine di tempo. Ieri il governo cinese ha bloccato il sito YouTube e ingaggiato una surreale battaglia a colpi di censura contro una creatura mitica, il "grass-mud horse" ("caoníma"), frutto della fantasia dei blogger cinesi per ridicolizzare la recente campagna contro la pornografia e i siti immorali lanciata dal partito, nonché la propaganda sulla "società armoniosa". In un cartone animato questa creatura combatte contro "l'invasione dei granchi di fiume" al ritmo di un rap che fra l'ironico, lo scurrile e l'irriverente, denuncia i soprusi del governo e le ripetute violazioni dei diritti umani. Secondo le nuove direttive, su forum, chat e altri social network, dev'essere impedita la diffusione di tutto ciò che possa richiamare il "caoníma". Il blocco di YouTube serve inoltre a impedire la diffusione di un video – un «falso» per Pechino – che documenta i brutali pestaggi di alcuni tibetani, tra cui dei monaci, ad opera delle forze di sicurezza cinesi, durante le proteste del marzo dello scorso anno.
Anche nel 2008, secondo Amnesty International, la Cina detiene il record mondiale delle condanne a morte (1.718, il 72%, ma potrebbero molte di più). Inoltre, può vantarsi di aver inventato le esecuzioni mobili: per risparmiare tempo e denaro i condannati vengono fatti salire su dei pullman, dove viene fatta loro l'iniezione letale mentre vengono trasportati in ospedale per l'espianto degli organi.
Ma il regime cinese spadroneggia anche a livello internazionale. Oltre a non aver mosso un dito contro la dittatura birmana e quella sudanese, per la crisi del Darfur (la Bbc ha documentato l'anno scorso gli aiuti cinesi, anche militari, al regime di al-Bashir), Pechino ha di recente ottenuto che il governo del Sudafrica negasse al Dalai Lama il visto per entrare nel paese fino al termine dei Mondiali di calcio del 2010.
Ma approfittando della crisi, e dei sorrisi di H. Clinton, la Cina ha persino lanciato un paio di provocazioni niente male direttamente agli Stati Uniti. Il 7 marzo, a circa 120 chilometri a sudovest dell'Isola di Hainan, 5 navi hanno circondato e minacciato la nave Usa "Impeccable", che si è vista costretta a manovre di emergenza per evitare la collisione. Acque internazionali per gli Usa, sulle quali però Pechino rivendica la sua sovranità. Sta alzando il tiro delle sue rivendicazioni territoriali sul Mar Cinese Meridionale, zona strategica dal punto di vista commerciale (vi passa un intenso traffico e oltre la metà del petrolio del mondo). Nonostante la crisi aumenta le spese militari del 15% e pattuglia le acque intorno alle Isole Spratly e Paracel, ricche di gas, petrolio e pesce, nonché potenziali mete turistiche, contese anche da Filippine, Vietnam e Taiwan. La stampa ufficiale (il China Daily) annuncia l'invio di altre 6 navi «per impedire la pesca illegale». Per qualcuno «il diritto internazionale è un modo per risolvere pacificamente i conflitti». Per i cinesi, «uno strumento per riaffermare le loro aggressive rivendicazioni», avverte Walter Lohman, della Heritage Foundation.
Infine, tramite una relazione del presidente della sua Banca centrale, la Cina si è spinta a proporre che il dollaro venga in futuro sostituito, come valuta di riserva internazionale, da una moneta unica mondiale gestita dal FMI. La relazione, insolitamente pubblicata anche in inglese, dà il segno di quanto in alto punti il governo di Pechino alla vigilia del G20 di Londra che si apre il 2 aprile.
Partiamo dagli ultimi episodi in ordine di tempo. Ieri il governo cinese ha bloccato il sito YouTube e ingaggiato una surreale battaglia a colpi di censura contro una creatura mitica, il "grass-mud horse" ("caoníma"), frutto della fantasia dei blogger cinesi per ridicolizzare la recente campagna contro la pornografia e i siti immorali lanciata dal partito, nonché la propaganda sulla "società armoniosa". In un cartone animato questa creatura combatte contro "l'invasione dei granchi di fiume" al ritmo di un rap che fra l'ironico, lo scurrile e l'irriverente, denuncia i soprusi del governo e le ripetute violazioni dei diritti umani. Secondo le nuove direttive, su forum, chat e altri social network, dev'essere impedita la diffusione di tutto ciò che possa richiamare il "caoníma". Il blocco di YouTube serve inoltre a impedire la diffusione di un video – un «falso» per Pechino – che documenta i brutali pestaggi di alcuni tibetani, tra cui dei monaci, ad opera delle forze di sicurezza cinesi, durante le proteste del marzo dello scorso anno.
Anche nel 2008, secondo Amnesty International, la Cina detiene il record mondiale delle condanne a morte (1.718, il 72%, ma potrebbero molte di più). Inoltre, può vantarsi di aver inventato le esecuzioni mobili: per risparmiare tempo e denaro i condannati vengono fatti salire su dei pullman, dove viene fatta loro l'iniezione letale mentre vengono trasportati in ospedale per l'espianto degli organi.
Ma il regime cinese spadroneggia anche a livello internazionale. Oltre a non aver mosso un dito contro la dittatura birmana e quella sudanese, per la crisi del Darfur (la Bbc ha documentato l'anno scorso gli aiuti cinesi, anche militari, al regime di al-Bashir), Pechino ha di recente ottenuto che il governo del Sudafrica negasse al Dalai Lama il visto per entrare nel paese fino al termine dei Mondiali di calcio del 2010.
Ma approfittando della crisi, e dei sorrisi di H. Clinton, la Cina ha persino lanciato un paio di provocazioni niente male direttamente agli Stati Uniti. Il 7 marzo, a circa 120 chilometri a sudovest dell'Isola di Hainan, 5 navi hanno circondato e minacciato la nave Usa "Impeccable", che si è vista costretta a manovre di emergenza per evitare la collisione. Acque internazionali per gli Usa, sulle quali però Pechino rivendica la sua sovranità. Sta alzando il tiro delle sue rivendicazioni territoriali sul Mar Cinese Meridionale, zona strategica dal punto di vista commerciale (vi passa un intenso traffico e oltre la metà del petrolio del mondo). Nonostante la crisi aumenta le spese militari del 15% e pattuglia le acque intorno alle Isole Spratly e Paracel, ricche di gas, petrolio e pesce, nonché potenziali mete turistiche, contese anche da Filippine, Vietnam e Taiwan. La stampa ufficiale (il China Daily) annuncia l'invio di altre 6 navi «per impedire la pesca illegale». Per qualcuno «il diritto internazionale è un modo per risolvere pacificamente i conflitti». Per i cinesi, «uno strumento per riaffermare le loro aggressive rivendicazioni», avverte Walter Lohman, della Heritage Foundation.
Infine, tramite una relazione del presidente della sua Banca centrale, la Cina si è spinta a proporre che il dollaro venga in futuro sostituito, come valuta di riserva internazionale, da una moneta unica mondiale gestita dal FMI. La relazione, insolitamente pubblicata anche in inglese, dà il segno di quanto in alto punti il governo di Pechino alla vigilia del G20 di Londra che si apre il 2 aprile.
Thursday, July 31, 2008
Attenzione al consigliere invisibile di Karadzic
su Il Foglio.itKaradzic si è tolto il travestimento e si è presentato oggi davanti ai giudici dell'Aja facendo capire di avere tutta l'intenzione di seguire i passi di Milosevic: «Mi difendo da solo». Probabilmente è all'ex dittatore jugoslavo che si riferiva quando ha detto di avere «un consigliere invisibile». Uno che ha già messo in scacco la Corte dell'Aja. E' pronto a difendersi utilizzando, come Milosevic, le armi della politica e sfruttando gli errori che l'accusa rischia di ripetere.
Errori di cui si è accorto finalmente anche Antonio Cassese, che su la Repubblica raccomanda di «evitare l'errore del megaprocesso di Milosevic», auspica che si possa «emendare l'atto di accusa del 2000» per dividere il processo «in tre tronconi distinti» e così «andare avanti più speditamente ed evitare che tutto si impantani».
Si assiste al paradosso per cui lo stesso Antonio Cassese che vuole salvare Tarek Aziz dall'impiccagione, e che critica il tribunale iracheno perché a suo avviso non garantirebbe all'imputato le garanzie e i diritti della difesa, vorrebbe che sia negato a Karadzic il diritto a difendersi da solo, per evitare che un imputato su cui pesano prove «schiaccianti» trasformi il processo in una tribuna politica. Bell'esempio di garantismo...
Mi pare si adottino due pesi e due misure nei confronti dell'Aja e di Baghdad, quasi che Saddam e Aziz non fossero criminali alla stessa stregua (quanto meno) di Karadzic.
No, il punto è un altro. Il problema del processo Milosevic non fu l'avergli concesso di difendersi da solo, ma furono gli errori commessi nella strategia d'accusa. Qui non si tratta semplicemente di dividere il processo in tre tronconi che già suonano come i titoli di tre gigantesche opere storiografiche ("I crimini del 1992 in Bosnia"; "L'assedio di Sarajevo"; "Il genocidio di Srebrenica"), ma di rovesciare del tutto il metodo.
Non disumanizzare il processo, comprendere e accettare che la giustizia umana è imperfetta, mentre c'è qualcuno che più grande è il criminale più mira a una perfezione disumana, provocando danni immani. Isolare un fatto su cui si possiedono il maggior numero di prove e testimonianze incontrovertibili, circoscrivere ad esso l'accusa. Pazienza se Karadzic non verrà condannato per tutti i tremendi crimini che ha commesso, e se non gli si chiederà conto di tutte le sue vittime una per una, se il rischio è di non vederlo mai condannato. La giustizia umana ha le sue ragioni che il cuore non comprende.
Tuesday, July 29, 2008
Frattini, almeno ci risparmi il suo macabro umorismo
Tarek Aziz è più famoso dei 29 poveri diavoli messi a morte in un solo giorno in Iran, issati sulle gru. No, bisogna a tutti i costi salvare la vita al criminale Tarek Aziz, massacratore di stato insieme a Saddam Hussein, entrambi processati dal "filo-americano" Iraq di al Maliki. Però non da un Tribunale per l'Iraq, come si vede scritto da qualche parte, ma da un tribunale degli iracheni.
Spostandoci più a oriente, oggi non si fatica a credere a quanto scrive Lorenzo Cremonesi nel suo reportage dal Tibet, che non si discosta molto da quelli di altri giornalisti europei rientrati nella regione. Altro che maggiore apertura in occasione dei Giochi olimpici. Pechino tiene migliaia di monaci confinati nei monasteri, letteralmente prigionieri, isolati, controllati a vista e costretti a sedute di rieducazione. Lhasa è militarizzata e deserta.
Lo stesso Dalai Lama ha accettato che si spegnessero i riflettori sulla repressione ancora in corso in cambio di un paio di inutili colloqui tra i suoi emissari e i rappresentanti cinesi. Pechino con poca fatica è riuscita a zittire i leader occidentali concedendo la «ripresa del dialogo» che chiedevano per chiudere un occhio e stamparsi di nuovo il sorriso in faccia. Cosa conta se il dialogo è fasullo, sia Bush sia Sarkozy riusciranno a godersi la cerimonia inaugurale dei Giochi dal vivo.
Berlusconi no, ma l'Italia non vuol esser da meno e così manda Frattini, che solo qualche giorno fa aveva detto che sarebbe stato in vacanza in quei giorni. E invece, oggi teme che «per un giornetto o due» i suoi «diritti umani» (le ferie!) siano «a rischio in agosto». Capite l'ironia? Alla faccia di tutti quei milioni di tibetani e cinesi non hanno diritti umani né ferie. E non «per un giornetto o due». Ministro, vada pure, ma almeno ci risparmi il suo macabro umorismo.
Sempre di oggi, un'altra notizia non proprio di "apertura" dalla Cina. L'attivista Ni Yulan, che si era battuta contro la demolizione di case a Pechino in vista delle Olimpiadi, sarà processata il 4 agosto, pochi giorni prima dell'inizio dei Giochi. Lo ha reso noto il marito. La signora ha 48 anni e fu arrestata in aprile, per aver cercato di fermare l'abbattimento della sua casa, che come migliaia di altri vani doveva essere distrutta per il riammodernamento della città in vista delle Olimpiadi dell'8 agosto.
La donna, avvocato, aveva respinto il misero risarcimento offerto dal governo e prestato assistenza ad altre persone nella sua stessa situazione, stringendo contatti con i gruppi per i diritti umani e i media stranieri. Nel 2002, mentre filmava una demolizione forzata, fu picchiata dalla polizia e da allora è costretta a camminare con le stampelle. Scontò un anno di
carcere "per ostruzione di attività ufficiale". I suoi parenti affermano che dopo il nuovo arresto le sono state sequestrate le stampelle e che ora sarebbe costretta a strisciare anche per recarsi in bagno. Rischia una condanna fra i due e i tre anni di carcere. Oppure solo un mese, giusto per toglierla di mezzo, per impedire che parli con i media stranieri proprio durante le Olimpiadi. Nei giorni scorsi un'altra famiglia ha perso la sua battaglia, ci segnala 1972.
Peccato per i suoi «diritti umani», Frattini, ma può sempre chiedere asilo in Cina.
Spostandoci più a oriente, oggi non si fatica a credere a quanto scrive Lorenzo Cremonesi nel suo reportage dal Tibet, che non si discosta molto da quelli di altri giornalisti europei rientrati nella regione. Altro che maggiore apertura in occasione dei Giochi olimpici. Pechino tiene migliaia di monaci confinati nei monasteri, letteralmente prigionieri, isolati, controllati a vista e costretti a sedute di rieducazione. Lhasa è militarizzata e deserta.
Lo stesso Dalai Lama ha accettato che si spegnessero i riflettori sulla repressione ancora in corso in cambio di un paio di inutili colloqui tra i suoi emissari e i rappresentanti cinesi. Pechino con poca fatica è riuscita a zittire i leader occidentali concedendo la «ripresa del dialogo» che chiedevano per chiudere un occhio e stamparsi di nuovo il sorriso in faccia. Cosa conta se il dialogo è fasullo, sia Bush sia Sarkozy riusciranno a godersi la cerimonia inaugurale dei Giochi dal vivo.
Berlusconi no, ma l'Italia non vuol esser da meno e così manda Frattini, che solo qualche giorno fa aveva detto che sarebbe stato in vacanza in quei giorni. E invece, oggi teme che «per un giornetto o due» i suoi «diritti umani» (le ferie!) siano «a rischio in agosto». Capite l'ironia? Alla faccia di tutti quei milioni di tibetani e cinesi non hanno diritti umani né ferie. E non «per un giornetto o due». Ministro, vada pure, ma almeno ci risparmi il suo macabro umorismo.
Sempre di oggi, un'altra notizia non proprio di "apertura" dalla Cina. L'attivista Ni Yulan, che si era battuta contro la demolizione di case a Pechino in vista delle Olimpiadi, sarà processata il 4 agosto, pochi giorni prima dell'inizio dei Giochi. Lo ha reso noto il marito. La signora ha 48 anni e fu arrestata in aprile, per aver cercato di fermare l'abbattimento della sua casa, che come migliaia di altri vani doveva essere distrutta per il riammodernamento della città in vista delle Olimpiadi dell'8 agosto.
La donna, avvocato, aveva respinto il misero risarcimento offerto dal governo e prestato assistenza ad altre persone nella sua stessa situazione, stringendo contatti con i gruppi per i diritti umani e i media stranieri. Nel 2002, mentre filmava una demolizione forzata, fu picchiata dalla polizia e da allora è costretta a camminare con le stampelle. Scontò un anno di
carcere "per ostruzione di attività ufficiale". I suoi parenti affermano che dopo il nuovo arresto le sono state sequestrate le stampelle e che ora sarebbe costretta a strisciare anche per recarsi in bagno. Rischia una condanna fra i due e i tre anni di carcere. Oppure solo un mese, giusto per toglierla di mezzo, per impedire che parli con i media stranieri proprio durante le Olimpiadi. Nei giorni scorsi un'altra famiglia ha perso la sua battaglia, ci segnala 1972.
Peccato per i suoi «diritti umani», Frattini, ma può sempre chiedere asilo in Cina.
Thursday, July 24, 2008
Premio faccia di bronzo
«Il paese che ospiterà le Olimpiadi oggi vince la medaglia d'oro delle esecuzioni... Nell'anno delle Olimpiadi ci aspettiamo dalla Cina una attenzione maggiore e un avvicinamento all'obiettivo che vogliamo raggiungere, vale a dire la moratoria sulla pena di morte». Parole che Romano Prodi ha avuto due anni per pronunciare in veste di presidente del Consiglio. E invece chiede oggi alla Cina di aderire alla moratoria sulla pena di morte, dalla comoda posizione di vincitore del premio "Abolizionista dell'anno" assegnato da Nessuno tocchi Caino.
Thursday, January 10, 2008
Aborto. Vedremo Benedetto Della Vedova a 8 e mezzo?
Altro che Bandinelli, altro che Pannella, altro che Bonino, la quale non ha saputo far altro che insultare. A sistemare Ferrara e la sua campagna per una moratoria sull'aborto, a denunciarne le furbizie retoriche e i sotterfugi anti-legge 194, ci ha pensato Benedetto Della Vedova, nella lettera che oggi Il Foglio gli pubblica nell'inserto IV. A mio modo di vedere un ko tecnico-dialettico.
Radicali e laici nel loro arroccarsi sdegnato sulla difensiva palesano una sorta di complesso di inferiorità. E' come se non si fossero ripresi dalla "sveglia" del referendum sulla fecondazione assistita. Non fanno che abbaiare, ma non riescono a mordere, perché non perdono occasione per lanciare anatemi o iniziative dalle quali emerge che essi stessi si sentono minoranza, pur essendo la società italiana largamente secolarizzata.
Tutt'altro smalto e capacità di incrociare le lame ha dimostrato Benedetto Della Vedova, pur non appartenendo a coloro che hanno preferito difendere la laicità nei recinti appositamente predisposti nel centrosinistra, sentendosi un po' gli ultimi e unici mohicani.
In quella ferrariana «difesa incondizionata di ogni forma di vita nascente, anche quella biologicamente più lontana dalla "figura" della persona umana», senza ricorrere «alla criminalizzazione giuridica e alla colpevolizzazione morale», in questo inedito «anti-abortismo compassionevole», Della Vedova sente «puzza, non di incenso o di zolfo, ma – in termini puramente logici – di bruciato». Difficile identificare l'aborto, qualsiasi aborto, come un omicidio, e pretendere di farlo senza al tempo stesso, almeno implicitamente, criminalizzare. E' una «mera iperbole retorica» per muovere comunque le acque dello stagno politico italiano, oppure no?, si chiede Della Vedova.
Ecco un lungo estratto della lettera, che merita di essere letta integralmente. E chissà se Giuliano Ferrara vorrà discuterne proprio con Della Vedova a 8 e mezzo.
«Non sta in piedi, caro direttore, l'immagine di un olocausto che si origina dalla macchinazione burocratica degli stati, ma che non comporta la criminalizzazione dei carnefici che liberamente e consapevolmente vi partecipano (i medici, gli infermieri, i primari, gli amministratori locali, i politici, e innanzitutto le donne che provvedono a emettere la condanna a morte del nascituro e a disporne l'esecuzione). Non persuade l'idea di un genocidio quotidiano che ha vittime "personali", ma colpevoli sempre "impersonali" (la cultura, le leggi, le politiche, il costume sociale). A proposito dell'aborto non si può proprio dire, se non ostentando una benevolenza un po' furbetta: "... non uccidere. Puoi farlo, e nessuno tranne la tua coscienza ti può giudicare, ma la cosa sarà nominata con il suo nome". Ma ancor meno mi convince l'idea che questo radicalismo ideologico non solo non fondi una politica coerente con i suoi presupposti (se l'aborto è tout court un omicidio, si richieda che in questo modo sia trattato!), ma dia anche voce a una passione etica che si sente tanto più forte e "giusta" quanto più manichea e indifferente a ogni differenza reale o apparente. Lei, che (giustamente) si fa vanto di non poterne più della Donna – con la maiuscola: come ipostasi ideologica della modernità – non dovrebbe parlare dell'"Aborto", ma degli aborti: ed è tutto un altro parlare.
Caro direttore, a rendermi assai poco partecipe della sua campagna è questo spaventoso indifferentismo etico, per cui l'aborto è identico all'omicidio e ogni aborto è un identico uccidere: quello dei sicari di Pechino, che sventrano le donne nelle campagne cinesi e quello delle donne di Torino o New York che non hanno la fortuna o la forza di ripudiare una possibilità che la legge offre loro, e continuano a ricorrervi, considerandola non un bene, ma certo un "meglio" rispetto alle conseguenze di gravidanze indesiderate o disgraziate. E' lo stesso indifferentismo, a proposito dell'altra moratoria (quella sulle esecuzioni capitali), che ha portato per anni numerose organizzazioni umanitarie a confondere la pena di morte con l'omicidio politico e il boia notoriamente previsto al termine di un equo processo con il serial killer legale addetto alle pratiche di uno stato assassino.
Potrà sembrare curioso e paradossale che a un "relativista" come me tocchi muovere a lei un'accusa – di indifferentismo etico, appunto – da cui, secondo la logica comune (e forse anche secondo la sua, direttore), dovrebbe più difendersi. Ma io preferisco distinguere, non chiamare tutte le cose con lo stesso nome: neppure per un'onesta urgenza morale, neppure quando le "cose cattive" suscitano un moto di ribellione, che si vorrebbe, per semplicità, indistinto e comune. L'esecuzione di Saddam e l'omicidio di Anna Politkovskaya non sono un identico uccidere. Il dottor Mengele e il dottor Viale non fanno lo stesso mestiere. Una donna che angosciosamente chiede la diagnosi pre-impianto o attende i risultati dell'amniocentesi, per poi magari risolversi all'aborto, è sicuramente mossa da un complesso di complicatissime ragioni, a volte anche censurabili quando non disprezzabili: ma nessuna di esse rimanda alle teorie di Alfred Rosenberg. Capisco e rispetto il rigore astratto e intransigente della chiesa di monsignor Cafarra che mette su un identico piano di condanna etico-religiosa l'omicidio, l'infanticidio, l'aborto e l'uso del preservativo chiedendo l'obiezione di coscienza ai farmacisti.
Ma, direttore, quella stessa chiesa, in nome della sacralità della vita, con coerenza condanna indifferentemente l'aborto e la guerra; qualunque guerra. Anche quella del Golfo, quella in Iraq e in Afghanistan, che lei e io abbiamo sostenuto caricandoci sulle spalle gli inevitabili "omicidi" di civili innocenti. Perché, appunto, sappiamo di poter e dover chiamare con nomi diversi e politicamente trattare in modo diverso cose diverse. La morte in guerra è la morte in guerra. L'omicidio è l'omicidio. L'aborto è l'aborto. Le scorciatoie sono efficaci, potenti sul piano dialettico e meno faticose della distinzione, ma sono politicamente sterili quando non pericolose».
Radicali e laici nel loro arroccarsi sdegnato sulla difensiva palesano una sorta di complesso di inferiorità. E' come se non si fossero ripresi dalla "sveglia" del referendum sulla fecondazione assistita. Non fanno che abbaiare, ma non riescono a mordere, perché non perdono occasione per lanciare anatemi o iniziative dalle quali emerge che essi stessi si sentono minoranza, pur essendo la società italiana largamente secolarizzata.
Tutt'altro smalto e capacità di incrociare le lame ha dimostrato Benedetto Della Vedova, pur non appartenendo a coloro che hanno preferito difendere la laicità nei recinti appositamente predisposti nel centrosinistra, sentendosi un po' gli ultimi e unici mohicani.
In quella ferrariana «difesa incondizionata di ogni forma di vita nascente, anche quella biologicamente più lontana dalla "figura" della persona umana», senza ricorrere «alla criminalizzazione giuridica e alla colpevolizzazione morale», in questo inedito «anti-abortismo compassionevole», Della Vedova sente «puzza, non di incenso o di zolfo, ma – in termini puramente logici – di bruciato». Difficile identificare l'aborto, qualsiasi aborto, come un omicidio, e pretendere di farlo senza al tempo stesso, almeno implicitamente, criminalizzare. E' una «mera iperbole retorica» per muovere comunque le acque dello stagno politico italiano, oppure no?, si chiede Della Vedova.
Ecco un lungo estratto della lettera, che merita di essere letta integralmente. E chissà se Giuliano Ferrara vorrà discuterne proprio con Della Vedova a 8 e mezzo.
«Non sta in piedi, caro direttore, l'immagine di un olocausto che si origina dalla macchinazione burocratica degli stati, ma che non comporta la criminalizzazione dei carnefici che liberamente e consapevolmente vi partecipano (i medici, gli infermieri, i primari, gli amministratori locali, i politici, e innanzitutto le donne che provvedono a emettere la condanna a morte del nascituro e a disporne l'esecuzione). Non persuade l'idea di un genocidio quotidiano che ha vittime "personali", ma colpevoli sempre "impersonali" (la cultura, le leggi, le politiche, il costume sociale). A proposito dell'aborto non si può proprio dire, se non ostentando una benevolenza un po' furbetta: "... non uccidere. Puoi farlo, e nessuno tranne la tua coscienza ti può giudicare, ma la cosa sarà nominata con il suo nome". Ma ancor meno mi convince l'idea che questo radicalismo ideologico non solo non fondi una politica coerente con i suoi presupposti (se l'aborto è tout court un omicidio, si richieda che in questo modo sia trattato!), ma dia anche voce a una passione etica che si sente tanto più forte e "giusta" quanto più manichea e indifferente a ogni differenza reale o apparente. Lei, che (giustamente) si fa vanto di non poterne più della Donna – con la maiuscola: come ipostasi ideologica della modernità – non dovrebbe parlare dell'"Aborto", ma degli aborti: ed è tutto un altro parlare.
Caro direttore, a rendermi assai poco partecipe della sua campagna è questo spaventoso indifferentismo etico, per cui l'aborto è identico all'omicidio e ogni aborto è un identico uccidere: quello dei sicari di Pechino, che sventrano le donne nelle campagne cinesi e quello delle donne di Torino o New York che non hanno la fortuna o la forza di ripudiare una possibilità che la legge offre loro, e continuano a ricorrervi, considerandola non un bene, ma certo un "meglio" rispetto alle conseguenze di gravidanze indesiderate o disgraziate. E' lo stesso indifferentismo, a proposito dell'altra moratoria (quella sulle esecuzioni capitali), che ha portato per anni numerose organizzazioni umanitarie a confondere la pena di morte con l'omicidio politico e il boia notoriamente previsto al termine di un equo processo con il serial killer legale addetto alle pratiche di uno stato assassino.
Potrà sembrare curioso e paradossale che a un "relativista" come me tocchi muovere a lei un'accusa – di indifferentismo etico, appunto – da cui, secondo la logica comune (e forse anche secondo la sua, direttore), dovrebbe più difendersi. Ma io preferisco distinguere, non chiamare tutte le cose con lo stesso nome: neppure per un'onesta urgenza morale, neppure quando le "cose cattive" suscitano un moto di ribellione, che si vorrebbe, per semplicità, indistinto e comune. L'esecuzione di Saddam e l'omicidio di Anna Politkovskaya non sono un identico uccidere. Il dottor Mengele e il dottor Viale non fanno lo stesso mestiere. Una donna che angosciosamente chiede la diagnosi pre-impianto o attende i risultati dell'amniocentesi, per poi magari risolversi all'aborto, è sicuramente mossa da un complesso di complicatissime ragioni, a volte anche censurabili quando non disprezzabili: ma nessuna di esse rimanda alle teorie di Alfred Rosenberg. Capisco e rispetto il rigore astratto e intransigente della chiesa di monsignor Cafarra che mette su un identico piano di condanna etico-religiosa l'omicidio, l'infanticidio, l'aborto e l'uso del preservativo chiedendo l'obiezione di coscienza ai farmacisti.
Ma, direttore, quella stessa chiesa, in nome della sacralità della vita, con coerenza condanna indifferentemente l'aborto e la guerra; qualunque guerra. Anche quella del Golfo, quella in Iraq e in Afghanistan, che lei e io abbiamo sostenuto caricandoci sulle spalle gli inevitabili "omicidi" di civili innocenti. Perché, appunto, sappiamo di poter e dover chiamare con nomi diversi e politicamente trattare in modo diverso cose diverse. La morte in guerra è la morte in guerra. L'omicidio è l'omicidio. L'aborto è l'aborto. Le scorciatoie sono efficaci, potenti sul piano dialettico e meno faticose della distinzione, ma sono politicamente sterili quando non pericolose».
Thursday, December 27, 2007
Gli Stati che uccidono di più
Al di là delle intenzioni non certo anti-americane dei radicali (di molti altri forse sì), è però fuor di dubbio che il segno politico della battaglia per la moratoria sulla pena di morte, l'aver voluto cioè far esprimere l'Onu, sia stato in quei termini percepito sull'altra sponda dell'Atlantico. Sarà un effetto di quelli non desiderati, ma reale. Essendo gente pratica, gli americani scarsa o nulla importanza hanno attribuito al voto dell'Onu, perché incapace di produrre effetti più che meramente simbolici.
Nei giorni scorsi sia il Washington Post che il New York Times, nell'elencare i dati e i segnali che indicano una moratoria de facto della pena di morte negli Usa, moratoria vista con favore da entrambi i quotidiani, non hanno nemmeno citato il voto dell'Assemblea generale dell'Onu.
Ma far approvare la moratoria dal Comitato per i Diritti umani prima, e dall'Assemblea generale poi, organi screditatissimi proprio in tema di democrazia e diritti umani, politicamente ha significato porre sullo stesso piano "morale" paesi diversissimi come Stati Uniti e Iran, India e Pakistan, Cina e Giappone.
La pena capitale nel mondo è causa ogni anno di circa 5 mila morti, una minima parte dei morti causati direttamente o indirettamente dagli Stati, tra genocidi, repressioni, pulizie etniche, fame e sottosviluppo, guerre. Dei 51 paesi mantenitori della pena di morte, 40 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In questi paesi, nel 2006, sono state compiute almeno 5.564 esecuzioni, pari al 98,8% del totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa l'89% del totale mondiale.
Se il 98,8% delle esecuzioni hanno luogo in paesi dittatoriali, è lecito concludere che il problema della pena di morte sia solo un capitolo del più grande dossier che va sotto il nome di "dittatura". E allora, porre sullo stesso piano dal punto di vista politico e morale grandi democrazie e "stati canaglia", confondere un istituto di diritto penale, seppure brutale, comunque interno ad uno stato di diritto, con la violazione sistematica dei diritti umani fondamentali, è un regalo politico alle dittature responsabili del 98,8% delle esecuzioni nel mondo.
Gli Stati che uccidono di più - legalmente o no - sono quelli dove mancano democrazia, libertà e stato di diritto. Se non si inserisce il problema della pena di morte, in qualche modo sciogliendolo, all'interno di questa cornice più grande, si rischia di non cogliere il punto e di confondere i fronti.
Allo studioso John R. Schmidt il Dipartimento di Stato Usa ha affidato un'analisi sulla campagna europea e italiana contro la pena di morte. Uno studio da think tank, «limitato agli esperti e poco pubblicizzato», ma avviato da tempo. Ne ha parlato Massimo Franco, prima di Natale, sul Corriere della Sera. Durante tutto l'iter della moratoria e dopo la sua approvazione, il silenzio della stampa statunitense è stato «quasi totale», ma nel frattempo il Dipartimento di Stato faceva ricostruire «genesi e dinamiche» per valutare in anticipo «le motivazioni e le conseguenze della vittoria in primo luogo europea ed italiana».
La conclusione a cui è giunto Schmidt è che si tratta di «un tema-simbolo che le élites del Vecchio Continente hanno scelto da tempo per costruire una propria identità. E che ormai rappresenta non più un argomento di politica interna all'Ue, ma un biglietto da visita per esportare ed affermare un profilo internazionale autonomo; e con venature morali che storicamente l'Europa ha teso a rimproverare alla politica estera degli Stati Uniti», riassume Franco, riportando quanto annota Schmidt in un breve saggio apparso su Survival, la rivista dell'International Institute for Strategic Studies di Londra: «Il tema della pena di morte dimostra che esistono due visioni in competizione, che potrebbero provocare nel tempo frizioni crescenti nei rapporti transatlantici».
Gli Usa sono diventati uno dei principali bersagli della campagna abolizionista, anche perché essendo un paese alleato e democratico, le opinioni si possono liberamente esprimere, senza rischiare il carcere o rappresaglie commerciali. C'è un altro motivo, però, per cui gli abolizionisti puntano il dito contro gli Stati Uniti: perché sono sempre stati visti come una culla della democrazia, della libertà e dei diritti umani. Eppure, la pena di morte di certo non ha a che fare con la democrazia e la libertà, e con i diritti umani solo secondo una concezione estesa e progressista di essi che assolutizza la sacralità della vita.
Sul piano squisitamente morale, infatti, si potrebbe persino discutere la "moralità" di uno Stato che garantisca a un omicida vitto, alloggio, cure pluridecennali, mentre gran parte della sua popolazione muore di fame e malattie. Una condizione che potrebbe riguardare decine di stati, suprattutto in Africa.
«L'ironia - annota l'analista - è che durante la Guerra fredda molti alleati europei esitavano ad appoggiare le campagne contro le violazioni dei diritti umani da parte dell'Urss: dovevano essere stimolati da Washington». La vittoria della moratoria va attribuita alle élites europee, sottolinea Schmidt, «non nasce da un'ondata di indignazione popolare. L'ostilità contro la pena di morte è un tema elitario», scelto accuratamente a fini interni. A lungo si potrebbe discutere su questa valutazione. E' indubbio però che l'opinione pubblica su questo tema si esprime facendosi molto condizionare dall'emotività.
E' molto politically correct in Europa dirsi contrari alla pena di morte, sulla spinta di un sentimento solidaristico-umanitario promosso dalla cultura, dall'arte e dal cinema, dallo star-system, anche americano. Ma sull'onda emotiva di efferati delitti, la pena di morte smette di essere un tabù. Rispetto poi a quanto accade nel resto del mondo, fuori dall'Europa, gli europei si dimostrano disinteressati alla pena di morte come a molti altri temi, sono degli irriducibili isolazionisti. Che l'Europa sia diventata «la seconda presenza moralizzatrice nella comunità internazionale», è quindi un giudizio quanto meno affrattato, se non palesemente infondato.
Più che la pena di morte, avvertito a Washington come tema minore, se non altro perché è ciascuno stato e non il governo federale a decidere democraticamente, preoccupano le «lacerazioni» sulla guerra in Iraq e quelle, possibili venture, sulla crisi iraniana. Probabilmente, un altro difetto dell'analisi di Schmidt è quello di osservare l'Europa come un interlocutore più o meno unitario, mentre le differenze culturali e le divisioni politiche sono ancora marcate.
Il Corriere ha intervistato su quest'analisi il radicale Marco Cappato, che ha farcito la sua replica criticando gli Usa per l'uso degli «strumenti militari, seguendo peraltro interessi legati al petrolio», che avrebbero prodotto «risultati devastanti». Tra questi, secondo Cappato, «basta guardare come, negli Stati arabi, sia crollata la popolarità della stessa parola democrazia». La risposta di Cappato non fa che confermare l'ipotesi di Schmidt. A noi non risulta che la parola democrazia sia stata mai molto amata in quella regione prima del 2003. Piuttosto, osserviamo che le "piazze arabe" non si sono affatto lasciate andare a violenze anti-americane e anti-occidentali, come molti avevano predetto prima dell'invasione dell'Iraq.
Nei giorni scorsi sia il Washington Post che il New York Times, nell'elencare i dati e i segnali che indicano una moratoria de facto della pena di morte negli Usa, moratoria vista con favore da entrambi i quotidiani, non hanno nemmeno citato il voto dell'Assemblea generale dell'Onu.
Ma far approvare la moratoria dal Comitato per i Diritti umani prima, e dall'Assemblea generale poi, organi screditatissimi proprio in tema di democrazia e diritti umani, politicamente ha significato porre sullo stesso piano "morale" paesi diversissimi come Stati Uniti e Iran, India e Pakistan, Cina e Giappone.
La pena capitale nel mondo è causa ogni anno di circa 5 mila morti, una minima parte dei morti causati direttamente o indirettamente dagli Stati, tra genocidi, repressioni, pulizie etniche, fame e sottosviluppo, guerre. Dei 51 paesi mantenitori della pena di morte, 40 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In questi paesi, nel 2006, sono state compiute almeno 5.564 esecuzioni, pari al 98,8% del totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa l'89% del totale mondiale.
Se il 98,8% delle esecuzioni hanno luogo in paesi dittatoriali, è lecito concludere che il problema della pena di morte sia solo un capitolo del più grande dossier che va sotto il nome di "dittatura". E allora, porre sullo stesso piano dal punto di vista politico e morale grandi democrazie e "stati canaglia", confondere un istituto di diritto penale, seppure brutale, comunque interno ad uno stato di diritto, con la violazione sistematica dei diritti umani fondamentali, è un regalo politico alle dittature responsabili del 98,8% delle esecuzioni nel mondo.
Gli Stati che uccidono di più - legalmente o no - sono quelli dove mancano democrazia, libertà e stato di diritto. Se non si inserisce il problema della pena di morte, in qualche modo sciogliendolo, all'interno di questa cornice più grande, si rischia di non cogliere il punto e di confondere i fronti.
Allo studioso John R. Schmidt il Dipartimento di Stato Usa ha affidato un'analisi sulla campagna europea e italiana contro la pena di morte. Uno studio da think tank, «limitato agli esperti e poco pubblicizzato», ma avviato da tempo. Ne ha parlato Massimo Franco, prima di Natale, sul Corriere della Sera. Durante tutto l'iter della moratoria e dopo la sua approvazione, il silenzio della stampa statunitense è stato «quasi totale», ma nel frattempo il Dipartimento di Stato faceva ricostruire «genesi e dinamiche» per valutare in anticipo «le motivazioni e le conseguenze della vittoria in primo luogo europea ed italiana».
La conclusione a cui è giunto Schmidt è che si tratta di «un tema-simbolo che le élites del Vecchio Continente hanno scelto da tempo per costruire una propria identità. E che ormai rappresenta non più un argomento di politica interna all'Ue, ma un biglietto da visita per esportare ed affermare un profilo internazionale autonomo; e con venature morali che storicamente l'Europa ha teso a rimproverare alla politica estera degli Stati Uniti», riassume Franco, riportando quanto annota Schmidt in un breve saggio apparso su Survival, la rivista dell'International Institute for Strategic Studies di Londra: «Il tema della pena di morte dimostra che esistono due visioni in competizione, che potrebbero provocare nel tempo frizioni crescenti nei rapporti transatlantici».
Gli Usa sono diventati uno dei principali bersagli della campagna abolizionista, anche perché essendo un paese alleato e democratico, le opinioni si possono liberamente esprimere, senza rischiare il carcere o rappresaglie commerciali. C'è un altro motivo, però, per cui gli abolizionisti puntano il dito contro gli Stati Uniti: perché sono sempre stati visti come una culla della democrazia, della libertà e dei diritti umani. Eppure, la pena di morte di certo non ha a che fare con la democrazia e la libertà, e con i diritti umani solo secondo una concezione estesa e progressista di essi che assolutizza la sacralità della vita.
Sul piano squisitamente morale, infatti, si potrebbe persino discutere la "moralità" di uno Stato che garantisca a un omicida vitto, alloggio, cure pluridecennali, mentre gran parte della sua popolazione muore di fame e malattie. Una condizione che potrebbe riguardare decine di stati, suprattutto in Africa.
«L'ironia - annota l'analista - è che durante la Guerra fredda molti alleati europei esitavano ad appoggiare le campagne contro le violazioni dei diritti umani da parte dell'Urss: dovevano essere stimolati da Washington». La vittoria della moratoria va attribuita alle élites europee, sottolinea Schmidt, «non nasce da un'ondata di indignazione popolare. L'ostilità contro la pena di morte è un tema elitario», scelto accuratamente a fini interni. A lungo si potrebbe discutere su questa valutazione. E' indubbio però che l'opinione pubblica su questo tema si esprime facendosi molto condizionare dall'emotività.
E' molto politically correct in Europa dirsi contrari alla pena di morte, sulla spinta di un sentimento solidaristico-umanitario promosso dalla cultura, dall'arte e dal cinema, dallo star-system, anche americano. Ma sull'onda emotiva di efferati delitti, la pena di morte smette di essere un tabù. Rispetto poi a quanto accade nel resto del mondo, fuori dall'Europa, gli europei si dimostrano disinteressati alla pena di morte come a molti altri temi, sono degli irriducibili isolazionisti. Che l'Europa sia diventata «la seconda presenza moralizzatrice nella comunità internazionale», è quindi un giudizio quanto meno affrattato, se non palesemente infondato.
Più che la pena di morte, avvertito a Washington come tema minore, se non altro perché è ciascuno stato e non il governo federale a decidere democraticamente, preoccupano le «lacerazioni» sulla guerra in Iraq e quelle, possibili venture, sulla crisi iraniana. Probabilmente, un altro difetto dell'analisi di Schmidt è quello di osservare l'Europa come un interlocutore più o meno unitario, mentre le differenze culturali e le divisioni politiche sono ancora marcate.
Il Corriere ha intervistato su quest'analisi il radicale Marco Cappato, che ha farcito la sua replica criticando gli Usa per l'uso degli «strumenti militari, seguendo peraltro interessi legati al petrolio», che avrebbero prodotto «risultati devastanti». Tra questi, secondo Cappato, «basta guardare come, negli Stati arabi, sia crollata la popolarità della stessa parola democrazia». La risposta di Cappato non fa che confermare l'ipotesi di Schmidt. A noi non risulta che la parola democrazia sia stata mai molto amata in quella regione prima del 2003. Piuttosto, osserviamo che le "piazze arabe" non si sono affatto lasciate andare a violenze anti-americane e anti-occidentali, come molti avevano predetto prima dell'invasione dell'Iraq.
Thursday, December 20, 2007
Moratoria, successo sopravvalutato
La moratoria Onu sulla pena di morte è stata ignorata dalla stampa estera. Solo trafiletti sui quotidiani Usa. Intanto, negli Stati Uniti diminuiscono le esecuzioni - mai così poche negli ultimi 13; il New Jersey ha abolito la pena di morte dopo una moratoria de facto che dura dal '62; la Corte Suprema sta esaminando la costituzionalità delle iniezioni letali. Segni inequivocabili che i più efficaci strumenti per mettere in discussione la pena di morte sono la democrazia, lo stato di diritto. Dunque, la loro promozione e diffusione.
Dei 51 paesi mantenitori della pena di morte, 40 sono dittatoriali, autoritari o illiberali. In questi paesi, nel 2006, sono state compiute almeno 5.564 esecuzioni, pari al 98,8% del totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa l'89% del totale mondiale; l'Iran ne ha effettuate almeno 215. Negli Usa un film è senz'altro più efficace che una pronuncia della screditatissima Onu.
L'impegno per la moratoria non solleva il Governo Prodi dalla responsabilità di una politica estera poco attenta ai diritti umani, tanto più che è discutibile che tra questi rientri anche l'abolizione della pena di morte.
Stefano Vaccara, su America Oggi, racconta di aver stuzzicato il ministro D'Alema sull'incoerenza del governo. Ieri, durante la conferenza stampa, gli ha chiesto «perché proprio nei giorni in cui l'Italia con coraggio combatteva per far rientrare la pena di morte come una questione di diritti umani in seno all'Onu, il suo governo si rifiutava di incontrare il Dalai Lama in visita in Italia. La "Ragione di Stato", come ha alla fine confessato in tv Prodi, è dove si ferma la coerenza del suo governo a favore del diritto e della dignità umana che, in questo caso, dovrebbe valere anche per il popolo tibetano oppresso dalla Cina?»
«Al governo non è giunta una richiesta ufficiale...» di un incontro, ha risposto stizzito il ministro, che però si è trovato a condividere con Vaccara l'ascensore della Rappresentanza italiana all'Onu:
Dei 51 paesi mantenitori della pena di morte, 40 sono dittatoriali, autoritari o illiberali. In questi paesi, nel 2006, sono state compiute almeno 5.564 esecuzioni, pari al 98,8% del totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa l'89% del totale mondiale; l'Iran ne ha effettuate almeno 215. Negli Usa un film è senz'altro più efficace che una pronuncia della screditatissima Onu.
L'impegno per la moratoria non solleva il Governo Prodi dalla responsabilità di una politica estera poco attenta ai diritti umani, tanto più che è discutibile che tra questi rientri anche l'abolizione della pena di morte.
Stefano Vaccara, su America Oggi, racconta di aver stuzzicato il ministro D'Alema sull'incoerenza del governo. Ieri, durante la conferenza stampa, gli ha chiesto «perché proprio nei giorni in cui l'Italia con coraggio combatteva per far rientrare la pena di morte come una questione di diritti umani in seno all'Onu, il suo governo si rifiutava di incontrare il Dalai Lama in visita in Italia. La "Ragione di Stato", come ha alla fine confessato in tv Prodi, è dove si ferma la coerenza del suo governo a favore del diritto e della dignità umana che, in questo caso, dovrebbe valere anche per il popolo tibetano oppresso dalla Cina?»
«Al governo non è giunta una richiesta ufficiale...» di un incontro, ha risposto stizzito il ministro, che però si è trovato a condividere con Vaccara l'ascensore della Rappresentanza italiana all'Onu:
«... ritrovandomi di fronte il ministro, osservo che i tempi della visita del Dalai Lama sono stati "sfortunati"... "Mi spieghi perché?" mi chiede D'Alema con fare sarcastico. Lo aveva appena spiegato lui in conferenza stampa, dicendo che alcuni paesi potenti che avevano votato contro la moratoria sulla pena di morte non si erano comunque impegnati nell'ostruzionismo: "Ministro, ma se Prodi avesse incontrato il Dalai Lama chissà cosa la Cina avrebbe potuto combinare oggi all'Onu..." D'Alema ascolta. Noi lo provochiamo ancora: Bush ha visto il Dalai Lama. "Sì ma non alla Casa Bianca.." dice un funzionario. E allora? Prodi poteva incontrarlo a Piazza Navona! D'Alema ci guarda, accenna qualcosa ma poi dice. "Neanche il Papa lo ha incontrato, lei lo sa perché?" Certo, per la stessa paura vostra, quella di ritorsioni ai cattolici cinesi. Insistiamo: ministro l'Italia rischia tanto, però la cancelliera tedesca Merkel l'ha ricevuto il Dalai Lama e la Germania ha tanti interessi in Cina, significa forse che l'Italia non ha la stessa forza della Germania per non farsi imporrre chi può incontrare il suo capo del governo, è così? Le porte dell'ascensore si aprono. Una liberazione per il ministro dalle domande del cronista».Una «giornata storica», per l'Italia all'Onu. «Eppure, al di là di ogni ipocrisia, dopo quelle dichiarazioni sulle "ragioni di stato", il governo italiano ha ancora molta strada da compiere prima di potersi ergere ad esempio per gli altri nella difesa dei diritti umani nel mondo», conclude Vaccara.
Tuesday, December 18, 2007
Il più bel dono di Natale (e un po' di carbone)
Una notizia buona e una cattiva per i radicali. La buona è che finalmente è stata approvata dall'Assemblea generale dell'Onu la moratoria sulla pena di morte. Una vittoria dell'Italia, che l'ha promossa prima in sede Ue e che poi è stata affiancata da grandi nazioni di tutti i continenti, il cui merito va però ai radicali. Senza la spinta decisiva di Pannella, Bonino e compagni, durata ben 14 anni, sia nei momenti più difficili che in quelli più promettenti, nessun governo avrebbe avuto la forza di volontà necessaria per raggiungere questo obiettivo, che - ricordiamolo - è simbolico. Perché da domani gli Stati in cui vige la pena di morte non saranno obbligati a rendere esecutiva la moratoria, che rimane un auspicio dell'Assemblea generale.
Dispiace, purtroppo, che in pochi vogliano riconoscere i meriti dei radicali. Tra questi non c'è sicuramente D'Alema, cui la parola "radicali" non riesce proprio a sfuggire di bocca. «Gratitudine alla società civile», dichiara genericamente il ministro degli Esteri, citando «organizzazioni non-governative come Nessuno Tocchi Caino e Amnesty International, ma senza neanche nominare quello che è un partito politico, il Partito Radicale, né Marco Pannella, che ci ha rimesso la salute, né la Bonino, che è sua collega.
Il presidente del Consiglio Prodi ringrazia «i ministri D'Alema e Bonino per il loro totale impegno, gli altri membri del governo, le istituzioni, le associazioni e i singoli cittadini che con noi si sono mobilitati per raggiungere questo risultato». Anche qui perché non fare riferimento al contributo decisivo di uno in particolare dei partiti che fanno parte della coalizione di governo. Il presidente della Repubblica Napolitano ringrazia Parlamento, Governo, Ministro degli Affari Esteri, Rappresentanza d'Italia presso le Nazioni Unite, società civile italiana. Nessun nome.
Fanno eccezione finora il presidente del Senato Franco Marini, che ha evidenziato il ruolo «in particolare» dei Radicali e di Marco Pannella, e del ministro Rutelli, che ha sottolineato «il successo sia del Governo che dell'opposizione, perché eravamo uniti. Ma anche dei radicali e del mondo delle associazioni, dalla Comunità di Sant'Egidio ad Amnesty International».
Un successo comunque subito divenuto nazional-popolare, acclamato da tutto l'arco costituzionale. E il titolo di questo post riprende una delle tante dichiarazioni - non diremo di chi - per dare il senso del genere di retorica che unisce il nostro Paese in questi momenti.
Ma il Natale non porta con sé solo doni, arriva pure un po' di carbone. E' la cattiva notizia: proprio oggi, infatti, è ufficiale che il gruppo della Rosa nel Pugno alla Camera ha finalmente cambiato denominazione, a seguito della semplice «constatazione» del fallimento dell'«esperimento politico» Rosa nel Pugno. I 21 deputati che ne fanno parte hanno all'unanimità scelto di chiamarsi "Socialisti e Radicali-Rnp".
E' prevalsa la ragione identitaria sui due aggettivi, "laici e liberali", che d'altra parte hanno fatto parte della politica della Rosa nel Pugno forse solo in un primissimo momento. Ma in questo anno e mezzo alla Camera, e soprattutto al governo, non si può certo dire che quei deputati e il ministro radicale abbiano espresso una politica liberale - semmai flebilmente riformista - né laica. Certo, hanno sposato la nuova agenda dei diritti civili, ma senza dare prova di laicità nel metodo, rispetto agli altri temi, ai rapporti con il governo e persino al loro interno.
Dispiace, purtroppo, che in pochi vogliano riconoscere i meriti dei radicali. Tra questi non c'è sicuramente D'Alema, cui la parola "radicali" non riesce proprio a sfuggire di bocca. «Gratitudine alla società civile», dichiara genericamente il ministro degli Esteri, citando «organizzazioni non-governative come Nessuno Tocchi Caino e Amnesty International, ma senza neanche nominare quello che è un partito politico, il Partito Radicale, né Marco Pannella, che ci ha rimesso la salute, né la Bonino, che è sua collega.
Il presidente del Consiglio Prodi ringrazia «i ministri D'Alema e Bonino per il loro totale impegno, gli altri membri del governo, le istituzioni, le associazioni e i singoli cittadini che con noi si sono mobilitati per raggiungere questo risultato». Anche qui perché non fare riferimento al contributo decisivo di uno in particolare dei partiti che fanno parte della coalizione di governo. Il presidente della Repubblica Napolitano ringrazia Parlamento, Governo, Ministro degli Affari Esteri, Rappresentanza d'Italia presso le Nazioni Unite, società civile italiana. Nessun nome.
Fanno eccezione finora il presidente del Senato Franco Marini, che ha evidenziato il ruolo «in particolare» dei Radicali e di Marco Pannella, e del ministro Rutelli, che ha sottolineato «il successo sia del Governo che dell'opposizione, perché eravamo uniti. Ma anche dei radicali e del mondo delle associazioni, dalla Comunità di Sant'Egidio ad Amnesty International».
Un successo comunque subito divenuto nazional-popolare, acclamato da tutto l'arco costituzionale. E il titolo di questo post riprende una delle tante dichiarazioni - non diremo di chi - per dare il senso del genere di retorica che unisce il nostro Paese in questi momenti.
Ma il Natale non porta con sé solo doni, arriva pure un po' di carbone. E' la cattiva notizia: proprio oggi, infatti, è ufficiale che il gruppo della Rosa nel Pugno alla Camera ha finalmente cambiato denominazione, a seguito della semplice «constatazione» del fallimento dell'«esperimento politico» Rosa nel Pugno. I 21 deputati che ne fanno parte hanno all'unanimità scelto di chiamarsi "Socialisti e Radicali-Rnp".
E' prevalsa la ragione identitaria sui due aggettivi, "laici e liberali", che d'altra parte hanno fatto parte della politica della Rosa nel Pugno forse solo in un primissimo momento. Ma in questo anno e mezzo alla Camera, e soprattutto al governo, non si può certo dire che quei deputati e il ministro radicale abbiano espresso una politica liberale - semmai flebilmente riformista - né laica. Certo, hanno sposato la nuova agenda dei diritti civili, ma senza dare prova di laicità nel metodo, rispetto agli altri temi, ai rapporti con il governo e persino al loro interno.
Monday, November 19, 2007
Moratoria, un successo che traccia i limiti dei radicali
La risoluzione per la moratoria Onu della pena di morte ha compiuto nei giorni scorsi un passo decisivo verso l'approvazione definitiva da parte dell'Assemblea generale, cui giunge senza modifiche dal Comitato per i Diritti umani. Una vittoria limpida innanzitutto dei radicali, che si battono da 13 anni per questo risultato. Hanno avuto ragione nel procedere con questo strumento, piuttosto che con la velleitaria e controproducente proposta abolizionista. Senza la loro determinazione il governo italiano e la nostra diplomazia non avrebbero certo superato tutti gli ostacoli e l'inerzia europea alla passività. Vedremo ora se i loro calcoli sul consenso alla risoluzione in aula erano esatti.
Non occorre qui ricordare il carattere non vincolante di tale risoluzione. Abbiamo tutti a mente le decine, forse centinaia di deliberazioni dell'Assemblea generale volute dai paesi arabi (e spesso passate con la complicità europea) che per fortuna Israele ha sempre ignorato. Si tratta di una prima affermazione di principio, e forse non l'ultima, contro la pena di morte.
La scomparsa di questa pratica non è inevitabile, non è un esito scontato del progresso umano. Ma continuo a ritenere che non sia l'Onu la sede più appropriata dove condurre questa battaglia. Perché l'Onu è un ente inutile e screditato. Perché è nella disponibilità degli Stati prevedere nel proprio ordinamento la pena di morte, senza che ne derivi una loro illegittimità.
E' più importante, a mio avviso, attraverso la diffusione della democrazia e della rule of law, della libertà, restituire nelle mani di molti essere umani cui è stato tolto e a cui viene negato, il diritto naturale a farsi un'opinione sulla pena di morte (e non solo), eventualmente a battersi liberamente per la sua abolizione, e infine a decretarla attraverso il voto. Esercitando questi diritti, per esempio, proprio in questi giorni negli Usa la pena capitale viene messa in discussione ed è sempre più tema caldo del dibattito pubblico. La mancanza della democrazia e dello stato di diritto, non la pena di morte in sé, rende illegittimo il potere dei governi.
Ad essere ancora più chiari, come scrive Bill Emmott sul Corriere della Sera, «iniziative come questa mirano al bersaglio sbagliato. I nodi cruciali sul piano dei diritti umani e del diritto penale non riguardano il tipo di pena adottata, bensì il procedimento attraverso cui un criminale è accusato e condannato». E l'effetto che si determina è mettere sullo stesso piano gli ordinamenti di paesi come America, Giappone e India da un parte, e quelli di Cina, Iran e altre dittature dall'altra, che è un assurdo logico e un peccato di ingenuità politica.
L'arrivo all'Assemblea generale della proposta di moratoria è l'unico successo dei radicali nella loro prima esperienza di governo. E il fatto che in questo anno e mezzo abbiano puntato gran parte del loro tempo e delle loro (scarse) energie su questo obiettivo, commettendo invece gravi errori di valutazioni sull'operato del governo, mi costringe ad ammettere ciò che sono sempre stato restìo ad ammettere: sono più una ong che un vero e proprio partito, sanno portare avanti forse come nessun altro singole campagne, ma perdono di vista il quadro generale e, soprattutto, non sanno esprimere politicamente, rappresentare e comunicare, una visione, un progetto compiuto di società. L'unica volta che ci riuscirono, nel '99, presero l'8,5% alle elezioni europee, tesoretto subito dilapidato.
Non occorre qui ricordare il carattere non vincolante di tale risoluzione. Abbiamo tutti a mente le decine, forse centinaia di deliberazioni dell'Assemblea generale volute dai paesi arabi (e spesso passate con la complicità europea) che per fortuna Israele ha sempre ignorato. Si tratta di una prima affermazione di principio, e forse non l'ultima, contro la pena di morte.
La scomparsa di questa pratica non è inevitabile, non è un esito scontato del progresso umano. Ma continuo a ritenere che non sia l'Onu la sede più appropriata dove condurre questa battaglia. Perché l'Onu è un ente inutile e screditato. Perché è nella disponibilità degli Stati prevedere nel proprio ordinamento la pena di morte, senza che ne derivi una loro illegittimità.
E' più importante, a mio avviso, attraverso la diffusione della democrazia e della rule of law, della libertà, restituire nelle mani di molti essere umani cui è stato tolto e a cui viene negato, il diritto naturale a farsi un'opinione sulla pena di morte (e non solo), eventualmente a battersi liberamente per la sua abolizione, e infine a decretarla attraverso il voto. Esercitando questi diritti, per esempio, proprio in questi giorni negli Usa la pena capitale viene messa in discussione ed è sempre più tema caldo del dibattito pubblico. La mancanza della democrazia e dello stato di diritto, non la pena di morte in sé, rende illegittimo il potere dei governi.
Ad essere ancora più chiari, come scrive Bill Emmott sul Corriere della Sera, «iniziative come questa mirano al bersaglio sbagliato. I nodi cruciali sul piano dei diritti umani e del diritto penale non riguardano il tipo di pena adottata, bensì il procedimento attraverso cui un criminale è accusato e condannato». E l'effetto che si determina è mettere sullo stesso piano gli ordinamenti di paesi come America, Giappone e India da un parte, e quelli di Cina, Iran e altre dittature dall'altra, che è un assurdo logico e un peccato di ingenuità politica.
L'arrivo all'Assemblea generale della proposta di moratoria è l'unico successo dei radicali nella loro prima esperienza di governo. E il fatto che in questo anno e mezzo abbiano puntato gran parte del loro tempo e delle loro (scarse) energie su questo obiettivo, commettendo invece gravi errori di valutazioni sull'operato del governo, mi costringe ad ammettere ciò che sono sempre stato restìo ad ammettere: sono più una ong che un vero e proprio partito, sanno portare avanti forse come nessun altro singole campagne, ma perdono di vista il quadro generale e, soprattutto, non sanno esprimere politicamente, rappresentare e comunicare, una visione, un progetto compiuto di società. L'unica volta che ci riuscirono, nel '99, presero l'8,5% alle elezioni europee, tesoretto subito dilapidato.
Tuesday, August 07, 2007
Ondata di terrore islamo-fascista in Iran
Bella figura a costo zero. Di questo è capace il nostro premier. In Iran si continua a impiccare (dall'inizio dell'anno 149 condanne eseguite, secondo notizie di stampa e testimonianze), ma noi possiamo consolarci: il nostro governo sa ancora indignarsi.
Alla Farnesina, che attenendosi semplicemente alla linea concordata in sede Ue aveva espresso nei giorni scorsi «forte inquietudine italiana» per la nuova raffica di esecuzioni ordinate da Teheran, aveva risposto infastidito un portavoce degli Esteri iraniano accusandoci di «interferenza» nei loro affari interni. Giungeva così la replica di Prodi: «La nostra posizione è chiara e abbiamo diritto di esprimerla. Siamo contrari alla pena di morte e insistiamo sulla moratoria».
A rischio le buone relazioni con l'Iran? Neanche per idea. Il premier si dice sicuro di no: «Di fronte a problemi così chiari, espressi tante volte dal nostro governo, mi sembra fuori luogo ritenerli una novità. È la nostra linea politica». Linea coraggiosa? No, perché la moratoria Onu, ammesso che venga approvata, non impedirà all'Iran di continuare ad assassinare e a torturarte il proprio popolo. A fronte dell'indignazione italiana ed europea non c'è alcun atto concreto di pressione nei confronti di Teheran.
Proteste «benvenute, ma tardive e modeste», sottolinea oggi Emanuele Ottolenghi su Libero: «Se i diritti umani in Iran stanno davvero a cuore all'Europa, i mezzi non mancano per dar peso politico alle condanne. Ma forse l'interesse economico europeo farà sì che queste cadano nel nulla».
L'opinione pubblica non merita di essere ingannata. La Repubblica islamica viola da sempre i diritti umani in modo sistematico e brutale: gli oppositori (politici, sindacalisti, giornalisti, intellettuali) spariscono, o vengono torturati e uccisi, così come gli omosessuali e le adultere. E' al mondo il paese che mette a morte più minori e donne. Si sospetta anche una politica di pulizia etnica nelle zone non persiane.
A fronte di tutto questo, l'Europa rimane il primo partner commerciale dell'Iran degli ayatollah: il 41% di tutte le importazioni iraniane vengono da paesi europei e l'Europa è il primo mercato per i prodotti iraniani. L'Italia, in particolare, è il secondo esportatore europeo dopo la Germania. E in Iran non finiscono solo beni di consumo, ma anche tecnologia, infrastrutture e crediti bancari che rafforzano solo il regime.
«Se solo l'Europa - conclude Ottolenghi - interrompese la fornitura di pezzi di ricambio all'industria iraniana potrebbe mettere in ginocchio il regime». Quanto meno, dunque, è lecito attendersi che questa dipendenza commerciale venga non tanto interrotta, ma almeno usata come arma di pressione».
E' in corso attualmente in Iran, ha scritto Amir Taheri sul Wall Street Journal, «la più grande ondata di esecuzioni dal 1984»: circa 118 persone uccise nelle ultime sei settimane e almeno 150 lo saranno nelle prossime, ma non tutte le condanne vengono eseguite in pubblico, soprattutto quelle degli oppositori e degli esponenti delle minoranze etniche. Si tratta di «una campagna per terrorizzare una popolazione sempre più recalcitrante», per «neutralizzare leader sindacali, studenti attivisti, giornalisti e anche mullah che si oppongono al regime».
Le esecuzioni sono state accompagnate da ondate di arresti. Da aprile quasi mezzo milione di persone per accuse relative a sostanze stupefacenti; quasi un milione tra uomini e donne, secondo dati forniti da Ismail Muqaddam, comandante della polizia islamica, per aver violato il nuovo codice di abbigliamento. Per la maggior parte di loro si è trattato di un «avvertimento», sono usciti dopo poche ore, ma circa 40 mila sono rimasti dietro le sbarre. Sei mila tra uomini e donne sono in carcere per promiscuità sessuale al di fuori del matrimonio, ha fatto sapere il generale della polizia Hussein Zulfiqari.
I penitenziari scoppiano (150 mila reclusi a fronte di una capienza di 50 mila). Ma Ahmadinejad ha ordinato la conversione in prigioni di 41 uffici pubblici e la costruzione di 33 nuovi istituti. Poi ci sono le prigioni non ufficiali delle Guardie rivoluzionarie islamiche, sotto il diretto controllo della "Guida Suprema", Ali Khamenei, per gli oppositori più pericolosi.
Il regime, ci fa sapere Taheri, «teme soprattutto i movimenti sindacali, che negli ultimi 4 mesi hanno organizzato 12 scioperi e 47 dimostrazioni in varie parti del paese». La repressione sui manifestanti e sui sindacalisti è brutale, e va dal licenziamento all'uccisione. Così come è in atto «la più grande purga nelle università dalla Rivoluzione islamica nel 1980»: arresti, espulsioni, libri di testo riscritti, lettori e presidi licenziati. Sono stati ovviamente moltiplicati gli sforzi per «tagliare fuori gli iraniani dalle fonti di informazione all'esterno del paese»: migliaia di siti bloccati, raddoppiati gli autori e i libri proibiti. Dallo scorso aprile 30 tra quotidiani e riviste sono stati chiusi. Almeno 17 giornalisti sono in prigione, due già condannati a morte.
La versione ufficiale del regime è che la Repubblica iraniana è sotto l'attacco di complotti interni ed esterni, ma «la verità - conclude Taheri - è che di fronte al crescente malcontento popolare, la cricca khomeinista è vulnerabile ed estremamente preoccupata». Chissà che iniziando finalmente a sostenere dall'esterno questi movimenti di opposizione popolare l'Occidente non possa assestare quella spallata decisiva per far cadere uno dei più orribili regimi fascisti rimasti sulla faccia della terra.
Friday, June 22, 2007
Moratoria mai così vicina, radicali mai così lontani
E' fallita, invece, l'iniziativa dello sciopero della fame (e della sete a intermittenza) «a oltranza». L'obiettivo proclamato dallo stesso Pannella, il 14 aprile, era, infatti, di scongiurare un ulteriore rinvio e di «ottenere» il voto sulla risoluzione nella sessione dell'Assemblea generale «attualmente in corso».
Il 13 giugno, Prodi, incontrando a Palazzo Chigi Emma Bonino, Marco Pannella e Sergio D'Elia, li assicurava di essere «fermamente e assolutamente» determinato a presentare subito, già a questa assemblea, la risoluzione.
Il 18 giugno, dopo la riunione del Consiglio Ue, Prodi si dichiarava invece «estremamente soddisfatto» per la decisione del rinvio alla prossima sessione dell'Assemblea generale, definendolo comunque «un grande successo dell'Italia, delle associazioni, di chi, come i Radicali, non ha mai cessato di battersi sulla questione, del Parlamento e del nostro Governo» e ringraziando il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, «per aver insistito sulla necessità di procedere il più presto possibile con un atto concreto per una battaglia di civiltà che vede l'Italia in prima fila».
Mentre D'Alema ribadiva la richiesta italiana di presentare la moratoria già nella sessione in corso dell'Assemblea generale, senza ulteriori rinvii, il collega tedesco Frank-Walter Steinmeier, presidente di turno, faceva notare che l'orientamento maggioritatio degli Stati membri era per muoversi all'inizio della sessione successiva. Alla fine, il compromesso dell'«impegno formale» a presentare la moratoria agli inizi di settembre - che ha fornito ai radicali l'appiglio per cantare comunque vittoria - è arrivato grazie a Bernard Kouchner, ritornato ad essere per i pannelliani il «nostro amico», dopo che per il suo ingresso nel nuovo governo nominato da Sarkozy pareva essere stato degradato a "utile idiota" dell'odiato nuovo presidente francese.
Ma come hanno appreso la notizia della decisione del Cagre i radicali? Come sono usciti dal vicolo cieco della loro iniziativa «a oltranza». In modo piuttosto contraddittorio e pasticciato.
In un intervento telefonico a Radio Radicale, appena appresa la notizia del rinvio, Pannella, evidentemente male informato, tuonava contro l'Europa e il ministro D'Alema, che «in realtà ha giocato contro questa partita». A D'Alema «la coppa del grande buono a nulla», «ha ignorato testardamente le indicazioni del Parlamento italiano ed europeo». Il Cagre «non c'entrava nulla con l'iniziativa, se non per sabotarla». A settembre, ricordava Pannella con sarcasmo, «ce lo dicono da 14 anni».
In un secondo collegamento, 43 minuti dopo, non meglio precisate «informazioni superiori mutano totalmente il quadro della situazione». Grazie alla proposta del «nostro amico Kouchner è stato sconfitto il rinvio all'anno del mai». Insomma, di rinvio si tratta, ma diverso dagli altri, anche se sempre al settembre successivo, quello cui si rimanda da 14 anni. «Il successo è grande...», conclude Pannella, che però non salva D'Alema, «... malgrado l'insipienza e l'irresponsabilità del ministro degli Esteri».
Il giorno stesso interveniva in radio la Bonino, rivendicando il merito di «un successo che va certamente ascritto all'iniziativa nonviolenta radicale», ma avendo per il ministro D'Alema parole ben diverse da quelle di Pannella: «Penso che la posizione ferma tenuta dal ministro D'Alema abbia consentito una mediazione importante. Dico che è un successo, perché conosco bene quanto sia difficile avere l'unanimità dei 27 Paesi dell'Ue. E' il risultato della tenacia e di costi personali notevolissimi dei radicali che hanno saputo premere con determinazione sulla stessa tenuta del governo italiano affiché non si consentissero più rinvii senza data».
Anche altri rinvii rimandavano a una data, al settembre successivo, poi sistematicamente non rispettata. Cosa fa pensare che questa scadenza, al contrario delle altre, verrà rispettata, tanto da valutare diversamente dagli altri il significato di questo rinvio? La mediazione raggiunta è «vincolante per tutti» solo finché il Cagre, sempre sovrano, vorrà che così sia.
In una dichiarazione anche i digiunatori proclamavano «un sicuro e grande successo della iniziativa nonviolenta, dello sciopero della fame ad oltranza, della straordinaria mobilitazione internazionale dei Premi Nobel e delle unanimi prese di posizione del Parlamento italiano e di quello europeo».
Che con il compromesso del Consiglio Affari generali dell'Ue sia stato «scongiurato il rinvio all'anno del mai» della presentazione della moratoria è ancora tutto da vedere. Per ora, di un rinvio, l'ennesimo, si tratta, anche se stavolta accompagnato da un impegno lievemente più esplicito e determinato di quelli che hanno accompagnato rinvii precedenti. Non si capisce perché quella del settembre prossimo dovrebbe essere «una data che ora l'Ue, a differenza delle volte precedenti, è costretta a rispettare», trattandosi di una decisione su cui il Consiglio è totalmente sovrano.
Diciamo che ciò che i radicali hanno ottenuto è esattamente il rinvio contro cui hanno digiunato, con una promessa leggermente più impegnativa di quelle che si susseguono da 13 anni. Da una parte possono brindare al fatto che la moratoria sembra non essere mai stata così vicina come lo è oggi; dall'altra devono prendere atto che l'obiettivo dell'«oltranza» non è stato raggiunto. Tra l'altro, non si sono mai degnati di rispondere agli argomenti a favore del rinvio esposti in modo chiaro, settimane fa, dall'ambasciatore Fulci a l'Unità.
In tutto questo, il fatto che in questi mesi i radicali abbiano investito tutto e tutti, tempo, risorse, energie, sulla moratoria, lascia il sospetto che tra gli scopi non dichiarati ci fosse quello di allontanarsi il più possibile dalla realtà e dall'attualità italiana, che li vede imbarazzati quanto irrilevanti sostenitori di una fallimentare esperienza di governo illiberale.
Così, Francesco Damato, su il Giornale:
«Per fortuna di Marco Pannella ci sono ancora Paesi ostinatamente decisi a tenersi l'incivile pena di morte, ed altri disposti solo a parole a sostenere all'Onu una proposta di moratoria delle esecuzioni. Mi chiedo che cosa il buon Pannella, in condizioni diverse, avrebbe dovuto inventarsi, a che cosa avrebbe potuto appendere i suoi digiuni e appelli, guadagnandosi peraltro anche l'amichevole solidarietà del leader dell'opposizione, per distrarsi e distrarre i suoi militanti dall'aiuto che i radicali stanno dando alla miserevole sopravvivenza di questo governo e della sua maggioranza. Me lo chiedo naturalmente con la delusione di chi ha condiviso molte battaglie coraggiosamente condotte da Pannella nella sua ormai lunghissima attività politica. O di chi, pur sorpreso dalla decisione dei radicali di aderire con l'avventura della "Rosa nel pugno" alla Unione - si fa per dire - di Romano Prodi, consentendole di vincere per il rotto della cuffia le elezioni politiche dell'anno scorso, si è per un po' consolato scommettendo sulla loro capacità di tirarsene fuori in tempo per non esserne travolti nella caduta».
La moratoria Onu sulla pena di morte è una battaglia da portare avanti, ma se si ignorano totalmente, per mesi, passaggi cruciali dell'attività del governo di cui si fa parte, che hanno e avranno effetti negativi su milioni di cittadini (e di cui gli elettori chiederanno conto), il rischio è quello dell'effetto straniamento. Un soggetto politico incapace di calibrare le proprie forze su più fronti, in modo da non perdere di vista le questioni che più da vicino toccano i cittadini, è destinato ad autorecludersi in una nicchia ovattata.
I radicali come soggetto politico non sono mai stati, forse, più lontani di quanto lo sono oggi dagli italiani. Non perché, come spesso è accaduto, le loro iniziative sono state oscurate dai media, ma perché a voler affrontare le vere questioni sociali che oggi preoccupano i cittadini dovrebbero fare i conti con la condizione di irrilevanza in cui si sono cacciati. La giungla degli ultimi giapponesi di Prodi, da cui non sanno come uscire.
Wednesday, April 18, 2007
Moratoria. Radicali "a testa bassa"
I radicali citano sempre l'ambasciatore Francesco Paolo Fulci, ma ora non si accorgono che proprio lui suggerisce il rinvio a settembre
Da tempo crediamo che l'Onu faccia più danni che altro, che sia urgente una nuova organizzazione internazionale. Anzi no. Non un'organizzazione, per ora, ma un'alleanza, politica e militare, che superi anche la Nato, che ne sia una versione aggiornata alle sfide del nuovo secolo: un'Alleanza delle Democrazie, con compiti di promozione della democrazia e dello stato di diritto, di monitoraggio interno ai suoi membri e di difesa dalle minacce esterne.
Ebbene, in questi giorni l'Onu ha superato se stessa, entrando nel teatrino dell'assurdo. Mentre Ahmadinejad annunciava il via all'arricchimento dell'uranio «a livello industriale», l'Iran veniva eletto alla vicepresidenza della Commissione Disarmo e Non Proliferazione. Attualmente, inoltre, l'Iraq presiede la Commissione dei Diritti umani e il Bahrein l'Assemblea generale. Nel frattempo, Marco Pannella annuncia insieme ad altri radicali che lo sciopero della fame iniziato il 21 marzo, da forma di pressione, da contributo al potere perché trovi la forza di dar seguito ai propri impegni per la moratoria universale della pena di morte, si trasforma in iniziativa nonviolenta «a oltranza», cioè fino al perseguimento dell'obiettivo, ricorrendo anche allo sciopero della sete, se il governo dovesse ritenere inevitabile il rinvio a settembre della presentazione della risoluzione all'Assemblea generale dell'Onu.
Tuttavia, nell'assumere questa gravissima iniziativa, i radicali sembrano ignorare i dati di fatto esposti dall'ambasciatore Fulci in un'intervista rilasciata a l'Unità. Per un verso Fulci concorda con i radicali: dall'Unione europea occorre ottenere «un minimo di luce verde», ma poi bisogna procedere con i Paesi europei e quelli extra-europei che ci stanno, senza attendere un'unanimità assai improbabile. A D'Alema lancia quindi lo stesso messaggio di Emma Bonino: «Occorre a questo punto cambiare strategia, e passare da un'iniziativa a guida europea ad un'altra a guida dei Paesi piu "volenterosi", non solo europei ma di tutti i continenti, direttamente all'Onu», e mirando alla risoluzione, senza passare per la dichiarazione in carta semplice già firmata da 85 Paesi, anche perché su quella è più facile che ci siano ripensamenti.
Tuttavia, l'ambasciatore Fulci sconsiglia di procedere già nell'Assemblea generale in corso e suggerisce di rinviare l'iniziativa a settembre, quando si aprirà una nuova sessione, apprezzando, su questo, la «saggezza» del ministro degli Esteri. I suoi sono argomenti fondatissimi, che mettono in dubbio la validità dell'ostinato approccio dei radicali che insistono a voler presentare la risoluzione subito, "hic et nunc". Invita alla «pazienza» e alla «cautela», perché «la situazione attuale all'Onu per condurre questa battaglia non è certamente tra le più favorevoli». La Presidente dell'Assemblea generale è un'alta funzionaria del Bahrein esperta sul piano procedurale, il più alto Consigliere Giuridico di un paese che non solo mantiene nel suo ordinamento, ma pratica la pena di morte.
E la Presidenza dell'Assemblea generale, spiega Fulci, è di tipo anglosassone, per cui il Presidente non si limita a svolgere funzioni notarili, di garanzia, ma esercita un notevole ruolo di orientamento dei dibattiti e di indirizzo dell'agenda. Inoltre, la Terza Commissione, quella per i diritti dell'uomo, in cui la battaglia per la moratoria sarà prevalentemente combattuta, in questa sessione è presieduta dall'ambasciatore iracheno. Infine, il Comitato generale dell'Assemblea, che va consultato per calendarizzare il tema, composto dal Presidente, dai 16 Vicepresidenti, dai Presidenti delle sei Commissioni e dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, è perfettamente spaccato a metà tra i paesi che hanno ancora la pena di morte e paesi che l'hanno abolita o non la praticano.
La cosa che si può fare subito, suggerisce l'ambasciatore Fulci, è «accertare, perché lo si sa già nella stragrande maggioranza dei casi, a chi saranno affidate le presidenze dell'Assemblea, della Terza Commissione, e come sarà composto il Comitato generale della prossima sessione dell’Assemblea, che inizierà a settembre».
E iniziare naturalmente «un'opportuna e discreta opera di sensibilizzazione» e di preparazione del testo della risoluzione. Insomma, prepararsi al meglio per settembre. Siccome quelli di Fulci – di cui per altro proprio i radicali riconoscono l'autorevolezza – non sembrano le vaghe formule dilatorie di Prodi e D'Alema, ma argomenti concreti a favore del rinvio a settembre per una migliore preparazione giuridica, diplomatica e politica dell'iniziativa, ci aspetteremmo dai radicali non il rilancio a testa bassa, ideologico, ma che ci spieghino se vi siano motivi altrettanto ragionevoli che consigliano, invece, di agire al Palazzo di Vetro ora e subito.
Da tempo crediamo che l'Onu faccia più danni che altro, che sia urgente una nuova organizzazione internazionale. Anzi no. Non un'organizzazione, per ora, ma un'alleanza, politica e militare, che superi anche la Nato, che ne sia una versione aggiornata alle sfide del nuovo secolo: un'Alleanza delle Democrazie, con compiti di promozione della democrazia e dello stato di diritto, di monitoraggio interno ai suoi membri e di difesa dalle minacce esterne.
Ebbene, in questi giorni l'Onu ha superato se stessa, entrando nel teatrino dell'assurdo. Mentre Ahmadinejad annunciava il via all'arricchimento dell'uranio «a livello industriale», l'Iran veniva eletto alla vicepresidenza della Commissione Disarmo e Non Proliferazione. Attualmente, inoltre, l'Iraq presiede la Commissione dei Diritti umani e il Bahrein l'Assemblea generale. Nel frattempo, Marco Pannella annuncia insieme ad altri radicali che lo sciopero della fame iniziato il 21 marzo, da forma di pressione, da contributo al potere perché trovi la forza di dar seguito ai propri impegni per la moratoria universale della pena di morte, si trasforma in iniziativa nonviolenta «a oltranza», cioè fino al perseguimento dell'obiettivo, ricorrendo anche allo sciopero della sete, se il governo dovesse ritenere inevitabile il rinvio a settembre della presentazione della risoluzione all'Assemblea generale dell'Onu.
Tuttavia, nell'assumere questa gravissima iniziativa, i radicali sembrano ignorare i dati di fatto esposti dall'ambasciatore Fulci in un'intervista rilasciata a l'Unità. Per un verso Fulci concorda con i radicali: dall'Unione europea occorre ottenere «un minimo di luce verde», ma poi bisogna procedere con i Paesi europei e quelli extra-europei che ci stanno, senza attendere un'unanimità assai improbabile. A D'Alema lancia quindi lo stesso messaggio di Emma Bonino: «Occorre a questo punto cambiare strategia, e passare da un'iniziativa a guida europea ad un'altra a guida dei Paesi piu "volenterosi", non solo europei ma di tutti i continenti, direttamente all'Onu», e mirando alla risoluzione, senza passare per la dichiarazione in carta semplice già firmata da 85 Paesi, anche perché su quella è più facile che ci siano ripensamenti.
Tuttavia, l'ambasciatore Fulci sconsiglia di procedere già nell'Assemblea generale in corso e suggerisce di rinviare l'iniziativa a settembre, quando si aprirà una nuova sessione, apprezzando, su questo, la «saggezza» del ministro degli Esteri. I suoi sono argomenti fondatissimi, che mettono in dubbio la validità dell'ostinato approccio dei radicali che insistono a voler presentare la risoluzione subito, "hic et nunc". Invita alla «pazienza» e alla «cautela», perché «la situazione attuale all'Onu per condurre questa battaglia non è certamente tra le più favorevoli». La Presidente dell'Assemblea generale è un'alta funzionaria del Bahrein esperta sul piano procedurale, il più alto Consigliere Giuridico di un paese che non solo mantiene nel suo ordinamento, ma pratica la pena di morte.
E la Presidenza dell'Assemblea generale, spiega Fulci, è di tipo anglosassone, per cui il Presidente non si limita a svolgere funzioni notarili, di garanzia, ma esercita un notevole ruolo di orientamento dei dibattiti e di indirizzo dell'agenda. Inoltre, la Terza Commissione, quella per i diritti dell'uomo, in cui la battaglia per la moratoria sarà prevalentemente combattuta, in questa sessione è presieduta dall'ambasciatore iracheno. Infine, il Comitato generale dell'Assemblea, che va consultato per calendarizzare il tema, composto dal Presidente, dai 16 Vicepresidenti, dai Presidenti delle sei Commissioni e dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, è perfettamente spaccato a metà tra i paesi che hanno ancora la pena di morte e paesi che l'hanno abolita o non la praticano.
La cosa che si può fare subito, suggerisce l'ambasciatore Fulci, è «accertare, perché lo si sa già nella stragrande maggioranza dei casi, a chi saranno affidate le presidenze dell'Assemblea, della Terza Commissione, e come sarà composto il Comitato generale della prossima sessione dell’Assemblea, che inizierà a settembre».
E iniziare naturalmente «un'opportuna e discreta opera di sensibilizzazione» e di preparazione del testo della risoluzione. Insomma, prepararsi al meglio per settembre. Siccome quelli di Fulci – di cui per altro proprio i radicali riconoscono l'autorevolezza – non sembrano le vaghe formule dilatorie di Prodi e D'Alema, ma argomenti concreti a favore del rinvio a settembre per una migliore preparazione giuridica, diplomatica e politica dell'iniziativa, ci aspetteremmo dai radicali non il rilancio a testa bassa, ideologico, ma che ci spieghino se vi siano motivi altrettanto ragionevoli che consigliano, invece, di agire al Palazzo di Vetro ora e subito.
Monday, April 09, 2007
Dal Campidoglio a San Pietro
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Riconciliazione nazionale. L'abbraccio tra Cossiga e Sofri. La pace tra lo Stato e la Lotta Continua. Quasi come se avessero solo scherzato. In vecchiaia i nemici di una volta cementano una strana solidarietà, basata sulla condivisione di terribili segreti, gelosamente custoditi. Mica vorrete che il paese si dimentichi di loro?
Riconciliazione nazionale. L'abbraccio tra Cossiga e Sofri. La pace tra lo Stato e la Lotta Continua. Quasi come se avessero solo scherzato. In vecchiaia i nemici di una volta cementano una strana solidarietà, basata sulla condivisione di terribili segreti, gelosamente custoditi. Mica vorrete che il paese si dimentichi di loro?Saturday, April 07, 2007
L'inciviltà giuridica è la nostra
Oltre 5 mila esecuzioni nel 2005, di cui 60 nei soli Stati Uniti, 90 in Arabia Saudita, oltre 70 in Corea del Sud e 5 mila in Cina: cifre che «meritano il prezzo di una battaglia autentica», come scrive oggi Meneghini su Europa, ma che autorizzano a chiedersi come mai altre «battaglie autentiche», per salvare la vita e il futuro a milioni di persone, dal Darfur all'Iraq, dall'Afghanistan all'Iran e all'intero Medio Oriente, non vengano combattute. Nessuna marcia per la democrazia e contro il terrorismo, per gli afghani, per gli iracheni, per gli iraniani. Non viene organizzata e se anche lo fosse, dai soliti radicali, non vedremmo vip e sindaci, ministri e giornalisti accorrere per mettersi in posa.
Anzi, Meneghini suggerisce al governo (che sta facendo «benissimo», per carità, non sembri una critica!) di provocare scontri politici non sulla democrazia e sul rispetto dei diritti umani, ma sulla pena di morte. E non con la Cina (5 mila vittime ufficiali l'anno), ma con gli Stati Uniti: «Alla politica italiana (senza nulla togliere all'operato del governo in sede Ue e Onu, che procede benissimo) potrebbe giovare aprire qualche autentico incidente diplomatico con qualcuno di questi nostri ottimi partner commerciali e politici, ponendo apertamente il tema della loro inciviltà giuridica. Uno scandalo che oltrepassa i confini, non può essere accettato come prerogativa nazionale. La famosa opinione pubblica distante e diffidente capirebbe meglio un gesto del genere, crediamo, del finto litigio intorno ai confini di una base militare».
L'assenza di democrazia può invece essere accattata come «prerogativa nazionale»? E lo sfascio della giustizia italiana, l'assenza di stato di diritto, possono essere accettate come nostre «prerogative nazionali»? Pare di sì, se separazione delle carriere, obbligatorietà dell'azione penale, responsabilità civile dei magistrati, riforma del Csm, inappellabilità delle sentenze di assoluzione, non interessano a nessuno, né tanto meno a Europa e ai suoi referenti in Parlamento.
Sono queste assurdità che mi fanno preferire a quello italiano un sistema giudiziario in cui si rischia anche la pena di morte, ma in cui sono garantiti la terzietà del giudice, i poteri della difesa, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione, la certezza del diritto. Insomma, un sistema che funziona nel rispetto dello stato di diritto.
Anzi, Meneghini suggerisce al governo (che sta facendo «benissimo», per carità, non sembri una critica!) di provocare scontri politici non sulla democrazia e sul rispetto dei diritti umani, ma sulla pena di morte. E non con la Cina (5 mila vittime ufficiali l'anno), ma con gli Stati Uniti: «Alla politica italiana (senza nulla togliere all'operato del governo in sede Ue e Onu, che procede benissimo) potrebbe giovare aprire qualche autentico incidente diplomatico con qualcuno di questi nostri ottimi partner commerciali e politici, ponendo apertamente il tema della loro inciviltà giuridica. Uno scandalo che oltrepassa i confini, non può essere accettato come prerogativa nazionale. La famosa opinione pubblica distante e diffidente capirebbe meglio un gesto del genere, crediamo, del finto litigio intorno ai confini di una base militare».
L'assenza di democrazia può invece essere accattata come «prerogativa nazionale»? E lo sfascio della giustizia italiana, l'assenza di stato di diritto, possono essere accettate come nostre «prerogative nazionali»? Pare di sì, se separazione delle carriere, obbligatorietà dell'azione penale, responsabilità civile dei magistrati, riforma del Csm, inappellabilità delle sentenze di assoluzione, non interessano a nessuno, né tanto meno a Europa e ai suoi referenti in Parlamento.
Sono queste assurdità che mi fanno preferire a quello italiano un sistema giudiziario in cui si rischia anche la pena di morte, ma in cui sono garantiti la terzietà del giudice, i poteri della difesa, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione, la certezza del diritto. Insomma, un sistema che funziona nel rispetto dello stato di diritto.
Friday, April 06, 2007
Tutti in posa contro la pena di morte
Prodi non mancherà di sfruttare fino in fondo la nuova operazione d'immagine, come ha già fatto a Natale, sulla pelle di un Pannella consenziente, dal 21 marzo in sciopero della fame. La passerella è pronta, dal Campidoglio a piazza San Pietro passando per il Quirinale. Una vetrinetta mediatica regalata a vip di seconda o terza linea bisognosi di visibilità e ai sindaci, al Caro Sindaco, e ai "Buoni" di regime, mentre dal punto di vista politico l'iniziativa sembra giunta a un binario morto.
Sulla moratoria la strategia di Prodi e D'Alema, come dei governi precedenti, non è mai mutata. Non è mutata dopo la mobilitazione per Saddam Hussein e il costosissimo sciopero della sete di Pannella, come probabilmente non muterà trascorso il giorno della Pasqua: non muoversi se non con l'unanimità - piuttosto improbabile - dell'Unione europea.
Quel consenso unanime oggi non esiste, come non è mai esistito negli ultimi dieci anni. E dopo la vicenda Mastrogiacomo non è che in importanti capitali europee, come Londra e Berlino, o a Washington, brilli un qualche particolare apprezzamento per il nostro governo. Dunque, continuare a mettere davanti, come paravento, l'agire di concerto con l'Unione europea, come se fosse un principio inderogabile, ha l'unico effetto, consapevole, di indebolire le prospettive di successo della campagna.
Da dicembre ad oggi la moratoria sarebbe stata l'impegno «prioritario», così lo ha definito Vernetti, del Governo, che però non è riuscito a smuovere di un centimetro la posizione dell'Ue, contraria alla presentazione di una risoluzione come lo era a dicembre. C'è l'ostruzionismo di alcuni paesi europei, in particolare Danimarca e Olanda, mai affrontato e denunciato apertamente, bensì accettato in silenzio. In questi quattro mesi il numero dei firmatari sulla dichiarazione - non la risoluzione, ma quel documento meramente simbolico contro la pena di morte su cui si è finora impegnato il governo - si è ampliato di soli tre paesi.
Oggi Prodi ha espresso la sua convinta adesione alla marcia, che però ha una precisa piattaforma politica, un obiettivo unico: la presentazione di una risoluzione per la moratoria all'Assemblea generale dell'Onu attualmente in corso. Ci chiediamo se ne sia consapevole e se intenda comportarsi di conseguenza, oltre a mettersi in posa per la fotografia con i "buoni". Intendiamoci. Non ho alcun problema a marciare anche con chi è più lontano da me. Però bisogna essere onesti sull'obiettivo.
Il 23 aprile D'Alema parteciperà a una riunione dei ministri degli Esteri e conosceremo le reali intenzioni e l'effettiva determinazione del governo.
Nel caso si procedesse, i numeri ci sono, assicura Sergio D'Elia: «Se il Governo decide di perdere questa occasione non lo fa per il timore di non vincere, ma perché non vuole combattere». Secondo le sue previsioni, su 192 paesi membri dell'Onu, la risoluzione otterrebbe il sì da un minimo di 99 a un massimo di 106 paesi. Dai 17 ai 24 paesi si asterrebbero, mentre i contrari sarebbero tra i 61 e i 68. Insomma, una «battaglia vinta in partenza», azzarda, prendendosi una responsabilità non irrilevante.
I manifestanti giungeranno a piazza San Pietro in tempo per l'Angelus pasquale, cercando di strappare al Papa qualche parolina da appendersi al petto come una medaglietta. Credo che farò una deviazione insieme a Malvino.
Tra le altre cose, una in particolare mi fa sorridere. Si richiama il Governo agli impegni presi con il Parlamento. La mozione per portare la moratoria all'Onu, votata all'unanimità, sarebbe «impegnativa», vincolante. Nient'affatto. Non c'è alcun obbligo costituzionale. L'unico strumento nella mani del Parlamento per sanzionare il mancato rispetto della sua volontà da parte del governo è la sfiducia, ma dubito che qualcuno sarebbe intenzionato a ricorrervi se all'Onu non venisse presentata alcuna risoluzione.
Tuesday, March 27, 2007
Fu un'operazione d'immagine natalizia
Pannella è al sesto giorno di sciopero della fame perché - guarda un po' - il governo non porta la richiesta di moratoria della pena di morte all'Onu. La pratica si è bloccata, non si sa neanche perché. Sotto l'onda emotiva dell'impiccagione di Saddam e grazie alla scintilla innescata dalla lotta nonviolenta di Pannella tra il Natale e il Capodanno passati, il Governo Prodi a gennaio sembrava aver deciso di rompere gli indugi. Quella contro la pena di morte nel mondo doveva essere apparsa come la battaglia politica ideale, sotto Natale, per migliorare l'immagine, piuttosto deteriorata, del governo presso gli italiani. E Prodi non s'era lasciato sfuggire l'occasione.
Adesso, trascorso qualche mese, tutto è fermo, a conferma dei dubbi espressi mesi fa: «Vedremo se il Governo Prodi avrà sufficiente determinazione per portare fino al voto dell'assemblea la proposta di moratoria. Vedremo, insomma, se rimarrà un bel biglietto da visita, un'operazione d'immagine natalizia». Evidentemente tale era, giocando cinicamente sulla pelle dell'orso Pannella.
Adesso, trascorso qualche mese, tutto è fermo, a conferma dei dubbi espressi mesi fa: «Vedremo se il Governo Prodi avrà sufficiente determinazione per portare fino al voto dell'assemblea la proposta di moratoria. Vedremo, insomma, se rimarrà un bel biglietto da visita, un'operazione d'immagine natalizia». Evidentemente tale era, giocando cinicamente sulla pelle dell'orso Pannella.
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