Pubblicato su formiche
Dal G20 di Amburgo (una sconfitta casalinga per la Merkel) agli abbracci
Trump-Macron sugli Champs-Elysees (manovre di accerchiamento della
Germania?), passando per il discorso di Trump a Varsavia in difesa
dell'Occidente, snobbato dai media, e l'incontro con Putin, che hanno
seppellito i falsi miti su Trump
Con il presidente americano Trump ai Campi Elisi, Parigi, invitato dal presidente francese Macron alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia, si chiudono dieci giorni densi di avvenimenti sulla scena internazionale. E si moltiplicano gli indizi che ci inducono a intravedere tempi non facili per la locomotiva tedesca, e quindi per la macchinista, la cancelliera Angela Merkel. Le manovre di accerchiamento sono cominciate, vedremo se assumeranno le sembianze di un vero e proprio assedio a Berlino perché si decida a modificare le sue politiche europee e commerciali.
Forte della sua ambizione e di una solida maggioranza parlamentare, Macron è determinato a riequilibrare il motore franco-tedesco prima che vada fuori giri. Ed è pronto a giocare di sponda con Trump, sfidando persino l'impopolarità del presidente Usa, invitato a cena sulla Tour Eiffel e alle celebrazioni del 14 luglio (con i militari americani ad aprire la parata ai Campi Elisi). Serve luce verde da Washington inoltre per i suoi sogni di "grandeur": la guida della difesa europea e la supremazia francese nel Mediterraneo. Per Londra è addirittura una necessità rivolgersi al di là dell'Atlantico e cercare nell'Anglosfera una prospettiva post-Brexit.
Macron è una buona carta anche per gli Stati Uniti, che hanno sempre sostenuto il progetto europeo, ma non sono contenti della piega germano-centrica che sta prendendo. L'Ue serve a garantire stabilità e benessere agli europei. Gli attuali squilibri, accentuati dalle politiche e dal primato di Berlino, potrebbero non essere sostenibili nel medio periodo e rischiano di compromettere sia stabilità che benessere dell'Europa, indebolendo l'Occidente. Una Germania europea, non un'Europa tedesca avevano in mente gli americani quando hanno sostenuto la riunificazione nel contesto dell'integrazione europea.
Poi c'è la Russia, che preme ai confini orientali dell'Europa. A difesa dei paesi dell'Est, un mercato prezioso per Berlino, non ci sono certo le truppe della cancelliera, ma la Nato, ovvero l'arsenale americano. E nel pieno della crisi con Mosca per l'Ucraina, nonostante il regime di sanzioni, con le sue scelte di politica energetica, tra cui il raddoppio del gasdotto North Stream, la Germania (e l'Ue con essa) ha accresciuto anziché ridurre la dipendenza dal gas russo. Una prospettiva che non può far piacere a Washington.
Ma facciamo un passo indietro. Il G20 di Amburgo si prestava come palcoscenico ideale per l'esordio sulla scena internazionale della "nuova leader del mondo libero" (e liberal), la cancelliera tedesca Angela Merkel. Tuttavia, già alla vigilia si era compreso che qualcosa non tornava, se per far apparire isolata l'America di Trump sul clima aveva dovuto ostentare l'appoggio di Russia e Cina, non esattamente due fari del liberalismo (e ovviamente Putin e Xi non si sono lasciati pregare...), ma soprattutto se la cancelliera, che così meticolosamente in questi mesi ha coltivato il ruolo di Berlino come alfiere del libero commercio e della globalizzazione contro le minacce protezionistiche trumpiane, si era trovata sulla scrivania la seguente storia di copertina dell'Economist: "Il problema tedesco. Perché il surplus commerciale della Germania fa male all'economia mondiale". Ma come, l'organo "ufficiale" dell'intellighentzia "global", dell'ordine economico liberale, che rilancia la stessa identica critica sollevata dall'amministrazione Trump all'indirizzo di Berlino?
Se poi, a leggere la dichiarazione finale del G20 di Amburgo, sulla falsa riga di quella sottoscritta a Taormina, gli echi trumpiani sembrano addirittura dare il tono all'intero documento, non è esagerato parlare di una brutta sconfitta casalinga per la Merkel.
Né i leader del G7 riuniti a Taormina, né quelli del G20 ad Amburgo vedono più la globalizzazione come un fenomeno dalle magnifiche sorti e progressive, anzi ammettono che non tutti ci hanno guadagnato, ci sono dei "perdenti", dei "dimenticati" – quei dimenticati che hanno portato Trump alla Casa Bianca – e riconoscono che "rimangono delle sfide per realizzare una globalizzazione inclusiva, corretta e sostenibile", servono politiche di aggiustamento per mitigarne gli effetti distorsivi.
Ribadito l'impegno per il libero commercio e a "tenere i mercati aperti", tuttavia di fronte "alle pratiche commerciali scorrette" si riconosce "l'uso di strumenti legittimi di difesa commerciale". Strumenti che come abbiamo già scritto per Formiche non fanno solo parte dell'arsenale negoziale del presidente americano, ma sempre più sono invocati anche dai principali soci del club Ue – Francia, Italia e la stessa Germania – per rispondere alle "scorrettezze" cinesi. Nero su bianco, nel documento troviamo le doglianze americane ed europee nei confronti di Pechino sia sul tema dell'acciaio, per la sua eccessiva capacità produttiva, che per il dumping sul costo del lavoro, essendo il mercato cinese ancora lontanissimo dai nostri standard sociali, ambientali e di diritti umani.
A ben vedere nemmeno sul clima la cancelliera tedesca può contare un punto inequivocabilmente a suo favore. Ammesso e non concesso di poter isolare gli Stati Uniti su un tema come il clima, che certo non è alla base dei rapporti transatlantici, l'accordo di Parigi viene sì definito "irreversibile", ma nella dichiarazione si legge anche che verrà applicato "con differenziate responsabilità e rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali". Insomma, una sorta di "liberi tutti", ognuno lo interpreti come vuole... E il presidente turco Erdogan ha già fatto sapere che se non arriva il bonifico dai paesi ricchi la Turchia è anch'essa pronta a uscire dall'accordo.
Sull'immigrazione infine, viene confermato l'approccio già uscito da Taormina: i leader del G20 sottolineano "il diritto sovrano degli stati di controllare e difendere i propri confini e perseguire politiche nel proprio interesse nazionale e per la propria sicurezza nazionale".
Dichiarazione del G20 a parte, a rubare la scena alla Merkel sono stati il discorso di Trump in Polonia e il primo faccia a faccia tra il presidente americano e quello russo, dal quale (doveva durare mezz'ora, senza un'agenda prefissata, ma è durato due ore) è scaturito il primo cessate-il-fuoco a firma Usa-Russia in Siria, sebbene parziale. Certo, le cronache della stampa mainstream vi hanno raccontato altro, ma è comprensibile: il discorso di Varsavia e il primo confronto Trump-Putin hanno contraddetto la narrazione del giornalista collettivo sul nuovo inquilino della Casa Bianca in almeno due aspetti fondamentali. Trump non è il "puppet" di Putin. E l'America di Trump è tutt'altro che isolazionista. "America First" non significa "America alone", come hanno spiegato di recente sul WSJ i consiglieri del presidente McMaster e Cohn. Semmai, vuol dire che l'America è tornata.
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Sunday, July 16, 2017
Sunday, June 04, 2017
Toh, gli europei che fanno i "trumpiani" in risposta al protezionismo cinese...
Pubblicato su formiche
E meno male che gli uni e gli altri dovevano essere i nuovi campioni del libero commercio... Europa e Cina non
possono dare lezioni di libero commercio, al massimo di ipocrisia...
Le due notizie secondo cui la
cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe la nuova leader del mondo
libero e il presidente cinese Xi Jinping l'alfiere della
globalizzazione e del libero commercio (com'è stato incoronato dopo
l'ultimo World Economic Forum di Davos), nonché da qualche giorno
anche del clima, sono nella migliore delle ipotesi "fortemente
esagerate".
Basti pensare che mentre prendiamo
lezioni di libero commercio da Xi Jinping, la Cina non è ancora
riconosciuta come economia di mercato. E nell'Indice della libertà
economica elaborato ogni anno da Wall Street Journal e Heritage
Foundation risulta al 139esimo posto (tra i paesi "non liberi")
su 178 paesi. Gli Stati Uniti sono all'undicesimo posto, la Germania
è al sedicesimo, la Francia al 73esimo e l'Italia all'80esimo posto.
Negli ultimi cinque anni, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto le
loro emissioni di CO2 di 270 milioni di tonnellate, la Cina le ha
aumentate di oltre un miliardo di tonnellate, e anche se Pechino
rispettasse gli impegni presi con l'accordo di Parigi sul clima non
vedremmo progressi significativi fino al 2030.
La realtà è che la leadership cinese
ha saputo capitalizzare al massimo dal punto di vista propagandistico
l'impopolarità del nuovo presidente americano agli occhi
dell'ovattato mondo di Davos e la grande stampa occidentale c'è
cascata in pieno facendo da cassa di risonanza alla propaganda di
Pechino. Non solo gli Stati Uniti, anche l'Europa rifiuta ancora di
riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. E a ragion
veduta. La Cina sostiene a parole il libero commercio, ma nei fatti è
lontanissima da ciò che predica.
Poi, nei giorni scorsi, il ritiro degli
Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima annunciato dal
presidente Trump proprio mentre era in corso il vertice Ue-Cina ha
offerto ai leader europei e cinesi l'occasione di rivendicare (a
parole, come vedremo) una sorta di leadership "morale",
politica e commerciale che colmerebbe il presunto vuoto lasciato
dagli Stati Uniti. Insomma, Trump avrebbe contribuito a rilanciare
l'asse Ue-Cina e a farne i nuovi campioni del libero commercio e del
clima.
Ma le cose stanno molto diversamente.
Unione europea e Cina sono tra gli attori politici ed economici più
protezionisti del pianeta e il loro vertice è stato un totale
fallimento. Nessun accordo, né passi avanti tra Bruxelles e Pechino.
Nessuna dichiarazione congiunta, nemmeno per esprimere la sbandierata
sintonia sul clima, che infatti nella realtà non va oltre la
condivisione della polemica nei confronti di Washington per la
decisione di ritirarsi dall'accordo di Parigi ed è servita solo a
mascherare il fallimento del vertice. Nessun passo avanti, per
esempio, è stato compiuto su uno dei temi in cima all'agenda dei
colloqui: l'accesso da parte europea al mercato cinese degli
investimenti, oggi ostacolato dalle barriere protezionistiche di
Pechino.
Il valore delle acquisizioni di
compagnie europee da parte dei cinesi ha raggiunto nel 2016 il valore
record di 48 miliardi di dollari (quasi il doppio rispetto al 2015)
mentre, a causa delle restrizioni di Pechino nell'accesso ai suoi
mercati, quelle europee in Cina sono crollate rispetto al 2013 e nel
2016 si sono fermate intorno al miliardo (dati Dealogic/Wall Street
Journal). Secondo stime più caute, il rapporto sarebbe di 4 a 1 (35
miliardi di dollari il valore delle acquisizioni cinesi in Europa,
+77% rispetto all'anno precedente, contro gli 8 miliardi da parte
europea in Cina, in calo del 23%).
"Il commercio con la Cina
dev'essere basato sulla reciprocità". Alle compagnie europee
dev'essere garantito un "uguale trattamento". La
"sovracapacità" cinese nella produzione di acciaio è un
problema. Si tratta degli ultimi tweet del presidente americano
Donald Trump? No, delle affermazioni, rispettivamente, del
commissario europeo al commercio Cecilia Malmstrom, incalzata dal
Parlamento europeo, della cancelliera tedesca Angela Merkel e del
presidente della Commissione europea Juncker, all'indirizzo dei
leader cinesi.
Tuttavia, nonostante le promesse
pubbliche, il regime di Pechino in questi anni ha fatto orecchie da
mercante e non solo si rifiuta di garantire alle compagnie europee
pieno accesso ai suoi mercati, ma di fatto elude anche ogni tentativo
di iniziare una discussione vera in proposito. Anzi, secondo un
recente studio, per le imprese europee il sistema economico cinese
nel suo complesso è peggiorato nel corso degli ultimi anni. Invece
di assistere ad una maggiore liberalizzazione, si aggravano le
distorsioni provocate dall'intervento pubblico e le imprese europee
si scontrano con una sorta di "età dell'oro" per i grandi
gruppi cinesi a partecipazione statale. Gli stessi che riempiti di
capitali pubblici vengono poi a fare shopping in Europa. Inoltre, con
la scusa della cyber-security e del controllo della Rete, alle
autorità governative è garantito accesso a dati industriali
sensibili e ai progetti ad alta tecnologia delle imprese che operano
in Cina.
Tutto questo sta alimentando una
reazione protezionista nei governi e nei parlamenti europei, che
stanno chiedendo alla Commissione europea nuovi strumenti di difesa
commerciale, per esempio un meccanismo di controllo per vagliare gli
investimenti stranieri in Europa. Le pressioni europee per proteggere
industrie o settori di rilievo strategico e importanti per gli
interessi di sicurezza nazionale si fanno sempre più incalzanti alla
luce del vero e proprio shopping compulsivo soprattutto da parte
cinese. I governi di Germania, Francia e Italia, cioè gli stessi in
prima linea nel bacchettare Trump sul commercio, hanno chiesto alla
Commissione europea di considerare un blocco generalizzato delle
acquisizioni da parte di investitori non europei di compagnie ad alta
innovazione tecnologica. "Siamo preoccupati della mancanza di
reciprocità e della possibile svendita delle competenze europee",
lamentano i governi di Berlino, Parigi e Roma in una dichiarazione
congiunta indirizzata alla Commissione Ue. "Occorre una
soluzione europea... una ulteriore protezione". La strategia di
Pechino sembra funzionare infatti nell'aiutare le compagnie cinesi a
ridurre il gap tecnologico con i concorrenti internazionali e secondo
alcuni studi la Cina potrebbe essere in grado di colmare del tutto il
gap di innovazione già dal 2020. Sta quindi guadagnando consensi in
Europa la proposta di creare una versione europea del "Comitato
sugli investimenti stranieri" statunitense, che ha il compito di
indagare a fondo sugli investimenti stranieri in settori strategici e
sensibili dell'economia.
Insomma, la "nuova via della Seta"
annunciata in pompa magna da Pechino per espandere il commercio
Europa-Cina, e celebrata dalla grande stampa europea come la
definitiva adesione del regime al libero mercato in contrapposizione
alle presunte chiusure americane, non è che un bluff che non incanta
più nessuno.
Ed esattamente come il presidente Trump
nei confronti dei principali partner commerciali degli Stati Uniti,
anche l'Unione europea sta agitando la minaccia di un mercato europeo
più protetto, più chiuso, per convincere i leader cinesi ad aprire
davvero il loro mercato. D'altra parte, se è vero come sostengono
Stati Uniti ed Europa che la Cina non può ancora essere considerata
un'economia di libero mercato (il che ne dovrebbe mettere in dubbio
la stessa adesione al Wto), come può esserci un "fair trade",
una competizione leale e corretta? Se si ammette questo, tutto il
dibattito sulla globalizzazione e le sue distorsioni prende un'altra
piega, facendo apparire un po' meno "liberale" chi la
difende a spada tratta e un po' meno "illiberali" coloro
che parlano di riequilibrio e reciprocità.
Monday, May 29, 2017
Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"
Pubblicato su formiche
La leadership americana è tornata
ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale
calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la
cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?
Terminato il primo viaggio all'estero
del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe
possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica
estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno
studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno
della leadership americana. Una leadership che però, diversamente
dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per
nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti
condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole
più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha
presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli
alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né
sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a
perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero
commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è
reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa
da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune
di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership
esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana
ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi
nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non
pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa
loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di
Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.
Un altro tema, collegato al primo, è
il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale
del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati,
si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da
altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e
collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche
nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".
Terzo tema, anch'esso collegato agli
altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore
di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali
sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a
un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono
solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un
approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato,
dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa,
di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di
Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster,
il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica,
per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in
sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.
Quarto tema: si è ormai affermata a
questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una
visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella
fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni
provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine
della storia", che era stato edificato a partire dalla fine
della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver
afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto
che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre
spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi
conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La
parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale
del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e
combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto
caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I
leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche
commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie
discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri
sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare
condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio
internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla
globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il
messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta,
anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la
sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di
far deragliare anche le istituzioni democratiche.
Quinto e ultimo tema: era già in crisi
da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine
mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto
nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia
comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive
della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni
occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale,
Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra
ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto
mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il
ritorno in Occidente della "questione tedesca", un
nazionalismo ben travestito da europeismo.
Nelle varie tappe del viaggio del
presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina)
sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a
Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per
la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si
trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale
l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor
del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente.
Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai
tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e
isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader
arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo
islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e
confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli
interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid
americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad
sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe.
Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a
dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la
stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei
grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli
Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da
parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla
completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto
della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita
nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla
Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per
disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei
giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della
penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato
entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali
realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che
Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e
quelle acque.
Ma come è emerso dall'ultima tappa del
viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà
destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito
dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del
quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta,
lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza
questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare
Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le
impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice
dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato
nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo
grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le
argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e
partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier
Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e
una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli
interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha
volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente
francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è
mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità
forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di
ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di
confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito:
"Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne
fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".
Toni molto diversi anche nel riferire
la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra
la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o
piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece
ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio",
e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad
ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la
cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di
Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può
offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in
Europa?
L'impressione infatti è che durante il
vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su
Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto
cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il
fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti
paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in
Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di
paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta
lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia
scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente
francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più
attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo
spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti
tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di
approccio alla distribuzione della ricchezza globale".
Invece che uscire ridimensionato Trump,
da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po'
isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la
cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo
fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo,
questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero
prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase
successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni
amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano
tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di
Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso
l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di
considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati
affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai
nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà
transatlantica può andare in frantumi per una divergenza
sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?
Sempre domenica la Frankfurter
Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della
cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed
economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre
pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la
stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il
via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti
europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore
della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al
timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia
non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le
dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano
che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo.
Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività
della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione
demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.
La realtà è che di strappo in strappo
il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non
nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non
sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno
degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei
francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica
Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una
Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni
dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i
tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex
presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo
talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora
(altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi
dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva
di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere
l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di
assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli
americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in
Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non
sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che
ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per
una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e
la crisi dell'Eurozona nel 2010.
La riunificazione tedesca fu accettata
sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova
Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue,
all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta
partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti
e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue
(senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può
rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che
sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani
e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune
europea, in prospettiva alternativa alla Nato.
"Con la Brexit svanisce la
speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova
questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento
viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter
Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno
così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si
chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale
dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che
mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership
tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di
un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se
Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto
tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi
obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi
Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può
superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a
lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più
alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".
A questo punto bisogna rispondere ad
alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro
contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento
strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur
tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle
missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è
Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania,
con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una
partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito
è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in
prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.
Tuesday, March 21, 2017
Il ritorno della "questione tedesca". E non è un'invenzione di Trump
Pubblicato su formiche
Venerdì scorso si è tenuto a Washington l'atteso primo faccia a faccia tra il presidente americano Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a caccia del suo quarto mandato. Ha fatto più notizia il presunto rifiuto di Trump di stringerle la mano davanti ai fotografi nello studio ovale (stretta comunque concessa sia all'arrivo della cancelliera alla Casa Bianca che al termine della conferenza stampa) che il lungo elenco di temi su cui si registrano divergenze tra i due leader. Non sono solo le biografie e lo stile, che non potrebbero essere più agli antipodi, a rendere complicati, ma pure interessanti, i loro rapporti, ma anche e soprattutto grandi questioni politiche: commercio, politica monetaria, Nato, Unione europea, Russia, gli accordi sul clima di Parigi. Questioni oggetto delle schermaglie che per settimane hanno preceduto l'incontro. I due si sono criticati prima, durante e dopo la transizione alla Casa Bianca.
Pur premettendo di nutrire un "profondo rispetto" per la cancelliera tedesca, Trump ha definito "un errore catastrofico" la decisione della Merkel di aprire le porte del suo Paese, e dell'Europa, ai rifugiati, mentre la cancelliera ha criticato l'ordine esecutivo della Casa Bianca che blocca temporaneamente gli ingressi negli Usa da alcuni Paesi musulmani e bacchettato il neo presidente sul protezionismo, rammentandogli i mutui benefici del libero scambio. Trump ha salutato positivamente la Brexit, convinto che il Regno Unito abbia fatto bene a riprendersi la sua sovranità uscendo da un'Europa ormai dominata da Berlino. E la cancelliera è preoccupata che la Casa Bianca intenda lavorare per indebolire l'Unione europea. Il governo tedesco è tra quegli alleati della Nato criticati da Trump perché non spendono abbastanza per la difesa (solo l'1,2% del Pil, contro l'obiettivo del 2%). Trump ha notato che ci sono troppe Mercedes a New York, e la Merkel replicato che a Monaco si vendono tanti iPhone. L'amministrazione Trump lamenta un surplus commerciale eccessivo a favore della Germania (65 miliardi di dollari), reso possibile a suo avviso da un euro troppo debole (che in realtà sarebbe un "marco travestito", secondo il consigliere al commercio di Trump, Peter Navarro).
L'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti è infatti in cima all'agenda dell'amministrazione Trump, che sembra volersi concentrare in particolare sulla concorrenza sleale da parte della Cina. Tuttavia, il Wall Street Journal ha fatto notare che la più grande minaccia agli interessi commerciali americani potrebbe venire non dalla Cina, bensì dalla Germania, che sembra porre sfide più serie nel lungo termine. "La Cina - scrive il quotidiano - è oggetto della rabbia degli Stati Uniti per il commercio sleale, ma i surplus esteri della Germania sono ora molto più grandi e possono avere maggiore impatto sull'economia degli Stati Uniti e del resto del mondo". Per anni la manodopera a basso costo cinese ha messo sotto pressione i salari del settore manufatturiero americano, ma le industrie tedesche sono in competizione più diretta con quelle americane. "Nove dei maggiori dieci settori tedeschi per export, come macchinari ed elettronica, sono gli stessi della top 10 americana", ha spiegato al WSJ Caroline Freund, del Peterson Institute for International Economics. "L'euro debole - che ha perso circa un quarto del suo valore contro il dollaro negli ultimi tre anni - dà alle imprese tedesche un margine extra sui mercati internazionali".
Insomma, secondo il WSJ, la Germania starebbe abusando del sistema del commercio mondiale in misura molto maggiore di Cina e Messico. Sebbene possa essere stato vero in passato, la Cina non sta più facendo leva sulla svalutazione del renminbi per sostenere le sue esportazioni; semmai, è preoccupata che la sua moneta si svaluti troppo. La Germania invece ha tratto enormi benefici dalla crisi dell'Eurozona. La debolezza delle economie dei Paesi mediterranei infatti - Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - ha reso necessari tassi di interesse bassi e svalutazione dell'euro. Denaro a buon mercato ed esportazioni facili che hanno dato grande spinta all'economia tedesca, il cui surplus commerciale altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con un apprezzamento della moneta, non una svalutazione. Il costo, per la Germania, è stato politico, non economico. La sua popolarità presso gli altri stati membri, soprattutto del Sud Europa, è crollata. L'Unione europea si è indebolita, forse come mai prima nella sua breve storia, mentre la Germania è ancora più forte, tanto che il cosidetto direttorio franco-tedesco è ormai squilibrato.
Il presidente Trump è un pragmatico, un negoziatore d'affari, e la cancelliera Merkel una statista esperta e lungimirante. Non è affatto escluso che i due imparino per necessità a lavorare insieme, ma le divergenze, in campo geopolitico ed economico, sono profonde. In realtà, nonostante il loro sia stato un rapporto sinceramente cordiale, e contraddistinto da una certa sintonia personale, anche tra Obama e la Merkel non sono mancate differenze, come sulla gestione della crisi europea. Anche Obama era preoccupato della debolezza dell'euro e da una stagnazione economica nell'Eurozona che rischiava di frenare la crescita americana e mettere a rischio la sua rielezione. Obama era convinto che per superare la crisi dovessero essere adottati in Europa salvataggi e stimoli fiscali come quelli implementati dalla sua amministrazione in America e ha ripetutamente esortato la Merkel ad abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva, e persino ad accettare una qualche forma di condivisione dei debiti pubblici.
E' così radicato il pregiudizio anti-Trump nei mainstream media che dalle cronache dell'incontro di venerdì alla Casa Bianca la Merkel emerge come nuova leader del mondo libero e portavoce degli interessi dell'Unione europea, ma a Washington si fa strada un punto di vista radicalmente diverso sulla Germania. E' maturata una nuova consapevolezza della crescente egemonia tedesca sul Vecchio Continente (sebbene il tema trasparisse già negli anni di Obama) e delle domande difficili da porsi. Esiste una nuova "questione tedesca", dal momento che nella cornice dell'Unione europea non esistono più contrappesi al potere di Berlino? La Germania rappresenta, al pari di Cina e Russia, una sfida all'ordine politico ed economico occidentale? A chiederselo è il politologo Walter Russell Mead in un'analisi pubblicata su "The American Interest".
Parte del problema, a suo avviso, è che le classi dirigenti tedesche non sono nemmeno consapevoli di quanto nazionalista sia diventata la loro politica. Il passaggio dell'Europa orientale da un'epoca di dominio russo all'integrazione in un ordine europeo dominato dalla Germania non è solo una vittoria dello stato di diritto come nella visione di Berlino, ma innanzitutto uno spostamento di potere nel quale la Russia abbandona ogni velleità di recuperare l'influenza perduta con il crollo dell'Unione sovietica, mentre la Germania espande a est la propria, consolidando la sua posizione di stato leader in Europa dagli Urali all'Atlantico. I tedeschi percepiscono la propria politica europea come un modello di europeismo responsabile e disinteressato, motivato dal loro "incrollabile impegno per un'Europa post-nazionalista", in mezzo a partner irresponsabili e ingrati. In realtà, osserva WRM, è "molto più nazionalista di quanto credano". Ritenendo il nazionalismo come qualcosa di "malvagio e distruttivo", i tedeschi pensano di esserne immuni. "Non è malvagio, né fascista", ma la Germania "è ancora una nazione" e i tedeschi perseguono i propri interessi nazionali.
Scrive quindi WRM che "non disposta a riconoscere che persegue una politica commerciale brutalmente mercantilista e che ha sacrificato la solidarietà europea per preservare l'armonia politica interna, la Germania è diventata meno un sostenitore dell'ordine occidentale e più un problema per l'Occidente". Realtà difficile da riconoscere per i tedeschi, e quindi ancor più difficile per i partner da discutere efficacemente con Berlino. Il guaio, osserva, è che "gli altri Paesi europei non hanno più il potere per indurre la Germania a ripensare la sua politica europea". Con il Regno Unito che ha imboccato la via dell'uscita dalla Ue, una Francia scossa dal terrorismo, indebolita economicamente e verso un'elezione presidenziale dall'esito incerto, Italia e Spagna retrocesse dalla crisi, non esistono più contrappesi allo strapotere tedesco. "Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa".
Sia la Russia di Putin che la Turchia di Erdogan stanno cercando di "destabilizzare" l'Ue. Per gli Stati Uniti, ricorda WRM, è sempre stata desiderabile un'Europa in pace, libera da influenze esterne, e coinvolta in un sistema capitalistico aperto a livello mondiale. Su tali presupposti hanno lavorato con Berlino e gli altri alleati europei per espandere Nato e Ue. E queste sono state "le basi" delle relazioni tra Washington e Berlino fin dal 1990, nonché le basi del sostegno da parte dell'amministrazione Bush padre alla riunificazione tedesca "contro i desideri dei russi, dei britannici e dei francesi". Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher ad una "Grande Germania": coniugate al "carattere nazionale" tedesco, dimensioni e posizione geografica del nuovo Stato avrebbero potuto provocare un "effetto destabilizzante" sull'Europa. La riunificazione, avvertiva la Thatcher, "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca". Preoccupazioni condivise dall'allora presidente francese Mitterand (la riunificazione farà riemergere i tedeschi "cattivi"). Emblematica la celebre battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due".
Alla fine, la riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue. Ora, avverte WRM a conclusione della sua analisi, l'amministrazione Trump potrebbe essere la prima da decenni a trovarsi di fronte interrogativi difficili, impensabili fino a pochi anni fa per la politica estera americana. Cosa succede "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, a sostegno dei principi dell'ordine liberale, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? E "nella nuova fase di rivalità tra Germania e Russia per il controllo dell'Europa orientale - si chiede - dove stanno gli interessi dell'America?"
"Senza una relazione stretta con Berlino - osserva WRM - è difficile per gli Stati Uniti fare molto riguardo l'attacco di Putin all'ordine post-Guerra Fredda in Europa e in Medio Oriente, ma allo stesso tempo la stabilità tedesca poggia su basi insostenibili, al prezzo di una Unione europea sempre più instabile e divisa". Le rimostranze per il surplus commerciale tedesco non giungono solo dal "protezionista" Trump, ma trovano inaspettate sponde anche in diverse capitali europee, dove si ritiene che Berlino stia indebolendo la ripresa nell'Eurozona mancando di stimolare la propria domanda interna. L'attuale surplus tedesco viola le regole e "fa male a tutta l'Europa", è la denuncia reiterata dall'ex premier italiano Renzi. In generale, rileva il politologo, si rimprovera alla Germania di avere "un approccio all'euro essenzialmente predatorio", di perseguire, come la Cina, una "politica mercantilista basata sul mantenimento con ogni mezzo" di un surplus commerciale, che in Germania, come in Cina, "assicura la stabilità sociale e la salute dei settori industriali".
Ma questa politica, avverte WRM, "sebbene popolare internamente, sembra insostenibile". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dell'Ue per la leadership tedesca, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato". Secondo il politologo, sono due i temi sui quali venendo incontro alle richieste dell'amministrazione Trump, Berlino potrebbe creare le basi per rinnovare la sua alleanza con Washington: rispettare l'impegno di spesa militare in ambito Nato e affrontare il tema del surplus commerciale. Anche se entrambi questi passi "metterebbero a rischio la pace sociale in Germania". E' possibile che proprio richieste in tal senso si sia sentita avanzare, e in toni abbastanza assertivi, la cancelliera Merkel durante il suo incontro con il presidente Trump alla Casa Bianca. Da qui il clima cordiale, ma freddo del loro primo incontro. Che per la prima volta la Merkel anziché spadroneggiare si sia vista recapitare il conto?
Venerdì scorso si è tenuto a Washington l'atteso primo faccia a faccia tra il presidente americano Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a caccia del suo quarto mandato. Ha fatto più notizia il presunto rifiuto di Trump di stringerle la mano davanti ai fotografi nello studio ovale (stretta comunque concessa sia all'arrivo della cancelliera alla Casa Bianca che al termine della conferenza stampa) che il lungo elenco di temi su cui si registrano divergenze tra i due leader. Non sono solo le biografie e lo stile, che non potrebbero essere più agli antipodi, a rendere complicati, ma pure interessanti, i loro rapporti, ma anche e soprattutto grandi questioni politiche: commercio, politica monetaria, Nato, Unione europea, Russia, gli accordi sul clima di Parigi. Questioni oggetto delle schermaglie che per settimane hanno preceduto l'incontro. I due si sono criticati prima, durante e dopo la transizione alla Casa Bianca.
Pur premettendo di nutrire un "profondo rispetto" per la cancelliera tedesca, Trump ha definito "un errore catastrofico" la decisione della Merkel di aprire le porte del suo Paese, e dell'Europa, ai rifugiati, mentre la cancelliera ha criticato l'ordine esecutivo della Casa Bianca che blocca temporaneamente gli ingressi negli Usa da alcuni Paesi musulmani e bacchettato il neo presidente sul protezionismo, rammentandogli i mutui benefici del libero scambio. Trump ha salutato positivamente la Brexit, convinto che il Regno Unito abbia fatto bene a riprendersi la sua sovranità uscendo da un'Europa ormai dominata da Berlino. E la cancelliera è preoccupata che la Casa Bianca intenda lavorare per indebolire l'Unione europea. Il governo tedesco è tra quegli alleati della Nato criticati da Trump perché non spendono abbastanza per la difesa (solo l'1,2% del Pil, contro l'obiettivo del 2%). Trump ha notato che ci sono troppe Mercedes a New York, e la Merkel replicato che a Monaco si vendono tanti iPhone. L'amministrazione Trump lamenta un surplus commerciale eccessivo a favore della Germania (65 miliardi di dollari), reso possibile a suo avviso da un euro troppo debole (che in realtà sarebbe un "marco travestito", secondo il consigliere al commercio di Trump, Peter Navarro).
L'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti è infatti in cima all'agenda dell'amministrazione Trump, che sembra volersi concentrare in particolare sulla concorrenza sleale da parte della Cina. Tuttavia, il Wall Street Journal ha fatto notare che la più grande minaccia agli interessi commerciali americani potrebbe venire non dalla Cina, bensì dalla Germania, che sembra porre sfide più serie nel lungo termine. "La Cina - scrive il quotidiano - è oggetto della rabbia degli Stati Uniti per il commercio sleale, ma i surplus esteri della Germania sono ora molto più grandi e possono avere maggiore impatto sull'economia degli Stati Uniti e del resto del mondo". Per anni la manodopera a basso costo cinese ha messo sotto pressione i salari del settore manufatturiero americano, ma le industrie tedesche sono in competizione più diretta con quelle americane. "Nove dei maggiori dieci settori tedeschi per export, come macchinari ed elettronica, sono gli stessi della top 10 americana", ha spiegato al WSJ Caroline Freund, del Peterson Institute for International Economics. "L'euro debole - che ha perso circa un quarto del suo valore contro il dollaro negli ultimi tre anni - dà alle imprese tedesche un margine extra sui mercati internazionali".
Insomma, secondo il WSJ, la Germania starebbe abusando del sistema del commercio mondiale in misura molto maggiore di Cina e Messico. Sebbene possa essere stato vero in passato, la Cina non sta più facendo leva sulla svalutazione del renminbi per sostenere le sue esportazioni; semmai, è preoccupata che la sua moneta si svaluti troppo. La Germania invece ha tratto enormi benefici dalla crisi dell'Eurozona. La debolezza delle economie dei Paesi mediterranei infatti - Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - ha reso necessari tassi di interesse bassi e svalutazione dell'euro. Denaro a buon mercato ed esportazioni facili che hanno dato grande spinta all'economia tedesca, il cui surplus commerciale altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con un apprezzamento della moneta, non una svalutazione. Il costo, per la Germania, è stato politico, non economico. La sua popolarità presso gli altri stati membri, soprattutto del Sud Europa, è crollata. L'Unione europea si è indebolita, forse come mai prima nella sua breve storia, mentre la Germania è ancora più forte, tanto che il cosidetto direttorio franco-tedesco è ormai squilibrato.
Il presidente Trump è un pragmatico, un negoziatore d'affari, e la cancelliera Merkel una statista esperta e lungimirante. Non è affatto escluso che i due imparino per necessità a lavorare insieme, ma le divergenze, in campo geopolitico ed economico, sono profonde. In realtà, nonostante il loro sia stato un rapporto sinceramente cordiale, e contraddistinto da una certa sintonia personale, anche tra Obama e la Merkel non sono mancate differenze, come sulla gestione della crisi europea. Anche Obama era preoccupato della debolezza dell'euro e da una stagnazione economica nell'Eurozona che rischiava di frenare la crescita americana e mettere a rischio la sua rielezione. Obama era convinto che per superare la crisi dovessero essere adottati in Europa salvataggi e stimoli fiscali come quelli implementati dalla sua amministrazione in America e ha ripetutamente esortato la Merkel ad abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva, e persino ad accettare una qualche forma di condivisione dei debiti pubblici.
E' così radicato il pregiudizio anti-Trump nei mainstream media che dalle cronache dell'incontro di venerdì alla Casa Bianca la Merkel emerge come nuova leader del mondo libero e portavoce degli interessi dell'Unione europea, ma a Washington si fa strada un punto di vista radicalmente diverso sulla Germania. E' maturata una nuova consapevolezza della crescente egemonia tedesca sul Vecchio Continente (sebbene il tema trasparisse già negli anni di Obama) e delle domande difficili da porsi. Esiste una nuova "questione tedesca", dal momento che nella cornice dell'Unione europea non esistono più contrappesi al potere di Berlino? La Germania rappresenta, al pari di Cina e Russia, una sfida all'ordine politico ed economico occidentale? A chiederselo è il politologo Walter Russell Mead in un'analisi pubblicata su "The American Interest".
Parte del problema, a suo avviso, è che le classi dirigenti tedesche non sono nemmeno consapevoli di quanto nazionalista sia diventata la loro politica. Il passaggio dell'Europa orientale da un'epoca di dominio russo all'integrazione in un ordine europeo dominato dalla Germania non è solo una vittoria dello stato di diritto come nella visione di Berlino, ma innanzitutto uno spostamento di potere nel quale la Russia abbandona ogni velleità di recuperare l'influenza perduta con il crollo dell'Unione sovietica, mentre la Germania espande a est la propria, consolidando la sua posizione di stato leader in Europa dagli Urali all'Atlantico. I tedeschi percepiscono la propria politica europea come un modello di europeismo responsabile e disinteressato, motivato dal loro "incrollabile impegno per un'Europa post-nazionalista", in mezzo a partner irresponsabili e ingrati. In realtà, osserva WRM, è "molto più nazionalista di quanto credano". Ritenendo il nazionalismo come qualcosa di "malvagio e distruttivo", i tedeschi pensano di esserne immuni. "Non è malvagio, né fascista", ma la Germania "è ancora una nazione" e i tedeschi perseguono i propri interessi nazionali.
Scrive quindi WRM che "non disposta a riconoscere che persegue una politica commerciale brutalmente mercantilista e che ha sacrificato la solidarietà europea per preservare l'armonia politica interna, la Germania è diventata meno un sostenitore dell'ordine occidentale e più un problema per l'Occidente". Realtà difficile da riconoscere per i tedeschi, e quindi ancor più difficile per i partner da discutere efficacemente con Berlino. Il guaio, osserva, è che "gli altri Paesi europei non hanno più il potere per indurre la Germania a ripensare la sua politica europea". Con il Regno Unito che ha imboccato la via dell'uscita dalla Ue, una Francia scossa dal terrorismo, indebolita economicamente e verso un'elezione presidenziale dall'esito incerto, Italia e Spagna retrocesse dalla crisi, non esistono più contrappesi allo strapotere tedesco. "Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa".
Sia la Russia di Putin che la Turchia di Erdogan stanno cercando di "destabilizzare" l'Ue. Per gli Stati Uniti, ricorda WRM, è sempre stata desiderabile un'Europa in pace, libera da influenze esterne, e coinvolta in un sistema capitalistico aperto a livello mondiale. Su tali presupposti hanno lavorato con Berlino e gli altri alleati europei per espandere Nato e Ue. E queste sono state "le basi" delle relazioni tra Washington e Berlino fin dal 1990, nonché le basi del sostegno da parte dell'amministrazione Bush padre alla riunificazione tedesca "contro i desideri dei russi, dei britannici e dei francesi". Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher ad una "Grande Germania": coniugate al "carattere nazionale" tedesco, dimensioni e posizione geografica del nuovo Stato avrebbero potuto provocare un "effetto destabilizzante" sull'Europa. La riunificazione, avvertiva la Thatcher, "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca". Preoccupazioni condivise dall'allora presidente francese Mitterand (la riunificazione farà riemergere i tedeschi "cattivi"). Emblematica la celebre battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due".
Alla fine, la riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue. Ora, avverte WRM a conclusione della sua analisi, l'amministrazione Trump potrebbe essere la prima da decenni a trovarsi di fronte interrogativi difficili, impensabili fino a pochi anni fa per la politica estera americana. Cosa succede "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, a sostegno dei principi dell'ordine liberale, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? E "nella nuova fase di rivalità tra Germania e Russia per il controllo dell'Europa orientale - si chiede - dove stanno gli interessi dell'America?"
"Senza una relazione stretta con Berlino - osserva WRM - è difficile per gli Stati Uniti fare molto riguardo l'attacco di Putin all'ordine post-Guerra Fredda in Europa e in Medio Oriente, ma allo stesso tempo la stabilità tedesca poggia su basi insostenibili, al prezzo di una Unione europea sempre più instabile e divisa". Le rimostranze per il surplus commerciale tedesco non giungono solo dal "protezionista" Trump, ma trovano inaspettate sponde anche in diverse capitali europee, dove si ritiene che Berlino stia indebolendo la ripresa nell'Eurozona mancando di stimolare la propria domanda interna. L'attuale surplus tedesco viola le regole e "fa male a tutta l'Europa", è la denuncia reiterata dall'ex premier italiano Renzi. In generale, rileva il politologo, si rimprovera alla Germania di avere "un approccio all'euro essenzialmente predatorio", di perseguire, come la Cina, una "politica mercantilista basata sul mantenimento con ogni mezzo" di un surplus commerciale, che in Germania, come in Cina, "assicura la stabilità sociale e la salute dei settori industriali".
Ma questa politica, avverte WRM, "sebbene popolare internamente, sembra insostenibile". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dell'Ue per la leadership tedesca, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato". Secondo il politologo, sono due i temi sui quali venendo incontro alle richieste dell'amministrazione Trump, Berlino potrebbe creare le basi per rinnovare la sua alleanza con Washington: rispettare l'impegno di spesa militare in ambito Nato e affrontare il tema del surplus commerciale. Anche se entrambi questi passi "metterebbero a rischio la pace sociale in Germania". E' possibile che proprio richieste in tal senso si sia sentita avanzare, e in toni abbastanza assertivi, la cancelliera Merkel durante il suo incontro con il presidente Trump alla Casa Bianca. Da qui il clima cordiale, ma freddo del loro primo incontro. Che per la prima volta la Merkel anziché spadroneggiare si sia vista recapitare il conto?
Tuesday, January 24, 2017
Trump fa sul serio: i primi ordini esecutivi e il discorso di insediamento
Pubblicato su Ofcs Report
Trump fa il Trump. Discorso rivoluzionario (contro l'establishment politico di Washington e il disordine mondiale post-Guerra fredda), protezionista, nazionalista, ma non isolazionista. Rivolto ai "dimenticati", gli esclusi dall'agenda politica
Nelle ultime ore. Il via libera dalle commissioni competenti del Senato Usa alle nomine chiave della nuova amministrazione: dopo il segretario alla difesa James Mattis, anche il segretario di Stato Rex Tillerson e il nuovo direttore della Cia Mike Pompeo. Con il voto anche dei senatori repubblicani più ostili al nuovo presidente (John McCain e Marco Rubio). I primi ordini esecutivi firmati da Trump per imprimere da subito, già nei primi cento giorni, il nuovo corso alla Casa Bianca: ritiro dal TPP, il trattato di libero scambio con i Paesi asiatici (in realtà già bloccato al Congresso per l’opposizione dei repubblicani e scaricato anche dalla sua avversaria, Hillary Clinton); rinegoziazione del Nafta, l’accordo con Canada e Messico; autorizzati due oleodotti, il Keystone e il Dakota Access, bloccati da Obama; stop alle assunzioni nel governo federale; annuncio dello smantellamento dell’Obamacare. Poi, gli incontri di lunedì con i vertici del mondo dell’industria e quello di martedì con i principali produttori di automobili, a cui il neo presidente ha recapitato un messaggio chiaro: “Siamo di fronte a un ambientalismo fuori controllo. Renderemo più facile fare business”, con un taglio del 75% al quadro regolatorio e una riduzione delle tasse dal 35 al 15% per chi produce negli Stati Uniti. L’incontro, già venerdì prossimo a Washington, con la premier britannica Theresa May, che annuncia il ritorno dell’Anglosfera. E infine il discorso di insediamento di venerdì scorso, da cui tutti hanno compreso che il presidente Trump è il candidato Trump. Sono la stessa persona. Una chiarezza e una coerenza che sarà piaciuta molto a chi lo ha votato: l’arrivo a Washington non ha cambiato Trump, Trump è qui per cambiare Washington. Primi passi e un discorso che non cambiano l’analisi su Trump e la sua amministrazione che abbiamo azzardato su queste pagine sulla base degli elementi ad oggi in nostro possesso.
La sensazione è che mentre il giornalista collettivo è ancora in preda all’isteria anti-Trump, il nuovo presidente si sta concentrando su posti di lavoro, infrastrutture, politica estera. Per citare le sue parole, nel “rebuilding America”, nel “Make America Great Again”. La notizia insomma è che Trump fa sul serio. Può fallire, naturalmente, come qualsiasi presidente e come qualsiasi avventura umana, e gli ostacoli che si troverà di fronte non sono da sottovalutare: su tutti, il delicato rapporto con il Partito repubblicano, che controlla il Congresso, quindi il rischio di ritrovarsi senza partito, e i tentativi di disarcionarlo che proseguiranno per tutti i prossimi quattro anni. Ma quello che gli indignados di tv e carta stampata, delle elites e dei salotti perbene non hanno ancora capito è che se Trump è un outsider della politica americana, tuttavia la sua elezione non è uno scherzo del destino, non è un incidente della storia. Brexit e Trump rappresentano qualcosa di reale e profondo che si sta muovendo non solo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche nell’Europa continentale e potrebbero segnare la storia come nemmeno l’11 settembre ha fatto. Le due democrazie anglosassoni si preparano a scrivere una pagina di storia diversa da quella scritta dagli anni 90′ in poi. Fino a pochi mesi fa, globalizzazione, multilateralismo, multiculturalismo e Unione europea sembravano processi ormai consolidati e destinati a dominare i prossimi decenni. E invece, siamo in procinto di un cambio di paradigma. I confini, le nazioni, esistono, fin tanto che i cittadini che ci sono dentro hanno voce in capitolo. Si cambia rotta.
E’ stato a suo modo rivoluzionario il discorso di insediamento di Trump: contro l’establishment politico di Washington e contro il (dis)ordine mondiale post-Guerra fredda. Protezionista in economia, nazionalista, ma non isolazionista. America First è uno slogan non completamente sovrapponibile al concetto di isolazionismo. Non dal momento che prevede il rilancio della potenza (e della spesa) militare tra le leve per rendere l’America di nuovo grande (e temuta). Non se la priorità dichiarata è quella di sconfiggere l’Isis. Non se la volontà è quella di contrastare l’espansionismo economico e militare della Cina. Non se con Trump e Brexit è la relazione speciale fra le due grandi democrazie anglosassoni, l’Anglosfera, a rimettersi in marcia (come indicano il ritorno del busto di Churchill nello studio ovale e l’incontro Trump-May già venerdì prossimo).
Non un’America chiusa in se stessa, né un pericolo autoritario, ma un’America concentrata a difendere i suoi interessi e i suoi confini, senza inseguire utopie mondialiste, velleità moralistiche e senza lo scrupolo di apparire buona e conciliante. L’americanismo contro l’ideologia globalista che si è affermata nel post-Guerra fredda, ma non disimpegno. Ed è comunque bizzarro che l’allarme per il protezionismo di Trump giunga da chi non si è dimostrato finora un campione del libero mercato e che la critica al suo presunto isolazionismo arrivi dagli stessi che solitamente condannano gli Usa per il loro interventismo. In realtà, al “ritiro dell’America” abbiamo assistito con Obama, che ha favorito la nascita dell’Isis in Iraq e Siria, il protagonismo della Russia di Putin in Medio Oriente e nell’est Europa, così come le manovre espansioniste di Pechino nel Mar cinese meridionale. Trump ha la possibilità invece di ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non di tesserne uno nuovo.
Nel discorso di Trump, anche se molti hanno finto di non averlo sentito, c’è anche il rinnovato impegno americano nei confronti di alleati vecchi e nuovi e la promessa di un ruolo guida dell’America nella guerra al terrorismo, per la prima volta chiamato con il suo nome: islamico (“We will reinforce old alliances and form new ones – and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism”).
Impensabile che l’America abbandoni il libero mercato e il libero commercio, solo perché Trump ha fatto appello a “comprare americano e assumere americano” (siamo sommersi dagli appelli di politici e produttori alla tutela del Made in Italy e l’ideologia ambientalista del “km zero” è di moda, almeno tra chi può permetterselo). Ma il tentativo, questo sì, di correggere gli squilibri della globalizzazione. Due sembrano le armi che Trump ha intenzione di impugnare per “proteggere” la manifattura americana e i posti di lavoro americani. Da una parte, a torto o a ragione si vedrà, è convinto di poter portare a casa accordi migliori per gli americani: si tratta di rinegoziare vecchi accordi, come il Nafta, e siglarne di nuovi, meglio accordi bilaterali che ampie partnership. E dall’altra, rendere più favorevoli gli investimenti negli Stati Uniti (riducendo tasse e regolazione), scoraggiando la delocalizzazione e ricorrendo ai dazi solo in funzione difensiva, cioè per controbilanciare la concorrenza sleale della Cina o di altri Paesi. Una delle sfide sarà proprio aprire un aspro confronto con la Cina a cui dal suo ingresso nel WTO è stato permesso di tutto (dumping, contraffazione e manipolazione valutaria). È la Cina che ha in mente Trump quando parla di nazioni che si sono arricchite sulle spalle dell’America. Un deficit commerciale di 360 miliardi di dollari non è più sostenibile.
In una sua frase in particolare c’è la sintesi della critica alla globalizzazione: “The wealth of our middle class has been ripped from their homes and redistributed across the entire world”. Il tema esiste e negarlo non aiuta. Delocalizzazione crescente, ripresa con pochi posti di lavoro e di cattiva qualità, redditi stagnanti o in calo, nuove generazioni con prospettive peggiori di quelle dei genitori e dei nonni, mobilità sociale al palo. Riguarda non solo gli Stati Uniti, anche l’Europa. Sì, la globalizzazione ha aiutato i Paesi emergenti, favorito crescita, innovazione e progresso anche da noi, ma per alcuni non è stata un gioco a somma positiva e a Detroit non votano cinesi o indiani. Riprendendo un’espressione usata da Franklin Delano Roosevelt nel 1932, Trump ha parlato di uomini e donne “forgotten”, i dimenticati, la classe media di cui tutte le forze politiche e i governi si riempiono la bocca ma che in realtà è esclusa da tempo dall’agenda politica a vantaggio di un’agenda che ha il politicamente corretto come guida e utopie internazionaliste come cornice. “Francamente, non mi sono mai interessato a cosa fanno due adulti consenzienti quando vanno a letto assieme”, ha risposto il nuovo segretario alla difesa James Mattis, durante la sua confirmation hearing in Senato, ad una senatrice democratica che chiedeva cosa intendesse fare per “l’inserimento nelle forze armate di gay, lesbiche, bisex e transgender”.
Ma nemmeno se volesse Trump potrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio mondiale. Dalla globalizzazione non si esce, ma si può provare a correggerne le distorsioni. Anche perché protagonisti della globalizzazione non sono solo attori economici, non solo le logiche del mercato, ma anche governi autoritari e illiberali che utilizzano i loro poteri per aggravare a loro vantaggio gli squilibri e ostacolare le compensazioni del mercato. Metodi che non hanno nulla a che vedere con libero commercio e libero mercato, ma con le vecchie politiche di potenza.
Trump fa il Trump. Discorso rivoluzionario (contro l'establishment politico di Washington e il disordine mondiale post-Guerra fredda), protezionista, nazionalista, ma non isolazionista. Rivolto ai "dimenticati", gli esclusi dall'agenda politica
Nelle ultime ore. Il via libera dalle commissioni competenti del Senato Usa alle nomine chiave della nuova amministrazione: dopo il segretario alla difesa James Mattis, anche il segretario di Stato Rex Tillerson e il nuovo direttore della Cia Mike Pompeo. Con il voto anche dei senatori repubblicani più ostili al nuovo presidente (John McCain e Marco Rubio). I primi ordini esecutivi firmati da Trump per imprimere da subito, già nei primi cento giorni, il nuovo corso alla Casa Bianca: ritiro dal TPP, il trattato di libero scambio con i Paesi asiatici (in realtà già bloccato al Congresso per l’opposizione dei repubblicani e scaricato anche dalla sua avversaria, Hillary Clinton); rinegoziazione del Nafta, l’accordo con Canada e Messico; autorizzati due oleodotti, il Keystone e il Dakota Access, bloccati da Obama; stop alle assunzioni nel governo federale; annuncio dello smantellamento dell’Obamacare. Poi, gli incontri di lunedì con i vertici del mondo dell’industria e quello di martedì con i principali produttori di automobili, a cui il neo presidente ha recapitato un messaggio chiaro: “Siamo di fronte a un ambientalismo fuori controllo. Renderemo più facile fare business”, con un taglio del 75% al quadro regolatorio e una riduzione delle tasse dal 35 al 15% per chi produce negli Stati Uniti. L’incontro, già venerdì prossimo a Washington, con la premier britannica Theresa May, che annuncia il ritorno dell’Anglosfera. E infine il discorso di insediamento di venerdì scorso, da cui tutti hanno compreso che il presidente Trump è il candidato Trump. Sono la stessa persona. Una chiarezza e una coerenza che sarà piaciuta molto a chi lo ha votato: l’arrivo a Washington non ha cambiato Trump, Trump è qui per cambiare Washington. Primi passi e un discorso che non cambiano l’analisi su Trump e la sua amministrazione che abbiamo azzardato su queste pagine sulla base degli elementi ad oggi in nostro possesso.
La sensazione è che mentre il giornalista collettivo è ancora in preda all’isteria anti-Trump, il nuovo presidente si sta concentrando su posti di lavoro, infrastrutture, politica estera. Per citare le sue parole, nel “rebuilding America”, nel “Make America Great Again”. La notizia insomma è che Trump fa sul serio. Può fallire, naturalmente, come qualsiasi presidente e come qualsiasi avventura umana, e gli ostacoli che si troverà di fronte non sono da sottovalutare: su tutti, il delicato rapporto con il Partito repubblicano, che controlla il Congresso, quindi il rischio di ritrovarsi senza partito, e i tentativi di disarcionarlo che proseguiranno per tutti i prossimi quattro anni. Ma quello che gli indignados di tv e carta stampata, delle elites e dei salotti perbene non hanno ancora capito è che se Trump è un outsider della politica americana, tuttavia la sua elezione non è uno scherzo del destino, non è un incidente della storia. Brexit e Trump rappresentano qualcosa di reale e profondo che si sta muovendo non solo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche nell’Europa continentale e potrebbero segnare la storia come nemmeno l’11 settembre ha fatto. Le due democrazie anglosassoni si preparano a scrivere una pagina di storia diversa da quella scritta dagli anni 90′ in poi. Fino a pochi mesi fa, globalizzazione, multilateralismo, multiculturalismo e Unione europea sembravano processi ormai consolidati e destinati a dominare i prossimi decenni. E invece, siamo in procinto di un cambio di paradigma. I confini, le nazioni, esistono, fin tanto che i cittadini che ci sono dentro hanno voce in capitolo. Si cambia rotta.
E’ stato a suo modo rivoluzionario il discorso di insediamento di Trump: contro l’establishment politico di Washington e contro il (dis)ordine mondiale post-Guerra fredda. Protezionista in economia, nazionalista, ma non isolazionista. America First è uno slogan non completamente sovrapponibile al concetto di isolazionismo. Non dal momento che prevede il rilancio della potenza (e della spesa) militare tra le leve per rendere l’America di nuovo grande (e temuta). Non se la priorità dichiarata è quella di sconfiggere l’Isis. Non se la volontà è quella di contrastare l’espansionismo economico e militare della Cina. Non se con Trump e Brexit è la relazione speciale fra le due grandi democrazie anglosassoni, l’Anglosfera, a rimettersi in marcia (come indicano il ritorno del busto di Churchill nello studio ovale e l’incontro Trump-May già venerdì prossimo).
Non un’America chiusa in se stessa, né un pericolo autoritario, ma un’America concentrata a difendere i suoi interessi e i suoi confini, senza inseguire utopie mondialiste, velleità moralistiche e senza lo scrupolo di apparire buona e conciliante. L’americanismo contro l’ideologia globalista che si è affermata nel post-Guerra fredda, ma non disimpegno. Ed è comunque bizzarro che l’allarme per il protezionismo di Trump giunga da chi non si è dimostrato finora un campione del libero mercato e che la critica al suo presunto isolazionismo arrivi dagli stessi che solitamente condannano gli Usa per il loro interventismo. In realtà, al “ritiro dell’America” abbiamo assistito con Obama, che ha favorito la nascita dell’Isis in Iraq e Siria, il protagonismo della Russia di Putin in Medio Oriente e nell’est Europa, così come le manovre espansioniste di Pechino nel Mar cinese meridionale. Trump ha la possibilità invece di ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non di tesserne uno nuovo.
Nel discorso di Trump, anche se molti hanno finto di non averlo sentito, c’è anche il rinnovato impegno americano nei confronti di alleati vecchi e nuovi e la promessa di un ruolo guida dell’America nella guerra al terrorismo, per la prima volta chiamato con il suo nome: islamico (“We will reinforce old alliances and form new ones – and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism”).
Impensabile che l’America abbandoni il libero mercato e il libero commercio, solo perché Trump ha fatto appello a “comprare americano e assumere americano” (siamo sommersi dagli appelli di politici e produttori alla tutela del Made in Italy e l’ideologia ambientalista del “km zero” è di moda, almeno tra chi può permetterselo). Ma il tentativo, questo sì, di correggere gli squilibri della globalizzazione. Due sembrano le armi che Trump ha intenzione di impugnare per “proteggere” la manifattura americana e i posti di lavoro americani. Da una parte, a torto o a ragione si vedrà, è convinto di poter portare a casa accordi migliori per gli americani: si tratta di rinegoziare vecchi accordi, come il Nafta, e siglarne di nuovi, meglio accordi bilaterali che ampie partnership. E dall’altra, rendere più favorevoli gli investimenti negli Stati Uniti (riducendo tasse e regolazione), scoraggiando la delocalizzazione e ricorrendo ai dazi solo in funzione difensiva, cioè per controbilanciare la concorrenza sleale della Cina o di altri Paesi. Una delle sfide sarà proprio aprire un aspro confronto con la Cina a cui dal suo ingresso nel WTO è stato permesso di tutto (dumping, contraffazione e manipolazione valutaria). È la Cina che ha in mente Trump quando parla di nazioni che si sono arricchite sulle spalle dell’America. Un deficit commerciale di 360 miliardi di dollari non è più sostenibile.
In una sua frase in particolare c’è la sintesi della critica alla globalizzazione: “The wealth of our middle class has been ripped from their homes and redistributed across the entire world”. Il tema esiste e negarlo non aiuta. Delocalizzazione crescente, ripresa con pochi posti di lavoro e di cattiva qualità, redditi stagnanti o in calo, nuove generazioni con prospettive peggiori di quelle dei genitori e dei nonni, mobilità sociale al palo. Riguarda non solo gli Stati Uniti, anche l’Europa. Sì, la globalizzazione ha aiutato i Paesi emergenti, favorito crescita, innovazione e progresso anche da noi, ma per alcuni non è stata un gioco a somma positiva e a Detroit non votano cinesi o indiani. Riprendendo un’espressione usata da Franklin Delano Roosevelt nel 1932, Trump ha parlato di uomini e donne “forgotten”, i dimenticati, la classe media di cui tutte le forze politiche e i governi si riempiono la bocca ma che in realtà è esclusa da tempo dall’agenda politica a vantaggio di un’agenda che ha il politicamente corretto come guida e utopie internazionaliste come cornice. “Francamente, non mi sono mai interessato a cosa fanno due adulti consenzienti quando vanno a letto assieme”, ha risposto il nuovo segretario alla difesa James Mattis, durante la sua confirmation hearing in Senato, ad una senatrice democratica che chiedeva cosa intendesse fare per “l’inserimento nelle forze armate di gay, lesbiche, bisex e transgender”.
Ma nemmeno se volesse Trump potrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio mondiale. Dalla globalizzazione non si esce, ma si può provare a correggerne le distorsioni. Anche perché protagonisti della globalizzazione non sono solo attori economici, non solo le logiche del mercato, ma anche governi autoritari e illiberali che utilizzano i loro poteri per aggravare a loro vantaggio gli squilibri e ostacolare le compensazioni del mercato. Metodi che non hanno nulla a che vedere con libero commercio e libero mercato, ma con le vecchie politiche di potenza.
Tuesday, January 17, 2017
Trump, sfida a Cina e Russia e rilancio dell'Anglosfera
Pubblicato su Ofcs Report
L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale
L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.
Quando mancano due giorni all’Inauguration Day, tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.
Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.
In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.
Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.
Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.
Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.
“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.
Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.
L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.
In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.
La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.
Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.
E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…
Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.
L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale
L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.
Quando mancano due giorni all’Inauguration Day, tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.
Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.
In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.
Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.
Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.
Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.
“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.
Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.
L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.
In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.
La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.
Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.
E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…
Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.
Tuesday, November 22, 2016
La "transizione" Trump: verso una presidenza pragmatica?
Pubblicato su Ofcs Report
I primi passi della "transizione" del presidente eletto suggeriscono determinazione e pragmatismo
La "transizione" del presidente eletto Donald Trump sarà anche nel caos, contraddistinta da scontri e tensioni, come è stato riportato anche in Italia, ma a due settimane dal voto cinque figure preminenti della nuova amministrazione sono già state scelte, mentre nel 2008, dopo lo stesso numero di giorni, Obama ne aveva annunciata una sola.
L'isteria dei media liberal americani (e non solo) per l'elezione di Trump si estende anche alla copertura della sua "transizione". E allora bastano dicerie e stereotipi per attribuire pesantissime etichette di razzismo e antisemitismo. Un anziano senatore bianco repubblicano dell'Alabama, Jeff Sessions, scelto come Attorney General (il ministro della giustizia), non può che essere razzista, anche se da procuratore ha portato avanti diversi casi per la "desegregazione" delle scuole, e ha chiesto e ottenuto la pena di morte per un leader del KKK. Da senatore Sessions ha votato per l'estensione del Civil Rights Act e per la conferma di Eric Holder come primo Attorney General di colore. E che dire delle foto che lo ritraggono mano nella mano con l'icona dei diritti civili John Lewis alla celebrazione del 50esimo anniversario della marcia di Selma?
Ma cerchiamo di capire quali indicazioni possiamo trarre sulle linee guida della presidenza Trump dai primi passi nella composizione della sua squadra di governo. Innanzitutto, la nomina a capo di gabinetto di Reince Priebus, presidente del Comitato nazionale repubblicano, quindi un uomo macchina del partito, e l'incontro con il candidato repubblicano alla Casa Bianca di quattro anni fa, Mitt Romney, nonostante prima e dopo le primarie avesse apertamente contrastato la sua candidatura, suggeriscono la volontà di Trump di lasciarsi alle spalle le vecchie ruggini, ricompattare il Partito repubblicano dopo le laceranti divisioni sul suo nome, nel superiore interesse di instaurare da subito se non un'amichevole almeno una leale collaborazione con i leader del partito che controlla entrambi i rami del Congresso. E' nell'interesse di tutti infatti che una tale "congiunzione astrale" (è molto raro negli Usa che la stessa parte politica abbia contemporaneamente il controllo di Casa Bianca, Camera e Senato) non venga sciupata. E Romney sarebbe addirittura tra i candidati in corsa per la poltrona di segretario di Stato, ovvero la più influente e prestigiosa, nonostante le sue posizioni sulla Russia non siano in sintonia con quelle di Trump. O forse proprio per questo, per avere con Putin un approccio "bastone e carota"?
Le scelte di Sessions, di cui abbiamo già parlato, come Attorney General, del deputato del Kansas Mike Pompeo come direttore della Cia e del generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale (l'unica nomina che non dovrà essere ratificata dal Senato) indicano la volontà di tirare dritto su due temi centrali in campagna elettorale: tolleranza zero verso l'immigrazione illegale e linea dura sulla sicurezza nazionale, in particolare sull'Islam radicale. In questi campi gli elettori avranno ciò per cui hanno votato. Non si tratta di tre outsider, di conigli estratti dal cilindro del tycoon newyorchese, ma di figure che vengono dal mondo della politica, che possono vantare eccellenti carriere professionali e politiche pre-Trump, e dal profilo ben preciso.
Pompeo è una figura di spicco della Commissione per l'intelligence della Camera dei deputati e protagonista della Commissione di inchiesta sulla gestione, da parte del Dipartimento di Stato allora guidato da Hillary Clinton, dell'attacco terroristico di Bengasi in cui perse la vita, tra gli altri, l'ambasciatore Stevens. Non vede l'ora di "smantellare" l'accordo sul nucleare iraniano e, come Flynn, è sostenitore della linea dura nei confronti dell'Islam radicale, dal quale chiede alla comunità musulmana americana di dissociarsi apertamente.
Il generale Flynn è stato il direttore della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico. Le sue tesi sono esposte in un libro scritto a quattro mani con lo storico Michael Ledeen ("Field of Fight)" e sollevano questioni che, a maggior ragione alla luce del nuovo inquilino alla Casa Bianca, noi europei non possiamo più ignorare. Innanzitutto, le premesse: un network di gruppi terroristici islamici è in ascesa, anche presso le comunità musulmane in Occidente. E gli Stati che in un modo o nell'altro li sostengono, o non li combattono, in funzione anti-occidentale, non sono pochi. Ma finora non siamo stati in grado né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. Anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Per prima cosa, sostengono Flynn e Ledeen, bisogna riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, e non continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. Secondo: non basta "contenere" il nemico, dobbiamo avere un piano per vincere. E la vittoria passa tanto dalla distruzione militare dei gruppi terroristici quanto dallo sfidare i regimi che li supportano e dal contrastare culturalmente la loro ideologia (la "guerra delle idee"), abbandonando politically correct e complessi di islamofobia. E accusano Obama di aver fatto il contrario, lasciando un vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi.
Con Pompeo alla guida della Cia e Flynn alla sicurezza nazionale temi quali il centro di detenzione di Guantanamo e le tecniche di interrogatorio "rafforzate" sembrano destinati a tornare d'attualità. Discutere di come ottenere il massimo di informazioni dai nemici catturati non può essere un tabù, nemmeno in Europa dopo la recente serie di attacchi subiti. E' politicamente "scomodo" e non privo di rischi avvicinarsi al confine con ciò che riteniamo tortura, ma la tesi di fondo è che bisogna abbandonare l'illusione di poter sconfiggere il nemico islamista "in punta di diritto", cioè con mezzi legali ordinari, gestendo terroristi disciplinati, indottrinati e addestrati militarmente con i guanti bianchi, le procedure e i tempi dei normali sistemi giudiziari. Quali informazioni stiamo ottenendo da Salah Abdeslam, che si sarebbe chiuso nel "mutismo", e da Moez Fezzani?
Nonostante Flynn sia dipinto come filorusso, nel libro scritto con Ledeen Iran e Russia compaiono in cima ai Paesi di cui non fidarsi: il primo come sponsor del terrorismo, il secondo come avversario strategico che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.
E' ovviamente presto per parlare di una dottrina Trump in politica estera e per capire se i proclami della campagna elettorale si tradurranno in azioni conseguenti, ma forse possiamo almeno evitare di cadere nelle semplificazioni.
La posizione di Trump sulla Russia è stata banalizzata per attribuirgli un orientamento ideologicamente favorevole ai sistemi autoritari. In realtà, che si condivida o meno, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca è auspicata da molti e autorevoli analisti americani e in molte capitali europee. Proposta persino da Barack Obama e Hillary Clinton all'inizio dei loro mandati (il pulsante di "reset"). Sulla base della considerazione che non c'è molto da guadagnare da uno scontro con Putin su fronti (come l'Ucraina) che i russi ritengono vitali e gli americani no. In Siria i danni provocati dalle incertezze e dal vuoto lasciato dall'amministrazione Obama, riempito dall'Isis e dalla Russia, sono ormai semplicemente irreparabili. Bisogna prenderne atto con pragmatismo e provare a trovare una soluzione riconoscendo il ruolo di Mosca.
Anche le etichette di isolazionista e protezionista attribuite a Trump potrebbero rivelarsi per lo meno esagerate. Giuste o sbagliate, Trump sembra indicare priorità di politica estera diverse e un cambio di approccio rispetto alla presidenza Obama. L'interesse americano in Medio Oriente non sta nelle primavere arabe e nel "nation-building", ma nel combattere l'Islam radicale. Aumentare la spesa militare, distruggere l'Isis, contenere l'Iran, contrastare la concorrenza sleale della Cina in campo commerciale e monetario, non sembrano propositi che implichino un disimpegno isolazionista, bensì un impegno e un "interventismo" su altri fronti e sulla base della realpolitik, quindi su presupposti molto lontani da quelli dell'interventismo liberal o della destra neocon.
Piuttosto che voler liquidare la Nato, sembra che dall'Alleanza atlantica Trump si aspetti una riconversione strategica sull'obiettivo di debellare la minaccia del terrorismo islamico. E le provocazioni sui contributi insufficienti in termini di spesa militare della maggior parte degli alleati riprende un tema reale (già sollevato tra l'altro anche dall'amministrazione Obama). La considerazione di Trump secondo cui per gli Stati Uniti sarebbe meglio se il Giappone potesse contare su propri armamenti nucleari anziché appaltare la sua sicurezza agli americani è stata letta come l'intenzione di abbandonare il principale alleato in Asia a se stesso di fronte a una Cina in ascesa, ma è lo stesso primo ministro giapponese Shinzo Abe (tra l'altro il primo leader straniero ad aver incontrato Trump) a voler rafforzare le capacità militari del suo Paese.
Piuttosto che mettere in discussione ideologicamente il libero commercio, Trump sembra convinto, a torto o a ragione lo vedremo, di poter negoziare accordi più vantaggiosi per gli americani, in termini di fabbriche e posti di lavoro. Riguardo il nuovo Nafta, i presidenti di Canada e Messico si sono già detti pronti a riaprire le trattative e potrebbe farne parte anche il Regno Unito post-Brexit, dando vita ad una grande area di libero scambio in quella che viene definita l'"Anglosfera". Si intravedono tra il neo presidente americano e la premier britannica Theresa May i presupposti e le circostanze "storiche" di un rapporto speciale, che nonostante le profonde differenze, non può non ricordare la sintonia ideale, strategica e umana tra Reagan e la Thatcher negli anni '80.
I primi passi della "transizione" del presidente eletto suggeriscono determinazione e pragmatismo
La "transizione" del presidente eletto Donald Trump sarà anche nel caos, contraddistinta da scontri e tensioni, come è stato riportato anche in Italia, ma a due settimane dal voto cinque figure preminenti della nuova amministrazione sono già state scelte, mentre nel 2008, dopo lo stesso numero di giorni, Obama ne aveva annunciata una sola.
L'isteria dei media liberal americani (e non solo) per l'elezione di Trump si estende anche alla copertura della sua "transizione". E allora bastano dicerie e stereotipi per attribuire pesantissime etichette di razzismo e antisemitismo. Un anziano senatore bianco repubblicano dell'Alabama, Jeff Sessions, scelto come Attorney General (il ministro della giustizia), non può che essere razzista, anche se da procuratore ha portato avanti diversi casi per la "desegregazione" delle scuole, e ha chiesto e ottenuto la pena di morte per un leader del KKK. Da senatore Sessions ha votato per l'estensione del Civil Rights Act e per la conferma di Eric Holder come primo Attorney General di colore. E che dire delle foto che lo ritraggono mano nella mano con l'icona dei diritti civili John Lewis alla celebrazione del 50esimo anniversario della marcia di Selma?
Ma cerchiamo di capire quali indicazioni possiamo trarre sulle linee guida della presidenza Trump dai primi passi nella composizione della sua squadra di governo. Innanzitutto, la nomina a capo di gabinetto di Reince Priebus, presidente del Comitato nazionale repubblicano, quindi un uomo macchina del partito, e l'incontro con il candidato repubblicano alla Casa Bianca di quattro anni fa, Mitt Romney, nonostante prima e dopo le primarie avesse apertamente contrastato la sua candidatura, suggeriscono la volontà di Trump di lasciarsi alle spalle le vecchie ruggini, ricompattare il Partito repubblicano dopo le laceranti divisioni sul suo nome, nel superiore interesse di instaurare da subito se non un'amichevole almeno una leale collaborazione con i leader del partito che controlla entrambi i rami del Congresso. E' nell'interesse di tutti infatti che una tale "congiunzione astrale" (è molto raro negli Usa che la stessa parte politica abbia contemporaneamente il controllo di Casa Bianca, Camera e Senato) non venga sciupata. E Romney sarebbe addirittura tra i candidati in corsa per la poltrona di segretario di Stato, ovvero la più influente e prestigiosa, nonostante le sue posizioni sulla Russia non siano in sintonia con quelle di Trump. O forse proprio per questo, per avere con Putin un approccio "bastone e carota"?
Le scelte di Sessions, di cui abbiamo già parlato, come Attorney General, del deputato del Kansas Mike Pompeo come direttore della Cia e del generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale (l'unica nomina che non dovrà essere ratificata dal Senato) indicano la volontà di tirare dritto su due temi centrali in campagna elettorale: tolleranza zero verso l'immigrazione illegale e linea dura sulla sicurezza nazionale, in particolare sull'Islam radicale. In questi campi gli elettori avranno ciò per cui hanno votato. Non si tratta di tre outsider, di conigli estratti dal cilindro del tycoon newyorchese, ma di figure che vengono dal mondo della politica, che possono vantare eccellenti carriere professionali e politiche pre-Trump, e dal profilo ben preciso.
Pompeo è una figura di spicco della Commissione per l'intelligence della Camera dei deputati e protagonista della Commissione di inchiesta sulla gestione, da parte del Dipartimento di Stato allora guidato da Hillary Clinton, dell'attacco terroristico di Bengasi in cui perse la vita, tra gli altri, l'ambasciatore Stevens. Non vede l'ora di "smantellare" l'accordo sul nucleare iraniano e, come Flynn, è sostenitore della linea dura nei confronti dell'Islam radicale, dal quale chiede alla comunità musulmana americana di dissociarsi apertamente.
Il generale Flynn è stato il direttore della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico. Le sue tesi sono esposte in un libro scritto a quattro mani con lo storico Michael Ledeen ("Field of Fight)" e sollevano questioni che, a maggior ragione alla luce del nuovo inquilino alla Casa Bianca, noi europei non possiamo più ignorare. Innanzitutto, le premesse: un network di gruppi terroristici islamici è in ascesa, anche presso le comunità musulmane in Occidente. E gli Stati che in un modo o nell'altro li sostengono, o non li combattono, in funzione anti-occidentale, non sono pochi. Ma finora non siamo stati in grado né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. Anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Per prima cosa, sostengono Flynn e Ledeen, bisogna riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, e non continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. Secondo: non basta "contenere" il nemico, dobbiamo avere un piano per vincere. E la vittoria passa tanto dalla distruzione militare dei gruppi terroristici quanto dallo sfidare i regimi che li supportano e dal contrastare culturalmente la loro ideologia (la "guerra delle idee"), abbandonando politically correct e complessi di islamofobia. E accusano Obama di aver fatto il contrario, lasciando un vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi.
Con Pompeo alla guida della Cia e Flynn alla sicurezza nazionale temi quali il centro di detenzione di Guantanamo e le tecniche di interrogatorio "rafforzate" sembrano destinati a tornare d'attualità. Discutere di come ottenere il massimo di informazioni dai nemici catturati non può essere un tabù, nemmeno in Europa dopo la recente serie di attacchi subiti. E' politicamente "scomodo" e non privo di rischi avvicinarsi al confine con ciò che riteniamo tortura, ma la tesi di fondo è che bisogna abbandonare l'illusione di poter sconfiggere il nemico islamista "in punta di diritto", cioè con mezzi legali ordinari, gestendo terroristi disciplinati, indottrinati e addestrati militarmente con i guanti bianchi, le procedure e i tempi dei normali sistemi giudiziari. Quali informazioni stiamo ottenendo da Salah Abdeslam, che si sarebbe chiuso nel "mutismo", e da Moez Fezzani?
Nonostante Flynn sia dipinto come filorusso, nel libro scritto con Ledeen Iran e Russia compaiono in cima ai Paesi di cui non fidarsi: il primo come sponsor del terrorismo, il secondo come avversario strategico che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.
E' ovviamente presto per parlare di una dottrina Trump in politica estera e per capire se i proclami della campagna elettorale si tradurranno in azioni conseguenti, ma forse possiamo almeno evitare di cadere nelle semplificazioni.
La posizione di Trump sulla Russia è stata banalizzata per attribuirgli un orientamento ideologicamente favorevole ai sistemi autoritari. In realtà, che si condivida o meno, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca è auspicata da molti e autorevoli analisti americani e in molte capitali europee. Proposta persino da Barack Obama e Hillary Clinton all'inizio dei loro mandati (il pulsante di "reset"). Sulla base della considerazione che non c'è molto da guadagnare da uno scontro con Putin su fronti (come l'Ucraina) che i russi ritengono vitali e gli americani no. In Siria i danni provocati dalle incertezze e dal vuoto lasciato dall'amministrazione Obama, riempito dall'Isis e dalla Russia, sono ormai semplicemente irreparabili. Bisogna prenderne atto con pragmatismo e provare a trovare una soluzione riconoscendo il ruolo di Mosca.
Anche le etichette di isolazionista e protezionista attribuite a Trump potrebbero rivelarsi per lo meno esagerate. Giuste o sbagliate, Trump sembra indicare priorità di politica estera diverse e un cambio di approccio rispetto alla presidenza Obama. L'interesse americano in Medio Oriente non sta nelle primavere arabe e nel "nation-building", ma nel combattere l'Islam radicale. Aumentare la spesa militare, distruggere l'Isis, contenere l'Iran, contrastare la concorrenza sleale della Cina in campo commerciale e monetario, non sembrano propositi che implichino un disimpegno isolazionista, bensì un impegno e un "interventismo" su altri fronti e sulla base della realpolitik, quindi su presupposti molto lontani da quelli dell'interventismo liberal o della destra neocon.
Piuttosto che voler liquidare la Nato, sembra che dall'Alleanza atlantica Trump si aspetti una riconversione strategica sull'obiettivo di debellare la minaccia del terrorismo islamico. E le provocazioni sui contributi insufficienti in termini di spesa militare della maggior parte degli alleati riprende un tema reale (già sollevato tra l'altro anche dall'amministrazione Obama). La considerazione di Trump secondo cui per gli Stati Uniti sarebbe meglio se il Giappone potesse contare su propri armamenti nucleari anziché appaltare la sua sicurezza agli americani è stata letta come l'intenzione di abbandonare il principale alleato in Asia a se stesso di fronte a una Cina in ascesa, ma è lo stesso primo ministro giapponese Shinzo Abe (tra l'altro il primo leader straniero ad aver incontrato Trump) a voler rafforzare le capacità militari del suo Paese.
Piuttosto che mettere in discussione ideologicamente il libero commercio, Trump sembra convinto, a torto o a ragione lo vedremo, di poter negoziare accordi più vantaggiosi per gli americani, in termini di fabbriche e posti di lavoro. Riguardo il nuovo Nafta, i presidenti di Canada e Messico si sono già detti pronti a riaprire le trattative e potrebbe farne parte anche il Regno Unito post-Brexit, dando vita ad una grande area di libero scambio in quella che viene definita l'"Anglosfera". Si intravedono tra il neo presidente americano e la premier britannica Theresa May i presupposti e le circostanze "storiche" di un rapporto speciale, che nonostante le profonde differenze, non può non ricordare la sintonia ideale, strategica e umana tra Reagan e la Thatcher negli anni '80.
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Wednesday, November 09, 2016
L'America di "Gran Torino" porta Trump alla Casa Bianca
Pubblicato su Ofcs Report
Dopo la Brexit un'altra sberla a
elites sorde, media militonti e sedicenti esperti
Nei mesi scorsi avevamo evidenziato gli elementi chiave di una possibile vittoria di Donald Trump: in stati
dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di
"identità industriale" (citavamo proprio Pennsylvania,
Ohio e Michigan) il suo appello alla working class bianca ha
funzionato. Così come ha giocato un ruolo quella ribellione contro
il politicamente corretto che aveva già caratterizzato il successo
della Brexit.
Trump è riuscito a tenere insieme il
blocco tradizionale delle roccaforti repubblicane del Sud e del
Midwest e a costruire la sua vittoria riuscendo nel miracolo di
conquistare la Florida e strappare ai democratici tutti i principali
stati industriali (o quasi ex industriali): Ohio, Michigan, Wisconsin
e Pennsylvania. Dunque, stati agricoli e stati industriali, della
(una volta grande) manifattura. A portare Trump alla Casa Bianca è
stata insomma l'America del "fare", di chi lavora (o
lavorava) la terra e nelle fabbriche, la working class bianca del
Paese, l'America lontana dalle metropoli glamour. L'America dei Walt
Kowalski, il protagonista del fortunato film di Clint Eastwood che
dopo una vita da operaio della Ford si è potuto permettere una Gran
Torino del 1972, custodita gelosamente. Vedremo se un risveglio, o
solo un colpo di coda della "vecchia America"...
Quella delle grandi fabbriche sarà
anche un'America destinata a non tornare, spazzata via per sempre
dalla globalizzazione e dall'innovazione tecnologica, e in questo
senso Trump avrebbe illuso gli elettori promettendo di riportare
negli Usa posti di lavoro "delocalizzati" in Messico o in
Cina. Tuttavia, si è fatto per lo meno portavoce, al contrario dei
suoi avversari e dei media, dello smarrimento di molti elettori che
nel corso di pochi anni hanno visto gli stati in cui vivono perdere
la propria identità socio-economica.
I mainstream media e gli espertoni
hanno sottovalutato questo malcontento ritenendo indiscutibili i
successi dell'amministrazione Obama in campo economico. Eppure, nella
sconfitta di Hillary non c'è solo la sua impopolarità, ci sono
anche questi falsi successi che un sistema mediatico troppo
compiacente ha preferito non vedere come tali. Nonostante il segno
più del Pil, e un tasso di disoccupazione meno della metà del
nostro, la realtà è che la crescita americana è rimasta anemica,
non in grado di produrre una ripresa percepita come tale e posti di
lavoro di qualità. Obama è l'unico presidente americano che non ha
mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. E nella
Clinton gli elettori hanno intravisto le stesse politiche che hanno
prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito
pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le
classi operaie che si sono rivolte a Trump.
Ma non si tratta solo di una questione
di perdita di posti di lavoro né di numeri. Molti di questi elettori
non hanno nemmeno perso il lavoro, né subito un drastico
impoverimento, ma vivono un profondo senso di insicurezza per il
futuro loro e dei propri figli. Aree enormi e persino interi stati
(proprio quelli industriali conquistati da Trump) hanno già perso o
stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più
profondo che un semplice tasso di disoccupazione. La fabbrica
volatilizzata altrove lascia un vuoto di identità. Ed è un tema
anche sul piano geostrategico quello della perdita dell'identità
manufatturiera, non solo negli Stati Uniti: il saper fare, non solo
progettare, beni che si sono poi affermati a livello globale come
oggetti del desiderio, quasi di culto, ha contribuito all'affermarsi
del ruolo egemone dell'Occidente. Cosa succede se abdichiamo alla
nostra vocazione manufatturiera?
Dalle colonne del Washington Post, lo
scrittore Jim Ruth aveva ipotizzato l'esistenza di una "nuova
maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media
americana a cui Trump non piace ma pronta a votarlo lo stesso, perché
"ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non
vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul
modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo,
un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American
way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro
o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è
anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia
Trump". E la via americana al benessere non prevede il doversi
mettere in fila per ricevere dallo Stato qualche benefit di una
sempre più misera redistribuzione della ricchezza, che è invece la
via europea, ma la liberazione degli "animal spirits"
affinché tutti abbiano almeno una chance per costruirsi il proprio
benessere.
L'altro elemento chiave è stata la
ribellione al politicamente corretto. Trump ha vinto da solo contro
tutti, come il pistolero del West che da solo sgomina una dozzina di
banditi. La democrazia americana ha dato un segnale di straordinaria
vitalità laddove milioni di elettori, quelli definiti "deplorables"
(miserabili) dalla Clinton, hanno resistito alla pressione della
condanna morale ("Trump e le cose che dice sono riprovevoli,
quindi se lo appoggi non sei una persona decente, devi vergognarti")
esercitata da uno schieramento di forze imponente: le macchine da
guerra del Partito democratico, dei Clinton e di Obama; la stampa
americana e internazionale; Wall Street; gli opinion leader, il mondo
accademico e lo star system; persino parte dell'establishment
repubblicano. Quella americana è quindi una democrazia in salute,
immune persino al rischio di quel "conformismo democratico"
paventato da Alexis de Tocqueville.
Gli elettori non hanno dato peso alle
sue gaffe, alcune vere altre preconfezionate dai suoi avversari.
Anzi, proprio Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e
per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi
avversari e dai media, ha rappresentato un riscatto per quanti non ne
possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene"
pensare, parlare o comportarsi. Il vendicatore di un elettorato
bianco "nativo" (contrariamente alle aspettative anche
femminile) per anni indicato come privilegiato e responsabile delle
peggiori discriminazioni, passate e presenti, espulso dal discorso
pubblico e da un'agenda politica ormai rivolta quasi esclusivamente
all'integrazione di ogni genere di minoranza.
C'è una vera e propria ribellione nei
confronti delle norme del politicamente corretto alla base del
risentimento contro l'establishment che anima i sostenitori di Trump,
ha scritto l'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall.
"L'avanzata del politicamente corretto è un grave rischio"
per la civiltà occidentale, avverte lo storico Niall Ferguson,
secondo cui l'"anti politicamente corretto" è il vero
trait d'union tra l'insofferenza dei bianchi americani e la Brexit:
"E' la reazione di una fetta importante della società - ha
spiegato in una recente intervista al Foglio - che ha la sensazione
che qualcuno abbia scelto di rivoltarle il mondo contro. D'altronde
in cosa consiste all'ingrosso il progetto progressista se non nel
fatto di rendere le nostre società un po' meno favorevoli all'uomo
bianco medio che tanto se ne era avvantaggiato finora? Non ci
possiamo sorprendere se oggi assistiamo al tentativo multiforme di
combattere tale progetto".
A uscire con le ossa rotte dal voto di
martedì non è solo Hillary Clinton. E' stato un voto contro il
sistema mediatico, che agli occhi degli americani ha ormai raggiunto
un grado di credibilità prossimo allo zero. La faziosità senza
precedenti con cui giornali e tv hanno sostenuto la Clinton e
demonizzato Trump non ha influenzato le scelte degli elettori. I
media, anche italiani, hanno rinunciato a capire, abbandonandosi ad
un tifo sfrenato per la Clinton. Non dimenticheremo i dibattiti tv
vinti da Hillary 3-0... Bias, wishful thinking e state of denial,
mesi a cercare di incastrarlo con questa o quella gaffe (vera o
pretestuosa), mentre Trump faceva arrivare efficacemente i suoi
messaggi all'elettorato.
Monday, May 23, 2016
Donald Trump candidato di "rottura"
Pubblicato su Ofcs Report
Per la prima volta da decenni uno dei candidati con serie chance di arrivare alla Casa Bianca, Donald Trump, mette in discussione le fondamenta della politica estera americana, dall’approccio interventista da “poliziotto globale” alla secolare spinta per il libero commercio internazionale. L’ultimo candidato alla presidenza con una piattaforma isolazionista fu George W. Bush nel 2000, dopo anni di interventismo democratico clintoniano. Ma l’11 settembre 2001 cambiò tutto.
Una rottura tanto marcata rispetto al ruolo guida dell’America, che è proprio l’establishment di politica estera del partito repubblicano a guidare il fronte #NeverTrump. Persino neocon e realisti, da anni in competizione per influenzarne la politica estera, sembrano aver siglato una tregua per far fronte al nemico comune. Hillary Clinton, in campo democratico, rappresenta invece la continuità. Da first lady sostenne l’intervento nei Balcani, da senatrice votò la guerra in Iraq e da segretario di Stato pianificò la campagna libica. E fu il marito Bill a firmare l’accordo per il libero scambio nordamericano tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta), così duramente contestato da Trump (“ha distrutto” l’industria americana).
Il miliardario newyorkese sta interpretando il senso di insicurezza e le paure crescenti di milioni di americani, non solo di destra. Paure che mai come oggi forse sembrano coincidere con quelle che attraversano l’Europa: immigrazione, pericolo islamico, globalizzazione minacciano il senso di identità sia nazionale, culturale, che economico-sociale.
“L’America non vince più. Perde contro la Cina, contro il Giappone, contro il Messico, contro il resto del mondo”, è l’allarme di Trump, che accusa Pechino di “stuprare” gli Stati Uniti con la sua politica commerciale e monetaria: manipolando la sua moneta rende le esportazioni più competitive a danno dei lavoratori americani. Trump si difende dalle accuse di protezionismo: “Sono completamente a favore del libero commercio”, ma il gioco dev’essere “corretto”. Colpa di politici incapaci che hanno negoziato accordi di libero commercio dannosi.
Posizioni che trovano molti consensi anche a sinistra. L’idea di fondo è che con la globalizzazione Stati Uniti e Paesi europei si siano aperti a una concorrenza sleale e ad una penetrazione economica e commerciale da parte di paesi, come la Cina appunto, che per rendere competitivi i propri prodotti svalutano la moneta e tengono bassi i costi di produzione comprimendo diritti umani e sociali, a livelli inaccettabili per l’Occidente. Per quanta flessibilità si possa introdurre nel mercato del lavoro – e quello americano è già molto più flessibile del nostro – conviene sempre di più delocalizzare la produzione in quei paesi. Ne deriva una trasformazione del nostro tessuto economico e sociale che accresce il senso di precarietà e di insicurezza. Aree enormi e persino interi stati americani (ma anche europei) hanno già perso o stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più profondo che un semplice tasso di disoccupazione (negli Usa non così elevato).
Ma Trump mette in discussione anche la presenza degli Stati Uniti nella Nato, sulla base di un argomento non proprio infondato: perché dovremmo spendere per la difesa dell’Europa più di quanto spendono i Paesi europei stessi, collettivamente più ricchi e popolosi dell’America?
Lo stesso Trump si rende conto di dover apparire più credibile in politica estera e la settimana scorsa ha incontrato l’ex segretario di stato Henry Kissinger, passato alla storia come l’artefice, durante la presidenza Nixon, dell’apertura alla Cina, oggetto degli strali proprio di Trump. Se i vertici e i principali donatori del Gop non sono ancora pronti a concedergli il sostegno ufficiale del partito, i negoziati sono ormai avviati, con il miliardario che forte del consenso popolare raccolto, e degli ultimi sondaggi che lo danno in rimonta sulla Clinton, può trattare da una posizione di forza. Raramente abbiamo visto confrontarsi per la Casa Bianca due visioni di politica estera così distanti, quasi agli antipodi, il che rende la scelta degli americani ancora più del solito gravida di conseguenze per noi europei.
Per la prima volta da decenni uno dei candidati con serie chance di arrivare alla Casa Bianca, Donald Trump, mette in discussione le fondamenta della politica estera americana, dall’approccio interventista da “poliziotto globale” alla secolare spinta per il libero commercio internazionale. L’ultimo candidato alla presidenza con una piattaforma isolazionista fu George W. Bush nel 2000, dopo anni di interventismo democratico clintoniano. Ma l’11 settembre 2001 cambiò tutto.
Una rottura tanto marcata rispetto al ruolo guida dell’America, che è proprio l’establishment di politica estera del partito repubblicano a guidare il fronte #NeverTrump. Persino neocon e realisti, da anni in competizione per influenzarne la politica estera, sembrano aver siglato una tregua per far fronte al nemico comune. Hillary Clinton, in campo democratico, rappresenta invece la continuità. Da first lady sostenne l’intervento nei Balcani, da senatrice votò la guerra in Iraq e da segretario di Stato pianificò la campagna libica. E fu il marito Bill a firmare l’accordo per il libero scambio nordamericano tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta), così duramente contestato da Trump (“ha distrutto” l’industria americana).
Il miliardario newyorkese sta interpretando il senso di insicurezza e le paure crescenti di milioni di americani, non solo di destra. Paure che mai come oggi forse sembrano coincidere con quelle che attraversano l’Europa: immigrazione, pericolo islamico, globalizzazione minacciano il senso di identità sia nazionale, culturale, che economico-sociale.
“L’America non vince più. Perde contro la Cina, contro il Giappone, contro il Messico, contro il resto del mondo”, è l’allarme di Trump, che accusa Pechino di “stuprare” gli Stati Uniti con la sua politica commerciale e monetaria: manipolando la sua moneta rende le esportazioni più competitive a danno dei lavoratori americani. Trump si difende dalle accuse di protezionismo: “Sono completamente a favore del libero commercio”, ma il gioco dev’essere “corretto”. Colpa di politici incapaci che hanno negoziato accordi di libero commercio dannosi.
Posizioni che trovano molti consensi anche a sinistra. L’idea di fondo è che con la globalizzazione Stati Uniti e Paesi europei si siano aperti a una concorrenza sleale e ad una penetrazione economica e commerciale da parte di paesi, come la Cina appunto, che per rendere competitivi i propri prodotti svalutano la moneta e tengono bassi i costi di produzione comprimendo diritti umani e sociali, a livelli inaccettabili per l’Occidente. Per quanta flessibilità si possa introdurre nel mercato del lavoro – e quello americano è già molto più flessibile del nostro – conviene sempre di più delocalizzare la produzione in quei paesi. Ne deriva una trasformazione del nostro tessuto economico e sociale che accresce il senso di precarietà e di insicurezza. Aree enormi e persino interi stati americani (ma anche europei) hanno già perso o stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più profondo che un semplice tasso di disoccupazione (negli Usa non così elevato).
Ma Trump mette in discussione anche la presenza degli Stati Uniti nella Nato, sulla base di un argomento non proprio infondato: perché dovremmo spendere per la difesa dell’Europa più di quanto spendono i Paesi europei stessi, collettivamente più ricchi e popolosi dell’America?
Lo stesso Trump si rende conto di dover apparire più credibile in politica estera e la settimana scorsa ha incontrato l’ex segretario di stato Henry Kissinger, passato alla storia come l’artefice, durante la presidenza Nixon, dell’apertura alla Cina, oggetto degli strali proprio di Trump. Se i vertici e i principali donatori del Gop non sono ancora pronti a concedergli il sostegno ufficiale del partito, i negoziati sono ormai avviati, con il miliardario che forte del consenso popolare raccolto, e degli ultimi sondaggi che lo danno in rimonta sulla Clinton, può trattare da una posizione di forza. Raramente abbiamo visto confrontarsi per la Casa Bianca due visioni di politica estera così distanti, quasi agli antipodi, il che rende la scelta degli americani ancora più del solito gravida di conseguenze per noi europei.
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