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Friday, June 16, 2017

Perché il Qatar ha una sola via d’uscita e il Medio Oriente una chance di pace

Pubblicato su formiche

Uno degli effetti "collaterali" del riallineamento di Doha potrebbe essere un contesto favorevole a un accordo tra israeliani e palestinesi

L'esito più probabile della crisi che si è aperta tra i Paesi arabi del Golfo è quello di una ricomposizione, con il Qatar che prende atto che le sue politiche "eterodosse", non allineate a quelle dei suoi vicini sono ormai incompatibili con la nuova fase geopolitica che si è aperta con la visita del presidente americano Trump a Riad e le nuove (vecchie) alleanze che si stanno formando. Per la piccola penisola che si affaccia sul Golfo si tratta di capire come salvare la faccia e, magari, anche guadagnarci qualcosina a titolo di indennizzo. Non mancano tuttavia margini di incertezza.

Se era inimmaginabile che una tale rottura fosse avvenuta senza il via libera di Washington, il presidente Trump ha esplicitamente rivendicato il ruolo degli Stati Uniti: durante i colloqui al vertice di Riad, focalizzati sull'impegno a contrastare ogni tipo di sostegno all'estremismo e al terrorismo islamico, i leader dei paesi arabi e sunniti hanno puntato l'indice verso il Qatar quale finanziatore del terrorismo (pur essendo anche di natura economica e geopolitica i motivi dei loro contrasti con Doha), ricevendo da Washington un esplicito incoraggiamento ad agire. "Ho deciso - in accordo con il segretario di stato Tillerson, i nostri grandi generali e il personale militare - che fosse venuto il tempo di chiedere al Qatar di finire di finanziare il terrorismo".

Che dietro alla rottura ci sia il semaforo verde Usa da un certo punto di vista aumenta le possibilità di ricomposizione della crisi. Difficile, infatti, che a Washington non siano stati ben ponderati obiettivi e rischi di una mossa non solo approvata ma anche incoraggiata. Altrettanto difficile quindi che a Doha, con la quale gli Usa non vogliono rompere, verranno poste condizioni impossibili da soddisfare. Anzi, tutto sembra organizzato per far sì che Washington sia l'unica via d'uscita per l'emiro al-Thani. Il segretario di Stato Tillerson, e più dietro le quinte il capo del Pentagono Mattis (in Qatar ha sede una base militare americana centrale per le operazioni in Medio Oriente) si sono subito attivati per avviare una mediazione.

Ma non ci sono due linee nell'amministrazione Usa. In questo caso le parole di Trump non sono estrapolate da un tweet o frutto di un'uscita estemporanea, ma sono state lette da un testo preparato e fanno esplicito riferimento ad una linea condivisa con Dipartimento di Stato e Pentagono. Si badi infatti che il segretario di Stato Tillerson, durante la sua conferenza stampa sulla crisi, ha sì chiesto agli Stati arabi di "allentare" l'embargo contro il Qatar, ma ha usato le stesse ferme parole del presidente nei confronti di Doha, alla quale "chiediamo di rispondere alle preoccupazioni dei suoi vicini". Ha ricordato che il Qatar "ha una storia di sostegno" a gruppi estremisti e violenti. "L'emiro del Qatar - ha concluso Tillerson - ha fatto progressi nel fermare il sostegno finanziario e nell'espellere elementi terroristi dal suo paese, ma deve fare di più e deve farlo più rapidamente". Il che significa che Washington intende sì giocare il ruolo di mediatore, ma non neutrale, e che il ritorno allo status quo ante per Doha non è un'opzione sul tavolo. Non sarà un bis del 2014, quando il Qatar aveva promesso di cambiare i suoi comportamenti ma dopo un breve periodo di maggiore cautela era tornato al suo "business as usual" con i gruppi islamici radicali e nei suoi rapporti con Teheran. Il Qatar sa bene che non può uscirne senza soddisfare le richieste dei suoi vicini, almeno quelle su cui insistono anche gli Stati Uniti (basta finanziare l'estremismo e il terrorismo islamico, ridimensionare i rapporti con l'Iran), e che qui si esaurisce il suo margine di trattativa per limitare i danni e chiedere qualche "indennizzo".

Se la mediazione funziona, e il Qatar si riallinea, l'amministrazione Trump potrà rivendicare un importante successo diplomatico e strategico: non permettere a Iran, Russia e Turchia di dividere gli alleati arabi dell’America. D'altra parte, qualcosa può sempre andare storto, anche perché i veri obiettivi e le "linee rosse" degli altri attori non sono completamente noti. La mossa non è totalmente priva di rischi, dal momento che costringe le due potenze regionali amiche del Qatar, che ambiscono a ridefinire a loro favore i rapporti di forza in Medio Oriente, ad uscire allo scoperto e ad esporsi. E infatti subito dopo l'apertura della crisi il ministro degli esteri iraniano è volato ad Ankara e i due Paesi si sono impegnati a sostenere Doha. Dal punto di vista dell'emiro al-Thani il sostegno iraniano è più realistico e concreto, ma politicamente meno praticabile. Accettarlo, allineandosi apertamente a Teheran, significherebbe varcare il confine tra mondo sunnita e sciita, quindi la sospensione o l'espulsione del Qatar dal GCC (Gulf Cooperation Council), il probabile addio della base militare americana, e forse anche la destabilizzazione politica interna. Un conto è avere interessi economici comuni, tutt'altro stringere con Teheran un'alleanza strategica contro i "fratelli" sunniti. Il sostegno diplomatico e retorico da parte turca è stato persino più sbandierato di quello iraniano, spingendosi fino all'aiuto militare. Ma nel medio-lungo periodo è anche meno realistico e concreto. Data la distanza geografica, Ankara non ha (ancora?) una sufficiente proiezione di potere per diventare il "protettore" di Doha rispetto ai suoi vicini arabi e agli Stati Uniti. Inoltre, per l'economia qatarina sarebbe insostenibile a lungo, troppo costoso, dipendere da spedizioni via mare e via aerea per quanto riguarda i beni di prima necessità. Sia pure improbabile, se l'Iran e anche la Turchia, pur essendo membro della Nato, decidono di alzare la posta e indurre il Qatar a resistere, entriamo in un territorio sconosciuto e pericoloso.

Se per i Paesi arabi del Golfo e l'Egitto che hanno fatto scattare l'ultimatum nei confronti di Doha l'espansione e le ambizioni egemoniche iraniane rappresentano la minaccia più immediata, a preoccuparli è anche l'attivismo di Ankara, il disegno neo-ottomano del presidente turco Erdogan, che si proietta verso sud. Ricordano fin troppo bene che prima del colonialismo europeo, il Medio Oriente è stato di fatto suddiviso tra i persiani e gli ottomani, con gli arabi marginalizzati. Per evitare il ripetersi di questo scenario, hanno bisogno di contrapporre alle mire egemoniche di Iran e Turchia un fronte arabo-sunnita compatto, che non può sopportare defezioni e tuttavia non può fare a meno - dal punto di vista militare ed economico - di una stretta cooperazione con Israele.

A pagare il prezzo della futura, probabile ricomposizione potrebbe essere Hamas, dal momento che proprio il sostegno alla Fratellanza musulmana da parte qatarina è tra i motivi principali della rottura delle relazioni diplomatiche con Doha. Il Qatar ha già chiesto ufficialmente ad Hamas di non usare il suo territorio per dirigere attività contro Israele. Anzi, secondo fonti israeliane e palestinesi concordi, due alti dirigenti di Hamas sono già stati espulsi dal Paese. Se l'embargo nei confronti del Qatar ha di tutta evidenza lo scopo di riallineare la sua politica estera a quella dei suoi vicini in un fronte anti-iraniano, uno degli esiti collaterali ma gravido di conseguenze, osserva uno dei massimi studiosi di politica estera americana, Walter Russell Mead, potrebbe essere quello di scalzare Hamas dal potere nella Striscia di Gaza, unificando i palestinesi sotto la guida di una più flessibile Fatah, che sarebbe economicamente e politicamente dipendente da un fronte unito di Paesi del Golfo.

In questo contesto, continua Walter Russell Mead, non si può escludere che il corso degli eventi non finisca per favorire la prospettiva di un qualche accordo tra israeliani e palestinesi. Un accordo, per esempio, che riconosca una sovranità araba sui siti sacri islamici di Gerusalemme e al contempo assicuri un'entità statale palestinese depurata da Hamas, sotto il controllo degli Stati del Golfo e dell'Egitto. Un esito che potrebbe soddisfare le esigenze di tutti gli attori coinvolti. Israele potrebbe contare sulla garanzia dei suoi alleati arabi sul comportamento dei palestinesi; gli arabi potrebbero salvare la faccia mentre rafforzano la loro intesa strategica con Israele; e l'Autorità palestinese ottenere il riconoscimento cui mira da decenni, ricevendo cospiscui finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo e l'Egitto e una "legittimazione religiosa" dai sauditi. Naturalmente le variabili in campo sono innumerevoli e non consentono di fare previsioni, ma il corso degli eventi potrebbe andare in questa direzione. E sarebbe certo una di quelle ironie che a volte la storia ci riserva, se l'eredità della politica estera di Obama dovesse essere un'alleanza arabo-israeliana in funzione anti-iraniana e una storica stretta di mano tra Netanyahu e Abbas sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Trump.

Friday, April 14, 2017

E se il Grande Dialogo Usa-Russia fosse appena iniziato?


Pubblicato su formiche

Quasi distensione? Come e perché la visita di Tillerson a Mosca non poteva andar meglio. Un nuovo, più proficuo linguaggio tra Washington e Mosca. E persino le posizioni sulla Siria (e Assad) non sembrano così inconciliabili... Anziché essere già finito il reset di Trump con Putin, il grande dialogo potrebbe essere solo all'inizio.

La visita del segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca è andata molto meglio di quanto si possa immaginare leggendo i giornali. E le posizioni di Washington e Mosca sono meno inconciliabili (persino sulla Siria) di quanto possa apparire. Ci sono un buon numero di sfumature tra la versione degli anti-Trump orfani di Obama, secondo cui il presidente sarebbe una "marionetta" di Putin, che lo ha aiutato a vincere le elezioni, e la delusione dei "putiniani", secondo cui con il raid contro la base aerea siriana di al Shayrat Trump si sarebbe piegato all'establishment diventando un falco anti-russo e sarebbe tornato alla politica del "regime change".

Dopo aver mandato a dire di essere troppo occupato per ricevere Tillerson, alla fine Putin ha abbassato la cresta e l'ha incontrato eccome, per oltre due ore. Dopo le quattro ore e mezza di colloquio (pranzo insieme compreso) che il segretario di Stato aveva appena avuto con il ministro degli affari esteri Lavrov, con il quale dopo la conferenza stampa congiunta ha avuto un ulteriore scambio di vedute informale di circa un'ora "sulle opportunità emerse". E il fatto non scontato che Putin abbia voluto incontrare Tillerson indica che il messaggio portato dal segretario di Stato al Cremlino valesse la pena di un incontro inizialmente negato per sgarbo.

Non era serio aspettarsi che la Russia scaricasse Assad in poche ore, obbedendo alla richiesta di Washington dopo nemmeno una settimana dall'umiliante raid Usa. Non è giornalisticamente serio e onesto presentare come un insuccesso la visita di Tillerson solo perché non si è presentato a braccetto con Putin annunciando che la Russia accetta di scaricare Assad, o perché restano le divergenze tra le due potenze.

E' stato certamente aspro il confronto tra Lavrov e Tillerson in conferenza stampa, senza esclusione di colpi, con il segretario di Stato americano per nulla intimidito, anzi proprio da lui forse sono partiti i primi colpi sotto la cintura. Come hanno ricordato entrambe le parti, siamo in una fase di estrema sfiducia nei rapporti tra Washington e Mosca. Nessuno quindi vuole farsi beccare ad "abbassare lo sguardo", nessuno arretra da uno scontro verbale.

Ma la sensazione è che se tutti abbaiano, nessuno voglia mordere. Intanto, Usa e Russia sembrano concordi nel non lasciare che i loro rapporti peggiorino. Parlandoci direttamente "ci comprendiamo meglio", ha osservato Lavrov. "Le due maggiori potenze nucleari al mondo non possono avere questo tipo di relazioni", ha aggiunto Tillerson. Ma oltre gli auspici, hanno concordato nuovi strumenti per evitare che le cose peggiorino. Un gruppo di lavoro volto a migliorare le relazioni e tenere aperto un dialogo quotidiano, mentre Putin è già pronto a ripristinare il canale di comunicazione militare di "deconfliction" nei cieli della Siria. "Tillerson ha avuto un dialogo serio a Mosca, che può aiutare a iniziare ad affrontare le varie questioni. Un utile primo passo", ha twittato Dmitri Trenin, direttore del Carnagie Center di Mosca.

All'indomani della visita si è profuso ottimismo sui futuri rapporti da entrambe le parti: "Le cose si risolveranno bene tra Stati Uniti e Russia. Al momento giusto, tutti ritroveranno il buon senso e ci sarà una pace duratura!", ha twittato il presidente Trump. "Mi è piaciuto il modo in cui" si sono svolti gli incontri ieri, ha commentato Lavrov: "Potrebbe volerci un po' perché questi risultati si manifestino - ha aggiunto - ma almeno abbiamo deciso di stabilire una linea di dialogo quotidiana su un certo numero di temi, compresi i problemi creati nelle relazioni bilaterali dalla precedente amministrazione e i meccanismi per migliorare la comprensione reciproca su varie crisi regionali, a cominciare da quella siriana".

Insomma, il reset di Trump con Putin è già finito o è solo all'inizio? Si può parlare di una sorta di distensione alla luce degli incontri di Tillerson a Mosca? Da ambo le parti si fa riferimento al fattore tempo. Niente illusioni: ce ne vorrà, prima di vedere i primi accordi. Per ora si tratta di evitare lo scontro e ripristinare il livello necessario di fiducia reciproca.

Al di là delle reciproche "punture", Lavrov non ha ripetuto la versione diffusa da Mosca nelle prime ore successive all'attacco per assolvere il regime di Assad dall'uso di armi chimiche. Ha ricordato che la zona colpita è sotto il controllo di forze ribelli, sollevando dubbi sulla credibilità delle testimonianze, e che ci sono rapporti secondo cui Damasco ha eliminato tutte le sue scorte, mentre documentano possesso e uso di armi chimiche da parte dei gruppi estremisti. Ed è tornato quindi a chiedere un'inchiesta imparziale e indipendente sull'accaduto prima di attribuire responsabilità ed emettere condanne.

Da parte sua Tillerson ha ribadito che gli Stati Uniti sono in possesso di prove che dimostrano la responsabilità del regime di Assad, ma non ha confermato l'accusa, fatta circolare a mezza stampa, secondo cui Mosca sarebbe stata complice, o per lo meno a conoscenza, dell'imminente attacco chimico. Anzi, ha detto, "non abbiamo informazioni certe che indichino che ci sia stato un qualche coinvolgimento della Russia o di forze russe in questo attacco".

Ma leggendo tra le righe persino le posizioni sulla Siria (e su Assad) non appaiono così inconciliabili. Tillerson ha ripetuto che per Washington "il regno della famiglia di Assad si sta avvicinando alla fine. E la Russia, come suo più vicino alleato, è nella posizione migliore per aiutare Assad ad accettare la realtà". Ma ha anche spiegato quanto sia "importante" che la sua uscita di scena avvenga "in modo ordinato", così che "certi interessi e gruppi" a lui legati sentano che saranno rappresentati al tavolo del negoziato per una soluzione politica. "Non pensiamo – ha precisato – che l'una debba accadere prima che l'altro possa cominciare", ma "l'esito finale" è che non ci sia un ruolo per Assad nel futuro della Siria.

Quando Lavrov, rispondendo, chiama in causa l'ossessione occidentale per la rimozione dei dittatori, ricordando la fine di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi, le violazioni del diritto internazionale che a suo avviso furono commesse, e il caos generato in Iraq e Libia ("conosciamo fin troppo bene cosa accade quando lo fate", "non ricordo un solo caso di un dittatore rimosso senza problemi e senza violenza"), sta etichettando la posizione Usa su Assad come "regime change", l'ennesimo. Ma l'amministrazione Trump continua a negare, anche dopo l'attacco alla base aerea siriana, di perseguire il regime change in Siria. In un'intervista al WSJ, sull'uscita di Assad lo stesso presidente Trump ha detto: "Stiamo insistendo su questo? No. Ma penso che accadrà a un certo punto". "La prima priorità in Siria è distruggere l'Isis, non cacciare Assad", ripetono a Washington. Esito finale, a un certo punto, in modo ordinato, sono le espressioni usate dagli americani sull'uscita di scena del dittatore siriano.

E se già prima dell'attacco Usa, il portavoce del Cremlino aveva chiarito che l'appoggio russo ad Assad non è affatto incondizionato (è un fatto che il sistema di difesa russo dislocato in Siria non abbia intercettato i missili tomahawk, il cui arrivo era stato annunciato un'ora e mezza prima), anche Lavrov davanti alla stampa ha fatto capire che i russi non si sentono vincolati ad Assad. Ha confermato che la sua rimozione non è nell'agenda di Mosca, ma "come ho sottolineato molte volte, noi non stiamo puntando tutto su una personalità, sul presidente Assad… Stiamo insistendo sul fatto che tutti si siedano intorno a un tavolo e arrivino a un accordo… tutti gli attori interessati, e vogliamo che tutti i siriani, senza alcuna esclusione, siano rappresentati nel processo politico". Il che sembra non precludere l'esito di una Siria senza Assad. Non hanno torto i russi quando fanno notare che ad oggi Assad, il cui esercito è l'unica forza regolare sul terreno, è determinante per sconfiggere le milizie jihadiste (non solo l'Isis ma anche al Nusra), ma nel medio-lungo termine potrebbe diventare troppo costoso anche per loro sostenere la sua permanenza al potere come se nulla fosse accaduto, e soprattutto come se non avesse ingannato non solo la comunità internazionale ma lo stesso Putin (che alcune fonti descrivono come furioso con il dittatore siriano per lo smacco che gli ha fatto subire dagli Usa).

Insomma, se è solo una questione di tempistica, allora le posizioni russe e americane non sembrano proprio inconciliabili. Certo, proprio per la mancanza di fiducia, né Mosca né Washington possono permettersi che convergano ora. Il problema infatti è che sul destino di Assad si incrociano le reciproche ambiguità e diffidenze. Anche perché, se non lo è per Mosca, Assad è una figura irrinunciabile per l'Iran, la cui influenza la nuova amministrazione Usa vuole contenere. Da una parte, i russi non si fidano degli americani perché temono che, combattendo solo l'Isis e non anche gli altri gruppi dell'opposizione siriana, stiano in realtà coltivando allo stesso tempo un piano per il regime change. Dall'altra, gli americani non si fidano dei russi perché temono che, inseguendo una vittoria militare piena puntino in realtà, in totale accordo con Teheran, a mantenere Assad al potere e a sabotare il processo politico prima che entri nel vivo. Nell'appoggio russo "non incondizionato" ad Assad, Washington ha intravisto un varco stretto in cui inserirsi per tentare di rompere l'asse Iran-Russia.

L'attacco missilistico ordinato da Trump sulla Siria è un messaggio politico su diversi piani e destinato a molteplici attori. E al Cremlino sembrano averlo afferrato, seguiranno riflessioni e approfondimenti. Trump non ha cambiato idea né sulla Siria (la priorità è distruggere l'Isis, non cacciare Assad), né sulla Russia: bisogna almeno tentare di migliorare i rapporti. Troppo importante per l'Occidente avere buoni rapporti con la Russia, quando le minacce esistenziali e i rivali strategici del XXI secolo non si trovano a Mosca. Il che non significa fare regali a Putin, anche perché come Obama dovrebbe aver imparato a sue spese, le concessioni unilaterali e il non intervento rendono i russi più arroganti e aggressivi, non più disponibili. Al contrario, dimostrare la propria risolutezza è l'unico modo per farli tornare sul serio al tavolo del confronto. Accecati dal loro pregiudizio negativo su Trump, i commentatori si aspettavano invece di vedere un reset nei termini di qualche regalo presentato a Putin su un piatto d'argento e non hanno riconosciuto le mosse iniziali di una lunga partita. Né hanno visto – con lo strike sulla base aerea siriana e la crescente pressione politica americana sulla Russia (tra accuse e ultimatum) nei giorni e nelle ore precedenti la visita di Tillerson – la profonda trasformazione delle regole del gioco. Obama ha danneggiato la credibilità della deterrenza americana e l'amministrazione Trump l'ha voluta iniziare a restaurare. Sta prendendo forma un approccio totalmente diverso da quello di Obama nel trattare con alleati e avversari. Un approccio che, semplificando, si può definire "bastone e carota". Uso della forza e minacce, ma anche trattativa e mutuo rispetto. E da quello che abbiamo visto a Mosca, in occasione degli incontri di Tillerson, i russi sembrano aver riconosciuto il nuovo approccio e non esserne così dispiaciuti. Americani e russi hanno cominciato a parlarsi usando lo stesso linguaggio.

A cambiare, rispetto all'amministrazione Obama, è anche la politica nei confronti di Teheran. Si dice Assad, si legge Iran. L'aut aut presentato a Mosca non riguarda tanto il dittatore siriano, quanto il regime degli ayatollah. "La Russia deve scegliere se schierarsi con gli Stati Uniti, e i Paesi che la pensano allo stesso modo, o con Assad, Iran e Hezbollah", sono le esatte parole usate da Tillerson all'indomani dell'attacco. Non importa quando, ma prima o poi la Russia deve scaricare Assad, cioè l'Iran, è il messaggio. Nonostante le tensioni, con la visita di Tillerson il dialogo tra Washington e Mosca sembra ripartito a 360 gradi, i canali di comunicazione sono aperti e destinati a rafforzarsi. Insomma, siamo all'inizio di qualcosa, una partita nuova. Non è scontato, ma è una possibilità ancora sul tavolo che nel medio termine Mosca ripensi la sua politica in Siria e il suo asse con l'Iran. La sensazione è che di fronte alla prospettiva di un'intesa a tutto campo con Washington, non solo sulla crisi siriana ma su tutti i fronti, insomma di fronte alla proposta di una nuova Yalta, Putin potrebbe anche decidere di compiere questo passo. Ma il presupposto è la fiducia e per ricostruirla ci vorrà tempo.

Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

Pubblicato su formiche

Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.

Friday, February 24, 2017

La "sveglia" di Trump alla Nato e all'Europa

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Rassicurazioni sull'impegno Usa nella Nato e i rapporti con la Russia, ma il vice presidente Pence e il segretario alla difesa Mattis "suonano la sveglia" agli alleati. "Americans cannot care more for your children's security than you do"

La realtà ha già cominciato a smentire le previsioni apocalittiche sulla presidenza Trump e gli "esperti" non sanno ancora decidersi se criticarlo quando "attenta" all'ordine e alle istituzioni internazionali del dopoguerra, o quando adotta una linea più convenzionale, apparentemente tornando sui suoi passi e contraddicendo se stesso. Non hanno capito nulla di Trump prima, durante e dopo... E ora si arrampicano sugli specchi per spiegarci come mai le prime, ragionevoli mosse della nuova amministrazione Usa non sembrano coerenti con i loro scenari catastrofici.

I suoi critici "a prescindere" non accetteranno mai di vederla, ma c'è una logica nella politica estera dell'amministrazione Trump, che ha appena cominciato a prendere forma. Innanzitutto, l'idea secondo cui allo slogan trumpiano "America First" debba corrispondere un'America chiusa in se stessa che abbandona gli alleati al loro destino si sta sempre più scontrando con la realtà dei primi passi dell'amministrazione, come dimostrano le calorose accoglienze riservate da Trump ai premier di Regno Unito e Giappone a Washington e i recenti tour in Europa del vicepresidente Mike Pence (alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e a Bruxelles), del segretario alla difesa Jim Mattis (al vertice Nato e alla conferenza di Monaco) e del segretario di Stato Rex Tillerson (al G20 di Bonn). E' chiaro: se si sono prese alla lettera, ma non sul serio, le parole di Trump in campagna elettorale, rivolte all'elettore medio americano, allora le parole dei suoi uomini oggi, prese altrettanto alla lettera, possono apparire distanti, persino divergenti. Ma se, con uno sforzo di onestà intellettuale, si prendono sul serio le une e le altre, si vedrà che i concetti espressi coincidono, che pur nelle diverse sensibilità prevale la sintonia, non un presidente "sotto tutela" come qualcuno insinua.

I suoi critici sono disorientati, ma un filo logico nella politica estera di Trump sta emergendo, ha scritto sul WSJ lo studioso dell'American Enterprise Institute Michael Auslin. Sulle questioni di politica estera che hanno un impatto diretto sul fronte interno, come gli accordi commerciali e la globalizzazione, persegue un cambiamento radicale; sulle questioni di pura politica estera, come i rapporti con gli alleati, la Russia o la Cina, sta adottando un approccio più tradizionale. "Almeno finora, Trump è stato molto coerente. I critici da sinistra e da destra dovrebbero accettare che i prossimi quattro anni di politica estera americana saranno definiti da un mix di tradizionalismo e di radicalismo". In una parola: pragmatismo, gli interessi dell'America al primo posto.

Il candidato Trump ha suscitato scandalo quando ha posto, in modo a volte provocatorio, il tema del giusto contributo degli alleati ai costi della difesa comune, e quando ha parlato di un'alleanza "obsoleta", perché non a sufficienza rivolta a contrastare la minaccia del terrorismo islamico, e di migliori rapporti con la Russia. Su questi tre fronti non potevano certo esprimersi come il candidato Trump, ma sia il vicepresidente Mike Pence sia il segretario alla difesa Mattis hanno "suonato la sveglia" agli alleati della Nato e all'Europa, recando il messaggio del presidente nel modo più chiaro, esplicito e ultimativo possibile (anche se, chiusi nella loro bolla e nei loro pregiudizi, gli europei fanno sapere di restare disorientati sulle reali intenzioni della Casa Bianca). Washington non intende abbandonare a se stessa la Nato - ma pretende giustamente che gli alleati contribuiscano alla sicurezza comune almeno quanto pattuito - né fare regali alla Russia, con la quale cercherà un "terreno comune" di cooperazione, ma al tempo stesso richiamandola alle sue responsabilità.

Naturalmente i media europei hanno evidenziato le rassicurazioni di Pence e Mattis sull'impegno americano, lasciando persino intendere che stessero correggendo il loro presidente o in qualche modo ridimensionando le sue dichiarazioni (nonostante entrambi abbiano esplicitamente, più volte, premesso di parlare a suo nome), mentre molto meno rilievo è stato dato alle parti dei loro discorsi in cui recavano le richieste della nuova amministrazione Usa.

Il segretario alla difesa Mattis ha assicurato che la Nato resta un "pilastro fondamentale" per gli Stati Uniti, l'impegno per l'articolo 5 dell'Alleanza atlantica resta "solido come una roccia", ma ha anche detto chiaro e tondo che se gli alleati non aumenteranno la loro spesa militare, gli Stati Uniti non potranno che "moderare" il loro impegno nella Nato. Un vero e proprio "warning". E la notizia semmai è che, almeno a parole, la Nato abbia acconsentito alla richiesta di Trump, che in fondo è la stessa dei suoi predecessori alla Casa Bianca. "Americans cannot care more for your children's security than you do". Mattis è stato franco e diretto, il suo ragionamento non fa una piega: "Devo a tutti voi chiarezza sulla realtà politica negli Stati Uniti e porre la giusta richiesta da parte della gente del mio Paese in termini concreti... L'America terrà fede alle sue responsabilità, ma se le vostre nazioni non vogliono vedere l'America moderare il suo impegno per l'alleanza, ciascuna delle vostre capitali dovrà mostrare il suo sostegno per la nostra difesa comune". "Il contribuente americano non può più sopportare una quota sproporzionata della difesa dei valori occidentali. Gli americani non possono preoccuparsi per la sicurezza dei vostri figli più di quanto facciate voi stessi. Il disprezzo per la preparazione militare dimostra una mancanza di rispetto per noi stessi, per l'Alleanza e per le libertà che abbiamo ereditato, che sono ora chiaramente minacciate". Quindi, una sorta di ultimatum: "Dobbiamo garantire che alla fine dell'anno non saremo nella stessa situazione di oggi". Gli Stati Uniti si aspettano che gli alleati adottino quest'anno dei "piani", con "date e scadenze precise", che assicurino "progressi costanti" verso il raggiungimento della quota del 2% del Pil di spesa militare, come pattuito. La ricca Germania, per esempio, spende solo l'1,19%...

Riguardo la necessità di rinnovare la "mission" dell'Alleanza, sempre Mattis ha spiegato che per rimanere credibile la Nato deve adattarsi ai nuovi scenari geopolitici. I Paesi membri "non possono più negare la realtà" del terrorismo islamico e degli altri rischi geopolitici e devono essere "unificati da queste crescenti minacce alle nostre democrazie". E' esattamente la questione posta da Trump quando ha parlato di Nato "obsoleta": modernizzare una proiezione dell'alleanza fossilizzata sull'inevitabilità della minaccia proveniente da est, dalla Russia, come ai tempi della Guerra Fredda. La correzione chiesta dal presidente Trump è ragionevole e non diversa da quella di cui già da tempo si discute e verso la quale spingono soprattutto i membri del fronte sud dell'Alleanza: riorientare la Nato verso le minacce provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Come sugli oneri della difesa, anche su questo l'iniziativa della nuova amministrazione Usa sembra aver accelerato processi già in corso: i 28 hanno dato il via libera al cosiddetto "hub per il Sud", all'interno del Joint Force Command di Napoli, e approvato un generale riorientamento strategico verso sud, per meglio affrontare le minacce che arrivano, appunto, dal Medio Oriente e dal Nord Africa (Libia compresa, essendo giunta dal governo al-Sarraj la richiesta formale di un supporto Nato).

Quanto ai rapporti con la Russia, nessuno a Washington ha intenzione di abbandonare gli alleati dell'Europa orientale, né di cedere alle ambizioni putiniane, né di tradire i valori dell'Occidente. La Russia resta tra le principali sfide alla sicurezza transatlantica, ma si tratta di guardare con realismo al ruolo che può giocare Mosca su altri fronti. Se la Nato è "essenziale", ha spiegato infatti il segretario Mattis, nel "bloccare gli sforzi russi tesi all'indebolimento delle democrazie", lo è anche nel "contrastare l'estremismo islamico e rispondere a una Cina più assertiva". Certo, ha avvertito, "bilanciare collaborazione e confronto è certamente una sgradevole equazione strategica". Se da una parte Mattis ha confermato l'apertura del presidente Trump "alle opportunità di restaurare una relazione cooperativa con Mosca, allo stesso tempo - ha aggiunto - restiamo realisti nelle nostre aspettative e raccomandiamo ai nostri diplomatici di negoziare da una posizione di forza". Ciò significa, ha assicurato, che "non siamo disposti ad abbandonare i valori di questa alleanza, né a lasciare che la Russia, attraverso le sue azioni, parli con voce più alta di chiunque in questa stanza".

E se Mosca, tramite il suo ministro alla difesa, si dice "pronta per ristabilire la cooperazione con il Pentagono", il capo del Pentagono dice che no, "in questo momento" gli Stati Uniti non sono pronti per una collaborazione militare con la Russia. Prima di una collaborazione con gli Stati Uniti e la Nato, la Russia deve "dimostrare" di voler rispettare le leggi internazionali, ha spiegato Mattis parlando a Bruxelles. "In questo momento non siamo nella posizione di collaborare a un livello militare con la Russia, ma i nostri leader politici si incontreranno e cercheranno di trovare un terreno comune o una via d'uscita".

Della ricerca di un "terreno comune" con Mosca ha parlato anche il segretario di Stato Rex Tillerson in una breve dichiarazione alla stampa dopo l'incontro con il ministro degli affari esteri russo Lavrov a margine del G20 di Bonn. Ma gli Stati Uniti si aspettano che la Russia "onori gli impegni presi con gli accordi di Minsk e lavori per una de-escalation della violenza in Ucraina". Usa e Russia devono lavorare insieme laddove i loro interessi siano coincidenti, concordano Tillerson e Lavrov. Anche se nell'esprimere lo stesso concetto il segretario Tillerson ha usato parole un po' diverse: "Come ho già detto nella mia audizione di conferma al Senato, gli Stati Uniti considereranno la possibilità di lavorare con la Russia quando sarà possibile trovare aree di cooperazione pratica che potranno portare beneficio agli americani". In ogni caso, la nuova amministrazione Trump, ha chiarito, "non prevede di andare contro gli interessi e i valori dell'America e dei suoi alleati".

Sulla Russia i vertici dell'amministrazione Trump parlano con una voce sola e "terreno comune" è l'espressione ricorrente. Mentre gli Stati Uniti, ha spiegato il vicepresidente Pence, "continueranno a ritenere la Russia responsabile e ad esigere che rispetti gli accordi di Minsk cominciando a diminuire la violenza nell'Ucraina orientale, seguendo le direttive del presidente Trump tenteremo anche in nuovi modi di trovare con la Russia un terreno comune". Fermo restando, ha aggiunto, che "alla luce dello sforzo della Russia di ridisegnare i confini dei Paesi con la forza, noi continueremo a sostenere la Polonia e gli Stati baltici attraverso la presenza avanzata rafforzata della Nato" in quei Paesi.

A conferma di tutto ciò, gli Stati Uniti stanno mobilitando unità corazzate nei Paesi baltici, in Polonia, Romania e Bulgaria, per "sostenere e integrare l'impegno Nato a favore della deterrenza" nei confronti di Mosca. Via libera dall'amministrazione Trump anche al rafforzamento della presenza navale Nato nel Mar Nero, annunciato dal segretario Stoltenberg, "per addestramento avanzato, esercitazioni e consapevolezza situazionale". Una mossa che, ha assicurato, "sarà misurata, di natura difensiva, in nessun modo volta a provocare un conflitto né ad alimentare le tensioni".

Anche del discorso del vicepresidente Mike Pence a Monaco è stato dato maggiore rilievo alle rassicurazioni, ma nei confronti degli alleati il suo monito è stato ancor più duro. "Il presidente mi ha chiesto di essere qui oggi per trasmettere il messaggio che gli Stati Uniti sostengono fortemente la Nato e che noi saremo incrollabili nel nostro impegno verso l'Alleanza atlantica", ha detto Pence. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, saranno "più forti di quanto non siano mai stati" sotto la presidenza Trump, che ha intenzione di "ripristinare l'arsenale della democrazia". Così come, a Bruxelles, Pence ha riferito, sempre a nome del presidente Trump, "il forte impegno degli Stati Uniti ad una continua cooperazione e partnership con l'Unione europea". Ma la seconda parte del messaggio è che il popolo americano potrebbe perdere la pazienza (che "non durerà per sempre") con i membri della Nato se questi non condividono i costi della difesa comune. Oggi "non pagano la loro giusta parte" e questa mancanza "corrode le fondamenta della nostra alleanza". "E' venuto il tempo di fare di più... It is time for actions, not words", ha detto prendendo in prestito uno slogan dal discorso di insediamento del suo presidente. Anche da Pence una sorta di ultimatum: il presidente Trump si aspetta "progressi reali entro la fine del 2017" da parte degli alleati che non rispettano l'impegno a investire il 2% del Pil in spesa militare.

E nel caso qualcuno ancora non avesse compreso il messaggio, Pence ha esortato i Paesi Nato che non spendono il 2% del loro Pil nella difesa ad accelerare i loro piani per arrivarci: "E se non avete un piano, datevene uno". Ad essere onesti, la realtà è che l'ingresso di Trump alla Casa Bianca ha già impresso una positiva accelerazione nel dibattito sulla e nella Nato. E nonostante mugugni, piagnistei e moti di sdegno un po' ipocriti, l'Alleanza sta facendo l'unica cosa possibile: allinearsi.

P.S.
La questione è semplice: pare che per qualcuno la difesa ce la debbano assicurare i contribuenti americani (e il debito i contribuenti tedeschi...). Troppo comodo, no? Se si crede nella Nato, si è coerenti e si contribuisce (almeno) quanto pattuito. Se si crede nell'Unione europea, si taglia il debito prima di chiederne la mutualizzazione. Altrimenti, la figura dei soliti furbastri e inaffidabili è assicurata.

Wednesday, February 01, 2017

Libia, soluzione nelle mani di Trump...

Pubblicato su Ofcs Report

Prima che sia Mosca, come in Siria, a occupare il vuoto lasciato da Obama. Washington è per l'Italia l'ultima exit strategy dal vicolo cieco in cui si è cacciata

Oggi la Libia rappresenta per l'Italia il principale problema sia di politica estera che di politica interna. La crisi di migranti generata dal caos libico accresce l'insofferenza dei cittadini italiani per i comandamenti dell'"Accoglienza", fattore non trascurabile alla base della crisi di consensi del Governo Renzi, e indebolisce la nostra posizione in Europa. Solo nelle ultime settimane: sedi ministeriali occupate a Tripoli, proprio nei giorni successivi la visita del ministro dell'interno Minniti; un'autobomba esplosa nei pressi dell'ambasciata italiana da poco riaperta; golpe veri o presunti o minacciati e continue dichiarazioni dal Parlamento di Tobruk contro "l'occupazione militare italiana". Vendette dell'ex premier libico Ghwell, scalzato dal governo targato Onu di al-Serraj? Avvertimenti del generale Haftar ("con me dovete trattare")? E' comunque difficile non scorgere dietro questi eventi un disegno, o quanto meno una serie di provocazioni. In ogni caso, una spia del fatto che la nostra politica in Libia rischia di essere fondata sulla sabbia - potremmo aver puntato sul cavallo sbagliato - e che resta alto il rischio di un'escalation tra le fazioni in lotta per il controllo del Paese. Il governo di Fayez al-Sarraj sembra non aver alcun controllo del territorio, nemmeno a Tripoli, ed essere stato di fatto scaricato dalla comunità internazionale. Solo l'Italia si espone ancora a sostenerlo. Sicuri sia l'interlocutore giusto con il quale cercare un accordo per fermare il flusso di migranti che arriva sulle coste italiane?

I governi italiani hanno commesso almeno due errori. L'aver scommesso sul processo politico "onusiano" che ha portato alla legittimazione dell'impotente governo al-Sarraj e l'essersi fidati del presidente americano Obama, che oltre ai raid contro l'Isis non ha profuso che un minimo, formale impegno nel processo politico, che a suo avviso (non a torto) dovrebbe essere affare degli europei. Peccato che i nostri "amici" europei coinvolti in Libia si stiano muovendo in ordine sparso tutelando ciascuno i suoi interessi. E, come in Siria, l'impegno scarso e confuso prima, il progressivo disimpegno poi dell'amministrazione Obama ha creato anche in Libia un vuoto nel quale si sta inserendo la Russia di Putin.

Cosa fare, dunque? E' il momento di correggere la rotta, ma non c'è un minuto da perdere. Il cambio di amministrazione a Washington offre non solo al Regno Unito post-Brexit ma anche all'Italia una exit strategy dal vicolo cieco in cui si è cacciata in Libia sostenendo con eccessivo zelo il fragile tentativo onusiano di al Serraj. Convincere Washington a riprendere in mano sul serio il dossier libico per controbilanciare, finché siamo in tempo, la crescente influenza della Russia. Mosca sta infatti sempre più stringendo i suoi rapporti con il generale Haftar, che con il suo esercito, al fianco del Parlamento di Tobruk, controlla ormai saldamente l'est e il sud del paese, infrastrutture petrolifere comprese. Dopo la visita a Mosca qualche settimana fa, Haftar è salito a bordo della portaerei Kuznetsov, di passaggio nel Meditterraneo di rientro dalla Siria, per siglare un accordo di collaborazione militare (si parla di forniture di armi per due miliardi di dollari).

"A Trumpian Peace Deal in Libya?" è il titolo di un recente articolo di Jason Pack e Nate Mason su Foreign Affairs secondo cui la nuova amministrazione Usa può giocare un ruolo decisivo nel dare soluzione al rebus libico. Da una parte, spiegano, il generale Haftar, sostenuto da Russia ed Egitto, avendo già il controllo delle infrastrutture petrolifere, avrebbe poco interesse a scivolare verso una sanguinosa battaglia per Tripoli se ci fosse la possibilità di un negoziato. Dall'altra, le fazioni occidentali, quella di Misurata inclusa, sono più incentivate a negoziare ora, prima che la loro posizione si indebolisca ulteriormente. Haftar potrebbe infatti attaccare Misurata a breve e a quel punto l'egemonia di Mosca (e del Cairo) sulla Libia sarebbe difficilmente reversibile.

Che ruolo può giocare quindi la nuova amministrazione Usa? E cosa si aspettano da essa le fazioni libiche? Almeno "per le strade libiche", secondo i due autori, il presidente Trump è "molto più popolare di quando sarebbe stata Hillary Clinton". "Gli emissari dell'ex segretario di Stato sono associati con lo status quo e con la fazione di Misurata. Inoltre, poche aree al mondo sono state più trascurate della Libia durante il secondo mandato del presidente Obama. Gli Stati Uniti sono stati decisivi per i raid aerei che hanno cacciato l'Isis da Sirte, ma non hanno esercitato la loro leadership sugli aspetti politici ed economici della transizione. Quindi, le fazioni libiche sperano in una iniziativa della nuova amministrazione Usa per superare lo stallo e dare nuova vita alle trattative", evitando così un'escalation del conflitto armato che non conviene a nessuna.

E' nell'interesse di Washington affrontare il dossier libico quanto prima per evitare che gli sviluppi del conflitto possano minacciare gli interessi americani. I paesi vicini (Tunisia, Algeria ed Egitto) potrebbero venire contagiati dal conflitto con infiltrazioni di milizie jihadiste. E la Russia potrebbe giocare d'anticipo riconoscendo il generale Haftar e il Parlamento di Tobruk come governo legittimo della Libia. Un regime filo-russo in Libia significherebbe trovarsi, dopo l'Ucraina e la Siria, con un nuovo fronte di tensione con Mosca. Proprio perché il presidente Trump sembra intenzionato a lavorare ad "un ampio accordo geostrategico con la Russia, non c'è ragione di pensare che intenda regalarle un'ulteriore leva negoziale".

Per gli autori Washington ha ancora più di una carta in mano. Solo gli Stati Uniti infatti possono offrire "pieno accesso nell'economia globale (e al mercato petrolifero) e legittimità internazionale alle varie fazioni libiche", nonché garantire aiuti per la ricostruzione. Da Russia ed Egitto riceverebbero invece solo "dipendenza e ulteriore marginalizzazione". Quindi l'amministrazione Trump "dovrebbe riconoscere che nessuna fazione, tra cui il governo di al-Serraj, ha un diritto esclusivo di legittimità politica in Libia". Il generale Haftar e le milizie di Misurata sono "i due blocchi più potenti". Anche se Haftar si sta rafforzando e Misurata si sta indebolendo, è improbabile che il primo possa prevalere a breve e una separazione de facto del Paese è l'esito più probabile.

"Una soluzione negoziata di condivisione del potere" è preferibile, secondo i due analisti, rispetto a qualsiasi altro "pseudo-governo", ma ciò "non può accadere finché Washington continua a sostenere l'impotente governo di al-Serraj come unico legittimo e ad escludere Haftar e le altre fazioni". Gli autori suggericono quindi "il diretto coinvolgimento di Haftar e dei leader moderati di Misurata", dato che in Libia "sono i leader delle milizie ad avere il potere vero, non i politici". E che "l'Occidente contribuisca a mettere a punto una proposta di decentramento politico cosicché tutte le fazioni vedano l'attuale conflitto come un gioco a somma zero". Meglio "devolvere" alle città la maggior parte dei poteri, così come gli introiti delle risorse naturali. Eventuali conflitti locali sono più gestibili di un unico conflitto nazionale o tre regionali e la governance locale è necessaria per la ripresa economica. A questo scopo, Trump dovrebbe nominare un suo "inviato presidenziale" che coordini le politiche delle agenzie federali, supervisioni il processo Onu e agisca da "primus inter pares" con gli alleati europei coinvolti in Libia (Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito), delegando loro "ruoli complementari".

Finora la "leadership confusa" dell'amministrazione Obama ha portato ad una politica "mal coordinata e incoerente". Se gli Stati Uniti vogliono porre fine alla guerra civile in Libia, avvertono, devono abbandonare il concetto di "leading from behind" ed esercitare direttamente la loro leadership. "Trump, come sappiamo, è un pensatore non convenzionale - concludono i due analisti di Foreign Affairs - non vincolato ai modi di fare tipici della burocrazia. E la Libia ha bisogno di un approccio fresco e coraggioso. Fortunatamente per gli Stati Uniti, per motivi geopolitici, le principali fazioni libiche sono ansiose di lavorare con Trump. Ora è il momento per lui di dimostrare che è pronto a lavorare con loro".

Dunque, nella partita a scacchi che sta per iniziare tra Washington e Mosca - e che si gioca tra l'Europa orientale, il Medio Oriente e l'Iran - la Libia occupa una parte non così trascurabile della scacchiera. E l'Italia deve cogliere al volo l'occasione (che potrebbe essere l'ultima) di un rinnovato impegno americano sul dossier libico per correggere l'attuale corso degli eventi la cui inerzia contrasta con i nostri interessi. "Con l'Italia faremo grandi cose". "Abbiamo bisogno dell'esperienza che l'Italia possiede sulla Libia", è quanto ha detto nei giorni scorsi il neo segretario di Stato Usa Rex Tillerson all'inviato del quotidiano "La Stampa" Paolo Mastrolilli. Un'apertura che fa ben sperare sull'intenzione degli Stati Uniti di andare nella direzione auspicata da Jason Pack e Nate Mason su Foreign Affairs. Washington si aspetta dall'Italia anche un aiuto concreto nella "gestione del dialogo con Putin". Al contrario di quanto si dice e si scrive, l'amministrazione Trump non sarebbe poi così disposta a cedere a Mosca sull'Ucraina...

Insomma, il governo italiano e le forze politiche che lo sostengono, con quel che abbiamo in gioco in Libia (e con la Russia), non possono permettersi un approccio meno che rispettoso e collaborativo nei confronti della presidenza Trump, che può rappresentare l'ultima nostra exit strategy dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati in Libia.

Tuesday, January 17, 2017

Trump, sfida a Cina e Russia e rilancio dell'Anglosfera

Pubblicato su Ofcs Report

L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale

L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.

Quando mancano due giorni all’Inauguration Day,  tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.

Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.

In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.

Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.

Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.

Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.

“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.

Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.

L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.

In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.

La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.

Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.

E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…

Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.

Tuesday, December 13, 2016

Un "dealmaker" al Dipartimento di Stato

Pubblicato su Ofcs Report

Il "petroliere". Il ceo di Exxon Tillerson è la scelta di Trump come segretario di Stato: diffidare da chi lo liquida come amico (e quindi "servo") di Putin

Nella formazione della sua squadra di governo il presidente eletto Donald Trump continua a stupire con scelte all'insegna non dell'ideologia, ma del pragmatismo, della competenza e della coerenza con le priorità indicate in campagna elettorale. Scelte di altissimo profilo, che indicano la sua intenzione di circondarsi delle menti e delle carriere più brillanti del Paese nei vari ambiti di governo. Dopo tre generali - James Mattis alla Difesa, John Kelly alla Sicurezza interna e Michael Flynn come consigliere alla Sicurezza nazionale - è finalmente arrivata la scelta per la casella più importante e influente della sua amministrazione, la carica di segretario di Stato. Trump ha scelto Rex Wayne Tillerson, presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ha superato di slancio i "due litiganti", il favorito dell'establishment del Partito repubblicano Mitt Romney, candidato alla Casa Bianca di quattro anni fa, e l'ex procuratore ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, fedelissimo della prima ora di Trump, che però nei giorni scorsi si era ritirato dalla corsa. Ad affiancare Tillerson nel ruolo di vicesegretario dovrebbe essere l'ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, John Bolton.

"It's the economy...", anzi "il petrolio...", direbbe con occhi sbarrati il personaggio interpretato da Robert Redford nel celebre film di Sidney Pollack "I tre giorni del Condor". E nel mercato del petrolio la geopolitica è pane quotidiano. Almeno un paio di cose ce le dice sulle intenzioni di Trump questa scelta destinata a destare molte polemiche e perplessità. Primo, che per il neo presidente anche in politica estera la vera priorità è l'economia. Secondo, che pensa di dover concludere molti accordi, se vuole accanto a sé come segretario di Stato un uomo d'affari abituato a siglare accordi ad altissimo livello con enormi poste in gioco. Tillerson è infatti il "dealmaker" per eccellenza, un maestro di geopolitica. E non è un mistero che in cima all'agenda di Trump, dichiarate in campagna elettorale, ci sono due "mission impossible": una maggiore cooperazione con la Russia (il "reset" con Mosca fu mancato persino da Hillary Clinton e Obama all'inizio dei loro mandati) e un duro confronto con la Cina sul commercio, la politica monetaria e le questioni di sicurezza. Roba da far tremare i polsi a chiunque, un po' meno forse a chi è abituato a negoziare accordi da miliardi di dollari.

Lo stesso Trump ha spiegato di averlo scelto per il suo bagaglio di conoscenze globali e le sue abilità da manager. "La cosa che mi piace di più di Rex Tillerson è che ha una vasta esperienza nel trattare con successo con tutti i tipi di governi stranieri", "è un giocatore di calibro mondiale... conosce molti dei giocatori e li conosce bene". "La sua tenacia, la sua ampia esperienza e profonda comprensione della geopolitica lo rendono un'eccellente scelta", ha aggiunto il presidente eletto, anticipando che il futuro segretario di Stato "promuoverà la stabilità regionale e si concentrerà sui principali interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Rex sa come si gestisce un'impresa globale, il che è cruciale per guidare con successo il Dipartimento di Stato, e le sue relazioni con i leader di tutto il mondo non sono seconde a nessuno". Anche le multinazionali hanno una loro politica estera, la cui priorità di solito è la stabilità. Ma per quanto siano "globali", gli interessi di una multinazionale non coincidono con quelli di un Paese come gli Stati Uniti. E' solo una delle perplessità che Tillerson dovrà dissipare.

Destano preoccupazioni, inoltre, e saranno motivo di una resistenza probabilmente bipartisan in Senato alla ratifica della sua nomina, i suoi ottimi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin. In Russia Tillerson ha concluso per Exxon importanti accordi, così come in un'altra cinquantina di Paesi, molti dei quali retti da governi altrettanto autoritari (se non sanguinari) e tra i più corrotti (Ciad, Venezuela, Libia, Iraq, Angola, Guinea equatoriale). Nel 2011 ha negoziato con le autorità russe un gigantesco accordo che consente alla Exxon di esplorare i giacimenti dell'Artico, permettendo in cambio alla compagnia petrolifera russa Rosneft di investire nelle concessioni Exxon nel mondo. Nel 2012 è stato insignito da Putin (insieme al nostro Paolo Scaroni, ex ad di Eni) dell'Ordine dell'Amicizia, onorificenza che il Cremlino riserva ai cittadini stranieri che più hanno contribuito a migliorare le relazioni con la Russia. Inoltre, si è detto contrario alle sanzioni occidentali contro Mosca (che definisce "ineffective", inefficaci).

Tillerson è stato quindi sbrigativamente "bollinato" dalla solita stampa mainstream, dall'"inviato collettivo", e da alcuni commentatori come "l'amico di Putin". Analisi che tuttavia rischiano di rivelarsi superficiali, come d'altronde siamo ormai abituati a notare quando si parla di Trump. Che senso ha parlare di "amicizia" nel mondo degli affari e, ora, in politica estera? In questi ambiti il concetto di amicizia dev'essere quanto meno contestualizzato e relativizzato. Ci può essere stima, rispetto reciproco. Ci possono essere buoni e persino ottimi rapporti. Ma a certi livelli, quando sono in gioco da una parte affari per miliardi di dollari e dall'altra le ambizioni geopolitiche di un Paese come la Russia, non esiste "amicizia". Esistono gli interessi e l'intelligenza, l'abilità dei giocatori di concludere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, "win-win". Se questa è amicizia, ben venga anche fra avversari in politica internazionale. Così come è difficile immaginare che Tillerson abbia per "amicizia" anteposto gli interessi di Putin a quelli della Exxon, perché dovrebbe anteporli a quelli degli Stati Uniti che ora èchiamato a rappresentare? E detto tra parentesi, è curioso come gli stessi che oggi, prim'ancora che metta piede alla Casa Bianca, accusano Trump di voler favorire la Russia non abbiano emesso un fiato in questi otto anni, mentre le incertezze e i pasticci di Obama e di Hillary Clinton spianavano davvero la strada a Putin regalando alla Russia i maggiori successi geopolitici - dall'Ucraina al Medio Oriente - degli ultimi decenni, di cui oggi probabilmente non resta che prendere atto con realismo.

A raccomandare Tillerson al transition team di Trump, niente meno che James Baker, stimato segretario di Stato (di scuola realista) durante la presidenza di Bush padre, l'ex segretario alla difesa ed ex direttore della Cia Robert Gates e l'ex segretario di Stato Condoleezza Rice, esponenti di spicco delle amministrazioni di George W. Bush. E tutte autorevoli personalità "di governo", che godono di una stima bipartisan nella comunità degli affari esteri statunitense. Non esattamente le referenze di un "tirapiedi" di Putin. L'amicizia di Tillerson con Putin è "una narrazione completamente falsa", avverte Bob Gates intervistato dalla Pbs. "Penso sia un errore pensare che siccome Rex Tillerson ha fatto con successo affari in Russia, allora lui sia il migliore amico di Putin". "Ampia conoscenza, esperienza e successo nel trattare con dozzine di governi e leader in ogni angolo del mondo", è il valore aggiunto che Tillerson porterà al Dipartimento di Stato secondo Gates, che lo definisce "una persona di grande integrità, il cui unico obiettivo in carica sarebbe quello di tutelare e far avanzare gli interessi degli Stati Uniti... Sarà un campione globale dei migliori valori del nostro Paese". Dello stesso tenore la dichiarazione di supporto della Rice, secondo cui porterà al Dipartimento di Stato la sua "ampia e straordinaria esperienza internazionale, una profonda comprensione dell'economia globale e la sua ferma convinzione nello speciale ruolo dell'America nel mondo". Lo definisce "uomo d'affari di successo e patriota", che "rappresenterà gli interessi e i valori degli Stati Uniti con impegno e risolutezza".

Ma nella biografia di Tillerson emergono anche particolari interessanti: boy scout in gioventù, tra il 2010 e il 2012 è stato il capo di tutti gli scout d'America, sostenendo la decisione di ammettere anche ragazzi e ragazze dichiaratamente omosessuali. E' un patito di Abraham Lincoln e uno dei suoi libri preferiti è "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand, pietra miliare del pensiero libertario.

Che la promozione attiva della democrazia, il "nation-building", l'interventismo come imperativo morale non saranno i principi-guida della politica estera dell'amministrazione Trump lo sapevamo già e la scelta di una figura come Tillerson alla guida del Dipartimento di Stato ne è la conferma. Questo non significa tuttavia che Trump o Tillerson agiranno da "fantocci" di Putin e che gli interessi degli Stati Uniti saranno svenduti alla Russia. Nel 2008, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Tillerson ha bacchettato Mosca sullo stato di diritto: "Non c'è rispetto per la legge, nella Russia di oggi", deve "migliorare il funzionamento del sistema giudiziario e della magistratura". "Non condivido tutto ciò che Putin sta facendo - ha spiegato, a febbraio, agli studenti dell'Università del Texas - Non condivido tutto ciò che molti leader stanno facendo. Ma Putin comprende che sono un uomo d'affari. E ho investito molti soldi, la nostra compagnia ha investito molti soldi in Russia, con molto successo". Affari o amicizia?