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Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

Pubblicato su formiche

Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.

Tuesday, February 28, 2017

Puppet o fuffa?

No, l'annunciato aumento del budget della difesa, e dell'arsenale nucleare Usa, da parte del presidente Trump, non è piaciuto a Mosca. Non l'hanno presa affatto bene.
"Se Washington vuole veramente la superiorità in campo nucleare, il mondo tornerà alla guerra fredda, con il rischio di una catastrofe globale", ha avvertito il presidente della Commissione Affari esteri della Duma Slutsky, che ha insistito sulla necessità di mantenere "il principio della parità nucleare". Il "dominio di una sola potenza" sarebbe "inaccettabile". La Russia reagirà a un aumento della spesa militare negli Stati Uniti, ha avvertito sempre Slutsky.

O Putin ha sbagliato puppet o era tutta fuffa propagandistica...

E proprio oggi la Russia (insieme alla Cina) ha dovuto porre il veto in Consiglio di sicurezza Onu su una risoluzione Usa-Gb-Francia contro il regime di Assad per l'uso di armi chimiche. "Scelta indifendibile", ha commentato l'ambasciatore Usa Nikki Haley. La Haley ha detto anche che Washington sanzionerà persone e gruppi citati nella risoluzione e lavorerà con i partner europei per imporre sanzioni al di fuori dell'ambito Onu.