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Monday, May 29, 2017

Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"

Pubblicato su formiche

La leadership americana è tornata ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?

Terminato il primo viaggio all'estero del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno della leadership americana. Una leadership che però, diversamente dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.

Un altro tema, collegato al primo, è il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati, si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".

Terzo tema, anch'esso collegato agli altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato, dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa, di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica, per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.

Quarto tema: si è ormai affermata a questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine della storia", che era stato edificato a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta, anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di far deragliare anche le istituzioni democratiche.

Quinto e ultimo tema: era già in crisi da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale, Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il ritorno in Occidente della "questione tedesca", un nazionalismo ben travestito da europeismo.

Nelle varie tappe del viaggio del presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina) sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente. Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe. Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e quelle acque.

Ma come è emerso dall'ultima tappa del viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta, lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito: "Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".

Toni molto diversi anche nel riferire la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio", e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in Europa?

L'impressione infatti è che durante il vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di approccio alla distribuzione della ricchezza globale".

Invece che uscire ridimensionato Trump, da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po' isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo, questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà transatlantica può andare in frantumi per una divergenza sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?

Sempre domenica la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo. Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.

La realtà è che di strappo in strappo il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora (altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi dell'Eurozona nel 2010.

La riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue, all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue (senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato.

"Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".

A questo punto bisogna rispondere ad alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania, con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.

Tuesday, May 23, 2017

A Manchester come a Parigi... Drive Them Out

Attacco orribile e vile a Manchester... Non solo i leader arabi, anche quelli europei dovrebbero ascoltare bene: Drive them out!

Anche a Manchester come a Parigi... I terroristi islamici che colpiscono nelle nostre città sono quasi sempre stra-noti ai servizi di sicurezza e schedati. Il problema, dunque, non è di intelligence, ma di decisioni e volontà politiche. L'attuale strategia di sicurezza che si sta seguendo in Europa mostra tutti i suoi limiti. Individuare i soggetti cosiddetti "radicalizzati" e tenerli d'occhio non sempre riesce, bisogna decidere cosa farci: Drive them out or lock them up ("cacciare o rinchiudere gli estremisti").

Delle reti terroristiche in Libia che arruolano e addestrano jihadisti "europei", come Abedi, che poi tornano per colpirci chi dobbiamo ringraziare se non Obama e la signora Hillary Clinton, che tutti volevano presidente?

In Italia, finora immune da attentati dell'Isis o di al Qaeda, il combinato disposto della legge da poco approvata sui minori stranieri non accompagnati e di quella ancora da approvare sulla cittadinanza, che introduce lo "ius soli", è la ricetta giusta, e la più rapida, per avere anche in Italia tanti Salman Abedi. Basta saperlo...

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".

Friday, April 14, 2017

E se il Grande Dialogo Usa-Russia fosse appena iniziato?


Pubblicato su formiche

Quasi distensione? Come e perché la visita di Tillerson a Mosca non poteva andar meglio. Un nuovo, più proficuo linguaggio tra Washington e Mosca. E persino le posizioni sulla Siria (e Assad) non sembrano così inconciliabili... Anziché essere già finito il reset di Trump con Putin, il grande dialogo potrebbe essere solo all'inizio.

La visita del segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca è andata molto meglio di quanto si possa immaginare leggendo i giornali. E le posizioni di Washington e Mosca sono meno inconciliabili (persino sulla Siria) di quanto possa apparire. Ci sono un buon numero di sfumature tra la versione degli anti-Trump orfani di Obama, secondo cui il presidente sarebbe una "marionetta" di Putin, che lo ha aiutato a vincere le elezioni, e la delusione dei "putiniani", secondo cui con il raid contro la base aerea siriana di al Shayrat Trump si sarebbe piegato all'establishment diventando un falco anti-russo e sarebbe tornato alla politica del "regime change".

Dopo aver mandato a dire di essere troppo occupato per ricevere Tillerson, alla fine Putin ha abbassato la cresta e l'ha incontrato eccome, per oltre due ore. Dopo le quattro ore e mezza di colloquio (pranzo insieme compreso) che il segretario di Stato aveva appena avuto con il ministro degli affari esteri Lavrov, con il quale dopo la conferenza stampa congiunta ha avuto un ulteriore scambio di vedute informale di circa un'ora "sulle opportunità emerse". E il fatto non scontato che Putin abbia voluto incontrare Tillerson indica che il messaggio portato dal segretario di Stato al Cremlino valesse la pena di un incontro inizialmente negato per sgarbo.

Non era serio aspettarsi che la Russia scaricasse Assad in poche ore, obbedendo alla richiesta di Washington dopo nemmeno una settimana dall'umiliante raid Usa. Non è giornalisticamente serio e onesto presentare come un insuccesso la visita di Tillerson solo perché non si è presentato a braccetto con Putin annunciando che la Russia accetta di scaricare Assad, o perché restano le divergenze tra le due potenze.

E' stato certamente aspro il confronto tra Lavrov e Tillerson in conferenza stampa, senza esclusione di colpi, con il segretario di Stato americano per nulla intimidito, anzi proprio da lui forse sono partiti i primi colpi sotto la cintura. Come hanno ricordato entrambe le parti, siamo in una fase di estrema sfiducia nei rapporti tra Washington e Mosca. Nessuno quindi vuole farsi beccare ad "abbassare lo sguardo", nessuno arretra da uno scontro verbale.

Ma la sensazione è che se tutti abbaiano, nessuno voglia mordere. Intanto, Usa e Russia sembrano concordi nel non lasciare che i loro rapporti peggiorino. Parlandoci direttamente "ci comprendiamo meglio", ha osservato Lavrov. "Le due maggiori potenze nucleari al mondo non possono avere questo tipo di relazioni", ha aggiunto Tillerson. Ma oltre gli auspici, hanno concordato nuovi strumenti per evitare che le cose peggiorino. Un gruppo di lavoro volto a migliorare le relazioni e tenere aperto un dialogo quotidiano, mentre Putin è già pronto a ripristinare il canale di comunicazione militare di "deconfliction" nei cieli della Siria. "Tillerson ha avuto un dialogo serio a Mosca, che può aiutare a iniziare ad affrontare le varie questioni. Un utile primo passo", ha twittato Dmitri Trenin, direttore del Carnagie Center di Mosca.

All'indomani della visita si è profuso ottimismo sui futuri rapporti da entrambe le parti: "Le cose si risolveranno bene tra Stati Uniti e Russia. Al momento giusto, tutti ritroveranno il buon senso e ci sarà una pace duratura!", ha twittato il presidente Trump. "Mi è piaciuto il modo in cui" si sono svolti gli incontri ieri, ha commentato Lavrov: "Potrebbe volerci un po' perché questi risultati si manifestino - ha aggiunto - ma almeno abbiamo deciso di stabilire una linea di dialogo quotidiana su un certo numero di temi, compresi i problemi creati nelle relazioni bilaterali dalla precedente amministrazione e i meccanismi per migliorare la comprensione reciproca su varie crisi regionali, a cominciare da quella siriana".

Insomma, il reset di Trump con Putin è già finito o è solo all'inizio? Si può parlare di una sorta di distensione alla luce degli incontri di Tillerson a Mosca? Da ambo le parti si fa riferimento al fattore tempo. Niente illusioni: ce ne vorrà, prima di vedere i primi accordi. Per ora si tratta di evitare lo scontro e ripristinare il livello necessario di fiducia reciproca.

Al di là delle reciproche "punture", Lavrov non ha ripetuto la versione diffusa da Mosca nelle prime ore successive all'attacco per assolvere il regime di Assad dall'uso di armi chimiche. Ha ricordato che la zona colpita è sotto il controllo di forze ribelli, sollevando dubbi sulla credibilità delle testimonianze, e che ci sono rapporti secondo cui Damasco ha eliminato tutte le sue scorte, mentre documentano possesso e uso di armi chimiche da parte dei gruppi estremisti. Ed è tornato quindi a chiedere un'inchiesta imparziale e indipendente sull'accaduto prima di attribuire responsabilità ed emettere condanne.

Da parte sua Tillerson ha ribadito che gli Stati Uniti sono in possesso di prove che dimostrano la responsabilità del regime di Assad, ma non ha confermato l'accusa, fatta circolare a mezza stampa, secondo cui Mosca sarebbe stata complice, o per lo meno a conoscenza, dell'imminente attacco chimico. Anzi, ha detto, "non abbiamo informazioni certe che indichino che ci sia stato un qualche coinvolgimento della Russia o di forze russe in questo attacco".

Ma leggendo tra le righe persino le posizioni sulla Siria (e su Assad) non appaiono così inconciliabili. Tillerson ha ripetuto che per Washington "il regno della famiglia di Assad si sta avvicinando alla fine. E la Russia, come suo più vicino alleato, è nella posizione migliore per aiutare Assad ad accettare la realtà". Ma ha anche spiegato quanto sia "importante" che la sua uscita di scena avvenga "in modo ordinato", così che "certi interessi e gruppi" a lui legati sentano che saranno rappresentati al tavolo del negoziato per una soluzione politica. "Non pensiamo – ha precisato – che l'una debba accadere prima che l'altro possa cominciare", ma "l'esito finale" è che non ci sia un ruolo per Assad nel futuro della Siria.

Quando Lavrov, rispondendo, chiama in causa l'ossessione occidentale per la rimozione dei dittatori, ricordando la fine di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi, le violazioni del diritto internazionale che a suo avviso furono commesse, e il caos generato in Iraq e Libia ("conosciamo fin troppo bene cosa accade quando lo fate", "non ricordo un solo caso di un dittatore rimosso senza problemi e senza violenza"), sta etichettando la posizione Usa su Assad come "regime change", l'ennesimo. Ma l'amministrazione Trump continua a negare, anche dopo l'attacco alla base aerea siriana, di perseguire il regime change in Siria. In un'intervista al WSJ, sull'uscita di Assad lo stesso presidente Trump ha detto: "Stiamo insistendo su questo? No. Ma penso che accadrà a un certo punto". "La prima priorità in Siria è distruggere l'Isis, non cacciare Assad", ripetono a Washington. Esito finale, a un certo punto, in modo ordinato, sono le espressioni usate dagli americani sull'uscita di scena del dittatore siriano.

E se già prima dell'attacco Usa, il portavoce del Cremlino aveva chiarito che l'appoggio russo ad Assad non è affatto incondizionato (è un fatto che il sistema di difesa russo dislocato in Siria non abbia intercettato i missili tomahawk, il cui arrivo era stato annunciato un'ora e mezza prima), anche Lavrov davanti alla stampa ha fatto capire che i russi non si sentono vincolati ad Assad. Ha confermato che la sua rimozione non è nell'agenda di Mosca, ma "come ho sottolineato molte volte, noi non stiamo puntando tutto su una personalità, sul presidente Assad… Stiamo insistendo sul fatto che tutti si siedano intorno a un tavolo e arrivino a un accordo… tutti gli attori interessati, e vogliamo che tutti i siriani, senza alcuna esclusione, siano rappresentati nel processo politico". Il che sembra non precludere l'esito di una Siria senza Assad. Non hanno torto i russi quando fanno notare che ad oggi Assad, il cui esercito è l'unica forza regolare sul terreno, è determinante per sconfiggere le milizie jihadiste (non solo l'Isis ma anche al Nusra), ma nel medio-lungo termine potrebbe diventare troppo costoso anche per loro sostenere la sua permanenza al potere come se nulla fosse accaduto, e soprattutto come se non avesse ingannato non solo la comunità internazionale ma lo stesso Putin (che alcune fonti descrivono come furioso con il dittatore siriano per lo smacco che gli ha fatto subire dagli Usa).

Insomma, se è solo una questione di tempistica, allora le posizioni russe e americane non sembrano proprio inconciliabili. Certo, proprio per la mancanza di fiducia, né Mosca né Washington possono permettersi che convergano ora. Il problema infatti è che sul destino di Assad si incrociano le reciproche ambiguità e diffidenze. Anche perché, se non lo è per Mosca, Assad è una figura irrinunciabile per l'Iran, la cui influenza la nuova amministrazione Usa vuole contenere. Da una parte, i russi non si fidano degli americani perché temono che, combattendo solo l'Isis e non anche gli altri gruppi dell'opposizione siriana, stiano in realtà coltivando allo stesso tempo un piano per il regime change. Dall'altra, gli americani non si fidano dei russi perché temono che, inseguendo una vittoria militare piena puntino in realtà, in totale accordo con Teheran, a mantenere Assad al potere e a sabotare il processo politico prima che entri nel vivo. Nell'appoggio russo "non incondizionato" ad Assad, Washington ha intravisto un varco stretto in cui inserirsi per tentare di rompere l'asse Iran-Russia.

L'attacco missilistico ordinato da Trump sulla Siria è un messaggio politico su diversi piani e destinato a molteplici attori. E al Cremlino sembrano averlo afferrato, seguiranno riflessioni e approfondimenti. Trump non ha cambiato idea né sulla Siria (la priorità è distruggere l'Isis, non cacciare Assad), né sulla Russia: bisogna almeno tentare di migliorare i rapporti. Troppo importante per l'Occidente avere buoni rapporti con la Russia, quando le minacce esistenziali e i rivali strategici del XXI secolo non si trovano a Mosca. Il che non significa fare regali a Putin, anche perché come Obama dovrebbe aver imparato a sue spese, le concessioni unilaterali e il non intervento rendono i russi più arroganti e aggressivi, non più disponibili. Al contrario, dimostrare la propria risolutezza è l'unico modo per farli tornare sul serio al tavolo del confronto. Accecati dal loro pregiudizio negativo su Trump, i commentatori si aspettavano invece di vedere un reset nei termini di qualche regalo presentato a Putin su un piatto d'argento e non hanno riconosciuto le mosse iniziali di una lunga partita. Né hanno visto – con lo strike sulla base aerea siriana e la crescente pressione politica americana sulla Russia (tra accuse e ultimatum) nei giorni e nelle ore precedenti la visita di Tillerson – la profonda trasformazione delle regole del gioco. Obama ha danneggiato la credibilità della deterrenza americana e l'amministrazione Trump l'ha voluta iniziare a restaurare. Sta prendendo forma un approccio totalmente diverso da quello di Obama nel trattare con alleati e avversari. Un approccio che, semplificando, si può definire "bastone e carota". Uso della forza e minacce, ma anche trattativa e mutuo rispetto. E da quello che abbiamo visto a Mosca, in occasione degli incontri di Tillerson, i russi sembrano aver riconosciuto il nuovo approccio e non esserne così dispiaciuti. Americani e russi hanno cominciato a parlarsi usando lo stesso linguaggio.

A cambiare, rispetto all'amministrazione Obama, è anche la politica nei confronti di Teheran. Si dice Assad, si legge Iran. L'aut aut presentato a Mosca non riguarda tanto il dittatore siriano, quanto il regime degli ayatollah. "La Russia deve scegliere se schierarsi con gli Stati Uniti, e i Paesi che la pensano allo stesso modo, o con Assad, Iran e Hezbollah", sono le esatte parole usate da Tillerson all'indomani dell'attacco. Non importa quando, ma prima o poi la Russia deve scaricare Assad, cioè l'Iran, è il messaggio. Nonostante le tensioni, con la visita di Tillerson il dialogo tra Washington e Mosca sembra ripartito a 360 gradi, i canali di comunicazione sono aperti e destinati a rafforzarsi. Insomma, siamo all'inizio di qualcosa, una partita nuova. Non è scontato, ma è una possibilità ancora sul tavolo che nel medio termine Mosca ripensi la sua politica in Siria e il suo asse con l'Iran. La sensazione è che di fronte alla prospettiva di un'intesa a tutto campo con Washington, non solo sulla crisi siriana ma su tutti i fronti, insomma di fronte alla proposta di una nuova Yalta, Putin potrebbe anche decidere di compiere questo passo. Ma il presupposto è la fiducia e per ricostruirla ci vorrà tempo.

Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

Pubblicato su formiche

Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.

Wednesday, February 01, 2017

Libia, soluzione nelle mani di Trump...

Pubblicato su Ofcs Report

Prima che sia Mosca, come in Siria, a occupare il vuoto lasciato da Obama. Washington è per l'Italia l'ultima exit strategy dal vicolo cieco in cui si è cacciata

Oggi la Libia rappresenta per l'Italia il principale problema sia di politica estera che di politica interna. La crisi di migranti generata dal caos libico accresce l'insofferenza dei cittadini italiani per i comandamenti dell'"Accoglienza", fattore non trascurabile alla base della crisi di consensi del Governo Renzi, e indebolisce la nostra posizione in Europa. Solo nelle ultime settimane: sedi ministeriali occupate a Tripoli, proprio nei giorni successivi la visita del ministro dell'interno Minniti; un'autobomba esplosa nei pressi dell'ambasciata italiana da poco riaperta; golpe veri o presunti o minacciati e continue dichiarazioni dal Parlamento di Tobruk contro "l'occupazione militare italiana". Vendette dell'ex premier libico Ghwell, scalzato dal governo targato Onu di al-Serraj? Avvertimenti del generale Haftar ("con me dovete trattare")? E' comunque difficile non scorgere dietro questi eventi un disegno, o quanto meno una serie di provocazioni. In ogni caso, una spia del fatto che la nostra politica in Libia rischia di essere fondata sulla sabbia - potremmo aver puntato sul cavallo sbagliato - e che resta alto il rischio di un'escalation tra le fazioni in lotta per il controllo del Paese. Il governo di Fayez al-Sarraj sembra non aver alcun controllo del territorio, nemmeno a Tripoli, ed essere stato di fatto scaricato dalla comunità internazionale. Solo l'Italia si espone ancora a sostenerlo. Sicuri sia l'interlocutore giusto con il quale cercare un accordo per fermare il flusso di migranti che arriva sulle coste italiane?

I governi italiani hanno commesso almeno due errori. L'aver scommesso sul processo politico "onusiano" che ha portato alla legittimazione dell'impotente governo al-Sarraj e l'essersi fidati del presidente americano Obama, che oltre ai raid contro l'Isis non ha profuso che un minimo, formale impegno nel processo politico, che a suo avviso (non a torto) dovrebbe essere affare degli europei. Peccato che i nostri "amici" europei coinvolti in Libia si stiano muovendo in ordine sparso tutelando ciascuno i suoi interessi. E, come in Siria, l'impegno scarso e confuso prima, il progressivo disimpegno poi dell'amministrazione Obama ha creato anche in Libia un vuoto nel quale si sta inserendo la Russia di Putin.

Cosa fare, dunque? E' il momento di correggere la rotta, ma non c'è un minuto da perdere. Il cambio di amministrazione a Washington offre non solo al Regno Unito post-Brexit ma anche all'Italia una exit strategy dal vicolo cieco in cui si è cacciata in Libia sostenendo con eccessivo zelo il fragile tentativo onusiano di al Serraj. Convincere Washington a riprendere in mano sul serio il dossier libico per controbilanciare, finché siamo in tempo, la crescente influenza della Russia. Mosca sta infatti sempre più stringendo i suoi rapporti con il generale Haftar, che con il suo esercito, al fianco del Parlamento di Tobruk, controlla ormai saldamente l'est e il sud del paese, infrastrutture petrolifere comprese. Dopo la visita a Mosca qualche settimana fa, Haftar è salito a bordo della portaerei Kuznetsov, di passaggio nel Meditterraneo di rientro dalla Siria, per siglare un accordo di collaborazione militare (si parla di forniture di armi per due miliardi di dollari).

"A Trumpian Peace Deal in Libya?" è il titolo di un recente articolo di Jason Pack e Nate Mason su Foreign Affairs secondo cui la nuova amministrazione Usa può giocare un ruolo decisivo nel dare soluzione al rebus libico. Da una parte, spiegano, il generale Haftar, sostenuto da Russia ed Egitto, avendo già il controllo delle infrastrutture petrolifere, avrebbe poco interesse a scivolare verso una sanguinosa battaglia per Tripoli se ci fosse la possibilità di un negoziato. Dall'altra, le fazioni occidentali, quella di Misurata inclusa, sono più incentivate a negoziare ora, prima che la loro posizione si indebolisca ulteriormente. Haftar potrebbe infatti attaccare Misurata a breve e a quel punto l'egemonia di Mosca (e del Cairo) sulla Libia sarebbe difficilmente reversibile.

Che ruolo può giocare quindi la nuova amministrazione Usa? E cosa si aspettano da essa le fazioni libiche? Almeno "per le strade libiche", secondo i due autori, il presidente Trump è "molto più popolare di quando sarebbe stata Hillary Clinton". "Gli emissari dell'ex segretario di Stato sono associati con lo status quo e con la fazione di Misurata. Inoltre, poche aree al mondo sono state più trascurate della Libia durante il secondo mandato del presidente Obama. Gli Stati Uniti sono stati decisivi per i raid aerei che hanno cacciato l'Isis da Sirte, ma non hanno esercitato la loro leadership sugli aspetti politici ed economici della transizione. Quindi, le fazioni libiche sperano in una iniziativa della nuova amministrazione Usa per superare lo stallo e dare nuova vita alle trattative", evitando così un'escalation del conflitto armato che non conviene a nessuna.

E' nell'interesse di Washington affrontare il dossier libico quanto prima per evitare che gli sviluppi del conflitto possano minacciare gli interessi americani. I paesi vicini (Tunisia, Algeria ed Egitto) potrebbero venire contagiati dal conflitto con infiltrazioni di milizie jihadiste. E la Russia potrebbe giocare d'anticipo riconoscendo il generale Haftar e il Parlamento di Tobruk come governo legittimo della Libia. Un regime filo-russo in Libia significherebbe trovarsi, dopo l'Ucraina e la Siria, con un nuovo fronte di tensione con Mosca. Proprio perché il presidente Trump sembra intenzionato a lavorare ad "un ampio accordo geostrategico con la Russia, non c'è ragione di pensare che intenda regalarle un'ulteriore leva negoziale".

Per gli autori Washington ha ancora più di una carta in mano. Solo gli Stati Uniti infatti possono offrire "pieno accesso nell'economia globale (e al mercato petrolifero) e legittimità internazionale alle varie fazioni libiche", nonché garantire aiuti per la ricostruzione. Da Russia ed Egitto riceverebbero invece solo "dipendenza e ulteriore marginalizzazione". Quindi l'amministrazione Trump "dovrebbe riconoscere che nessuna fazione, tra cui il governo di al-Serraj, ha un diritto esclusivo di legittimità politica in Libia". Il generale Haftar e le milizie di Misurata sono "i due blocchi più potenti". Anche se Haftar si sta rafforzando e Misurata si sta indebolendo, è improbabile che il primo possa prevalere a breve e una separazione de facto del Paese è l'esito più probabile.

"Una soluzione negoziata di condivisione del potere" è preferibile, secondo i due analisti, rispetto a qualsiasi altro "pseudo-governo", ma ciò "non può accadere finché Washington continua a sostenere l'impotente governo di al-Serraj come unico legittimo e ad escludere Haftar e le altre fazioni". Gli autori suggericono quindi "il diretto coinvolgimento di Haftar e dei leader moderati di Misurata", dato che in Libia "sono i leader delle milizie ad avere il potere vero, non i politici". E che "l'Occidente contribuisca a mettere a punto una proposta di decentramento politico cosicché tutte le fazioni vedano l'attuale conflitto come un gioco a somma zero". Meglio "devolvere" alle città la maggior parte dei poteri, così come gli introiti delle risorse naturali. Eventuali conflitti locali sono più gestibili di un unico conflitto nazionale o tre regionali e la governance locale è necessaria per la ripresa economica. A questo scopo, Trump dovrebbe nominare un suo "inviato presidenziale" che coordini le politiche delle agenzie federali, supervisioni il processo Onu e agisca da "primus inter pares" con gli alleati europei coinvolti in Libia (Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito), delegando loro "ruoli complementari".

Finora la "leadership confusa" dell'amministrazione Obama ha portato ad una politica "mal coordinata e incoerente". Se gli Stati Uniti vogliono porre fine alla guerra civile in Libia, avvertono, devono abbandonare il concetto di "leading from behind" ed esercitare direttamente la loro leadership. "Trump, come sappiamo, è un pensatore non convenzionale - concludono i due analisti di Foreign Affairs - non vincolato ai modi di fare tipici della burocrazia. E la Libia ha bisogno di un approccio fresco e coraggioso. Fortunatamente per gli Stati Uniti, per motivi geopolitici, le principali fazioni libiche sono ansiose di lavorare con Trump. Ora è il momento per lui di dimostrare che è pronto a lavorare con loro".

Dunque, nella partita a scacchi che sta per iniziare tra Washington e Mosca - e che si gioca tra l'Europa orientale, il Medio Oriente e l'Iran - la Libia occupa una parte non così trascurabile della scacchiera. E l'Italia deve cogliere al volo l'occasione (che potrebbe essere l'ultima) di un rinnovato impegno americano sul dossier libico per correggere l'attuale corso degli eventi la cui inerzia contrasta con i nostri interessi. "Con l'Italia faremo grandi cose". "Abbiamo bisogno dell'esperienza che l'Italia possiede sulla Libia", è quanto ha detto nei giorni scorsi il neo segretario di Stato Usa Rex Tillerson all'inviato del quotidiano "La Stampa" Paolo Mastrolilli. Un'apertura che fa ben sperare sull'intenzione degli Stati Uniti di andare nella direzione auspicata da Jason Pack e Nate Mason su Foreign Affairs. Washington si aspetta dall'Italia anche un aiuto concreto nella "gestione del dialogo con Putin". Al contrario di quanto si dice e si scrive, l'amministrazione Trump non sarebbe poi così disposta a cedere a Mosca sull'Ucraina...

Insomma, il governo italiano e le forze politiche che lo sostengono, con quel che abbiamo in gioco in Libia (e con la Russia), non possono permettersi un approccio meno che rispettoso e collaborativo nei confronti della presidenza Trump, che può rappresentare l'ultima nostra exit strategy dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati in Libia.

Tuesday, March 22, 2016

Tre scomode verità che ci ostiniamo a non riconoscere

Prima o poi doveva accadere. Come nessuno dei precedenti attacchi, quelli di oggi all'aeroporto e alle stazioni centrali della metropolitana di Bruxelles (video subito dopo l'esplosione), cuore delle istituzioni europee, sono emblematici del fallimento e della totale inadeguatezza, sproporzione per difetto, delle nostre politiche di sicurezza, di intelligence, e di contrasto anche culturale del terrorismo islamico.

Tre sono le scomode verità che ci ostiniamo a non voler riconoscere ma che attacco dopo attacco appaiono sempre più evidenti.

La prima ha a che fare con quella che semplificando possiamo chiamare la "questione Guantanamo", ovvero la questione dello status giuridico dei terroristi islamici. Si tratta senz'altro di combattenti che compiono atti di guerra e crimini contro l'umanità, all'estero come nel cuore delle nostre città. Ma non appartengono all'esercito regolare di uno Stato che ci ha dichiarato guerra. Quindi non abbiamo una controparte con la quale organizzare uno scambio di prigionieri, né avremo mai una data ufficiale di fine del conflitto dopo la quale poterli liberare senza pericolo. I nostri nemici rapiscono e tagliano gole. Noi europei quando ne arrestiamo uno non siamo nemmeno in grado di farci dare informazioni sufficienti a sventare un attentato imminente. Se c'è una peculiarità degli attacchi di Bruxelles rispetto ai precedenti, infatti, è che sono avvenuti nonostante uno dei terroristi del gruppo, Salah Abdeslam, già organizzatore ed esecutore degli attacchi di Parigi solo quattro mesi prima, fosse già agli arresti, da venerdì scorso. Molto difficile credere che Salah non fosse a conoscenza dei piani di questa mattina. E infatti ci è stato detto che stava "collaborando" e che lunedì l'intelligence belga aveva allertato le autorità di Bruxelles su un attacco terroristico imminente, senza però saperne indicare con precisione il luogo, la data e le modalità (fonte: BFM TV). Quindi, c'è la possibilità più che concreta che le autorità belghe non siano riuscite a farsi dire da Salah tutto quello che avrebbero dovuto farsi dire... E può succedere, quando si pretende di combattere il terrorismo islamico come criminalità comune.

La sensazione, il sospetto più che fondato, è che possiamo trovarci di fronte ad un caso di scuola paventato da molti in questi anni: al terrorista non viene torto un capello, per carità, ma quello si prende gioco di tutti e non si riesce a impedire l'attentato. E magari ora si starà facendo grasse risate... Mi sembra di vederle le scene degli interrogatori di garanzia con il magistrato di turno e dei colloqui con l'avvocato d'ufficio, magari anche l'interrogatorio con l'intelligence in cui finge di collaborare omettendo l'essenziale. Ore e giorni preziosi persi... Possibile, accettabile, avere tra le mani per 72 ore uno dei terroristi, sapere con certezza che è uno di loro, e non riuscire a sventare l'attacco imminente?

Siamo, insomma, in un territorio completamente sconosciuto, per cui è necessario elaborare ex novo, dal nulla, uno status giuridico e degli standard di trattamento. Ma una cosa è certa: il terrorismo non si può combattere con le armi della giustizia ordinaria, con i tempi sia pure accelerati di tribunali, interrogatori di garanzia, colloqui con avvocati, richieste di estradizione. Gli Stati Uniti hanno faticosamente trovato un punto d'equilibrio, un compromesso, per quanto precario e coperto da un velo di ipocrisia. Noi europei non ci siamo ancora nemmeno posti il problema, lo scansiamo sdegnosamente.

La seconda verità scomoda è che i terroristi islamici godono di un ampio supporto da parte delle comunità musulmane europee. Supporto che va dall'omertà e dalla copertura alla vera e propria complicità attiva. Nonostante dopo gli attacchi di Parigi fossero braccati dai servizi di sicurezza di mezza Europa, non solo Salah Abdeslam e Najim Laachraoui sono riusciti a fuggire, a nascondersi per quattro mesi a Molenbeek, in un quartiere islamico alle porte di Bruxelles. Sono riusciti persino a pianificare altri attacchi e non possiamo escludere che persino l'arresto di Salah fosse parte del piano... Tutto questo è impossibile, inimmaginabile, senza la complicità sia passiva che attiva di centinaia, forse migliaia di appartenenti alle comunità musulmane francesi e belghe. Bisogna fare i conti con vere e proprie roccaforti di jihadismo all'interno delle nostre capitali, enclave rispetto alle quali parlare di islamizzazione dell'Europa non può essere liquidato come esagerazione populistica. Non ho la soluzione in tasca, ma è certo che aprire gli occhi, esserne consapevoli, smetterla di farsi intimidire dal politicamente corretto e dal timore di passare per razzisti, è solo il primo passo.

Terza scomoda verità: l'immigrazione c'entra eccome, anche se non nel senso banale che i terroristi si infiltrano tra gli immigrati e i rifugiati. Non si può escludere che avvenga, ma non è questo il punto. Nei confronti del fenomeno degli "homegrown terrorists", che si muovono con passaporti europei, parlano perfettamente francese o inglese, spesso sembrano "integrati" da generazioni, sono protetti dalle loro famiglie e nei loro quartieri, noi siamo più disarmati e loro logisticamente avvantaggiati. Paesi europei dove vivono milioni di musulmani naturalizzati in forza di una consolidata storia coloniale non possono farci niente, devono combattere il fenomeno per quello che già è. Ma in altri Paesi il fenomeno si può ancora arginare e temi quali l'immigrazione e la cittadinanza diventano il fronte, la prima linea. Bisogna affrontare questi temi con la consapevolezza che ad oggi l'islam, essendo non solo religione ma soprattutto politica, e ideologia totalitaria, è incompatibile con i valori fondamentali alla base della convivenza nei nostri Paesi. Ne deriva che milioni di immigrati sono culturalmente inintegrabili, ammesso che lo siano economicamente e socialmente... Più immigrati di cultura islamica entrano oggi nei nostri Paesi e vengono magari anche naturalizzati, più jihadisti ci saranno domani, forse non tra di loro ma di sicuro tra i loro figli: e saranno centinaia, forse migliaia. E' un fatto demografico e statistico ed è solo una questione di tempo, così come un fatto sarebbe l'arretramento del livello medio di cultura civile nella popolazione, passi indietro di decenni, per esempio, sulla libertà d'espressione e sul ruolo della donna.

Purtroppo temo che anche questa volta tutto finirà in nastrini di commemorazione, avatar di solidarietà su Facebook e retorica a buon mercato... e in più stringenti misure di sicurezza... Certo, possiamo schierare l'esercito nelle strade, spostare i metal detector all'entrata di aeroporti e stazioni, ma ci sarà sempre da qualche parte una fila in mezzo alla quale i terroristi potranno farsi esplodere. Di fronte a noi abbiamo un bivio: o accettare di assistere periodicamente, e con sempre maggiore frequenza, a giornate come questa, consolandoci di contare decine e non centinaia di morti; oppure riconoscere queste tre verità e agire di conseguenza, invece di scappare via in lacrime come la Mogherini.