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Thursday, June 08, 2017

Trump ha interferito... con la carriera di Comey...

L'unica cosa che è venuta fuori dall'audizione dell'ex direttore dell'FBI è che Trump ha interferito con la carriera di Comey e Comey non l'ha presa affatto bene...

Ecco i punti salienti della sua testimonianza al Senato. Poco o nulla di nuovo.

-Trump e nessuno dello staff della Casa Bianca gli ha mai chiesto di fermare l'inchiesta sulle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali.

-Trump non gli ha ordinato di "lasciar correre" su Flynn ("I hope..."), ma lui ha interpretato le parole del presidente come una "direttiva": cosa voleva che facesse. Però non ha fatto presente né al presidente Trump né a qualche consigliere della Casa Bianca quanto fosse "inappropriata" la richiesta. Perché no? "Non lo so, non ho avuto la presenza di spirito". Se è ostruzione alla giustizia o no, non spetta a lui dirlo ma al procuratore speciale.

-Comey ha ammesso di aver passato lui stesso alla stampa, attraverso un amico (professore di legge alla Columbia) i suoi appunti sull'incontro con Trump, pensando che ciò avrebbe favorito la nomina di un procuratore speciale. Perché non lui direttamente? Stava per andare in vacanza... È in grado di recuperare il suo memo e consegnarlo al Congresso? "Potentially".

-Comey ha riferito di aver detto per tre volte al presidente Trump che non è sotto indagine ma di essersi rifiutato di dichiararlo pubblicamente - come gli aveva chiesto Trump - per "rispetto dei protocolli". Sarcastico il senatore Rubio: "L'unica cosa 'never leaked' è che il presidente non è personalmente sotto indagine".

-Comey ha rivelato che Loretta Lynch, il ministro della giustizia dell'amministrazione Obama, gli ha "ordinato" di parlare in pubblico dell'"emailgate" di Hillary Clinton come di una "questione" e non una "indagine". Stesso linguaggio della campagna Clinton.

-"Non ci sono dubbi" che la Russia abbia "interferito" nelle elezioni presidenziali, ma Comey ha confermato che "nessun voto è stato alterato".

-"In the main, it was not true", così Comey ha smentito (quattro mesi dopo, e c'è voluta una testimonianza in Senato...) l'articolo del NYT del 14 febbraio intitolato "Trump Campaign Aides Had Repeated Contacts With Russian Intelligence".

Il resto è veleno e risentimento di Comey verso Trump che l'ha licenziato, opinioni e interpretazioni personali sulla condotta del presidente. In generale, Comey ha dato l'impressione di essere mosso da risentimento e pregiudizio nei confronti di Trump, si è da solo "smascherato" come membro della "resistenza" anti-Trump. E dalle sue stesse parole è chiaramente emerso come si sia mosso, da direttore dell'FBI, con equilibrismo politico sia con Trump sia con la precedente amministrazione per restare al suo posto. Osserva Sean Davis su The Federalist, "Comey makes clear that he was playing a game with Donald Trump, and that Trump called his bluff".

A proposito, cosa troverete di tutto questo sui media italiani? Interviste a Dershowitz ne vedremo?
"I think it is important to put to rest the notion that there was anything criminal about the president exercising his constitutional power to fire Comey and to request - "hope" - that he let go the investigation of General Flynn. Just as the president would have had the constitutional power to pardon Flynn and thus end the criminal investigation of him, he certainly had the authority to request the director of the FBI to end his investigation of Flynn".
 "Can You Obstruct a Fraud?" si chiede McCarthy su National Review. L'unica cosa che Trump ha ostacolato è una falsa narrazione che Comey e le agenzie di intelligence, pur sapendo falsa, si sono rifiutati di correggere pubblicamente, al fine di danneggiare politicamente il presidente.

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".

Monday, July 11, 2016

L'emailgate non è chiuso, le tre bugie di Hillary

Pubblicato su Ofcs Report

La media dei sondaggi della scorsa settimana vede stabile il vantaggio di Hillary Clinton (+4,5%) a livello nazionale. Rasmussen è l’unico istituto che attribuisce a Donald Trump un lieve vantaggio (+2, in calo dal +4 della settimana precedente), mentre Reuters/Ipsos sono i più generosi con la Clinton (+11). Dal punto di vista politico, Trump è ancora alle prese con i difficili rapporti con la leadership del Partito repubblicano. E per ridurre al minimo il rischio di imprevisti alla Convention di Cleveland del 18 luglio che dovrebbe incoronarlo, prosegue il suo lavoro “diplomatico”. La settimana scorsa ha incontrato molti parlamentari del partito. E a giorni lo attende la delicatissima scelta del suo vice.

Hillary Clinton ha ottenuto il tanto sospirato endorsement di Bernie Sanders. Ma la chiusura di un problema rischia di aprirne un altro: nel tentativo di inseguire e conquistare i supporter del suo ex sfidante, rischia infatti di spostare troppo a sinistra l’asse della sua campagna. I due staff hanno lavorato sodo per raggiungere un’intesa tra i due ex avversari e ne è uscita la piattaforma programmatica più di sinistra della storia del Partito democratico. Il socialista Sanders avrebbe ottenuto “almeno l’80%” dei suoi punti, secondo il suo staff, tra cui l’inserimento nel programma della sua proposta di paga minima oraria di 15 dollari, indicizzati all’inflazione. E in tema di sanità pubblica, ha così apprezzato la proposta di Hillary da definirla “un passo importante verso l’estensione dell’assicurazione sanitaria e dell’accesso alle cure mediche per milioni di americani”.

Su un altro fronte, se la Clinton ha certamente potuto tirare un sospiro di sollievo alla decisione dell’Fbi di non proporre la sua incriminazione per il caso “emailgate“, ossia l’utilizzo di account e-mail e server privati durante il suo mandato di segretario di Stato, tuttavia l’immagine di candidata esperta e affidabile in contrapposizione a Trump ha subito un duro colpo e le polemiche la accompagneranno fino a novembre. Non tanto perché il Dipartimento di Stato riaprirà, dopo averla sospesa in aprile per non interferire con l’Fbi, l’indagine interna sul caso (un atto dovuto che difficilmente avrà conseguenze), ma perché le bugie di Hillary sono emerse chiaramente dall’audizione del direttore dell’Fbi, James Comey, al Congresso americano. Comey ha negato che la Clinton abbia mentito all’Fbi, ma ha confermato che alcune sue dichiarazioni e spiegazioni fornite lo scorso ottobre alla Commissione parlamentare sull’attacco di Bengasi non erano vere. Ha ribadito che la Clinton “certamente avrebbe dovuto sapere di non poter inviare informazioni classificate” su un server privato di posta elettronica, con il rischio che potessero finire in mani sbagliate: “Come ho detto, questa è la definizione di negligente. Credo che lei sia stata estremamente imprudente. Ho pensato che è stata negligente. Questo è ciò che ho potuto stabilire. Quello che non possiamo stabilire è se ha agito con il necessario intento criminale”.

Su tre questioni, durante uno scambio prolungato tra Comey e il deputato repubblicano Trey Gowdy, è emerso che Hillary non ha detto il vero. Il direttore dell’Fbi ha confermato che informazioni riservate sono passate sul server privato della Clinton, nonostante lei avesse negato che fossero stati inviati o ricevuti elementi contrassegnati come classificati. Alla domanda se corrisponda al vero la testimonianza della Clinton secondo cui “nessun materiale classificato è stato spedito ad alcuno per e-mail”, Comey ha risposto: “No, c’era materiale classificato inviato via e-mail”. Così come non è vero che la Clinton, come lei stessa aveva affermato, ha usato un solo dispositivo per le sue e-mail di lavoro durante il mandato da segretario: “Ha usato più dispositivi”, ha risposto Comey. E non è vero che ha restituito tutte le e-mail legate al suo lavoro al Dipartimento di Stato. “No, abbiamo trovato e-mail legate al lavoro, migliaia che non sono state restituite”, ha risposto ancora il direttore dell’Fbi. “Che le abbiano cancellate, o che qualcosa sia successo quando è cambiato server – ha aggiunto Comey – non c’è dubbio che le e-mail di lavoro sono state rimosse elettronicamente dal sistema”. Per una bugia su un rapporto sessuale al marito Bill è andata molto peggio.

Tuesday, July 05, 2016

Hillary "graziata" dall'FBI: corsa in salita per la Casa Bianca

Pubblicato su Ofcs Report

Hillary Clinton è la prima candidata donna alla Casa Bianca, ma riuscirà anche ad essere la prima donna a varcarne la soglia da presidente? Sì, stando ai sondaggi e alle analisi che circolavano solo tre mesi fa, secondo cui Donald Trump sarebbe stato l’unico candidato, tra i molti repubblicani, contro cui la Clinton avrebbe vinto facilmente a novembre. Oggi questo scenario, evocato soprattutto dagli sfidanti di Trump alle primarie repubblicane, sembra appartenere ad un’altra era politica. Certo, dopo il quasi sorpasso di fine maggio, la media dei sondaggi dà Hillary in vantaggio di 4,5 punti percentuali (44,8% a 40,3%) e saldamente in testa nella mappa dei grandi elettori dei singoli Stati (210 contro 164, con 164 ancora in bilico), ma il margine di sicurezza di 10 punti e più degli inizi è un lontano ricordo. E il sondaggio Rasmussen di fine giugno che attribuisce a Trump un vantaggio di 4 punti a livello nazionale è un campanello d’allarme. Come lo sono il sondaggio Gravis che registra un testa-a-testa (49 pari) in uno stato chiave come la Florida e quello SurveyUSA secondo cui l’elettorato di origini cubane sarebbe in maggioranza per Trump (45 a 34).

Almeno tre elementi indicano che la strada verso la Casa Bianca, per l’ex first lady, è ancora in salita e piena di incognite. Primo, il cosiddetto “emailgate“, l’inchiesta sull’utilizzo che Hillary ha fatto di account e-mail e server privati durante il suo mandato da segretario di Stato, su cui sabato scorso è stata interrogata per tre ore e mezza dall’FBI. Proprio ieri il direttore dell’FBI, James Comey, ha annunciato alla stampa la decisione di non incriminare la Clinton, ma le polemiche sul caso sono destinate ad accompagnarla per il resto della campagna elettorale. Comey ha parlato di “estrema negligenza” da parte della Clinton e del suo staff, che “avrebbero dovuto sapere che l’uso dei server privati era improprio”. Innanzitutto, è confermato che almeno 30mila e-mail sono passate su quei server, anche durante la drammatica crisi dell’attacco terroristico al consolato Usa di Bengasi, in cui ha perso la vita l’ambasciatore in Libia. Di queste, 110 contenevano informazioni classificate (8 top secret) e la Clinton non le ha consegnate spontaneamente, le ha dovute recuperare l’FBI in questo ultimo anno, anche se “non ci sono prove che le abbia cancellate volontariamente”. Inoltre, nel pieno dell’indagine l’inopportuno incontro tra Loretta Linch, capo del Dipartimento della giustizia (il ministro della giustizia Usa) e il marito di Hillary, l’ex presidente Bill Clinton. La Lynch si è vista costretta a fare mea culpa per un incontro che “comprensibilmente”, ha ammesso lei stessa, ha alimentato dubbi e polemiche che l’hanno indotta ad assicurare che accetterà “qualsiasi conclusione a cui giungerà l’FBI”. Non si sono fatti attendere gli attacchi di Trump: “Il direttore dell’FBI dice che la corrotta Hillary ha compromesso la sicurezza nazionale, ma nessuna incriminazione. Wow”, ha tuonato su Twitter. “Il sistema è corrotto. Petraeus ha avuto problemi per molto meno”, ha aggiunto.

Secondo, la forte resistenza dei sostenitori di Sanders a ricompattarsi dietro la Clinton. Trump ha persino fatto esplicito appello agli ex elettori del senatore del Vermont, facendo leva su importanti temi comuni, come la lotta anti-sistema e l’impoverimento della classe media causato dalla deindustrializzazione e dalla globalizzazione. Potrebbe essere più facile per Donald pescare voti a sinistra di Hillary di quanto lo sia per Hillary pescare a destra di Donald. Quel “Hillary Clinton non mi rappresenta” detto da una star della sinistra hollywoodiana come Susan Sarandon non è certo un bel segnale. Insomma, la Clinton potrebbe incontrare qualche problema a mobilitare la base, soprattutto più di sinistra, del suo partito. E nonostante Trump stia facendo di tutto per alienarsi il voto femminile, Hillary non sembra ancora sfondare proprio nel voto delle donne: le più anziane sono tra le sue più entusiaste sostenitrici, ma le più giovani alle primarie erano per Sanders e convincerle non sarà una passeggiata.

Ma la vera incognita che potrebbe decidere queste presidenziali è il possibile ritorno alle urne di milioni di americani che non votano da decenni per l’assenza di una vera alternativa all’establishment rappresentato dai due partiti tradizionali. E la Clinton rappresenta la quintessenza dello status quo a Washington, mentre Trump l’anti-sistema per eccellenza.

I media europei e americani dipingono Hillary Clinton come il candidato ragionevole e civilizzato in opposizione al folle demagogo Trump, ma rischiano di sottovalutare l’impopolarità di Hillary. Una delle tendenze che emerge con più forza dai sondaggi infatti è che sia Trump sia la Clinton fanno registrare gli indici di impopolarità più alti (circa il 60%) di qualsiasi altro candidato mai presentato dai due principali partiti. Tanto che per qualche analista ci sarebbe ancora lo spazio politico per un terzo candidato. Oltre il 30% dei loro sostenitori dichiara che la loro principale motivazione è l’avversione per l’altro candidato. La scelta, insomma, è per “il male minore”. Saranno di più gli americani motivati a votare contro Trump o contro Clinton?

Dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avverte che c’è una “nuova maggioranza silenziosa”, una fetta importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché “ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct”. E’ un bullo, un demagogo, ma anche l’unico in grado di “preservare l’American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump”.

L’appello di Trump alla working class bianca, poco istruita e impoverita, potrebbe far presa in stati dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di “identità industriale“, come Pennsylvania, Ohio e Michigan, tradizionalmente democratici e decisivi per la conquista dei grandi elettori. In questi stati il margine di vantaggio che i sondaggi attribuiscono a Hillary è già risicato.