Pubblicato su Ofcs Report
E anche se ce la fa, rischia una presidenza azzoppata da scandali e inchieste
Che l'emailgate fosse un caso tutt'altro chiuso, e che avrebbe anzi tormentato Hillary Clinton fino all'8 novembre, i lettori di OfcsReport l'hanno potuto leggere più volte su queste pagine. E' successo che tra le email sequestrate all'ex congressman democratico Anthony D. Weiner (per un caso di molestie sessuali a una quindicenne), marito di Huma Abedin, braccio destro della Clinton, l'FBI ritenga che ci siano messaggi rilevanti proprio per il caso che riguarda l'ex segretario di Stato e che impongono di indagare a fondo e con urgenza. E in una lettera al Congresso ha quindi informato i parlamentari. L'annuncio della riapertura dell'indagine sull'emailgate, questa volta a tutti gli effetti un'indagine penale federale, non poteva che scatenare le polemiche. Si sono invertiti i ruoli: non è più Trump a parlare di elezioni truccate e a gettare fango sulle istituzioni, ora è la campagna Clinton a evocare complotti, ad accusare l'FBI, e in particolare il suo direttore Comey, di voler influenzare le elezioni, dopo averlo applaudito invece quando aveva chiuso la precedente indagine senza incriminare la ex first lady.
Il livello di allarme è talmente elevato nel campo democratico che anche il presidente Obama, che in un primo momento tramite il suo portavoce si era rifiutato di sconfessare l'operato dell'FBI, alla fine è sceso in campo, definendo "gonfiato" il caso e bacchettando indirettamente l'agenzia: "Quando ci sono indagini non operiamo su insinuazioni, informazioni incomplete e fughe di notizie".
In realtà, l'FBI non avrebbe potuto scegliere momento migliore per arrecare meno danni possibili alla candidata democratica, non potendo al tempo stesso tacere la nuova indagine. La notizia infatti arriva sì in prossimità del voto, ma con un margine sufficiente di giorni per essere "digerita" dall'opinione pubblica e dar modo alla campagna Clinton di reagire. Ma soprattutto arriva dopo che 26 milioni di americani (il doppio rispetto al 2012) hanno già votato e dopo i dibattiti tv, evitando così a Hillary l'imbarazzo di doverne rispondere in diretta televisiva davanti a 80 milioni di telespettatori. Ovviamente non è una buona notizia per lei, il danno incalcolabile, ma l'FBI non avrebbe potuto agire diversamente. Cosa sarebbe accaduto, infatti, se il direttore Comey avesse taciuto, e sulla stampa fosse trapelato un "leak" sulla nuova indagine in corso? O, peggio ancora, se si fosse saputo dopo l'8 novembre, ad elezione della Clinton avvenuta? Donald Trump avrebbe potuto con buone ragioni parlare di sistema corrotto ed elezioni truccate.
Senza contare che già la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton al termine della prima indagine è apparsa più che discutibile. Il 56% degli americani non l'ha condivisa e per il WSJ, che non sostiene certo Trump, puzza talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e delle agenzie governative. A sollevare ulteriori dubbi di conflitti di interesse e favoritismi politici, ci sono i 675 mila dollari donati da un'organizzazione del governatore della Virginia, Terry McAuliffe, amico di vecchia data di Hillary e Bill, alla campagna per il Senato della moglie del vice direttore dell'FBI Andrew McCabe, che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini sulla Clinton.
Insomma, il tema è terribilmente serio. Si tratta della sistematica violazione delle regole sulla segretezza da parte della Clinton e del suo staff. L'ipotesi è che questa violazione fosse deliberata, che addirittura siano stati cancellati messaggi classificati top secret, che sia stata deliberatamente ostacolata la giustizia, con false testimonianze all'FBI e occultando l'esistenza di altre e-mail. E nella migliore delle ipotesi, la candidata ritenuta più "affidabile" di queste elezioni ha usato un server privato di posta elettronica esponendo informazioni top secret per la sicurezza nazionale, ma anche solo intenzioni e politiche del governo Usa, a qualsiasi tipo di hackeraggio e azione di spionaggio di governi stranieri.
Timothy Naftali sul New York Times spiega perché le email della Clinton "importano": "Nessuno vuole doversi preoccupare che qualcuno dei suoi nastri alla Casa Bianca andrà perso", con evidente riferimento al caso Watergate che travolse Nixon. Per il Wall Street Journal a questo punto Hillary Clinton diventa "la mano non sicura", "ha preso il posto di Trump come candidato ad alto rischio". Il Washington Post spiega perché il caso rischia di travolgere anche una eventuale presidenza Clinton: "Pronti per altri quattro anni di 'Clinton scandals'". La parola mai pronunciata ma che risuona nella testa di tutti è una sola: impeachment. Insomma, anche se dovesse farcela, quella di Hillary Clinton potrebbe essere una presidenza azzoppata da scandali e inchieste, debole a Washington e sotto la pressione crescente della rabbia anti-establishment che monta nel Paese, sia da destra che da sinistra.
Come se non bastasse, l'FBI ha pubblicato nuovi documenti su un'indagine, che si chiuse senza incriminazioni, che coinvolse l'allora presidente Bill Clinton per la grazia concessa al finanziere Marc Rich, la cui moglie era donatrice del Partito democratico. E un'altra brutta notizia per Hillary è il netto calo di early voting (voto anticipato) tra gli afroamericani in stati cruciali come Nord Carolina e Florida, la chiave del successo di Obama nel 2008 e nel 2012. Segno che non sarebbe riuscita a conquistare la fiducia del "popolo di Obama".
Che impatto avrà tutto questo sulla corsa alla Casa Bianca? La riapertura di una partita che fino a pochi giorni fa per i sondaggi sembrava chiusa potrebbe rimotivare i potenziali elettori di Trump, mentre le sempre più oscure zone d'ombra nell'operato della Clinton possono rendere più difficile l'impresa a quegli elettori disposti a votarla turandosi il naso. Ma nonostante tutto, Hillary resta favorita. Anche se con margini molto ridotti rispetto a pochi giorni fa, i sondaggi continuano a darla in vantaggio nei singoli stati. Non da oggi però ci si chiede, e se lo chiedono gli stessi sondaggisti, se siano davvero riusciti a intercettare l'elettorato potenziale di Donald Trump o se qualcuno (molti?) dei suoi elettori sia sfuggito alle rilevazioni.
Showing posts with label emailgate. Show all posts
Showing posts with label emailgate. Show all posts
Thursday, November 03, 2016
Thursday, October 20, 2016
Trump anti-sistema, Clinton presidenziale
Pubblicato su Ofcs Report
L'ultimo dibattito rafforza le immagini già note dei candidati
Il terzo e ultimo dibattito tv tra i due sfidanti per la Casa Bianca, Hillary Clinton e Donad Trump, l'ha vinto... il moderatore Chris Wallace di Fox News. E' stato infatti un dibattito più corretto dei primi due, più complesso e articolato, centrato più sui temi e moderato con imparzialità. Wallace ha posto domande e sollevato temi scomodi a entrambi, insistendo con entrambi per ottenere delle risposte. Dal focus group del sondaggista indipendente Frank Luntz è emerso un 14 a 12 per Trump. Tra i due quindi un sostanziale pareggio, che avvantaggia chi è avanti nei sondaggi, ovvero Hillary.
Sui mainstream media infurierà per giorni la polemica sul rifiuto di Trump di impegnarsi fin d'ora ad accettare il responso delle urne anche se a lui sfavorevole. Certo, uno strappo notevole per una democrazia abituata ad un fair play quasi ostentato (anche se spesso più di facciata e a urne chiuse). La sua risposta però può aver scandalizzato solo gli elettori che già nutrono un'opinione pessima di lui. Quanto agli altri, sarà anche apparsa sconveniente, sbagliata, ma certo l'argomento non è di quelli che possono infiammare il pubblico come sta infiammando i media e il mondo politico a Washington. E forse qualcuno ricorderà che nell'elezione del 2000 il democratico Al Gore ci mise più di un mese a concedere la vittoria a George W. Bush, dopo ricorsi e riconteggi...
In realtà, per Trump si è trattato di un autogol, forse l'unico errore commesso nel dibattito, ma per un altro motivo: non perché dovesse per forza assicurare fin d'ora di accettare la sconfitta, ma perché ha giocato il ruolo del perdente annunciato. Invece di abboccare alla provocazione avrebbe dovuto rispondere con un "non mi riguarda perché vincerò io, chiedetelo a Hillary".
Detto questo, anche in una democrazia come quella americana il rischio di elezioni truccate o comunque di gravi irregolarità dovrebbe essere preso terribilmente sul serio, ben più di qualche cyber-attacco russo. Come ha osservato l'editorialista George Will, "è difficile pensare a una ragione innocente per cui i Democratici spendono così tanto tempo, forze e denaro, risorse scarse, nel resistere ai tentativi di ripulire le liste elettorali, per rimuovere i morti, o per cui si battono così strenuamente contro leggi sul documento di identità degli elettori. Dicono che limiterebbe l'esercizio di un diritto fondamentale. La Corte Suprema ha detto che viaggiare è un diritto fondamentale ma nessuno pensa che mostrare un documento in aeroporto limiti questo fondamentale diritto". Will ha anche ricordato la condotta dell'Irs, l'agenzia fiscale americana, che in tre elezioni consecutive ha ritardato di riconoscere esenzioni fiscali ad associazioni conservatrici. Non si tratta di dietrologie, ma di distorsioni autorevolmente documentate.
Che Trump accetti o meno l'esito del voto è tutto sommato secondario. Ma la convinzione che il sistema sia "corrotto" potrebbe spingere a votare milioni di americani che non votano da decenni, e che dunque potrebbero fare la differenza lontano dagli sguardi dei sondaggi, o al contrario altrettanti elettori a non partecipare al voto.
Per il resto del confronto televisivo, su Trump sono piovuti attacchi personali già sentiti, mentre per la prima volta nei tre dibattiti Hillary Clinton è stata colpita duramente sulla sua fondazione. Si è trovata in grande difficoltà sia quando il moderatore ha posto la questione della facilità di accesso dei donatori al suo ufficio di segretario di Stato, sia quando Trump gli ha rinfacciato di parlare di diritti delle donne e dei gay pur accettando milioni di dollari da Paesi, come Arabia Saudita e Qatar, dove quei diritti sono calpestati.
E per la prima volta nei tre dibattiti hanno trovato finalmente centralità alcuni temi cari ai conservatori, come Corte Suprema, aborto, immigrazione, e più scomodi per Hillary, come secondo emendamento, aborto fino a termine gravidanza, wikileaks e emailgate. Nei giorni scorsi è emersa dai documenti della stessa FBI la prova delle pressioni del Dipartimento di Stato perché venissero rivalutate come non classificate e-mail classificate passate illegalmente per il server di posta elettronica della Clinton, alleggerendo così la posizione dell'ex segretario di Stato sotto indagine.
Sempre secondo le analisi di Luntz, Trump è apparso efficace sui temi economici, soprattutto sugli accordi commerciali come il Nafta, sui fallimenti della politica estera obamiana e sull'emailgate. Tra gli elettori indipendenti sono apparsi invece molto deboli gli attacchi di Hillary alla Russia, la risposta sulla sua fondazione e la proposta di un nuovo "stimolo" all'economia. Trump ha avuto gioco facile nel ricordare come l'Isis sia chiaramente frutto del vuoto lasciato dalle amministrazioni Obama, per effetto del ritiro dall'Iraq e delle indecisioni nella crisi siriana, e come Putin abbia "beffato" Barack e Hillary praticamente su tutti i fronti.
La sensazione è che l'improvviso anti-putinismo di Obama e della Clinton sia dovuto più a una frustrazione personale per le sberle prese in più teatri, dall'Est Europa al Medio Oriente fino alla Turchia, che a motivi ideali e strategici. Sia contro McCain nel 2008 che contro Romney nel 2012, Obama ridicolizzava le posizioni "aggressive" dei candidati repubblicani nei confronti della Russia e proponeva invece dialogo e cooperazione. Da segretario di Stato la Clinton è stata artefice del tentativo di "reset" con Mosca e la sua fondazione ha ricevuto fondi russi per aver facilitato l'accordo sulla compagnia "Uranium One", come documentato solo un anno fa dal New York Times (quando ancora la candidatura Trump non sembrava una cosa seria).
Da candidato anti-sistema quello di Trump è un appello agli elettori trasversale, che attraversa tutto lo spettro politico, a maggior ragione dopo il venir meno del sostegno dei vertici del Gop. Hillary Clinton ha confermato la sua agenda molto spostata a sinistra sui temi socio-economici e sui diritti civili, per conquistare i "sanderisti", ma la novità di questo dibattito è che per la prima volta si è rivolta anche ai conservatori, ricordando un attacco di Trump a Reagan nel 1987 e proponendo una no-fly zone in Siria, in contrasto con Obama e in sintonia con il senatore repubblicano McCain.
In ogni caso, se Trump dovesse perdere, come indica la maggior parte dei sondaggi, non sarà certo per i dibattiti televisivi. Anche da quest'ultimo scontro i due contendenti sono usciti rafforzando la loro ben nota immagine: Trump come candidato di rottura, anti-sistema, la Clinton più presidenziale. A ridurre le speranze di Trump sono altre tre circostanze. L'early-voting sembra stia premiando Hillary molto più di Obama quattro anni fa; nell'ultimo anno in Florida, stato decisivo per la conquista della Casa Bianca, si sono registrati 500 mila elettori come Democratici e solo 70 mila come Repubblicani. Ma soprattutto, l'unità del Partito repubblicano su Trump era importante come fattore di legittimazione e rassicurazione dell'elettorato. Il caos in cui è precipitato il Gop, con i vertici che di fatto, anche se non formalmente, gli hanno voltato le spalle, lo sta privando di quella "accettabilità" decisiva per far presa sugli elettori indecisi/indipendenti. Si prospetta, in caso di sconfitta, un durissimo scaricabarile tra il candidato e il "suo" partito.
L'ultimo dibattito rafforza le immagini già note dei candidati
Il terzo e ultimo dibattito tv tra i due sfidanti per la Casa Bianca, Hillary Clinton e Donad Trump, l'ha vinto... il moderatore Chris Wallace di Fox News. E' stato infatti un dibattito più corretto dei primi due, più complesso e articolato, centrato più sui temi e moderato con imparzialità. Wallace ha posto domande e sollevato temi scomodi a entrambi, insistendo con entrambi per ottenere delle risposte. Dal focus group del sondaggista indipendente Frank Luntz è emerso un 14 a 12 per Trump. Tra i due quindi un sostanziale pareggio, che avvantaggia chi è avanti nei sondaggi, ovvero Hillary.
Sui mainstream media infurierà per giorni la polemica sul rifiuto di Trump di impegnarsi fin d'ora ad accettare il responso delle urne anche se a lui sfavorevole. Certo, uno strappo notevole per una democrazia abituata ad un fair play quasi ostentato (anche se spesso più di facciata e a urne chiuse). La sua risposta però può aver scandalizzato solo gli elettori che già nutrono un'opinione pessima di lui. Quanto agli altri, sarà anche apparsa sconveniente, sbagliata, ma certo l'argomento non è di quelli che possono infiammare il pubblico come sta infiammando i media e il mondo politico a Washington. E forse qualcuno ricorderà che nell'elezione del 2000 il democratico Al Gore ci mise più di un mese a concedere la vittoria a George W. Bush, dopo ricorsi e riconteggi...
In realtà, per Trump si è trattato di un autogol, forse l'unico errore commesso nel dibattito, ma per un altro motivo: non perché dovesse per forza assicurare fin d'ora di accettare la sconfitta, ma perché ha giocato il ruolo del perdente annunciato. Invece di abboccare alla provocazione avrebbe dovuto rispondere con un "non mi riguarda perché vincerò io, chiedetelo a Hillary".
Detto questo, anche in una democrazia come quella americana il rischio di elezioni truccate o comunque di gravi irregolarità dovrebbe essere preso terribilmente sul serio, ben più di qualche cyber-attacco russo. Come ha osservato l'editorialista George Will, "è difficile pensare a una ragione innocente per cui i Democratici spendono così tanto tempo, forze e denaro, risorse scarse, nel resistere ai tentativi di ripulire le liste elettorali, per rimuovere i morti, o per cui si battono così strenuamente contro leggi sul documento di identità degli elettori. Dicono che limiterebbe l'esercizio di un diritto fondamentale. La Corte Suprema ha detto che viaggiare è un diritto fondamentale ma nessuno pensa che mostrare un documento in aeroporto limiti questo fondamentale diritto". Will ha anche ricordato la condotta dell'Irs, l'agenzia fiscale americana, che in tre elezioni consecutive ha ritardato di riconoscere esenzioni fiscali ad associazioni conservatrici. Non si tratta di dietrologie, ma di distorsioni autorevolmente documentate.
Che Trump accetti o meno l'esito del voto è tutto sommato secondario. Ma la convinzione che il sistema sia "corrotto" potrebbe spingere a votare milioni di americani che non votano da decenni, e che dunque potrebbero fare la differenza lontano dagli sguardi dei sondaggi, o al contrario altrettanti elettori a non partecipare al voto.
Per il resto del confronto televisivo, su Trump sono piovuti attacchi personali già sentiti, mentre per la prima volta nei tre dibattiti Hillary Clinton è stata colpita duramente sulla sua fondazione. Si è trovata in grande difficoltà sia quando il moderatore ha posto la questione della facilità di accesso dei donatori al suo ufficio di segretario di Stato, sia quando Trump gli ha rinfacciato di parlare di diritti delle donne e dei gay pur accettando milioni di dollari da Paesi, come Arabia Saudita e Qatar, dove quei diritti sono calpestati.
E per la prima volta nei tre dibattiti hanno trovato finalmente centralità alcuni temi cari ai conservatori, come Corte Suprema, aborto, immigrazione, e più scomodi per Hillary, come secondo emendamento, aborto fino a termine gravidanza, wikileaks e emailgate. Nei giorni scorsi è emersa dai documenti della stessa FBI la prova delle pressioni del Dipartimento di Stato perché venissero rivalutate come non classificate e-mail classificate passate illegalmente per il server di posta elettronica della Clinton, alleggerendo così la posizione dell'ex segretario di Stato sotto indagine.
Sempre secondo le analisi di Luntz, Trump è apparso efficace sui temi economici, soprattutto sugli accordi commerciali come il Nafta, sui fallimenti della politica estera obamiana e sull'emailgate. Tra gli elettori indipendenti sono apparsi invece molto deboli gli attacchi di Hillary alla Russia, la risposta sulla sua fondazione e la proposta di un nuovo "stimolo" all'economia. Trump ha avuto gioco facile nel ricordare come l'Isis sia chiaramente frutto del vuoto lasciato dalle amministrazioni Obama, per effetto del ritiro dall'Iraq e delle indecisioni nella crisi siriana, e come Putin abbia "beffato" Barack e Hillary praticamente su tutti i fronti.
La sensazione è che l'improvviso anti-putinismo di Obama e della Clinton sia dovuto più a una frustrazione personale per le sberle prese in più teatri, dall'Est Europa al Medio Oriente fino alla Turchia, che a motivi ideali e strategici. Sia contro McCain nel 2008 che contro Romney nel 2012, Obama ridicolizzava le posizioni "aggressive" dei candidati repubblicani nei confronti della Russia e proponeva invece dialogo e cooperazione. Da segretario di Stato la Clinton è stata artefice del tentativo di "reset" con Mosca e la sua fondazione ha ricevuto fondi russi per aver facilitato l'accordo sulla compagnia "Uranium One", come documentato solo un anno fa dal New York Times (quando ancora la candidatura Trump non sembrava una cosa seria).
Da candidato anti-sistema quello di Trump è un appello agli elettori trasversale, che attraversa tutto lo spettro politico, a maggior ragione dopo il venir meno del sostegno dei vertici del Gop. Hillary Clinton ha confermato la sua agenda molto spostata a sinistra sui temi socio-economici e sui diritti civili, per conquistare i "sanderisti", ma la novità di questo dibattito è che per la prima volta si è rivolta anche ai conservatori, ricordando un attacco di Trump a Reagan nel 1987 e proponendo una no-fly zone in Siria, in contrasto con Obama e in sintonia con il senatore repubblicano McCain.
In ogni caso, se Trump dovesse perdere, come indica la maggior parte dei sondaggi, non sarà certo per i dibattiti televisivi. Anche da quest'ultimo scontro i due contendenti sono usciti rafforzando la loro ben nota immagine: Trump come candidato di rottura, anti-sistema, la Clinton più presidenziale. A ridurre le speranze di Trump sono altre tre circostanze. L'early-voting sembra stia premiando Hillary molto più di Obama quattro anni fa; nell'ultimo anno in Florida, stato decisivo per la conquista della Casa Bianca, si sono registrati 500 mila elettori come Democratici e solo 70 mila come Repubblicani. Ma soprattutto, l'unità del Partito repubblicano su Trump era importante come fattore di legittimazione e rassicurazione dell'elettorato. Il caos in cui è precipitato il Gop, con i vertici che di fatto, anche se non formalmente, gli hanno voltato le spalle, lo sta privando di quella "accettabilità" decisiva per far presa sugli elettori indecisi/indipendenti. Si prospetta, in caso di sconfitta, un durissimo scaricabarile tra il candidato e il "suo" partito.
Thursday, October 13, 2016
Per decine di milioni di americani l'Apocalisse si chiama Clinton
Pubblicato su L'Intraprendente
Altro che superamento delle divisioni.
Durante il doppio mandato di Barack Obama la politica americana è a
tal punto polarizzata che entrambi i candidati alla Casa Bianca dei
principali partiti evocano addirittura l'inferno per descrivere
l'avversario. Se Trump aveva paragonato Hillary Clinton al diavolo,
dalle colonne del New York Times l'ex first lady lancia un drammatico
appello agli elettori: "Sono l'ultima cosa che c'è fra voi e
l'Apocalisse". E naturalmente l'accostamento Trump-Apocalisse è
talmente piaciuto ai conformisti media italiani che è stato
rilanciato su tutte le prime pagine, in edicola e online, senza alcun
esercizio critico.
Se decine di milioni di americani sono
pronte a preferire un salto nel buio con Trump, piuttosto che una
collaudata e preparata ex segretario di Stato, forse qualche domanda
è il caso di porsela. Forse è il caso di impegnarsi a spiegare ai
lettori italiani che per metà degli americani - poco più o poco
meno lo vedremo l'8 novembre - l'Apocalisse è il futuro prospettato
loro da una presidenza Clinton dopo ben otto anni di Obama. Per
questi elettori, che alle primarie repubblicane hanno fatto fuori
tutti i candidati tradizionali del Gop scegliendo Trump, l'Apocalisse
è rappresentata dal sistema-Clinton e da altri quattro anni dei Dem
alla Casa Bianca. A tal punto che sembrano perdonare a Trump
qualsiasi cosa. Per il 74% degli elettori repubblicani infatti il
partito dovrebbe continuare a sostenere Trump nonostante le volgarità
del video diffuso dal Washington Post, mentre solo per il 13% non
dovrebbe.
E' con la vittoria della Clinton che
questi milioni di elettori vedono evidentemente spalancarsi le porte
dell'Apocalisse. L'Apocalisse che vedono è la deriva
socialdemocratica che sta già mutando il dna del Paese. In generale
sulle politiche socio-economiche e su temi come il possesso di armi,
la deindustrializzazione, l'immigrazione, con Hillary alla Casa
Bianca, dopo otto anni di Obama, temono un'ulteriore
"europeizzazione" degli Stati Uniti. Deriva da fermare a
qualsiasi costo, anche assumendosi il rischio di eleggere un
candidato controverso e impreparato, una totale incognita come Trump.
L'impopolarità della Clinton anche a
sinistra è tale che per restare in corsa ha dovuto fare appello al
"popolo di Obama", in pratica proponendo agli americani un
"terzo mandato" del presidente uscente, senza però averne
il carisma, e ha dovuto spostarsi ulteriormente a sinistra per
cercare di conquistarsi le simpatie dei "sanderisti".
Peccato che oltre il 70% degli americani ritiene che il Paese stia
andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore
sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il
Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil,
Obama è l'unico presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di
crescita in almeno un anno di mandato. Dalla Clinton quindi ci si può
aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno
prodotto crescita lenta, redditi stagnanti, fuga delle imprese e un
altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il
ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito
Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da
centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più a sinistra di
quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".
Basti guardare ai piani fiscali agli
antipodi dei due candidati. Secondo i dati del Tax Policy Center,
riportati dal Wall Street Journal, il piano fiscale di Trump,
accusato di favorire solo i più ricchi, offre al quintile centrale
dei contribuenti americani un aumento di reddito al netto delle tasse
nove volte superiore rispetto a quello che offre la Clinton (+1,8%
contro +0,2%). Mentre Trump riduce le tasse a tutte le fasce di
reddito, di fatto il piano della Clinton non offre alcuna riduzione
di tasse ad alcuna fascia di reddito. Nessuna impresa e nessuna
persona fisica pagherà meno tasse. E prevede un ulteriore gettito
fiscale dalle tasche degli americani di ben 1,4 trilioni di dollari.
Se non è questa una "Apocalisse fiscale", ci siamo
vicini...
Uno dei punti forti di Hillary rispetto
al suo avversario doveva essere l'esperienza da segretario di Stato.
Ma l'eredità di Obama-Clinton in politica estera (dal ritiro
dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto
riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza
l'Europa, fino al caos libico, passando per l'accordo sul nucleare
iraniano, le tensioni con Israele e l'avanzata della Russia) è
talmente disastrosa da far apparire davvero vicina l'Apocalisse: un
mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda",
ha scritto il WSJ. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza
col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti
con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, non è
credibile se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il
pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il
repubblicano McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle
"connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il
Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo,
apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton
Cash".
A far temere ancor di più una
"Apocalisse clintoniana" ci sono poi le minacce alla
Costituzione e il controllo delle istituzioni. Un tema cruciale
emerso finalmente anche nel dibattito tv dell'altra notte è quello
della Corte Suprema. Con Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a
nominare il giudice mancante dopo la morte di Antonin Scalia e per la
prima volta dai tempi di Nixon (1971) la Corte avrebbe una
maggioranza progressista che potrebbe restare tale per decenni. La
Clinton ha confermato i peggiori timori dei conservatori. Non ha mai
menzionato le parole "rispetto della Costituzione", ha
ammesso di voler cambiare "direzione" alla Corte, di voler
scegliere una figura che vada oltre quella del rispettato giurista,
qualcuno che "comprenda come funziona il mondo, che abbia
esperienza di vita reale". Praticamente un attivista politico.
Fondamentalmente ha lasciato intendere di volere una Corte
"legislativa". E' in gioco quindi l'identità stessa
dell'America dei prossimi 30 anni. Ci sono equilibri politici (nel
partito e nel Paese) che si possono cambiare, ma non la maggioranza
della Corte Suprema una volta messa nelle mani della Clinton. Per gli
elettori repubblicani sarebbe una vera Apocalisse, perché la
giurisprudenza della Corte può trasformare in profondità il Paese.
Per il WSJ, che non sostiene certo
Trump, la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton per
l'emailgate (ben il 56% degli americani non l'ha condivisa) puzza
talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla
tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e
delle agenzie governative.
Un ruolo non indifferente nella
percezione dell'"Apocalisse clintoniana" lo gioca poi il
pensiero unico del politicamente corretto che domina i mainstream
media, sempre più avvertito come una minaccia alla libertà
d'espressione e anche alla funzione critica della stampa. Tempo fa
dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avvertiva
che c'è una "nuova maggioranza silenziosa", una fetta
importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che
è pronta a votarlo lo stesso, perché "ha una sola qualità
redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati
Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul
politically correct". È un bullo, un demagogo, ma anche l'unico
in grado di "preservare l'American way of life come la
conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di
agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più
pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump".
"L'epoca della discordia",
così il WSJ ha definito gli anni di Obama. E attenzione: una
radicalizzazione che non è destinata ad arrestarsi. Con Obama si è
radicalizzato il Partito democratico, diventato una socialdemocrazia
europea degli anni '60. L'establishment repubblicano è rimasto
moderato, ma non la base del partito. E se Trump dovesse perdere, c'è
il forte rischio di ritrovarsi fra quattro anni con due candidati
ancor più anti-sistema, ancor più "apocalittici", sia a
destra che a sinistra.
Monday, July 11, 2016
L'emailgate non è chiuso, le tre bugie di Hillary
Pubblicato su Ofcs Report
La media dei sondaggi della scorsa settimana vede stabile il vantaggio di Hillary Clinton (+4,5%) a livello nazionale. Rasmussen è l’unico istituto che attribuisce a Donald Trump un lieve vantaggio (+2, in calo dal +4 della settimana precedente), mentre Reuters/Ipsos sono i più generosi con la Clinton (+11). Dal punto di vista politico, Trump è ancora alle prese con i difficili rapporti con la leadership del Partito repubblicano. E per ridurre al minimo il rischio di imprevisti alla Convention di Cleveland del 18 luglio che dovrebbe incoronarlo, prosegue il suo lavoro “diplomatico”. La settimana scorsa ha incontrato molti parlamentari del partito. E a giorni lo attende la delicatissima scelta del suo vice.
Hillary Clinton ha ottenuto il tanto sospirato endorsement di Bernie Sanders. Ma la chiusura di un problema rischia di aprirne un altro: nel tentativo di inseguire e conquistare i supporter del suo ex sfidante, rischia infatti di spostare troppo a sinistra l’asse della sua campagna. I due staff hanno lavorato sodo per raggiungere un’intesa tra i due ex avversari e ne è uscita la piattaforma programmatica più di sinistra della storia del Partito democratico. Il socialista Sanders avrebbe ottenuto “almeno l’80%” dei suoi punti, secondo il suo staff, tra cui l’inserimento nel programma della sua proposta di paga minima oraria di 15 dollari, indicizzati all’inflazione. E in tema di sanità pubblica, ha così apprezzato la proposta di Hillary da definirla “un passo importante verso l’estensione dell’assicurazione sanitaria e dell’accesso alle cure mediche per milioni di americani”.
Su un altro fronte, se la Clinton ha certamente potuto tirare un sospiro di sollievo alla decisione dell’Fbi di non proporre la sua incriminazione per il caso “emailgate“, ossia l’utilizzo di account e-mail e server privati durante il suo mandato di segretario di Stato, tuttavia l’immagine di candidata esperta e affidabile in contrapposizione a Trump ha subito un duro colpo e le polemiche la accompagneranno fino a novembre. Non tanto perché il Dipartimento di Stato riaprirà, dopo averla sospesa in aprile per non interferire con l’Fbi, l’indagine interna sul caso (un atto dovuto che difficilmente avrà conseguenze), ma perché le bugie di Hillary sono emerse chiaramente dall’audizione del direttore dell’Fbi, James Comey, al Congresso americano. Comey ha negato che la Clinton abbia mentito all’Fbi, ma ha confermato che alcune sue dichiarazioni e spiegazioni fornite lo scorso ottobre alla Commissione parlamentare sull’attacco di Bengasi non erano vere. Ha ribadito che la Clinton “certamente avrebbe dovuto sapere di non poter inviare informazioni classificate” su un server privato di posta elettronica, con il rischio che potessero finire in mani sbagliate: “Come ho detto, questa è la definizione di negligente. Credo che lei sia stata estremamente imprudente. Ho pensato che è stata negligente. Questo è ciò che ho potuto stabilire. Quello che non possiamo stabilire è se ha agito con il necessario intento criminale”.
Su tre questioni, durante uno scambio prolungato tra Comey e il deputato repubblicano Trey Gowdy, è emerso che Hillary non ha detto il vero. Il direttore dell’Fbi ha confermato che informazioni riservate sono passate sul server privato della Clinton, nonostante lei avesse negato che fossero stati inviati o ricevuti elementi contrassegnati come classificati. Alla domanda se corrisponda al vero la testimonianza della Clinton secondo cui “nessun materiale classificato è stato spedito ad alcuno per e-mail”, Comey ha risposto: “No, c’era materiale classificato inviato via e-mail”. Così come non è vero che la Clinton, come lei stessa aveva affermato, ha usato un solo dispositivo per le sue e-mail di lavoro durante il mandato da segretario: “Ha usato più dispositivi”, ha risposto Comey. E non è vero che ha restituito tutte le e-mail legate al suo lavoro al Dipartimento di Stato. “No, abbiamo trovato e-mail legate al lavoro, migliaia che non sono state restituite”, ha risposto ancora il direttore dell’Fbi. “Che le abbiano cancellate, o che qualcosa sia successo quando è cambiato server – ha aggiunto Comey – non c’è dubbio che le e-mail di lavoro sono state rimosse elettronicamente dal sistema”. Per una bugia su un rapporto sessuale al marito Bill è andata molto peggio.
La media dei sondaggi della scorsa settimana vede stabile il vantaggio di Hillary Clinton (+4,5%) a livello nazionale. Rasmussen è l’unico istituto che attribuisce a Donald Trump un lieve vantaggio (+2, in calo dal +4 della settimana precedente), mentre Reuters/Ipsos sono i più generosi con la Clinton (+11). Dal punto di vista politico, Trump è ancora alle prese con i difficili rapporti con la leadership del Partito repubblicano. E per ridurre al minimo il rischio di imprevisti alla Convention di Cleveland del 18 luglio che dovrebbe incoronarlo, prosegue il suo lavoro “diplomatico”. La settimana scorsa ha incontrato molti parlamentari del partito. E a giorni lo attende la delicatissima scelta del suo vice.
Hillary Clinton ha ottenuto il tanto sospirato endorsement di Bernie Sanders. Ma la chiusura di un problema rischia di aprirne un altro: nel tentativo di inseguire e conquistare i supporter del suo ex sfidante, rischia infatti di spostare troppo a sinistra l’asse della sua campagna. I due staff hanno lavorato sodo per raggiungere un’intesa tra i due ex avversari e ne è uscita la piattaforma programmatica più di sinistra della storia del Partito democratico. Il socialista Sanders avrebbe ottenuto “almeno l’80%” dei suoi punti, secondo il suo staff, tra cui l’inserimento nel programma della sua proposta di paga minima oraria di 15 dollari, indicizzati all’inflazione. E in tema di sanità pubblica, ha così apprezzato la proposta di Hillary da definirla “un passo importante verso l’estensione dell’assicurazione sanitaria e dell’accesso alle cure mediche per milioni di americani”.
Su un altro fronte, se la Clinton ha certamente potuto tirare un sospiro di sollievo alla decisione dell’Fbi di non proporre la sua incriminazione per il caso “emailgate“, ossia l’utilizzo di account e-mail e server privati durante il suo mandato di segretario di Stato, tuttavia l’immagine di candidata esperta e affidabile in contrapposizione a Trump ha subito un duro colpo e le polemiche la accompagneranno fino a novembre. Non tanto perché il Dipartimento di Stato riaprirà, dopo averla sospesa in aprile per non interferire con l’Fbi, l’indagine interna sul caso (un atto dovuto che difficilmente avrà conseguenze), ma perché le bugie di Hillary sono emerse chiaramente dall’audizione del direttore dell’Fbi, James Comey, al Congresso americano. Comey ha negato che la Clinton abbia mentito all’Fbi, ma ha confermato che alcune sue dichiarazioni e spiegazioni fornite lo scorso ottobre alla Commissione parlamentare sull’attacco di Bengasi non erano vere. Ha ribadito che la Clinton “certamente avrebbe dovuto sapere di non poter inviare informazioni classificate” su un server privato di posta elettronica, con il rischio che potessero finire in mani sbagliate: “Come ho detto, questa è la definizione di negligente. Credo che lei sia stata estremamente imprudente. Ho pensato che è stata negligente. Questo è ciò che ho potuto stabilire. Quello che non possiamo stabilire è se ha agito con il necessario intento criminale”.
Su tre questioni, durante uno scambio prolungato tra Comey e il deputato repubblicano Trey Gowdy, è emerso che Hillary non ha detto il vero. Il direttore dell’Fbi ha confermato che informazioni riservate sono passate sul server privato della Clinton, nonostante lei avesse negato che fossero stati inviati o ricevuti elementi contrassegnati come classificati. Alla domanda se corrisponda al vero la testimonianza della Clinton secondo cui “nessun materiale classificato è stato spedito ad alcuno per e-mail”, Comey ha risposto: “No, c’era materiale classificato inviato via e-mail”. Così come non è vero che la Clinton, come lei stessa aveva affermato, ha usato un solo dispositivo per le sue e-mail di lavoro durante il mandato da segretario: “Ha usato più dispositivi”, ha risposto Comey. E non è vero che ha restituito tutte le e-mail legate al suo lavoro al Dipartimento di Stato. “No, abbiamo trovato e-mail legate al lavoro, migliaia che non sono state restituite”, ha risposto ancora il direttore dell’Fbi. “Che le abbiano cancellate, o che qualcosa sia successo quando è cambiato server – ha aggiunto Comey – non c’è dubbio che le e-mail di lavoro sono state rimosse elettronicamente dal sistema”. Per una bugia su un rapporto sessuale al marito Bill è andata molto peggio.
Tuesday, July 05, 2016
Hillary "graziata" dall'FBI: corsa in salita per la Casa Bianca
Pubblicato su Ofcs Report
Hillary Clinton è la prima candidata donna alla Casa Bianca, ma riuscirà anche ad essere la prima donna a varcarne la soglia da presidente? Sì, stando ai sondaggi e alle analisi che circolavano solo tre mesi fa, secondo cui Donald Trump sarebbe stato l’unico candidato, tra i molti repubblicani, contro cui la Clinton avrebbe vinto facilmente a novembre. Oggi questo scenario, evocato soprattutto dagli sfidanti di Trump alle primarie repubblicane, sembra appartenere ad un’altra era politica. Certo, dopo il quasi sorpasso di fine maggio, la media dei sondaggi dà Hillary in vantaggio di 4,5 punti percentuali (44,8% a 40,3%) e saldamente in testa nella mappa dei grandi elettori dei singoli Stati (210 contro 164, con 164 ancora in bilico), ma il margine di sicurezza di 10 punti e più degli inizi è un lontano ricordo. E il sondaggio Rasmussen di fine giugno che attribuisce a Trump un vantaggio di 4 punti a livello nazionale è un campanello d’allarme. Come lo sono il sondaggio Gravis che registra un testa-a-testa (49 pari) in uno stato chiave come la Florida e quello SurveyUSA secondo cui l’elettorato di origini cubane sarebbe in maggioranza per Trump (45 a 34).
Almeno tre elementi indicano che la strada verso la Casa Bianca, per l’ex first lady, è ancora in salita e piena di incognite. Primo, il cosiddetto “emailgate“, l’inchiesta sull’utilizzo che Hillary ha fatto di account e-mail e server privati durante il suo mandato da segretario di Stato, su cui sabato scorso è stata interrogata per tre ore e mezza dall’FBI. Proprio ieri il direttore dell’FBI, James Comey, ha annunciato alla stampa la decisione di non incriminare la Clinton, ma le polemiche sul caso sono destinate ad accompagnarla per il resto della campagna elettorale. Comey ha parlato di “estrema negligenza” da parte della Clinton e del suo staff, che “avrebbero dovuto sapere che l’uso dei server privati era improprio”. Innanzitutto, è confermato che almeno 30mila e-mail sono passate su quei server, anche durante la drammatica crisi dell’attacco terroristico al consolato Usa di Bengasi, in cui ha perso la vita l’ambasciatore in Libia. Di queste, 110 contenevano informazioni classificate (8 top secret) e la Clinton non le ha consegnate spontaneamente, le ha dovute recuperare l’FBI in questo ultimo anno, anche se “non ci sono prove che le abbia cancellate volontariamente”. Inoltre, nel pieno dell’indagine l’inopportuno incontro tra Loretta Linch, capo del Dipartimento della giustizia (il ministro della giustizia Usa) e il marito di Hillary, l’ex presidente Bill Clinton. La Lynch si è vista costretta a fare mea culpa per un incontro che “comprensibilmente”, ha ammesso lei stessa, ha alimentato dubbi e polemiche che l’hanno indotta ad assicurare che accetterà “qualsiasi conclusione a cui giungerà l’FBI”. Non si sono fatti attendere gli attacchi di Trump: “Il direttore dell’FBI dice che la corrotta Hillary ha compromesso la sicurezza nazionale, ma nessuna incriminazione. Wow”, ha tuonato su Twitter. “Il sistema è corrotto. Petraeus ha avuto problemi per molto meno”, ha aggiunto.
Secondo, la forte resistenza dei sostenitori di Sanders a ricompattarsi dietro la Clinton. Trump ha persino fatto esplicito appello agli ex elettori del senatore del Vermont, facendo leva su importanti temi comuni, come la lotta anti-sistema e l’impoverimento della classe media causato dalla deindustrializzazione e dalla globalizzazione. Potrebbe essere più facile per Donald pescare voti a sinistra di Hillary di quanto lo sia per Hillary pescare a destra di Donald. Quel “Hillary Clinton non mi rappresenta” detto da una star della sinistra hollywoodiana come Susan Sarandon non è certo un bel segnale. Insomma, la Clinton potrebbe incontrare qualche problema a mobilitare la base, soprattutto più di sinistra, del suo partito. E nonostante Trump stia facendo di tutto per alienarsi il voto femminile, Hillary non sembra ancora sfondare proprio nel voto delle donne: le più anziane sono tra le sue più entusiaste sostenitrici, ma le più giovani alle primarie erano per Sanders e convincerle non sarà una passeggiata.
Ma la vera incognita che potrebbe decidere queste presidenziali è il possibile ritorno alle urne di milioni di americani che non votano da decenni per l’assenza di una vera alternativa all’establishment rappresentato dai due partiti tradizionali. E la Clinton rappresenta la quintessenza dello status quo a Washington, mentre Trump l’anti-sistema per eccellenza.
I media europei e americani dipingono Hillary Clinton come il candidato ragionevole e civilizzato in opposizione al folle demagogo Trump, ma rischiano di sottovalutare l’impopolarità di Hillary. Una delle tendenze che emerge con più forza dai sondaggi infatti è che sia Trump sia la Clinton fanno registrare gli indici di impopolarità più alti (circa il 60%) di qualsiasi altro candidato mai presentato dai due principali partiti. Tanto che per qualche analista ci sarebbe ancora lo spazio politico per un terzo candidato. Oltre il 30% dei loro sostenitori dichiara che la loro principale motivazione è l’avversione per l’altro candidato. La scelta, insomma, è per “il male minore”. Saranno di più gli americani motivati a votare contro Trump o contro Clinton?
Dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avverte che c’è una “nuova maggioranza silenziosa”, una fetta importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché “ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct”. E’ un bullo, un demagogo, ma anche l’unico in grado di “preservare l’American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump”.
L’appello di Trump alla working class bianca, poco istruita e impoverita, potrebbe far presa in stati dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di “identità industriale“, come Pennsylvania, Ohio e Michigan, tradizionalmente democratici e decisivi per la conquista dei grandi elettori. In questi stati il margine di vantaggio che i sondaggi attribuiscono a Hillary è già risicato.
Hillary Clinton è la prima candidata donna alla Casa Bianca, ma riuscirà anche ad essere la prima donna a varcarne la soglia da presidente? Sì, stando ai sondaggi e alle analisi che circolavano solo tre mesi fa, secondo cui Donald Trump sarebbe stato l’unico candidato, tra i molti repubblicani, contro cui la Clinton avrebbe vinto facilmente a novembre. Oggi questo scenario, evocato soprattutto dagli sfidanti di Trump alle primarie repubblicane, sembra appartenere ad un’altra era politica. Certo, dopo il quasi sorpasso di fine maggio, la media dei sondaggi dà Hillary in vantaggio di 4,5 punti percentuali (44,8% a 40,3%) e saldamente in testa nella mappa dei grandi elettori dei singoli Stati (210 contro 164, con 164 ancora in bilico), ma il margine di sicurezza di 10 punti e più degli inizi è un lontano ricordo. E il sondaggio Rasmussen di fine giugno che attribuisce a Trump un vantaggio di 4 punti a livello nazionale è un campanello d’allarme. Come lo sono il sondaggio Gravis che registra un testa-a-testa (49 pari) in uno stato chiave come la Florida e quello SurveyUSA secondo cui l’elettorato di origini cubane sarebbe in maggioranza per Trump (45 a 34).
Almeno tre elementi indicano che la strada verso la Casa Bianca, per l’ex first lady, è ancora in salita e piena di incognite. Primo, il cosiddetto “emailgate“, l’inchiesta sull’utilizzo che Hillary ha fatto di account e-mail e server privati durante il suo mandato da segretario di Stato, su cui sabato scorso è stata interrogata per tre ore e mezza dall’FBI. Proprio ieri il direttore dell’FBI, James Comey, ha annunciato alla stampa la decisione di non incriminare la Clinton, ma le polemiche sul caso sono destinate ad accompagnarla per il resto della campagna elettorale. Comey ha parlato di “estrema negligenza” da parte della Clinton e del suo staff, che “avrebbero dovuto sapere che l’uso dei server privati era improprio”. Innanzitutto, è confermato che almeno 30mila e-mail sono passate su quei server, anche durante la drammatica crisi dell’attacco terroristico al consolato Usa di Bengasi, in cui ha perso la vita l’ambasciatore in Libia. Di queste, 110 contenevano informazioni classificate (8 top secret) e la Clinton non le ha consegnate spontaneamente, le ha dovute recuperare l’FBI in questo ultimo anno, anche se “non ci sono prove che le abbia cancellate volontariamente”. Inoltre, nel pieno dell’indagine l’inopportuno incontro tra Loretta Linch, capo del Dipartimento della giustizia (il ministro della giustizia Usa) e il marito di Hillary, l’ex presidente Bill Clinton. La Lynch si è vista costretta a fare mea culpa per un incontro che “comprensibilmente”, ha ammesso lei stessa, ha alimentato dubbi e polemiche che l’hanno indotta ad assicurare che accetterà “qualsiasi conclusione a cui giungerà l’FBI”. Non si sono fatti attendere gli attacchi di Trump: “Il direttore dell’FBI dice che la corrotta Hillary ha compromesso la sicurezza nazionale, ma nessuna incriminazione. Wow”, ha tuonato su Twitter. “Il sistema è corrotto. Petraeus ha avuto problemi per molto meno”, ha aggiunto.
Secondo, la forte resistenza dei sostenitori di Sanders a ricompattarsi dietro la Clinton. Trump ha persino fatto esplicito appello agli ex elettori del senatore del Vermont, facendo leva su importanti temi comuni, come la lotta anti-sistema e l’impoverimento della classe media causato dalla deindustrializzazione e dalla globalizzazione. Potrebbe essere più facile per Donald pescare voti a sinistra di Hillary di quanto lo sia per Hillary pescare a destra di Donald. Quel “Hillary Clinton non mi rappresenta” detto da una star della sinistra hollywoodiana come Susan Sarandon non è certo un bel segnale. Insomma, la Clinton potrebbe incontrare qualche problema a mobilitare la base, soprattutto più di sinistra, del suo partito. E nonostante Trump stia facendo di tutto per alienarsi il voto femminile, Hillary non sembra ancora sfondare proprio nel voto delle donne: le più anziane sono tra le sue più entusiaste sostenitrici, ma le più giovani alle primarie erano per Sanders e convincerle non sarà una passeggiata.
Ma la vera incognita che potrebbe decidere queste presidenziali è il possibile ritorno alle urne di milioni di americani che non votano da decenni per l’assenza di una vera alternativa all’establishment rappresentato dai due partiti tradizionali. E la Clinton rappresenta la quintessenza dello status quo a Washington, mentre Trump l’anti-sistema per eccellenza.
I media europei e americani dipingono Hillary Clinton come il candidato ragionevole e civilizzato in opposizione al folle demagogo Trump, ma rischiano di sottovalutare l’impopolarità di Hillary. Una delle tendenze che emerge con più forza dai sondaggi infatti è che sia Trump sia la Clinton fanno registrare gli indici di impopolarità più alti (circa il 60%) di qualsiasi altro candidato mai presentato dai due principali partiti. Tanto che per qualche analista ci sarebbe ancora lo spazio politico per un terzo candidato. Oltre il 30% dei loro sostenitori dichiara che la loro principale motivazione è l’avversione per l’altro candidato. La scelta, insomma, è per “il male minore”. Saranno di più gli americani motivati a votare contro Trump o contro Clinton?
Dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avverte che c’è una “nuova maggioranza silenziosa”, una fetta importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché “ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct”. E’ un bullo, un demagogo, ma anche l’unico in grado di “preservare l’American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump”.
L’appello di Trump alla working class bianca, poco istruita e impoverita, potrebbe far presa in stati dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di “identità industriale“, come Pennsylvania, Ohio e Michigan, tradizionalmente democratici e decisivi per la conquista dei grandi elettori. In questi stati il margine di vantaggio che i sondaggi attribuiscono a Hillary è già risicato.
Subscribe to:
Posts (Atom)




