Pagine

Showing posts with label medio oriente. Show all posts
Showing posts with label medio oriente. Show all posts

Tuesday, July 25, 2017

Il dilemma russo in Siria: Iran o Stati Uniti?

Pubblicato su formiche

Il ritorno dell’America nel gioco siriano pone la Russia di fronte a un dilemma sul partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti?

La decisione dell’amministrazione Trump, rivelata nei giorni scorsi dal Washington Post, di porre termine al programma segreto della Cia di sostegno militare ai ribelli anti-Assad "moderati", voluto e preparato da Obama (e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton), tra il 2012 e 2013, non è una mossa imprevista. Non solo indiscrezioni in tal senso erano già uscite tra febbraio e aprile, ma anche in campagna elettorale Trump lo aveva lasciato intendere accusando la sua avversaria e l’allora presidente Obama di aiutare i terroristi in Siria. E non segna il definitivo successo della strategia russa, come il Washington Post, uno dei giornaloni Usa impegnati nella campagna anti-Trump, lascia dire al solito funzionario anonimo ("Putin won in Syria"). Anzi, nonostante le vittorie militari contro l’Isis e il puntellamento del regime di Assad, sul piano diplomatico il coinvolgimento russo in Siria è più vicino al pantano che al successo. Proveremo a spiegare perché.

Ma innanzitutto, qualche precisazione sul programma della Cia di cui stiamo parlando. Delle due l’una: o serviva a sostenere gruppi di ribelli "moderati", e allora era militarmente irrilevante e, dunque, poco più che simbolica la sua cancellazione; o ad essere "segretamente" armati e addestrati erano anche gruppi ben più radicali, e allora era qualcosa di imbarazzante la cui chiusura era d’obbligo. L’esistenza di questo programma è divenuta di dominio pubblico un paio d’anni fa, quando è emerso che i 500 milioni di dollari stanziati erano serviti in realtà a formare circa 60 miliziani ritenuti sufficientemente "moderati", ridotti a cinque perché nel frattempo gli altri si erano uniti ai gruppi jihadisti (Isis compreso).

Ad ammettere il fallimento del programma, che prevedeva l’addestramento di 15 mila combattenti in tre anni, il generale Lloyd J. Austin, comandante del Centcom, il comando militare americano delle operazioni in Siria e Iraq, di fronte alla Commissione Forze armate del Senato. L’insuccesso del programma si spiega anche con i paletti posti dal presidente Obama, che non voleva rischiare di armare gruppi jihadisti (saggiamente), né di essere trascinato in un conflitto con la Russia, né di irritare gli iraniani compromettendo l’accordo sul nucleare. Ai ribelli anti-Assad infatti si chiedeva di limitarsi a combattere l’Isis, in pratica di non essere "ribelli". E questo ha probabilmente portato molti di essi a unirsi alle milizie islamiste. Come può la chiusura di un programma ritenuto fino a ieri un fiasco, già morto e sepolto, diventare improvvisamente un "errore strategico" o un "regalo a Putin"? Forse perché a chiuderlo formalmente è il presidente Trump?

In realtà, il "game changer", il punto di svolta in Siria potrebbe rivelarsi il primo cessate-il-fuoco – sebbene molto parziale, limitato all’angolo sud-occidentale del paese – a firma Usa-Russia, scaturito dal primo faccia-a-faccia Trump-Putin a margine del G20 di Amburgo lo scorso 7 luglio. Il ministro degli affari esteri russo Lavrov ha poi spiegato che Russia, Stati Uniti e Giordania istituiranno ad Amman un centro per coordinare tutti i dettagli. Ancora prima, però, le "quattro zone di de-escalation" approvate ad Astana lo scorso maggio da Russia, Turchia e Iran erano state discusse durante una telefonata tra il presidente russo Putin e il presidente americano Trump, quindi in pratica pre-approvate da Washington. Insomma, se sul lato Ucraina nessun "disgelo", è sulla crisi siriana che Usa e Russia sembrano compiere progressi dimostrando di parlarsi e di voler cooperare dove possibile. Se da una parte gli Stati Uniti entrano in qualche modo nello schema guidato dal Cremlino, che con il processo di Astana ha soppiantato i colloqui di Ginevra, dall’altra proprio il ritorno dell’America nel dossier siriano, che Putin non ha potuto impedire, rende fragile il processo di Astana. Tant’è vero che l’ultimo round di negoziati in Kazakhistan, alla vigilia dell’incontro Trump-Putin, non ha registrato progressi sulle "de-escalation zone".

Nonostante l’Isis sia vicino alla sconfitta e il regime di Assad ad una insperata sopravvivenza, il mosaico russo è lungi dall’essere completato e rischia ancora di frantumarsi, proprio per il ruolo guida nel processo politico che Mosca ha assunto su più tavoli, bilaterali e multilaterali, dove siedono potenze ostili tra di loro con interessi divergenti e spesso inconciliabili. Da una parte ha investito molto nel processo di Astana, in una transizione politica in Siria capace di preservare l’influenza di ciascuna delle potenze coinvolte - Russia, Iran e Turchia - nelle aree ritenute vitali per i propri interessi nazionali. Ma per riuscire deve portare Teheran e Ankara a raggiungere un compromesso. Non facile, perché gli iraniani considerano prioritaria la sconfitta di ogni gruppo ribelle rispetto all’inizio di una transizione politica, mentre i turchi puntano ad usare proprio i ribelli e i territori da loro controllati come risorsa nei futuri colloqui politici.

Dall’altra, ha siglato con gli Usa l’accordo sul cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese per scongiurare il rischio di una escalation con Washington e i suoi alleati. Non va dimenticato infatti che in Siria i russi si trovano pur sempre circondati da alleati dell’America: i curdi a nord, ma soprattutto Israele e Giordania a sud. Se con il cessate-il-fuoco gli Stati Uniti hanno di fatto riconosciuto il ruolo guida della Russia nel processo di pace in Siria, dal canto loro i russi – se pensiamo anche alla "deconfliction zone" che circonda la base Usa di al Tanf al confine con l’Iraq – hanno mostrato la volontà di riconoscere agli americani una zona di influenza nel sud della Siria, decisiva per la partita che Washington intende giocare per contenere Teheran, nonché di mantenere buoni rapporti con Israele, preoccupato della presenza di milizie iraniane ai suoi confini.

Non dimentichiamo qual era la posizione americana in Siria al termine della presidenza Obama: inesistente. Ora gli Stati Uniti sono rientrati in gioco. L’amministrazione Trump ha impresso una svolta decisiva alle operazioni anti-Isis, stringendo ancora di più la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG, per liberare Raqqa. Anche al prezzo di far irritare, e non poco, il presidente turco Erdogan, che li considera terroristi. E infatti l’artiglieria turca ha preso a martellare le postazioni delle YPG nell’enclave di Afrin. Ha riconosciuto un dato di fatto, ovvero che la fuoriuscita di Assad non è la priorità, ma ha anche chiarito di considerarla inevitabile nel medio-lungo termine e dimostrato di non tollerare che il regime siriano oltrepassi la "linea rossa" dell’uso di armi chimiche. E infine, sta trasformando la Siria in un fronte di contenimento dell’Iran, di intesa con gli alleati arabi sunniti e Israele.

Lungi da una vittoria piena di Mosca, la safe zone riconosciuta agli Stati Uniti nel sud della Siria sembra un primo passo verso il riconoscimento di diverse zone di influenza tra potenze regionali e globali, un po’ come avvenne nel ‘45 in Germania e a Berlino. Dunque, la difficilissima composizione di tutti gli interessi in gioco, spesso divergenti, tra attori ostili, rende il successo dell’iniziativa russa tutt’altro che scontato e il rischio pantano più vicino di quanto possa apparire.

Proprio il ritorno americano, con cui Putin ha dovuto fare i conti, rende più difficile, forse impossibile, il pieno successo della cooperazione con l’Iran, che fino a ieri, fino all’insediamento di Trump alla Casa Bianca, era stata il pilastro della politica russa in Siria. I tre principali obiettivi di Teheran in Siria, infatti – mantenere al potere Assad e l’integrità territoriale del paese, garantirsi un collegamento terrestre con Hezbollah in Libano – confliggono apertamente con gli interessi dell’America e dei suoi alleati. La divisione del paese in zone di influenza per preservare gli interessi di tutti gli attori coinvolti contraddice il principio dell’integrità territoriale siriana. Il premier israeliano Netanyahu si è detto contrario al cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese, perché sebbene tenga le milizie iraniane lontane dai suoi confini, tuttavia rischia di rendere permanente la presenza militare iraniana in Siria. E infatti, come hanno fatto notare gli esponenti di Hezbollah dopo l’annuncio della tregua, la distanza dalle alture del Golan non gli impedisce di lanciare attacchi contro Israele, visto che i missili in loro possesso sono in grado di colpire il territorio israeliano dalla Siria senza bisogno di una presenza fisica nelle zone di confine.

Ciò che invece infastidisce Hezbollah (e Teheran) del cessate-il-fuoco siglato da Trump e Putin, è che di fatto riconosce una presenza militare americana sul terreno in Siria. Sarà una coincidenza, ma proprio all'indomani dell'accordo sono spuntate due nuove basi Usa a cavallo del confine siro-giordano, una in Giordania e l'altra nel deserto siriano. E nelle scorse settimane forze americane hanno bombardato alcune milizie pro-Assad sostenute dall'Iran mentre avanzavano verso la base Usa di al Tanf, al confine tra Siria, Iraq e Giordania. Al Congresso il segretario alla difesa James Mattis ha spiegato che si è trattato di semplice autodifesa, a protezione dei militari americani che si trovano in quella zona. La missione in Siria è mirata esclusivamente a combattere l'Isis, ha ripetuto. Peccato che, guarda caso, l'avamposto di al Tanf si trovi esattamente sulla via di collegamento terrestre tra l'Iran e il Libano, passando per Iraq e Siria.

Per ora la Russia non ha alcuna intenzione di esercitare pressioni su Hezbollah, che con migliaia di combattenti schierati in Siria gioca un ruolo di fanteria ancora essenziale per i russi. Irritare Hezbollah significa irritare gli iraniani e rischiare di perdere Teheran nel processo di Astana.

Tuttavia, questi attriti sono ormai nelle cose con il ritorno degli Stati Uniti nel gioco siriano, che pone sempre di più la Russia di fronte al dilemma di dover decidere su chi puntare come partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti? E’ uno dei risultati delle mosse dell’amministrazione Trump, la cui nuova politica in Medio Oriente, come abbiamo scritto in altri articoli per Formiche, ha come obiettivo principale quello di isolare e contenere l’Iran e, quindi, in Siria, di allontanare Mosca da Teheran. "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili – come Siria e Iran – e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Ecco il vero test per Putin, nelle parole pronunciate dal presidente Trump a Varsavia.

Certo, le nuove sanzioni non aiutano l'amministrazione Trump. Putin potrebbe decidere che la cooperazione con gli Usa in Siria non vale il sacrificio delle partnership regionali con Iran e Turchia su cui molto ha investito negli ultimi anni.

Wednesday, July 05, 2017

Il risveglio dell'Arabia Saudita: perché ora e come cambierà (forse) il Regno

Pubblicato su formiche

Cosa c'è dietro le recenti mosse di Riad, dalla rottura con il Qatar all'ascesa del nuovo principe ereditario Mohammed bin Salman

L'Arabia Saudita è storicamente uno degli attori più cauti nel teatro mediorientale e che più ha resistito alle sirene della modernità dalla sua fondazione nel 1932. Da qualche tempo, tuttavia, sembra aver sostituito la sua proverbiale cautela, quasi immobilismo, con un attivismo senza precedenti e non privo di rischi, da cui trapela un senso di urgenza. In tre settimane, i sauditi hanno concertato con altre nazioni arabe l'isolamento del vicino Qatar, posto le basi per nuovi rapporti con Israele, strigliato il Pakistan, alzato il livello del loro confronto con l'Iran e portato avanti una guerra verbale con la Turchia di Erdogan. Nel frattempo, continuano a bombardare lo Yemen a sostegno dei loro alleati locali nella guerra civile che dilania il Paese. Dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 Riad ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam politico radicale. La storica ambivalenza saudita nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista, sulla base delle affinità con il wahabismo, sembra lasciare il posto alla ragion di Stato, dal momento che i piani di califfato di organizzazioni quali Al Qaeda e Isis, e l'ideologia politica dei Fratelli musulmani, che puntano a rovesciare i regimi arabi, rappresentano una minaccia esistenziale per le monarchie del Golfo.

Il recente attivismo saudita non è rivolto solo all'estero ma anche all'interno del Regno. Un altro segnale che l'Arabia Saudita si sta avviando verso un'epoca di grandi cambiamenti è la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, ministro della difesa, al posto del nipote Mohammed bin Nayef, potente ministro dell'interno che per un decennio ha condotto una lotta spietata contro il terrorismo e il dissenso politico, ma indebolito dal tentativo di assassinio subito nel 2009 per mano di al Qaeda. Non solo un grande salto generazionale, soprattutto una decisa rottura con la tradizione, che vuole la linea di successione saudita passare non di padre in figlio ma da un fratello all'altro, di solito non meno che settantenni, dei numerosi figli del fondatore del Regno, Abdulaziz Ibn Saud. E il Concilio Reale, in cui sono rappresentate tutte le discendenze, avrebbe approvato il passaggio a grande maggioranza, 31 a 3.

Ma cosa c'è dietro questo improvviso attivismo saudita? La paura, secondo uno dei maggiori studiosi di politica estera americani, Walter Russell Mead. Per anni proprio la paura ha reso i sauditi cauti, anche perché fiduciosi nella protezione americana. Ma con Obama è iniziata a Riad "l'età dell'insicurezza". L'apertura della precedente amministrazione Usa all'Iran – e la sua intenzione di ignorare l'approccio aggressivo di Teheran nella regione pur di non compromettere l'accordo sul nucleare – ha lasciato nei sauditi la sensazione del tradimento e dell'isolamento. Con l'egemonia iraniana che si espandeva in Iraq, Siria e Libano, i sauditi hanno concluso che la loro sicurezza non era più considerata a Washington come parte dell'interesse nazionale americano. Con la sua svolta l'amministrazione Trump sta cercando di rassicurare i sauditi che la politica filo-iraniana è finita, ma il senso di insicurezza è ormai profondo a Riad, perché la politica estera americana è diventata meno prevedibile e più incostante. In una parola, inaffidabile, per chi ha fondato la sua strategia di sicurezza nazionale sulla stabilità dell'alleanza con gli Stati Uniti.

Poi c'è il tema del petrolio. Con le sue enormi riserve, l'Arabia Saudita ha sempre usato la sua posizione di forza per mantenere il più possibile la stabilità dei prezzi rispetto ai tentativi di produttori più aggressivi che avevano interesse ad alzarli. Un ruolo particolarmente apprezzato a Washington. L'interesse saudita era quello di impegnare i suoi clienti nel lungo termine ed evitare che gli investimenti prendessero la via di fonti energetiche alternative. Ma la "shale revolution" sta cambiando gli equilibri e Washington e Riad non hanno più interessi così allineati nel mercato petrolifero. Gli estrattori americani, che possono rapidamente aumentare o diminuire la produzione al variare dei prezzi, rappresentano una sfida al ruolo dell'Arabia Saudita come produttore leader. Inoltre, i progressi nell'efficienza energetica e le fonti alternative stanno spostando la curva di domanda di lungo termine degli idrocarburi.

La combinazione tra petrolio meno redditizio e pressione demografica mette a rischio il fragile contratto sociale del Regno basato sui proventi petroliferi: Riad teme che l'oro nero non basti più a sostenere il benessere dei suoi sempre più numerosi (e giovani) sudditi. Insomma, temendo di non poter più contare solo sul petrolio per la propria ricchezza e fidarsi ciecamente di Washington per la propria sicurezza, i sauditi si stanno assumendo dei rischi. L'età e il profilo riformatore del nuovo erede al trono, Mohammed bin Salman, sono il segno dell'accelerazione impressa alla vita politica e sociale del Regno. Il giovane Salman crede che le risposte a queste sfide siano una politica estera assertiva, nel contrapporre all'espansionismo iraniano un fronte sunnita compatto e determinato, e un piano di riforme interne per emanciparsi dalla dipendenza dal petrolio. Come ministro della difesa è stato l'architetto della campagna militare nello Yemen contro i ribelli Houthi sostenuti dall'Iran e uno dei sostenitori della linea dura nei confronti del Qatar.

Il principe ereditario non è stato istruito all'estero, è popolare tra i giovani sauditi che chiedono più opportunità economiche e meno restrizioni sociali. Il giovane principe Salman è l'artefice di "Vision 2030", il più ampio e ambizioso programma di riforme mai proposto per diversificare l'economia saudita ed espandere il ruolo dell'impresa privata. Al centro del piano l'aumento della quota privata dell'economia dal 40 al 65% entro il 2030 e la riduzione della dipendenza del governo dai proventi del petrolio, ora al 70%. Tra le misure, la parziale privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco e una maggiore partecipazione delle donne alla forza-lavoro (il diritto alla guida sarebbe solo l'inizio). In un paese dove il 45% della popolazione, di 32 milioni, ha meno di 25 anni sarebbe una spinta decisiva alla crescita economica. Ma il nuovo erede al trono è anche un convinto sostenitore di cambiamenti culturali: concerti dal vivo vengono autorizzati e cinema aperti per la prima volta nel Regno. Il che ha già innescato scontri con il potente establishment religioso wahabita. Per gli standard sauditi un programma rivoluzionario, che implica anche un certo grado di separazione tra politica e religione.

Tutto questo, osserva WRM, indica che l'attuale turbolenza nel Golfo sia destinata a durare. Per riportare la stabilità l'amministrazione Trump "dovrebbe pensare ai problemi economici e di sicurezza dell'Arabia Saudita nel loro complesso, e in modo creativo a come questa alleanza, un pilastro della stabilità del Medio Oriente dalla Seconda Guerra Mondiale, possa essere rinnovata". Un'Arabia Saudita moderata e prospera rafforzerebbe la stabilità nel mondo arabo e sarebbe quindi nell'interesse nazionale degli Stati Uniti.

Tuesday, July 04, 2017

Perché gli Stati Uniti di Trump preferiscono l'Arabia Saudita all'Iran

Pubblicato su formiche

Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama

Nelle analisi sul Medio Oriente un fattore abusato, e spesso addirittura fuorviante, è quello dello storico conflitto tra sunniti e sciiti. Come prova anche la crisi tra il Qatar e gli altri Paesi del Golfo, interessi economici e geopolitici pesano spesso di più e, come vedremo, il mondo sunnita è a sua volta diviso molto più di quanto si pensi.

Su Formiche abbiamo già parlato della svolta a 180 gradi impressa dall'amministrazione Trump alla politica americana in Medio Oriente rispetto agli otto anni di presidenza Obama. Dal non disturbare l'Iran nei suoi disegni egemonici al ritorno al fianco dei tradizionali alleati nella regione, Israele e i Paesi arabi sunniti, per contenere e isolare il regime degli ayatollah.

L'ex presidente Obama ha pensato che facendo uscire Teheran dal suo isolamento, con un accordo sul nucleare che prevedesse il progressivo alleggerimento delle sanzioni occidentali, di fatto riconoscendo il suo status di potenza regionale, l'Iran potesse trasformarsi in un fattore di stabilità e gli Stati Uniti avrebbero potuto finalmente ridurre il loro dispendioso impegno in Medio Oriente. Per non pregiudicare quella storica intesa, Obama ha chiuso più di un occhio sull'endemico ruolo destabilizzante degli iraniani nella regione, persino accettando che fosse travolta la sua "linea rossa" sull'uso di armi chimiche in Siria da parte del regime di Assad.

Ma l'idea che i problemi del Medio Oriente si potessero risolvere riammettendo Teheran nel gioco tra le potenze regionali si è rivelata una pericolosa illusione, come dimostra il passato e presente comportamento degli iraniani. Al contrario, il tentativo di "appeasement" ha incoraggiato Teheran a perseguire con maggiore spregiudicatezza i suoi disegni egemonici, dall'Iraq e la Siria allo Yemen, passando per il Libano. E come una scintilla nella polveriera ha infiammato le tensioni regionali: i tradizionali alleati arabi sunniti, sentendosi traditi da Washington e spaventati, hanno reagito anche flirtando con i gruppi jihadisti in Siria in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

La realtà è che non ci sono partner ideali in Medio Oriente. Nessun regime nella regione ha interessi, tanto meno valori, identici a quelli americani e occidentali. Premesso che gli Stati Uniti (e l'Occidente) non possono permettersi di non avere una politica in Medio Oriente, e che la disastrosa situazione ereditata nella regione non offre molte altre scelte, si tratta di scegliere tra il male e il peggio. E allora perché, in questo conflitto per procura in corso tra l'Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti del Golfo da una parte e l'Iran sciita e alcuni alleati (come il regime di Assad e Hezbollah in Siria, gli Houthi in Yemen) dall'altra, gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i primi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama?

L'aspetto decisivo è che al contrario degli iraniani, i sauditi fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine caratterizzato dalla leadership americana, mentre Teheran intende sfidarla e sostituirsi ad essa, esportare la rivoluzione khomeinista ed estirpare Israele dalle mappe del Medio Oriente. Per il regime degli ayatollah il terrorismo è parte integrante dell'arte del governo e della sua politica estera. Fu il primo in Libano, negli anni '80, a sperimentare con successo le missioni suicide, facendo scuola dai gruppi palestinesi fino ad Al Qaeda e all'Isis. E quando c'è un nemico comune da abbattere anche il dissidio con i sunniti passa in secondo piano. Noto il sostegno iraniano ad Hamas (movimento sunnita della Fratellanza musulmana) contro Israele. Così come il permesso concesso ad Al Qaeda di attraversare il territorio iraniano come strategica via di collegamento tra l'Afghanistan, a est, e l'Iraq, a ovest. Tra gli stati, l'Iran è ancora oggi il principale sponsor del terrorismo al mondo.

L'obiezione è che anche l'Arabia Saudita è un regime dispotico la cui religione ufficiale è una delle versioni più fondamentaliste dell'islam, il wahabismo (che a suon di petrodollari i sauditi si sforzano di diffondere, anche in Europa, attraverso moschee e scuole coraniche), e che la loro condotta nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista presenta ancora troppe ambiguità. Nonostante tutte le sei monarchie del Golfo abbiano sottoscritto nel 2014 la Dichiarazione di Jeddah, in cui si impegnano a non tollerare finanziamenti ai gruppi terroristici e a "ripudiare la loro ideologia d'odio", ci sono ancora delle omissioni nelle liste delle organizzazioni bandite e nel perseguire i finanziatori privati sul loro territorio.

Tuttavia, dal 2003 al 2006 la monarchia saudita ha combattuto duramente per sedare una ribellione interna di Al Qaeda e dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam radicale, mentre il Qatar offriva il suo generoso sostegno ai movimenti politici e militari della Fratellanza musulmana (tra cui Morsi in Egitto e Hamas a Gaza) in tutto il mondo arabo, nel tentativo di sfidare l'ordine esistente. Ed è proprio questo uno dei motivi fondamentali della rottura con Doha.

Oltre al conflitto con gli sciiti, infatti, c'è uno scontro per l'identità e la leadership politica dell'islam sunnita che vede Arabia Saudita e Qatar su fronti contrapposti. Entrambe le famiglie regnanti si ritengono i veri discendenti del fondatore del wahabismo, quindi dal punto di vista dottrinario si richiamano alle origini dell'islam, ma con intenzioni e implicazioni molto diverse dal punto di vista politico. Per i sauditi il vero islam, la versione wahabita, si deve rafforzare e diffondere preservando le realtà statuali arabe formatesi negli ultimi cento anni, mentre per i Fratelli musulmani (di cui fa parte anche il partito di Erdogan) che i qatarini sostengono è necessario abbattere i regimi esistenti per unificare le nazioni arabe sotto la stessa guida islamica.

Questo spiega l'ambivalenza di Riad. Dal punto di vista strettamente teologico l'Isis, Al Qaeda e la galassia dei gruppi jihadisti si richiamano evidentemente al wahabismo saudita, ma dal punto di vista dell'ideologia politica, derivata dai Fratelli musulmani, rappresentano una minaccia esistenziale per il Regno dei Saud, dal momento che puntano a una qualche forma di califfato, di unificazione della "umma", la comunità musulmana sunnita, e muovono guerra all'Occidente, non solo agli sciiti.

Negli ultimi anni sembra però che a Riad la ragion di Stato stia prevalendo sulle affinità religiose. Se moschee e centri culturali sia del wahabismo saudita che dei Fratelli musulmani, in competizione tra loro, pullulano anche in Europa ed è un nostro problema limitare, anzi respingere, sia gli uni che gli altri, in quanto portatori di una versione dell'islam incompatibile con i valori occidentali, dal punto di vista geopolitico i recenti sviluppi inducono a propendere verso l'alleanza con i sauditi. Le monarchie del Golfo durante il summit di Riad con il presidente Trump hanno risposto positivamente alla richiesta americana di fare di più per sradicare l'estremismo e il terrorismo islamista.

Le ultime mosse suggeriscono anche che il Regno, uno dei regimi più dispotici e retrivi del mondo islamico, sia alla vigilia di una stagione di profondi cambiamenti, socio-economici e culturali, che potrebbero far entrare il paese nella modernità, fino ad oggi respinta, spingendo gli altri paesi arabi sunniti a seguire lo stesso percorso. E in tal senso va letta la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, giovane e riformatore, sostenitore del piano di riforme "Vision 2030" per diversificare l'economia saudita, ma anche di cambiamenti culturali, che implicano un certo grado di separazione tra politica e religione. Vedremo alla prova dei fatti il riformismo saudita, ma finora quello iraniano incarnato dal presidente Rouhani, che aveva suscitato forse eccessive aspettative nelle capitali occidentali, si è rivelato inconsistente, solo retorico e cosmetico.

Friday, June 16, 2017

Perché il Qatar ha una sola via d’uscita e il Medio Oriente una chance di pace

Pubblicato su formiche

Uno degli effetti "collaterali" del riallineamento di Doha potrebbe essere un contesto favorevole a un accordo tra israeliani e palestinesi

L'esito più probabile della crisi che si è aperta tra i Paesi arabi del Golfo è quello di una ricomposizione, con il Qatar che prende atto che le sue politiche "eterodosse", non allineate a quelle dei suoi vicini sono ormai incompatibili con la nuova fase geopolitica che si è aperta con la visita del presidente americano Trump a Riad e le nuove (vecchie) alleanze che si stanno formando. Per la piccola penisola che si affaccia sul Golfo si tratta di capire come salvare la faccia e, magari, anche guadagnarci qualcosina a titolo di indennizzo. Non mancano tuttavia margini di incertezza.

Se era inimmaginabile che una tale rottura fosse avvenuta senza il via libera di Washington, il presidente Trump ha esplicitamente rivendicato il ruolo degli Stati Uniti: durante i colloqui al vertice di Riad, focalizzati sull'impegno a contrastare ogni tipo di sostegno all'estremismo e al terrorismo islamico, i leader dei paesi arabi e sunniti hanno puntato l'indice verso il Qatar quale finanziatore del terrorismo (pur essendo anche di natura economica e geopolitica i motivi dei loro contrasti con Doha), ricevendo da Washington un esplicito incoraggiamento ad agire. "Ho deciso - in accordo con il segretario di stato Tillerson, i nostri grandi generali e il personale militare - che fosse venuto il tempo di chiedere al Qatar di finire di finanziare il terrorismo".

Che dietro alla rottura ci sia il semaforo verde Usa da un certo punto di vista aumenta le possibilità di ricomposizione della crisi. Difficile, infatti, che a Washington non siano stati ben ponderati obiettivi e rischi di una mossa non solo approvata ma anche incoraggiata. Altrettanto difficile quindi che a Doha, con la quale gli Usa non vogliono rompere, verranno poste condizioni impossibili da soddisfare. Anzi, tutto sembra organizzato per far sì che Washington sia l'unica via d'uscita per l'emiro al-Thani. Il segretario di Stato Tillerson, e più dietro le quinte il capo del Pentagono Mattis (in Qatar ha sede una base militare americana centrale per le operazioni in Medio Oriente) si sono subito attivati per avviare una mediazione.

Ma non ci sono due linee nell'amministrazione Usa. In questo caso le parole di Trump non sono estrapolate da un tweet o frutto di un'uscita estemporanea, ma sono state lette da un testo preparato e fanno esplicito riferimento ad una linea condivisa con Dipartimento di Stato e Pentagono. Si badi infatti che il segretario di Stato Tillerson, durante la sua conferenza stampa sulla crisi, ha sì chiesto agli Stati arabi di "allentare" l'embargo contro il Qatar, ma ha usato le stesse ferme parole del presidente nei confronti di Doha, alla quale "chiediamo di rispondere alle preoccupazioni dei suoi vicini". Ha ricordato che il Qatar "ha una storia di sostegno" a gruppi estremisti e violenti. "L'emiro del Qatar - ha concluso Tillerson - ha fatto progressi nel fermare il sostegno finanziario e nell'espellere elementi terroristi dal suo paese, ma deve fare di più e deve farlo più rapidamente". Il che significa che Washington intende sì giocare il ruolo di mediatore, ma non neutrale, e che il ritorno allo status quo ante per Doha non è un'opzione sul tavolo. Non sarà un bis del 2014, quando il Qatar aveva promesso di cambiare i suoi comportamenti ma dopo un breve periodo di maggiore cautela era tornato al suo "business as usual" con i gruppi islamici radicali e nei suoi rapporti con Teheran. Il Qatar sa bene che non può uscirne senza soddisfare le richieste dei suoi vicini, almeno quelle su cui insistono anche gli Stati Uniti (basta finanziare l'estremismo e il terrorismo islamico, ridimensionare i rapporti con l'Iran), e che qui si esaurisce il suo margine di trattativa per limitare i danni e chiedere qualche "indennizzo".

Se la mediazione funziona, e il Qatar si riallinea, l'amministrazione Trump potrà rivendicare un importante successo diplomatico e strategico: non permettere a Iran, Russia e Turchia di dividere gli alleati arabi dell’America. D'altra parte, qualcosa può sempre andare storto, anche perché i veri obiettivi e le "linee rosse" degli altri attori non sono completamente noti. La mossa non è totalmente priva di rischi, dal momento che costringe le due potenze regionali amiche del Qatar, che ambiscono a ridefinire a loro favore i rapporti di forza in Medio Oriente, ad uscire allo scoperto e ad esporsi. E infatti subito dopo l'apertura della crisi il ministro degli esteri iraniano è volato ad Ankara e i due Paesi si sono impegnati a sostenere Doha. Dal punto di vista dell'emiro al-Thani il sostegno iraniano è più realistico e concreto, ma politicamente meno praticabile. Accettarlo, allineandosi apertamente a Teheran, significherebbe varcare il confine tra mondo sunnita e sciita, quindi la sospensione o l'espulsione del Qatar dal GCC (Gulf Cooperation Council), il probabile addio della base militare americana, e forse anche la destabilizzazione politica interna. Un conto è avere interessi economici comuni, tutt'altro stringere con Teheran un'alleanza strategica contro i "fratelli" sunniti. Il sostegno diplomatico e retorico da parte turca è stato persino più sbandierato di quello iraniano, spingendosi fino all'aiuto militare. Ma nel medio-lungo periodo è anche meno realistico e concreto. Data la distanza geografica, Ankara non ha (ancora?) una sufficiente proiezione di potere per diventare il "protettore" di Doha rispetto ai suoi vicini arabi e agli Stati Uniti. Inoltre, per l'economia qatarina sarebbe insostenibile a lungo, troppo costoso, dipendere da spedizioni via mare e via aerea per quanto riguarda i beni di prima necessità. Sia pure improbabile, se l'Iran e anche la Turchia, pur essendo membro della Nato, decidono di alzare la posta e indurre il Qatar a resistere, entriamo in un territorio sconosciuto e pericoloso.

Se per i Paesi arabi del Golfo e l'Egitto che hanno fatto scattare l'ultimatum nei confronti di Doha l'espansione e le ambizioni egemoniche iraniane rappresentano la minaccia più immediata, a preoccuparli è anche l'attivismo di Ankara, il disegno neo-ottomano del presidente turco Erdogan, che si proietta verso sud. Ricordano fin troppo bene che prima del colonialismo europeo, il Medio Oriente è stato di fatto suddiviso tra i persiani e gli ottomani, con gli arabi marginalizzati. Per evitare il ripetersi di questo scenario, hanno bisogno di contrapporre alle mire egemoniche di Iran e Turchia un fronte arabo-sunnita compatto, che non può sopportare defezioni e tuttavia non può fare a meno - dal punto di vista militare ed economico - di una stretta cooperazione con Israele.

A pagare il prezzo della futura, probabile ricomposizione potrebbe essere Hamas, dal momento che proprio il sostegno alla Fratellanza musulmana da parte qatarina è tra i motivi principali della rottura delle relazioni diplomatiche con Doha. Il Qatar ha già chiesto ufficialmente ad Hamas di non usare il suo territorio per dirigere attività contro Israele. Anzi, secondo fonti israeliane e palestinesi concordi, due alti dirigenti di Hamas sono già stati espulsi dal Paese. Se l'embargo nei confronti del Qatar ha di tutta evidenza lo scopo di riallineare la sua politica estera a quella dei suoi vicini in un fronte anti-iraniano, uno degli esiti collaterali ma gravido di conseguenze, osserva uno dei massimi studiosi di politica estera americana, Walter Russell Mead, potrebbe essere quello di scalzare Hamas dal potere nella Striscia di Gaza, unificando i palestinesi sotto la guida di una più flessibile Fatah, che sarebbe economicamente e politicamente dipendente da un fronte unito di Paesi del Golfo.

In questo contesto, continua Walter Russell Mead, non si può escludere che il corso degli eventi non finisca per favorire la prospettiva di un qualche accordo tra israeliani e palestinesi. Un accordo, per esempio, che riconosca una sovranità araba sui siti sacri islamici di Gerusalemme e al contempo assicuri un'entità statale palestinese depurata da Hamas, sotto il controllo degli Stati del Golfo e dell'Egitto. Un esito che potrebbe soddisfare le esigenze di tutti gli attori coinvolti. Israele potrebbe contare sulla garanzia dei suoi alleati arabi sul comportamento dei palestinesi; gli arabi potrebbero salvare la faccia mentre rafforzano la loro intesa strategica con Israele; e l'Autorità palestinese ottenere il riconoscimento cui mira da decenni, ricevendo cospiscui finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo e l'Egitto e una "legittimazione religiosa" dai sauditi. Naturalmente le variabili in campo sono innumerevoli e non consentono di fare previsioni, ma il corso degli eventi potrebbe andare in questa direzione. E sarebbe certo una di quelle ironie che a volte la storia ci riserva, se l'eredità della politica estera di Obama dovesse essere un'alleanza arabo-israeliana in funzione anti-iraniana e una storica stretta di mano tra Netanyahu e Abbas sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Trump.

Monday, May 29, 2017

Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"

Pubblicato su formiche

La leadership americana è tornata ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?

Terminato il primo viaggio all'estero del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno della leadership americana. Una leadership che però, diversamente dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.

Un altro tema, collegato al primo, è il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati, si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".

Terzo tema, anch'esso collegato agli altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato, dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa, di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica, per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.

Quarto tema: si è ormai affermata a questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine della storia", che era stato edificato a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta, anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di far deragliare anche le istituzioni democratiche.

Quinto e ultimo tema: era già in crisi da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale, Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il ritorno in Occidente della "questione tedesca", un nazionalismo ben travestito da europeismo.

Nelle varie tappe del viaggio del presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina) sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente. Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe. Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e quelle acque.

Ma come è emerso dall'ultima tappa del viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta, lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito: "Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".

Toni molto diversi anche nel riferire la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio", e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in Europa?

L'impressione infatti è che durante il vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di approccio alla distribuzione della ricchezza globale".

Invece che uscire ridimensionato Trump, da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po' isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo, questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà transatlantica può andare in frantumi per una divergenza sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?

Sempre domenica la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo. Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.

La realtà è che di strappo in strappo il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora (altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi dell'Eurozona nel 2010.

La riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue, all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue (senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato.

"Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".

A questo punto bisogna rispondere ad alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania, con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".

Thursday, April 27, 2017

Primi 100 giorni

Primi 100 giorni. Sulla Siria e la Corea del Nord, Russia e Cina non sono mai state così sotto pressione, chiamate alle loro responsabilità da player globali come pretendono di essere considerate. Invece di subire il test di politica estera che i presidenti Usa si trovano a dover gestire nelle prime settimane di mandato, Trump l'ha imposto ai suoi avversari.

E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.

Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...

Friday, April 14, 2017

E se il Grande Dialogo Usa-Russia fosse appena iniziato?


Pubblicato su formiche

Quasi distensione? Come e perché la visita di Tillerson a Mosca non poteva andar meglio. Un nuovo, più proficuo linguaggio tra Washington e Mosca. E persino le posizioni sulla Siria (e Assad) non sembrano così inconciliabili... Anziché essere già finito il reset di Trump con Putin, il grande dialogo potrebbe essere solo all'inizio.

La visita del segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca è andata molto meglio di quanto si possa immaginare leggendo i giornali. E le posizioni di Washington e Mosca sono meno inconciliabili (persino sulla Siria) di quanto possa apparire. Ci sono un buon numero di sfumature tra la versione degli anti-Trump orfani di Obama, secondo cui il presidente sarebbe una "marionetta" di Putin, che lo ha aiutato a vincere le elezioni, e la delusione dei "putiniani", secondo cui con il raid contro la base aerea siriana di al Shayrat Trump si sarebbe piegato all'establishment diventando un falco anti-russo e sarebbe tornato alla politica del "regime change".

Dopo aver mandato a dire di essere troppo occupato per ricevere Tillerson, alla fine Putin ha abbassato la cresta e l'ha incontrato eccome, per oltre due ore. Dopo le quattro ore e mezza di colloquio (pranzo insieme compreso) che il segretario di Stato aveva appena avuto con il ministro degli affari esteri Lavrov, con il quale dopo la conferenza stampa congiunta ha avuto un ulteriore scambio di vedute informale di circa un'ora "sulle opportunità emerse". E il fatto non scontato che Putin abbia voluto incontrare Tillerson indica che il messaggio portato dal segretario di Stato al Cremlino valesse la pena di un incontro inizialmente negato per sgarbo.

Non era serio aspettarsi che la Russia scaricasse Assad in poche ore, obbedendo alla richiesta di Washington dopo nemmeno una settimana dall'umiliante raid Usa. Non è giornalisticamente serio e onesto presentare come un insuccesso la visita di Tillerson solo perché non si è presentato a braccetto con Putin annunciando che la Russia accetta di scaricare Assad, o perché restano le divergenze tra le due potenze.

E' stato certamente aspro il confronto tra Lavrov e Tillerson in conferenza stampa, senza esclusione di colpi, con il segretario di Stato americano per nulla intimidito, anzi proprio da lui forse sono partiti i primi colpi sotto la cintura. Come hanno ricordato entrambe le parti, siamo in una fase di estrema sfiducia nei rapporti tra Washington e Mosca. Nessuno quindi vuole farsi beccare ad "abbassare lo sguardo", nessuno arretra da uno scontro verbale.

Ma la sensazione è che se tutti abbaiano, nessuno voglia mordere. Intanto, Usa e Russia sembrano concordi nel non lasciare che i loro rapporti peggiorino. Parlandoci direttamente "ci comprendiamo meglio", ha osservato Lavrov. "Le due maggiori potenze nucleari al mondo non possono avere questo tipo di relazioni", ha aggiunto Tillerson. Ma oltre gli auspici, hanno concordato nuovi strumenti per evitare che le cose peggiorino. Un gruppo di lavoro volto a migliorare le relazioni e tenere aperto un dialogo quotidiano, mentre Putin è già pronto a ripristinare il canale di comunicazione militare di "deconfliction" nei cieli della Siria. "Tillerson ha avuto un dialogo serio a Mosca, che può aiutare a iniziare ad affrontare le varie questioni. Un utile primo passo", ha twittato Dmitri Trenin, direttore del Carnagie Center di Mosca.

All'indomani della visita si è profuso ottimismo sui futuri rapporti da entrambe le parti: "Le cose si risolveranno bene tra Stati Uniti e Russia. Al momento giusto, tutti ritroveranno il buon senso e ci sarà una pace duratura!", ha twittato il presidente Trump. "Mi è piaciuto il modo in cui" si sono svolti gli incontri ieri, ha commentato Lavrov: "Potrebbe volerci un po' perché questi risultati si manifestino - ha aggiunto - ma almeno abbiamo deciso di stabilire una linea di dialogo quotidiana su un certo numero di temi, compresi i problemi creati nelle relazioni bilaterali dalla precedente amministrazione e i meccanismi per migliorare la comprensione reciproca su varie crisi regionali, a cominciare da quella siriana".

Insomma, il reset di Trump con Putin è già finito o è solo all'inizio? Si può parlare di una sorta di distensione alla luce degli incontri di Tillerson a Mosca? Da ambo le parti si fa riferimento al fattore tempo. Niente illusioni: ce ne vorrà, prima di vedere i primi accordi. Per ora si tratta di evitare lo scontro e ripristinare il livello necessario di fiducia reciproca.

Al di là delle reciproche "punture", Lavrov non ha ripetuto la versione diffusa da Mosca nelle prime ore successive all'attacco per assolvere il regime di Assad dall'uso di armi chimiche. Ha ricordato che la zona colpita è sotto il controllo di forze ribelli, sollevando dubbi sulla credibilità delle testimonianze, e che ci sono rapporti secondo cui Damasco ha eliminato tutte le sue scorte, mentre documentano possesso e uso di armi chimiche da parte dei gruppi estremisti. Ed è tornato quindi a chiedere un'inchiesta imparziale e indipendente sull'accaduto prima di attribuire responsabilità ed emettere condanne.

Da parte sua Tillerson ha ribadito che gli Stati Uniti sono in possesso di prove che dimostrano la responsabilità del regime di Assad, ma non ha confermato l'accusa, fatta circolare a mezza stampa, secondo cui Mosca sarebbe stata complice, o per lo meno a conoscenza, dell'imminente attacco chimico. Anzi, ha detto, "non abbiamo informazioni certe che indichino che ci sia stato un qualche coinvolgimento della Russia o di forze russe in questo attacco".

Ma leggendo tra le righe persino le posizioni sulla Siria (e su Assad) non appaiono così inconciliabili. Tillerson ha ripetuto che per Washington "il regno della famiglia di Assad si sta avvicinando alla fine. E la Russia, come suo più vicino alleato, è nella posizione migliore per aiutare Assad ad accettare la realtà". Ma ha anche spiegato quanto sia "importante" che la sua uscita di scena avvenga "in modo ordinato", così che "certi interessi e gruppi" a lui legati sentano che saranno rappresentati al tavolo del negoziato per una soluzione politica. "Non pensiamo – ha precisato – che l'una debba accadere prima che l'altro possa cominciare", ma "l'esito finale" è che non ci sia un ruolo per Assad nel futuro della Siria.

Quando Lavrov, rispondendo, chiama in causa l'ossessione occidentale per la rimozione dei dittatori, ricordando la fine di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi, le violazioni del diritto internazionale che a suo avviso furono commesse, e il caos generato in Iraq e Libia ("conosciamo fin troppo bene cosa accade quando lo fate", "non ricordo un solo caso di un dittatore rimosso senza problemi e senza violenza"), sta etichettando la posizione Usa su Assad come "regime change", l'ennesimo. Ma l'amministrazione Trump continua a negare, anche dopo l'attacco alla base aerea siriana, di perseguire il regime change in Siria. In un'intervista al WSJ, sull'uscita di Assad lo stesso presidente Trump ha detto: "Stiamo insistendo su questo? No. Ma penso che accadrà a un certo punto". "La prima priorità in Siria è distruggere l'Isis, non cacciare Assad", ripetono a Washington. Esito finale, a un certo punto, in modo ordinato, sono le espressioni usate dagli americani sull'uscita di scena del dittatore siriano.

E se già prima dell'attacco Usa, il portavoce del Cremlino aveva chiarito che l'appoggio russo ad Assad non è affatto incondizionato (è un fatto che il sistema di difesa russo dislocato in Siria non abbia intercettato i missili tomahawk, il cui arrivo era stato annunciato un'ora e mezza prima), anche Lavrov davanti alla stampa ha fatto capire che i russi non si sentono vincolati ad Assad. Ha confermato che la sua rimozione non è nell'agenda di Mosca, ma "come ho sottolineato molte volte, noi non stiamo puntando tutto su una personalità, sul presidente Assad… Stiamo insistendo sul fatto che tutti si siedano intorno a un tavolo e arrivino a un accordo… tutti gli attori interessati, e vogliamo che tutti i siriani, senza alcuna esclusione, siano rappresentati nel processo politico". Il che sembra non precludere l'esito di una Siria senza Assad. Non hanno torto i russi quando fanno notare che ad oggi Assad, il cui esercito è l'unica forza regolare sul terreno, è determinante per sconfiggere le milizie jihadiste (non solo l'Isis ma anche al Nusra), ma nel medio-lungo termine potrebbe diventare troppo costoso anche per loro sostenere la sua permanenza al potere come se nulla fosse accaduto, e soprattutto come se non avesse ingannato non solo la comunità internazionale ma lo stesso Putin (che alcune fonti descrivono come furioso con il dittatore siriano per lo smacco che gli ha fatto subire dagli Usa).

Insomma, se è solo una questione di tempistica, allora le posizioni russe e americane non sembrano proprio inconciliabili. Certo, proprio per la mancanza di fiducia, né Mosca né Washington possono permettersi che convergano ora. Il problema infatti è che sul destino di Assad si incrociano le reciproche ambiguità e diffidenze. Anche perché, se non lo è per Mosca, Assad è una figura irrinunciabile per l'Iran, la cui influenza la nuova amministrazione Usa vuole contenere. Da una parte, i russi non si fidano degli americani perché temono che, combattendo solo l'Isis e non anche gli altri gruppi dell'opposizione siriana, stiano in realtà coltivando allo stesso tempo un piano per il regime change. Dall'altra, gli americani non si fidano dei russi perché temono che, inseguendo una vittoria militare piena puntino in realtà, in totale accordo con Teheran, a mantenere Assad al potere e a sabotare il processo politico prima che entri nel vivo. Nell'appoggio russo "non incondizionato" ad Assad, Washington ha intravisto un varco stretto in cui inserirsi per tentare di rompere l'asse Iran-Russia.

L'attacco missilistico ordinato da Trump sulla Siria è un messaggio politico su diversi piani e destinato a molteplici attori. E al Cremlino sembrano averlo afferrato, seguiranno riflessioni e approfondimenti. Trump non ha cambiato idea né sulla Siria (la priorità è distruggere l'Isis, non cacciare Assad), né sulla Russia: bisogna almeno tentare di migliorare i rapporti. Troppo importante per l'Occidente avere buoni rapporti con la Russia, quando le minacce esistenziali e i rivali strategici del XXI secolo non si trovano a Mosca. Il che non significa fare regali a Putin, anche perché come Obama dovrebbe aver imparato a sue spese, le concessioni unilaterali e il non intervento rendono i russi più arroganti e aggressivi, non più disponibili. Al contrario, dimostrare la propria risolutezza è l'unico modo per farli tornare sul serio al tavolo del confronto. Accecati dal loro pregiudizio negativo su Trump, i commentatori si aspettavano invece di vedere un reset nei termini di qualche regalo presentato a Putin su un piatto d'argento e non hanno riconosciuto le mosse iniziali di una lunga partita. Né hanno visto – con lo strike sulla base aerea siriana e la crescente pressione politica americana sulla Russia (tra accuse e ultimatum) nei giorni e nelle ore precedenti la visita di Tillerson – la profonda trasformazione delle regole del gioco. Obama ha danneggiato la credibilità della deterrenza americana e l'amministrazione Trump l'ha voluta iniziare a restaurare. Sta prendendo forma un approccio totalmente diverso da quello di Obama nel trattare con alleati e avversari. Un approccio che, semplificando, si può definire "bastone e carota". Uso della forza e minacce, ma anche trattativa e mutuo rispetto. E da quello che abbiamo visto a Mosca, in occasione degli incontri di Tillerson, i russi sembrano aver riconosciuto il nuovo approccio e non esserne così dispiaciuti. Americani e russi hanno cominciato a parlarsi usando lo stesso linguaggio.

A cambiare, rispetto all'amministrazione Obama, è anche la politica nei confronti di Teheran. Si dice Assad, si legge Iran. L'aut aut presentato a Mosca non riguarda tanto il dittatore siriano, quanto il regime degli ayatollah. "La Russia deve scegliere se schierarsi con gli Stati Uniti, e i Paesi che la pensano allo stesso modo, o con Assad, Iran e Hezbollah", sono le esatte parole usate da Tillerson all'indomani dell'attacco. Non importa quando, ma prima o poi la Russia deve scaricare Assad, cioè l'Iran, è il messaggio. Nonostante le tensioni, con la visita di Tillerson il dialogo tra Washington e Mosca sembra ripartito a 360 gradi, i canali di comunicazione sono aperti e destinati a rafforzarsi. Insomma, siamo all'inizio di qualcosa, una partita nuova. Non è scontato, ma è una possibilità ancora sul tavolo che nel medio termine Mosca ripensi la sua politica in Siria e il suo asse con l'Iran. La sensazione è che di fronte alla prospettiva di un'intesa a tutto campo con Washington, non solo sulla crisi siriana ma su tutti i fronti, insomma di fronte alla proposta di una nuova Yalta, Putin potrebbe anche decidere di compiere questo passo. Ma il presupposto è la fiducia e per ricostruirla ci vorrà tempo.

Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".