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Il ritorno dell’America nel gioco siriano pone la Russia di fronte a un dilemma sul partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti?
La decisione dell’amministrazione Trump, rivelata nei giorni scorsi dal Washington Post, di porre termine al programma segreto della Cia di sostegno militare ai ribelli anti-Assad "moderati", voluto e preparato da Obama (e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton), tra il 2012 e 2013, non è una mossa imprevista. Non solo indiscrezioni in tal senso erano già uscite tra febbraio e aprile, ma anche in campagna elettorale Trump lo aveva lasciato intendere accusando la sua avversaria e l’allora presidente Obama di aiutare i terroristi in Siria. E non segna il definitivo successo della strategia russa, come il Washington Post, uno dei giornaloni Usa impegnati nella campagna anti-Trump, lascia dire al solito funzionario anonimo ("Putin won in Syria"). Anzi, nonostante le vittorie militari contro l’Isis e il puntellamento del regime di Assad, sul piano diplomatico il coinvolgimento russo in Siria è più vicino al pantano che al successo. Proveremo a spiegare perché.
Ma innanzitutto, qualche precisazione sul programma della Cia di cui stiamo parlando. Delle due l’una: o serviva a sostenere gruppi di ribelli "moderati", e allora era militarmente irrilevante e, dunque, poco più che simbolica la sua cancellazione; o ad essere "segretamente" armati e addestrati erano anche gruppi ben più radicali, e allora era qualcosa di imbarazzante la cui chiusura era d’obbligo. L’esistenza di questo programma è divenuta di dominio pubblico un paio d’anni fa, quando è emerso che i 500 milioni di dollari stanziati erano serviti in realtà a formare circa 60 miliziani ritenuti sufficientemente "moderati", ridotti a cinque perché nel frattempo gli altri si erano uniti ai gruppi jihadisti (Isis compreso).
Ad ammettere il fallimento del programma, che prevedeva l’addestramento di 15 mila combattenti in tre anni, il generale Lloyd J. Austin, comandante del Centcom, il comando militare americano delle operazioni in Siria e Iraq, di fronte alla Commissione Forze armate del Senato. L’insuccesso del programma si spiega anche con i paletti posti dal presidente Obama, che non voleva rischiare di armare gruppi jihadisti (saggiamente), né di essere trascinato in un conflitto con la Russia, né di irritare gli iraniani compromettendo l’accordo sul nucleare. Ai ribelli anti-Assad infatti si chiedeva di limitarsi a combattere l’Isis, in pratica di non essere "ribelli". E questo ha probabilmente portato molti di essi a unirsi alle milizie islamiste. Come può la chiusura di un programma ritenuto fino a ieri un fiasco, già morto e sepolto, diventare improvvisamente un "errore strategico" o un "regalo a Putin"? Forse perché a chiuderlo formalmente è il presidente Trump?
In realtà, il "game changer", il punto di svolta in Siria potrebbe rivelarsi il primo cessate-il-fuoco – sebbene molto parziale, limitato all’angolo sud-occidentale del paese – a firma Usa-Russia, scaturito dal primo faccia-a-faccia Trump-Putin a margine del G20 di Amburgo lo scorso 7 luglio. Il ministro degli affari esteri russo Lavrov ha poi spiegato che Russia, Stati Uniti e Giordania istituiranno ad Amman un centro per coordinare tutti i dettagli. Ancora prima, però, le "quattro zone di de-escalation" approvate ad Astana lo scorso maggio da Russia, Turchia e Iran erano state discusse durante una telefonata tra il presidente russo Putin e il presidente americano Trump, quindi in pratica pre-approvate da Washington. Insomma, se sul lato Ucraina nessun "disgelo", è sulla crisi siriana che Usa e Russia sembrano compiere progressi dimostrando di parlarsi e di voler cooperare dove possibile. Se da una parte gli Stati Uniti entrano in qualche modo nello schema guidato dal Cremlino, che con il processo di Astana ha soppiantato i colloqui di Ginevra, dall’altra proprio il ritorno dell’America nel dossier siriano, che Putin non ha potuto impedire, rende fragile il processo di Astana. Tant’è vero che l’ultimo round di negoziati in Kazakhistan, alla vigilia dell’incontro Trump-Putin, non ha registrato progressi sulle "de-escalation zone".
Nonostante l’Isis sia vicino alla sconfitta e il regime di Assad ad una insperata sopravvivenza, il mosaico russo è lungi dall’essere completato e rischia ancora di frantumarsi, proprio per il ruolo guida nel processo politico che Mosca ha assunto su più tavoli, bilaterali e multilaterali, dove siedono potenze ostili tra di loro con interessi divergenti e spesso inconciliabili. Da una parte ha investito molto nel processo di Astana, in una transizione politica in Siria capace di preservare l’influenza di ciascuna delle potenze coinvolte - Russia, Iran e Turchia - nelle aree ritenute vitali per i propri interessi nazionali. Ma per riuscire deve portare Teheran e Ankara a raggiungere un compromesso. Non facile, perché gli iraniani considerano prioritaria la sconfitta di ogni gruppo ribelle rispetto all’inizio di una transizione politica, mentre i turchi puntano ad usare proprio i ribelli e i territori da loro controllati come risorsa nei futuri colloqui politici.
Dall’altra, ha siglato con gli Usa l’accordo sul cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese per scongiurare il rischio di una escalation con Washington e i suoi alleati. Non va dimenticato infatti che in Siria i russi si trovano pur sempre circondati da alleati dell’America: i curdi a nord, ma soprattutto Israele e Giordania a sud. Se con il cessate-il-fuoco gli Stati Uniti hanno di fatto riconosciuto il ruolo guida della Russia nel processo di pace in Siria, dal canto loro i russi – se pensiamo anche alla "deconfliction zone" che circonda la base Usa di al Tanf al confine con l’Iraq – hanno mostrato la volontà di riconoscere agli americani una zona di influenza nel sud della Siria, decisiva per la partita che Washington intende giocare per contenere Teheran, nonché di mantenere buoni rapporti con Israele, preoccupato della presenza di milizie iraniane ai suoi confini.
Non dimentichiamo qual era la posizione americana in Siria al termine della presidenza Obama: inesistente. Ora gli Stati Uniti sono rientrati in gioco. L’amministrazione Trump ha impresso una svolta decisiva alle operazioni anti-Isis, stringendo ancora di più la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG, per liberare Raqqa. Anche al prezzo di far irritare, e non poco, il presidente turco Erdogan, che li considera terroristi. E infatti l’artiglieria turca ha preso a martellare le postazioni delle YPG nell’enclave di Afrin. Ha riconosciuto un dato di fatto, ovvero che la fuoriuscita di Assad non è la priorità, ma ha anche chiarito di considerarla inevitabile nel medio-lungo termine e dimostrato di non tollerare che il regime siriano oltrepassi la "linea rossa" dell’uso di armi chimiche. E infine, sta trasformando la Siria in un fronte di contenimento dell’Iran, di intesa con gli alleati arabi sunniti e Israele.
Lungi da una vittoria piena di Mosca, la safe zone riconosciuta agli Stati Uniti nel sud della Siria sembra un primo passo verso il riconoscimento di diverse zone di influenza tra potenze regionali e globali, un po’ come avvenne nel ‘45 in Germania e a Berlino. Dunque, la difficilissima composizione di tutti gli interessi in gioco, spesso divergenti, tra attori ostili, rende il successo dell’iniziativa russa tutt’altro che scontato e il rischio pantano più vicino di quanto possa apparire.
Proprio il ritorno americano, con cui Putin ha dovuto fare i conti, rende più difficile, forse impossibile, il pieno successo della cooperazione con l’Iran, che fino a ieri, fino all’insediamento di Trump alla Casa Bianca, era stata il pilastro della politica russa in Siria. I tre principali obiettivi di Teheran in Siria, infatti – mantenere al potere Assad e l’integrità territoriale del paese, garantirsi un collegamento terrestre con Hezbollah in Libano – confliggono apertamente con gli interessi dell’America e dei suoi alleati. La divisione del paese in zone di influenza per preservare gli interessi di tutti gli attori coinvolti contraddice il principio dell’integrità territoriale siriana. Il premier israeliano Netanyahu si è detto contrario al cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese, perché sebbene tenga le milizie iraniane lontane dai suoi confini, tuttavia rischia di rendere permanente la presenza militare iraniana in Siria. E infatti, come hanno fatto notare gli esponenti di Hezbollah dopo l’annuncio della tregua, la distanza dalle alture del Golan non gli impedisce di lanciare attacchi contro Israele, visto che i missili in loro possesso sono in grado di colpire il territorio israeliano dalla Siria senza bisogno di una presenza fisica nelle zone di confine.
Ciò che invece infastidisce Hezbollah (e Teheran) del cessate-il-fuoco siglato da Trump e Putin, è che di fatto riconosce una presenza militare americana sul terreno in Siria. Sarà una coincidenza, ma proprio all'indomani dell'accordo sono spuntate due nuove basi Usa a cavallo del confine siro-giordano, una in Giordania e l'altra nel deserto siriano. E nelle scorse settimane forze americane hanno bombardato alcune milizie pro-Assad sostenute dall'Iran mentre avanzavano verso la base Usa di al Tanf, al confine tra Siria, Iraq e Giordania. Al Congresso il segretario alla difesa James Mattis ha spiegato che si è trattato di semplice autodifesa, a protezione dei militari americani che si trovano in quella zona. La missione in Siria è mirata esclusivamente a combattere l'Isis, ha ripetuto. Peccato che, guarda caso, l'avamposto di al Tanf si trovi esattamente sulla via di collegamento terrestre tra l'Iran e il Libano, passando per Iraq e Siria.
Per ora la Russia non ha alcuna intenzione di esercitare pressioni su Hezbollah, che con migliaia di combattenti schierati in Siria gioca un ruolo di fanteria ancora essenziale per i russi. Irritare Hezbollah significa irritare gli iraniani e rischiare di perdere Teheran nel processo di Astana.
Tuttavia, questi attriti sono ormai nelle cose con il ritorno degli Stati Uniti nel gioco siriano, che pone sempre di più la Russia di fronte al dilemma di dover decidere su chi puntare come partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti? E’ uno dei risultati delle mosse dell’amministrazione Trump, la cui nuova politica in Medio Oriente, come abbiamo scritto in altri articoli per Formiche, ha come obiettivo principale quello di isolare e contenere l’Iran e, quindi, in Siria, di allontanare Mosca da Teheran. "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili – come Siria e Iran – e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Ecco il vero test per Putin, nelle parole pronunciate dal presidente Trump a Varsavia.
Certo, le nuove sanzioni non aiutano l'amministrazione Trump. Putin potrebbe decidere che la cooperazione con gli Usa in Siria non vale il sacrificio delle partnership regionali con Iran e Turchia su cui molto ha investito negli ultimi anni.
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Tuesday, July 25, 2017
Wednesday, July 05, 2017
Il risveglio dell'Arabia Saudita: perché ora e come cambierà (forse) il Regno
Pubblicato su formiche
Cosa c'è dietro le recenti mosse di
Riad, dalla rottura con il Qatar all'ascesa del nuovo principe
ereditario Mohammed bin Salman
L'Arabia Saudita è storicamente uno
degli attori più cauti nel teatro mediorientale e che più ha
resistito alle sirene della modernità dalla sua fondazione nel 1932.
Da qualche tempo, tuttavia, sembra aver sostituito la sua proverbiale
cautela, quasi immobilismo, con un attivismo senza precedenti e non
privo di rischi, da cui trapela un senso di urgenza. In tre
settimane, i sauditi hanno concertato con altre nazioni arabe
l'isolamento del vicino Qatar, posto le basi per nuovi rapporti con
Israele, strigliato il Pakistan, alzato il livello del loro confronto
con l'Iran e portato avanti una guerra verbale con la Turchia di
Erdogan. Nel frattempo, continuano a bombardare lo Yemen a sostegno
dei loro alleati locali nella guerra civile che dilania il Paese.
Dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 Riad ha
elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva
dell'islam politico radicale. La storica ambivalenza saudita nei
confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista, sulla base
delle affinità con il wahabismo, sembra lasciare il posto alla
ragion di Stato, dal momento che i piani di califfato di
organizzazioni quali Al Qaeda e Isis, e l'ideologia politica dei
Fratelli musulmani, che puntano a rovesciare i regimi arabi,
rappresentano una minaccia esistenziale per le monarchie del Golfo.
Il recente attivismo saudita non è
rivolto solo all'estero ma anche all'interno del Regno. Un altro
segnale che l'Arabia Saudita si sta avviando verso un'epoca di grandi
cambiamenti è la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea
di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman,
ministro della difesa, al posto del nipote Mohammed bin Nayef,
potente ministro dell'interno che per un decennio ha condotto una
lotta spietata contro il terrorismo e il dissenso politico, ma
indebolito dal tentativo di assassinio subito nel 2009 per mano di al
Qaeda. Non solo un grande salto generazionale, soprattutto una decisa
rottura con la tradizione, che vuole la linea di successione saudita
passare non di padre in figlio ma da un fratello all'altro, di solito
non meno che settantenni, dei numerosi figli del fondatore del Regno,
Abdulaziz Ibn Saud. E il Concilio Reale, in cui sono rappresentate
tutte le discendenze, avrebbe approvato il passaggio a grande
maggioranza, 31 a 3.
Ma cosa c'è dietro questo improvviso
attivismo saudita? La paura, secondo uno dei maggiori studiosi di
politica estera americani, Walter Russell Mead. Per anni proprio la
paura ha reso i sauditi cauti, anche perché fiduciosi nella
protezione americana. Ma con Obama è iniziata a Riad "l'età
dell'insicurezza". L'apertura della precedente amministrazione
Usa all'Iran – e la sua intenzione di ignorare l'approccio
aggressivo di Teheran nella regione pur di non compromettere
l'accordo sul nucleare – ha lasciato nei sauditi la sensazione del
tradimento e dell'isolamento. Con l'egemonia iraniana che si
espandeva in Iraq, Siria e Libano, i sauditi hanno concluso che la
loro sicurezza non era più considerata a Washington come parte
dell'interesse nazionale americano. Con la sua svolta
l'amministrazione Trump sta cercando di rassicurare i sauditi che la
politica filo-iraniana è finita, ma il senso di insicurezza è ormai
profondo a Riad, perché la politica estera americana è diventata
meno prevedibile e più incostante. In una parola, inaffidabile, per
chi ha fondato la sua strategia di sicurezza nazionale sulla
stabilità dell'alleanza con gli Stati Uniti.
Poi c'è il tema del petrolio. Con le
sue enormi riserve, l'Arabia Saudita ha sempre usato la sua posizione
di forza per mantenere il più possibile la stabilità dei prezzi
rispetto ai tentativi di produttori più aggressivi che avevano
interesse ad alzarli. Un ruolo particolarmente apprezzato a
Washington. L'interesse saudita era quello di impegnare i suoi
clienti nel lungo termine ed evitare che gli investimenti prendessero
la via di fonti energetiche alternative. Ma la "shale
revolution" sta cambiando gli equilibri e Washington e Riad non
hanno più interessi così allineati nel mercato petrolifero. Gli
estrattori americani, che possono rapidamente aumentare o diminuire
la produzione al variare dei prezzi, rappresentano una sfida al ruolo
dell'Arabia Saudita come produttore leader. Inoltre, i progressi
nell'efficienza energetica e le fonti alternative stanno spostando la
curva di domanda di lungo termine degli idrocarburi.
La combinazione tra petrolio meno
redditizio e pressione demografica mette a rischio il fragile
contratto sociale del Regno basato sui proventi petroliferi: Riad
teme che l'oro nero non basti più a sostenere il benessere dei suoi
sempre più numerosi (e giovani) sudditi. Insomma, temendo di non
poter più contare solo sul petrolio per la propria ricchezza e
fidarsi ciecamente di Washington per la propria sicurezza, i sauditi
si stanno assumendo dei rischi. L'età e il profilo riformatore del
nuovo erede al trono, Mohammed bin Salman, sono il segno
dell'accelerazione impressa alla vita politica e sociale del Regno.
Il giovane Salman crede che le risposte a queste sfide siano una
politica estera assertiva, nel contrapporre all'espansionismo
iraniano un fronte sunnita compatto e determinato, e un piano di
riforme interne per emanciparsi dalla dipendenza dal petrolio. Come
ministro della difesa è stato l'architetto della campagna militare
nello Yemen contro i ribelli Houthi sostenuti dall'Iran e uno dei
sostenitori della linea dura nei confronti del Qatar.
Il principe ereditario non è stato
istruito all'estero, è popolare tra i giovani sauditi che chiedono
più opportunità economiche e meno restrizioni sociali. Il giovane
principe Salman è l'artefice di "Vision 2030", il più
ampio e ambizioso programma di riforme mai proposto per diversificare
l'economia saudita ed espandere il ruolo dell'impresa privata. Al
centro del piano l'aumento della quota privata dell'economia dal 40
al 65% entro il 2030 e la riduzione della dipendenza del governo dai
proventi del petrolio, ora al 70%. Tra le misure, la parziale
privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco e una
maggiore partecipazione delle donne alla forza-lavoro (il diritto
alla guida sarebbe solo l'inizio). In un paese dove il 45% della
popolazione, di 32 milioni, ha meno di 25 anni sarebbe una spinta
decisiva alla crescita economica. Ma il nuovo erede al trono è anche
un convinto sostenitore di cambiamenti culturali: concerti dal vivo
vengono autorizzati e cinema aperti per la prima volta nel Regno. Il
che ha già innescato scontri con il potente establishment religioso
wahabita. Per gli standard sauditi un programma rivoluzionario, che
implica anche un certo grado di separazione tra politica e religione.
Tutto questo, osserva WRM, indica che
l'attuale turbolenza nel Golfo sia destinata a durare. Per riportare
la stabilità l'amministrazione Trump "dovrebbe pensare ai
problemi economici e di sicurezza dell'Arabia Saudita nel loro
complesso, e in modo creativo a come questa alleanza, un pilastro
della stabilità del Medio Oriente dalla Seconda Guerra Mondiale,
possa essere rinnovata". Un'Arabia Saudita moderata e prospera
rafforzerebbe la stabilità nel mondo arabo e sarebbe quindi
nell'interesse nazionale degli Stati Uniti.
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Tuesday, July 04, 2017
Perché gli Stati Uniti di Trump preferiscono l'Arabia Saudita all'Iran
Pubblicato su formiche
Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama
Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama
Nelle analisi sul Medio Oriente un
fattore abusato, e spesso addirittura fuorviante, è quello dello
storico conflitto tra sunniti e sciiti. Come prova anche la crisi tra
il Qatar e gli altri Paesi del Golfo, interessi economici e
geopolitici pesano spesso di più e, come vedremo, il mondo sunnita è
a sua volta diviso molto più di quanto si pensi.
Su Formiche abbiamo già parlato della
svolta a 180 gradi impressa dall'amministrazione Trump alla politica
americana in Medio Oriente rispetto agli otto anni di presidenza
Obama. Dal non disturbare l'Iran nei suoi disegni egemonici al
ritorno al fianco dei tradizionali alleati nella regione, Israele e i
Paesi arabi sunniti, per contenere e isolare il regime degli
ayatollah.
L'ex presidente Obama ha pensato che
facendo uscire Teheran dal suo isolamento, con un accordo sul
nucleare che prevedesse il progressivo alleggerimento delle sanzioni
occidentali, di fatto riconoscendo il suo status di potenza
regionale, l'Iran potesse trasformarsi in un fattore di stabilità e
gli Stati Uniti avrebbero potuto finalmente ridurre il loro
dispendioso impegno in Medio Oriente. Per non pregiudicare quella
storica intesa, Obama ha chiuso più di un occhio sull'endemico ruolo
destabilizzante degli iraniani nella regione, persino accettando che
fosse travolta la sua "linea rossa" sull'uso di armi
chimiche in Siria da parte del regime di Assad.
Ma l'idea che i problemi del Medio
Oriente si potessero risolvere riammettendo Teheran nel gioco tra le
potenze regionali si è rivelata una pericolosa illusione, come
dimostra il passato e presente comportamento degli iraniani. Al
contrario, il tentativo di "appeasement" ha incoraggiato
Teheran a perseguire con maggiore spregiudicatezza i suoi disegni
egemonici, dall'Iraq e la Siria allo Yemen, passando per il Libano. E
come una scintilla nella polveriera ha infiammato le tensioni
regionali: i tradizionali alleati arabi sunniti, sentendosi traditi
da Washington e spaventati, hanno reagito anche flirtando con i
gruppi jihadisti in Siria in funzione anti-iraniana. Una tentazione
in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.
La realtà è che non ci sono partner
ideali in Medio Oriente. Nessun regime nella regione ha interessi,
tanto meno valori, identici a quelli americani e occidentali.
Premesso che gli Stati Uniti (e l'Occidente) non possono permettersi
di non avere una politica in Medio Oriente, e che la disastrosa
situazione ereditata nella regione non offre molte altre scelte, si
tratta di scegliere tra il male e il peggio. E allora perché, in
questo conflitto per procura in corso tra l'Arabia Saudita e i suoi
alleati sunniti del Golfo da una parte e l'Iran sciita e alcuni
alleati (come il regime di Assad e Hezbollah in Siria, gli Houthi in
Yemen) dall'altra, gli Stati Uniti hanno preferito tornare
all'alleanza con i primi anziché continuare sulla strada
dell'apertura a Teheran tracciata da Obama?
L'aspetto decisivo è che al contrario
degli iraniani, i sauditi fino ad oggi hanno dimostrato di accettare
di muoversi all'interno di un ordine caratterizzato dalla leadership
americana, mentre Teheran intende sfidarla e sostituirsi ad essa,
esportare la rivoluzione khomeinista ed estirpare Israele dalle mappe
del Medio Oriente. Per il regime degli ayatollah il terrorismo è
parte integrante dell'arte del governo e della sua politica estera.
Fu il primo in Libano, negli anni '80, a sperimentare con successo le
missioni suicide, facendo scuola dai gruppi palestinesi fino ad Al
Qaeda e all'Isis. E quando c'è un nemico comune da abbattere anche
il dissidio con i sunniti passa in secondo piano. Noto il sostegno
iraniano ad Hamas (movimento sunnita della Fratellanza musulmana)
contro Israele. Così come il permesso concesso ad Al Qaeda di
attraversare il territorio iraniano come strategica via di
collegamento tra l'Afghanistan, a est, e l'Iraq, a ovest. Tra gli
stati, l'Iran è ancora oggi il principale sponsor del terrorismo al
mondo.
L'obiezione è che anche l'Arabia
Saudita è un regime dispotico la cui religione ufficiale è una
delle versioni più fondamentaliste dell'islam, il wahabismo (che a
suon di petrodollari i sauditi si sforzano di diffondere, anche in
Europa, attraverso moschee e scuole coraniche), e che la loro
condotta nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista
presenta ancora troppe ambiguità. Nonostante tutte le sei monarchie
del Golfo abbiano sottoscritto nel 2014 la Dichiarazione di Jeddah,
in cui si impegnano a non tollerare finanziamenti ai gruppi
terroristici e a "ripudiare la loro ideologia d'odio", ci
sono ancora delle omissioni nelle liste delle organizzazioni bandite
e nel perseguire i finanziatori privati sul loro territorio.
Tuttavia, dal 2003 al 2006 la monarchia
saudita ha combattuto duramente per sedare una ribellione interna di
Al Qaeda e dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 ha
elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva
dell'islam radicale, mentre il Qatar offriva il suo generoso sostegno
ai movimenti politici e militari della Fratellanza musulmana (tra cui
Morsi in Egitto e Hamas a Gaza) in tutto il mondo arabo, nel
tentativo di sfidare l'ordine esistente. Ed è proprio questo uno dei
motivi fondamentali della rottura con Doha.
Oltre al conflitto con gli sciiti,
infatti, c'è uno scontro per l'identità e la leadership politica
dell'islam sunnita che vede Arabia Saudita e Qatar su fronti
contrapposti. Entrambe le famiglie regnanti si ritengono i veri
discendenti del fondatore del wahabismo, quindi dal punto di vista
dottrinario si richiamano alle origini dell'islam, ma con intenzioni
e implicazioni molto diverse dal punto di vista politico. Per i
sauditi il vero islam, la versione wahabita, si deve rafforzare e
diffondere preservando le realtà statuali arabe formatesi negli
ultimi cento anni, mentre per i Fratelli musulmani (di cui fa parte
anche il partito di Erdogan) che i qatarini sostengono è necessario
abbattere i regimi esistenti per unificare le nazioni arabe sotto la
stessa guida islamica.
Questo spiega l'ambivalenza di Riad.
Dal punto di vista strettamente teologico l'Isis, Al Qaeda e la
galassia dei gruppi jihadisti si richiamano evidentemente al
wahabismo saudita, ma dal punto di vista dell'ideologia politica,
derivata dai Fratelli musulmani, rappresentano una minaccia
esistenziale per il Regno dei Saud, dal momento che puntano a una
qualche forma di califfato, di unificazione della "umma",
la comunità musulmana sunnita, e muovono guerra all'Occidente, non
solo agli sciiti.
Negli ultimi anni sembra però che a
Riad la ragion di Stato stia prevalendo sulle affinità religiose. Se
moschee e centri culturali sia del wahabismo saudita che dei Fratelli
musulmani, in competizione tra loro, pullulano anche in Europa ed è
un nostro problema limitare, anzi respingere, sia gli uni che gli
altri, in quanto portatori di una versione dell'islam incompatibile
con i valori occidentali, dal punto di vista geopolitico i recenti
sviluppi inducono a propendere verso l'alleanza con i sauditi. Le
monarchie del Golfo durante il summit di Riad con il presidente Trump
hanno risposto positivamente alla richiesta americana di fare di più
per sradicare l'estremismo e il terrorismo islamista.
Le ultime mosse suggeriscono anche che
il Regno, uno dei regimi più dispotici e retrivi del mondo islamico,
sia alla vigilia di una stagione di profondi cambiamenti,
socio-economici e culturali, che potrebbero far entrare il paese
nella modernità, fino ad oggi respinta, spingendo gli altri paesi
arabi sunniti a seguire lo stesso percorso. E in tal senso va letta
la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione
in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, giovane e
riformatore, sostenitore del piano di riforme "Vision 2030"
per diversificare l'economia saudita, ma anche di cambiamenti
culturali, che implicano un certo grado di separazione tra politica e
religione. Vedremo alla prova dei fatti il riformismo saudita, ma
finora quello iraniano incarnato dal presidente Rouhani, che aveva
suscitato forse eccessive aspettative nelle capitali occidentali, si
è rivelato inconsistente, solo retorico e cosmetico.
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Friday, June 16, 2017
Perché il Qatar ha una sola via d’uscita e il Medio Oriente una chance di pace
Pubblicato su formiche
Uno degli effetti "collaterali" del riallineamento di Doha potrebbe essere un contesto favorevole a un accordo tra israeliani e palestinesi
L'esito più probabile della crisi che si è aperta tra i Paesi arabi del Golfo è quello di una ricomposizione, con il Qatar che prende atto che le sue politiche "eterodosse", non allineate a quelle dei suoi vicini sono ormai incompatibili con la nuova fase geopolitica che si è aperta con la visita del presidente americano Trump a Riad e le nuove (vecchie) alleanze che si stanno formando. Per la piccola penisola che si affaccia sul Golfo si tratta di capire come salvare la faccia e, magari, anche guadagnarci qualcosina a titolo di indennizzo. Non mancano tuttavia margini di incertezza.
Se era inimmaginabile che una tale rottura fosse avvenuta senza il via libera di Washington, il presidente Trump ha esplicitamente rivendicato il ruolo degli Stati Uniti: durante i colloqui al vertice di Riad, focalizzati sull'impegno a contrastare ogni tipo di sostegno all'estremismo e al terrorismo islamico, i leader dei paesi arabi e sunniti hanno puntato l'indice verso il Qatar quale finanziatore del terrorismo (pur essendo anche di natura economica e geopolitica i motivi dei loro contrasti con Doha), ricevendo da Washington un esplicito incoraggiamento ad agire. "Ho deciso - in accordo con il segretario di stato Tillerson, i nostri grandi generali e il personale militare - che fosse venuto il tempo di chiedere al Qatar di finire di finanziare il terrorismo".
Che dietro alla rottura ci sia il semaforo verde Usa da un certo punto di vista aumenta le possibilità di ricomposizione della crisi. Difficile, infatti, che a Washington non siano stati ben ponderati obiettivi e rischi di una mossa non solo approvata ma anche incoraggiata. Altrettanto difficile quindi che a Doha, con la quale gli Usa non vogliono rompere, verranno poste condizioni impossibili da soddisfare. Anzi, tutto sembra organizzato per far sì che Washington sia l'unica via d'uscita per l'emiro al-Thani. Il segretario di Stato Tillerson, e più dietro le quinte il capo del Pentagono Mattis (in Qatar ha sede una base militare americana centrale per le operazioni in Medio Oriente) si sono subito attivati per avviare una mediazione.
Ma non ci sono due linee nell'amministrazione Usa. In questo caso le parole di Trump non sono estrapolate da un tweet o frutto di un'uscita estemporanea, ma sono state lette da un testo preparato e fanno esplicito riferimento ad una linea condivisa con Dipartimento di Stato e Pentagono. Si badi infatti che il segretario di Stato Tillerson, durante la sua conferenza stampa sulla crisi, ha sì chiesto agli Stati arabi di "allentare" l'embargo contro il Qatar, ma ha usato le stesse ferme parole del presidente nei confronti di Doha, alla quale "chiediamo di rispondere alle preoccupazioni dei suoi vicini". Ha ricordato che il Qatar "ha una storia di sostegno" a gruppi estremisti e violenti. "L'emiro del Qatar - ha concluso Tillerson - ha fatto progressi nel fermare il sostegno finanziario e nell'espellere elementi terroristi dal suo paese, ma deve fare di più e deve farlo più rapidamente". Il che significa che Washington intende sì giocare il ruolo di mediatore, ma non neutrale, e che il ritorno allo status quo ante per Doha non è un'opzione sul tavolo. Non sarà un bis del 2014, quando il Qatar aveva promesso di cambiare i suoi comportamenti ma dopo un breve periodo di maggiore cautela era tornato al suo "business as usual" con i gruppi islamici radicali e nei suoi rapporti con Teheran. Il Qatar sa bene che non può uscirne senza soddisfare le richieste dei suoi vicini, almeno quelle su cui insistono anche gli Stati Uniti (basta finanziare l'estremismo e il terrorismo islamico, ridimensionare i rapporti con l'Iran), e che qui si esaurisce il suo margine di trattativa per limitare i danni e chiedere qualche "indennizzo".
Se la mediazione funziona, e il Qatar si riallinea, l'amministrazione Trump potrà rivendicare un importante successo diplomatico e strategico: non permettere a Iran, Russia e Turchia di dividere gli alleati arabi dell’America. D'altra parte, qualcosa può sempre andare storto, anche perché i veri obiettivi e le "linee rosse" degli altri attori non sono completamente noti. La mossa non è totalmente priva di rischi, dal momento che costringe le due potenze regionali amiche del Qatar, che ambiscono a ridefinire a loro favore i rapporti di forza in Medio Oriente, ad uscire allo scoperto e ad esporsi. E infatti subito dopo l'apertura della crisi il ministro degli esteri iraniano è volato ad Ankara e i due Paesi si sono impegnati a sostenere Doha. Dal punto di vista dell'emiro al-Thani il sostegno iraniano è più realistico e concreto, ma politicamente meno praticabile. Accettarlo, allineandosi apertamente a Teheran, significherebbe varcare il confine tra mondo sunnita e sciita, quindi la sospensione o l'espulsione del Qatar dal GCC (Gulf Cooperation Council), il probabile addio della base militare americana, e forse anche la destabilizzazione politica interna. Un conto è avere interessi economici comuni, tutt'altro stringere con Teheran un'alleanza strategica contro i "fratelli" sunniti. Il sostegno diplomatico e retorico da parte turca è stato persino più sbandierato di quello iraniano, spingendosi fino all'aiuto militare. Ma nel medio-lungo periodo è anche meno realistico e concreto. Data la distanza geografica, Ankara non ha (ancora?) una sufficiente proiezione di potere per diventare il "protettore" di Doha rispetto ai suoi vicini arabi e agli Stati Uniti. Inoltre, per l'economia qatarina sarebbe insostenibile a lungo, troppo costoso, dipendere da spedizioni via mare e via aerea per quanto riguarda i beni di prima necessità. Sia pure improbabile, se l'Iran e anche la Turchia, pur essendo membro della Nato, decidono di alzare la posta e indurre il Qatar a resistere, entriamo in un territorio sconosciuto e pericoloso.
Se per i Paesi arabi del Golfo e l'Egitto che hanno fatto scattare l'ultimatum nei confronti di Doha l'espansione e le ambizioni egemoniche iraniane rappresentano la minaccia più immediata, a preoccuparli è anche l'attivismo di Ankara, il disegno neo-ottomano del presidente turco Erdogan, che si proietta verso sud. Ricordano fin troppo bene che prima del colonialismo europeo, il Medio Oriente è stato di fatto suddiviso tra i persiani e gli ottomani, con gli arabi marginalizzati. Per evitare il ripetersi di questo scenario, hanno bisogno di contrapporre alle mire egemoniche di Iran e Turchia un fronte arabo-sunnita compatto, che non può sopportare defezioni e tuttavia non può fare a meno - dal punto di vista militare ed economico - di una stretta cooperazione con Israele.
A pagare il prezzo della futura, probabile ricomposizione potrebbe essere Hamas, dal momento che proprio il sostegno alla Fratellanza musulmana da parte qatarina è tra i motivi principali della rottura delle relazioni diplomatiche con Doha. Il Qatar ha già chiesto ufficialmente ad Hamas di non usare il suo territorio per dirigere attività contro Israele. Anzi, secondo fonti israeliane e palestinesi concordi, due alti dirigenti di Hamas sono già stati espulsi dal Paese. Se l'embargo nei confronti del Qatar ha di tutta evidenza lo scopo di riallineare la sua politica estera a quella dei suoi vicini in un fronte anti-iraniano, uno degli esiti collaterali ma gravido di conseguenze, osserva uno dei massimi studiosi di politica estera americana, Walter Russell Mead, potrebbe essere quello di scalzare Hamas dal potere nella Striscia di Gaza, unificando i palestinesi sotto la guida di una più flessibile Fatah, che sarebbe economicamente e politicamente dipendente da un fronte unito di Paesi del Golfo.
In questo contesto, continua Walter Russell Mead, non si può escludere che il corso degli eventi non finisca per favorire la prospettiva di un qualche accordo tra israeliani e palestinesi. Un accordo, per esempio, che riconosca una sovranità araba sui siti sacri islamici di Gerusalemme e al contempo assicuri un'entità statale palestinese depurata da Hamas, sotto il controllo degli Stati del Golfo e dell'Egitto. Un esito che potrebbe soddisfare le esigenze di tutti gli attori coinvolti. Israele potrebbe contare sulla garanzia dei suoi alleati arabi sul comportamento dei palestinesi; gli arabi potrebbero salvare la faccia mentre rafforzano la loro intesa strategica con Israele; e l'Autorità palestinese ottenere il riconoscimento cui mira da decenni, ricevendo cospiscui finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo e l'Egitto e una "legittimazione religiosa" dai sauditi. Naturalmente le variabili in campo sono innumerevoli e non consentono di fare previsioni, ma il corso degli eventi potrebbe andare in questa direzione. E sarebbe certo una di quelle ironie che a volte la storia ci riserva, se l'eredità della politica estera di Obama dovesse essere un'alleanza arabo-israeliana in funzione anti-iraniana e una storica stretta di mano tra Netanyahu e Abbas sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Trump.
Uno degli effetti "collaterali" del riallineamento di Doha potrebbe essere un contesto favorevole a un accordo tra israeliani e palestinesi
L'esito più probabile della crisi che si è aperta tra i Paesi arabi del Golfo è quello di una ricomposizione, con il Qatar che prende atto che le sue politiche "eterodosse", non allineate a quelle dei suoi vicini sono ormai incompatibili con la nuova fase geopolitica che si è aperta con la visita del presidente americano Trump a Riad e le nuove (vecchie) alleanze che si stanno formando. Per la piccola penisola che si affaccia sul Golfo si tratta di capire come salvare la faccia e, magari, anche guadagnarci qualcosina a titolo di indennizzo. Non mancano tuttavia margini di incertezza.
Se era inimmaginabile che una tale rottura fosse avvenuta senza il via libera di Washington, il presidente Trump ha esplicitamente rivendicato il ruolo degli Stati Uniti: durante i colloqui al vertice di Riad, focalizzati sull'impegno a contrastare ogni tipo di sostegno all'estremismo e al terrorismo islamico, i leader dei paesi arabi e sunniti hanno puntato l'indice verso il Qatar quale finanziatore del terrorismo (pur essendo anche di natura economica e geopolitica i motivi dei loro contrasti con Doha), ricevendo da Washington un esplicito incoraggiamento ad agire. "Ho deciso - in accordo con il segretario di stato Tillerson, i nostri grandi generali e il personale militare - che fosse venuto il tempo di chiedere al Qatar di finire di finanziare il terrorismo".
Che dietro alla rottura ci sia il semaforo verde Usa da un certo punto di vista aumenta le possibilità di ricomposizione della crisi. Difficile, infatti, che a Washington non siano stati ben ponderati obiettivi e rischi di una mossa non solo approvata ma anche incoraggiata. Altrettanto difficile quindi che a Doha, con la quale gli Usa non vogliono rompere, verranno poste condizioni impossibili da soddisfare. Anzi, tutto sembra organizzato per far sì che Washington sia l'unica via d'uscita per l'emiro al-Thani. Il segretario di Stato Tillerson, e più dietro le quinte il capo del Pentagono Mattis (in Qatar ha sede una base militare americana centrale per le operazioni in Medio Oriente) si sono subito attivati per avviare una mediazione.
Ma non ci sono due linee nell'amministrazione Usa. In questo caso le parole di Trump non sono estrapolate da un tweet o frutto di un'uscita estemporanea, ma sono state lette da un testo preparato e fanno esplicito riferimento ad una linea condivisa con Dipartimento di Stato e Pentagono. Si badi infatti che il segretario di Stato Tillerson, durante la sua conferenza stampa sulla crisi, ha sì chiesto agli Stati arabi di "allentare" l'embargo contro il Qatar, ma ha usato le stesse ferme parole del presidente nei confronti di Doha, alla quale "chiediamo di rispondere alle preoccupazioni dei suoi vicini". Ha ricordato che il Qatar "ha una storia di sostegno" a gruppi estremisti e violenti. "L'emiro del Qatar - ha concluso Tillerson - ha fatto progressi nel fermare il sostegno finanziario e nell'espellere elementi terroristi dal suo paese, ma deve fare di più e deve farlo più rapidamente". Il che significa che Washington intende sì giocare il ruolo di mediatore, ma non neutrale, e che il ritorno allo status quo ante per Doha non è un'opzione sul tavolo. Non sarà un bis del 2014, quando il Qatar aveva promesso di cambiare i suoi comportamenti ma dopo un breve periodo di maggiore cautela era tornato al suo "business as usual" con i gruppi islamici radicali e nei suoi rapporti con Teheran. Il Qatar sa bene che non può uscirne senza soddisfare le richieste dei suoi vicini, almeno quelle su cui insistono anche gli Stati Uniti (basta finanziare l'estremismo e il terrorismo islamico, ridimensionare i rapporti con l'Iran), e che qui si esaurisce il suo margine di trattativa per limitare i danni e chiedere qualche "indennizzo".
Se la mediazione funziona, e il Qatar si riallinea, l'amministrazione Trump potrà rivendicare un importante successo diplomatico e strategico: non permettere a Iran, Russia e Turchia di dividere gli alleati arabi dell’America. D'altra parte, qualcosa può sempre andare storto, anche perché i veri obiettivi e le "linee rosse" degli altri attori non sono completamente noti. La mossa non è totalmente priva di rischi, dal momento che costringe le due potenze regionali amiche del Qatar, che ambiscono a ridefinire a loro favore i rapporti di forza in Medio Oriente, ad uscire allo scoperto e ad esporsi. E infatti subito dopo l'apertura della crisi il ministro degli esteri iraniano è volato ad Ankara e i due Paesi si sono impegnati a sostenere Doha. Dal punto di vista dell'emiro al-Thani il sostegno iraniano è più realistico e concreto, ma politicamente meno praticabile. Accettarlo, allineandosi apertamente a Teheran, significherebbe varcare il confine tra mondo sunnita e sciita, quindi la sospensione o l'espulsione del Qatar dal GCC (Gulf Cooperation Council), il probabile addio della base militare americana, e forse anche la destabilizzazione politica interna. Un conto è avere interessi economici comuni, tutt'altro stringere con Teheran un'alleanza strategica contro i "fratelli" sunniti. Il sostegno diplomatico e retorico da parte turca è stato persino più sbandierato di quello iraniano, spingendosi fino all'aiuto militare. Ma nel medio-lungo periodo è anche meno realistico e concreto. Data la distanza geografica, Ankara non ha (ancora?) una sufficiente proiezione di potere per diventare il "protettore" di Doha rispetto ai suoi vicini arabi e agli Stati Uniti. Inoltre, per l'economia qatarina sarebbe insostenibile a lungo, troppo costoso, dipendere da spedizioni via mare e via aerea per quanto riguarda i beni di prima necessità. Sia pure improbabile, se l'Iran e anche la Turchia, pur essendo membro della Nato, decidono di alzare la posta e indurre il Qatar a resistere, entriamo in un territorio sconosciuto e pericoloso.
Se per i Paesi arabi del Golfo e l'Egitto che hanno fatto scattare l'ultimatum nei confronti di Doha l'espansione e le ambizioni egemoniche iraniane rappresentano la minaccia più immediata, a preoccuparli è anche l'attivismo di Ankara, il disegno neo-ottomano del presidente turco Erdogan, che si proietta verso sud. Ricordano fin troppo bene che prima del colonialismo europeo, il Medio Oriente è stato di fatto suddiviso tra i persiani e gli ottomani, con gli arabi marginalizzati. Per evitare il ripetersi di questo scenario, hanno bisogno di contrapporre alle mire egemoniche di Iran e Turchia un fronte arabo-sunnita compatto, che non può sopportare defezioni e tuttavia non può fare a meno - dal punto di vista militare ed economico - di una stretta cooperazione con Israele.
A pagare il prezzo della futura, probabile ricomposizione potrebbe essere Hamas, dal momento che proprio il sostegno alla Fratellanza musulmana da parte qatarina è tra i motivi principali della rottura delle relazioni diplomatiche con Doha. Il Qatar ha già chiesto ufficialmente ad Hamas di non usare il suo territorio per dirigere attività contro Israele. Anzi, secondo fonti israeliane e palestinesi concordi, due alti dirigenti di Hamas sono già stati espulsi dal Paese. Se l'embargo nei confronti del Qatar ha di tutta evidenza lo scopo di riallineare la sua politica estera a quella dei suoi vicini in un fronte anti-iraniano, uno degli esiti collaterali ma gravido di conseguenze, osserva uno dei massimi studiosi di politica estera americana, Walter Russell Mead, potrebbe essere quello di scalzare Hamas dal potere nella Striscia di Gaza, unificando i palestinesi sotto la guida di una più flessibile Fatah, che sarebbe economicamente e politicamente dipendente da un fronte unito di Paesi del Golfo.
In questo contesto, continua Walter Russell Mead, non si può escludere che il corso degli eventi non finisca per favorire la prospettiva di un qualche accordo tra israeliani e palestinesi. Un accordo, per esempio, che riconosca una sovranità araba sui siti sacri islamici di Gerusalemme e al contempo assicuri un'entità statale palestinese depurata da Hamas, sotto il controllo degli Stati del Golfo e dell'Egitto. Un esito che potrebbe soddisfare le esigenze di tutti gli attori coinvolti. Israele potrebbe contare sulla garanzia dei suoi alleati arabi sul comportamento dei palestinesi; gli arabi potrebbero salvare la faccia mentre rafforzano la loro intesa strategica con Israele; e l'Autorità palestinese ottenere il riconoscimento cui mira da decenni, ricevendo cospiscui finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo e l'Egitto e una "legittimazione religiosa" dai sauditi. Naturalmente le variabili in campo sono innumerevoli e non consentono di fare previsioni, ma il corso degli eventi potrebbe andare in questa direzione. E sarebbe certo una di quelle ironie che a volte la storia ci riserva, se l'eredità della politica estera di Obama dovesse essere un'alleanza arabo-israeliana in funzione anti-iraniana e una storica stretta di mano tra Netanyahu e Abbas sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Trump.
Monday, May 29, 2017
Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"
Pubblicato su formiche
La leadership americana è tornata
ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale
calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la
cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?
Terminato il primo viaggio all'estero
del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe
possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica
estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno
studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno
della leadership americana. Una leadership che però, diversamente
dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per
nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti
condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole
più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha
presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli
alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né
sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a
perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero
commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è
reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa
da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune
di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership
esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana
ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi
nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non
pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa
loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di
Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.
Un altro tema, collegato al primo, è
il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale
del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati,
si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da
altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e
collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche
nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".
Terzo tema, anch'esso collegato agli
altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore
di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali
sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a
un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono
solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un
approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato,
dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa,
di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di
Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster,
il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica,
per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in
sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.
Quarto tema: si è ormai affermata a
questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una
visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella
fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni
provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine
della storia", che era stato edificato a partire dalla fine
della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver
afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto
che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre
spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi
conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La
parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale
del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e
combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto
caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I
leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche
commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie
discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri
sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare
condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio
internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla
globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il
messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta,
anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la
sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di
far deragliare anche le istituzioni democratiche.
Quinto e ultimo tema: era già in crisi
da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine
mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto
nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia
comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive
della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni
occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale,
Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra
ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto
mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il
ritorno in Occidente della "questione tedesca", un
nazionalismo ben travestito da europeismo.
Nelle varie tappe del viaggio del
presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina)
sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a
Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per
la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si
trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale
l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor
del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente.
Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai
tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e
isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader
arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo
islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e
confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli
interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid
americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad
sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe.
Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a
dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la
stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei
grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli
Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da
parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla
completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto
della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita
nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla
Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per
disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei
giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della
penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato
entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali
realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che
Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e
quelle acque.
Ma come è emerso dall'ultima tappa del
viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà
destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito
dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del
quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta,
lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza
questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare
Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le
impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice
dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato
nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo
grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le
argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e
partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier
Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e
una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli
interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha
volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente
francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è
mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità
forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di
ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di
confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito:
"Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne
fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".
Toni molto diversi anche nel riferire
la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra
la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o
piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece
ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio",
e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad
ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la
cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di
Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può
offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in
Europa?
L'impressione infatti è che durante il
vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su
Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto
cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il
fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti
paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in
Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di
paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta
lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia
scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente
francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più
attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo
spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti
tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di
approccio alla distribuzione della ricchezza globale".
Invece che uscire ridimensionato Trump,
da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po'
isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la
cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo
fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo,
questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero
prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase
successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni
amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano
tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di
Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso
l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di
considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati
affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai
nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà
transatlantica può andare in frantumi per una divergenza
sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?
Sempre domenica la Frankfurter
Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della
cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed
economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre
pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la
stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il
via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti
europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore
della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al
timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia
non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le
dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano
che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo.
Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività
della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione
demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.
La realtà è che di strappo in strappo
il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non
nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non
sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno
degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei
francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica
Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una
Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni
dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i
tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex
presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo
talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora
(altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi
dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva
di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere
l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di
assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli
americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in
Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non
sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che
ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per
una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e
la crisi dell'Eurozona nel 2010.
La riunificazione tedesca fu accettata
sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova
Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue,
all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta
partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti
e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue
(senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può
rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che
sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani
e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune
europea, in prospettiva alternativa alla Nato.
"Con la Brexit svanisce la
speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova
questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento
viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter
Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno
così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si
chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale
dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che
mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership
tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di
un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se
Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto
tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi
obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi
Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può
superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a
lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più
alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".
A questo punto bisogna rispondere ad
alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro
contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento
strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur
tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle
missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è
Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania,
con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una
partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito
è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in
prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.
Monday, May 22, 2017
Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente
Pubblicato su formiche
Trump capovolge la
politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali
alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i
paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun
leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi:
"Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa
terra")
Mentre i media mainstream
sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano"
di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da
Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente,
non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se
non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump
davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad
emerge almeno una visione di lungo termine.
Un
discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma
senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica
o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista,
né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione
di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su
come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di
estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli
via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro
nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo
islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader
occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non
siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno
scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la
responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista"
spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana".
Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di
sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente,
che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo",
ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono
chiamati a risolvere.
Una premessa. La lotta in
corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra
una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment
è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di
"spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra
politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la
porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il
paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in
Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia).
E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse
in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio
ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche
negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine
Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento
alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i
russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New
York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona
impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da
parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito
da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani
riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi
pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella
migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da
verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro
al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e
il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la
comprensione del fenomeno.
L'unica certezza di tutto
questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna
politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali
e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati
gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si
rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks
provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa
campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal
sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano
negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora
in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di
vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri
necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la
spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte,
il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere
alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.
Nel frattempo, accadono cose
rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo
segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la
fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa
dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei
predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di
esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza
iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran,
suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a
perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente,
dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare
quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza
regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore
di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è
un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che
l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il
sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti,
abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche
flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione
anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di
Erdogan, un paese Nato.
Secondo Michael Doran,
dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver
riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di
dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft
power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio
Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power"
è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno
agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama
allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico"
a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e
israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi
la chiave per risolverle.
Nucleare o no, l'Iran è il
principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale
minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne
sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione
Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette
di schierare tutto il peso politico e militare americano per
contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e
islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo
e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro
comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis –
obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato
tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di
paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto,
Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati
Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei
loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio
Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump
subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington,
lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.
Questi alleati non sono
sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli
ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li
ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è
che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno
dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato
dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla
e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione
per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica
dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si
fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi
isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da
Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma
la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte
altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il
peggio. La vedremo alla prova dei fatti.
Al centro del discorso di
Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il
presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per
combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi
a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla
radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere
il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha
parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito
a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior
parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza
concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci
coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza,
alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".
Se "non è una
battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra
criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone
perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma
"una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non
ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise
responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader
religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo
male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".
Se il terrorismo si è
diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica
e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace".
Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel
perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche
avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono
aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro.
Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro
paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una
scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi".
Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate
terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri
luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli
dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".
Gli Stati Uniti, ha
assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo
di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza
del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane –
ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno
vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti.
Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di
assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo
territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di
finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e
pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la
crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere.
Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi
– schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti,
contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il
massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare
alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono
dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il
terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto
la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le
aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita
migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi".
Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro
regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o
dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".
E Trump ha infine aperto il
capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi
sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è
"responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal
Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra
terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha
alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di
sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per
molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il
caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la
risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la
prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca
di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha
concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi
umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità
nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà
essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare
l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il
popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".
Thursday, April 27, 2017
Primi 100 giorni
Primi 100 giorni. Sulla Siria e la Corea del Nord, Russia e Cina non
sono mai state così sotto pressione, chiamate alle loro responsabilità
da player globali come pretendono di essere considerate. Invece di
subire il test di politica estera che i presidenti Usa si trovano a
dover gestire nelle prime settimane di mandato, Trump l'ha imposto ai
suoi avversari.
E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.
Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...
E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.
Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...
Friday, April 14, 2017
E se il Grande Dialogo Usa-Russia fosse appena iniziato?
Pubblicato su formiche
Quasi distensione? Come e perché la visita di
Tillerson a Mosca non poteva andar meglio. Un nuovo, più proficuo
linguaggio tra Washington e Mosca. E persino le posizioni sulla Siria (e
Assad) non sembrano così inconciliabili... Anziché essere già finito il
reset di Trump con Putin, il grande dialogo potrebbe essere solo
all'inizio.
La visita del segretario di Stato
americano Rex Tillerson a Mosca è andata molto meglio di quanto si
possa immaginare leggendo i giornali. E le posizioni di Washington e
Mosca sono meno inconciliabili (persino sulla Siria) di quanto possa
apparire. Ci sono un buon numero di sfumature tra la versione degli
anti-Trump orfani di Obama, secondo cui il presidente sarebbe una
"marionetta" di Putin, che lo ha aiutato a vincere le
elezioni, e la delusione dei "putiniani", secondo cui con
il raid contro la base aerea siriana di al Shayrat Trump si sarebbe
piegato all'establishment diventando un falco anti-russo e sarebbe
tornato alla politica del "regime change".
Dopo aver mandato a dire di essere
troppo occupato per ricevere Tillerson, alla fine Putin ha abbassato
la cresta e l'ha incontrato eccome, per oltre due ore. Dopo le
quattro ore e mezza di colloquio (pranzo insieme compreso) che il
segretario di Stato aveva appena avuto con il ministro degli affari
esteri Lavrov, con il quale dopo la conferenza stampa congiunta ha
avuto un ulteriore scambio di vedute informale di circa un'ora "sulle
opportunità emerse". E il fatto non scontato che Putin abbia
voluto incontrare Tillerson indica che il messaggio portato dal
segretario di Stato al Cremlino valesse la pena di un incontro
inizialmente negato per sgarbo.
Non era serio aspettarsi che la Russia
scaricasse Assad in poche ore, obbedendo alla richiesta di Washington
dopo nemmeno una settimana dall'umiliante raid Usa. Non è
giornalisticamente serio e onesto presentare come un insuccesso la
visita di Tillerson solo perché non si è presentato a braccetto con
Putin annunciando che la Russia accetta di scaricare Assad, o perché
restano le divergenze tra le due potenze.
E' stato certamente aspro il confronto
tra Lavrov e Tillerson in conferenza stampa, senza esclusione di
colpi, con il segretario di Stato americano per nulla intimidito,
anzi proprio da lui forse sono partiti i primi colpi sotto la
cintura. Come hanno ricordato entrambe le parti, siamo in una fase di
estrema sfiducia nei rapporti tra Washington e Mosca. Nessuno quindi
vuole farsi beccare ad "abbassare lo sguardo", nessuno
arretra da uno scontro verbale.
Ma la sensazione è che se tutti
abbaiano, nessuno voglia mordere. Intanto, Usa e Russia sembrano
concordi nel non lasciare che i loro rapporti peggiorino. Parlandoci
direttamente "ci comprendiamo meglio", ha osservato Lavrov.
"Le due maggiori potenze nucleari al mondo non possono avere
questo tipo di relazioni", ha aggiunto Tillerson. Ma oltre gli
auspici, hanno concordato nuovi strumenti per evitare che le cose
peggiorino. Un gruppo di lavoro volto a migliorare le relazioni e
tenere aperto un dialogo quotidiano, mentre Putin è già pronto a
ripristinare il canale di comunicazione militare di "deconfliction"
nei cieli della Siria. "Tillerson ha avuto un dialogo serio a
Mosca, che può aiutare a iniziare ad affrontare le varie questioni.
Un utile primo passo", ha twittato Dmitri Trenin, direttore del
Carnagie Center di Mosca.
All'indomani della visita si è profuso
ottimismo sui futuri rapporti da entrambe le parti: "Le cose si
risolveranno bene tra Stati Uniti e Russia. Al momento giusto, tutti
ritroveranno il buon senso e ci sarà una pace duratura!", ha
twittato il presidente Trump. "Mi è piaciuto il modo in cui"
si sono svolti gli incontri ieri, ha commentato Lavrov: "Potrebbe
volerci un po' perché questi risultati si manifestino - ha aggiunto
- ma almeno abbiamo deciso di stabilire una linea di dialogo
quotidiana su un certo numero di temi, compresi i problemi creati
nelle relazioni bilaterali dalla precedente amministrazione e i
meccanismi per migliorare la comprensione reciproca su varie crisi
regionali, a cominciare da quella siriana".
Insomma, il reset di Trump con Putin è
già finito o è solo all'inizio? Si può parlare di una sorta di
distensione alla luce degli incontri di Tillerson a Mosca? Da ambo le
parti si fa riferimento al fattore tempo. Niente illusioni: ce ne
vorrà, prima di vedere i primi accordi. Per ora si tratta di evitare
lo scontro e ripristinare il livello necessario di fiducia reciproca.
Al di là delle reciproche "punture",
Lavrov non ha ripetuto la versione diffusa da Mosca nelle prime ore
successive all'attacco per assolvere il regime di Assad dall'uso di
armi chimiche. Ha ricordato che la zona colpita è sotto il controllo
di forze ribelli, sollevando dubbi sulla credibilità delle
testimonianze, e che ci sono rapporti secondo cui Damasco ha
eliminato tutte le sue scorte, mentre documentano possesso e uso di
armi chimiche da parte dei gruppi estremisti. Ed è tornato quindi a
chiedere un'inchiesta imparziale e indipendente sull'accaduto prima
di attribuire responsabilità ed emettere condanne.
Da parte sua Tillerson ha ribadito che
gli Stati Uniti sono in possesso di prove che dimostrano la
responsabilità del regime di Assad, ma non ha confermato l'accusa,
fatta circolare a mezza stampa, secondo cui Mosca sarebbe stata
complice, o per lo meno a conoscenza, dell'imminente attacco chimico.
Anzi, ha detto, "non abbiamo informazioni certe che indichino
che ci sia stato un qualche coinvolgimento della Russia o di forze
russe in questo attacco".
Ma leggendo tra le righe persino le
posizioni sulla Siria (e su Assad) non appaiono così inconciliabili.
Tillerson ha ripetuto che per Washington "il regno della
famiglia di Assad si sta avvicinando alla fine. E la Russia, come suo
più vicino alleato, è nella posizione migliore per aiutare Assad ad
accettare la realtà". Ma ha anche spiegato quanto sia
"importante" che la sua uscita di scena avvenga "in
modo ordinato", così che "certi interessi e gruppi" a
lui legati sentano che saranno rappresentati al tavolo del negoziato
per una soluzione politica. "Non pensiamo – ha precisato –
che l'una debba accadere prima che l'altro possa cominciare", ma
"l'esito finale" è che non ci sia un ruolo per Assad nel
futuro della Siria.
Quando Lavrov, rispondendo, chiama in
causa l'ossessione occidentale per la rimozione dei dittatori,
ricordando la fine di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi, le
violazioni del diritto internazionale che a suo avviso furono
commesse, e il caos generato in Iraq e Libia ("conosciamo fin
troppo bene cosa accade quando lo fate", "non ricordo un
solo caso di un dittatore rimosso senza problemi e senza violenza"),
sta etichettando la posizione Usa su Assad come "regime change",
l'ennesimo. Ma l'amministrazione Trump continua a negare, anche dopo
l'attacco alla base aerea siriana, di perseguire il regime change in
Siria. In un'intervista al WSJ, sull'uscita di Assad lo stesso
presidente Trump ha detto: "Stiamo insistendo su questo? No. Ma
penso che accadrà a un certo punto". "La prima priorità
in Siria è distruggere l'Isis, non cacciare Assad", ripetono a
Washington. Esito finale, a un certo punto, in modo ordinato, sono le
espressioni usate dagli americani sull'uscita di scena del dittatore
siriano.
E se già prima dell'attacco Usa, il
portavoce del Cremlino aveva chiarito che l'appoggio russo ad Assad
non è affatto incondizionato (è un fatto che il sistema di difesa
russo dislocato in Siria non abbia intercettato i missili tomahawk,
il cui arrivo era stato annunciato un'ora e mezza prima), anche
Lavrov davanti alla stampa ha fatto capire che i russi non si sentono
vincolati ad Assad. Ha confermato che la sua rimozione non è
nell'agenda di Mosca, ma "come ho sottolineato molte volte, noi
non stiamo puntando tutto su una personalità, sul presidente Assad…
Stiamo insistendo sul fatto che tutti si siedano intorno a un tavolo
e arrivino a un accordo… tutti gli attori interessati, e vogliamo
che tutti i siriani, senza alcuna esclusione, siano rappresentati nel
processo politico". Il che sembra non precludere l'esito di una
Siria senza Assad. Non hanno torto i russi quando fanno notare che ad
oggi Assad, il cui esercito è l'unica forza regolare sul terreno, è
determinante per sconfiggere le milizie jihadiste (non solo l'Isis ma
anche al Nusra), ma nel medio-lungo termine potrebbe diventare troppo
costoso anche per loro sostenere la sua permanenza al potere come se
nulla fosse accaduto, e soprattutto come se non avesse ingannato non
solo la comunità internazionale ma lo stesso Putin (che alcune fonti
descrivono come furioso con il dittatore siriano per lo smacco che
gli ha fatto subire dagli Usa).
Insomma, se è solo una questione di
tempistica, allora le posizioni russe e americane non sembrano
proprio inconciliabili. Certo, proprio per la mancanza di fiducia, né
Mosca né Washington possono permettersi che convergano ora. Il
problema infatti è che sul destino di Assad si incrociano le
reciproche ambiguità e diffidenze. Anche perché, se non lo è per
Mosca, Assad è una figura irrinunciabile per l'Iran, la cui
influenza la nuova amministrazione Usa vuole contenere. Da una parte,
i russi non si fidano degli americani perché temono che, combattendo
solo l'Isis e non anche gli altri gruppi dell'opposizione siriana,
stiano in realtà coltivando allo stesso tempo un piano per il regime
change. Dall'altra, gli americani non si fidano dei russi perché
temono che, inseguendo una vittoria militare piena puntino in realtà,
in totale accordo con Teheran, a mantenere Assad al potere e a
sabotare il processo politico prima che entri nel vivo. Nell'appoggio
russo "non incondizionato" ad Assad, Washington ha
intravisto un varco stretto in cui inserirsi per tentare di rompere
l'asse Iran-Russia.
L'attacco missilistico ordinato da
Trump sulla Siria è un messaggio politico su diversi piani e
destinato a molteplici attori. E al Cremlino sembrano averlo
afferrato, seguiranno riflessioni e approfondimenti. Trump non ha
cambiato idea né sulla Siria (la priorità è distruggere l'Isis,
non cacciare Assad), né sulla Russia: bisogna almeno tentare di
migliorare i rapporti. Troppo importante per l'Occidente avere buoni
rapporti con la Russia, quando le minacce esistenziali e i rivali
strategici del XXI secolo non si trovano a Mosca. Il che non
significa fare regali a Putin, anche perché come Obama dovrebbe aver
imparato a sue spese, le concessioni unilaterali e il non intervento
rendono i russi più arroganti e aggressivi, non più disponibili. Al
contrario, dimostrare la propria risolutezza è l'unico modo per
farli tornare sul serio al tavolo del confronto. Accecati dal loro
pregiudizio negativo su Trump, i commentatori si aspettavano invece
di vedere un reset nei termini di qualche regalo presentato a Putin
su un piatto d'argento e non hanno riconosciuto le mosse iniziali di
una lunga partita. Né hanno visto – con lo strike sulla base aerea
siriana e la crescente pressione politica americana sulla Russia (tra
accuse e ultimatum) nei giorni e nelle ore precedenti la visita di
Tillerson – la profonda trasformazione delle regole del gioco.
Obama ha danneggiato la credibilità della deterrenza americana e
l'amministrazione Trump l'ha voluta iniziare a restaurare. Sta
prendendo forma un approccio totalmente diverso da quello di Obama
nel trattare con alleati e avversari. Un approccio che,
semplificando, si può definire "bastone e carota". Uso
della forza e minacce, ma anche trattativa e mutuo rispetto. E da
quello che abbiamo visto a Mosca, in occasione degli incontri di
Tillerson, i russi sembrano aver riconosciuto il nuovo approccio e
non esserne così dispiaciuti. Americani e russi hanno cominciato a
parlarsi usando lo stesso linguaggio.
A cambiare, rispetto
all'amministrazione Obama, è anche la politica nei confronti di
Teheran. Si dice Assad, si legge Iran. L'aut aut presentato a Mosca
non riguarda tanto il dittatore siriano, quanto il regime degli
ayatollah. "La Russia deve scegliere se schierarsi con gli Stati
Uniti, e i Paesi che la pensano allo stesso modo, o con Assad, Iran e
Hezbollah", sono le esatte parole usate da Tillerson
all'indomani dell'attacco. Non importa quando, ma prima o poi la
Russia deve scaricare Assad, cioè l'Iran, è il messaggio.
Nonostante le tensioni, con la visita di Tillerson il dialogo tra
Washington e Mosca sembra ripartito a 360 gradi, i canali di
comunicazione sono aperti e destinati a rafforzarsi. Insomma, siamo
all'inizio di qualcosa, una partita nuova. Non è scontato, ma è una
possibilità ancora sul tavolo che nel medio termine Mosca ripensi la
sua politica in Siria e il suo asse con l'Iran. La sensazione è che
di fronte alla prospettiva di un'intesa a tutto campo con Washington,
non solo sulla crisi siriana ma su tutti i fronti, insomma di fronte
alla proposta di una nuova Yalta, Putin potrebbe anche decidere di
compiere questo passo. Ma il presupposto è la fiducia e per
ricostruirla ci vorrà tempo.
Sunday, April 09, 2017
Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia
Pubblicato su formiche
L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione
Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.
Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.
Mentre Barack Obama decise di non
reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di
armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della
responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche
turca e israeliana), per non compromettere la sua principale
iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il
raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse
Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di
sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è
molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da
protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole
trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono
discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli
Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione.
L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a
Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di
un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso
interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né
militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto
di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in
Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.
Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson
Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran
"ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia
strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un
riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali
come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro
della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di
opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in
Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun
interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale
che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni".
Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà
sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin
poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in
Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo
non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve
ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da
alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.
All'indomani del raid, il segretario di
Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito
nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo
smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca
è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa
che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a
portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e
mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna
accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di
guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al
sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a
Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza"
dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo".
Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco,
un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un
aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale,
verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche.
Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno
diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche
se stessi.
Ma nonostante le tensioni di questi
giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo
costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati
avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco
missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare
che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad:
nessun "regime change" e nessun cambio di politica in
Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano
in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante
che le nostre priorità restino chiare" e la "prima
priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere
l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese.
Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per
la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di
giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è,
appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata.
Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando
Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni
Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna
opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del
regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione,
sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad".
Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di
un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale
debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere
l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad.
In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma
non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che
l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza
della Russia in Siria...
Da parte russa, il sistema di difesa
anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk
americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non
incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni
all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio
di sospensione della "deconfliction line", il canale di
comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le
operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste
ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la
visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì
e mercoledì.
Se dopo aver elaborato il "lutto",
al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro
interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza
legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o
allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito
prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata,
che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa
sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità
di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti
e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza
Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che
senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.
Chi si aspettava, sia tra i fan di
Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione
dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio
cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno
iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin,
apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi
si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta
iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna
agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il
segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing"
al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di
considerare un passo indietro".
In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai
disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta
dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva
torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica
situazione in Siria". Grazie alle politiche delle
amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente
soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione.
Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato
sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E
l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di
cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad
di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo
che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato
l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le
politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile
un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano.
Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani
sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno
consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche
significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la
salute e la coesione dell'Occidente".
Gli avversari dell'America, Russia,
Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza
dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non
resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente
strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è
una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale
cominciata da Obama".
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