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Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

Pubblicato su formiche

Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.

Tuesday, February 28, 2017

Puppet o fuffa?

No, l'annunciato aumento del budget della difesa, e dell'arsenale nucleare Usa, da parte del presidente Trump, non è piaciuto a Mosca. Non l'hanno presa affatto bene.
"Se Washington vuole veramente la superiorità in campo nucleare, il mondo tornerà alla guerra fredda, con il rischio di una catastrofe globale", ha avvertito il presidente della Commissione Affari esteri della Duma Slutsky, che ha insistito sulla necessità di mantenere "il principio della parità nucleare". Il "dominio di una sola potenza" sarebbe "inaccettabile". La Russia reagirà a un aumento della spesa militare negli Stati Uniti, ha avvertito sempre Slutsky.

O Putin ha sbagliato puppet o era tutta fuffa propagandistica...

E proprio oggi la Russia (insieme alla Cina) ha dovuto porre il veto in Consiglio di sicurezza Onu su una risoluzione Usa-Gb-Francia contro il regime di Assad per l'uso di armi chimiche. "Scelta indifendibile", ha commentato l'ambasciatore Usa Nikki Haley. La Haley ha detto anche che Washington sanzionerà persone e gruppi citati nella risoluzione e lavorerà con i partner europei per imporre sanzioni al di fuori dell'ambito Onu.

Friday, April 03, 2015

La Monaco di Obama: si piega alla volontà di potenza iraniana e getta benzina sul fuoco in Medio Oriente

Un giudizio obiettivo sull'accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran è quello del Washington Post (certo non di simpatie repubblicane), che ci mette un paragrafo per smontare tutto l'entusiamo che si respira dalle nostre parti. Un paragrafo che bada al sodo, al significato politico e strategico dell'accordo, senza perdersi in tecnicismi poco comprensibili.
The "key parameters" for an agreement on Iran's nuclear program released Thursday fall well short of the goals originally set by the Obama administration. None of Iran's nuclear facilities - including the Fordow center buried under a mountain - will be closed. Not one of the country's 19,000 centrifuges will be dismantled. Tehran's existing stockpile of enriched uranium will be "reduced" but not necessarily shipped out of the country. In effect, Iran's nuclear infrastructure will remain intact, though some of it will be mothballed for 10 years. When the accord lapses, the Islamic republic will instantly become a threshold nuclear state.
La realtà è che il risultato dell'accordo, se sarà confermato entro il 30 giugno, è aver guadagnato tempo. Quanto? Quanto vorrà l'Iran, presumibilmente il tempo necessario per riassestare la sua economia vicina al collasso a causa delle sanzioni (e non solo). I 2-3 mesi che secondo le stime, ad oggi, separano l'Iran dalla sua prima bomba atomica (il break-out time), con questo accordo dovrebbero diventare 12, a partire dalla cessazione naturale (10 anni più 5) o unilaterale dell'accordo. Dunque, questo accordo consente all'Iran di mantenere capacità tali da riuscire a produrre armi nucleari in 12 mesi da quando deciderà di volerlo fare. Per essere ancora più chiari: se l'Iran dovesse decidere di non rispettare l'intesa, da quel momento ci metterebbe almeno un anno, anziché gli attuali 2-3 mesi (ma si tratta sempre di stime). Se consapevoli di questo, si può anche ritenere l'aver guadagnato questi 10 mesi di tempo un successo... ma a che prezzo?

Come sintetizza il WashPost, il programma nucleare iraniano non viene smantellato, ma semplicemente "congelato" e, in un certo senso, riconosciuto. Diversamente dall'obiettivo che si era prefissato lo stesso presidente Obama, l'Iran non sospenderà il processo di arricchimento dell'uranio. Continuerà ad arricchirlo, sia pure in misura ridotta e non fino al punto necessario per usi militari, e si terrà le quantità già arricchite oltre la soglia per usi civili. Per l'Iran si tratta di un grande successo perché si vede riconosciuto da parte della comunità internazionale, dell'Occidente con in testa gli Stati Uniti, il diritto ad arricchire l'uranio e, quindi, implicitamente a diventare una potenza nucleare.

E questa dovrebbe essere la parte dell'accordo più spiacevole per gli iraniani... Quella buona per loro è che si vedranno gradualmente revocare le sanzioni. Si vedono iraniani festeggiare nelle strade di Teheran, ma si tratta evidentemente di sostenitori del regime, che si rafforza, non certo degli oppositori.

L'accordo è stato subito definito "storico", e naturalmente è subito ripartita in grancassa sui giornali italiani ed europei la santificazione di Obama. Soprattutto sui nostri media (e social media) il conformismo pro-Obama non ha limiti. In Iran è «molto presente il pluralismo e un bilanciamento dei poteri», arriva a scrivere Alberto Negri sul Sole24Ore. Tutto ciò che tocca Obama diventa oro... Che sia un accordo storico è fuor di dubbio, per molte ragioni e almeno per il fatto che si tratta del primo dalla rottura delle relazioni diplomatiche tra Usa e Iran. Ma attenzione al significato di "storico", perché indubbiamente anche l'accordo di Monaco del 1938 che spianò la strada ai piani di Hitler passò alla storia... anche se tristemente.

Il paragone ci sta tutto: se l'accordo di Monaco riconobbe come legittima, in termini territoriali, la volontà di potenza della Germania nazista, così l'accordo di Losanna, permettendo all'Iran di mantenere quasi intatti i progressi del suo programma nucleare e, anzi, di continuare ad arricchire uranio, riconosce la sua volontà di potenza regionale in Medio Oriente. Con tutto ciò che può derivarne in termini di ulteriore instabilità nella regione: corsa all'atomica di Arabia Saudita ed Egitto (alleati nonostante tutto leali che dopo questa legnata sui denti si sentiranno più insicuri), nervosismo di Israele e ulteriori attività terroristiche iraniane... L'Iran potrà tenersi la sua pistola carica e "in cambio" le sanzioni verranno gradualmente revocate. Di storico c'è anche che è il primo accordo in cui una delle parti ottiene sia la botte piena che la moglie ubriaca...

Friday, November 04, 2011

L'Iran vero banco di prova per Obama


Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik

Un altro pezzo della politica estera del presidente americano Barack Obama si sta sgretolando sotto i duri colpi della realtà. Il programma nucleare iraniano è tornato al centro delle agende diplomatiche e militari e si è quindi riaffacciato nelle conferenze stampa dei leader e sulle prime pagine dei giornali. Nei giorni scorsi le notizie di esercitazioni militari congiunte e un articolo del Guardian, secondo cui le forze armate britanniche stanno perfezionando i loro piani di appoggio agli Stati Uniti nel caso di un attacco contro obiettivi nucleari in Iran. Il dossier iraniano è stato al centro dell'incontro di ieri fra il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e il ministro britannico degli Esteri William Hague. Ed è imminente (previsto per l'8 novembre) un rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che dovrebbe contenere informazioni allarmanti come mai prima d'ora: il programma atomico e missilistico di Teheran sarebbe in uno stato molto avanzato e il regime iraniano potrebbe essere dotato di un arsenale nucleare entro la fine del 2014. L'Iran avrebbe dimostrato - in verità come molti avevano previsto - una sorprendente resistenza alle sanzioni internazionali. I sabotaggi tramite attacchi cibernetici e gli omicidi mirati degli scienziati iraniani non avrebbero sortito gli effetti sperati, o quanto meno non sarebbero riusciti a rallentare il programma nucleare secondo le aspettative.

L'amministrazione Usa per il momento si limita allo studio di nuove e più dure sanzioni, e il presidente Obama non vorrebbe prendere in considerazione un attacco prima delle prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, secondo le fonti del Guardian un'accelerazione della Casa Bianca verso l'opzione militare non sarebbe da escludere. Molto dipenderà dal grado di allarme che susciteranno i progressi iraniani. Le obiezioni sono sempre le stesse e riguardano il rapporto costi-benefici: dubbi sulla reale efficacia dello "strike" rispetto ai rischi di rappresaglia iraniana (non va dimenticato infatti che gli Hezbollah in Libano sono pronti in qualsiasi momento a scatenare l'inferno, alla faccia della missione Unifil). Inoltre, c'è chi è convinto che un attacco possa ricompattare il regime, che invece nel tempo che ancora ci separa dall'acquisizione della bomba potrebbe essere dilaniato dalle divisioni e/o travolto da un'ondata rivoluzionaria. Ma se i dubbi si concentrano sull'efficacia dell'attacco nell'azzerare, o arrestare il programma nucleare, è anche vero che più passano i mesi più Teheran avrà il tempo di studiare e attuare le sue contromosse per limitarne i danni. Entro i prossimi 12 mesi, infatti, gli iraniani potrebbero nascondere il loro materiale e le loro armi all'interno di bunker fortificati in grado di resistere alla pur incredibile forza di penetrazione dei missili americani e israeliani. Insomma, la finestra per un attacco potrebbe chiudersi prima di quanto si creda e ciò secondo gli inglesi potrebbe indurre il presidente Obama ad anticipare l'operazione.

In ogni caso, la politica della «mano tesa» verso Teheran inaugurata all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca appare ormai un pallido ricordo. Una svolta che ha avuto la sua sanzione pubblica circa un mese fa, dopo la scoperta del complotto ordito dal governo iraniano che doveva portare all'uccisione dell'ambasciatore saudita a Washington. «Continueremo ad applicare contro l'Iran le più dure sanzioni, perché il Paese venga sempre più isolato», aveva assicurato Obama in quella circostanza, aggiungendo che «nessuna opzione viene esclusa» nei confronti di Teheran. Un'espressione tipica dei "falchi" della precedente amministrazione. Dunque, lo stesso Obama che nel 2009 aveva rinunciato a sostenere l'"onda verde" contro la truffaldina rielezione di Ahmadinejad, riuscendo solo dopo molte incertezze a proferire qualche timida parola contro le violenze e sui diritti del popolo iraniano, nel timore di compromettere fin da subito la sua apertura di credito agli ayatollah, oggi ha cambiato strategia nei confronti del regime iraniano, ma l'ipotesi di un attacco militare mi sembra prematura. Per il momento con Teheran sembra più una guerra di nervi.

Certo è che l'opzione è tornata prepotentemente sul tavolo di Obama, anche perché non vanno sottovalutati i rischi di un'eventuale azione unilaterale da parte israeliana, quindi i piani militari vengono tenuti aggiornati, ma l'impressione è che non si muoverà nulla prima della scadenza del suo mandato nel 2012. Scadenza che conviene aspettare anche al governo israeliano, che a gennaio 2013 potrebbe trovare alla Casa Bianca un interlocutore più sensibile. In Israele intanto il dibattito sull'opzione militare è ancora aperto, nell'opinione pubblica e tra i vertici militari. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak avrebbero ottenuto il via libera della propria maggioranza, ma le indiscrezioni di questi giorni su un attacco dato addirittura per "imminente" vengono interpretate come un'azione di boicottaggio ai danni del processo di costruzione del consenso attorno all'eventuale operazione. Israele infatti scioglierà il suo dilemma, se muoversi o meno in solitudine, solo nel momento in cui apparisse chiaro che gli Usa e i loro alleati non intendono in alcun caso agire, e comunque tempi e modi verranno concordati con Washington.

Strike o non strike, che sia imminente o meno, è degno di nota che il presidente Obama prenda in considerazione l'ipotesi di un attacco preventivo in pieno stile George W. Bush, a riprova del fatto che, contrariamente a quanto veniva spacciato in Europa durante la crisi irachena, il concetto negli Usa è da sempre bipartisan, non una diavoleria da neocon. Se guardiamo all'architettura legale e militare della guerra al terrorismo (Guantanamo e affini, per intenderci), nient'affatto smantellata; all'Iraq, con la conferma dei piani di ritiro di Bush; all'Afghanistan, con il "surge"; e ai bombardamenti con i droni in Pakistan e in altre zone del mondo, Obama si è rivelato persino tougher than Bush, deludendo le aspettative pacifiste dei liberal e smentendo quanti a destra temevano un presidente incline a disimpegni precipitosi, quindi debole su quanto di più delicato: la sicurezza nazionale.

La politica di Obama in Medio Oriente invece è stata un disastro. Da quel discorso di apertura pronunciato al Cairo e indirizzato nient'affatto ai popoli della regione, ma ai loro regimi autoritari, ai quali assicurava la non interferenza Usa, Obama ci ha messo tre anni per capire di dover quanto meno correggere la sua impostazione. Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik. E l'ha capito a suon di sberle degli eventi. C'è voluta l'"onda verde" di Teheran nel 2009, abbandonata alla brutale repressione del regime, per incrinare le sue certezze; ci sono volute le piazze arabe di questa primavera per obbligarlo a correggere il tiro, imboccando, sia pure in modo opportunistico e maldestro, la via del regime change. Adesso però è giunto il momento della verità. L'abbandono frettoloso e "obtorto collo" di Mubarak al suo destino, senza alcuna garanzia sull'esito democratico del processo politico in corso in Egitto, e il successo contro Gheddafi - della serie "ti piace vincere facile" - non si possono considerare prove sufficienti del cambio di rotta in senso pro-democracy della politica di Obama in Medio Oriente. Il vero banco di prova sono la Siria e l'Iran, i cui regimi sono ben più armati e sanguinari e dove gli interessi di Russia e Cina non rendono agevole velare di multilateralismo le proprie scelte.

Tuesday, June 14, 2011

In gioco l'identità del centrodestra

La mia personale impressione è che il voto referendario di domenica e lunedì sia stato molto più di merito sui quesiti di quanto i politici, di destra e di sinistra, tendano a credere. Contro il governo Berlusconi, certo, artefice di quelle leggi, ma non "antiberlusconiano", nel senso che stavolta si è votato per lo più nel merito delle questioni. Dai dati definitivi risulta che ha votato in massa l'intero bacino elettorale della sinistra, circa il 43-45% degli elettori, che forse mai come oggi negli ultimi due decenni s'era recato alle urne. I quesiti erano perfetti per colpire nel profondo l'immaginario di quel popolo. E certo, sullo sfondo c'era la spallata a Berlusconi, ma sbaglieremmo lettura se sottovalutassimo la forza d'attrazione di quei temi: l'ecologismo a prescindere dallo sviluppo; la rivincita del pubblico sul mercato; il giustizialismo. E così sappiamo una volta per tutte quali sono i comuni denominatori della sinistra: non dei partiti, ma degli elettori di sinistra in Italia. La "libertà", nell'accezione propria del liberalismo classico, è bandita dalla sinistra (dov'erano tutti questi elettori nel 2005 quando si votava per le libertà individuali e la laicità dello Stato?). E i pochi liberali che militano ancora a sinistra dovrebbero farsene una ragione.

Ma oltre a quel 43-45% hanno votato molti elettori meno politicizzati e più inclini al centrodestra. Ancor di più questi elettori hanno votato nel merito dei quesiti. In questo senso hanno ragione i vertici dei partiti di maggioranza a minimizzare e a rifiutare di sentirsi sconfitti. La sconfitta non sarà forse elettorale, sbaglierebbero però a sottovalutare un dato incontrovertibile: quegli elettori hanno votato insieme a tutto il popolo della sinistra. E se un ministro dell'Interno, i governatori del Veneto e del Lazio, il sindaco di Roma e chissà quanti altri amministratori locali, hanno votato con il popolo della sinistra, evidentemente qualcosa che non va c'è, e va ben oltre il malcontento dei propri elettori per l'operato del governo. Si tratta o no di qualcosa di ancor più preoccupante, e cioè di una sconfitta culturale, che rivela una crisi di identità politica, frutto di scelte di governo troppo a lungo rimandate? Se mancano per troppo tempo scelte caratterizzanti, quando arriva il momento di decidere nel merito non ci si riconosce più.

Ci si preoccupa della tenuta del governo, del Pdl, delle elezioni del 2013, ma in gioco c'è qualcosa di più serio: c'è una cultura di centrodestra in Italia che si possa distinguere nettamente da quella di sinistra? Che cosa ha lasciato in questi 17 anni il berlusconismo negli elettori di centrodestra, se una delle poche riforme utili e "liberali" fatte dal governo, quella sui servizi pubblici locali, viene così fragorosamente bocciata con il loro contributo determinante? Mi ricordo bene, quando venne approvato il decreto Ronchi, le critiche che andavano per la maggiore sia nel centrodestra che da parte del Pd e dell'Udc: si rimproveravano la sua timidezza nel privatizzare e in particolare le deroghe, un regalo alle amministrazioni locali leghiste.

Temendo il raggiungimento del quorum nel centrodestra hanno pensato di fare i vaghi, ma com'è evidente in queste ore, ciò non li ha risparmiati dall'apparire oggi come sconfitti. Eppure, probabilmente sarebbe bastato convincere almeno una parte, ma decisiva, di elettori di centrodestra che hanno contribuito al quorum, smascherando la disinformazione sui quesiti, quanto meno per far fallire la consultazione. L'astensione poteva essere l'indicazione di voto più efficace per difendere quelle leggi, ma non l'astensione dalla campagna referendaria (basti ricordare la campagna del mondo cattolico per l'astensione nel 2005: astensione dal voto, non dalla campagna).

Mi spiace, ma questa volta una lettura del voto imperniata sull'"antiberlusconismo" mi sembra riduttiva, irrispettosa nei confronti degli italiani che hanno votato e tutto sommato persino autoassolutoria per il centrodestra, quasi a voler scaricare sul capo tutte le colpe. Invece, qui è in gioco qualcosa che riguarda l'identità stessa della coalizione. Il centrodestra deve interrogarsi profondamente su che cosa vuol essere: perché altrove, ma soprattutto in Italia, o il centrodestra è sinonimo di "meno Stato" o, semplicemente, non è: non ha senso né futuro.

Lungi dal bersi le reciproche strumentalizzazioni dei politici, l'impressione è che gli italiani abbiano votato sul serio sui temi oggetto del referendum. Potremmo prendercela con la disinformazione e con la demagogia, e con la solita manina della Cassazione - avremmo ottimi motivi per farlo, siamo stati i primi e continueremo a denunciarle per quello che sono: truffe. Ma al netto delle truffe, occorre prendere atto - perché in democrazia occorre sforzarsi di mettersi nei panni degli elettori anche quando non si è d'accordo con essi - che in maggioranza gli italiani, anche molti che votano e voteranno centrodestra, restano culturalmente "di sinistra", nel senso che a sentir parlare di privato, mercato e profitti, mettono mano alla pistola. Tra i disprezzati politici e il mercato, scelgono i primi (anche se continueranno a lamentarsene), perché s'illudono che a questo mondo ci sia ancora qualcosa gratis. E non essere riuscito a mutare almeno un po' questa mentalità - anzi, essersi adeguato ad essa - è uno dei tanti fallimenti storici del centrodestra berlusconiano.

L'avversione al nucleare è così radicata nello stomaco degli italiani che non c'è dato di fatto o logica che tenga, ma sui servizi pubblici locali - inutile negarlo - ha prevalso un istinto statalista. Il risultato è un regalo alle 8.000 "caste" locali: salve le 24mila poltrone nei consigli di amministrazione (fonte Corte dei conti), la pacchia delle municipalizzate dove imbucare parenti e amici continuerà con il beneplacito dei cittadini (almeno finché non arriveranno le sanzioni Ue). E' stata sdegnosamente rigettata la remunerazione in bolletta dei capitali investiti, ma adesso o il servizio peggiorerà ancora, o vedremo comunque aumentare le tariffe (già salite del 10% quest'anno), l'Irap e l'addizionale Irpef, come ha fatto Vendola in Puglia. Ci rifiutiamo di remunerare in bolletta gli investimenti privati sul servizio idrico, ma nessuno si scandalizza se - come ricorda Nicola Porro su Il Giornale - per remunerare i privati (privati!) che investono in fotovoltaico ed eolico pagheremo 5 miliardi di euro l'anno per i prossimi vent'anni. Già quest'anno le nostre bollette dell'elettricità sono aumentate del 3,9 per cento, di cui il 3 per cento per i sussidi (fonte Authority per l'Energia). Basta non saperlo. Se invece dell'acqua fosse stato il pane, avremmo avuto lo stesso risultato: volete voi abrogare la norma per cui il fornaio riceve sul prezzo della pagnotta una remunerazione del 10%? "Sìììììì". Sarebbe andata in modo molto diverso, invece, se il quesito posto fosse stato un altro: avete investito i vostri risparmi in Bot sul servizio idrico, volete voi che il vostro investimento sia remunerato? Per l'italiano medio il profitto altrui è sempre sterco del diavolo, il proprio un diritto inalienabile. La raccomandazione per i figli degli altri una indecorosa parentopoli, per il proprio figlio spazio al merito. Questi siamo e questi resteremo.

Sotto le varie ondate di indignazione per qualsiasi scandalo, dalle lottizzazioni nella sanità alle parentopoli nelle università, su questo blog sono stato sempre chiaro: bando agli sterili moralismi, la scelta, per tutti i servizi pubblici (istruzione, sanità, energia o acqua) è affidarsi allo Stato (quindi ai politici) o al mercato (nel quale possono benissimo operare anche società a controllo prevalentemente pubblico). Una terza via non c'è: se si sceglie lo Stato, bisogna accettare che responsabili dei servizi siano i politici e non lamentarsi troppo di lottizzazioni, parentopoli e clientelismi, che fanno parte del pacchetto. Né bisogna commettere l'errore di pensare che tutto sia gratis, perché o il servizio è scadente, o le tasse sono elevate e il debito pubblico galoppante. Più spesso entrambe le cose. Vorrà dire che mano alla pistola la metterò io quando sentirò il prossimo che se ne lamenta!

Friday, June 10, 2011

Come e perché difendersi dai referendum-truffa

(Nella foto: militanti di Greenpeace si arrampicano sul Colosseo per srotolare il loro striscione, ma nessuna voce stavolta si leverà per la tutela dei monumenti, scommettiamo?)

Se difendersi dal processo oltre che nel processo è un diritto dell'imputato, figuriamoci se non lo è difendersi dalla truffa piuttosto che nella truffa. Il meccanismo del quorum lo consente: di fatto con l'astensione, ostacolando il raggiungimento del quorum, si esprime contrarietà ai quesiti. E' già accaduto in passato. Ovvio che però, all'indomani del voto, all'astensione consapevole, "politica", non si possa sommare quel 30-40% di astensionismo fisiologico, per mero disinteresse. Non si potrebbe insomma parlare di una vera e propria bocciatura dei quesiti, la consultazione sarebbe semplicemente nulla.

Ma l'unico modo per difendersi, quando oltre agli avversari hai contro gli arbitri e i media, è far fallire questi referendum-truffa. Chi domenica e lunedì prossimi pensa di recarsi a votare "No", dovrà farlo consapevole che la partita è truccata e il risultato scritto: perché fare un simile favore ai bari? Chi si presterà, lo farà o per ingenuità, incurante di servire da utile idiota la causa dei "Sì"; o in malafede, perché magari avendo sempre sostenuto il nucleare o l'apertura al mercato dei servizi pubblici non può fare altrimenti, ma sotto sotto è poco interessato al merito dei quesiti quanto piuttosto al loro valore politico: la "spallata" al governo Berlusconi.

Ma perché referendum-truffa? Si tratta di una truffa sotto molteplici aspetti: sono una truffa i quesiti in sé; è stata truffaldina la campagna referendaria dei comitati per il "Sì", fiancheggiati dalla grande stampa e dai soliti talk show politici che li hanno supportati in un'incessante e incontenibile opera di mistificazione; è insopportabilmente truffaldina, infine, la strumentalizzazione dei referendum da parte del Pd. Fino a ieri anche Bersani riteneva auspicabile l'ingresso dei privati nei servizi pubblici locali e, anzi, criticava il decreto Ronchi perché troppo blando, attento a salvaguardare gli interessi delle giunte leghiste. Tra l'altro, nel 2005, quando si votò sulla fecondazione assistita, non ricordo una simile mobilitazione della sinistra che si dice progressista e laica. Perché? Eppure, anche allora era possibile dare una "spallata" a Berlusconi ad un solo anno dalle elezioni. Ma allora si trattava di fare un dispiacere al Vaticano e la sinistra codarda fece pocchissimo per aiutare i radicali.

NUCLEARE - Ma veniamo alle "prove" della truffa, che abbondano. Del quesito sul nucleare ho già scritto. Di fronte forse all'unico caso della storia del nostro Paese in cui per evitare un referendum il Parlamento ha accolto pienamente il quesito, abrogando per davvero tutte le norme di cui si chiedeva l'abrogazione, la Cassazione e la Consulta hanno deciso di far votare ugualmente, ma su norme diverse da quelle su cui erano state raccolte le firme. Semplicemente non c'era più alcun nucleare da abrogare. Sostenere, come fanno la Cassazione e la Consulta, che bisogna votare perché il ricorso al nucleare non è «espressamente escluso» in via definitiva, secula seculorum, non ha senso, perché allora si sarebbe dovuto votare dal 1987 in poi ogni 5 anni, preventivamente, nel timore che qualche governo lo reintroducesse.

Così facendo si è trasformato l'istituto referendario da abrogativo a consultivo, un voto sulle intenzioni del legislatore piuttosto che su una legge in vigore, al solo scopo di favorire il raggiungimento del quorum e, dunque, le condizioni per una nuova batosta elettorale al governo. Sull'assurdità della decisione della Cassazione, e la contraddittorietà dell'esito giuridico del voto (si abroga anche la norma che prevede di "non procedere" con il nucleare), si sono espressi anche autorevoli costituzionalisti come Augusto Barbera e Giovanni Guzzetta, entrambi ben distanti dall'area di governo.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO - Una truffa anche il quesito sul legittimo impedimento, poco più che simbolico. Se prevarranno i sì, infatti, Berlusconi e i suoi ministri, così come qualsiasi altro imputato, potranno continuare a sollevare il legittimo impedimento a comparire in udienza. Una facoltà riconosciuta dalla legge a tutti gli imputati, e rafforzata per le alte cariche dello Stato dalla stessa Corte costituzionale, a prescindere dalle norme di cui si chiede l'abrogazione. La novità scabrosa che mirava ad introdurre la controversa legge approvata dal governo era di rendere automatico e continuativo nel tempo il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri, ma le norme che lo prevedevano sono state già cassate dalla Corte costituzionale. Dunque, a prescindere dall'esito del referendum, spetterà al giudice, a sua discrezione, riconoscere o meno di volta in volta all'imputato il legittimo impedimento. Com'è sempre stato anche prima dell'odiata legge "ad personam" così continuerà ad essere anche dopo il referendum.

ACQUA - Più complicato smascherare la truffa nei referendum sull'acqua (che in realtà riguardano tutti i servizi pubblici locali), perché non è nei quesiti, ma nella campagna. Se è in una certa misura comprensibile, ma pur sempre scorretto, che la mistificazione sia opera dei comitati per il "Sì", è invece inaccettabile e incivile che sia addirittura opera dei mezzi di informazione, cui si richiede non l'imparzialità, ma almeno correttezza e obiettività. Schierarsi va bene, ma truccare i dati no; presentare i quesiti in modo falso neanche; deridere chi sostiene il "No" men che meno. Ed è esattamente ciò che si avverte aprendo i giornali o assistendo ai soliti talk show televisivi, da Annozero a Ballarò.

Non c'è alcuna «privatizzazione» dell'acqua. Nella legge sottoposta a referendum si dice espressamente che resta un bene pubblico, così come le infrastrutture e le reti. Se l'acqua è di tutti, non è però che l'acqua arrivi da sola limpida e depurata nelle nostre case. Questo è un servizio che costa e che qualcuno deve gestire. E' falso che la legge in questione obblighi i comuni a dare in concessione ai privati questo servizio. La legge li obbliga, in ottemperanza alle leggi comunitarie, ad affidare il servizio «in via ordinaria» tramite una gara ad evidenza pubblica. Che può essere vinta sia da società interamente private, che da società a controllo pubblico, con una partecipazione mista pubblica e privata in cui però la quota del socio privato (scelto sempre tramite gara ad evidenza pubblica) non sia inferiore al 40%. Questo per garantire una gestione più attenta dei bilanci e investimenti adeguati, che realisticamente possono arrivare solo dal settore privato.

La legge però contempla delle eccezioni alla regola, per salvaguardare i casi virtuosi (molto pochi) di gestione interamente pubblica: in deroga alle modalità ordinarie, infatti, «a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale», l'affidamento può avvenire (senza gara pubblica) a favore di società a capitale interamente pubblico, "in house", come succede adesso nella stragrande maggioranza dei casi. Ma a certe condizioni: il comune deve dimostrare all'Antitrust che la società affidataria a) ha chiuso il bilancio in attivo; b) applica una tariffa inferiore alla media del settore; c) è in grado di reinvestire nel servizio almeno l'80% degli utili. Insomma, ammesso che sia davvero un caso di gestione virtuosa.

Fermo restando che attualmente il servizio è gestito per il 97% da operatori "in house", cioè da società partecipate interamente dai comuni, o a controllo prevalente pubblico - e quindi la responsabilità di disservizi, tariffe, inquinamenti, spreco d'acqua (47 litri su 100, calcola l'Istat) è al 97% responsabilità del pubblico - la legge non stabilisce affatto che debba passare ai privati. L'obbligo della gara è una garanzia irrinunciabile per i cittadini che sanno a quali condizioni il loro comune concede la gestione del servizio e, quindi, quali condizioni deve rispettare l'operatore.

Se vinceranno i "Sì", nel migliore dei casi - poiché quello di aprire i servizi pubblici locali al mercato, tramite gare ad evidenza pubblica, è ormai un orientamento imposto dall'Unione europea - bisognerà rifare una legge che prevederà più o meno le stesse cose per recepire le normative comunitarie, quindi perderemo del tempo prezioso; nel peggiore dei casi, si permetterà alla tanto odiata - solo a parole - "casta" di continuare a gestire le società di servizi "in house" per "sistemare" politici trombati, amici di amici e parenti, senza dover rendere conto di bilanci e disservizi, che continueranno a gravare sulla fiscalità generale. La truffa, in pratica, è proprio questa: chi domenica e lunedì andrà a votare "Sì" ai quesiti sull'acqua abboccando allo slogan "l'acqua è di tutti", probabilmente non si rende che di fatto consegnerà il "bene comune" alla "casta", che continuerà ad ingrassarsi a scapito delle nostre tasche.

Monday, June 06, 2011

Eppure non sta in piedi

Come volevasi dimostrare mercoledì scorso, il quesito sul nucleare così come riformulato dall'Ufficio referendum della Cassazione, semplicemente «non sta in piedi». Domani deciderà la Corte costituzionale, ma è quanto sostiene anche un costituzionalista di sinistra (parlamentare del Pci e del Pds dal 1976 al 1994 e ministro del governo Ciampi) tra i più autorevoli, e il più citato a sinistra (quando fa comodo), Augusto Barbera, in un'intervista ad Avvenire: «Non sta in piedi».

Culturalmente e politicamente lontanissimo dal governo in carica, e nel merito contrario al nucleare, eppure Barbera spiega che giuridicamente quel quesito non avrebbe più ragione d'essere:
«Perché tutte le norme che prevedevano procedure e tempi per l'installazione di centrali nucleari sono state abrogate. Ora si andrà a votare su due commi, il numero 1 e il numero 8 dell'articolo 5 della legge di conversione del decreto omnibus. Il primo si limita a impegnare il governo a partecipare a studi, a livello europeo, sull'impiego dell'energia nucleare: ebbene, lì non c'è alcuna decisione, si dice che "studierà" ma poi, al termine di questi studi, potrebbe anche decidere di non procedere... Il comma 8, poi, prevede l'approntamento di un piano energetico nazionale, che non riguarda l'energia nucleare, ma qualsiasi tipo di approvvigionamento energetico, incluse le fonti alternative e quelle rinnovabili... Ipotizzo che la Cassazione si sia basata sulle intenzioni del governo. Però in questi casi si procede in base alle norme scritte e approvate dalle Camere, non in base a dichiarazioni d'intenti. Tra l'altro, nel comunicato diffuso dopo la decisione, è specificato che l'Ufficio centrale ha deliberato "a maggioranza". Che io ricordi, è la prima volta che lo dice ufficialmente. Non lo fanno nemmeno i Consigli comunali».
Così lo stesso Barbera in un'intervista di venerdì scorso a Radio Radicale:
«Bisognerebbe votare sulle carte, non sulle intenzioni. E le carte sono chiarissime: tutte le norme sul nucleare sottoposte al quesito referendario sono state abrogate, non ci sono più. Quello che avrebbero dovuto fare i cittadini, l'aveva già fatto il legislatore... Il quesito viene trasferito su norme che non c'entrano nulla con il nucleare».
A parte il fatto che la legge su cui si voterà non è la stessa su cui si sono raccolte le firme, a conferma del fatto che non siamo di fronte semplicemente ad una modifica "truffaldina" da parte del governo, ma ad una vera e propria abrogazione, evidentemente riconosciuta anche dalla Cassazione, il senso del quesito è demenziale. In sostanza si chiede agli elettori: "Volete voi che il governo NON possa «non procedere» con il programma nucleare"; "volete voi che il governo NON possa adottare una strategia energetica nazionale?". Su questo, e su nient'altro, siamo chiamati a votare domenica e lunedì prossimi.

Wednesday, June 01, 2011

Quel pasticciaccio brutto della Cassazione

Siamo alla pura barbarie logica e giuridica, com'è verosimile che sia, oppure ci manca qualche tassello? Non vorremmo credere a quello che leggiamo, ma l'Ansa cita un comunicato della Corte di Cassazione, nel quale si rende noto che il testo del nuovo quesito referendario sul nucleare sarebbe il seguente: «Volete che siano abrogati i commi 1 e 8 dell'articolo 5 del dl 31/03/2011 n.34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75?».

Non ci posso credere, perché significherebbe che ora chi non vuole il nucleare in Italia dovrebbe votare No. Votando Sì, infatti, si abrogherebbero le norme citate dal quesito, cioè quelle approvate dal governo dopo Fukushima, e non quelle su cui sono state raccolte le firme dei cittadini. In sostanza, il nuovo quesito uscito dalla Cassazione propone l'abrogazione delle norme che abrogano il nucleare. A mio avviso il nuovo quesito non si presta a interpretazioni: se vincono i Sì, dal giorno dopo si può ripartire subito con il nucleare. Si tornerebbe, di fatto, alla situazione ante-Fukushima. Cari lettori, è delirante, ma milioni di persone il 12 e il 13 giugno andranno a votare Sì, ignare che così facendo voteranno di fatto per e non contro il nucleare.

Con l'evidente intento di creare i presupposti per una nuova batosta elettorale per il governo, l'Ufficio referendum della Cassazione crea un mostro logico-giuridico, che fa a pugni non solo con il diritto, l'istituto referendario così come sancito nella Costituzione, ma persino con la più banale logica.

La realtà è che se uno si va a leggere la nuova legge approvata dal governo dopo Fukushima scopre che è così dettagliata nell'abrogare il programma nucleare che non lascia adito a dubbi: non siamo di fronte a qualche ritocchino, come in passato è stato fatto per evitare scomodi referendum, senza che la Cassazione battesse ciglio; stavolta il quesito referendario viene accolto pienamente. Che poi non ci si fidi del governo Berlusconi, e si rimanga convinti che sotto sotto sia favorevole al nucleare e sia pronto a ripresentarlo appena possibile, questo è tutt'altro discorso. Perché il referendum è abrogativo: non si vota sulle intenzioni di questo o quel soggetto politico, ma su leggi vigenti. E il nucleare ad oggi non vige. Se però vincono i Sì, restano tutte le abrogazioni degli altri commi, quelle dei dettagli tecnici, ma cade la norma principale, cade il «non si procede» con il programma nucleare.

Il comma 1, infatti, recita che:
«al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare».
Ed è del tutto evidente che se si abroga il «non si procede», allora si sta dicendo «si proceda», o quanto meno che si può procedere. Dunque, paradossalmente, il governo potrebbe procedere con il nucleare, ma non potrebbe adottare alcuna «strategia energetica nazionale», il che è un risultato semplicemente demenziale.

Nel comma 8, infatti, l'altro che verrebbe abrogato da una vittoria dei Sì, la parola «nucleare» non è nemmeno menzionata, ma si fa riferimento ad una «strategia energetica nazionale» da adottare entro 12 mesi, cosa di totale buon senso:
«Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l'incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell'energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nelladefinizione della Strategia, il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell'Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali».

Wednesday, March 16, 2011

Isteria e dilettantismo

Uno schifo autentico, permettetemi lo sfogo. L'isteria collettiva europea sul nucleare (non ci siamo fatti mancare neanche il solito euroburocrate irresponsabile che ha parlato di «apocalisse» ed è paradossale che il ministro degli Esteri giapponese debba esortare «i Paesi stranieri ad avere sangue freddo») e l'immobilismo di tutto l'Occidente nella crisi libica restituiscono un'immagine nitida dei mala tempora che stiamo vivendo.

Non voglio certo sottovalutare quanto sta accadendo alla centrale di Fukushima, dove purtroppo c'è ancora molto che può andare storto, ma siamo di fronte ad una catastrofe naturale di proporzioni epiche, che ha già ucciso migliaia, forse decine di migliaia di persone, mentre i vapori radioattivi fuoriusciti dai reattori non hanno ancora ucciso nessuno, l'esplosione delle strutture esterne undici operai e la contaminazione radioattiva sembra per ora non aver oltrepassato la zona circostante la centrale. Insomma, tutto può ancora succedere, ma c'è una probabilità che «l'apocalisse atomica» sia una bolla mediatica. Ed è uno schifo vedere gente in tv o sui giornali che ha tutta l'aria di auspicare il peggio solo per vedere avvalorata la propria ideologia antinuclearista.

I giornali e le tv sembrano non accontentarsi di raccontare il dramma che sta già vivendo il Giappone. L'enorme distesa di fango che ricopre le province nipponiche colpite dallo tsunami, così come la conta dei morti e delle distruzioni, è roba noiosa, deprimente, e soprattutto vista e rivista. C'è bisogno di dare il senso di un'escalation per mantenere il pubblico col fiato sospeso come in uno di quei thriller apocalittici che riempiono le sale. Con voracità inaudita divorano e risputano le notizie. E pazienza se spesso hanno ben poco a che fare con la realtà. Nell'incertezza, le sparano ad alzo zero. Ci raccontano dei giapponesi cinici impassibili di fronte alla tragedia, quegli stessi giapponesi che nell'articolo sulla pagina successiva vengono descritti così in preda al panico da dar vita ad esodi di massa e assalti ai generi alimentari.

E' una riflessione utile in queste ore quella del Wall Street Journal in un editoriale di qualche giorno fa: «Il paradosso del progresso materiale e tecnologico è che più ci rende maggiormente sicuri, più sembriamo diventare avversi ai rischi, che sono l'unica strada verso progressi futuri». Senza tener conto che «il motivo per cui il Giappone è sopravvissuto ad un tale evento catastrofico è proprio il suo grande sviluppo e la sua ricchezza materiale». «La civiltà moderna è quotidianamente occupata a misurare e mitigare i rischi, ma il suo progredire richiede che continuiamo ad assumerci dei rischi... La vita moderna richiede di trarre delle lezioni dai disastri, non di fuggire da tutti i rischi. Dovremmo imparare dalla crisi nucleare giapponese, non lasciare che alimenti un panico politico sull'energia nucleare in generale».

Nella crisi nucleare di Fukushima, così come nella crisi libica, ha ragione Mario Sechi: «Siamo di fronte a un decadimento delle leadership e a una quanto mai improvvisata e dilettantesca gestione dell'agenda internazionale».

Gli ultimi sviluppi in Libia dimostrano che c'è una nuova ideologia da abbattere in Occidente: il multilateralismo. E che quando l'America esercita la sua leadership, gli altri Paesi si accodano. Quando invece rimane inerte, il mondo diventa un posto più pericoloso.

Nonostante l'inedito e preziosissimo via libera della Lega araba, nessuno farà nulla mentre Gheddafi schiaccerà i ribelli e potrà cantare vittoria - unico leader arabo ad aver umiliato l'Occidente. A Washington c'è un re-tentenna le cui parole altisonanti valgono ormai come un dollaro bucato. Si è capito che la Merkel decide in base alle scadenze elettorali, sulla sospensione delle centrali così come sulle ipotesi di intervento in Libia. Francia e Gran Bretagna sono più interventiste ma solo a parole, senza un mandato dell'Onu e soprattutto - si ha l'impressione - senza Washington, non muoverebbero mai un dito. La Russia a mio avviso dopo il voto della Lega araba sarebbe stata pronta a chiudere un occhio, ma trovata la sponda tedesca e le incertezze americane ne ha approfittato.

L'Italietta si barcamena, non vuole bruciarsi l'ultimo filo di rapporto con Gheddafi nel caso - ormai quasi certo - che il raìs riconquisti il Paese e che la comunità internazionale dopo tanti esercizi di multilateralismo non muova un dito. Non so se per un colpo di fortuna o per capacità d'analisi, ma alla fine tocca ammettere che il governo italiano ci ha visto lungo nel mantenere un atteggiamento prudente, forse prevedendo che non ci sarebbe stato alcun intervento internazionale e che Gheddafi sarebbe rimasto al potere, quindi meglio non esporsi. Diciamo che è stato il miglior modo di arrendersi agli eventi e ai non eventi, ma certo non il migliore per tutelare i nostri interessi in Libia.

Monday, March 14, 2011

Un po' di rispetto, please

Il Giappone si era preparato allo "jishin" per decenni. Nessuna società al mondo è più preparata: tecnologicamente ma anche e soprattutto culturalmente. Il rispetto e la disciplina hanno salvato la vita probabilmente a un milione di persone. Se è scritta nel nostro destino una catastrofe del genere, preghiamo di trovarci in Giappone in quel momento.

Purtroppo però, di fronte a una tragedia simile stiamo assistendo da una parte ad uno tsunami di vere e proprie banalità, luoghi comuni sui giapponesi, quasi "disumanizzati" proprio per quel rispetto e quella disciplina, scambiati per insensibilità; dall'altra a strumentalizzazioni senza ritegno sul nucleare civile nel nostro Paese. Solo di questi miserevoli dibattiti siamo ormai capaci evidentemente nella nostra Italietta.

Si sono dipinti come insensibili i giapponesi solo perché non abbiamo visto scene di disperazione né grandi mobilitazioni di volontari; insomma, solo perché i media nipponici hanno il pudore di non lucrare sul dolore altrui per alzare i propri ascolti, come invece accade nei nostri salotti televisivi. E comunque, passati i primi giorni, quando la zona più colpita era davvero irragiungibile, stanno arrivando fino a noi, a soddisfare la nostra morbosità, le prime immagini degli sguardi angosciati e persi nel vuoto dei sopravvissuti.

Guai a scambiare la compostezza dei giapponesi per insensibilità, indifferenza alla vita umana, cinismo ed egosimo. Quella compostezza è espressione di una specifica cultura del rapporto uomo-natura, che comprende sia l'accettazione piena delle sue forze, e della morte umana, come componenti insopprimibili del ciclo della vita, sia il dovere di reagire alle avversità senza perdersi d'animo. Ma è anche un'esigenza molto pratica: il panico e la disperazione non aiutano a salvare se stessi né gli altri. E talvolta, specie in presenza di tali immani catastrofi (con tutto il rispetto, non siamo di fronte all'alluvione di Firenze), anche le migliori intenzioni rischiano di ostacolare i soccorsi.

Il rischio che una catastrofe nucleare si sommi a quella naturale è alto, ma ciò non giustifica il vero e proprio sciacallaggio di quanti in queste ore cavalcano la comprensibile emotività dell'opinione pubblica per lanciare la propria campagna referendaria antinuclearista. Non commettiamo lo stesso errore del 1987, quando per la criminale negligenza sovietica a Chernobyl perdemmo qui da noi il treno del nucleare.

Numerose centrali nelle regioni colpite dal sisma e dallo tsunami hanno retto e l'unica che sta avendo problemi seri è stata progettata negli anni '60 ed è in funzione da quarant'anni. E' ovviamente lecito, anzi auspicabile, che quanto accaduto e sta accadendo serva da lezione per perfezionare ulteriormente gli standard di sicurezza, anche in situazioni limite, e che spinga a chiudere celermente le vecchie centrali, ma non ha alcun senso concludere dalla tragedia giapponese che il nucleare non fa per noi.

Thursday, November 25, 2010

Fallimento dei politici

Quando il fallimento è della politica e non dell'intelligence. Michael Green e William Tobey denunciano sul Wall Street Journal come le analisi e le previsioni sul programma nucleare nordcoreano siano state deliberatamente derise e ignorate dalla politica e dai media progressisti nell'illusione che accantonare certe scomode verità avrebbe favorito un accordo con Pyongyang. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
«Durante gli ultimi dieci anni, gli analisti dell'intelligence hanno puntualmente previsto il percorso della Corea del Nord verso le armi nucleari ed evidenziato le prove crescenti della sua proliferazione missilistica e nucleare. Il fallimento è dei politici e dei pundits che hanno denigrato le analisi, le hanno ignorate, o che si sono aggrappati all'illusione che la Corea del Nord avrebbe accettato un accordo di denuclearizzazione».
Ormai dovrebbe essere chiaro che Pyongyang non si fermerà finché non avrà ottenuto il riconoscimento come potenza nucleare e a questo scopo intende continuare ad alzare il suo livello di minaccia. Accetterà di discutere davvero un accordo, forse solo quando potrà farlo alla pari con gli Stati Uniti, da potenza nucleare a potenza nucleare (sempre che nel frattempo non sorgano altri appetiti).

Tuesday, November 23, 2010

I frutti avvelenati dell'appeasement

Myanmar, Corea del Nord, Iran. Tre regimi sanguinari e disumani per i popoli che opprimono, pericolosi per gli altri; tre insuccessi dell'Occidente e in particolare della strategia obamiana della "mano tesa" (o, piuttosto, del "porgere l'altra guancia"), ma anche di una certa realpolitik convinta che si possa escludere dall'analisi il fattore natura del regime.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.

Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.

Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.

L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.

MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.

Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.

IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.

E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.

Friday, September 24, 2010

Quale dialogo?

Pare che le sanzioni ultimamente imposte dall'Onu all'Iran, e quelle unilaterali americane ed europee, funzionino meglio del previsto. Pare. Non ho elementi per contraddire questa tesi, ma prendiamola per buona. D'altra parte, il divieto firmato dal presidente russo Medvedev di vendere armamenti a Teheran e soprattutto lo stop alla vendita del sistema di missili S-300 è un risultato innegabile e per nulla scontato. Pare, che gli iraniani stiano addivenendo a più miti consigli ed acconciandosi a riaprire al dialogo. Anche qui: pare. In effetti, le ultime uscite - al netto delle solite sparate - sembrano più aperturiste.

Ma il problema è: quale tipo di dialogo, quello fine a se stesso, nel quale gli iraniani e in genere i mediorientali sono maestri assoluti, o il mezzo per arrivare ad un risultato diplomatico concreto? Troppo spesso si dà per scontato il secondo, per poi scoprire che si trattava del dialogo del primo tipo (e intanto sono trascorsi altri mesi). Il problema della politica della «mano tesa», ora pare sia diventata una «porta aperta» (arriveremo anche al «cappello in mano»?) è di fondo. Senza un termine preciso e invalicabile, una sorta di ultimatum, è una politica che si presta a mille strumentalizzazioni. Una porta non può rimanere aperta indefinitivamente senza che qualche ladro o male intenzionato non si decida prima o poi a varcarla. Allora, forse, meglio chiuderla. E se qualche pecorella smarrita busserà, le sarà aperto.

Non mi stupirei se Teheran aprisse al dialogo. Ma con l'intenzione di dimostrare finalmente gli intenti pacifici del suo programma nucleare, oppure con l'obiettivo tattico di allentare le maglie delle sanzioni e dell'isolamento internazionale, e quello personale di Ahmadinejad di placare i suoi critici all'interno? Si dirà che l'amministrazione Obama è consapevole e ha calcolato questo rischio; si dirà che bisogna andare a vedere comunque le carte di Teheran. E sì, bisogna. Ma se non si mette un punto, questo giochetto potrebbe durare anni, senza cavare dal buco nulla di concreto. Dopo di ché, un bel giorno, la «mano tesa» te la tagliano.

Monday, July 12, 2010

Se anche Mosca lancia l'allarme bomba

«L'Iran si sta avvicinando a possedere il potenziale che in teoria può essere utilizzato per fabbricare un'arma nucleare». Dunque, la Russia deve «abbandonare ogni approccio tranquillizzante» alla questione del nucleare iraniano. E' quanto da Mosca l'agenzia governativa Interfax fa filtrare sulle parole pronunciate dal presidente Medvedev durante un incontro con ambasciatori e diplomatici russi. Da verificarne la portata, ma si tratta comunque della posizione più preoccupata mai espressa dal Cremlino sul nucleare iraniano, che potrebbe preludere anche da parte russa ad iniziative che vanno oltre il pacchetto di sanzioni approvate di recente all'Onu nei confronti di Teheran.

Medvedev avrebbe inoltre espresso rincrescimento per il fatto che un tale potenziale non costituisca di per sé una violazione del Trattato di non proliferazione nucleare («è uno dei problemi») e che «la parte iraniana non si sia comportata nel migliore dei modi». Interfax fa trapelare anche una linea piuttosto filo-occidentale nelle parole del presidente: «Abbiamo bisogno di alleanze speciali volte alla modernizzazione... prima di tutto con Germania, Francia, Italia, con l'Ue in generale, e con gli Stati Uniti».

Wednesday, June 09, 2010

Partorite le sanzioncine

Ci sono voluti sei mesi di estenuanti trattative, ma nonostante annacquamenti e ammorbidimenti (e chissà quali altre rinunce e concessioni sotto banco), l'amministrazione Obama ha mancato l'unanimità del Consiglio di Sicurezza, che si prefiggeva come obiettivo politico. E' riuscita a ottenere il sì di Russia e Cina, ma si è fatta "bruciare" da Ahmadinejad, che con il recente accordo ha astutamente portato dalla sua parte Brasile e Turchia, che a loro volta hanno approfittato della crisi iraniana per lucrare una fetta di visibilità sulla scena internazionale. E infatti oggi, come previsto, hanno votato contro il quarto round di sanzioni nei confronti di Teheran.

La montagna diplomatica messa in piedi dalla coppia Obama-H. Clinton ha partorito delle sanzioncine: ulteriore stretta sull'acquisto di armi pesanti, come carri armati, elicotteri d'attacco e missili; divieto di far partecipare l'Iran a progetti che abbiano a che fare con tecnologia nucleare; altre 40 compagnie inserite nella blacklist dei soggetti sottoposti a misure restrittive come il congelamento dei beni e la limitazione della libertà di viaggio. Tra di esse, tre società controllate dalla maggiore compagnia di navigazione iraniana e ben 15 legate ai Pasdaran.

Della lista nera avrebbero dovuto far parte anche due banche, ma all'ultimo momento (considerando la fretta di chiudere, da parte di Washington, dopo lo schiaffo dell'accordo turco-brasiliano-iraniano) la Cina è riuscita a far escludere dalle sanzioni la "Export Development Bank of Iran". E un solo individuo è stato inserito nella blacklist: si tratta di Javad Rahiqi, capo del centro di tecnologia nucleare di Isfahan. Prevista anche l'ispezione in mare aperto di navi sospettate di portare componenti per i programmi missilistici e nucleare iraniani, ma non senza il loro consenso. Non c'è alcuna autorizzazione infatti all'abbordaggio con la forza. Un regime ispettivo simile, quindi, a quello in vigore nei confronti della Corea del Nord.

Insomma, siamo molto lontani dalle sanzioni «devastanti» minacciate dalla Clinton un anno fa. In pratica, si tratta di un ampliamento e di un irrigidimento di quelle esistenti, ma senza alcun salto di qualità. Niente sanzioni sul settore energetico e su quello finanziario, quelli più sensibili, come avrebbero voluto gli Usa. Risultato: le vere sanzioni - ammesso che ce ne siano di efficaci - dovranno deciderle e attuarsele comunque unilateralmente Stati Uniti ed Europa. Dunque, tanto valeva non perdere tempo all'Onu. Come ha anticipato ieri il segretario alla Difesa, Robert Gates, ora è probabile che i singoli stati approvino misure proprie per andare oltre quelle dell'Onu.

Tuesday, May 18, 2010

Che fiasco il tuo engagement, caro Obama!

16:33 - Con straordinario - e sospetto - tempismo, Hillary Clinton ha appena annunciato alla Commissione Affari esteri del Senato Usa che è pronta una «forte» bozza di risoluzione per imporre nuove sanzioni all'Iran, che c'è l'accordo di Russia e Cina e che nelle prossime ore sarà fatta circolare al Palazzo di vetro. Un annuncio piuttosto impegnativo. Vedremo presto quanto c'è davvero di definito o se si tratta di un'accelerazione imposta dall'accordo annunciato ieri da Iran, Brasile e Turchia, cioè se il successo diplomatico di Teheran ha in qualche modo costretto Washington a scoprire le proprie carte nel tentativo di imbastire una reazione, soprattutto per "impegnare" Mosca e Pechino, che solo poche ore fa si erano affrettate ad accogliere positivamente l'annuncio turco-brasiliano...

14:10 - Un successo pieno di Ahmadinejad e un umiliante fallimento per Obama. Questo, in termini politici, il significato dell'accordo sul nucleare iraniano siglato ieri da Teheran con Turchia e Brasile. Il presidente iraniano con un colpo solo rompe l'isolamento; praticamente scongiura l'approvazione di nuove sanzioni Onu; e scavalca la già vantaggiosa proposta dell'Aiea. Determinante il ruolo di Turchia e Brasile, i "non allineati" dei nostri giorni di cui l'Occidente - America in testa - mostra di non comprendere ancora peso e ruolo.

Washington è spiazzata, balbetta. Dopo tutti gli sforzi per indurre Russia e Cina a prendere in considerazione l'ipotesi di nuove sanzioni, ancora tutte da definire, e dopo tutti i rospi ingoiati da Teheran a dispetto della "mano tesa", si vede scavalcata da Turchia e Brasile, di cui non si può certo fidare nella gestione dell'uranio iraniano come di Francia e Russia, e messa all'angolo da Teheran. E in ogni caso, se si vorrà ancora far arrivare l'uranio iraniano in Francia o in Russia, a questo punto bisognerà concedere qualcosa in più agli iraniani. L'effetto dell'accordo di ieri sarà di rallentare ancor di più, se non arrestare del tutto, il già lento processo di definizione di nuove sanzioni. Insomma, la strategia iraniana di prendere tempo ottiene un grande risultato, forse decisivo nella sua corsa all'atomica.

Un «fiasco» per l'amministrazione Obama. Il Wall Street Journal definisce senza mezzi termini l'accordo annunciato ieri da Iran, Brasile e Turchia per il trasferimento e l'arricchimento all'estero dell'uranio iraniano. Il «colpaccio» di Teheran «rende istantaneamente irrilevanti 16 mesi di diplomazia obamiana» e «forse assesta il colpo di grazia agli incerti sforzi dell'Occidente per impedire all'Iran di dotarsi di una bomba atomica». «Pieno merito per questa debacle va all'amministrazione Obama e alla sua sventurata strategia diplomatica», secondo il quotidiano, che ricorda la proposta originaria del trasferimento dell'uranio iraniano per l'arricchimento all'estero, avanzata lo scorso ottobre dal gruppo 5+1 tramite l'Aiea, ma rifiutata da Teheran. Ma il presidente Obama «non considera delle risposte i "no" dei regimi canaglia e così ha mantenuto l'offerta sul tavolo».

E mentre alla fine gli Stati Uniti sembravano essersi decisi a percorrere la strada delle sanzioni, gli iraniani hanno deciso di accettare l'accordo alle proprie condizioni con lo «scudo diplomatico» di brasiliani e turchi. La «beffa» è che proprio Washington aveva «incoraggiato» la diplomazia del presidente brasiliano Lula come «passo per favorire un consenso unanime sulle nuove sanzioni Onu». Lula ha invece «usato l'apertura Usa per la propria soluzione diplomatica. Nella sua prima mano di poker diplomatico con un'alta posta in gioco - conclude il WSJ - il segretario di Stato Hillary Clinton sta lasciando il tavolo a mani vuote».

«Invece che mettere l'Iran in un angolo questa primavera, Ahmadinejad ci ha messo Obama». L'«imbarazzo» della Casa Bianca, sottolinea il WSJ, è evidente e ha cercato di mettere in luce le differenze tra l'accordo annunciato ieri e quello proposto lo scorso autunno. «Ma avendo giocato un ruolo così di primo piano» nei negoziati di allora, osserva il WSJ, gli Stati Uniti «non possono dissociarsi così facilmente da qualcosa che appare ampiamente in linea con quella cornice». In base all'accordo di ieri l'Iran «trasferirà in Turchia 1.200 chili di uranio a basso arricchimento entro un mese, e non più tardi di un anno dopo riceverà 120 chili arricchiti da qualche parte all'estero». Ma nel frattempo, in questi sette mesi, fa notare ancora il WSJ, l'Iran «ha portato le sue attività di arricchimento ad una marcia superiore». Si stima che il suo stock complessivo di uranio leggermente arricchito sia «salito a 2.300 chili dai 1.500 dello scorso autunno e il suo dichiarato obiettivo di arricchimento dal 3,5 al 20%».

«Se l'Occidente accetta questo accordo - avverte il WSJ - all'Iran sarebbe permesso di continuare ad arricchire uranio in violazione delle precedenti risoluzioni dell'Onu e il trasferimento di 1.200 chili lascerà l'Iran con una quantità di uranio a basso arricchimento ancora sufficiente per fabbricare una bomba, e una volta che l'uranio è arricchito al 20% sarà tecnicamente più facile raggiungere i livelli di arricchimento necessari per la bomba». La scorsa settimana, riporta il quotidiano Usa, diplomatici presso l'Aiea hanno riferito che l'Iran «ha accresciuto il numero di centrifughe che sta utilizzando per arricchire l'uranio». Secondo le stime delle intelligence occidentali, «continua ad acquistare componenti chiave per le bombe». Secondo la Cia, l'anno scorso Teheran avrebbe addirittura «triplicato le sue scorte di uranio» e si sarebbe avvicinata «all'auto-sufficienza nella produzione di missili nucleari».

L'accordo di ieri quasi certamente rende la via delle Nazioni Unite un «vicolo cieco». «Dopo 16 mesi di mano tesa e dopo aver ridotto al minimo l'appoggio all'opposizione democratica in Iran - conclude il Wall Street Journal - Obama ora ha di fronte un Iran più vicino alla bomba e meno isolato diplomaticamente rispetto a quando il presidente Bush lasciò l'incarico». Israele, aggiunge il giornale, «dovrà considerare seriamente le sue opzioni militari». Un esito di cui bisogna ringraziare il «doppio gioco diplomatico» del premier turco Erdogan e del presidente brasiliano Lula, ma soprattutto il presidente Usa, «la cui diplomazia è riuscita principalmente a persuadere gli stati canaglia del mondo che non ha la determinazione per fermare le loro ambizioni distruttive».

Critico anche il commento dell'editorialista Bret Stephens: nonostante il gioco che sta giocando Teheran non sia molto più complicato di una «partita a dama», «il guaio è che ci stanno battendo». L'accordo originario, ricorda, avrebbe impegnato l'Iran a trasferire all'estero 1.200 chili di uranio arricchito al 3,5% perché fosse arricchito al 20%, così da poter essere impiegato in un piccolo reattore di ricerca di Teheran. Con questo accordo l'Occidente avrebbe acquistato un anno di tempo prima che l'Iran potesse produrre i 1.900 chili di uranio a basso arricchimento da cui ottenere 20 chili ad elevato arricchimento per la produzione di una bomba. Un'offerta troppo vantaggiosa per essere rifiutata, visto che l'Iran avrebbe potuto nel frattempo continuare ad arricchire uranio in violazione delle risoluzioni Onu, ottenere una scorta significativa di uranio arricchito al 20%, con il quale produrre una bomba nell'arco di settimane piuttosto che di mesi, ed evitare ulteriori sanzioni.

Ma l'Iran ha respinto questa proposta, perché, secondo Stephens, «ha imparato che l'Occidente - e in particolare l'amministrazione Obama - non chiude mai la porta, per quanto stretto possa apparire lo spiraglio diplomatico, e non esige mai un prezzo a fronte di comportamenti sbagliati». «Quello che una volta era considerato un comportamento "deviante" da parte di Teheran - incitare alla cancellazione di Israele dalla carta geografica; arricchire uranio in violazione delle risoluzioni Onu; diventare una potenza nucleare - è visto in modo crescente come qualcosa di normale, o comprensibile, o inevitabile».

«In qualsiasi modo l'amministrazione Usa reagisca all'accordo di ieri - osserva l'editorialista del WSJ - l'Iran si è garantito che il Consiglio di Sicurezza, in cui attualmente siedono anche Turchia e Brasile, non approverà nuove sanzioni. Quelle sanzioni che non sarebbero state particolarmente efficaci, ma come minino avrebbero isolato l'Iran e generato un consenso globale» contro il suo programma nucleare. «Ora sembra che i sostenitori dell'"engagement" nell'amministrazione Obama falliranno laddove gli unilateralisti nell'amministrazione Bush riuscirono per tre volte». E sarà dura per gli Stati Uniti, riflette Stephens, spiegare come mai non ha più senso un accordo che non hanno mai ritirato dal tavolo. «La risposta, ovviamente, è che quell'accordo non ha mai avuto molto senso, ma ne ha ancor meno oggi che l'Iran ha arricchito diverse centinaia di chili di uranio in più e lo sta arricchendo ad una velocità di 78 chili al mese, molto maggiore di quanto fosse in grado l'anno scorso».

In una recente analisi per il Nonproliferation Policy Education Center, Gregory Jones osserva che «l'Iran potrebbe avere abbastanza uranio a basso arricchimento da processare in modo da renderlo utilizzabile per scopi militari verso la fine di luglio e quindi potrebbe produrre quell'uranio altamente arricchito di cui ha bisogno per metà novembre». «Con l'ipocrita trionfo della diplomazia di ieri, in realtà ogni speranza di un esito diplomatico è svanita. E sul suo più decisivo test di politica estera, l'amministrazione Obama ha perso il controllo del corso degli eventi. O l'Iran - conclude Stephens - diventerà una potenza nucleare, o sarà fermato da un'azione militare. O una guerra, dunque, o una fase di proliferazione nucleare in Medio Oriente. L'amministazione si illude di poter contenere tutto questo - le ambizioni iraniane, le insicurezze arabe, la preoccupazione di Israele per la propria esistenza - attraverso una diplomazia più astuta. Ma i precedenti non ispirano molta fiducia».