Come si fa a non rimpiangere Bush e Blair?
Delle ragioni che rendono per l'Italia obbligatorio partecipare attivamente all'intervento militare in Libia, e che anzi avrebbero suggerito sin dall'inizio un ruolo da protagonista del nostro governo in quel senso, ho già scritto in questo post. Ma quel che stupisce in queste ore, persino da parte statunitense, è la confusione su aspetti cruciali della missione, che potrebbe seriamente compromettere la sua riuscita.
Il rischio di insuccesso c'è innanzitutto perché è tardiva, a causa delle incertezze occidentali (e in primis americane) più che per il veto russo, di fatto superato due sabati fa con il via libera della Lega araba. All'inizio, durante l'avanzata dei ribelli, una no-fly zone e alcuni raid mirati avrebbero potuto assestare l'ultima spallata a Gheddafi. Oggi è tutto molto più problematico: salvare gli insorti e i civili dalla controffensiva del raìs non significa automaticamente farlo cadere, quindi si rischia uno stallo della situazione.
Registriamo nel frattempo la relativa facilità con cui sembra stabilita già in queste ore la no-fly zone sulla Libia. Le forze della coalizione hanno ampiamente «neutralizzato» le difese aeree libiche ed evitato «in extremis» un massacro a Bengasi», ha riferito il primo ministro britannico Cameron alla Camera dei Comuni; «abbiamo dedicato le prime 24 ore alle operazioni per stabilire la no-fly zone e stiamo passando adesso alla fase di pattugliamento del cielo libico», ha reso noto poco fa un portavoce del Pentagono. Solo 24 ore? Ma non era lo stesso Pentagono ad avvertire che predisporre una no-fly zone sarebbe stata un'operazione complessa e pericolosa che richiedeva studi e contro-studi, riflessioni su riflessioni?
Ma soprattutto, ciò che allarma - anche il Wall Street Journal, favorevole all'intervento - è la confusione che a tre giorni dal via alle operazioni ancora si registra riguardo la leadership politica, il comando operativo, le limitazioni e gli obiettivi finali della missione.
Obama ha spiegato che gli Usa «partecipano» a una coalizione «che non guidano». Sarebbe una situazione inedita e il WSJ ha rammentato ad Obama che la Costituzione Usa pone il presidente americano al comando delle forze armate, né Sarkozy né l'emiro del Qatar. Gli americani non la prenderebbero bene se venisse fuori che c'è qualcun altro al comando delle loro forze aero-navali che operano in Libia. Ma quindi chi guida la missione? Per ora nessuno, pare di capire. In queste prime fasi la coalizione ha agito in ordine sparso, con un coordinamento random. E' sbalorditivo come gli Stati Uniti non abbiano preventivamente ottenuto da Parigi l'impegno ad accettare un comando Nato una volta concesso loro di sparare il primo colpo. Pare che qualcosa si stia muovendo adesso. Il ministro degli Esteri francese ha aperto ad un «sostegno» Nato; Cameron ha espresso la volontà che «col tempo il comando e il controllo dell'operazione passi alla Nato»; la Norvegia ha sospeso la sua partecipazione finché non sarà chiarita la questione del comando; e finalmente, dopo essere entrati a pieno titolo nella coalizione, anche dall'Italia arriva un colpo d'ala per arginare il protagonismo francese: se la missione non passerà sotto comando Nato, avverte Frattini, l'Italia riconsidererà la sua posizione sull'uso delle basi. I francesi replicano e rischia di finire a pesci in faccia tra Roma e Parigi.
Speriamo che qualcuno a Washington sia in ascolto, ma pare che anche lì qualcosa nella catena di comando non funzioni. Veniamo infatti alla leadership politica e agli obiettivi finali della missione. Nella risoluzione dell'Onu che autorizza gli attacchi non c'è scritto che l'obiettivo è la caduta di Gheddafi. Eppure, tutti sanno che è proprio quello l'obiettivo ultimo e non potrebbe essere altrimenti. Venerdì scorso il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, non ha nascosto che oltre a fermare le violenze del Colonnello sui civili il secondo esito che si vuole provocare, sia pure indirettamente, è la fine del suo regime. Eppure, la Clinton è stata corretta venerdì stesso, poi sabato, poi ancora oggi, da Obama, il quale ha chiarito e fatto ribadire dai suoi portavoce che «l'azione non mira a mutamenti di regime» in Libia (non sia mai che qualcuno dovesse confonderlo con Bush...). Ora, o il presidente americano ci crede stupidi, o si è bevuto il cervello. Perché una missione del genere che non si ponesse come obiettivo ultimo la caduta di Gheddafi sarebbe da irresponsabili. Un autentico salto nel buio.
Intanto, anche al Cremlino si registra qualche scossone negli equilibri del potere. Medvedev smentisce Putin. L'ex presidente aveva bollato la risoluzione 1973 dell'Onu come un «appello alle crociate». «Inaccettabile» per Medvedev, che ha invece definito «non sbagliata» la risoluzione.
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Monday, March 21, 2011
Thursday, December 02, 2010
Berlusconi il "migliore amico"
Suonano un po' obbligate le parole del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, su Berlusconi («non abbiamo amico migliore»), giunte tempestivamente a tamponare le polemiche seguite ai leaks di Assange, ma corrispondono essenzialmente al vero. E appare un rafforzativo nient'affatto scontato o retorico, invece, l'enfasi sull'appoggio «sempre coerentemente» offerto da Berlusconi alle tre amministrazioni americane - Clinton, Bush, Obama - che si sono succedute da quando è in politica. D'altra parte, meriterebbero tutt'altra attenzione i lati oscuri che anche un'operazione come Wikileaks sta mostrando. Innanzitutto, la scelta piuttosto arbitraria (per usare un eufemismo) dei quotidiani cui passare i file in anteprima. Non si può poi ignorare che siamo di fronte nella migliore delle ipotesi a frammenti privi della minima contestualizzazione, nella peggiore di una deliberata selezione di una selezione, e quindi di un'opera in qualche modo manipolativa.
Detto questo, al di là degli elogi in qualche modo dovuti, nell'ufficialità, della Clinton e dell'ambasciatore Thorne, considerazioni come quelle di Edward Luttvak, lunedì scorso, e di un ex ambasciatore Usa a Roma (nominato da Clinton), Reginald Bartholomew, aiutano a ridimensionare il peso degli affari Eni-Gazprom e dell'"amicizia" Berlusconi-Putin sui rapporti tra Italia e Stati Uniti. Innanzitutto, Bartholomew conferma in che modo si formano certi giudizi dei funzionari d'ambasciata su Berlusconi: «Deve essere chiaro che i rapporti preparati dai funzionari dell'ambasciata vengono redatti raccogliendo quella che è l'opinione nei vari ambienti e milieu del Paese ospitante, in questo caso l'Italia. È il risultato di analisi che riflettono l'immagine del premier nel suo Paese».
Rispetto alle preoccupazioni Usa per i legami con la Russia, Bartholomew è restìo persino ad usare il termine «problema»: «Problema è una parola troppo forte, ma ripeto il rapporto rimane solido. Quello che conta è la politica essenziale». E l'ex ambasciatore sottoscrive un eloquente giudizio apparso lunedì su un editoriale del Corriere stesso: «Seppur sgradite in alcuni casi, le dichiarazioni di Berlusconi sono parse ai responsabili statunitensi pragmaticamente secondarie». La mia tesi è che le politiche e le prese di posizione filorusse (anche clamorose) di Berlusconi non compromettano l'essenza dei rapporti con gli Usa; che a Washington venga attribuito loro il giusto peso; e che anzi occorre ammettere - a malincuore dal mio punto di vista - che sono state anticipatrici del nuovo approccio inaugurato dall'amministrazione Obama con la Russia.
La politica estera «essenziale» dell'Italia, comunque la si voglia girare, non è mai stata così atlantica come con Berlusconi. Mai con Andreotti e Craxi, che flirtavano di nascosto con i terroristi arabi. Dopo il '94 persino un governo di centrosinistra come quello presieduto da D'Alema è stato più atlantico dei governi della Prima Repubblica, mentre altrettanto non si può dire dei governi Prodi. Berlusconi ha schierato saldamente l'Italia al fianco dell'America dopo l'11 settembre, nella guerra in Afghanistan, dove continuiamo ad essere tra gli alleati più disponibili ad accrescere il nostro sforzo; anche nella crisi più acuta dell'ultimo decennio, quella irachena, che ha diviso il fronte occidentale e l'Europa, Berlusconi è rimasto al fianco dell'America di Bush, quando sarebbe stato senz'altro più comodo e politicamente corretto fare un piacere all'"amico" Putin e accodarsi al fronte anti-guerra che Mosca ha costituito con Francia e Germania, come chiedeva per altro la sinistra. Nessuno sembra ricordare come fu accolto Berlusconi al Congresso Usa nel marzo 2006, ma la sinistra sembra preoccuparsi delle buone relazioni con gli Usa solo ora che alla Casa Bianca c'è Obama, mentre quando c'era Bush erano motivo di biasimo.
Su questo blog ho sempre contrastato sia le ridicole dietrologie che a volte sembrano prendere piede nel Pdl, e che a volte capita di leggere sui giornali vicini al centrodestra, su un ipotetico complotto americano contro Berlusconi (in molti si sono convinti persino che Fini sia l'uomo nuovo di Washington, mentre al massimo ha alcuni estimatori, per altro di recente caduti in disgrazia), sia le strumentalizzazioni della sinistra, che tra il 2006 e il 2008 non sembrava così preoccupata dei rapporti con Washington mentre gli affari Eni-Gazprom procedevano con il vento in poppa e con la benedizione del governo dell'Ulivo.
Il GAS - La verità è che la politica "filorussa" dell'Italia è motivata dal fabbisogno energetico, in particolare di gas, e in misura minore ma rilevante, dall'importanza dell'export. E' quindi una politica trasversale e trasparente, che con Berlusconi è più appariscente e a volte sgradevole per la sua capacità di stringere rapporti personali forti. Ma gli Usa non renderebbero l'Italia meno legata a Mosca facendo fuori Berlusconi. E' ovvio che a Washington vogliano tenersi aggiornati sugli sviluppi di questo rapporto, e che siano preoccupati per la dipendenza non solo dell'Italia, ma dell'Europa intera, dal gas russo. Lo siamo anche noi, ma il guaio è che ad oggi non sembrano esserci alternative: in South Stream entreranno anche i francesi; in Nord Stream ci sono già tedeschi e francesi e olandesi, mentre il progetto concorrente (ma non proprio alternativo, piuttosto complementare), il Nabucco, sponsorizzato da Usa e Ue, è di più complessa realizzazione per ostacoli di natura geopolitica. Nel frattempo, però, è ragionevole supporre che gli italiani d'inverno vogliano continuare a scaldarsi.
LA CRISI RUSSO-GEORGIANA - Una crisi in cui la dipendenza dal gas russo ha certamente condizionato negativamente l'atteggiamento dell'Europa è quella russo-georgiana dell'agosto 2008. Una sconfitta - di più, un'umiliazione per l'Europa e per gli Stati Uniti - dovuta a una convergenza di fattori che Mosca ha saputo sfruttare al meglio. A quella crisi si riferiscono i tre cabli, pubblicati dal Corriere della Sera, nei quali l'ambasciatore a Roma Spogli invia a Washington delle indicazioni sulla posizione del governo italiano sostanzialmente corrette: gli italiani «non ci aiuteranno» a ottenere dalla Nato una dichiarazione di condanna delle azioni di Mosca; insistono che bisogna affrontare la crisi tra Georgia e Russia con «senso di equilibrio» e «nella migliore delle ipotesi, l'Italia eviterà di pronunciare dichiarazioni forti o di fare pressioni sulla Russia. Nella peggiore, potrebbe lavorare per distruggere la determinazione degli altri alleati nelle sedi internazionali, incluse la Nato e l'Unione europea»; particolare perplessità viene espressa sulle dichiarazioni del ministro degli Esteri Frattini. Tutte valutazioni molto puntuali quelle di Spogli, ma di simili ne saranno giunte a Washington anche da Parigi e da Berlino e il problema fu che non c'era alcuna «determinazione» da distruggere negli altri alleati.
Purtroppo, come già scrissi allora, la posizione italiana rimase prigioniera dell'amicizia personale tra Berlusconi e Putin. Nel senso che invece di un'immediata condanna della premeditata aggressione russa, il premier ritenne di sfruttare i suoi rapporti personali con Putin per valorizzare il ruolo dell'Italia in chiave di mediazione (il che, "tecnicamente", non fu privo di senso). All'inizio provocò non poca irritazione a Washington, ma quando fu chiaro che quello era anche il ruolo che intendeva giocare l'Ue (era il semestre a guida francese), anche l'amministrazione Usa fu costretta a fare buon viso a cattivo gioco. Meno coinvolti personalmente, o per il loro ruolo istituzionale (Sarkozy era presidente pro tempore dell'Ue), gli altri leader europei usarono toni più duri nei confronti di Mosca, ma nella sostanza la linea era condivisa: cessazione immediata delle ostilità; pieno rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale della Georgia; ma mai, in nessun caso, alzate di testa nei confronti di Mosca. Anzi, tutti apparivano sollevati perché l'imprudenza e i calcoli sbagliati di Saakashvili (che probabilmente cadde nella trappola di Mosca credendo di costringere la Nato ad accelerare l'ingresso di Tbilisi nell'Alleanza) avrebbero escluso l'ingresso in breve tempo, come chiedevano gli Usa, di Georgia e Ucraina nella Nato, che avrebbe provocato non pochi problemi con la Russia.
Mettiamoci che l'imprudenza di Saakashvili non aiutò certo a prendere le difese della Georgia; mettiamoci che gli occhi del mondo erano puntati sul "nido" di Pechino per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi; mettiamoci, soprattutto, che Bush era obiettivamente indebolito agli occhi dei suoi alleati europei perché a fine mandato e inoltre, rispetto all'Iraq, non poteva neanche più contare sull'appoggio di Blair in Gran Bretagna, né di Aznar in Spagna. Perché - fu senz'altro il ragionamento - inimicarsi il duo Medvedev-Putin quando Bush stava per lasciare e probabilmente il suo successore avrebbe tenuto un atteggiamento più morbido con Mosca? E infatti fu proprio così che andarono le cose. Obama avrebbe premuto il bottone del reset con la Russia: avrebbe di lì a poco rimesso in marcia l'accordo Start, ritirato lo scudo antimissile, fino al Consiglio Nato-Russia di Lisbona, dove la crisi georgiana dev'essere apparsa lontana anni luce. Cinicamente parlando, Berlusconi intuì che nonostante la crisi contingente, la corrente del fiume spingeva nel senso dell'avvicinamento tra Washington e Mosca.
E infatti, resosi conto del contesto sfavorevole, anche la reazione di Bush all'atto di forza russo fu timida, rimase nell'ambito di una condanna a parole (e un'insignificante esercitazione militare). Non solo Ue e Usa non riuscirono a ottenere dai russi il pieno rispetto del piano Sarkozy, ma addirittura Mosca poté riconoscere impunemente l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia, senza alcun congelamento - nemmeno temporaneo - dei rapporti con la Nato e con l'Ue, e il congelamento, invece, dell'ingresso di Ucraina e Georgia nell'Alleanza. In generale, la Russia approfittò della debolezza americana dovuta alla scadenza del secondo mandato di Bush, che rese l'Europa più incline a non scontentare la Russia che a seguire gli Usa sulla strada di una reazione più dura. A prescindere dal giudizio di merito sulla posizione del governo italiano, dell'Europa, e persino degli Usa nella crisi (per quanto mi riguarda fortemente negativo), è anche vero che, per tutti questi motivi e per il contesto, l'operato di Berlusconi di allora non può certo rappresentare un motivo di crisi o di sfiducia nei rapporti con Washington.
Detto questo, al di là degli elogi in qualche modo dovuti, nell'ufficialità, della Clinton e dell'ambasciatore Thorne, considerazioni come quelle di Edward Luttvak, lunedì scorso, e di un ex ambasciatore Usa a Roma (nominato da Clinton), Reginald Bartholomew, aiutano a ridimensionare il peso degli affari Eni-Gazprom e dell'"amicizia" Berlusconi-Putin sui rapporti tra Italia e Stati Uniti. Innanzitutto, Bartholomew conferma in che modo si formano certi giudizi dei funzionari d'ambasciata su Berlusconi: «Deve essere chiaro che i rapporti preparati dai funzionari dell'ambasciata vengono redatti raccogliendo quella che è l'opinione nei vari ambienti e milieu del Paese ospitante, in questo caso l'Italia. È il risultato di analisi che riflettono l'immagine del premier nel suo Paese».
Rispetto alle preoccupazioni Usa per i legami con la Russia, Bartholomew è restìo persino ad usare il termine «problema»: «Problema è una parola troppo forte, ma ripeto il rapporto rimane solido. Quello che conta è la politica essenziale». E l'ex ambasciatore sottoscrive un eloquente giudizio apparso lunedì su un editoriale del Corriere stesso: «Seppur sgradite in alcuni casi, le dichiarazioni di Berlusconi sono parse ai responsabili statunitensi pragmaticamente secondarie». La mia tesi è che le politiche e le prese di posizione filorusse (anche clamorose) di Berlusconi non compromettano l'essenza dei rapporti con gli Usa; che a Washington venga attribuito loro il giusto peso; e che anzi occorre ammettere - a malincuore dal mio punto di vista - che sono state anticipatrici del nuovo approccio inaugurato dall'amministrazione Obama con la Russia.
La politica estera «essenziale» dell'Italia, comunque la si voglia girare, non è mai stata così atlantica come con Berlusconi. Mai con Andreotti e Craxi, che flirtavano di nascosto con i terroristi arabi. Dopo il '94 persino un governo di centrosinistra come quello presieduto da D'Alema è stato più atlantico dei governi della Prima Repubblica, mentre altrettanto non si può dire dei governi Prodi. Berlusconi ha schierato saldamente l'Italia al fianco dell'America dopo l'11 settembre, nella guerra in Afghanistan, dove continuiamo ad essere tra gli alleati più disponibili ad accrescere il nostro sforzo; anche nella crisi più acuta dell'ultimo decennio, quella irachena, che ha diviso il fronte occidentale e l'Europa, Berlusconi è rimasto al fianco dell'America di Bush, quando sarebbe stato senz'altro più comodo e politicamente corretto fare un piacere all'"amico" Putin e accodarsi al fronte anti-guerra che Mosca ha costituito con Francia e Germania, come chiedeva per altro la sinistra. Nessuno sembra ricordare come fu accolto Berlusconi al Congresso Usa nel marzo 2006, ma la sinistra sembra preoccuparsi delle buone relazioni con gli Usa solo ora che alla Casa Bianca c'è Obama, mentre quando c'era Bush erano motivo di biasimo.
Su questo blog ho sempre contrastato sia le ridicole dietrologie che a volte sembrano prendere piede nel Pdl, e che a volte capita di leggere sui giornali vicini al centrodestra, su un ipotetico complotto americano contro Berlusconi (in molti si sono convinti persino che Fini sia l'uomo nuovo di Washington, mentre al massimo ha alcuni estimatori, per altro di recente caduti in disgrazia), sia le strumentalizzazioni della sinistra, che tra il 2006 e il 2008 non sembrava così preoccupata dei rapporti con Washington mentre gli affari Eni-Gazprom procedevano con il vento in poppa e con la benedizione del governo dell'Ulivo.
Il GAS - La verità è che la politica "filorussa" dell'Italia è motivata dal fabbisogno energetico, in particolare di gas, e in misura minore ma rilevante, dall'importanza dell'export. E' quindi una politica trasversale e trasparente, che con Berlusconi è più appariscente e a volte sgradevole per la sua capacità di stringere rapporti personali forti. Ma gli Usa non renderebbero l'Italia meno legata a Mosca facendo fuori Berlusconi. E' ovvio che a Washington vogliano tenersi aggiornati sugli sviluppi di questo rapporto, e che siano preoccupati per la dipendenza non solo dell'Italia, ma dell'Europa intera, dal gas russo. Lo siamo anche noi, ma il guaio è che ad oggi non sembrano esserci alternative: in South Stream entreranno anche i francesi; in Nord Stream ci sono già tedeschi e francesi e olandesi, mentre il progetto concorrente (ma non proprio alternativo, piuttosto complementare), il Nabucco, sponsorizzato da Usa e Ue, è di più complessa realizzazione per ostacoli di natura geopolitica. Nel frattempo, però, è ragionevole supporre che gli italiani d'inverno vogliano continuare a scaldarsi.
LA CRISI RUSSO-GEORGIANA - Una crisi in cui la dipendenza dal gas russo ha certamente condizionato negativamente l'atteggiamento dell'Europa è quella russo-georgiana dell'agosto 2008. Una sconfitta - di più, un'umiliazione per l'Europa e per gli Stati Uniti - dovuta a una convergenza di fattori che Mosca ha saputo sfruttare al meglio. A quella crisi si riferiscono i tre cabli, pubblicati dal Corriere della Sera, nei quali l'ambasciatore a Roma Spogli invia a Washington delle indicazioni sulla posizione del governo italiano sostanzialmente corrette: gli italiani «non ci aiuteranno» a ottenere dalla Nato una dichiarazione di condanna delle azioni di Mosca; insistono che bisogna affrontare la crisi tra Georgia e Russia con «senso di equilibrio» e «nella migliore delle ipotesi, l'Italia eviterà di pronunciare dichiarazioni forti o di fare pressioni sulla Russia. Nella peggiore, potrebbe lavorare per distruggere la determinazione degli altri alleati nelle sedi internazionali, incluse la Nato e l'Unione europea»; particolare perplessità viene espressa sulle dichiarazioni del ministro degli Esteri Frattini. Tutte valutazioni molto puntuali quelle di Spogli, ma di simili ne saranno giunte a Washington anche da Parigi e da Berlino e il problema fu che non c'era alcuna «determinazione» da distruggere negli altri alleati.
Purtroppo, come già scrissi allora, la posizione italiana rimase prigioniera dell'amicizia personale tra Berlusconi e Putin. Nel senso che invece di un'immediata condanna della premeditata aggressione russa, il premier ritenne di sfruttare i suoi rapporti personali con Putin per valorizzare il ruolo dell'Italia in chiave di mediazione (il che, "tecnicamente", non fu privo di senso). All'inizio provocò non poca irritazione a Washington, ma quando fu chiaro che quello era anche il ruolo che intendeva giocare l'Ue (era il semestre a guida francese), anche l'amministrazione Usa fu costretta a fare buon viso a cattivo gioco. Meno coinvolti personalmente, o per il loro ruolo istituzionale (Sarkozy era presidente pro tempore dell'Ue), gli altri leader europei usarono toni più duri nei confronti di Mosca, ma nella sostanza la linea era condivisa: cessazione immediata delle ostilità; pieno rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale della Georgia; ma mai, in nessun caso, alzate di testa nei confronti di Mosca. Anzi, tutti apparivano sollevati perché l'imprudenza e i calcoli sbagliati di Saakashvili (che probabilmente cadde nella trappola di Mosca credendo di costringere la Nato ad accelerare l'ingresso di Tbilisi nell'Alleanza) avrebbero escluso l'ingresso in breve tempo, come chiedevano gli Usa, di Georgia e Ucraina nella Nato, che avrebbe provocato non pochi problemi con la Russia.
Mettiamoci che l'imprudenza di Saakashvili non aiutò certo a prendere le difese della Georgia; mettiamoci che gli occhi del mondo erano puntati sul "nido" di Pechino per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi; mettiamoci, soprattutto, che Bush era obiettivamente indebolito agli occhi dei suoi alleati europei perché a fine mandato e inoltre, rispetto all'Iraq, non poteva neanche più contare sull'appoggio di Blair in Gran Bretagna, né di Aznar in Spagna. Perché - fu senz'altro il ragionamento - inimicarsi il duo Medvedev-Putin quando Bush stava per lasciare e probabilmente il suo successore avrebbe tenuto un atteggiamento più morbido con Mosca? E infatti fu proprio così che andarono le cose. Obama avrebbe premuto il bottone del reset con la Russia: avrebbe di lì a poco rimesso in marcia l'accordo Start, ritirato lo scudo antimissile, fino al Consiglio Nato-Russia di Lisbona, dove la crisi georgiana dev'essere apparsa lontana anni luce. Cinicamente parlando, Berlusconi intuì che nonostante la crisi contingente, la corrente del fiume spingeva nel senso dell'avvicinamento tra Washington e Mosca.
E infatti, resosi conto del contesto sfavorevole, anche la reazione di Bush all'atto di forza russo fu timida, rimase nell'ambito di una condanna a parole (e un'insignificante esercitazione militare). Non solo Ue e Usa non riuscirono a ottenere dai russi il pieno rispetto del piano Sarkozy, ma addirittura Mosca poté riconoscere impunemente l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia, senza alcun congelamento - nemmeno temporaneo - dei rapporti con la Nato e con l'Ue, e il congelamento, invece, dell'ingresso di Ucraina e Georgia nell'Alleanza. In generale, la Russia approfittò della debolezza americana dovuta alla scadenza del secondo mandato di Bush, che rese l'Europa più incline a non scontentare la Russia che a seguire gli Usa sulla strada di una reazione più dura. A prescindere dal giudizio di merito sulla posizione del governo italiano, dell'Europa, e persino degli Usa nella crisi (per quanto mi riguarda fortemente negativo), è anche vero che, per tutti questi motivi e per il contesto, l'operato di Berlusconi di allora non può certo rappresentare un motivo di crisi o di sfiducia nei rapporti con Washington.
Friday, September 24, 2010
Quale dialogo?
Pare che le sanzioni ultimamente imposte dall'Onu all'Iran, e quelle unilaterali americane ed europee, funzionino meglio del previsto. Pare. Non ho elementi per contraddire questa tesi, ma prendiamola per buona. D'altra parte, il divieto firmato dal presidente russo Medvedev di vendere armamenti a Teheran e soprattutto lo stop alla vendita del sistema di missili S-300 è un risultato innegabile e per nulla scontato. Pare, che gli iraniani stiano addivenendo a più miti consigli ed acconciandosi a riaprire al dialogo. Anche qui: pare. In effetti, le ultime uscite - al netto delle solite sparate - sembrano più aperturiste.
Ma il problema è: quale tipo di dialogo, quello fine a se stesso, nel quale gli iraniani e in genere i mediorientali sono maestri assoluti, o il mezzo per arrivare ad un risultato diplomatico concreto? Troppo spesso si dà per scontato il secondo, per poi scoprire che si trattava del dialogo del primo tipo (e intanto sono trascorsi altri mesi). Il problema della politica della «mano tesa», ora pare sia diventata una «porta aperta» (arriveremo anche al «cappello in mano»?) è di fondo. Senza un termine preciso e invalicabile, una sorta di ultimatum, è una politica che si presta a mille strumentalizzazioni. Una porta non può rimanere aperta indefinitivamente senza che qualche ladro o male intenzionato non si decida prima o poi a varcarla. Allora, forse, meglio chiuderla. E se qualche pecorella smarrita busserà, le sarà aperto.
Non mi stupirei se Teheran aprisse al dialogo. Ma con l'intenzione di dimostrare finalmente gli intenti pacifici del suo programma nucleare, oppure con l'obiettivo tattico di allentare le maglie delle sanzioni e dell'isolamento internazionale, e quello personale di Ahmadinejad di placare i suoi critici all'interno? Si dirà che l'amministrazione Obama è consapevole e ha calcolato questo rischio; si dirà che bisogna andare a vedere comunque le carte di Teheran. E sì, bisogna. Ma se non si mette un punto, questo giochetto potrebbe durare anni, senza cavare dal buco nulla di concreto. Dopo di ché, un bel giorno, la «mano tesa» te la tagliano.
Ma il problema è: quale tipo di dialogo, quello fine a se stesso, nel quale gli iraniani e in genere i mediorientali sono maestri assoluti, o il mezzo per arrivare ad un risultato diplomatico concreto? Troppo spesso si dà per scontato il secondo, per poi scoprire che si trattava del dialogo del primo tipo (e intanto sono trascorsi altri mesi). Il problema della politica della «mano tesa», ora pare sia diventata una «porta aperta» (arriveremo anche al «cappello in mano»?) è di fondo. Senza un termine preciso e invalicabile, una sorta di ultimatum, è una politica che si presta a mille strumentalizzazioni. Una porta non può rimanere aperta indefinitivamente senza che qualche ladro o male intenzionato non si decida prima o poi a varcarla. Allora, forse, meglio chiuderla. E se qualche pecorella smarrita busserà, le sarà aperto.
Non mi stupirei se Teheran aprisse al dialogo. Ma con l'intenzione di dimostrare finalmente gli intenti pacifici del suo programma nucleare, oppure con l'obiettivo tattico di allentare le maglie delle sanzioni e dell'isolamento internazionale, e quello personale di Ahmadinejad di placare i suoi critici all'interno? Si dirà che l'amministrazione Obama è consapevole e ha calcolato questo rischio; si dirà che bisogna andare a vedere comunque le carte di Teheran. E sì, bisogna. Ma se non si mette un punto, questo giochetto potrebbe durare anni, senza cavare dal buco nulla di concreto. Dopo di ché, un bel giorno, la «mano tesa» te la tagliano.
Monday, July 12, 2010
Se anche Mosca lancia l'allarme bomba
«L'Iran si sta avvicinando a possedere il potenziale che in teoria può essere utilizzato per fabbricare un'arma nucleare». Dunque, la Russia deve «abbandonare ogni approccio tranquillizzante» alla questione del nucleare iraniano. E' quanto da Mosca l'agenzia governativa Interfax fa filtrare sulle parole pronunciate dal presidente Medvedev durante un incontro con ambasciatori e diplomatici russi. Da verificarne la portata, ma si tratta comunque della posizione più preoccupata mai espressa dal Cremlino sul nucleare iraniano, che potrebbe preludere anche da parte russa ad iniziative che vanno oltre il pacchetto di sanzioni approvate di recente all'Onu nei confronti di Teheran.
Medvedev avrebbe inoltre espresso rincrescimento per il fatto che un tale potenziale non costituisca di per sé una violazione del Trattato di non proliferazione nucleare («è uno dei problemi») e che «la parte iraniana non si sia comportata nel migliore dei modi». Interfax fa trapelare anche una linea piuttosto filo-occidentale nelle parole del presidente: «Abbiamo bisogno di alleanze speciali volte alla modernizzazione... prima di tutto con Germania, Francia, Italia, con l'Ue in generale, e con gli Stati Uniti».
Medvedev avrebbe inoltre espresso rincrescimento per il fatto che un tale potenziale non costituisca di per sé una violazione del Trattato di non proliferazione nucleare («è uno dei problemi») e che «la parte iraniana non si sia comportata nel migliore dei modi». Interfax fa trapelare anche una linea piuttosto filo-occidentale nelle parole del presidente: «Abbiamo bisogno di alleanze speciali volte alla modernizzazione... prima di tutto con Germania, Francia, Italia, con l'Ue in generale, e con gli Stati Uniti».
Tuesday, November 10, 2009
Obama come un disco rotto con l'Iran
Come un disco rotto la Casa Bianca continua a chiedere a Teheran una risposta in tempi brevi (nel frattempo sono passate quasi due settimane) alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. L'aspetto surreale, e un po' patetico, della vicenda è che una risposta, anche se negativa, gli iraniani l'hanno già data, a tutti i livelli, ma da quest'altra parte fanno finta di non aver sentito/capito. Può non piacere, ma la risposta è un "no". Più precisamente, l'Iran offre controproposte che nella sostanza rifiutano di concedere ciò che l'Occidente sperava di ottenere con la proposta dell'arricchimento all'estero: privare Teheran della quantità di uranio a basso arricchimento necessaria per, se ulteriormente arricchito, fabbricare una bomba atomica. Si trattava di prendersi un anno di tempo per cercare, poi, un accordo complessivo. Questo retroscena del New York Times descrive piuttosto lo stato di negazione che impedisce all'amministrazione Obama di prendere la risposta iraniana per quella che è.
Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.
Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.
Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.
Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.
Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.
Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.
Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.
Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.
Thursday, September 17, 2009
Scambio Usa-Russia? La rinuncia allo scudo per il sì di Mosca alle sanzioni contro l'Iran?
Su il VelinoUna «buona notizia» questa mattina per Mosca. Il presidente americano Barack Obama ha deciso di ritirare il progetto di scudo antimissile le cui basi avrebbero dovuto essere installate in Polonia e Repubblica Ceca. Questa mattina a Varsavia una delegazione americana è arrivata al Ministero degli Esteri per informare ufficialmente il governo polacco della decisione, mentre il presidente Obama ha chiamato al telefono il premier ceco, Jan Fischer, per annunciargli il rinvio «a tempo indeterminato» del programma.
Ideato e sviluppato dalla precedente amministrazione Bush jr per difendere l'Occidente dai missili a lunga gittata iraniani, lo "scudo" è stato sempre avversato dalla Russia, che vi vedeva una provocazione inaccettabile ai suoi confini e all'interno di quella che una volta era la sua sfera d'influenza, ma che a Mosca è ancora percepita come tale. Nel 2008 Washington si era accordata con Varsavia per il dispiegamento su territorio polacco, entro il 2013, di dieci intercettori di missili balistici a lunga gittata, e con Praga per l'installazione di un potente radar in Repubblica ceca.
(...)
Non è da escludere però che l'accantonamento dello scudo da parte americana faccia parte di uno scambio più ampio: gli Usa abbandonano il programma dello scudo antimissile in Europa dell'Est; i russi aiutano gli Usa a fermare gli sforzi dell'Iran per dotarsi di testate nucleari e missili balistici. Solo due giorni fa il presidente russo Medvedev aveva per la prima volta aperto alla possibilità di nuove sanzioni nei confronti di Teheran, spiegando che «le sanzioni sono poco efficaci ma a volte inevitabili» e assicurando che la Russia «opererà responsabilmente» sul dossier nucleare iraniano. D'altra parte, l'ipotesi di uno scambio simile (rinuncia allo scudo per un "sì" di Mosca alle sanzioni contro Teheran), era già stata al centro di rivelazioni giornalistiche alcuni mesi fa. L'aprile scorso, infatti, il New York Times riportava di una lettera di Obama consegnata a mano direttamente al presidente russo Medvedev, nella quale il nuovo presidente americano avrebbe evocato l'idea dello scambio.
Lo scoop del quotidiano Usa fu prontamente smentito da fonti di entrambi i governi: la lettera esisteva, ma non vi sarebbe stata alcuna proposta di "scambio", solo indicazioni su come fare progressi nel dialogo tra le due superpotenze, e tra le altre anche sulle questioni dello scudo antimissile e del programma nucleare iraniano. Ma che nella lettera i due argomenti fossero collegati, oppure trattati separatamente, non sarebbe comunque la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa Usa (New York Times o Washington Post) come canali non ufficiali di comunicazione con Mosca. E' possibile quindi che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. E quanto meno la decisione di Obama annunciata oggi avvalora l'ipotesi di uno scambio.
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Monday, August 24, 2009
Russia, pronta a settembre la nuova dottrina militare
Da il Velino
E' quasi pronta la nuova dottrina militare russa per fronteggiare le minacce del ventunesimo secolo. Secondo il giornale governativo Izvestia, la versione aggiornata dovrebbe essere rilasciata entro la fine del mese di settembre e consisterà di due parti: una pubblica, che affronta i vari «aspetti politico-militari»; l'altra riservata, che chiarirà gli «aspetti legali» dell'impiego dell'esercito e della marina nonché delle armi nucleari come legittimo strumento di deterrenza. Secondo il generale Anatoly Nogovytsin, segretario del Capo degli Stati Maggiori riuniti e presidente del gruppo di lavoro incaricato della revisione, «la nuova dottrina, sviluppata sotto la guida del Consiglio di sicurezza, differirà da quella esistente».
«Stiamo studiando molto attentamente i documenti governativi degli altri paesi, così come la posizione degli Stati Uniti e della Nato nelle questioni militari», riferisce Nogovytsin. Anche le «dottrine» di questi paesi e della Nato, sottolinea il generale russo, hanno una sezione «riservata». Il fatto che molto probabilmente ce ne sarà una anche nella nuova dottrina russa, assicura, «non significa che la Russia voglia far salire la tensione o considerare Washington e la Nato come minacce principali».
A giudicare dai più recenti motivi di attrito con gli Usa e dalle dichiarazioni di esponenti militari e politici russi del più alto livello, a preoccupare Mosca, e quindi ad aver reso necessaria ai suoi occhi una revisione della propria dottrina militare, sono il sistema di difesa anti-missile che Washington vorrebbe posizionare in Europa orientale (Polonia e Repubblica ceca) e i possibili conflitti locali ai suoi confini, come quello della scorsa estate contro la Georgia. Ma la nuova dottrina, commissionata al gruppo di lavoro dal vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale, il generale Yury Baluyevsky, con l'ampio appoggio dell'establishment militare, si inserisce nella partita tutta interna per la riforma delle forze armate.
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E' quasi pronta la nuova dottrina militare russa per fronteggiare le minacce del ventunesimo secolo. Secondo il giornale governativo Izvestia, la versione aggiornata dovrebbe essere rilasciata entro la fine del mese di settembre e consisterà di due parti: una pubblica, che affronta i vari «aspetti politico-militari»; l'altra riservata, che chiarirà gli «aspetti legali» dell'impiego dell'esercito e della marina nonché delle armi nucleari come legittimo strumento di deterrenza. Secondo il generale Anatoly Nogovytsin, segretario del Capo degli Stati Maggiori riuniti e presidente del gruppo di lavoro incaricato della revisione, «la nuova dottrina, sviluppata sotto la guida del Consiglio di sicurezza, differirà da quella esistente».
«Stiamo studiando molto attentamente i documenti governativi degli altri paesi, così come la posizione degli Stati Uniti e della Nato nelle questioni militari», riferisce Nogovytsin. Anche le «dottrine» di questi paesi e della Nato, sottolinea il generale russo, hanno una sezione «riservata». Il fatto che molto probabilmente ce ne sarà una anche nella nuova dottrina russa, assicura, «non significa che la Russia voglia far salire la tensione o considerare Washington e la Nato come minacce principali».
A giudicare dai più recenti motivi di attrito con gli Usa e dalle dichiarazioni di esponenti militari e politici russi del più alto livello, a preoccupare Mosca, e quindi ad aver reso necessaria ai suoi occhi una revisione della propria dottrina militare, sono il sistema di difesa anti-missile che Washington vorrebbe posizionare in Europa orientale (Polonia e Repubblica ceca) e i possibili conflitti locali ai suoi confini, come quello della scorsa estate contro la Georgia. Ma la nuova dottrina, commissionata al gruppo di lavoro dal vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale, il generale Yury Baluyevsky, con l'ampio appoggio dell'establishment militare, si inserisce nella partita tutta interna per la riforma delle forze armate.
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Friday, July 17, 2009
Medvedev saprà emanciparsi da Putin?
E' uno stillicidio di giornalisti e attivisti per i diritti umani in Russia, neanche fossimo in Birmania o in Iran, ma la comunità internazionale sembra ormai assuefatta. L'ultima vittima in ordine di tempo è Natalya Estemirova. Avrete già letto di lei e della sua attività di denuncia sui giornali e non sto a ripetervi le considerazioni fatte decine di volte sulla Russia di Putin. Se una novità è possibile registrare questa volta, è senz'altro nella reazione del presidente russo Medvedev. I responsabili dell'omicidio, ha assicurato, «saranno trovati e puniti». Fin qui niente di particolarmente originale, anche se Putin aveva commentato l'uccisione della Politkovskaya con un laconico «nessuno la conosceva».
Ha ragione Novazio, oggi su La Stampa, quando scrive che «a rendere significativo l'intervento del capo del Cremlino sono altre, più incisive, parole: la giornalista, che aveva svelato sequestri, torture e omicidi delle forze filorusse in Cecenia "diceva la verità", sostiene il presidente: "Il suo assassinio è legato alla sua attività professionale, utile per uno Stato normale"».
Parole che fanno ben sperare sul futuro della Russia, ma saranno i fatti, non le parole, a fare di Medvedev un democratico, e probabilmente le sue parole di ieri sono state dettate in parte dalla circostanza (l'incontro con la cancelliera Merkel) e dalla strumentalità, ma intanto le annotiamo, perché se è vero che Medvedev deve a Putin la presidenza, è anche vero che per restarci ha bisogno di rafforzare il suo personaggio, di crearsi una propria identità politica indipendente e riconoscibile, anche smarcandosi dall'immagine di Putin. E uno dei modi è senz'altro acquisire una maggiore rispettabilità agli occhi dell'Occidente.
Anche se spinto dall'ambizione personale più che da nobili ideali, c'è da augurarsi che voglia emanciparsi politicamente da Putin e che la sua reazione di ieri sia un sintomo di questo processo. Ne potrà scaturire solo del bene. Uno dei temi dei prossimi mesi e anni per capire dove andrà la Russia è proprio questo: Medvedev saprà emanciparsi da Putin?
Ha ragione Novazio, oggi su La Stampa, quando scrive che «a rendere significativo l'intervento del capo del Cremlino sono altre, più incisive, parole: la giornalista, che aveva svelato sequestri, torture e omicidi delle forze filorusse in Cecenia "diceva la verità", sostiene il presidente: "Il suo assassinio è legato alla sua attività professionale, utile per uno Stato normale"».
Parole che fanno ben sperare sul futuro della Russia, ma saranno i fatti, non le parole, a fare di Medvedev un democratico, e probabilmente le sue parole di ieri sono state dettate in parte dalla circostanza (l'incontro con la cancelliera Merkel) e dalla strumentalità, ma intanto le annotiamo, perché se è vero che Medvedev deve a Putin la presidenza, è anche vero che per restarci ha bisogno di rafforzare il suo personaggio, di crearsi una propria identità politica indipendente e riconoscibile, anche smarcandosi dall'immagine di Putin. E uno dei modi è senz'altro acquisire una maggiore rispettabilità agli occhi dell'Occidente.
Anche se spinto dall'ambizione personale più che da nobili ideali, c'è da augurarsi che voglia emanciparsi politicamente da Putin e che la sua reazione di ieri sia un sintomo di questo processo. Ne potrà scaturire solo del bene. Uno dei temi dei prossimi mesi e anni per capire dove andrà la Russia è proprio questo: Medvedev saprà emanciparsi da Putin?
Wednesday, July 08, 2009
Splendida giornata per Berlusconi
Non poteva davvero sperare di meglio Berlusconi, che ha superato gli "scossoni" interni ed esteri di slancio. Il New York Times e il Guardian smentiti dalla Casa Bianca e dal presidente Obama in persona, che riconoscono la leadership del governo italiano. Ieri il giornale inglese aveva definito «terribile» l'organizzazione italiana del summit G8, senza metodo né agenda, arrivando a ipotizzare l'esclusione dell'Italia dal G8. Oggi anche il NYT ha denunciato la «carenza organizzativa» del governo italiano, rimproverando a Berlusconi di aver speso troppe delle sue «energie politiche a cercare di schivare le accuse della stampa». Ma l'editoriale del quotidiano Usa, per lo più scettico sulle possibilità di successo del vertice a causa della «debolezza politica di molti leader che vi partecipano», intendeva spronare Obama a esercitare la sua leadership, «trasformando la fiducia politica che si è guadagnato negli ultimi sei mesi in capitale diplomatico».Ma ogni dubbio sull'organizzazione italiana del vertice è stato spazzato via prima da Mike Froman, lo "sherpa" americano del G8, che in una conferenza stampa a L'Aquila ha definito «splendido» il lavoro del governo italiano: «Gli italiani hanno definito l'agenda del vertice con largo anticipo ed hanno lavorato in modo metodico per svilupparla». Poi sono arrivate le parole di Obama, al termine dell'incontro con il presidente Giorgio Napolitano al Quirinale: «Il governo italiano ha dimostrato una forte leadership» sui temi del G8, ha riconosciuto.
L'articolo del Guardian inoltre è stato bocciato anche da uno dei suoi autorevoli editorialisti, Bill Emmott, notoriamente non un amico di Berlusconi. Emmott era direttore dell'Economist quando il settimanale pubblicò una copertina in cui definiva Berlusconi "unfit", inadatto a guidare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi. L'ipotesi di un'esclusione dell'Italia dal G8 «non esiste», dice oggi a La Stampa. L'Italia è «perfettamente in grado di ospitare il vertice. L'eventuale perdita di credibilità del premier, ammesso che esista, non avrà alcun impatto». «Si capisce che non è un pezzo ben informato... Non è credibile», rincara la dose. Ma secondo Emmott non c'è un «complotto», quanto piuttosto «il tipico atteggiamento della stampa inglese, che tende a considerare tutti gli altri paesi europei come una comica». Il fatto, spiega, è che Berlusconi è «un bersaglio facile», i giornali lo vedono «indebolito dagli scandali» e scorgono «un'opportunità per affondare i colpi». Il problema vero è il G8, secondo Emmott, «un grande evento, seguito da migliaia di giornalisti, che in genere non dà notizie» e quindi ai giornali «non pare vero di avere per le mani uno scandalo a sfondo sessuale che coinvolge l'ospite del vertice».
Cantonate, quindi, non degne della fama di giornali autorevoli come il New York Times e il Guardian, che evidentemente si sono fatti trascinare dentro il "teatrino" della politica italiana seguendo gli attacchi contro Berlusconi alimentati dal gruppo la Repubblica-L'Espresso. Contro questo modo di strumentalizzare persino la politica estera, danneggiando l'immagine e gli interessi non di una parte politica, ma del Paese intero, ha preso posizione oggi il Corriere della Sera, attraverso l'editoriale di apertura di Sergio Romano, che scrive: il G8 «è l'occasione in cui gli italiani hanno interesse a ricordare che nei grandi incontri internazionali il governo, al di là di polemiche e vicende personali, piaccia o no, rappresenta l'intero Paese. Se ne esce a testa alta è una vittoria per tutti, se ne esce male siamo tutti sconfitti».
Nel merito, Romano non crede «che l'Italia, in questo momento, debba vergognarsi della sua politica internazionale». Vede certo «alcune debolezze», per «vecchi errori» e «obiettive condizioni di bilancio», ma «abbiamo sempre avuto, anche quando l'espressione non esisteva, un certo soft power che giova al nostro ruolo internazionale». Dalla Jugoslavia all'Afghanistan e al Libano, il nostro impegno internazionale è apprezzato da tutti. «Facile - osserva Romano - ironizzare sull'Italia che gioca contemporaneamente su molti tavoli e riesce a essere amica di tutti», ma «chiunque abbia occasione di andare in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente si accorge che abbiamo un credito e una simpatia che possono servire sia all'Unione mediterranea di Nicolas Sarkozy, sia alla nuova politica di Barack Obama verso l'Islam». Gli accordi con la Libia, per esempio, «sono utili per tutti, non soltanto per noi».
Per quanto riguarda in particolare Berlusconi e il suo "stile", Romano «ha molti dubbi sulla utilità della personalizzazione delle relazioni internazionali», ma riconosce «che i rapporti di Berlusconi con Putin e con Erdogan, negli anni in cui George W. Bush era poco amato in Russia e in Turchia, sono serviti a tenere aperti i canali di comunicazione e a raffreddare alcuni momenti di tensione». Così la pensa anche Charles Kupchan, professore della Georgetown University e studioso del Council on Foreign Relations, secondo cui lo «stile di vita» di Berlusconi preoccupa poco gli americani, più interessati al ruolo positivo che può svolgere nell'ammorbidire la Russia: «Berlusconi - dice oggi Kupchan a il Riformista - è stato il leader che ha spinto con più forza per mantenere delle relazioni salde e positive con la Russia, soprattutto dopo l'invasione della Georgia l'estate scorsa, che secondo altri era invece l'inizio di una nuova Guerra Fredda. Fa parte della sua convinzione dell'importanza di coinvolgere l'ex Unione Sovietica nella più larga comunità transatlantica. Ed è una politica assolutamente condivisibile».
Come sapete, la penso in modo leggermente diverso sui rapporti Usa-Russia, ma bisogna riconoscere che al momento sia Obama che Medvedev sembrano sinceramente impegnati a migliorare le relazioni, anche se non è ancora chiaro cosa sono pronti a concedere.
L'articolo del Guardian inoltre è stato bocciato anche da uno dei suoi autorevoli editorialisti, Bill Emmott, notoriamente non un amico di Berlusconi. Emmott era direttore dell'Economist quando il settimanale pubblicò una copertina in cui definiva Berlusconi "unfit", inadatto a guidare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi. L'ipotesi di un'esclusione dell'Italia dal G8 «non esiste», dice oggi a La Stampa. L'Italia è «perfettamente in grado di ospitare il vertice. L'eventuale perdita di credibilità del premier, ammesso che esista, non avrà alcun impatto». «Si capisce che non è un pezzo ben informato... Non è credibile», rincara la dose. Ma secondo Emmott non c'è un «complotto», quanto piuttosto «il tipico atteggiamento della stampa inglese, che tende a considerare tutti gli altri paesi europei come una comica». Il fatto, spiega, è che Berlusconi è «un bersaglio facile», i giornali lo vedono «indebolito dagli scandali» e scorgono «un'opportunità per affondare i colpi». Il problema vero è il G8, secondo Emmott, «un grande evento, seguito da migliaia di giornalisti, che in genere non dà notizie» e quindi ai giornali «non pare vero di avere per le mani uno scandalo a sfondo sessuale che coinvolge l'ospite del vertice».
Cantonate, quindi, non degne della fama di giornali autorevoli come il New York Times e il Guardian, che evidentemente si sono fatti trascinare dentro il "teatrino" della politica italiana seguendo gli attacchi contro Berlusconi alimentati dal gruppo la Repubblica-L'Espresso. Contro questo modo di strumentalizzare persino la politica estera, danneggiando l'immagine e gli interessi non di una parte politica, ma del Paese intero, ha preso posizione oggi il Corriere della Sera, attraverso l'editoriale di apertura di Sergio Romano, che scrive: il G8 «è l'occasione in cui gli italiani hanno interesse a ricordare che nei grandi incontri internazionali il governo, al di là di polemiche e vicende personali, piaccia o no, rappresenta l'intero Paese. Se ne esce a testa alta è una vittoria per tutti, se ne esce male siamo tutti sconfitti».
Nel merito, Romano non crede «che l'Italia, in questo momento, debba vergognarsi della sua politica internazionale». Vede certo «alcune debolezze», per «vecchi errori» e «obiettive condizioni di bilancio», ma «abbiamo sempre avuto, anche quando l'espressione non esisteva, un certo soft power che giova al nostro ruolo internazionale». Dalla Jugoslavia all'Afghanistan e al Libano, il nostro impegno internazionale è apprezzato da tutti. «Facile - osserva Romano - ironizzare sull'Italia che gioca contemporaneamente su molti tavoli e riesce a essere amica di tutti», ma «chiunque abbia occasione di andare in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente si accorge che abbiamo un credito e una simpatia che possono servire sia all'Unione mediterranea di Nicolas Sarkozy, sia alla nuova politica di Barack Obama verso l'Islam». Gli accordi con la Libia, per esempio, «sono utili per tutti, non soltanto per noi».
Per quanto riguarda in particolare Berlusconi e il suo "stile", Romano «ha molti dubbi sulla utilità della personalizzazione delle relazioni internazionali», ma riconosce «che i rapporti di Berlusconi con Putin e con Erdogan, negli anni in cui George W. Bush era poco amato in Russia e in Turchia, sono serviti a tenere aperti i canali di comunicazione e a raffreddare alcuni momenti di tensione». Così la pensa anche Charles Kupchan, professore della Georgetown University e studioso del Council on Foreign Relations, secondo cui lo «stile di vita» di Berlusconi preoccupa poco gli americani, più interessati al ruolo positivo che può svolgere nell'ammorbidire la Russia: «Berlusconi - dice oggi Kupchan a il Riformista - è stato il leader che ha spinto con più forza per mantenere delle relazioni salde e positive con la Russia, soprattutto dopo l'invasione della Georgia l'estate scorsa, che secondo altri era invece l'inizio di una nuova Guerra Fredda. Fa parte della sua convinzione dell'importanza di coinvolgere l'ex Unione Sovietica nella più larga comunità transatlantica. Ed è una politica assolutamente condivisibile».
Come sapete, la penso in modo leggermente diverso sui rapporti Usa-Russia, ma bisogna riconoscere che al momento sia Obama che Medvedev sembrano sinceramente impegnati a migliorare le relazioni, anche se non è ancora chiaro cosa sono pronti a concedere.
Tuesday, July 07, 2009
Usa-Russia, reset al buio
Siglati gli accordi annunciati alla vigilia. Stati Uniti e Federazione Russa si impegnano reciprocamente a ridurre ad un numero tra 1.500 e 1.675 le testate nucleari strategiche nei loro arsenali e tra 500 e 1.100 il numero dei vettori balistici. I negoziati proseguiranno e il rinnovo del trattato Start, come previsto, avverrà a dicembre sulla base di questo documento che impegna solo politicamente le due superpotenze. Firmato anche l'accordo per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia, fino a 4.500 voli l'anno. Divergenze profonde, invece, rimangono sul progetto dello scudo anti-missile e, ovviamente, sull'allargamento della Nato. Si possono ottenere «straordinari progressi» in vari campi «se lavoriamo insieme». Con questo messaggio ottimistico il presidente Usa Obama era atterrato a Mosca. «Un evento importante nella storia delle relazioni russo-statunitensi che aiuterà ad aprire nuove pagine», aveva contracambiato Medvedev. Il bottone di "reset" è stato premuto da entrambi i leader, ma cosa esattamente ciò comporti, quale sia il singificato di questo nuovo inizio, al di là della buona volontà e dell'ottimismo, probabilmente nessuno dei due lo sa.
CONTINUA
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Friday, July 03, 2009
Obama-Medvedev, prove di disgelo
E' evidente che se i rapporti tra Usa e Russia dovessero peggiorare, come alcuni commentatori prevedono nel prossimo futuro (anche il sottoscritto, a meno di cedimenti di Obama), la posizione italiana rischierebbe di entrare in affanno, alla luce del ruolo di mediatore del quale si è sempre sentito investito Berlusconi, affettivamente legato alla bella pagina di Pratica di Mare 2002. Se Usa e Russia si allontanano, saranno sempre meno opportuni i suoi slanci filo-russi e saranno più difficili da far digerire ai nostri alleati gli affari energetici con Mosca. Un rischio «spaccata» per l'Italia, l'abbiamo definito qualche post fa. Tuttavia, alla vigilia di questa visita del presidente Obama a Mosca, entrambe le parti sembrano interessate, e impegnate, a volgere al meglio i loro rapporti, anche se su molti temi le aspettative ancora divergono.
Nella sua prima intervista ai media russi, anticipata oggi dall'agenzia Itar-Tass, il presidente Obama conferma la sua volontà di dialogare «alla pari» con la Russia e il suo apprezzamento per il presidente Medvedev, definito un leader «profondo e lungimirante»: «Penso che stia facendo un buon lavoro per guidare la Russia nel XXI secolo». In cima all'agenda del vertice - il principale banco di prova dei rapporti tra Usa e Russia - c'è un accordo «quadro per il trattato post-Start», cioè per la riduzione degli arsenali nucleari. Obama assicura la controparte di cercare un equlibrio «che non lasci vantaggi a nessuno dei due Paesi». Per ora i leader di Usa e Russia puntano a siglare un documento contenente gli obiettivi in cifre della riduzione dei loro arsenali strategici, da perfezionare in un trattato «entro la fine di dicembre», anticipa Obama nell'intervista, dove spiega che «per noi, mandare un segnale forte di riduzione dei nostri arsenali sarebbe di aiuto a livello internazionale, darebbe alla gente il senso che ci stiamo muovendo verso una nuova era e che vogliamo andare oltre la Guerra Fredda». «La cosa principale che voglio comunicare alla leadership e al popolo russo - aggiunge Obama - è il rispetto dell'America per la Russia, che vogliamo trattare alla pari. Siamo entrambi superpotenze e dobbiamo gestire tale responsabilità in un modo che incoraggi la pace». Pari diritti e pari doveri, è il messaggio di Obama alla Russia, inteso a superare quel senso di superiorità che prevaleva nell'amministrazione Bush e che infastidiva Mosca. «Gli Usa dimostrano la disponibilità a costruire rapporti con la Russia più sicuri e più moderni e anche noi siamo pronti a farlo», aveva a sua volta aperto, ieri, il presidente russo.
Per un accordo sul disarmo l'amministrazione Obama sarebbe persino disposta a mettere in discussione il progetto di scudo antimissile nell'Europa dell'est. L'ipotesi era stata fatta balenare tempo fa da fonti anomine dell'amministrazione sul New York Times e oggi il consigliere diplomatico del Cremlino Prikhodko, in un briefing con i giornalisti, ha confermato il legame tra i due temi. E' ciò che vorrebbe la Russia: accordo sul disarmo in cambio dell'abbandono dello scudo anti-missile, ma che probabilmente gli Usa non sono ancora pronti a concedere.
Di importanza non secondaria nei rapporti tra Usa e Russia il tema dell'Afghanistan. Il presidente Obama considera ormai quella in Afghanistan la "sua guerra", una missione da vincere. Lo dimostrano i continui bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan e la grande offensiva lanciata proprio in questi giorni dalle forze americane nella regione afghana di Helmand. Ebbene, Obama e Medvedev firmeranno un patto per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia. Un transito «sia aereo che terrestre, ma soprattutto aereo», ha precisato Prikhodko. Una prova importante della collaborazione della Russia in Afghanistan che sicuramente è molto apprezzata a Washington. Il tema del programma nucleare iraniano non dovrebbe essere motivo di attrito. Almeno per ora. I russi sono contrari a nuove e più severe sanzioni contro l'Iran, ma Obama - deciso a perseguire la sua strategia dell'engagement, nonostante la contestata rielezione di Ahmadinejad e la dura repressione dei manifestanti - in questo momento non sembra intenzionato a chiederle.
Entrambe le parti sono «entusiaste» all'idea di premere il bottone di "reset", spiega Stephen Sestanovich, esperto del Council on Foreign Relations, il problema è che dietro quel gesto potrebbe non esserci molto di concreto. Per Washington "reset" significa trovare un accordo sul disarmo, ma Mosca pretende in cambio «impegni legali», o comunque una rinuncia esplicita, allo scudo antimissile e all'allargamento della Nato. Non si accontenta di veder rallentare il processo di allargamento e di veder diminuire il budget Usa per la difesa missilistica.
Anche secondo l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, è «evidente che entrambi i paesi hanno interesse a migliorare le loro relazioni». Su alcuni temi - come la riduzione dei reciproci arsenali nucleari; un compromesso sullo scudo anti-missile, e «sforzi congiunti» per rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare - «la collaborazione non è solo possibile, ma anche vantaggiosa per entrambi». Purtroppo, osserva Brzezinski, non è affatto certo che la Russia intenda assumere un atteggiamento collaborativo sull'Iran. Le potenze sue rivali - Usa e Cina - soffrirebbero entrambe se una crisi tra Iran e Stati Uniti facesse salire i prezzi dell'energia, mentre la Russia ne trarrebbe vantaggio. La disponibilità della Russia sull'Iran potrebbe essere «più formale che reale».
Né vanno sottovalutati i «seri conflitti di interessi geopolitici» tra Usa e Russia nello spazio ex sovietico. Durante il vertice Putin e Medvedev cercheranno di capire se l'amministrazione Obama onorerà o meno gli accordi di partnership siglati dall'amministrazione Bush con Ucraina e Georgia. «Anche un segnale involontario in senso negativo - avverte Brzezinski - sarebbe interpretato dal Cremlino come una luce verde per una politica più muscolare nei confronti dei due paesi». Dev'essere fatto capire alla Russia che l'adesione alla Nato di Georgia e Ucraina «non è imminente», ma anche «che l'uso della forza o dei conflitti etnici per destabilizzarle avvelenerebbe le relazioni russo-americane». Chiarire questi aspetti è importante per far svanire al più presto ogni antistorica ambizione imperiale da parte dei russi. Secondo Brzezinski, in conclusione, l'approccio strategico dell'amministrazione Obama verso la Russia dev'essere volto a far comprendere ai russi «il loro interesse a diventare un partner genuinamente post-imperiale della comunità euro-atlantica».
Nella sua prima intervista ai media russi, anticipata oggi dall'agenzia Itar-Tass, il presidente Obama conferma la sua volontà di dialogare «alla pari» con la Russia e il suo apprezzamento per il presidente Medvedev, definito un leader «profondo e lungimirante»: «Penso che stia facendo un buon lavoro per guidare la Russia nel XXI secolo». In cima all'agenda del vertice - il principale banco di prova dei rapporti tra Usa e Russia - c'è un accordo «quadro per il trattato post-Start», cioè per la riduzione degli arsenali nucleari. Obama assicura la controparte di cercare un equlibrio «che non lasci vantaggi a nessuno dei due Paesi». Per ora i leader di Usa e Russia puntano a siglare un documento contenente gli obiettivi in cifre della riduzione dei loro arsenali strategici, da perfezionare in un trattato «entro la fine di dicembre», anticipa Obama nell'intervista, dove spiega che «per noi, mandare un segnale forte di riduzione dei nostri arsenali sarebbe di aiuto a livello internazionale, darebbe alla gente il senso che ci stiamo muovendo verso una nuova era e che vogliamo andare oltre la Guerra Fredda». «La cosa principale che voglio comunicare alla leadership e al popolo russo - aggiunge Obama - è il rispetto dell'America per la Russia, che vogliamo trattare alla pari. Siamo entrambi superpotenze e dobbiamo gestire tale responsabilità in un modo che incoraggi la pace». Pari diritti e pari doveri, è il messaggio di Obama alla Russia, inteso a superare quel senso di superiorità che prevaleva nell'amministrazione Bush e che infastidiva Mosca. «Gli Usa dimostrano la disponibilità a costruire rapporti con la Russia più sicuri e più moderni e anche noi siamo pronti a farlo», aveva a sua volta aperto, ieri, il presidente russo.
Per un accordo sul disarmo l'amministrazione Obama sarebbe persino disposta a mettere in discussione il progetto di scudo antimissile nell'Europa dell'est. L'ipotesi era stata fatta balenare tempo fa da fonti anomine dell'amministrazione sul New York Times e oggi il consigliere diplomatico del Cremlino Prikhodko, in un briefing con i giornalisti, ha confermato il legame tra i due temi. E' ciò che vorrebbe la Russia: accordo sul disarmo in cambio dell'abbandono dello scudo anti-missile, ma che probabilmente gli Usa non sono ancora pronti a concedere.
Di importanza non secondaria nei rapporti tra Usa e Russia il tema dell'Afghanistan. Il presidente Obama considera ormai quella in Afghanistan la "sua guerra", una missione da vincere. Lo dimostrano i continui bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan e la grande offensiva lanciata proprio in questi giorni dalle forze americane nella regione afghana di Helmand. Ebbene, Obama e Medvedev firmeranno un patto per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia. Un transito «sia aereo che terrestre, ma soprattutto aereo», ha precisato Prikhodko. Una prova importante della collaborazione della Russia in Afghanistan che sicuramente è molto apprezzata a Washington. Il tema del programma nucleare iraniano non dovrebbe essere motivo di attrito. Almeno per ora. I russi sono contrari a nuove e più severe sanzioni contro l'Iran, ma Obama - deciso a perseguire la sua strategia dell'engagement, nonostante la contestata rielezione di Ahmadinejad e la dura repressione dei manifestanti - in questo momento non sembra intenzionato a chiederle.
Entrambe le parti sono «entusiaste» all'idea di premere il bottone di "reset", spiega Stephen Sestanovich, esperto del Council on Foreign Relations, il problema è che dietro quel gesto potrebbe non esserci molto di concreto. Per Washington "reset" significa trovare un accordo sul disarmo, ma Mosca pretende in cambio «impegni legali», o comunque una rinuncia esplicita, allo scudo antimissile e all'allargamento della Nato. Non si accontenta di veder rallentare il processo di allargamento e di veder diminuire il budget Usa per la difesa missilistica.
Anche secondo l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, è «evidente che entrambi i paesi hanno interesse a migliorare le loro relazioni». Su alcuni temi - come la riduzione dei reciproci arsenali nucleari; un compromesso sullo scudo anti-missile, e «sforzi congiunti» per rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare - «la collaborazione non è solo possibile, ma anche vantaggiosa per entrambi». Purtroppo, osserva Brzezinski, non è affatto certo che la Russia intenda assumere un atteggiamento collaborativo sull'Iran. Le potenze sue rivali - Usa e Cina - soffrirebbero entrambe se una crisi tra Iran e Stati Uniti facesse salire i prezzi dell'energia, mentre la Russia ne trarrebbe vantaggio. La disponibilità della Russia sull'Iran potrebbe essere «più formale che reale».
Né vanno sottovalutati i «seri conflitti di interessi geopolitici» tra Usa e Russia nello spazio ex sovietico. Durante il vertice Putin e Medvedev cercheranno di capire se l'amministrazione Obama onorerà o meno gli accordi di partnership siglati dall'amministrazione Bush con Ucraina e Georgia. «Anche un segnale involontario in senso negativo - avverte Brzezinski - sarebbe interpretato dal Cremlino come una luce verde per una politica più muscolare nei confronti dei due paesi». Dev'essere fatto capire alla Russia che l'adesione alla Nato di Georgia e Ucraina «non è imminente», ma anche «che l'uso della forza o dei conflitti etnici per destabilizzarle avvelenerebbe le relazioni russo-americane». Chiarire questi aspetti è importante per far svanire al più presto ogni antistorica ambizione imperiale da parte dei russi. Secondo Brzezinski, in conclusione, l'approccio strategico dell'amministrazione Obama verso la Russia dev'essere volto a far comprendere ai russi «il loro interesse a diventare un partner genuinamente post-imperiale della comunità euro-atlantica».
Friday, May 22, 2009
Ue-Russia, ancora diffidenza
Come molti avevano previsto, il vertice Ue-Russia di Khabarovsk si è chiuso con un nulla di fatto. Tra Europa e Russia corre ancora troppa diffidenza e l'impressione è che non si diraderà molto presto. A dispetto delle buone intenzioni e della retorica del "partenariato", ancora non è chiaro se l'Ue possa considerare la Russia un futuro partner strategico, o piuttosto una potenza con la quale sì cooperare, ma pur sempre rivale. D'altra parte, anche in Russia il dibattito è aperto tra chi pensa che il paese possa ancora recitare un ruolo da potenza indipendente sullo scenario globale e quanti invece ritengono che dovrebbe andare verso la piena integrazione e interdipendenza nella comunità internazionale e verso una vera partnership con l'Ue. Le complicate relazioni con l'Europa riflettono il dibattito tra queste diverse visioni.
Le aree in cui le divergenze sono più accentuate vanno dalla sicurezza energetica alla politica commerciale, fino alla partnership orientale dell'Ue con sei ex Repubbliche sovietiche (Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Azerbaigian, Armenia e Georgia). Una politica volta ad accelerare le riforme democratiche ed economiche in quei paesi, ma che Mosca vede come un'ingerenza nella sua sfera di influenza: «Non si trasformi in un'alleanza anti-russa», ha avvertito il presidente Medvedev.
Sul fronte della sicurezza energetica, dopo la crisi del gas del gennaio scorso l'Ue si aspettava rassicurazioni circa il non ripetersi di interruzioni nelle forniture attraverso l'Ucraina. Ma la Russia «non ha dato e non darà garanzie», ha avvertito Medvedev. Secondo Mosca, infatti, è Kiev che non ha i soldi per pagare le forniture e lo stoccaggio di 19,5 miliardi di metri cubi, che costano più di 4 miliardi di dollari. «Se l'Ucraina ha i soldi, bene; ma abbiamo dei dubbi». Medvedev si è detto però disposto ad aiutare l'Ucraina con un prestito: «Siamo pronti a dare una mano. I partner aiutano i partner», ma non si deve muovere solo la Russia. Anche l'Ue («quei paesi interessati a forniture affidabili e alla cooperazione energetica») deve prendere «su di sè parte del lavoro».
Posizioni inconciliabili anche sulla Carta europea dell'energia, un trattato sottoscritto nel 1991 da 51 stati (i paesi dell'allora Comunità europea, i paesi dell'Europa orientale e dell'ex Unione sovietica) per la cooperazione economica ed energetica. L'Ue non vuole «rinunciare» alla Carta, ma la Russia non ha alcuna intenzione di ratificarla e propone un trattato sostitutivo. A tutto questo si aggiunga che Mosca non ha ancora rispettato tutti gli obblighi del cessate-il-fuoco in Georgia. Non solo non ha ritirato le truppe portandole ai livelli pre-bellici, ma ha inviato altre guardie di frontiera in Ossezia del Sud e Abkhazia, oltre ad aver siglato con le due province indipendentiste accordi di difesa militare. La recente polemica tra Russia e Nato sulle esercitazioni in Georgia e le espulsioni di alcuni diplomatici russi da Bruxelles, e dei paesi Nato da Mosca, non hanno certo aiutato.
L'Ue dovrebbe essere consapevole di avere molti strumenti di pressione nei confronti del Cremlino. Innanzitutto, conta 500 milioni di cittadini, rispetto ai 140 milioni della Russia. E' molto più ricca e rappresenta uno dei più grandi e attraenti mercati al mondo. Il 70% dei proventi di Gazprom vengono dalle forniture energetiche all'Europa e i paesi Ue acquistano quasi il 60% di tutto l'export russo. L'economia russa, inoltre, è gravemente provata dalla crisi economica: recessione, inflazione elevata, disoccupazione crescente (10,2%) e uscita di capitali (-30% rispetto al 2008).
Le aree in cui le divergenze sono più accentuate vanno dalla sicurezza energetica alla politica commerciale, fino alla partnership orientale dell'Ue con sei ex Repubbliche sovietiche (Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Azerbaigian, Armenia e Georgia). Una politica volta ad accelerare le riforme democratiche ed economiche in quei paesi, ma che Mosca vede come un'ingerenza nella sua sfera di influenza: «Non si trasformi in un'alleanza anti-russa», ha avvertito il presidente Medvedev.
Sul fronte della sicurezza energetica, dopo la crisi del gas del gennaio scorso l'Ue si aspettava rassicurazioni circa il non ripetersi di interruzioni nelle forniture attraverso l'Ucraina. Ma la Russia «non ha dato e non darà garanzie», ha avvertito Medvedev. Secondo Mosca, infatti, è Kiev che non ha i soldi per pagare le forniture e lo stoccaggio di 19,5 miliardi di metri cubi, che costano più di 4 miliardi di dollari. «Se l'Ucraina ha i soldi, bene; ma abbiamo dei dubbi». Medvedev si è detto però disposto ad aiutare l'Ucraina con un prestito: «Siamo pronti a dare una mano. I partner aiutano i partner», ma non si deve muovere solo la Russia. Anche l'Ue («quei paesi interessati a forniture affidabili e alla cooperazione energetica») deve prendere «su di sè parte del lavoro».
Posizioni inconciliabili anche sulla Carta europea dell'energia, un trattato sottoscritto nel 1991 da 51 stati (i paesi dell'allora Comunità europea, i paesi dell'Europa orientale e dell'ex Unione sovietica) per la cooperazione economica ed energetica. L'Ue non vuole «rinunciare» alla Carta, ma la Russia non ha alcuna intenzione di ratificarla e propone un trattato sostitutivo. A tutto questo si aggiunga che Mosca non ha ancora rispettato tutti gli obblighi del cessate-il-fuoco in Georgia. Non solo non ha ritirato le truppe portandole ai livelli pre-bellici, ma ha inviato altre guardie di frontiera in Ossezia del Sud e Abkhazia, oltre ad aver siglato con le due province indipendentiste accordi di difesa militare. La recente polemica tra Russia e Nato sulle esercitazioni in Georgia e le espulsioni di alcuni diplomatici russi da Bruxelles, e dei paesi Nato da Mosca, non hanno certo aiutato.
L'Ue dovrebbe essere consapevole di avere molti strumenti di pressione nei confronti del Cremlino. Innanzitutto, conta 500 milioni di cittadini, rispetto ai 140 milioni della Russia. E' molto più ricca e rappresenta uno dei più grandi e attraenti mercati al mondo. Il 70% dei proventi di Gazprom vengono dalle forniture energetiche all'Europa e i paesi Ue acquistano quasi il 60% di tutto l'export russo. L'economia russa, inoltre, è gravemente provata dalla crisi economica: recessione, inflazione elevata, disoccupazione crescente (10,2%) e uscita di capitali (-30% rispetto al 2008).
Wednesday, March 04, 2009
Usa e Russia si parlano attraverso il NYT
Una lettera di Barack Obama consegnata a mano direttamente al presidente russo Medvedev. Nella quale il nuovo presidente americano avrebbe evocato l'idea di uno scambio molto semplice: gli Usa abbandonano il programma dello scudo spaziale in Europa dell'Est; i russi aiutano gli Usa a fermare gli sforzi dell'Iran per dotarsi di testate nucleari e missili balistici. Lo scoop è del New York Times, che però è stato prontamente smentito da fonti di entrambi i governi riportate dalla Cbs. La lettera esiste ma non vi sarebbe alcuna proposta di "scambio", solo indicazioni su come fare progressi nel dialogo tra le due superpotenze, tra le altre anche sulle questioni dello scudo antimissile e del programma nucleare iraniano. Nessun "do ut des".
Da Madrid, Medvedev, interpellato dai giornalisti, aveva sottolineato la «mancanza di collegamento» tra le due questioni, facendo pensare a un "no" alla lettera di Obama. Ma piuttosto che la lettera, Medvedev potrebbe aver avuto in mente proprio l'articolo del New York Times, nel quale si citano funzionari anonimi del governo Usa. E' possibile infatti che nella lettera si citassero separatamente i due argomenti, ma che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. Non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa come canali non ufficiali di comunicazione con governi rivali. E mi pare che proprio il NYT (o forse era il Washington Post) fece da tramite in un illustre precedente.
Da Madrid, Medvedev, interpellato dai giornalisti, aveva sottolineato la «mancanza di collegamento» tra le due questioni, facendo pensare a un "no" alla lettera di Obama. Ma piuttosto che la lettera, Medvedev potrebbe aver avuto in mente proprio l'articolo del New York Times, nel quale si citano funzionari anonimi del governo Usa. E' possibile infatti che nella lettera si citassero separatamente i due argomenti, ma che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. Non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa come canali non ufficiali di comunicazione con governi rivali. E mi pare che proprio il NYT (o forse era il Washington Post) fece da tramite in un illustre precedente.
Wednesday, November 12, 2008
Tra Usa e Russia, l'Italia rischia la spaccata
Proprio nel giorno in cui la Russia rispedisce al mittente la proposta di collaborazione avanzata dagli Stati Uniti sullo scudo anti-missile (l'accesso degli ufficiali russi agli impianti in Polonia e nella Repubblica Ceca), il ministro degli Esteri Frattini rilascia a la Repubblica un'intervista che rischia di spostare troppo verso Mosca l'asse della politica estera italiana.
«La soluzione proposta dagli Usa esclude qualsiasi ipotesi di discussione», rivela una fonte del Cremlino citata dalle agenzie Itar Tass e Interfax. «Siamo pronti a cooperare con gli Stati Uniti sulla sicurezza europea, ma le proposte sul sistema di difesa missilistico sono insufficienti».
Il presidente-eletto Obama si trova in «una posizione sconveniente», osservano al Cremlino, a causa dell'attuale amministrazione che vuole far passare a tutti i costi come inevitabile la decisione sullo scudo. Il sistema di missili "Iskander" non è ancora stato dispiegato nella regione di Kaliningrad - come aveva annunciato il presidente russo Medvedev salutando con un guanto di sfida il nuovo inquilino della Casa Bianca - ma la decisione politica è già stata presa, fanno sapere da Mosca. Sembra ci sia già la fila, dopo pochi giorni trascorsi dalla vittoria di Obama, per tastare il polso della nuova amministrazione. Dal 20 gennaio, nei primi sei mesi della prossima presidenza, nemici e avversari dell'America lanceranno ciascuno la loro sfida per mettere alla prova la determinazione di Obama.
Ed è in questo contesto che si inserisce l'intervista di Frattini a la Repubblica:
Molto dipenderà anche dalle reali intenzioni dei russi. Stanno alzando la voce per farsi ascoltare, per trovare un compromesso in modo da non perdere la faccia, per farsi includere in un sistema di sicurezza europeo, o ambiscono a sfidare la leadership americana? E' ciò che gli analisti del nuovo presidente Usa cercheranno di capire. In quest'ultimo caso, nel prossimo futuro i rapporti tra Washington e Mosca saranno esposti a forti tensioni e volendo stare con una gamba da una parte e una dall'altra, l'Italia rischia di fare la spaccata.
«La soluzione proposta dagli Usa esclude qualsiasi ipotesi di discussione», rivela una fonte del Cremlino citata dalle agenzie Itar Tass e Interfax. «Siamo pronti a cooperare con gli Stati Uniti sulla sicurezza europea, ma le proposte sul sistema di difesa missilistico sono insufficienti».
Il presidente-eletto Obama si trova in «una posizione sconveniente», osservano al Cremlino, a causa dell'attuale amministrazione che vuole far passare a tutti i costi come inevitabile la decisione sullo scudo. Il sistema di missili "Iskander" non è ancora stato dispiegato nella regione di Kaliningrad - come aveva annunciato il presidente russo Medvedev salutando con un guanto di sfida il nuovo inquilino della Casa Bianca - ma la decisione politica è già stata presa, fanno sapere da Mosca. Sembra ci sia già la fila, dopo pochi giorni trascorsi dalla vittoria di Obama, per tastare il polso della nuova amministrazione. Dal 20 gennaio, nei primi sei mesi della prossima presidenza, nemici e avversari dell'America lanceranno ciascuno la loro sfida per mettere alla prova la determinazione di Obama.
Ed è in questo contesto che si inserisce l'intervista di Frattini a la Repubblica:
«Un'amministrazione americana impegnata sull'Afghanistan più che in passato, proiettata verso l'Asia più di quanto abbia fatto Bush, non potrà permettersi una guerra fredda con la Federazione russa. Quindi, non si potrà permettere di schierare lo scudo anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca, perché non si può permettere i missili russi a Kaliningrad».Dunque, in sostanza per Frattini niente scudo e niente ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato. Una posizione del tutto sovrapponibile a quella russa. La «prudenza di Obama», che Frattini giudica «indicativa», è dettata innanzitutto dal fatto che non è ancora il presidente in carica. Due sono le cose: o Frattini ha ben interpretato il nuovo vento che spira a Washington, e allora appresta l'Italia a giocare un significativo ruolo di "facilitatore" della nuova concordia tra Stati Uniti e Russia; oppure, ha sbagliato i calcoli, Obama tirerà dritto per non dare l'impressione di abbassare lo sguardo di fronte ai bluff di Mosca.
Washington dovrebbe cedere alle minacce dei russi?
«No, bisogna andare verso una prospettiva in cui Europa, Russia e America costruiscano insieme un nuovo ordine di sicurezza. Non vuol dire rimpiazzare la Nato, come qualcuno ha pensato. America, Russia ed Europa devono costruire un'intesa che abbia una strategia condivisa sulla non-proliferazione nucleare, sulla nuova architettura di sicurezza in Pakistan-Afghanistan. Una collaborazione fondamentale perché il Quartetto davvero giochi positivamente per la pace in Medio Oriente. Per questo i missili non servono».
Vuol dire che suggerisce all'America di bloccare lo schieramento del sistema anti-balistico in Polonia e Repubblica Ceca?
«Io consiglio di cambiare approccio: sbagliando, la Russia ha interpretato male lo scudo anti-missile americano, lo ha considerato un segnale di inimicizia. Dobbiamo ribaltare la situazione, perché quando Medvedev annuncia missili a Kaliningrad significa missili al centro della Lituania. La prudenza di Obama è indicativa. E aggiungo una cosa: dobbiamo riflettere con prudenza sull'allargamento della Nato a Ucraina e Georgia: il vertice di Bucarest ha preso delle decisioni, ma accelerare quelle decisioni sin dal prossimo dicembre sarebbe un altro segnale che non aiuterebbe nei rapporti con la Russia».
Molto dipenderà anche dalle reali intenzioni dei russi. Stanno alzando la voce per farsi ascoltare, per trovare un compromesso in modo da non perdere la faccia, per farsi includere in un sistema di sicurezza europeo, o ambiscono a sfidare la leadership americana? E' ciò che gli analisti del nuovo presidente Usa cercheranno di capire. In quest'ultimo caso, nel prossimo futuro i rapporti tra Washington e Mosca saranno esposti a forti tensioni e volendo stare con una gamba da una parte e una dall'altra, l'Italia rischia di fare la spaccata.
Friday, November 07, 2008
Tastare il polso a Obama
Come hanno reagito amici e avversari dell'America all'elezione di Barack Obama? Dagli amici sincere congratulazioni e disponibilità alla massima collaborazione. E mentre Berlusconi ha già offerto a Obama i suoi consigli, concedendosi l'immancabile battuta fuori luogo su cui tutto quello che c'è da dire lo ha scritto oggi Phastidio.net, il ministro degli Esteri Frattini si è sbilanciato in una previsione più che fondata: «Obama metterà l'Europa davanti a una scelta: diventare finalmente produttore di sicurezza, cioè dare di più, e non essere solo consumatore di sicurezza. Mi aspetto che chieda all'Europa un maggiore impegno politico e militare nella Nato, e in Afghanistan».Secondo il ministro degli Esteri iracheno Zebari, l'elezione di Obama non porterà ad un rapido disimpegno americano dall'Iraq: «Obama ha detto agli iracheni, durante la sua visita in Iraq, che in caso di vittoria alle elezioni non si sarebbe affrettato a ritirare le truppe».
Non sono mancati, tuttavia, messaggi sinistri, da nazioni avversarie o nemiche dell'America. E dietro le congratulazioni di rito, si profilano già le sfide, il tentativo di tastare il polso al nuovo presidente. D'altronde, il candidato vice di Obama, Joe Biden, aveva avvertito che nei primi mesi di presidenza sarebbe stato messo duramente alla prova.
Il presidente russo Medvedev ha auspicato un «nuovo respiro» alla Casa Bianca e criticato l'attuale amministrazione per la sua «politica presuntuosa». A scanso di equivoci, ha ribadito che Mosca «non rinuncerà al suo ruolo nel Caucaso» e proprio per salutare Obama ha preannunciato il dislocamento di missili a corta gittata "Iskander" a Kaliningrad, enclave russa tra Polonia e Lituania, in risposta all'apertura delle basi per lo scudo americano in Polonia e nella Repubblica Ceca.
Simile a quella russa la reazione dell'Iran. Per l'agenzia ufficiale Irna, la vittoria di Obama è una «catarsi nazionale», «una prova del fallimento di Bush», «ripudiato» dagli americani. Ora, ha fatto sapere uno tra i più stretti collaboratori della Guida Suprema Ali Khamenei, «c'è la possibilità di migliorare i rapporti tra Usa e Iran». Peccato che, a poche ore dall'elezione, Teheran abbia denunciato che elicotteri americani volano «troppo vicini» allo spazio aereo iraniano lungo il confine iracheno, minacciando di rispondere a ogni violazione. Poca cosa.
E infine, oggi, l'immancabile minaccia di al Qaeda, che intima al nuovo presidente di ritirare le truppe Usa dai paesi musulmani e di «non entrare più nei nostri affari», strumentalizzando la crisi economica (sarebbe causata dalla guerra in Iraq).
Ma la sfida più consistente mi sembra ad oggi quella russa. Washington Post ieri, e Financial Times oggi, hanno entrambi dedicato un editoriale sulla questione dello scudo: «La vittoria di Obama è un opportunità reale per rivedere l'aspra disputa che nasce dai piani di Washington per istituire basi missilistiche in Europa dell'Est». Rivedere, è la parola che viene usata dal FT. Più esplicito il Washington Post, che ha parlato della possibilità di rallentare o cancellare il programma.
Il quotidiano Usa suggerisce al neopresidente di non cadere nel «bluff» russo dei missili "Iskander". Se deciderà di rallentare o cancellare il dislocamento del sistema di difesa antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca, non lo faccia citando la Russia e le minacce di rappresaglia che vengono da Mosca. E' improbabile che Obama si esprima su queste delicate questioni prima del suo insediamento alla Casa Bianca, ma se davvero desisterà dal piazzare lo scudo, o rallenterà troppo il programma, non basterà non citare le minacce russe per evitare che si pensi che l'America ha abbassato lo sguardo di fronte al bluff di un "orso" ancora più malconcio dell'"aquila". Certe aspettative possono lusingare Obama, ma dietro di esse tutti sono pronti ad approfittarsi della sua inesperienza e di sue eventuali debolezze. Dovrà prepararsi a giocare su più tavoli e a non concedere nulla.
Thursday, September 11, 2008
Molto più di un lapsus, è l'Anschluss russo
Altro che il falso lapsus di Obama, quello dell'autoproclamato presidente sudosseto è molto più di un lapsus. Rivela, per quelli che ancora nutrissero qualche dubbio, le reali intenzioni russe in Georgia e dimostra quanto fosse diverso il caso di Abkhazia e Ossezia del Sud da quello del Kosovo.
«Non vogliamo creare un'Ossezia indipendente. Perché così vuole la storia», aveva affermato Kokoity a un convegno di politica estera organizzato dal Cremlino a Soci, sul Mar Nero, esprimendo l'aspirazione alla «riunificazione» con l'Ossezia del Nord e, quindi, il desiderio di tornare a far parte della Russia: «Sì, certo, noi diventeremo parte della Russia». Una dichiarazione scomoda persino per il Cremlino. Poco dopo, infatti, la "diplomatica" marcia indietro: «Ovviamente sono stato frainteso».
«A oggi pensiamo che il riconoscimento dell'Ossezia del Sud fosse un passo necessario e sufficiente. Non ci sono altri piani o alternative», si è affrettato a dichiarare il premier russo Putin, mentre il presidente Medvedev ricorre alla minaccia della piccola e militarmente impotente Georgia, occupata in tre soli giorni da poche migliaia di soldati russi, per giustificare un riarmo («si pone tra le più alte priorità dello Stato per i prossimi anni») in corso già da qualche anno.
Intanto, l'ambiguità della posizione italiana durante la crisi russo-georgiana non sembra aver incrinato i rapporti con Washington. Sarà vero? Così parrebbe dalle dichiarazioni ufficiali dopo l'incontro tra il premier Berlusconi e il vicepresidente Usa Dick Cheney. Eppure, oggi il Financial Times offre un'analisi diversa e francamente più convincente:
«Non vogliamo creare un'Ossezia indipendente. Perché così vuole la storia», aveva affermato Kokoity a un convegno di politica estera organizzato dal Cremlino a Soci, sul Mar Nero, esprimendo l'aspirazione alla «riunificazione» con l'Ossezia del Nord e, quindi, il desiderio di tornare a far parte della Russia: «Sì, certo, noi diventeremo parte della Russia». Una dichiarazione scomoda persino per il Cremlino. Poco dopo, infatti, la "diplomatica" marcia indietro: «Ovviamente sono stato frainteso».
«A oggi pensiamo che il riconoscimento dell'Ossezia del Sud fosse un passo necessario e sufficiente. Non ci sono altri piani o alternative», si è affrettato a dichiarare il premier russo Putin, mentre il presidente Medvedev ricorre alla minaccia della piccola e militarmente impotente Georgia, occupata in tre soli giorni da poche migliaia di soldati russi, per giustificare un riarmo («si pone tra le più alte priorità dello Stato per i prossimi anni») in corso già da qualche anno.
Intanto, l'ambiguità della posizione italiana durante la crisi russo-georgiana non sembra aver incrinato i rapporti con Washington. Sarà vero? Così parrebbe dalle dichiarazioni ufficiali dopo l'incontro tra il premier Berlusconi e il vicepresidente Usa Dick Cheney. Eppure, oggi il Financial Times offre un'analisi diversa e francamente più convincente:
«... The US delegation, in Italy for five days, had pushed for clear endorsement of its position from Mr Berlusconi. Once a favoured ally rewarded for his support of the US invasion of Iraq, Mr Berlusconi has seriously irritated the Bush administration by his handling of Russia's invasion of Georgia... Concerns grew in Washington that Italy was undermining unity when Franco Frattini, Italy's foreign minister, went to Moscow last Thursday - when Mr Cheney was in Georgia and Ukraine, and ahead of European Union peace efforts by Nicolas Sarkozy, the French president, now among Washington's favourites».Mentre noi temiamo che Berlusconi subisca il fascino della sua amicizia con Putin, il FT fornisce alla posizione italiana uno straccio di motivazione razionale:
«Bush administration hawks are alarmed by Italy's close energy relationship with Russia, particularly the "strategic partnership" between Moscow's Gazprom and Italy's part state-owned Eni, and the South Stream pipeline they intend to build to take Russian gas across the Black Sea. Gazprom's entry into Libya is being facilitated by an asset-swap with Eni where Gazprom will take half of Eni's take in the Elephant oil field in exchange for Eni taking part of Russia's Arctic Gas».
Tuesday, September 02, 2008
Massaggio dell'Ue alla Russia
L'Europa «continua ad essere una casa comune anche per la Russia». Iniziava con questo commento del rappresentante permanente di Mosca presso la Nato, Dmitri Rogozin, la giornata. Eppure, si punisce una nazione confinante perché ambisce ad entrare in quella casa definita «comune»? Qualcosa non torna... «Dopo un certo raffreddamento, i nostri rapporti con i partner europei torneranno al livello di prima», prevede facilmente Rogozin.
La stampa russa registrava la vittoria: "A un passo dalle sanzioni, l'Ue si è tirata indietro"; "Ha condannato la Russia ma si è astenuta dal punirla"; "Condanna a parole"; "Falliti i progetti polacchi, britannici e dei paesi baltici di castigare la Russia"; "Risoluzione cauta e piuttosto mite".
Molti occhi erano puntati sul Consiglio straordinario dell'Unione europea e all'indomani della decisione tutti sembrano sorriderle.
La Russia è lieta del fatto che «la maggioranza dei paesi Ue abbia manifestato un approccio responsabile», si legge su un comunicato del Ministero degli esteri russo. I sostenitori della linea dura «sono rimasti in minoranza». E aggiunge: «E' chiaro che non siamo d'accordo con una serie di constatazioni che dimostrano pregiudizi nei confronti della Russia», ma «siamo abituati a vedere ostacoli artificiosi sulla via verso il trattato». La partnership «non deve essere ostaggio di divergenze di opinione su questo o quel singolo problema».
«Grazie a Dio il buon senso ha prevalso», un «trionfo della ragione», l'ha quasi entusiasticamente definito Putin. Una posizione definita con un pizzico di arroganza «ragionevole e realistica», «nell'interesse» dell'Unione europea, dal presidente Medvedev, che si prepara ad incontrare il presidente dell'autoproclamata Repubblica della Transdnistria (Moldova).
Da parte sua anche il presidente americano Bush ha detto di aver «apprezzato il messaggio forte» dell'Europa, ribadendo «l'importanza di sostenere l'integrità territoriale della Georgia e la sua ricostruzione». A noi più che un messaggio è parso un massaggio.
La decisione dell'Ue di "congelare" le trattative per una partnership è «un passo molto importante», secondo il presidente georgiano Saakashvili: la Russia «ha fallito nel tentativo di rompere l'unità in seno all'Europa», dato che i 27 hanno risposto «molto velocemente» e con un «tono insolitamente rigido».
Insomma, tutti contenti? Possibile che la dichiarazione dell'Ue fosse un tale capolavoro di unità ed equilibrio? Più probabile che qualcuno abbia fatto buon viso a cattivo gioco e i maggiori indiziati ci sentiamo di individuarli in Bush e Saakashvili. Un Putin raggiante. Ormai nessuna conferenza internazionale potrebbe mutare gli effetti della guerra e Medvedev può permettersi di offrire il bel gesto all'Italia, cui guarda caso vanno i maggiori riconoscimenti del Cremlino.
Il Wall Street Journal invece riserva derisione alla dichiarazione dell'Ue: "Stop! Or We'll Say Stop Again!".
La stampa russa registrava la vittoria: "A un passo dalle sanzioni, l'Ue si è tirata indietro"; "Ha condannato la Russia ma si è astenuta dal punirla"; "Condanna a parole"; "Falliti i progetti polacchi, britannici e dei paesi baltici di castigare la Russia"; "Risoluzione cauta e piuttosto mite".
Molti occhi erano puntati sul Consiglio straordinario dell'Unione europea e all'indomani della decisione tutti sembrano sorriderle.
La Russia è lieta del fatto che «la maggioranza dei paesi Ue abbia manifestato un approccio responsabile», si legge su un comunicato del Ministero degli esteri russo. I sostenitori della linea dura «sono rimasti in minoranza». E aggiunge: «E' chiaro che non siamo d'accordo con una serie di constatazioni che dimostrano pregiudizi nei confronti della Russia», ma «siamo abituati a vedere ostacoli artificiosi sulla via verso il trattato». La partnership «non deve essere ostaggio di divergenze di opinione su questo o quel singolo problema».
«Grazie a Dio il buon senso ha prevalso», un «trionfo della ragione», l'ha quasi entusiasticamente definito Putin. Una posizione definita con un pizzico di arroganza «ragionevole e realistica», «nell'interesse» dell'Unione europea, dal presidente Medvedev, che si prepara ad incontrare il presidente dell'autoproclamata Repubblica della Transdnistria (Moldova).
Da parte sua anche il presidente americano Bush ha detto di aver «apprezzato il messaggio forte» dell'Europa, ribadendo «l'importanza di sostenere l'integrità territoriale della Georgia e la sua ricostruzione». A noi più che un messaggio è parso un massaggio.
La decisione dell'Ue di "congelare" le trattative per una partnership è «un passo molto importante», secondo il presidente georgiano Saakashvili: la Russia «ha fallito nel tentativo di rompere l'unità in seno all'Europa», dato che i 27 hanno risposto «molto velocemente» e con un «tono insolitamente rigido».
Insomma, tutti contenti? Possibile che la dichiarazione dell'Ue fosse un tale capolavoro di unità ed equilibrio? Più probabile che qualcuno abbia fatto buon viso a cattivo gioco e i maggiori indiziati ci sentiamo di individuarli in Bush e Saakashvili. Un Putin raggiante. Ormai nessuna conferenza internazionale potrebbe mutare gli effetti della guerra e Medvedev può permettersi di offrire il bel gesto all'Italia, cui guarda caso vanno i maggiori riconoscimenti del Cremlino.
Il Wall Street Journal invece riserva derisione alla dichiarazione dell'Ue: "Stop! Or We'll Say Stop Again!".
The most cynical comment of the day, though, was Mr. Sarkozy's attempt to use the conflict to bully the Irish over their rejection of the union's Lisbon Treaty in June. "This crisis has shown that Europe needs to have strong and stable institutions" like those it would have gotten under Lisbon, Mr. Sarkozy said. No, what Europe needs is political will -- and a new treaty isn't going to solve that. Rather than scolding Irish voters for exercising their democratic rights, Mr. Sarkozy would do better to name and shame those member states whose desire to curry favor with Moscow kept the EU from taking a firmer stand yesterday.La Russia ha usato il linguaggio vago del piano in sei punti proposto da Sarkozy per il cessate-il-fuoco per mantenere le sue truppe in Georgia e violato clamorosamente uno dei punti dell'accordo, quando ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia anziché l'integrità territoriale della Georgia. Di fronte a tale umiliazione, l'Ue non ha saputo far altro che squittire, mentre mi sembra di udire le grasse risate che si stanno facendo al Cremlino.
Sunday, August 10, 2008
La Russia allunga le mani sul Caucaso
Il presidente americano Bush, «profondamente» preoccupato, chiede alla Russia di fermare i bombardamenti. «Dal punto di vista giuridico non solo è del tutto fondato e legittimo, ma è anche politicamente necessario» l'intervento, replica Putin, denunciando le «azioni criminali» del governo georgiano.Al di là di chi abbia sparato il primo colpo e di chi abbia alimentato l'escalation, che potrebbero non rispondere allo stesso nome, le parole di Putin rivelano le ambizioni russe di recuperare un dominio perso nella regione dal crollo dell'Urss e confermano le mie prime considerazioni. «Da secoli la Russia è una forza stabilizzatrice nell'area, promotrice di sviluppo e progresso. Vi assicuro che sarà così anche in futuro», afferma il premier russo. Ora, tutto si potrà dire delle "ragioni" russe in Ossezia del Sud e dei presunti crimini georgiani, ma che da secoli la Russia sia stata «promotrice di sviluppo e progresso» per la regione e «forza stabilizzatrice» è una balla colossale e rivelatrice delle intenzioni di Mosca, a meno che per «stabilità» non s'intenda ciò che intendono i cinesi per «armonia», quella di chi non crea problemi perché morto o in catene.
Ancora più inquietanti le parole del presidente Medvedev, che si preoccupa di farci sapere che l'intervento russo si prefigge lo scopo di «costringere la parte georgiana alla pace» e che «nessun obiettivo in Georgia può dichiararsi al sicuro». E infatti, nonostante le truppe georgiane si siano già ritirate completamente dall'Ossezia del Sud, la Russia ha esteso i suoi bombardamenti sulla Georgia. Vengono bombardati obiettivi che nulla sembrano avere a che fare con la sicurezza dei cittadini russi e osseti, né con le operazioni militari georgiane dei giorni scorsi nella capitale della provincia separatista. Sono state bombardate e distrutte le infrastrutture del porto di Poti, sul Mar Nero, il principale della Georgia; sono state bombardate le gole di Kodori, unica parte dell'Abkhazia controllata dai georgiani; è stata bombardata nuovamente la città georgiana di Gori; è stata bombardata per la prima volta la capitale georgiana, Tbilisi.
«E' al 100% un'aggressione brutale e non provocata da parte delle forze russe», ha ripetuto il presidente della Georgia Saakashvili alla Bbc, appellandosi alla Russia per un cessate-il-fuoco e la ripresa di negoziati, mentre il ministro degli Esteri georgiano ha chiesto l'«aiuto internazionale».
I ministri degli Esteri dell'Ue si incontreranno all'inizio della prossima settimana, ma il presidente di turno Sarkozy ha in mente una proposta di mediazione: cessazione immediata delle ostilità; pieno rispetto della sovranità territoriale della Georgia; ristabilimento della situazione pre-bellica, quindi ritiro delle forze russe e georgiane sulle loro posizioni.
Il ritorno allo status quo è la prospettiva più probabile a breve termine. Ma Abkhazia e Ossezia del Sud sono sempre piú vicine alla Russia. Se è stato davvero lui a forzare la mano, Saakashvili ha sbagliato i suoi calcoli, è stato molto avventato e molto sciocco. Ma potrebbe anche non avere avuto alternative di fronte all'ennesima provocazione e al palese ruolo molto poco da "peacekeepers" delle truppe russe nell'area. E' pur vero che senza sostegno internazionale non vediamo per lui molte alternative. E' evidente che sia lo status quo, sia l'escalation militare, spingono le due province separatiste tra le braccia di Mosca. Però abbiamo l'impressione che una situazione incendiaria non aiuti la Georgia a farsi aprire le porte dalla Nato, l'unica polizza di assicurazione di Saakashvili contro l'ingerenza russa.
Ok, per un momento facciamo finta di ragionare come i nostri amici "realisti". Non ci sono "buoni" e "cattivi", torti e ragioni, regimi democratici (o quasi) e autoritari. Ci sono i nostri interessi. A noi Occidente conviene accettare supinamente che la Russia riconquisti il dominio incontrastato sul Caucaso che esercitava ai tempi dell'Urss? Siete sicuri che Mosca oggi ha la forza per imporcelo come fatto compiuto e noi siamo così deboli da non poterci opporre?
Vi chiedo se per caso qualcuno di voi ha visto qualche foto o video di questi 1.600 morti denunciati dai separatisti filo-russi, perché per il momento i palazzi in fiamme e i civili morti che abbiamo potuto vedere erano georgiani. Per carità, lo dico per essere smentito, ma di questi 1.600 morti non ho visto l'ombra, neanche girando sui siti d'informazione russi (al massimo qualche ferito medicato in ospedale... chissà come e quando, il palazzo del governo separatista sudosseto danneggiato).
Saturday, August 09, 2008
Mentre tutti gli occhi sono su Pechino, la Russia invade la Georgia
Guarda caso proprio mentre tutti i riflettori e gli occhi del mondo erano puntati sul "nido" di Pechino per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, in Georgia deflagrava il "bubbone" Ossezia del Sud.Pare proprio che Mosca intenda dare seguito alla minaccia rivolta all'Occidente in reazione all'indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Un precedente che i russi vogliono sfruttare per destabilizzare la Georgia del filo-occidentale presidente Saakashvili, per impedirne l'ingresso nella Nato, che dovrebbe essere discusso tra i membri dell'Alleanza nell'autunno prossimo, e per riprendere le vecchie postazioni dominanti nel Caucaso e sul Mar Nero, perse con il crollo dell'Urss. Mosca ha un modo per dissuadere la Nato: rendere l'Ossezia del Sud incandescente. Quando al prossimo vertice Nato verrà di nuovo preso in esame il dossier georgiano, più volte rinviato, difficilmente i membri europei vorranno aprire le porte dell'Alleanza a un simile focolaio.
Nella notte scorsa le forze aree georgiane erano intervenute contro i separatisti in Ossezia del Sud bombardando le loro postazioni nel villaggio di Tkverneti, mentre dalle prime luci dell'alba già si registravano intensi scontri a fuoco tra i ribelli e le truppe di Tbilisi a Tskhinvali, capoluogo della provincia. «Tskhinvali è circondata dalle forze georgiane», annunciava il ministro per la Reintegrazione. Una risposta al «regime criminale» dei separatisti tesa a «ripristinare l'ordine». Il presidente georgiano Saakashvili dichiarava lo stato di «mobilitazione generale» in un discorso televisivo alla nazione. «Centinaia di migliaia di georgiani devono restare uniti e salvare il Paese». Le truppe georgiane controllano «larga parte» dell'Ossezia del Sud, «Tskhinvali è stata liberata e attualmente sono in corso combattimenti nel centro della città», riferiva il presidente, accusando Mosca di armare le truppe separatiste e definendo l'escalation «un'aggressione militare su larga scala» da parte della Russia.
Lo schema cui si sarebbe assistito di lì a poco è dei più semplici. «La popolazione dell'Ossezia del Sud chiede al presidente Medvedev e alla leadership della Federazione russa di portare aiuto e adottare misure volte a proteggere i nostri cittadini». I separatisti filo-russi chiamano e Mosca risponde all'appello. «Le azioni di aggressione della Georgia in Ossezia del Sud provocheranno azioni di risposta» da parte della Russia, tuona da Pechino il primo ministro russo Putin.
Putin accusa Tbilisi di «aver iniziato l'azione aggressiva», annunciando che la Russia sarà costretta a rispondere. Particolarmente mafioso e sinistro il suo "avvertimento": «Volontari russi sono pronti a partire per l'Ossezia, e non saremmo in grado di fermarli». Quasi un modo per arruolare forze irregolari. Anche il presidente russo Medvedev anticipa «azioni» per proteggere i cittadini "russi" assediati: «Non consentiremo che la morte di nostri cittadini rimanga impunita, i colpevoli saranno puniti nel modo che meritano... Secondo la Costituzione e la legge federale, come presidente della Federazione russa ho il dovere di proteggere la vita e la dignità dei cittadini russi, ovunque si trovino». I morti sarebbero 1.400, dieci tra i soldati del contingente di peacekeeping russo, secondo fonti russe o filo-russe.
Poche ore dopo ecco la mossa di Mosca. L'invasione della Georgia. Caccia dell'aviazione bombardano postazioni dell'esercito georgiano in Ossezia del Sud e nei dintorni della capitale, Tbilisi. Una lunga colonna di carri armati russi avanza verso la capitale della regione, Tskhinvali, e apre il fuoco sulle postazioni dei georgiani, mettendoli in fuga.
E' il presidente georgiano Saakashvili a denunciare che i caccia russi hanno bombardato la base aerea di Vaziani, fuori dalla capitale, e il porto di Poti sul Mar Nero, e che «150 carri armati russi, mezzi corazzati e altri veicoli sono entrati nell'Ossezia del sud... una chiara incursione nel territorio di un altro Paese... Abbiamo carri armati russi sul nostro territorio, caccia russi alla luce del sole...»
La Georgia è sotto l'attacco della Russia, i cui carri armati e caccia bombardano le popolazioni civili, dichiara sempre Saakashvili alla Cnn: «Per tutto il giorno, oggi, hanno bombardato la Georgia con molti aerei da guerra, colpendo in particolare la popolazione civile. Abbiamo decine di feriti e di morti... Il mio Paese si sta difendendo contro l'aggressione russa, le truppe russe hanno invaso la Georgia».
Operazioni di «pulizia etnica» da parte dei georgiani nei villaggi dell'Ossezia meridionale, come sostiene il ministro degli Esteri russo Lavrov, o addirittura prove di «genocidio», come denuncia il presidente sudosseto Kokoity, dichiarando al contempo che «questi ultimi tragici eventi dovrebbero diventare l'ultimo passo verso il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud»? Oppure semplici operazioni militari contro truppe separatiste illegittime?
Impossibile per ora stabilire chi sia stato a dare il via all'escalation. Chiunque sia stato, ha scelto non casualmente l'inizio delle Olimpiadi per agire di sorpresa. La ricostruzione più verosimile è che Saakashvili abbia voluto assestare qualche colpo ai danni dell'esercito separatista sostenuto dalla Russia e che Mosca abbia reagito invadendo. Ma è anche probabile che siano stati i separatisti a provocare la reazione georgiana. Se davvero fosse stato Saakashvili a violare l'equilibrio della zona, c'è da sperare che sappia ciò che fa e che abbia le spalle coperte, altrimenti sarebbe caduto nella provocazione dei russi.
L'intervento del segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, serve a capire la lettura da parte americana degli eventi: la Rice ha chiesto alla Russia «di porre termine agli attacchi condotti in Georgia con aerei e missili, il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia e il ritiro delle forze militari dal territorio georgiano».
Un milione di barili di petrolio al giorno diretti verso occidente sono a rischio. L'oleodotto Baku-Ceyhan, in funzione da oltre un anno, attraversa per 249 chilometri la repubblica caucasica (alcuni tratti dei quali a soli 55 chilometri dall'Ossezia del Sud) ed è l'unica pipeline dall'Asia centrale a evitare Iran e Russia per rifornire Stati Uniti ed Europa. Ecco quindi spiegata la centralità della Georgia e gli interessi russi in Ossezia del Sud.
Il quotidiano Times ha ricordato come la sicurezza dell'oleodotto (controllato al 30% dalla britannica BP) sia stata una delle maggiori preoccupazioni del consorzio che lo ha costruito. Proprio la scorsa settimana il primo attacco contro l'infrastruttura, in Turchia, ad opera di un commando del Pkk.
Lo schema cui si sarebbe assistito di lì a poco è dei più semplici. «La popolazione dell'Ossezia del Sud chiede al presidente Medvedev e alla leadership della Federazione russa di portare aiuto e adottare misure volte a proteggere i nostri cittadini». I separatisti filo-russi chiamano e Mosca risponde all'appello. «Le azioni di aggressione della Georgia in Ossezia del Sud provocheranno azioni di risposta» da parte della Russia, tuona da Pechino il primo ministro russo Putin.
Putin accusa Tbilisi di «aver iniziato l'azione aggressiva», annunciando che la Russia sarà costretta a rispondere. Particolarmente mafioso e sinistro il suo "avvertimento": «Volontari russi sono pronti a partire per l'Ossezia, e non saremmo in grado di fermarli». Quasi un modo per arruolare forze irregolari. Anche il presidente russo Medvedev anticipa «azioni» per proteggere i cittadini "russi" assediati: «Non consentiremo che la morte di nostri cittadini rimanga impunita, i colpevoli saranno puniti nel modo che meritano... Secondo la Costituzione e la legge federale, come presidente della Federazione russa ho il dovere di proteggere la vita e la dignità dei cittadini russi, ovunque si trovino». I morti sarebbero 1.400, dieci tra i soldati del contingente di peacekeeping russo, secondo fonti russe o filo-russe.
Poche ore dopo ecco la mossa di Mosca. L'invasione della Georgia. Caccia dell'aviazione bombardano postazioni dell'esercito georgiano in Ossezia del Sud e nei dintorni della capitale, Tbilisi. Una lunga colonna di carri armati russi avanza verso la capitale della regione, Tskhinvali, e apre il fuoco sulle postazioni dei georgiani, mettendoli in fuga.
E' il presidente georgiano Saakashvili a denunciare che i caccia russi hanno bombardato la base aerea di Vaziani, fuori dalla capitale, e il porto di Poti sul Mar Nero, e che «150 carri armati russi, mezzi corazzati e altri veicoli sono entrati nell'Ossezia del sud... una chiara incursione nel territorio di un altro Paese... Abbiamo carri armati russi sul nostro territorio, caccia russi alla luce del sole...»
La Georgia è sotto l'attacco della Russia, i cui carri armati e caccia bombardano le popolazioni civili, dichiara sempre Saakashvili alla Cnn: «Per tutto il giorno, oggi, hanno bombardato la Georgia con molti aerei da guerra, colpendo in particolare la popolazione civile. Abbiamo decine di feriti e di morti... Il mio Paese si sta difendendo contro l'aggressione russa, le truppe russe hanno invaso la Georgia».
Operazioni di «pulizia etnica» da parte dei georgiani nei villaggi dell'Ossezia meridionale, come sostiene il ministro degli Esteri russo Lavrov, o addirittura prove di «genocidio», come denuncia il presidente sudosseto Kokoity, dichiarando al contempo che «questi ultimi tragici eventi dovrebbero diventare l'ultimo passo verso il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud»? Oppure semplici operazioni militari contro truppe separatiste illegittime?
Impossibile per ora stabilire chi sia stato a dare il via all'escalation. Chiunque sia stato, ha scelto non casualmente l'inizio delle Olimpiadi per agire di sorpresa. La ricostruzione più verosimile è che Saakashvili abbia voluto assestare qualche colpo ai danni dell'esercito separatista sostenuto dalla Russia e che Mosca abbia reagito invadendo. Ma è anche probabile che siano stati i separatisti a provocare la reazione georgiana. Se davvero fosse stato Saakashvili a violare l'equilibrio della zona, c'è da sperare che sappia ciò che fa e che abbia le spalle coperte, altrimenti sarebbe caduto nella provocazione dei russi.
L'intervento del segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, serve a capire la lettura da parte americana degli eventi: la Rice ha chiesto alla Russia «di porre termine agli attacchi condotti in Georgia con aerei e missili, il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia e il ritiro delle forze militari dal territorio georgiano».
Un milione di barili di petrolio al giorno diretti verso occidente sono a rischio. L'oleodotto Baku-Ceyhan, in funzione da oltre un anno, attraversa per 249 chilometri la repubblica caucasica (alcuni tratti dei quali a soli 55 chilometri dall'Ossezia del Sud) ed è l'unica pipeline dall'Asia centrale a evitare Iran e Russia per rifornire Stati Uniti ed Europa. Ecco quindi spiegata la centralità della Georgia e gli interessi russi in Ossezia del Sud.
Il quotidiano Times ha ricordato come la sicurezza dell'oleodotto (controllato al 30% dalla britannica BP) sia stata una delle maggiori preoccupazioni del consorzio che lo ha costruito. Proprio la scorsa settimana il primo attacco contro l'infrastruttura, in Turchia, ad opera di un commando del Pkk.
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