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Monday, July 17, 2017

La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente

Pubblicato su formiche

Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…

Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.

Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.

Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.

Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.

Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.

Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".
Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.

Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...

"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".

Thursday, September 17, 2009

Scambio Usa-Russia? La rinuncia allo scudo per il sì di Mosca alle sanzioni contro l'Iran?

Su il Velino

Una «buona notizia» questa mattina per Mosca. Il presidente americano Barack Obama ha deciso di ritirare il progetto di scudo antimissile le cui basi avrebbero dovuto essere installate in Polonia e Repubblica Ceca. Questa mattina a Varsavia una delegazione americana è arrivata al Ministero degli Esteri per informare ufficialmente il governo polacco della decisione, mentre il presidente Obama ha chiamato al telefono il premier ceco, Jan Fischer, per annunciargli il rinvio «a tempo indeterminato» del programma.

Ideato e sviluppato dalla precedente amministrazione Bush jr per difendere l'Occidente dai missili a lunga gittata iraniani, lo "scudo" è stato sempre avversato dalla Russia, che vi vedeva una provocazione inaccettabile ai suoi confini e all'interno di quella che una volta era la sua sfera d'influenza, ma che a Mosca è ancora percepita come tale. Nel 2008 Washington si era accordata con Varsavia per il dispiegamento su territorio polacco, entro il 2013, di dieci intercettori di missili balistici a lunga gittata, e con Praga per l'installazione di un potente radar in Repubblica ceca.
(...)
Non è da escludere però che l'accantonamento dello scudo da parte americana faccia parte di uno scambio più ampio: gli Usa abbandonano il programma dello scudo antimissile in Europa dell'Est; i russi aiutano gli Usa a fermare gli sforzi dell'Iran per dotarsi di testate nucleari e missili balistici. Solo due giorni fa il presidente russo Medvedev aveva per la prima volta aperto alla possibilità di nuove sanzioni nei confronti di Teheran, spiegando che «le sanzioni sono poco efficaci ma a volte inevitabili» e assicurando che la Russia «opererà responsabilmente» sul dossier nucleare iraniano. D'altra parte, l'ipotesi di uno scambio simile (rinuncia allo scudo per un "sì" di Mosca alle sanzioni contro Teheran), era già stata al centro di rivelazioni giornalistiche alcuni mesi fa. L'aprile scorso, infatti, il New York Times riportava di una lettera di Obama consegnata a mano direttamente al presidente russo Medvedev, nella quale il nuovo presidente americano avrebbe evocato l'idea dello scambio.

Lo scoop del quotidiano Usa fu prontamente smentito da fonti di entrambi i governi: la lettera esisteva, ma non vi sarebbe stata alcuna proposta di "scambio", solo indicazioni su come fare progressi nel dialogo tra le due superpotenze, e tra le altre anche sulle questioni dello scudo antimissile e del programma nucleare iraniano. Ma che nella lettera i due argomenti fossero collegati, oppure trattati separatamente, non sarebbe comunque la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa Usa (New York Times o Washington Post) come canali non ufficiali di comunicazione con Mosca. E' possibile quindi che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. E quanto meno la decisione di Obama annunciata oggi avvalora l'ipotesi di uno scambio.
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Monday, August 18, 2008

La zampata russa coglie l'Occidente in letargo

Sconfitta che sfiora l'umiliazione per la Nato e gli Stati Uniti, mentre l'Europa ha ancora una volta dimostrato al suo vicino gigante russo di non esistere, di non saper nemmeno alzare la voce in difesa di suoi evidenti interessi.

Vedremo se, come promesso, i russi cominceranno oggi a ritirarsi dalla Georgia. Ieri il ministro della Difesa rendeva noto che la questione doveva essere ancora valutata e la decisione sarebbe stata presa solo «quando la situazione nella regione si sarà stabilizzata». Ma il presidente Medvedev, nel corso di un colloquio telefonico con Sarkozy, presidente di turno della Ue, aveva assicurato che il ritiro sarebbe iniziato oggi a mezzogiorno. Sarkozy non poteva far altro che prenderne atto chiarendo che in caso contrario la Russia sarebbe andata incontro a «gravi conseguenze»: «Questo ritiro deve essere messo in atto senza rinvii. A mio parere ciò non è negoziabile... Riguarda tutte le forze entrate dal 7 agosto scorso. Se questa clausola dell'accordo non sarà applicata rapidamente e totalmente, convocherò un Consiglio Europeo straordinario per decidere le conseguenze da trarre».

Per oltre una settimana i russi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Georgia, prendendosi gioco del piano Ue fatto sottoscrivere dal presidente Sarkozy ad entrambe le parti. Truppe e blindati russi sono rimasti posizionati ben oltre i tempi previsti dall'accordo a circa 45 chilometri da Tbilisi e nella città di Gori, tagliando in due il Paese e impedendo l'accesso ai porti del Mar Nero.

Ha quindi ragione Angelo Panebianco a parlare di Europa «irrisa e sbeffeggiata», «complice, più o meno riluttante», del «disegno russo». Ciò che i russi chiamano «misure aggiuntive di sicurezza» non è che la distruzione delle strutture militari georgiane, e qualche volta delle infrastrutture civili, così da rendere la Georgia ancor più indifesa e soggetta alla prepotenza russa. E oggi leggendo il New York Times si apprende che i russi, un giorno prima che il presidente Medvedev firmasse l'accordo di tregua proposto da Sarkozy, di fatto carta straccia, hanno schierato in Ossezia del Sud basi di lancio per missili a corto raggio SS-21, in grado di raggiungere la maggior parte del territorio georgiano, compresa la capitale Tbilisi.

Ciò che gli europei hanno definito «mediazione» e ruolo dell'Europa è in realtà una presa di distanze dagli Stati Uniti che ha indebolito la risposta dell'Occidente, confermando ai russi di poter sfruttare le divisioni occidentali. Inoltre, come osserva oggi Panebianco, l'Unione europea ha dimostrato di ignorare i fondati motivi di preoccupazione per la loro sicurezza dei suoi membri dell'Est.

Si dice che «non possiamo isolare la Russia». Una ovvietà. «Ci serve il suo gas, ci serve il suo appoggio nella crisi iraniana, ci serve che essa svolga un ruolo internazionale di cooperazione. Ma non possiamo permettere che essa usi il bastone e la carota con noi senza fare la stessa cosa nei suoi confronti». Tener conto sì delle "ragioni" della Russia, «ma non al punto di andare contro i nostri interessi vitali».

Dagli Stati Uniti invece sono giunti severi moniti nei confronti di Mosca ma a Washington i tempi di reazione sono apparsi comunque troppo lenti e timidi. E, soprattutto, l'amministrazione Bush si è fatta cogliere di sorpresa e nei mesi e anni scorsi ha sottovalutato i piani di Mosca.

La reputazione della Russia «è a brandelli» e pagherà le conseguenze delle sue azioni, avverte ora il segretario di Stato Condoleeza Rice. Azioni che «sollevano seri interrogativi sul suo ruolo e le sue intenzioni in Europa nel ventunesimo secolo», dichiara il presidente Bush: «Negli ultimi anni la Russia ha cercato di integrarsi nelle strutture diplomatiche, politiche, economiche e di sicurezza dell'occidente e gli Stati Uniti hanno appoggiato questi sforzi. Ora la Russia ha messo le sue aspirazioni a rischio intraprendendo azioni che fanno a pugni con i principi di queste istituzioni».

Un'altra risposta all'imperialismo russo è giunta da Varsavia. Il premier polacco Donald Tusk ha annunciato che Polonia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo preliminare per l'installazione dello scudo antimissile. Pronta la reazione da parte russa, per voce del generale Nogovizin, numero due dello Stato maggiore di Mosca. L'accordo non resterà «impunito», ha minacciato: «La Polonia si espone a un attacco, al cento per cento». Solo nelle dittature i generali si prendono la libertà di rilasciare dichiarazioni di tale gravità. Nell'offensiva in Georgia c'è di mezzo anche l'onore e l'orgoglio ferito delle forze armate russe. Sarà fantapolitica, ma quando al Cremlino i vertici politici danno il via a un'operazione militare, l'impressione è che non sappiano esattamente quando riusciranno a fermarla e fino a che punto i generali si spingeranno.

Che sia stato o no il presidente georgiano Saakashvili a sparare il primo colpo è a questo punto irrilevante, perché questa è una guerra che Mosca sta cercando di provocare da parecchio tempo, con forme di embargo e ripetute provocazioni militari. Se Saakashvili è caduto nella trappola russa, offrendo a Putin l'occasione che stava da tempo aspettando per dare una lezione alla piccola e filo-occidentale Georgia, l'Occidente sta perdendo la sua occasione per dare una lezione all'ambiziosa e ancora relativamente debole Russia. E gli iraniani, in silenzio, osservano...

«The man who once called the collapse of the Soviet Union "the greatest geopolitical catastrophe of the [20th] century" has reestablished a virtual czarist rule in Russia and is trying to restore the country to its once-dominant role in Eurasia and the world. Armed with wealth from oil and gas; holding a near-monopoly over the energy supply to Europe; with a million soldiers, thousands of nuclear warheads and the world's third-largest military budget... His war against Georgia is part of this grand strategy. Putin cares no more about a few thousand South Ossetians than he does about Kosovo's Serbs. Claims of pan-Slavic sympathy are pretexts designed to fan Russian great-power nationalism at home and to expand Russia's power abroad», ha scritto Robert Kagan sul Washington Post.

Il conflitto georgiano e la prepotenza russa confermano la tesi del suo ultimo libro, come lui stesso osserva in un recente articolo sul Weekly Standard. «La Storia è tornata», le autocrazie sono «ambiziose» e le democrazie «esitanti». Con l'invasione della Georgia cadono le illusioni coltivate con la fine della Guerra Fredda. L'imperialismo anima la politica estera russa fin dai tempi dello Zar, è stato carattere costitutivo della politica estera sovietica e non c'è ragione perché nella Russia autocratica di Putin venga abbandonato.

I conflitti tra grandi potenze e i nazionalismi ritornano, mentre il commercio internazionale e la crescita economica non hanno condotto al liberalismo politico in Cina e in Russia. Lo faranno nel lungo periodo? Ma quanto è lungo questo "lungo periodo", si chiede Kagan. La crescita economica e l'autocrazia si sono dimostrate compatibili, come lo furono in Germania e in Giappone tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Anzi, gli autocrati stanno imparando sempre di più come aprire alle attività economiche continuando a sopprimere le attività politiche. L'interdipendenza economica non ha sostituito il confronto geopolitico né ha diminuito l'importanza della forza militare.

L'Occidente è diviso e lento nel reagire ma ha ancora delle «carte da giocare» e Charles Krauthammer ha indicato quattro mosse per fermare Putin, o quanto meno per fargli capire che le sue azioni possono provocare gravi conseguenze per la Russia nei rapporti con l'Occidente. Neocon, si dirà, ma non differisce di molto l'analisi di un "realista" come Zbigniev Brzezinski, che paragona l'attacco alla Georgia a quanto fece l'Unione sovietica di Stalin alla Finlandia nel 1939.

Monday, July 14, 2008

Altri mille come lui

È morto a 76 anni, in un incidente stradale nei pressi di Poznan, nell'ovest della Polonia, Bronislaw Geremek, uno dei più coraggiosi e lucidi dissidenti polacchi durante il regime comunista. Lo ricorda in questo articolo Adam Michnik e non crediamo ci sia nulla da aggiungere alle sue parole. Giusto che la figura di Geremek possa essere di esempio per dieci, cento, mille dissidenti come lui in tutte le dittature del mondo.

Friday, February 23, 2007

Non lascia, anzi raddoppia

Non lascia e «forse raddoppia», avevamo scommesso in un post di qualche giorno fa in cui si spiegava che dietro la decisione di Blair di annunciare il piano di ritiro dall'Iraq non c'era alcun ripensamento strategico sulla guerra e men che meno nessun tradimento della causa democratica.

Ebbene, pare che raddoppi. Oltre ad aver precisato, ieri alla Bbc, che il numero dei soldati dispiegati in Iraq potrebbe anche aumentare, qualore ve ne fosse necessità («we have the full combat capability that is there, so if we are needed to go back in in any set of circumstances, we can»), Blair dovrebbe annunciare al Parlamento l'invio di mille uomini di rinforzo in Afghanistan per contrastare i talebani. Altri mille soldati dovrebbero arrivare dalla Polonia e l'Australia si prepara a raddoppiare il suo impegno da 500 a circa mille uomini.

In Italia, neanche promettendo una conferenza di pace che nessuno vuole e maggiore impegno civile per ingrassare la cooperazione pacifista, il Governo riesce a ottenere la fiducia sulla politica estera. Figurarsi se riesce a dare via libera ai nostri militari in missione in Afghanistan per partecipare ai combattimenti come richiede la Nato.

UPDATE 26 febbraio: Abbiamo la conferma ufficiale: la Gran Bretagna invierà altri 1.400 soldati in Afghanistan, in aggiunta ai 6.300 già schierati, per un totale di 7.700. Parlando ai Comuni il ministro della Difesa Des Browne ha sottolineato che la decisione di inviare rinforzi è stata presa dopo che sono falliti i tentativi di spingere altri Paesi della Nato a dare un contributo maggiore alla guerra in corso in Afghanistan contro i talebani. I soldati saranno dispiegati nel sud, in particolare nella provincia di Helmand, dove i talebani rappresentano una grossa minaccia.