Sogni di realpolitik
Appelli, appelli, appelli. Appelli per il clima; per la pace in Medio Oriente; per il dialogo con l'Iran. Barack Obama è il presidente degli appelli, ma anche se non si può certo trarre un bilancio, nemmeno parziale, della sua politica estera, non si può non notare come fino ad oggi abbia raccolto pochissimo, direi quasi nulla, dalle aperture che ha disseminato per il mondo, al prezzo di qualche incrinatura nei rapporti con gli storici alleati dell'America, dall'Estremo Oriente all'Europa dell'Est, passando per Israele.
Ma è in particolare sull'Afghanistan che la sua credibilità come comandante in capo è messa a dura prova in questi giorni, soprattutto dopo la rivelazione del rapporto del generale McChrystal. Un rapporto pronto dal 30 agosto, ma che l'amministrazione - qualcuno pensa per motivi di politica interna - ha deciso di non prendere in esame fino a pochi giorni fa. Un rapporto nel quale si avverte senza mezzi termini che senza ulteriori rinforzi in Afghanistan si va incontro al fallimento. Obama dice che prima di mandare altri uomini vuole avere chiara la strategia; certo, la strategia conta, ma le truppe combattenti ad oggi impegnate sono talmente esigue che a mio avviso si può iniziare a parlare di strategia solo dopo aver riconsiderato i numeri.
Oggi il Washington Post (a Woodward si deve lo scoop - l'ennesimo - del rapporto McChrystal) è uscito allo scoperto accusando esplicitamente il presidente di essere troppo «esitante» e «dubbioso» sull'Afghanistan in un «momento cruciale» per la campagna. Un editoriale lo rimprovera di «aver dimenticato le sue stesse parole a favore di una campagna contro l'insurrezione», come «se avesse un ripensamento» rispetto a quanto affermava soltanto cinque mesi fa: «Che cosa è cambiato dallo scorso marzo?», si chiede il WP. E le innumerevoli apparizioni tv di Obama in questi giorni rischiano di trasformarsi in un boomerang, perché le sue risposte rafforzano l'impressione della sua indecisione su un fondamentale tema di sicurezza nazionale come l'Afghanistan.
Tra l'altro, ad aggravare la situazione c'è anche la denuncia nient'affatto sorprendente del generale McChrystal, che nel suo rapporto, rivela oggi il Los Angeles Times, accusa i servizi segreti pakistani e iraniani di sostenere i talebani. Un'accusa molto verosimile. «L'insorgenza afghana è chiaramente sostenuta dal Pakistan», scrive il generale. I leader talebani «sono assistiti da alcuni elementi dell'Isi», mentre per quanto riguarda l'Iran, «le forze al Quds stanno addestrando combattenti per alcuni gruppi talebani e fornendo altre forme di assistenza militare agli insorti».
Della rinuncia allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica ceca ho già scritto - e c'è davvero da sperare che Obama abbia ricevuto almeno qualcosa in cambio dai russi, almeno un "sì" a nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran - ma anche quella decisione, almeno nel modo in cui è stata gestita, questa settimana viene criticata su Newsweek da Fareed Zakaria, proprio per il significato politico che ormai lo scudo aveva assunto per russi, polacchi e cechi. «Di questi tempi - ha commentato il Wall Street Journal - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che l'America sta lavorando sodo per creare avversari laddove in precedenza aveva amici».
E così non posso che condividere l'analisi di Christian Rocca, qualche giorno fa su Il Foglio, secondo cui in questo momento «l'approccio» di Obama sembra «costellato da una serie di mosse azzardate senza la certezza di contropartite valide e da un'assenza di visione strategica globale che denota la difficoltà di formulare un'alternativa multilaterale seria ed efficace, dotata di un linguaggio chiaro e coerente, da contrapporre alla chiarezza morale dell'unilateralismo di George W. Bush». Cosa farà Obama se iraniani, russi e nordcoreani respingeranno le sue aperture? C'è da cominciare a temere che esiterà sul da farsi come sull'Afghanistan, invece di riconoscere che l'atteggiamento ostile dei nemici degli Stati Uniti non era provocato dall'"unilateralismo" di Bush, ma da deliberate scelte politiche di quei regimi che nessuna mano tesa e realpolitik può ammorbidire. E se a un certo punto bisognerà riconoscere che non era Bush il "cattivo", e che l'"Asse del Male" esiste per davvero? Verrà il tempo di smettere di sognare a occhi aperti e mani tese?
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Tuesday, September 22, 2009
Friday, September 18, 2009
Grande baratto o scellerato appeasement?
C'è davvero solo da sperare, come scrive Max Boot, «che Obama abbia ricevuto qualche segreta concessione dai russi sul programma nucleare iraniano o su qualche altra pressante questione», perché se invece «spera semplicemente di suscitare la buona volontà nel Cremlino», allora siamo al «culmine dell'ingenuità». Quella dello scambio rinuncia allo scudo-sì russo alle sanzioni contro Teheran è un'ipotesi che neanche il Wall Street Journal, molto critico con la decisione di Obama, esclude del tutto.Il nuovo piano, hanno spiegato Obama e il segretario alla Difesa Gates, è volto a contrastare le capacità militari iraniane in modo più immediato e più vicino geograficamente. Non c'era necessità di dispiegare uno scudo per missili balistici a lunga gittata, se su questo fronte, secondo quanto risulta all'intelligence, Teheran sta progredendo più lentamente di quanto si temeva. La priorità, in questo momento, è affrontare una minaccia più imminente: quella dei missili a corto e medio raggio che l'Iran sta sviluppando molto più velocemente. Come il missile Shahab III, che può raggiungere Israele e parte del Sud Europa e che nelle speranze iraniane potrebbe essere armato con testate nucleari.
Ma il WSJ e diversi commentatori non credono a questo argomento e ironizzano sul fatto che guarda caso le ultime informazioni di intelligence sui progressi del programma iraniano si prestano perfettamente alle intenzioni già manifestate mesi fa dall'amministrazione di accantonare il progetto di scudo dell'ex presidente Bush jr. Il «motivo più probabile», invece, scrive il WSJ è che l'amministrazione «spera di ottenere il sì della Russia in Consiglio di Sicurezza dell'Onu per sanzioni più dure nei confronti dell'Iran. Forse - ipotizza il quotidiano Usa - i russi hanno segretamente accordato questo 'do ut des', sebbene l'abbiano subito negato». La Russia, fa notare il WSJ, è solita scambiare «un pizzico di aiuto diplomatico alle Nazioni Unite per concessioni materiali da parte dell'Occidente». Questa volta la concessione è stata lo scudo antimissile, «ma la prossima volta - avverte il quotidiano - l'Occidente potrebbe essere indotto a barattare i governi filo-occidentali in Georgia e Ucraina».
E' la stessa preoccupazione del senatore repubblicano John McCain, ex avversario di Obama nella corsa alla Casa Bianca, che osserva come l'abbandono dello scudo veicoli un messaggio sbagliato, «proprio in un momento in cui le nazioni dell'Europa dell'Est temono sempre più il rinnovato avventurismo russo». D'altra parte, è sempre stato il «tragico fato dei Paesi dell'Europa centrale e orientale essere trattati come monete di scambio con la Russia», ricorda il WSJ. «Di questi tempi - conclude - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che sta lavorando duramente per creare avversari laddove in precedenza aveva amici». Il quotidiano cita una lunga lista di esempi. A fronte delle aperture nei confronti dell'Iran, della Birmania, della Corea del Nord, della Russia e anche del Venezuela, registra i dissidi con Canada e Messico, Colombia e Corea del Sud, Israele, Giappone e Honduras.
Ma alcuni analisti pensano che invece di dare via libera alle sanzioni contro Teheran, Mosca potrebbe divenire ancora più intransigente, sostenendo che Washington stessa non ritiene più l'Iran una minaccia così grave, e che cinicamente potrebbe avere interesse a spingere Israele ad attaccare, così da mandare i prezzi del petrolio alle stelle e riempire in questo modo le casse del Cremlino svuotate a causa della crisi economica.
Per il New York Times, invece, il significato politico del nuovo sistema antimissile è un altro: «Piuttosto che concentrarsi in primo luogo nel proteggere gli Stati Uniti continentali, il nuovo piano sposta lo sforzo immediato sulla difesa dell'Europa e del Medio Oriente». Dai tempi delle "guerre stellari" di Reagan, ricorda il quotidiano Usa nell'analisi pubblicata oggi, la difesa antimissile è sempre stata una questione «più di politica estera che di tecnologia militare». Oggi, secondo il NYT, nelle intenzioni dell'amministrazione Obama ha una «nuova missione» politica: «convincere Israele e il mondo arabo che Washington si sta muovendo rapidamente per contrastare l'influenza dell'Iran, anche mentre apre a negoziati diretti con Teheran per la prima volta in trent'anni». Obama ora «può sostenere che lo scudo antimissile americano difenderà sia Israele che gli stati arabi, in particolare l'Arabia Saudita e l'Egitto».
Il segretario Gates ha spiegato che oltre agli incrociatori Aegis, per il nuovo scudo verranno dispiegati intercettori SM-3 con i relativi radar in Israele e nel Caucaso, senza però precisare esattamente dove. Secondo fonti militari israeliane, le sedi individuate sarebbero una base militare russa in Azerbaijan e una israeliana nel Negev. Proprio oggi, infatti, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha evocato la possibilità di un unico sistema di difesa tra Stati Uniti, Nato e Russia, mentre il premier russo Putin ha accolto la decisione di Obama definendola «giusta e coraggiosa».
Ma al di là delle ragioni tecniche e militari, che possono anche essere fondate, concede Max Boot, il danno più grave provocato dalla decisione di Obama è politico. Aver dimostrato a Putin che l'intransigenza paga, poiché Stati Uniti ed Europa non hanno la pazienza e la determinazione per affrontare Mosca. «L'amministrazione ha indubbiamente ragione quando dice che la minaccia immediata posta dall'Iran riguarda più i missili a corto raggio, e che ci vorrà tempo prima che abbia missili capaci di colpire l'Europa». Quindi, «ha senso concentrarsi su una difesa antimissile a corto raggio, e anche per quelli a lungo raggio, non necessariamente per la massima efficacia le basi devono essere collocate in Europa orientale». «Tutto questo è vero - ammette Boot - ma anche irrilevante». Ciò che conta è il significato politico che la questione dello scudo aveva assunto per i russi.
Il motivo reale della loro contrarietà è che «pensano di avere un diritto divino a minacciare l'Europa» con le loro capacità nucleari e ritengono «destabilizzante» qualsiasi cosa interferisca. Lo scudo, spiega Boot, «non costituiva alcuna minaccia per il vasto arsenale russo e Putin lo sapeva bene». La sua insistenza sul tema era dettata dall'esigenza di convincere i russi dell'esistenza di una minaccia della Nato da cui solo un «uomo forte» poteva difenderli. La decisione di Obama manda «un pericoloso segnale di irrisolutezza e debolezza, simile a quello mandato da un altro giovane presidente Usa quando incontrò i leader sovietici a Vienna nel 1961». Allora Nikita Khrushchev, ricorda Boot, uscì da quell'incontro con Kennedy convinto che fosse «molto inesperto e persino immaturo». Il risultato fu la crisi dei missili a Cuba. «C'è il rischio che Obama stia mandando un simile segnale di debolezza».
Critico anche David J. Kramer, sul Washington Post, secondo il quale l'appeasement con la Russia «non funzionerà»:
Winning Russian help in dealing with Iran as a quid pro quo is also very unlikely. Yet Obama's efforts to placate the Russians come at the expense of U.S. relations with Eastern and Central European governments that are already uneasy about the U.S. commitment to their region. Worse, rewarding bad Russian behavior is likely only to produce more Russian demands on this and other issues.Per Thomas Donnelly, direttore del Center for Defense Studies dell'American Enterprise Institute, è «un brutto giorno per la libertà», perché la decisione di Obama non riguarda «l'utilità di una difesa antimissile, né le relazioni con la Russia o l'Iran», ma prim'ancora «il ruolo degli Stati Uniti come garanti della sicurezza internazionale»:
The Obama Administration is proving to be not a collection of foxy tacticians, but a collective hedgehog that knows one big thing: political capital spent exercising American power abroad is capital lost in reshaping American society at home. But the United States cannot preserve the liberal international order if it adopts an economy-of-force approach. Nor will that order - or the general peace, prosperity and growth of liberty that are its distinguishing features - long survive.
(...)
To be sure, we have a larger and more immediate agenda with Moscow. But each item has become a measure of our weakness and weariness: the response to the invasion of Georgia, fear of further NATO expansion, access to Afghanistan, reneging on missile defenses and desperation to sign a new nuclear arms control treaty. As Russia declines, we’re trying to console it for its losses; China wonders how to feast on the remains. This is not good news for free states, or for the larger cause of freedom and independence.
Thursday, September 17, 2009
Scambio Usa-Russia? La rinuncia allo scudo per il sì di Mosca alle sanzioni contro l'Iran?
Su il VelinoUna «buona notizia» questa mattina per Mosca. Il presidente americano Barack Obama ha deciso di ritirare il progetto di scudo antimissile le cui basi avrebbero dovuto essere installate in Polonia e Repubblica Ceca. Questa mattina a Varsavia una delegazione americana è arrivata al Ministero degli Esteri per informare ufficialmente il governo polacco della decisione, mentre il presidente Obama ha chiamato al telefono il premier ceco, Jan Fischer, per annunciargli il rinvio «a tempo indeterminato» del programma.
Ideato e sviluppato dalla precedente amministrazione Bush jr per difendere l'Occidente dai missili a lunga gittata iraniani, lo "scudo" è stato sempre avversato dalla Russia, che vi vedeva una provocazione inaccettabile ai suoi confini e all'interno di quella che una volta era la sua sfera d'influenza, ma che a Mosca è ancora percepita come tale. Nel 2008 Washington si era accordata con Varsavia per il dispiegamento su territorio polacco, entro il 2013, di dieci intercettori di missili balistici a lunga gittata, e con Praga per l'installazione di un potente radar in Repubblica ceca.
(...)
Non è da escludere però che l'accantonamento dello scudo da parte americana faccia parte di uno scambio più ampio: gli Usa abbandonano il programma dello scudo antimissile in Europa dell'Est; i russi aiutano gli Usa a fermare gli sforzi dell'Iran per dotarsi di testate nucleari e missili balistici. Solo due giorni fa il presidente russo Medvedev aveva per la prima volta aperto alla possibilità di nuove sanzioni nei confronti di Teheran, spiegando che «le sanzioni sono poco efficaci ma a volte inevitabili» e assicurando che la Russia «opererà responsabilmente» sul dossier nucleare iraniano. D'altra parte, l'ipotesi di uno scambio simile (rinuncia allo scudo per un "sì" di Mosca alle sanzioni contro Teheran), era già stata al centro di rivelazioni giornalistiche alcuni mesi fa. L'aprile scorso, infatti, il New York Times riportava di una lettera di Obama consegnata a mano direttamente al presidente russo Medvedev, nella quale il nuovo presidente americano avrebbe evocato l'idea dello scambio.
Lo scoop del quotidiano Usa fu prontamente smentito da fonti di entrambi i governi: la lettera esisteva, ma non vi sarebbe stata alcuna proposta di "scambio", solo indicazioni su come fare progressi nel dialogo tra le due superpotenze, e tra le altre anche sulle questioni dello scudo antimissile e del programma nucleare iraniano. Ma che nella lettera i due argomenti fossero collegati, oppure trattati separatamente, non sarebbe comunque la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa Usa (New York Times o Washington Post) come canali non ufficiali di comunicazione con Mosca. E' possibile quindi che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. E quanto meno la decisione di Obama annunciata oggi avvalora l'ipotesi di uno scambio.
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Monday, August 24, 2009
Russia, pronta a settembre la nuova dottrina militare
Da il Velino
E' quasi pronta la nuova dottrina militare russa per fronteggiare le minacce del ventunesimo secolo. Secondo il giornale governativo Izvestia, la versione aggiornata dovrebbe essere rilasciata entro la fine del mese di settembre e consisterà di due parti: una pubblica, che affronta i vari «aspetti politico-militari»; l'altra riservata, che chiarirà gli «aspetti legali» dell'impiego dell'esercito e della marina nonché delle armi nucleari come legittimo strumento di deterrenza. Secondo il generale Anatoly Nogovytsin, segretario del Capo degli Stati Maggiori riuniti e presidente del gruppo di lavoro incaricato della revisione, «la nuova dottrina, sviluppata sotto la guida del Consiglio di sicurezza, differirà da quella esistente».
«Stiamo studiando molto attentamente i documenti governativi degli altri paesi, così come la posizione degli Stati Uniti e della Nato nelle questioni militari», riferisce Nogovytsin. Anche le «dottrine» di questi paesi e della Nato, sottolinea il generale russo, hanno una sezione «riservata». Il fatto che molto probabilmente ce ne sarà una anche nella nuova dottrina russa, assicura, «non significa che la Russia voglia far salire la tensione o considerare Washington e la Nato come minacce principali».
A giudicare dai più recenti motivi di attrito con gli Usa e dalle dichiarazioni di esponenti militari e politici russi del più alto livello, a preoccupare Mosca, e quindi ad aver reso necessaria ai suoi occhi una revisione della propria dottrina militare, sono il sistema di difesa anti-missile che Washington vorrebbe posizionare in Europa orientale (Polonia e Repubblica ceca) e i possibili conflitti locali ai suoi confini, come quello della scorsa estate contro la Georgia. Ma la nuova dottrina, commissionata al gruppo di lavoro dal vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale, il generale Yury Baluyevsky, con l'ampio appoggio dell'establishment militare, si inserisce nella partita tutta interna per la riforma delle forze armate.
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E' quasi pronta la nuova dottrina militare russa per fronteggiare le minacce del ventunesimo secolo. Secondo il giornale governativo Izvestia, la versione aggiornata dovrebbe essere rilasciata entro la fine del mese di settembre e consisterà di due parti: una pubblica, che affronta i vari «aspetti politico-militari»; l'altra riservata, che chiarirà gli «aspetti legali» dell'impiego dell'esercito e della marina nonché delle armi nucleari come legittimo strumento di deterrenza. Secondo il generale Anatoly Nogovytsin, segretario del Capo degli Stati Maggiori riuniti e presidente del gruppo di lavoro incaricato della revisione, «la nuova dottrina, sviluppata sotto la guida del Consiglio di sicurezza, differirà da quella esistente».
«Stiamo studiando molto attentamente i documenti governativi degli altri paesi, così come la posizione degli Stati Uniti e della Nato nelle questioni militari», riferisce Nogovytsin. Anche le «dottrine» di questi paesi e della Nato, sottolinea il generale russo, hanno una sezione «riservata». Il fatto che molto probabilmente ce ne sarà una anche nella nuova dottrina russa, assicura, «non significa che la Russia voglia far salire la tensione o considerare Washington e la Nato come minacce principali».
A giudicare dai più recenti motivi di attrito con gli Usa e dalle dichiarazioni di esponenti militari e politici russi del più alto livello, a preoccupare Mosca, e quindi ad aver reso necessaria ai suoi occhi una revisione della propria dottrina militare, sono il sistema di difesa anti-missile che Washington vorrebbe posizionare in Europa orientale (Polonia e Repubblica ceca) e i possibili conflitti locali ai suoi confini, come quello della scorsa estate contro la Georgia. Ma la nuova dottrina, commissionata al gruppo di lavoro dal vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale, il generale Yury Baluyevsky, con l'ampio appoggio dell'establishment militare, si inserisce nella partita tutta interna per la riforma delle forze armate.
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Friday, July 03, 2009
Obama-Medvedev, prove di disgelo
E' evidente che se i rapporti tra Usa e Russia dovessero peggiorare, come alcuni commentatori prevedono nel prossimo futuro (anche il sottoscritto, a meno di cedimenti di Obama), la posizione italiana rischierebbe di entrare in affanno, alla luce del ruolo di mediatore del quale si è sempre sentito investito Berlusconi, affettivamente legato alla bella pagina di Pratica di Mare 2002. Se Usa e Russia si allontanano, saranno sempre meno opportuni i suoi slanci filo-russi e saranno più difficili da far digerire ai nostri alleati gli affari energetici con Mosca. Un rischio «spaccata» per l'Italia, l'abbiamo definito qualche post fa. Tuttavia, alla vigilia di questa visita del presidente Obama a Mosca, entrambe le parti sembrano interessate, e impegnate, a volgere al meglio i loro rapporti, anche se su molti temi le aspettative ancora divergono.
Nella sua prima intervista ai media russi, anticipata oggi dall'agenzia Itar-Tass, il presidente Obama conferma la sua volontà di dialogare «alla pari» con la Russia e il suo apprezzamento per il presidente Medvedev, definito un leader «profondo e lungimirante»: «Penso che stia facendo un buon lavoro per guidare la Russia nel XXI secolo». In cima all'agenda del vertice - il principale banco di prova dei rapporti tra Usa e Russia - c'è un accordo «quadro per il trattato post-Start», cioè per la riduzione degli arsenali nucleari. Obama assicura la controparte di cercare un equlibrio «che non lasci vantaggi a nessuno dei due Paesi». Per ora i leader di Usa e Russia puntano a siglare un documento contenente gli obiettivi in cifre della riduzione dei loro arsenali strategici, da perfezionare in un trattato «entro la fine di dicembre», anticipa Obama nell'intervista, dove spiega che «per noi, mandare un segnale forte di riduzione dei nostri arsenali sarebbe di aiuto a livello internazionale, darebbe alla gente il senso che ci stiamo muovendo verso una nuova era e che vogliamo andare oltre la Guerra Fredda». «La cosa principale che voglio comunicare alla leadership e al popolo russo - aggiunge Obama - è il rispetto dell'America per la Russia, che vogliamo trattare alla pari. Siamo entrambi superpotenze e dobbiamo gestire tale responsabilità in un modo che incoraggi la pace». Pari diritti e pari doveri, è il messaggio di Obama alla Russia, inteso a superare quel senso di superiorità che prevaleva nell'amministrazione Bush e che infastidiva Mosca. «Gli Usa dimostrano la disponibilità a costruire rapporti con la Russia più sicuri e più moderni e anche noi siamo pronti a farlo», aveva a sua volta aperto, ieri, il presidente russo.
Per un accordo sul disarmo l'amministrazione Obama sarebbe persino disposta a mettere in discussione il progetto di scudo antimissile nell'Europa dell'est. L'ipotesi era stata fatta balenare tempo fa da fonti anomine dell'amministrazione sul New York Times e oggi il consigliere diplomatico del Cremlino Prikhodko, in un briefing con i giornalisti, ha confermato il legame tra i due temi. E' ciò che vorrebbe la Russia: accordo sul disarmo in cambio dell'abbandono dello scudo anti-missile, ma che probabilmente gli Usa non sono ancora pronti a concedere.
Di importanza non secondaria nei rapporti tra Usa e Russia il tema dell'Afghanistan. Il presidente Obama considera ormai quella in Afghanistan la "sua guerra", una missione da vincere. Lo dimostrano i continui bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan e la grande offensiva lanciata proprio in questi giorni dalle forze americane nella regione afghana di Helmand. Ebbene, Obama e Medvedev firmeranno un patto per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia. Un transito «sia aereo che terrestre, ma soprattutto aereo», ha precisato Prikhodko. Una prova importante della collaborazione della Russia in Afghanistan che sicuramente è molto apprezzata a Washington. Il tema del programma nucleare iraniano non dovrebbe essere motivo di attrito. Almeno per ora. I russi sono contrari a nuove e più severe sanzioni contro l'Iran, ma Obama - deciso a perseguire la sua strategia dell'engagement, nonostante la contestata rielezione di Ahmadinejad e la dura repressione dei manifestanti - in questo momento non sembra intenzionato a chiederle.
Entrambe le parti sono «entusiaste» all'idea di premere il bottone di "reset", spiega Stephen Sestanovich, esperto del Council on Foreign Relations, il problema è che dietro quel gesto potrebbe non esserci molto di concreto. Per Washington "reset" significa trovare un accordo sul disarmo, ma Mosca pretende in cambio «impegni legali», o comunque una rinuncia esplicita, allo scudo antimissile e all'allargamento della Nato. Non si accontenta di veder rallentare il processo di allargamento e di veder diminuire il budget Usa per la difesa missilistica.
Anche secondo l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, è «evidente che entrambi i paesi hanno interesse a migliorare le loro relazioni». Su alcuni temi - come la riduzione dei reciproci arsenali nucleari; un compromesso sullo scudo anti-missile, e «sforzi congiunti» per rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare - «la collaborazione non è solo possibile, ma anche vantaggiosa per entrambi». Purtroppo, osserva Brzezinski, non è affatto certo che la Russia intenda assumere un atteggiamento collaborativo sull'Iran. Le potenze sue rivali - Usa e Cina - soffrirebbero entrambe se una crisi tra Iran e Stati Uniti facesse salire i prezzi dell'energia, mentre la Russia ne trarrebbe vantaggio. La disponibilità della Russia sull'Iran potrebbe essere «più formale che reale».
Né vanno sottovalutati i «seri conflitti di interessi geopolitici» tra Usa e Russia nello spazio ex sovietico. Durante il vertice Putin e Medvedev cercheranno di capire se l'amministrazione Obama onorerà o meno gli accordi di partnership siglati dall'amministrazione Bush con Ucraina e Georgia. «Anche un segnale involontario in senso negativo - avverte Brzezinski - sarebbe interpretato dal Cremlino come una luce verde per una politica più muscolare nei confronti dei due paesi». Dev'essere fatto capire alla Russia che l'adesione alla Nato di Georgia e Ucraina «non è imminente», ma anche «che l'uso della forza o dei conflitti etnici per destabilizzarle avvelenerebbe le relazioni russo-americane». Chiarire questi aspetti è importante per far svanire al più presto ogni antistorica ambizione imperiale da parte dei russi. Secondo Brzezinski, in conclusione, l'approccio strategico dell'amministrazione Obama verso la Russia dev'essere volto a far comprendere ai russi «il loro interesse a diventare un partner genuinamente post-imperiale della comunità euro-atlantica».
Nella sua prima intervista ai media russi, anticipata oggi dall'agenzia Itar-Tass, il presidente Obama conferma la sua volontà di dialogare «alla pari» con la Russia e il suo apprezzamento per il presidente Medvedev, definito un leader «profondo e lungimirante»: «Penso che stia facendo un buon lavoro per guidare la Russia nel XXI secolo». In cima all'agenda del vertice - il principale banco di prova dei rapporti tra Usa e Russia - c'è un accordo «quadro per il trattato post-Start», cioè per la riduzione degli arsenali nucleari. Obama assicura la controparte di cercare un equlibrio «che non lasci vantaggi a nessuno dei due Paesi». Per ora i leader di Usa e Russia puntano a siglare un documento contenente gli obiettivi in cifre della riduzione dei loro arsenali strategici, da perfezionare in un trattato «entro la fine di dicembre», anticipa Obama nell'intervista, dove spiega che «per noi, mandare un segnale forte di riduzione dei nostri arsenali sarebbe di aiuto a livello internazionale, darebbe alla gente il senso che ci stiamo muovendo verso una nuova era e che vogliamo andare oltre la Guerra Fredda». «La cosa principale che voglio comunicare alla leadership e al popolo russo - aggiunge Obama - è il rispetto dell'America per la Russia, che vogliamo trattare alla pari. Siamo entrambi superpotenze e dobbiamo gestire tale responsabilità in un modo che incoraggi la pace». Pari diritti e pari doveri, è il messaggio di Obama alla Russia, inteso a superare quel senso di superiorità che prevaleva nell'amministrazione Bush e che infastidiva Mosca. «Gli Usa dimostrano la disponibilità a costruire rapporti con la Russia più sicuri e più moderni e anche noi siamo pronti a farlo», aveva a sua volta aperto, ieri, il presidente russo.
Per un accordo sul disarmo l'amministrazione Obama sarebbe persino disposta a mettere in discussione il progetto di scudo antimissile nell'Europa dell'est. L'ipotesi era stata fatta balenare tempo fa da fonti anomine dell'amministrazione sul New York Times e oggi il consigliere diplomatico del Cremlino Prikhodko, in un briefing con i giornalisti, ha confermato il legame tra i due temi. E' ciò che vorrebbe la Russia: accordo sul disarmo in cambio dell'abbandono dello scudo anti-missile, ma che probabilmente gli Usa non sono ancora pronti a concedere.
Di importanza non secondaria nei rapporti tra Usa e Russia il tema dell'Afghanistan. Il presidente Obama considera ormai quella in Afghanistan la "sua guerra", una missione da vincere. Lo dimostrano i continui bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan e la grande offensiva lanciata proprio in questi giorni dalle forze americane nella regione afghana di Helmand. Ebbene, Obama e Medvedev firmeranno un patto per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia. Un transito «sia aereo che terrestre, ma soprattutto aereo», ha precisato Prikhodko. Una prova importante della collaborazione della Russia in Afghanistan che sicuramente è molto apprezzata a Washington. Il tema del programma nucleare iraniano non dovrebbe essere motivo di attrito. Almeno per ora. I russi sono contrari a nuove e più severe sanzioni contro l'Iran, ma Obama - deciso a perseguire la sua strategia dell'engagement, nonostante la contestata rielezione di Ahmadinejad e la dura repressione dei manifestanti - in questo momento non sembra intenzionato a chiederle.
Entrambe le parti sono «entusiaste» all'idea di premere il bottone di "reset", spiega Stephen Sestanovich, esperto del Council on Foreign Relations, il problema è che dietro quel gesto potrebbe non esserci molto di concreto. Per Washington "reset" significa trovare un accordo sul disarmo, ma Mosca pretende in cambio «impegni legali», o comunque una rinuncia esplicita, allo scudo antimissile e all'allargamento della Nato. Non si accontenta di veder rallentare il processo di allargamento e di veder diminuire il budget Usa per la difesa missilistica.
Anche secondo l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, è «evidente che entrambi i paesi hanno interesse a migliorare le loro relazioni». Su alcuni temi - come la riduzione dei reciproci arsenali nucleari; un compromesso sullo scudo anti-missile, e «sforzi congiunti» per rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare - «la collaborazione non è solo possibile, ma anche vantaggiosa per entrambi». Purtroppo, osserva Brzezinski, non è affatto certo che la Russia intenda assumere un atteggiamento collaborativo sull'Iran. Le potenze sue rivali - Usa e Cina - soffrirebbero entrambe se una crisi tra Iran e Stati Uniti facesse salire i prezzi dell'energia, mentre la Russia ne trarrebbe vantaggio. La disponibilità della Russia sull'Iran potrebbe essere «più formale che reale».
Né vanno sottovalutati i «seri conflitti di interessi geopolitici» tra Usa e Russia nello spazio ex sovietico. Durante il vertice Putin e Medvedev cercheranno di capire se l'amministrazione Obama onorerà o meno gli accordi di partnership siglati dall'amministrazione Bush con Ucraina e Georgia. «Anche un segnale involontario in senso negativo - avverte Brzezinski - sarebbe interpretato dal Cremlino come una luce verde per una politica più muscolare nei confronti dei due paesi». Dev'essere fatto capire alla Russia che l'adesione alla Nato di Georgia e Ucraina «non è imminente», ma anche «che l'uso della forza o dei conflitti etnici per destabilizzarle avvelenerebbe le relazioni russo-americane». Chiarire questi aspetti è importante per far svanire al più presto ogni antistorica ambizione imperiale da parte dei russi. Secondo Brzezinski, in conclusione, l'approccio strategico dell'amministrazione Obama verso la Russia dev'essere volto a far comprendere ai russi «il loro interesse a diventare un partner genuinamente post-imperiale della comunità euro-atlantica».
Wednesday, March 04, 2009
Usa e Russia si parlano attraverso il NYT
Una lettera di Barack Obama consegnata a mano direttamente al presidente russo Medvedev. Nella quale il nuovo presidente americano avrebbe evocato l'idea di uno scambio molto semplice: gli Usa abbandonano il programma dello scudo spaziale in Europa dell'Est; i russi aiutano gli Usa a fermare gli sforzi dell'Iran per dotarsi di testate nucleari e missili balistici. Lo scoop è del New York Times, che però è stato prontamente smentito da fonti di entrambi i governi riportate dalla Cbs. La lettera esiste ma non vi sarebbe alcuna proposta di "scambio", solo indicazioni su come fare progressi nel dialogo tra le due superpotenze, tra le altre anche sulle questioni dello scudo antimissile e del programma nucleare iraniano. Nessun "do ut des".
Da Madrid, Medvedev, interpellato dai giornalisti, aveva sottolineato la «mancanza di collegamento» tra le due questioni, facendo pensare a un "no" alla lettera di Obama. Ma piuttosto che la lettera, Medvedev potrebbe aver avuto in mente proprio l'articolo del New York Times, nel quale si citano funzionari anonimi del governo Usa. E' possibile infatti che nella lettera si citassero separatamente i due argomenti, ma che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. Non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa come canali non ufficiali di comunicazione con governi rivali. E mi pare che proprio il NYT (o forse era il Washington Post) fece da tramite in un illustre precedente.
Da Madrid, Medvedev, interpellato dai giornalisti, aveva sottolineato la «mancanza di collegamento» tra le due questioni, facendo pensare a un "no" alla lettera di Obama. Ma piuttosto che la lettera, Medvedev potrebbe aver avuto in mente proprio l'articolo del New York Times, nel quale si citano funzionari anonimi del governo Usa. E' possibile infatti che nella lettera si citassero separatamente i due argomenti, ma che dietro l'articolo del NYT ci fosse l'intenzione di sondare il terreno. Non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca si affida ad autorevoli organi stampa come canali non ufficiali di comunicazione con governi rivali. E mi pare che proprio il NYT (o forse era il Washington Post) fece da tramite in un illustre precedente.
Wednesday, November 12, 2008
Tra Usa e Russia, l'Italia rischia la spaccata
Proprio nel giorno in cui la Russia rispedisce al mittente la proposta di collaborazione avanzata dagli Stati Uniti sullo scudo anti-missile (l'accesso degli ufficiali russi agli impianti in Polonia e nella Repubblica Ceca), il ministro degli Esteri Frattini rilascia a la Repubblica un'intervista che rischia di spostare troppo verso Mosca l'asse della politica estera italiana.
«La soluzione proposta dagli Usa esclude qualsiasi ipotesi di discussione», rivela una fonte del Cremlino citata dalle agenzie Itar Tass e Interfax. «Siamo pronti a cooperare con gli Stati Uniti sulla sicurezza europea, ma le proposte sul sistema di difesa missilistico sono insufficienti».
Il presidente-eletto Obama si trova in «una posizione sconveniente», osservano al Cremlino, a causa dell'attuale amministrazione che vuole far passare a tutti i costi come inevitabile la decisione sullo scudo. Il sistema di missili "Iskander" non è ancora stato dispiegato nella regione di Kaliningrad - come aveva annunciato il presidente russo Medvedev salutando con un guanto di sfida il nuovo inquilino della Casa Bianca - ma la decisione politica è già stata presa, fanno sapere da Mosca. Sembra ci sia già la fila, dopo pochi giorni trascorsi dalla vittoria di Obama, per tastare il polso della nuova amministrazione. Dal 20 gennaio, nei primi sei mesi della prossima presidenza, nemici e avversari dell'America lanceranno ciascuno la loro sfida per mettere alla prova la determinazione di Obama.
Ed è in questo contesto che si inserisce l'intervista di Frattini a la Repubblica:
Molto dipenderà anche dalle reali intenzioni dei russi. Stanno alzando la voce per farsi ascoltare, per trovare un compromesso in modo da non perdere la faccia, per farsi includere in un sistema di sicurezza europeo, o ambiscono a sfidare la leadership americana? E' ciò che gli analisti del nuovo presidente Usa cercheranno di capire. In quest'ultimo caso, nel prossimo futuro i rapporti tra Washington e Mosca saranno esposti a forti tensioni e volendo stare con una gamba da una parte e una dall'altra, l'Italia rischia di fare la spaccata.
«La soluzione proposta dagli Usa esclude qualsiasi ipotesi di discussione», rivela una fonte del Cremlino citata dalle agenzie Itar Tass e Interfax. «Siamo pronti a cooperare con gli Stati Uniti sulla sicurezza europea, ma le proposte sul sistema di difesa missilistico sono insufficienti».
Il presidente-eletto Obama si trova in «una posizione sconveniente», osservano al Cremlino, a causa dell'attuale amministrazione che vuole far passare a tutti i costi come inevitabile la decisione sullo scudo. Il sistema di missili "Iskander" non è ancora stato dispiegato nella regione di Kaliningrad - come aveva annunciato il presidente russo Medvedev salutando con un guanto di sfida il nuovo inquilino della Casa Bianca - ma la decisione politica è già stata presa, fanno sapere da Mosca. Sembra ci sia già la fila, dopo pochi giorni trascorsi dalla vittoria di Obama, per tastare il polso della nuova amministrazione. Dal 20 gennaio, nei primi sei mesi della prossima presidenza, nemici e avversari dell'America lanceranno ciascuno la loro sfida per mettere alla prova la determinazione di Obama.
Ed è in questo contesto che si inserisce l'intervista di Frattini a la Repubblica:
«Un'amministrazione americana impegnata sull'Afghanistan più che in passato, proiettata verso l'Asia più di quanto abbia fatto Bush, non potrà permettersi una guerra fredda con la Federazione russa. Quindi, non si potrà permettere di schierare lo scudo anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca, perché non si può permettere i missili russi a Kaliningrad».Dunque, in sostanza per Frattini niente scudo e niente ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato. Una posizione del tutto sovrapponibile a quella russa. La «prudenza di Obama», che Frattini giudica «indicativa», è dettata innanzitutto dal fatto che non è ancora il presidente in carica. Due sono le cose: o Frattini ha ben interpretato il nuovo vento che spira a Washington, e allora appresta l'Italia a giocare un significativo ruolo di "facilitatore" della nuova concordia tra Stati Uniti e Russia; oppure, ha sbagliato i calcoli, Obama tirerà dritto per non dare l'impressione di abbassare lo sguardo di fronte ai bluff di Mosca.
Washington dovrebbe cedere alle minacce dei russi?
«No, bisogna andare verso una prospettiva in cui Europa, Russia e America costruiscano insieme un nuovo ordine di sicurezza. Non vuol dire rimpiazzare la Nato, come qualcuno ha pensato. America, Russia ed Europa devono costruire un'intesa che abbia una strategia condivisa sulla non-proliferazione nucleare, sulla nuova architettura di sicurezza in Pakistan-Afghanistan. Una collaborazione fondamentale perché il Quartetto davvero giochi positivamente per la pace in Medio Oriente. Per questo i missili non servono».
Vuol dire che suggerisce all'America di bloccare lo schieramento del sistema anti-balistico in Polonia e Repubblica Ceca?
«Io consiglio di cambiare approccio: sbagliando, la Russia ha interpretato male lo scudo anti-missile americano, lo ha considerato un segnale di inimicizia. Dobbiamo ribaltare la situazione, perché quando Medvedev annuncia missili a Kaliningrad significa missili al centro della Lituania. La prudenza di Obama è indicativa. E aggiungo una cosa: dobbiamo riflettere con prudenza sull'allargamento della Nato a Ucraina e Georgia: il vertice di Bucarest ha preso delle decisioni, ma accelerare quelle decisioni sin dal prossimo dicembre sarebbe un altro segnale che non aiuterebbe nei rapporti con la Russia».
Molto dipenderà anche dalle reali intenzioni dei russi. Stanno alzando la voce per farsi ascoltare, per trovare un compromesso in modo da non perdere la faccia, per farsi includere in un sistema di sicurezza europeo, o ambiscono a sfidare la leadership americana? E' ciò che gli analisti del nuovo presidente Usa cercheranno di capire. In quest'ultimo caso, nel prossimo futuro i rapporti tra Washington e Mosca saranno esposti a forti tensioni e volendo stare con una gamba da una parte e una dall'altra, l'Italia rischia di fare la spaccata.
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