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Monday, May 02, 2011

Un giorno di primavera

Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.

A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.

Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.

E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.

Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.

Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Tuesday, October 12, 2010

Il "complesso" militare

Come mai il governo di centrosinistra presieduto da Massimo D'Alema nel 1999 ha potuto far partecipare i nostri aerei ai bombardamenti contro la Serbia di Milosevic, anche sulla capitale Belgrado, senza neanche informare prima il Parlamento, mentre il ministro La Russa, per una missione sotto l'ombrello dell'Onu, autorizzata e rifinanziata più volte dal Parlamento, si rivolge alle commissioni Difesa per una scelta tecnico-militare come quella di armare (come hanno fatto tutti i nostri alleati) o meno con bombe e missili i nostri aerei già impiegati in Afghanistan?

Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.

Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.

L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.

Monday, October 11, 2010

Armare i nostri aerei. Perché sì

Piuttosto che dell'opzione di armare i nostri caccia bombardieri in Afghanistan, bisognerebbe discutere del perché non lo si è fatto fino ad oggi dal momento che si è deciso di impiegarli. Nella guerra moderna rinunciare alla superiorità aerea è decisamente una follia. E' vero che combattiamo contro quattro straccioni senza aviazione, ma hanno comunque le loro armi letali e la capacità di infliggerci perdite. Le modalità di impiego dei nostri aerei finora è stata del tutto irresponsabile. Anche perché limitarsi all'uso dei cannoncini significa costringere un mezzo costosissimo a passaggi a bassa quota che lo espongono ad essere colpito, mentre sarebbe in grado di operare da altezze tali da essere al riparo da Rpg e simili.

Certo, è ovvio che bombe e missili non possono nulla contro le mine sotto le strade, quindi non bisogna illudersi che ciò basti a proteggere i nostri soldati da attentati come quello di sabato scorso, ma armare i nostri aerei avrebbe anche un duplice significato "politico", con risvolti non trascurabili dal punto di vista militare. Primo, è un messaggio chiaro ai nemici: non ci facciamo intimidire e siamo determinati ad usare mezzi più potenti per sconfiggerli. Secondo, combattere alla pari con i nostri alleati ci porrebbe nella condizione di essere maggiormente ascoltati e di giocare un ruolo più di primo piano sulla scena internazionale. Dalle parole del ministro La Russa traspare tutto il disagio dei nostri militari, che all'evenienza sono costretti a mendicare copertura aerea ai nostri alleati.

Non che ci venga negata, ma indubbiamente è una situazione "scomoda" e frustrante per i nostri e fastidiosa per gli altri, che non si vedono offrire da parte nostra analoga solidarietà in battaglia. Per questo credo che la richiesta di armare i nostri aerei venga innanzitutto dai nostri militari, che legittimamente non vogliono sentirsi inferiori o debitori nei confronti di nessuno. Sapendo che anche i nostri, come gli aerei degli altri, sono a disposizione per garantire copertura a tutte le forze Isaf, sarebbe più agevole chiedere copertura, che siano i nostri aerei o meno a poterla garantire in quel dato momento in cui serve.

Thursday, April 15, 2010

Innanzitutto nostri connazionali. Ma Emergency non è neutrale

E' verosimile che si tratti solo di una montatura, così come è verosimile che qualcuno possa essersi fatto prendere la mano dalla sua "simpatia" per la causa di quanti combattono le autorità afghane e gli "occupanti". Nella confusa vicenda dell'arresto dei tre operatori di Emergency in Afghanistan c'è però almeno un punto fermo: si tratta di tre nostri connazionali. Il governo ha dunque dei doveri nei loro confronti. Soprattutto in un Paese che non risplende certo per stato di diritto e trasparenza, deve garantire prima di tutto che siano trattati umanamente e dignitosamente; secondo, che possano difendersi efficacemente dalle accuse loro imputate; terzo, dovrebbe accertarsi oltre ogni ragionevole dubbio, celermente e con fonti proprie (visto che siamo presenti nel Paese non dovrebbe essere troppo difficile), che non si tratti di un complotto.

La storia del ritrovamento di armi e della complicità nel presunto complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand puzza e non è escluso che possa aver pesato in questa vicenda l'oscuro ruolo giocato da Emergency nella liberazione degli ostaggi italiani Mastrogiacomo e Torsello. Sembra verosimile l'accusa secondo cui abbia aiutato i talebani se non a sequestrare i due, quanto meno a ottenere dal loro rilascio lauti riscatti, non collaborando invece con l'intelligence e le autorità militari della coalizione e afghane. Il ministro degli Esteri Frattini ancora una volta non ha certo brillato per tempestività e lucidità. Al minimo sentore che possa trattarsi di una montatura, il governo dovrebbe intimare a Karzai di liberare i nostri connazionali. E' giusto che tutte queste valutazioni vengano fatte nella maggiore riservatezza possibile, ma spero davvero che sia ciò che si sta facendo.

Queste dovrebbero essere le prime preoccupazioni non solo del governo, ma anche di tutti noi, al di là del giudizio di ciascuno sulla guerra, sulla missione in Afghanistan e sul lavoro di Emergency - anche se non fu così nel caso di Quattrocchi e dei suoi sfortunati compagni. Detto questo, non si può tacere un altro aspetto di questa vicenda. Di tutta evidenza Emergency non è un'organizzazione neutrale come pretende di essere considerata. Non ho elementi per non credere a Strada quando dice che nelle loro strutture vengono curati i feriti di tutte le parti in conflitto. Ma il problema non è certo che vengono curati anche i talebani, quanto piuttosto l'atteggiamento innegabilmente ostile di Emergency nei confronti delle forze della coalizione e del governo afghano.

Un atteggiamento che oggettivamente mette in pericolo tutti gli operatori. Non perché giustifichi rappresaglie da parte del governo di Kabul, ma perché può dar luogo a infiltrazioni talebane e a collateralismi che vanno al di là delle intenzioni e delle capacità di controllo di Emergency. La sua posizione ideologica contro la presenza delle truppe straniere e contro il governo instaurato in Afghanistan dopo la guerra del 2002 si presta a strumentalizzazioni di ogni segno. E Gino Strada con la sua arroganza, anche in queste ore, non fa che peggiorare la situazione.

Thursday, December 03, 2009

Obama fa a malincuore la scelta giusta - l'unica sensata

Alla fine, dopo tre mesi di seminari e tentennamenti, Obama ha preso la decisione giusta. Non è stato un discorso esaltante, ma quel che conta, come ha osservato Peter Wehner, è che ha dato a McChrystal i soldati (30 mila americani, più 5 mila dagli alleati) e la strategia (di contro-insurrezione) di cui ha bisogno per vincere. Tre quarti di quelli richiesti ad agosto dal generale, di conseguenza il discorso non poteva che essere buono per tre quarti, fa notare Max Boot. Ma l'importante, oltre ai numeri, è che sia stata respinta l'opzione Biden di un impegno limitato a combattere al Qaeda, disinteressandosi dei talebani e dell'assetto dell'Afghanistan. Al contrario, la strategia scelta si pone l'obiettivo più ambizioso: sconfiggere al Qaeda, fermare l'avanzata talebana, addestrare le forze di sicurezza afghane, rendere sicuri i centri abitati ed evitare che i talebani tornino al potere. Inoltre, contrariamente alle voci della vigilia, le nuove truppe verranno dispiegate rapidamente, nell'arco di sei mesi.

Al di là della retorica usata da Obama, quindi, nella sostanza il piano è identico a quello adottato con successo dal generale Petraeus in Iraq, come ha chiarito il segretario alla Difesa, Robert Gates: «L'essenza del nostro piano civile-militare è ripulire, rimanere, costruire e trasferire. Iniziare a trasferire la responsabilità della sicurezza agli afghani nell'estate del 2011 è vitale - e a mio avviso fattibile». Ma, ha precisato Gates, «avverrà distretto per distretto, provincia per provincia, a seconda delle condizioni sul campo». Il processo sarà «simile» a quello sperimentato in Iraq. Anche dopo l'inizio del trasferimento delle responsabilità e del ritiro della forze da combattimento, gli Stati Uniti «continueranno a sostenere il loro sviluppo come partner di lungo termine». Ancora più esplicito e rassicurante il riferimento di Gates agli «errori» commessi dopo la ritirata sovietica dall'Afghanistan: «Non ripeteremo gli errori del 1989, quando abbandonammo il Paese per poi vederlo cadere nella guerra civile e, infine, nelle mani dei talebani».

Per questo anche i commentatori conservatori hanno giudicato positivamente la nuova strategia, l'unica sensata, annunciata - pazienza se a malincuore - da Obama. Il suo discorso è piaciuto anche a Bill Kristol, ma per lo stesso motivo per cui è stato duramente criticato da Michael Moore: «Ha parlato da "war president", ed è una buona cosa, perché quando siamo in guerra abbiamo bisogno di un presidente di guerra». Criticabile, invece, per Kristol la «pseudo-scadenza al luglio 2011». D'altra parte, tempi e modalità del ritiro sono sottoposti a condizioni, osserva, quindi la «quasi-deadline» non dovrebbe essere troppo dannosa. Ma la cosa importante è che «per la metà del 2010 Obama avrà più che raddoppiato il numero delle truppe in Afghanistan e avrà dato al suo generale Stanley McChrystal i mezzi per combattere la guerra nel modo che ritiene necessario per vincerla». Inoltre, con questa decisione, conclude Kristol, Obama «ha anche riconosciuto che lui e il suo partito si sbagliavano sul "surge" in Iraq nel 2007: dopotutto, la logica del suo surge è identica a quella di Bush».

John Podhoretz definisce il discorso di Obama un «momento di svolta» («dopo aver passato mesi a cercare disperatamente un'altra scelta, una terza via, una bella opzione, Obama alla fine si è arreso alla logica della presidenza») e riconosce il suo «coraggio». Obama, infatti, «sta chiaramente agendo contro i suoi istinti e la sua ideologia», e se la qualità del suo discorso ha lasciato a desiderare è perché «stava cercando di usare un linguaggio con il quale spiegare la sua decisione a persone come lui». Ecco perché non poteva funzionare dal punto di vista della retorica e della persuasione. «Un'occasione persa», conclude Podhoretz: «Ma non importa, è la politica che conta». E anche la scadenza dei 18 mesi «indica la serietà del suo impegno, dal momento che ha solo indicato l'inizio del ritiro, condizionandolo alla situazione sul campo in quel momento».

Su questo è d'accordo anche Wehner: la scadenza dei 18 mesi, «almeno per ora, è meno preoccupante di quanto possa sembrare». Nel suo discorso Obama ha detto che «cominceremo il ritiro delle nostro forze nel luglio del 2011, ma come abbiamo fatto in Iraq, eseguiremo la transizione responsabilmente, prendendo in considerazione le condizioni sul terreno». Un «caveat chiave», secondo Wehner: «Se le condizioni sul campo cambiano, Obama si è lasciato ampio spazio di manovra per rivedere la sua decisione, nulla è scolpito nella roccia». Anche se, avverte Max Boot, questa «deadline», al solo scopo di «placare la base liberal del Partito democratico», rischia di far arrivare ai talebani il messaggio che non devono far altro che aspettare 18 mesi e «gli infedeli saranno fuori dalla porta». Può non essere precisamente così, ma «è ciò che i nostri nemici intenderanno».

L'aspetto negativo del discorso di Obama, osserva Wehner, è che «non sembra vedere questa guerra nel contesto di una grande causa», ma la considera piuttosto come «una sgradita distrazione dalla sua agenda interna». Cosa che alla lunga, tra le polemiche e le vittime Usa in aumento, potrebbe minare la sua determinazione. Di questo si è lamentato anche Peter Beinart, che scrive ancora per The New Republic ma ora è al Council on Foreign Relations. Il "surge" annunciato da Obama è una «buona politica», ma il discorso «mi ha lasciato freddo», lamenta: «Militarmente, ci stiamo coinvolgendo più in profondità in Afghanistan, ma emotivamente ne stiamo uscendo. Non c'è stato nulla nel discorso sul nostro obbligo morale nei confronti del popolo afghano, al quale l'America ha promesso molto e ha consegnato scandalosamente poco».

Se tra i grandi quotidiani Usa c'è chi, come il Washington Post, sostiene che Obama abbia definitivamente fatto sua la guerra in Aghanistan, il Wall Street Journal, pur sostenendo la sua decisione, pensa che questa non sia ancora la guerra di Obama: «Da presidente di guerra Obama dovrà impiegare una quantità maggiore del suo capitale politico per persuadere l'opinione pubblica americana che la campagna afghana vale la pena». Non dovrà, come ha fatto in passato, «pronunciare un solo discorso e poi lasciar cadere l'argomento». Il presidente ha bisogno di un suo "surge" politico.

Tuesday, October 06, 2009

Ascoltare i generali, i siluri di Kissinger a Biden e Obama

Con tutto il rispetto per il presidente Obama, che si trova di fronte a un autentico dilemma politico, Henry Kissinger un paio di siluri li lancia nell'analisi comparsa venerdì scorso sul sito di Newsweek, e tradotta ieri da La Stampa. Tre le opzioni in Afghanistan: continuare con il dispiegamento attuale, il che significherebbe però abbandonare la strategia proposta da McChrystal e sostenuta da Petraeus e verrebbe interpretato come il «primo passo del ritiro»; diminuire il contingente optando per una ulteriore nuova strategia, quella sostenuta dal vicepresidente Joe Biden; aumentare le truppe con una strategia che si concentri sulla sicurezza della popolazione. Kissinger è favorevole a questa terza soluzione, ma coinvolgendo diplomaticamente «i potenti vicini» dell'Afghanistan.

Con il primo "siluro" Kissinger ridicolizza le tesi del vicepresidente Biden. La nuova strategia che sostiene «ridurrebbe la missione essenzialmente all'antiterrorismo rinunciando all'impegno anti-guerriglia, con l'argomento che l'obiettivo strategico per l'America è impedire che l'Afghanistan torni a essere una base del terrorismo internazionale. Quindi, la sconfitta di Al Qaeda e della jihad sarebbe una priorità dominante». Dal momento che i talebani rappresenterebbero solo una minaccia locale, e non globale. Alla base c'è la convinzione che i talebani e Al Qaeda abbiano diversi interessi strategici. «Un negoziato con loro isolerebbe Al Qaeda e porterebbe alla sua sconfitta, in cambio non verrebbe sfidata la presa dei talebani sul governo del Paese».

E' una teoria che però a Kissinger sembra «troppo contorta»: «Sono stati proprio i talebani a fornire le basi per Al Qaeda. E' improbabile riuscire a separarli precisamente dal punto di vista geografico. Ciò implicherebbe anche la divisione dell'Afghanistan lungo linee funzionali, poiché è altamente improbabile che le azioni civili su cui si basano le nostre politiche possano essere poste in atto in aree controllate dai talebani. Perfino i cosiddetti realisti, come me, riderebbero di una tacita cooperazione degli Usa con i talebani al governo in Afghanistan».

Non ha preso posizione esplicitamente, ma da quanto ha fatto intendere in un'intervista alla CNN di oggi, neanche il segretario alla Difesa, Robert Gates, sembra d'accordo con le tesi di Biden. Per Gates i destini dei talebani e di al Qaeda sono strettamente legati: se i talebani dovessero prendere il controllo di «vaste porzioni» dell'Afghanistan, ciò offrirebbe «maggiore spazio ad al Qaeda per rafforzarsi. Ma ciò che è più importante, dal mio punto di vista, è il messaggio che sarebbe inviato, l'affermazione dell'autorità» della rete di Osama bin Laden. Se «in questo momento i talebani hanno slancio», è «a causa della nostra incapacità e, francamente, a quella dei nostri alleati, a inviare abbastanza truppe in Afghanistan».

Tra l'altro, il disinteresse di Biden per la stabilizzazione e il futuro politico dell'Afghanistan mi ricorda molto l'errore che le amministrazioni Usa fecero dalla fine dell'occupazione sovietica a tutti gli anni '90. Quando fu deciso di aiutare i mujahidin contro i sovietici, una debacle e il conseguente ritiro di questi ultimi (o addirittura la caduta dell'Urss) era ritenuto un esito talmente remoto che non fu predisposto alcun piano politico sull'Afghanistan. L'obiettivo era logorare e contenere i sovietici, mentre l'unico convinto della possibilità di scacciarli era l'allora direttore della Cia Casey. Del destino dell'Afghanistan agli Usa non importava nulla.

Quando, però, ciò che non si riteneva possibile accadde, il futuro assetto dell'Afghanistan avrebbe dovuto interessare eccome gli Usa, che invece fecero l'errore di lasciare campo libero al progetto coltivato per anni dall'ISI, il servizio segreto pakistano. Oggi Biden vorrebbe abbandonare l'Afghanistan al suo destino per una seconda volta, non comprendendo che il Paese è nell'interesse strategico dell'islamismo radicale dagli anni '80.

Il secondo "siluro" di Kissinger è diretto all'indecisione del presidente e alle sue inconfessabili cause: «I responsabili della catena di comando in Afghanistan, ciascuno con qualifiche eccezionali, sono stati tutti nominati dall'amministrazione di Obama. Respingere i loro consigli significherebbe far trionfare la politica interna sulle valutazioni strategiche».

C'è da chiedersi, infine, come mai tra «i potenti vicini» dell'Afghanistan - Pakistan, India, Cina, Russia, Iran - nessuno fino ad ora si sia davvero impegnato per la sua stabilizzazione. Kissinger chiede un impegno diplomatico nei confronti di questi Paesi. Ma se Cina, India e Russia sembrerebbero in effetti avere tutto l'interesse a una sconfitta dell'islamismo radicale (pur avendo anche l'interesse a mantenere il più possibile sotto pressione e bisognosi del proprio aiuto gli Usa e la Nato), lo stesso non si può dire del Pakistan e dell'Iran.

Monday, October 05, 2009

Rinforzi e subito, ascoltare il generale

Aumenta la pressione sul presidente Obama per una rapida decisione sui rinforzi in Afghanistan (dai 30 ai 40 mila soldati in più) chiesti dal generale Stanley McChrystal, comandante della missione. Domenica, intervistato dal programma Face the Nation, in onda sulla CBS, anche il generale Anthony Zinni, ex comandante in capo del CentCom, le cui responsabilità includono l'Afghanistan, ha esortato il presidente a prendere in breve tempo una decisione favorevole, inviando le truppe di cui McChrystal dice di aver bisogno: «Ritengo che dobbiamo fare attenzione a quanto tempo prende» la riflessione di Obama, ha osservato Zinni. «Potrebbe essere interpretata non solo nella regione, ma anche dai nostri alleati, e dal nemico, per insicurezza, per incapacità a prendere una decisione».

«Abbiamo il generale - ha aggiunto Zinni - che è probabilmente il più qualificato che potremmo avere che ci sta dicendo di cosa abbiamo bisogno sul terreno per avere la sicurezza e il tempo che ci vogliono per realizzare le cose "non militari". Non capisco proprio perché ci stiamo interrogando su questa valutazione. Spero che non vada avanti per molto», ha spiegato al programma della CBS. Zinni, noto per la sua opposizione all'invasione dell'Iraq e per le sue taglienti critiche in passato nei confronti dei neoconservatori, non è facilmente collocabile politicamente.

E nei giorni scorsi un'altra autorevole voce si è aggiunta a quella di McChrystal nel sottolineare l'esigenza di più truppe in Afghanistan. Il generale David Richards, dallo scorso agosto comandante in capo delle forze armate britanniche, ha dichiarato al Sunday Telegraph che una forza Nato con un maggior numero di soldati renderebbe più semplice sconfiggere i talebani e raggiungere gli obiettivi della comunità internazionale: «Se si dispiegano più truppe sarà possibile raggiungere gli obiettivi che ci sono stati chiesti con maggior rapidità e meno perdite».

L'obiettivo più importante nella strategia controinsurrezionale è «vincere la battaglia psicologica», ha spiegato il generale Richards: «Abbiamo bisogno di dimostrare che noi, la Nato e il governo afghano, offriamo un futuro molto più luminoso che è inoltre più sicuro, con posti di lavoro e migliore istruzione e migliore assistenza sanitaria». Una sconfitta della Nato avrebbe un «effetto inebriante» sugli estremisti, ha avvertito, con «immense» implicazioni geostrategiche. «Se al Qaeda e i talebani ritenessero di averci sconfitto, che cosa accadrebbe dopo? Si limiterebbero all'Afghanistan?», si è chiesto il capo delle forze armate britanniche.

All'interno dell'amministrazione Obama il fronte di chi si oppone all'invio di ulteriori rinforzi è guidato dal vicepresidente Joe Biden, il quale sostiene sia meglio concentrare gli sforzi nel colpire al Qaeda nelle regioni al confine tra Pakistan e Afghanistan, usando droni e corpi speciali. Una diversa strategia che si basa sulla convinzione che i talebani e al Qaeda non avrebbero gli stessi interessi strategici.

Tuesday, September 22, 2009

Il presidente degli appelli tentenna sull'Afghanistan

Sogni di realpolitik

Appelli, appelli, appelli. Appelli per il clima; per la pace in Medio Oriente; per il dialogo con l'Iran. Barack Obama è il presidente degli appelli, ma anche se non si può certo trarre un bilancio, nemmeno parziale, della sua politica estera, non si può non notare come fino ad oggi abbia raccolto pochissimo, direi quasi nulla, dalle aperture che ha disseminato per il mondo, al prezzo di qualche incrinatura nei rapporti con gli storici alleati dell'America, dall'Estremo Oriente all'Europa dell'Est, passando per Israele.

Ma è in particolare sull'Afghanistan che la sua credibilità come comandante in capo è messa a dura prova in questi giorni, soprattutto dopo la rivelazione del rapporto del generale McChrystal. Un rapporto pronto dal 30 agosto, ma che l'amministrazione - qualcuno pensa per motivi di politica interna - ha deciso di non prendere in esame fino a pochi giorni fa. Un rapporto nel quale si avverte senza mezzi termini che senza ulteriori rinforzi in Afghanistan si va incontro al fallimento. Obama dice che prima di mandare altri uomini vuole avere chiara la strategia; certo, la strategia conta, ma le truppe combattenti ad oggi impegnate sono talmente esigue che a mio avviso si può iniziare a parlare di strategia solo dopo aver riconsiderato i numeri.

Oggi il Washington Post (a Woodward si deve lo scoop - l'ennesimo - del rapporto McChrystal) è uscito allo scoperto accusando esplicitamente il presidente di essere troppo «esitante» e «dubbioso» sull'Afghanistan in un «momento cruciale» per la campagna. Un editoriale lo rimprovera di «aver dimenticato le sue stesse parole a favore di una campagna contro l'insurrezione», come «se avesse un ripensamento» rispetto a quanto affermava soltanto cinque mesi fa: «Che cosa è cambiato dallo scorso marzo?», si chiede il WP. E le innumerevoli apparizioni tv di Obama in questi giorni rischiano di trasformarsi in un boomerang, perché le sue risposte rafforzano l'impressione della sua indecisione su un fondamentale tema di sicurezza nazionale come l'Afghanistan.

Tra l'altro, ad aggravare la situazione c'è anche la denuncia nient'affatto sorprendente del generale McChrystal, che nel suo rapporto, rivela oggi il Los Angeles Times, accusa i servizi segreti pakistani e iraniani di sostenere i talebani. Un'accusa molto verosimile. «L'insorgenza afghana è chiaramente sostenuta dal Pakistan», scrive il generale. I leader talebani «sono assistiti da alcuni elementi dell'Isi», mentre per quanto riguarda l'Iran, «le forze al Quds stanno addestrando combattenti per alcuni gruppi talebani e fornendo altre forme di assistenza militare agli insorti».

Della rinuncia allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica ceca ho già scritto - e c'è davvero da sperare che Obama abbia ricevuto almeno qualcosa in cambio dai russi, almeno un "sì" a nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran - ma anche quella decisione, almeno nel modo in cui è stata gestita, questa settimana viene criticata su Newsweek da Fareed Zakaria, proprio per il significato politico che ormai lo scudo aveva assunto per russi, polacchi e cechi. «Di questi tempi - ha commentato il Wall Street Journal - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che l'America sta lavorando sodo per creare avversari laddove in precedenza aveva amici».

E così non posso che condividere l'analisi di Christian Rocca, qualche giorno fa su Il Foglio, secondo cui in questo momento «l'approccio» di Obama sembra «costellato da una serie di mosse azzardate senza la certezza di contropartite valide e da un'assenza di visione strategica globale che denota la difficoltà di formulare un'alternativa multilaterale seria ed efficace, dotata di un linguaggio chiaro e coerente, da contrapporre alla chiarezza morale dell'unilateralismo di George W. Bush». Cosa farà Obama se iraniani, russi e nordcoreani respingeranno le sue aperture? C'è da cominciare a temere che esiterà sul da farsi come sull'Afghanistan, invece di riconoscere che l'atteggiamento ostile dei nemici degli Stati Uniti non era provocato dall'"unilateralismo" di Bush, ma da deliberate scelte politiche di quei regimi che nessuna mano tesa e realpolitik può ammorbidire. E se a un certo punto bisognerà riconoscere che non era Bush il "cattivo", e che l'"Asse del Male" esiste per davvero? Verrà il tempo di smettere di sognare a occhi aperti e mani tese?

Friday, September 18, 2009

Le guerre o si combattono o si subiscono

Ogni volta che uno dei nostri valorosi soldati muore o si ferisce in Afghanistan o altrove, qui in Italia si comincia a voler ridiscutere tutta la missione. Le chiacchiere, le ipocrisie e le dotte analisi militari e geopolitiche stanno a zero. La verità potrebbe essere molto più semplice. Sarò ingenuo, ma a me pare che la durata di una guerra sia inversamente proporzionale al numero di forze impiegate e all'intensità dei combattimenti (e, purtroppo, al numero di perdite). Minori sono i rischi che si accettano di correre e le risorse che si decidono di impiegare, maggiore sarà il tempo necessario per avere ragione del nemico. Ma al di sotto di una certa soglia di impegno, e oltre un certo numero di anni, il rischio è che senza neanche accorgersene non solo i tempi si dilatano e l'obiettivo si vede sfumare all'orizzonte, ma che non si riesca neanche più a contenere il nemico che prende coraggio dalla propria capacità di resistenza. Mi pare sia ciò che sta accadendo in Afghanistan.

Tanto che negli stessi Stati Uniti da tempo si dubita dei reali obiettivi della missione. Non è sufficientemente chiaro, rimproverano molti, se lo scopo ultimo sia la sconfitta totale e definitiva dei talebani e di al Qaeda, e il successo dell'operazione di nation building, cioè di rafforzamento delle nuove istituzioni afghane, o se la missione possa considerarsi conclusa anche in presenza di una certa attività di insorgenza da parte talebana, accontentandosi di avere a Kabul un governo "amico", seppure non in grado di controllare tutto il territorio. Senza la necessaria chiarezza sullo scopo ultimo della missione è difficile valutare i progressi e prendere decisioni sui mezzi da impiegare per raggiungerlo.

La sensazione è che finora gli Stati Uniti e gli altri Paesi Nato si siano accontentati di tenere impegnati i talebani e di braccare al Qaeda per impedirgli di organizzare attacchi in Occidente, ma non abbiano davvero cercato di distruggerli. Nei giorni scorsi l'amministrazione Obama ha mostrato ad alcuni senatori un documento in cui si chiariscono obiettivi e parametri per valutare i progressi della missione. Sembrano quelli più ambiziosi (e quindi potrebbero preludere all'invio di nuove truppe), anche se rimangono ancora un po' troppo generici.

Tra uno sforzo più concentrato nel tempo e di maggiore intensità ma più traumatico (in termini di vite umane) per le opinioni pubbliche, e uno più dilatato ma meno sanguinoso, la politica sembra aver scelto il secondo, ma le è davvero convenuto? Se da un lato una guerra ad alta intensità sarebbe risultata meno digeribile per il fronte interno, dall'altro le motivazioni sarebbero apparse più fresche e attuali di quanto lo siano oggi, mentre ora affiora una certa stanchezza, il successo è lontano e l'opinione pubblica si è scordata perché siamo in Afghanistan. Adesso ci troviamo in un vicolo cieco: lasciare è impossibile, perché tornerebbero al potere i talebani e ben presto al Qaeda ricomincerebbe a progettare attacchi contro l'Occidente; ma continuando così rischiamo un nuovo Vietnam.

Dunque, l'unica strada praticabile sembra quella di intensificare lo sforzo militare, ma se l'avessimo fatto dall'inizio ci saremmo almeno risparmiati questi 8 anni e le opinioni pubbliche sarebbero state meno stanche. Insomma, ciò che abbiamo voluto evitare all'inizio non possiamo più evitarlo: combattere sul serio. Tra l'altro, si tratta di una guerra asimmetrica, del tutto diversa da quelle classiche. Non ci troviamo di fronte un esercito appartenente ad un'entità statuale, quindi non c'è alcuna possibilità che il nostro nemico dichiari la sua capitolazione. I talebani e al Qaeda si batteranno finché non morirà l'ultimo di loro. In pratica, dovremo ucciderli tutti e non sottovalutare il fatto che dispongono di una lunghissima retrovia lungo i confini con il Pakistan.

P.S. Sarebbe bene anche abbandonare un'altra ipocrisia: finché l'uso della forza rimarrà "proporzionato" è difficile che l'equilibrio cambi a nostro favore; è con l'uso "sproporzionato" della forza che si vincono le guerre.

Thursday, September 17, 2009

Grazie ragazzi! Non ci arrenderemo

Tenente Andrea Fortunato, 35 anni (Potenza); sergente maggiore Roberto Valente, 37 anni (Napoli); caporal maggiore Matteo Mureddu, 26 anni (Oristano); primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, 26 anni (Santa Maria di Leuca); primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, 28 anni (Orvieto); primo caporal maggiore Massimiliano Randino, 32 anni (Salerno).

Wednesday, September 16, 2009

Afghanistan, finalmente Obama chiarisce gli obiettivi

Che sembrano quelli più ambiziosi (e quindi potrebbero preludere all'invio di nuove truppe), anche se rimangono un po' generici.

Su il Velino

L'amministrazione Obama ha mostrato oggi ad alcuni senatori, in un briefing a porte chiuse che si è svolto al Campidoglio, una bozza di tre pagine contenente la sua strategia per l'Afghanistan e il Pakistan. Il documento, marcato come "bozza" ma non secretato, contiene gli obiettivi e le priorità della missione e i parametri attraverso i quali l'amministrazione Usa intende valutare i progressi nella regione, dettagli di cui il Congresso aveva da tempo chiesto di venire a conoscenza. Elementi essenziali per assumere qualsiasi decisione sull'impiego o meno di ulteriori mezzi e truppe. Tra oggi e domani il Congresso acquisirà le valutazioni del generale Stanley McChrystal, comandante delle forze americane in Afghanistan, che rimaranno riservate, e qualsiasi richiesta di nuove truppe arriverà nelle prossime una o due settimane, ipotizza il presidente della Commissione Forze armate del Senato Usa, Carl Levin, uno dei senatori presenti all'incontro.

Oggi, incontrando alla Casa Bianca il premier canadese Stephen Harper, il presidente Barack Obama ha spiegato che non ci sarà alcuna «decisione immediata» sull'invio di nuove truppe in Afghanistan. Ribadendo la sua «determinazione a prendere la decisione giusta», Obama ha detto che deciderà dopo un «processo molto ponderato». Una delle critiche che molti analisti e commentatori hanno sempre mosso alle amministrazioni Usa - sia quella di Bush jr sia quella Obama - nella loro conduzione della guerra in Afghanistan, riguarda la mancanza di chiarezza sugli obiettivi della missione. Non è ancora sufficientemente chiaro se l'obiettivo finale sia la sconfitta totale e definitiva dei talebani, e il successo dell'operazione di nation building, cioè di rafforzamento delle nuove istituzioni statali afghane, o se la missione possa considerarsi conclusa anche in presenza di una certa attività di insorgenza da parte talebana, accontentandosi di avere a Kabul un governo "amico", seppure non in grado di controllare tutto il territorio.

Senza la necessaria chiarezza sullo scopo ultimo della missione, è difficile valutare i progressi e prendere decisioni sui mezzi da impiegare per raggiungerlo. Ma nella bozza che alcuni funzionari di alto livello dell'amministrazione hanno presentato oggi ai senatori, e che Foreign Policy ha ottenuto, vengono finalmente indicati tre obiettivi: «distruggere, smantellare e sconfiggere al Qaeda tra Afghanistan e Pakistan, e impedire il suo ritorno in quei Paesi in futuro»; lavorare per stabilizzare il Pakistan e per raggiungere «una molteplicità di obiettivi politici e civici» in Afghanistan. Ciascun obiettivo è corredato di parametri per valutare i progressi compiuti.
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Friday, August 21, 2009

Afghanistan e Iraq, le indecisioni strategiche si pagano

La democrazia dovrà vedersela ancora una volta a mani - anzi, dita - nude contro le bombe. Le forze Nato schierate contro la guerriglia talebana in Afghanistan restano naturalmente indispensabili, ma in definitiva sarà la voglia di normalità degli afghani a fare da ago della bilancia. Se verrà meno, non basteranno gli eserciti a far uscire il paese dal caos e a salvarlo dai talebani. Epperò, anche i successi contro i talebani possono dare speranze alla popolazione.

L'esito della giornata elettorale di ieri è confortante anche se non entusiasmante. Insomma, poteva andar peggio. Sembra infatti che nonostante i kamikaze, i razzi, e le intimidazioni che ci sono stati anche ieri (oltre 70 attacchi e una trentina di morti in 15 province su 34), un numero di seggi maggiore delle attese sia stato aperto e l'affluenza al voto sia stata buona, addirittura il 50%, anche se non paragonabile a quella delle presidenziali del 2004, quando votò il 70% degli aventi diritto. Un ottimismo, quello espresso dalla Nato e dall'Onu sul voto in Afghanistan, motivato più che altro dalle basse aspettative della vigilia. I talebani infatti da alcune settimane hanno ripreso l'iniziativa e in pochi giorni hanno dimostrato alla popolazione quanto scarsi ed effimeri siano i progressi compiuti in quattro anni dalle nuove istituzioni afghane.

L'affluenza in calo indica comunque che la sfiducia degli afghani nelle nuove istituzioni aumenta e se dovesse scendere sotto una certa soglia, non ci sarebbe aiuto internazionale in grado di fare argine: tornerebbero i talebani. La colpa di questa situazione è certamente di Karzai, la cui rielezione non è scontata e che non gode neanche più del favore degli Usa, pronti ad accogliere positivamente un'affermazione di Abdullah. Ma sulla situazione afghana continua a pesare anche un'ambiguità strategica che né il presidente americano Obama, né tanto meno gli altri paesi della Nato impegnati hanno ancora risolto. Non è ancora chiaro se l'obiettivo sia sconfiggere definitivamente i talebani, o solo contenerli, accontentandosi di impedirgli di lanciare nuovi attacchi terroristici contro gli Usa e che il governo legittimo controlli la maggior parte, anche se non tutto, il territorio. Finché un giorno, inevitabilmente, non verrà deciso il ritiro dei contingenti. E allora saranno dolori.

Attualmente gli uomini impiegati in Afghanistan sono circa 100 mila, in un paese in cui per controllare il territorio garantendo un minimo di sicurezza alla popolazione civile ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanti. Figuriamoci poi se c'è anche da combattere per respingere le offensive talebane o per bonificare intere aree dalla loro presenza. Un'altra ambiguità che indebolisce la forza multinazionale è che non tutti i paesi condividono le stesse responsabilità. La maggior parte dei contingenti, e tra questi quello italiano e quello tedesco, possono difendersi se attaccati, ma non sono autorizzati a partecipare a operazioni di combattimento al di fuori della loro area. Dei 100 mila uomini, 62 mila sono americani - solo la metà all'incirca truppe combattenti - e al loro fianco combattono attivamente solo i contingenti inglese, canadese e olandese.

Anche l'Iraq da alcune settimane a questa parte sembra essere ripiombato nel terrore. I terroristi hanno portato il loro attacco fino al cuore delle nuove istituzioni irachene come probabilmente non erano mai riusciti in questi anni. I camion-bomba contro il Ministero degli Esteri, il Ministero delle Finanze e il palazzo del governo provinciale di Baghdad, hanno causato circa un centinaio di morti e oltre 600 feriti. Una delle esplosioni ha persino fatto venir giù un pezzo di viadotto, uccidendo gli ignari automobilisti che lo stavano attraversando. Poi i colpi di mortaio che hanno raggiunto la blindatissima "zona verde" e altre bombe contro obiettivi minori, un mercato in una zona sciita e due posti di blocco.

Per trovare un attentato di simili proporzioni a Baghdad bisogna risalire al primo febbraio del 2008, quando morirono 99 persone. Ma allora furono delle donne kamikaze a fare strage in diversi mercati, mentre questa volta sono state colpite al cuore le istituzioni civili, per dimostrarne la vulnerabilità. Considerando la potenza di fuoco, la capacità organizzativa e l'importanza strategica degli obiettivi, dietro c'è senz'altro la mano di al Qaeda, forse con l'aiuto - ma solo marginalmente - di qualche frangia ex baathista non ancora rassegnata, mentre la Siria continua a offrire ospitalità e supporto logistico ai terroristi per dimostrare, contribuendo a destabilizzare l'Iraq, di essere ancora un attore influente nella regione con il quale scendere a patti. La pazienza americana nei confronti di Damasco resta davvero un mistero.

Dopo il calo delle vittime di violenze negli ultimi due anni, grazie ai successi della nuova strategia americana voluta da Bush e praticata sul campo dal generale Petraeus, l'intensificarsi degli attacchi dalla primavera di quest'anno non può non essere messo in relazione con il ritiro, prima annunciato e poi avvenuto, il 30 giugno scorso, delle truppe americane dalle città e la consegna della responsabilità della sicurezza alle autorità irachene. Il 23 aprile 84 morti a Baquba in tre attentati suicidi in un giorno. Il 20 maggio 40 morti per un'autobomba a Baghdad. Il 20 giugno 72 morti per un camion-bomba a sud di Kirkuk, nel nord del paese. Il 24 giugno 62 morti nel quartiere sciita di Baghdad. Il 30 giugno le truppe americane lasciano le aree urbane e si ritirano nelle basi lontane dai centri abitati. Il 28 luglio 8 morti e 13 feriti per una moto-bomba a Baghdad. Il 31 luglio alcune esplosioni fuori da una moschea sciita fanno 31 morti. Sempre a Baghdad. Il 7 agosto un'autobomba uccide 38 persone appena escono da una moschera sciita fuori Mosul, nel nord, e sei pellegrini sciiti muoiono in una serie di esplosioni a Baghdad. E' un crescendo. Il 10 agosto due camion-bomba uccidono 30 persone e ne feriscono 155 in un villaggio sciita a est di Mosul. E di nuovo a Baghdad, un'autobomba uccide 7 lavoratori in un'area a maggioranza sciita. Il 16 agosto, sempre in un'area sciita di Baghdad, 8 morti e 21 feriti.

E pensare che appena tre settimane fa, ricorda il New York Times, il premier iracheno al Maliki aveva dato ordine di rimuovere le barriere anti-bomba in cemento armato dalle vie di Baghdad, convinto da un alto ufficiale dell'esercito a lui vicino che ormai la sicurezza non fosse più un "problema". A dargli una lezione ci ha pensato al Qaeda. Ma è una ulteriore sfida anche per il presidente Obama, cui molti ora chiedono di rallentare il piano di ritiro delle truppe Usa dall'Iraq. Ci sono diverse possibilità di un'«inversione di tendenza» in Iraq rispetto ai recenti progressi, avverte l'esperto Stephen Biddle, del Council on Foreign Relations, che individua ben quattro scenari nei quali il paese potrebbe «allontanarsi da una prospettiva di pace e stabilità a breve e medio termine». Una «vigorosa strategia preventiva, nella forma di un rallentamento del ritiro Usa dall'Iraq, sarebbe meno costosa, sia politicamente che militarmente, nel lungo termine».

Thursday, April 16, 2009

Tempi cupi, le aperture di Obama non basteranno

Tira una brutta aria, perché le aperture al dialogo di Obama in tutte - davvero in tutte - le direzioni sembrano suscitare un senso di sollievo e rilassamento, persino di entusiasmo, tra gli analisti, i commentatori e i media mainstream, oltre che nelle capitali occidentali. Quasi che l'ammorbidimento delle posizioni e dei toni Usa sia destinato di per sé a risolvere tutte le crisi e a migliorare ogni rapporto conflittuale. Peccato che a questo clima rilassato e vagamente ottimista non corrispondano fatti altrettanto tranquillizzanti. Le sfide sembrano aumentare e crescere di complessità; gli stati canaglia alzano la posta, per sfruttare il più possibile a loro vantaggio la nuova aria che spira a Washington.

L'Iran, innanzitutto. La prima conseguenza dell'apertura di Obama è che la sospensione dell'arricchimento dell'uranio non è più una precondizione per l'avvio dei negoziati. Teheran non chiedeva di meglio. Mentre si discute potrà continuare a portare avanti il suo programma, e magari in corsa riuscirà a ottenere persino qualche benefit. Come detto, spetta a Obama capire prima possibile le reali intenzioni di Teheran e tirare le somme del suo tentativo senza farsi impantanare in un dialogo il cui unico obiettivo da parte dell'Iran fosse quello di prendere tempo per mettere la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto dell'atomica sciita.

Intanto, il governo egiziano sembra aver capito che gli iraniani mirano a destabilizzare il paese, colpendo il turismo e il commercio, settori strategici per l'economia egiziana. L'Egitto è forse l'unico vero ostacolo rimasto tra Teheran e le sue ambizioni egemoniche sull'intera regione. Nei giorni scorsi sono stati arrestati 49 uomini accusati di essere vicini a Hezbollah e di progettare attentati nel Sinai contro mete turistiche frequentate da israeliani e contro infrastrutture egiziane, tra cui il canale di Suez. Sarebbero stati il Mossad e la Cia a fornire le informazioni agli egiziani.

Il ministro degli Esteri egiziano, Abul Gheit, è stato molto esplicito con il quotidiano Asharq al-Awsat, promettendo «grandi sorprese» quando saranno resi noti i particolari sulla cellula sciita operante nel Sinai: «Aspetto con ansia il momento in cui vedrò le facce di coloro che dentro e fuori l'Iran dettano le istruzioni... quando leggeranno il rapporto preparato dal procuratore di Stato. La questione Hezbollah dimostra che l'Iran vuole trasformare l'Egitto in un trampolino iraniano per chi vuole penetrare in Medio Oriente. Ma l'Egitto non fa da trampolino a nessuno». Secondo il quotidiano Haaretz quella egiziana è una vera e propria «rabbia» nei confronti di Teheran. Di poche settimane fa la rottura tra Marocco e Iran, dopo la scoperta dei tentativi di infiltrazione islamico-sciita nel regno sunnita retto da Maometto VI.

Ma se Obama si volta verso Israele, l'orizzonte non appare più sereno e le cose si fanno se possibile più complicate. Il ministro degli Esteri israeliano Lieberman ha spiegato all'inviato speciale di Obama per il Medio Oriente, George Mitchell, che il governo Netanyahu non crede più nella politica delle concessioni e dei ritiri unilaterali (che hanno portato alla guerra con Hezbollah nel 2006 e al rafforzamento di Hamas), che non si riconosce in Annapolis, ma si sente vincolato solo al rispetto della "road map", che prevede (pochi se ne ricordano) la cessazione di ogni violenza e terrorismo tra le condizioni per la nascita di uno stato palestinese.

Lieberman ha chiesto «impegni senza equivoci» da parte di Washington sulla sicurezza di Israele e la sua natura di stato ebraico. Le parole di Lieberman sembrano confermare il cambio di rotta del nuovo governo israeliano: la priorità è l'Iran; nel frattempo, "pace economica" con i palestinesi: Israele è disponibile a tutto per migliorare le condizioni economiche dei palestinesi, ma «se vogliamo una soluzione stabile alla questione palestinese dobbiamo in primo luogo fermare l'intensificazione e l'espansione della minaccia iraniana». Al contrario di Bush, l'amministrazione Obama sembra sposare l'approccio più tradizionale che vede nel processo di pace e nella minaccia iraniana due problemi separati. Ciò costituirà un problema di non poco conto nei rapporti con Israele.

Nulla di buono neanche dalla Corea del Nord, che in una settimana ha effettuato un test missilistico (fallito), espulso gli ispettori delle Nazioni Unite, abbandonato i colloqui a sei e minacciato di riaccendere i reattori e proseguire nel programma nucleare, a dimostrazione di quanto fosse propagandistico il successo diplomatico sbandierato in "zona Cesarini" dall'amministrazione Bush. E' fin troppo evidente che il regime di Pyongyang è attratto dalla prospettiva di lucrare dalla nuova stagione di dialogo a 360° inaugurata dalla presidenza Obama. Spera di ricominciare con il solito tira e molla, ottenendo ulteriori concessioni. E, magari, di seguire l'esempio iraniano, costringendo Washington a colloqui diretti senza precondizioni.

Non meno gravi gli ultimi sviluppi in Afghanistan e Pakistan, dove la situazione sembra precipitare di giorno in giorno. Riguardo l'Afghanistan, Obama sembra aver capito che esiste un problema strettamente militare: la quantità di truppe impegnate sul terreno. Prosegue, però, la progressiva perdita di controllo del Pakistan. Un processo a dire il vero iniziato già con la precedente amministrazione, ma che pare accentuarsi con Obama, che mostra molte incertezze e nessuna strategia. Il fatto che il presidente pachistano Zardari abbia addirittura concesso l'introduzione della sharia in una zona del paese, lo Swat, per venire a patti con i talebani pakistani è davvero inquietante. In pratica una cessione di sovranità ai talebani dalle conseguenze potenzialmente disastrose per la stabilità del paese.

Sulle differenze tra Bush e Obama in politica estera avremo modo di tornare.

In questo scenario a tinte fosche, l'unica nota positiva potrebbe paradossalmente giungere da un'altra dittatura, quella cinese, che in questa fase sembra se non altro muoversi con un certo pragmatismo. La leadership di Pechino dimostra di saper trattare i suoi interessi con realismo. E' nazionalista, ma almeno il potere non sembra in mano a una setta di fanatici. Fa ben sperare la pubblicazione del primo "Piano di azione nazionale per i diritti umani in Cina", che indica gli obiettivi del prossimo biennio: una maggiore tutela fisica e morale dei detenuti. Il che vorrebbe dire bandire la tortura. Nel piano si afferma il diritto dei detenuti a presentare proteste scritte e a denunciare abusi. Viene ribadito il loro diritto a incontrarsi e a comunicare con l'avvocato, e il diritto del legale a poter svolgere nel miglior modo la difesa.

Pieno di omissioni e ambiguità; operazione d'immagine, sul piano sia internazionale che interno; e sappiamo che in gran parte resterà lettera morta. Ma quanto meno - osservano molti - è importante la sola ammissione, per la prima volta, che ci sono diritti umani fondamentali diversi dal diritto del popolo alla sussistenza, in nome del quale Pechino ha sempre giustificato i suoi più orrendi crimini.

Wednesday, December 03, 2008

Il mondo dovrebbe fare ciò che il Pakistan non riesce a fare

New Delhi non ha dubbi: dietro gli attentati di Mumbai c'è un gruppo terroristico pachistano, attivo in Kashmir e legato ad al Qaida, il cui nome è Lashkar-e-Taiba. L'unico terrorista catturato dalle forze speciali indiane ha ammesso di essere pachistano e di farne parte. Come anticipavo ieri, il Lashkar-e-Taiba, "L'esercito dei puri", è il braccio armato di un'organizzazione religiosa pachistana al quale i servizi segreti pachistani (ISI) hanno fornito durante gli anni '90 istruzioni e fondi per operare in Kashmir. Dopo l'11 settembre, inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici e messo al bando da Islamabad, il gruppo è entrato in clandestinità, frazionandosi in diverse sigle e smettendo di rivendicare gli attentati. Il Lashkar-e-Taiba è sospettato di essere dietro l'attacco del dicembre 2001 al Parlamento di New Delhi e le bombe sui treni che nel 2006 provocarono oltre 200 morti.

E inevitabilmente cresce la tensione tra India e Pakistan. Da una parte, il governo indiano ha bisogno di agire; dall'altra, il governo pachistano è sotto pressione, perché è stato ormai accertato che i terroristi provenivano dal Pakistan, dove hanno goduto degli appoggi necessari a pianificare gli attacchi e ad addestrarsi.

Come osservavo ieri, gli attentati di Mumbai hanno scosso l'India, ma chi ne esce più indebolito e delegittimato è il governo di Islamabad, impotente, incapace di riportare sotto il suo controllo territori di confine dai quali gruppi armati islamisti, probabilmente in combutta con settori dei servizi segreti e dell'esercito, conducono quasi indisturbati il loro jihad, influenzando la politica estera pachistana. Intere aree ai confini occidentali con l'Afghanistan sono rifugi sicuri per i Talebani e al Qaeda, e per questo fonte di tensioni con Kabul e Washington; gli attentati della scorsa settimana aggiungono ulteriore tensione, questa volta ai confini orientali con l'India.

In un'intervista al Financial Times, il nuovo presidente pachistano, Asif Alì Zardari, si era rivolto al premier indiano Singh quasi implorandolo di «opporsi ad attacchi contro il governo» di Islamabad anche qualora dall'inchiesta fossero emerse responsabilità di elementi pachistani: «Anche se i militanti fossero legati a Lashkar-e-Taiba, contro chi pensate che noi stiamo combattendo?». Zardari voleva così far capire che considera i terroristi nemici comuni sia all'India che al Pakistan. «Entità non statali ci hanno già trascinato in diverse guerre... dobbiamo rimanere tutti uniti per contrastare questa minaccia». Ma India e Pakistan «non possono farsi prendere in ostaggio da attori non statali».

Zardari e il suo governo non sostengono i terroristi, ma cosa si può fare perché il mondo non sia ostaggio di attori non statali che operano dal territorio di uno stato e sono la creatura dei servizi segreti di quello stato? Se lo è chiesto, sul Washington Post, Robert Kagan, secondo il quale occorre «internazionalizzare la risposta»:
«La comunità internazionale dichiari che alcune zone del Pakistan sono ingovernabili e costituiscono una minaccia alla sicurezza internazionale. Una forza internazionale collabori con i pachistani per sradicare le basi dei terroristi dal Kashmir e dalle aree tribali. In questo modo si eviterebbe una nuova guerra tra India e Pakistan e il governo pachistano salverebbe la faccia, dal momento che la comunità internazionale lo aiuterebbe a ristabilire la sua autorità su tutto il territorio».
Non è una decisione che il governo pachistano può prendere alla leggera, perché verrebbe accusato dagli integralisti islamici di essere "servo" degli americani. Ma secondo Kagan una forza internazionale dovrebbe intervenire anche senza il consenso di Islamabad, violando la sovranità del Pakistan. «Non dovrebbero poter rivendicare la propria sovranità quegli stati incapaci di controllare un territorio da cui vengono lanciati attacchi terroristici». Se c'è una responsabilità che giustifica un intervento per impedire catastrofi umanitarie, dev'esserci anche la responsabilità di proteggere uno stato dagli attacchi lanciati da un territorio confinante, sia pure da attori non statali. Nel caso del Pakistan, anche se il governo civile non è coinvolto, la complicità dell'esercito e dell'ISI con i terroristi fa cadere ogni richiamo alla sovranità.

L'amministrazione Bush, ricorda Kagan, «per anni ha tentato di collaborare con l'esercito e il governo pachistano nella lotta al terrorismo, fornendo miliardi di dollari in aiuti e armamenti avanzati», ma dopo gli attentati di Mumbai questa cooperazione «dev'essere giudicata fallimentare». L'esercito e i servizi segreti «sono rimasti più interessati ad aumentare la propria influenza in Afghanistan tramite i Talebani e a combattere l'India in Kashmir tramite i gruppi terroristici».

Ma il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiede Kagan, «autorizzerebbe un'azione simile»? La Cina è stata «un alleato e un protettore» del Pakistan, e la Russia «potrebbe avere le sue ragioni per opporsi». Non gli piace l'idea di «abbattere il muro della sovranità nazionale», per questo ha bloccato le pressioni sul Sudan, sull'Iran e su altri stati criminali. Ma questo, osserva Kagan, «sarebbe un altro test per capire se la Cina e la Russia, presunti alleati nella guerra al terrorismo, sono davvero interessate a combattere il terrorismo fuori dai loro confini». Che l'intervento venga preso in considerazione alle Nazioni Unite, potrebbe essere sufficiente per ottenere la cooperazione volontaria del Pakistan». In ogni caso sarebbe per gli Stati Uniti e l'Europa un'occasione per «cominciare ad affermare il principio che il Pakistan e altri stati che ospitano i terroristi non dovrebbero sentire garantita la propria sovranità».

Saturday, December 29, 2007

Molte teste e mani dietro l'assassinio della Bhutto

Il video è fin troppo chiaro: Benazir Bhutto non è morta sbattendo la testa, per il trambusto seguito alla deflagrazione del kamikaze, sul tettuccio dell'auto dalla quale si era sporta per salutare la folla, come ha sostenuto la polizia pachistana.

Dalle immagini si distingue perfettamente, un attimo prima dell'esplosione, la mano di un uomo che punta la pistola contro la Bhutto ed esplode due colpi. L'uomo riesce ad arrivarle a pochissimi metri di distanza, appena sotto al fuoristrada, dalla parte posteriore. Particolare che conferma la debolezza delle misure di sicurezza delle forze dell'ordine, e proprio nella cittadella militare di Rawalpindi (forse il luogo più controllato e blindato del paese, secondo gli analisti).

Quello di oggi sarà il giorno in cui verrà messa in dubbio la pista che porta ad Al Qaeda, a Mahsud, il suo luogotenente in Pakistan, e farà pensare invece più agli ambigui servizi segreti pachistani, se non direttamente a Musharraf. Certo, avrebbero fatto un grosso favore agli estremisti islamici, che dalla destabilizzazione del paese hanno tutto da guadagnare, ma avrebbero protetto anche ai loro interessi. E' noto infatti che la Bhutto intendeva porre dei limiti al loro strapotere nel paese.

Forse, per ora, rimane più probabile che ad uccidere Benazir sia stata la mano di Al Qaeda (e certo nessuno può credere all'alibi di queste ore, i fanatici che si fermerebbero di fronte alle donne in nome dell'islam). Ma sia dal punto di vista dei moventi che dell'organizzazione, tutto fa pensare a un attentato in tandem, fifty-fifty, Al Qaeda-Servizi segreti, dagli obiettivi non proprio sovrapponibili ma capaci di convergere nel comune interesse per la morte della Bhutto.

Morte che a giudicare dalle conseguenze, almeno in questo primo momento, sia in Pakistan sia a livello internazionale, non sembra favorire Musharraf, ma non si può neppure escludere quanto meno un suo via libera: in fondo, passata la tempesta iniziale, potrebbe rafforzarsi come unico uomo forte, agli occhi degli occidentali, in grado di mantenere il controllo sulla polveriera Pakistan.

Musharraf presidente non più generale e Benazir Bhutto primo ministro era lo scenario più probabile e verso cui con convinzione spingeva Washington, nell'ottica di un processo di democratizzazione e secolarizzazione del Pakistan. Una strategia condivisibile, ma bisogna anche pragmaticamente constatare che forse aver puntato troppo platealmente sulla Bhutto, ottenendo da lei assicurazioni sulla caccia ai terroristi nel Waziristan e nel resto del paese, l'ha in definitiva esposta mortalmente all'ira di troppi nemici contemporaneamente.

Oltre a non essere in grado di sradicare le roccaforti di Al Qaeda e dei Talebani nel Waziristan, un Pakistan destabilizzato si presta a divenire uno di quegli stati falliti in cui gli islamisti possono puntare a prendere il potere. Per questo l'unico modo in cui il Pakistan può davvero essere in grado di combattere il terrorismo è avere un governo legittimato democraticamente e secolare, che possa orientare il popolo pachistano contro Al Qaeda, i Talebani, e gli altri estremisti islamici.

Enzo Bettiza, su La Stampa di oggi, fa notare come dall'11 settembre in poi, nonostante gli attacchi in Spagna e Gran Bretagna, «la sequela degli attentati, tra autobombe e kamikaze suicidi, è stata molto più fitta, più ininterrotta, in definitiva più spietatamente concentrata nel labirinto dei Paesi islamici. L'ossessione dello "scontro di civiltà" tra Occidente e Islam appare, se non del tutto inesatta, quantomeno troppo rigida e preponderante se messa a confronto degli scontri di fazione e di potere che hanno seguitato a lacerare e lacerano soprattutto l'Islam». Di potere, politici, specifica bene Bettiza. Accortosi del calo delle azioni e del seguito di Al Qaeda in Iraq, è chiaro che Bin Laden o chi per lui sia «più che mai interessato a spostare il tiro principale sul Pakistan: forse ne vede già prossima la talebanizzazione a tappe spontanee più che forzate».

Di tutto questo l'Europa «dovrebbe tenere conto, evitando di separarsi dall'America o di tramutare gli errori americani in torti irreversibili. Cambiando l'ottica e il giudizio sulla realtà autocombustibile dell'Islam, mutando la nostra visione talora schematica del mappamondo, sarebbe improprio persistere soltanto nella critica irenica e nel "dialogo" in un momento in cui ci troviamo di fronte a un rischio dagli effetti incalcolabili: la possibile trasformazione del Pakistan in uno Stato talebano di prima classe con un arsenale di almeno 50 testate nucleari. La realtà con cui pure l'Europa così brava, così umana, così guardinga, dovrà nei prossimi tempi misurarsi va ben al di là delle bacchettate e dei dispetti tra occidentali: è l'atomo che può diventare brado a Islamabad o fisso sul missile a Teheran».

Monday, November 26, 2007

Afghanistan. Non è un problema di retorica ma di politica

Saper compiangere il soldato Paladini, elaborare il lutto, riconoscere il nemico, usare il "lessico della battaglia", sono le preoccupazioni di Giuliano Ferrara, ma mi accontenterei di un governo che non spedisca i nostri soldati al fronte con le mani legate dietro la schiena. Perché neanche la retorica più "bellicista" potrebbe sollevare un governo, e un ministro della Difesa, dalla responsabilità di una missione militare mal concepita, che rende i nostri uomini bersagli quasi inermi degli attacchi nemici.

In un paese cosiddetto "normale" la tragica morte di un giovane soldato non avrebbe messo a tacere le polemiche - nel rispetto di un malinteso spirito di unità nazionale - ma queste avrebbero travolto ministro e governo, una volta evidente che a causa delle divisioni interne alla maggioranza avessero messo le nostre truppe nelle condizioni di essere viste dai talebani come il "ventre molle" della coalizione. E' così politicamente scorretto, a poche ore dalla morte di Paladini, discutere di responsabilità politiche e di dimissioni?

Il generale Arpino ha denunciato a Il Messaggero che la situazione politica della maggioranza di governo in Italia incentiva i talebani a concentrare gli attacchi contro i nostri soldati. «Sanno di correre minori pericoli» attaccando nelle aree presidiate dagli italiani, «sanno che, attaccando gli italiani, rischiano di meno e fanno aumentare le pressioni per il ritiro del contingente».

Il problema è che le truppe italiane in Afghanistan «non partecipano alla caccia al talebano... sono "no combat"... si limitano a fornire la cornice di sicurezza alle opere che fanno». In questo modo sono «esposti all'iniziativa altrui», diventano «un bersaglio preferenziale». «Se continuiamo così, diamo un'immagine dei nostri soldati, in teatro, che non è delle migliori», rispetto all'immagine degli altri contingenti che combattono. «Gli italiani rischiano di farsi la fama di quelli contro i quali è bene sparare perché così se ne vanno. La maggioranza politica, nel suo insieme, dovrebbe essere consapevole di questo pericolo. I militari italiani fanno meno paura degli altri al "nemico", e questo è un punto debole».

Thursday, April 12, 2007

Fuori Strada

Massimo D'AlemaNella ricostruzione di oggi alla Camera, D'Alema afferma che nel sequestro Mastrogiacomo il Sismi «ha affiancato i canali in loco con proprie strutture e propri funzionari fino al rilascio».

«Abbiamo le prove che Hanefi è un facilitatore dei talebani, se non addirittura un loro militante travestito da operatore umanitario», è l'accusa di Amrullah Saleh, il giovane capo dei servizi segreti afghani, al dirigente di Emergency che ha fatto da mediatore nel sequestro Mastrogiacomo.

L'ipotesi è che Rahmatullah Hanefi abbia teso «una trappola sia a Torsello sia a Mastrogiacomo». I servizi segreti afghani, riporta Fausto Biloslavo in un articolo di ieri su Il Foglio, «puntavano a uno "scambio controllato" con i talebani, scegliendo il momento e il posto in maniera tale da non avere brutte sorprese». Ma Strada, com'è noto, ha voluto fare tutto da solo. Cioè, ha fatto tutto Hanefi e la brutta sorpresa puntualmente si è presentata con la mancata consegna di Adjmal, l'interprete del giornalista di Repubblica, poi decapitato domenica scorsa.

I servizi afghani sospettano Hanefi per il «conciliabolo» con i capi talebani sul greto del fiume dove è avvenuto lo scambio. Dopo la discussione, Mastrogiacomo è tornato in libertà e Adjmal è «sparito nell'inferno talebano». Eppure, l'accordo era il rilascio di cinque uomini di Dadullah in cambio dei due ostaggi.

Dunque, o non è vero che l'accordo riguardava tutti gli ostaggi, oppure D'Alema ha mentito anche oggi alla Camera e non è vero che il Sismi seguiva passo passo per assicurarsi il rispetto dei patti, altrimenti bisognerebbe concludere che i nostri servizi si siano fatti sfuggire qualcosa - o, meglio, qualcuno. Se seguivano, perché gli agenti non si sono assicurati del rispetto dell'accordo? Oppure, più probabile, l'accordo in effetti prevedeva il rilascio dell'ostaggio afghano, ma sia il Sismi sia i servizi di Kabul sono stati tagliati fuori e all'ultimo momento è successo qualcosa, lì in riva al fiume, di cui sono responsabili Gino Strada e Hanefi, oltre al Governo italiano che gli ha lasciato carta bianca.

Mastrogiacomo sostiene di aver visto liberare Adjmal. Ma il giornalista italiano dev'essere pure salito su un mezzo di trasporto, un fuori-strada immaginiamo, per allontanarsi dal luogo dello scambio. Quindi la domanda rimane: come mai su quel camioncino non è stato fatto salire anche l'altro ostaggio? A questa domanda chiave D'Alema non ha saputo o voluto rispondere.

La rivelazione di Strada sul fatto che fu Hanefi a consegnare un riscatto di due milioni di dollari per la liberazione di Torsello ha contribuito ad aumentare i sospetti dei servizi afghani su di lui. Inoltre - è lo "scoop" di Biloslavo - «sarebbe stato Hanefi a far acquistare il biglietto di ritorno di Torsello: quindi era al corrente del giorno, l'ora e il tipo di pulmino su cui sarebbe salito il free lance per tornare a Kabul». D'altra parte, come avrebbero fatto i rapitori a distinguere come occidentale Torsello, che portava barba lunga e abbigliamento alla talebana, mischiato tra la folla in un qualsiasi bus di linea?

«I suoi sequestratori lo aspettavano lungo il tragitto, nella solita provincia di Helmand. Ora - conclude Biloslavo - l'unica soluzione è mostrare le eventuali prove, per capire se Hanefi è un capro espiatorio, o se si tratta di un'innominabile verità».

Thursday, March 22, 2007

La fermezza pragmatica dei radicali

Hai visto mai che i radicali riescano a uscire dagli anni '70. Dopo Capezzone ieri, quella espressa dal ministro Bonino oggi è una linea della fermezza, una fermezza pragmatica, quindi razionale e ragionevole, e non ideologica. Che non significa, insomma, abbandonare gli ostaggi al loro destino. Emma Bonino dichiara al Corriere che è «comprensibile» la reazione degli alleati, sorpresi dalle concessioni fatte ai talebani per la liberazione di Mastrogiacomo. I combattenti rilasciati, infatti, secondo fonti dei nostri servizi, sarebbero «almeno il doppio» di quelli dichiarati.

«Credo fermamente che occorra una buona volta uscire tutti, cioè governo, media, partiti e opinione pubblica, da questa specie di "trance" nazional-popolare che avvolge il Paese ogni volta che si produce un episodio del genere. Tragedie ed orrori, sui teatri di guerra, avvengono purtroppo regolarmente, e non c'è un diritto all'esenzione per quelli che non sopportano l'idea che queste cose avvengano. È tempo di riprendere la strada del rigore se vogliamo evitare che i nostri connazionali diventino, per paradosso, ostaggi più "appetibili"».

«Doveroso tentare di salvare una vita umana». Un «obbligo istituzionale» per un governo nei confronti di un suo cittadino. E, d'altra parte, va ricordato che servizi segreti afghani e militari britannici avevano localizzato Mastrogiacomo ma il blitz è stato più volte stoppato da Roma. Dialogo sì, dunque, ma «bisogna vedere a che prezzo». Troppo «facile dichiararsi d'accordo con il principio che una vita non ha prezzo», poi però occorre con realismo valutare «il punto di caduta» del compromesso possibile, che potrebbe far perdere molte altre vite.

La Bonino ritiene che «le espressioni di lutto nei confronti di un ostaggio che aveva il solo tratto distintivo di non essere italiano siano state poche, blande e tardive» e che le concessioni fatte ai talebani mettano in pericolo altri nostri connazionali. Non chiude al ruolo delle ong, ma ricorda qualcosa che dovrebbe essere ovvio: «... il timone deve rimanere in mano allo Stato. Il motivo è semplice: lo Stato deve rendere conto politicamente della propria azione. Invece una Organizzazione non governativa, no. La differenza non è banale, mi sembra».

Wednesday, March 21, 2007

D'Alema sta tirando troppo la corda

Massimo D'AlemaUn tremendo uno due Washington-Londra che manda al tappeto il Governo Prodi

A dimostrazione del fatto che D'Alema sta tirando troppo la corda, arriva nel pomeriggio un tremendo uno due Washington-Londra che manda al tappeto il Governo Prodi. Da una fonte dell'amministrazione Usa, via AdnKronos, arriva un messaggio chiaro: «Non è vero che abbiamo approvato lo scambio e le concessioni ci hanno colto di sorpresa».
«Sebbene siamo contenti per il rilascio di Daniele Mastrogiacomo, abbiamo alcune preoccupazioni circa le circostanze della consegna. Le concessioni ci hanno colto di sorpresa e ritieniamo che aumentino i rischi per le truppe della Nato e afghane e per il popolo afghano».
«Preoccupati» sarebbero anche «i Paesi alleati della Nato», ha aggiunto il funzionario, secondo cui «le preoccupazioni sono state comunicate al governo italiano attraverso gli appropriati canali diplomatici». Washington ribadisce così la propria posizione: «Non abbiamo approvato e non approviamo concessioni ai terroristi».

Non solo Washington, anche il Foreign Office esprime «preoccupazione» per «le implicazioni della liberazione di taliban», dice all'Ansa una portavoce del Ministero degli Esteri britannico, aggiungendo che della vicenda Londra sta «discutendo con il governo italiano e con quello afghano». E' un «messaggio sbagliato a coloro che pensano di prendere ostaggi».

La sintesi perfetta l'ha fatta Christian Rocca, su Il Foglio: «D'Alema presenta all'Onu il suo piano per la pacificazione del centrosinistra». Il tattico per eccellenza utilizza un linguaggio doppio che per cinismo ricorda Arafat. «Quella che, in italiano, passa per una grande proposta di pace, cioè di trattativa col nemico talebano e di ripensamento delle strategie occidentali, nell'ovattata sala del Consiglio è stata presentata come il quarto o quinto round di incontri internazionali sull'Afghanistan, sulla scia di quelli di Bonn e Londra, oltre che la naturale continuazione di altri meeting già fissati da tempo, come quello del 30 maggio all'interno del G8 e un altro, a Roma, sullo stato di diritto e la giustizia».

Il ministro degli Esteri ha fatto esplicito riferimento all'acronimo "Jcmb" «per descrivere il formato che dovrà avere la conferenza»: Joint Coordination and Monitoring Board. Nient'altro che il comitato di controllo dell'attuazione dell'accordo di cooperazione tra Onu, Afghanistan e comunità internazionale siglato a Londra l'anno scorso e ancora in vigore per quattro anni.

Così come difficilmente D'Alema, a cena con Condoleezza Rice a Washington, «malgrado il roboante annuncio prima della partenza», ha posto le questioni Calipari o Abu Omar. Così come, per la liberazione di Mastrogiacomo ha invece ringraziato gli Usa per la «comprensione» avuta nel dare luce verde a Karzai per il rilascio dei 5 taliban, in merito alla conferenza non ha fatto alcun cenno a un coinvolgimento dei taleban e sull'Iran ha detto che nuove sanzioni sono «inevitabili».

In altre parole, ciò che in Italia - e in italiano - viene spacciato per "discontinuità", per tenere buoni i settori pacifisti della maggioranza, all'Onu, o a cena con la Rice - in inglese - diviene un'iniziativa diplomatica in assoluta continuità e nel solco degli impegni assunti dalla comunità internazionale e dai nostri alleati per l'Afghanistan.

Il risultato di queste due mezze verità è una bugia intera, un'ambiguità totale per cui nessuno, forse neanche lo stesso ministro, sa più quale sia la nostra vera politica estera. Il tatticismo esasperato ed esasperante di D'Alema è così spregiudicato che nonostante la sua abilità rischia di sfuggirgli di mano. Il gioco sembra essersi fatto troppo scoperto, ma promette di esserlo sempre di più.

Sono alle porte, infatti, giorni difficili per i nostri soldati in Afghanistan. E D'Alema mette in guardia: «Purtroppo la guerra, la guerriglia sta arrivando anche ad Herat. Stiamo per affrontare momenti difficili e il comando della Nato può muovere le forze italiane in caso di assoluta necessità e sulla base degli attuali accordi». Insomma, «l'assoluta necessità» ci sarà e, come chiarisce Minzolini oggi su La Stampa, «il nostro governo si sta attrezzando allo scontro, di malavoglia e con l'ipocrisia di sempre».

D'Alema sembra infatti intenzionato a ripetere l'operazione fatta con la Serbia, quando in Parlamento negava che partecipassimo ad azioni di guerra mentre da Aviano si alzavano in volo i Tornado, i nostri cacciabombardieri, che di certo non scaricavano nell'Adriatico la loro stiva. Così oggi conta «sulla distanza che divide Roma da Kabul per nascondere ad una parte della sua maggioranza [soprattutto fino al voto sul rifinanziamento della missione] quello che sta avvenendo in Afghanistan, cioè il fatto che presto o tardi i nostri soldati saranno costretti davvero ad usare le armi».

Tuesday, March 20, 2007

La nostra politica estera scivola nel neutralismo

Il giornalista di Repubblica Mastrogiacomo con Gino Strada dopo la liberazioneAccontentiamoci. Almeno questa volta Prodi non si è affidato a una seduta spiritica per far liberare l'ostaggio, ma a Gino Strada e alla sua potente struttura, Emergency. E' pur sempre un passo avanti.

Ma per Emergency laggiù in quel di Lashkargah oggi non è stata una giornata tranquilla. Prima l'arresto del "mediatore" da parte dei servizi di sicurezza di Karzai. E vorrei anche vedere che il governo di Kabul non avesse ritenuto necessario interrogare chi tra i collaboratori di Emergency, di cui sono noti gli ottimi rapporti con gli ambienti dei talebani, ha tenuto i contatti con i rapitori.

Davanti all'ospedale di Lashkargah c'è stata anche una manifestazione di afghani che protestavano per riavere indietro il corpo dell'autista sgozzato e per avere spiegazioni sul perché non fosse tratto in salvo anche l'interprete.

Già, e l'interprete di Mastrogiacomo? Della sua sorte non si hanno ancora notizie. Com'è possibile che Strada, alla guida di un'organizzazione umanitaria che da anni salva la vita ai poveri afghani, ma anche la Farnesina, non si siano assicurati che l'accordo valesse anche per la liberazione dell'altro ostaggio? Non vogliamo credere che abbia prevalso lo stesso riflesso un po' "razzista" dei rapitori, che hanno saputo ben selezionare l'uomo "giusto" da cui ricavare una buona contropartita sacrificando l'altro a scopo intimidatorio. Della decapitazione dell'autista di Mastrogiacomo in pochi si sono interessati, ma quelli che lo hanno sgozzato Fassino li invita a una conferenza di pace.

Dal punto di vista politico è apparso evidente come il governo ed i ministeri coinvolti non abbiano mai avuto sotto controllo la situazione. Una grave dimostrazione di impotenza se corrispondesse al vero la ricostruzione di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere di oggi. Lo Stato completamente nelle mani di Strada, che ha preteso e ottenuto che rimanessero alla larga Sismi, Ros e militari. «La Difesa è stata tagliata fuori dal negoziato affidato interamente a Gino Strada».

Eppure, due giorni dopo il sequestro pare che i Ros, gli agenti del Sismi, insieme agli inglesi e agli americani a Kabul, avessero localizzato la zona dove il giornalista era segregato, ma l'ipotesi del blitz veniva respinta praticamente su ordine di Strada, per ottenere il suo aiuto. E' andata bene, ma ciò non risolve il problema politico di un governo che sta letteralmente perdendo il controllo della propria politica estera e di difesa sul campo, al di là delle dichiarazioni ufficiali - e a volte pure in quelle.

Abile è stato D'Alema a ridimensionare il ruolo di Emergency: «E' evidente che non ci sarebbe stata una soluzione positiva di questa drammatica vicenda senza la cooperazione del governo afghano e senza la comprensione del governo americano». Ed è così, ma politicamente e mediaticamente è il trionfo "pacifista" con il Governo impotente.

Poco rilievo è stato dato alla pesante lezione di come si sta al mondo che il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha impartito ieri in faccia a Prodi, quando ha ribadito chiaro e tondo che l'obiettivo politico della Nato a Kabul è legittimare il Governo di Karzai, quindi liquidando ogni ipotesi idiota sui talebani al "tavolo della pace", e sottolineato che il Governo tedesco «non si fa ricattare» con suoi ostaggi.

Oggi in qualche editoriale, da Ferrara a Folli, passando per Andrea Romano, si indicava con precisione il problema politico: cosa restiamo a fare in Afghanistan, se tra limiti numerici e operativi alle nostre truppe, trattative con chiunque sugli ostaggi, aperture politiche al nemico contro cui gli alleati stanno per scatenare un'offensiva militare, e il rischio che addirittura il Governo vada sotto al Senato sul rifinanziamento della missione, rischiamo di essere l'anello debole, il ventre molle della coalizione, e rimanere con un comportamento "di fatto" pericolosamente neutralista?

Scrive Giuliano Ferrara: «La storia del rapimento del giornalista di Repubblica non è una favola a lieto fine di cui compiacersi, rilanciando da destra a sinistra e ritorno una quantità miserevole di complimenti per la trasmissione...»
«Quella di Daniele è una tragedia, con il suo autista trucidato, con la vedova che abortisce per il dolore, e ben cinque comandanti militari di una formazione terrorista restituiti alla loro libertà di combattere contro tutto ciò che ci dovrebbe essere caro, in nome di un regime e di un'ideologia del terrore che hanno generosamente ospitato, finché non sono stati spazzati via dall'azione di guerra dei nostri alleati, benedetti dall'Onu e sotto il comando Nato, le basi di Osama bin Laden.
(...)
Giornalisti e operatori umanitari godono di maggior prestigio sociale, a quanto pare, dunque si pagano riscatti e si fanno scambi di prigionieri anche con bande che selezionano l'ostaggio da liberare dietro un prezzo cospicuo dopo aver ucciso quello inutile, l'autista-spia».
Dunque, si chiede Ferrara, «non ci vorrebbe un po' più di sobrietà, e magari qualche visibile segno di imbarazzo, di fronte allo scioglimento di una tragedia che non è un happy end? Non si dovrebbe evitare di fare i complimenti, come Bertinotti, alla "diplomazia dei movimenti"? Non si dovrebbe distinguere tra operatori umanitari neutrali e ambasciatori dichiarati dei talebani presso la Repubblica italiana, come Gino Strada? Nessuno prova un po' di ribrezzo per la trasformazione del rilascio di un ostaggio, pagato con un prezzo altissimo, in una festicciuola pacifista con il conforto delle più alte autorità? Per come ci comportiamo nella guerra al terrorismo, ieri in Iraq e oggi in Afghanistan, dovremmo ritirare le nostre tuppe d'urgenza, proclamare la neutralità italiana, uscire dalle alleanze internazionali di cui facciamo disonorevolmente parte...».

Andrea Romano, su La Stampa, esprime la stessa perplessità sulla natura del nostro impegno in Afghanistan e in generale nella lotta al terrorismo: «Ciò che proprio non si può fare è pretendere di rimanere "alla nostra maniera": raccontando al Paese che i militari italiani si occupano solo di ricostruzione civile mentre gli alleati rischiano i loro uomini, attribuendo direttamente dalle segreterie di partito patente di legittimità a questa o quella componente talebana secondo i mutevoli equilibri della nostra politica interna. La soluzione in assoluto peggiore per Prodi e per l'Italia sarebbe far finta di niente, fingendo di non aver sentito le parole con cui Angela Merkel ha commentato dinanzi a Karzai la liberazione dell'ostaggio italiano ("Il governo tedesco non è ricattabile") e ignorando gli sforzi che i militari alleati stanno compiendo per consolidare la fragile democrazia afghana. Da oggi la "maniera italiana" di stare in Afghanistan ha bisogno di essere chiarita con rigore e serietà, se non vogliamo incorrere nel sospetto di irresponsabile opacità che già aleggia...».

Purtroppo, non è solo questione di tatticismo, ma anche di cultura politica, di inadeguatezza a comprendere il presente, come spiega non da oggi Carlo Panella, su Il Foglio: «Non sono solo sintomi di una cinica navigazione a vista: sono invece il prodotto di una drammatica incultura politica. D'Alema e Fassino, infatti, non sono mossi solo da realpolitik - peraltro indispensabile a ogni buona politica estera - o dalla volontà di accattivarsi i voti della sinistra comunista. L'origine di queste mosse sconnesse è ben più grave: non hanno idea di chi siano realmente i Talebani, Hamas, Hezbollah e l'Iran di Ahmadinejad. Non maneggiano strumenti che permettano loro di definirli. Non hanno elaborato la fine del comunismo, sono stati trasformisti anche sul piano culturale e non padroneggiano nessuna dottrina che permetta loro di comprendere la natura del totalitarismo islamico... Danno mostra di non aver compreso nulla di Hannah Arendt, Francois Furet, Renzo De Felice».

Il sequestro Mastrogiacomo in Afghanistan pone infine anche pesanti interrogativi sul ruolo degli inviati in zone di guerra, che spesso diventano strumenti di ricatto per un paese intero. A sollevare il tema, in un articolo su L'Indipendente, Filippo Di Robilant, che ha lavorato a Kabul con le missioni umanitarie e come portavoce degli osservatori elettorali dell'Ue. «Esiste - si chiede - una via di mezzo tra il giornalista rintanato nella stanza d'albergo a scrivere il pezzo guardando la Cnn e quello scalpitante che pensa che il pericolo sia il suo mestiere?». Secondo Di Robilant «una via di mezzo» c'è: «Si può fare un buon mestiere di reporter senza mettere a rischio la propria vita e i propri collaboratori». Radio Radicale ha sentito a riguardo anche l'inviato del Corriere Massimo Alberizzi.